LE QUARANTA PORTE
Elif Shafak
Recensione
Sono due i fili che la scrittrice di origini turche tesse per intrecciare la sua complessa trama. Da un lato il filo dell’occidente, del presente, la storia di Ella, casalinga del Massachusetts, con la sua vita borghese, ordinaria e insoddisfacente, che si ritrova a leggere per caso un libro sul sufismo. Dall’altro il filo dell’oriente, del passato, la storia che quel libro racconta, l’incontro tra il poeta Rumi e il derviscio errante Shams. La storia che ci fa partire per un viaggio attraverso la Turchia del XIII secolo alla scoperta di un immaginario di grande fascino e di un Islam molto diverso dalla visione che ne viene percepita oggi, filtrata dalla paura e dal conflitto.
Entrambi i fili parlano d’amore e di cambiamento. Shams è un sufi e la religione che professa chiede di spogliarsi dell’attaccamento alle cose materiali, di macchiare la propria reputazione, di avvicinarsi all’umanità più povera, imperfetta, debole. Chiede di guardarsi dentro ed esaminare, con serenità e severità, il proprio lato oscuro così come quello luminoso. Ed è così che l’incontro con Shams trasforma Rumi da serio teologo, che gode del proprio prestigio e della propria ricchezza, in un poeta, capace di dare voce all’amore.
LE QUARANTA PORTE
Prologo
Getta un sasso nell'acqua corrente. Sarà difficile vederne l'effetto. Un'increspatura dove la pietra rompe la superficie, poi un tonfo, soffocato dal fluire del fiume all'intorno.
Tutto qui.
Getta un sasso in un lago. L'effetto sarà ben visibile e molto più duraturo. La pietra sconvolge le acque tranquille.
Il cerchio che si forma dove ha colpito l'acqua subito si moltiplica, generandone un altro e un altro ancora. In breve le increspature suscitate da un unico plop si espandono, fino a poterle osservare su tutta la superficie a specchio. Solo quando raggiungono la riva, i cerchi si fermano e muoiono.
Per il fiume il sasso è solo l'ennesimo elemento di disturbo in un corso già tumultuoso. Niente di strano. Niente di ingestibile.
Il lago, invece, non sarà mai più lo stesso.
Per quarantanni la vita di Ella Rubinstein era stata un fluire di acque tranquille: un prevedibile corso di abitudini, esigenze e preferenze. Per molti aspetti monotona e banale ma non per questo noiosa. Negli ultimi vent'anni, ogni desiderio, ogni amicizia, ogni decisione erano passati per il filtro del suo matrimonio. Suo marito, David, un dentista di successo, lavorava sodo e aveva fatto un sacco di soldi. Lei sapeva da sempre che il loro non era un legame profondo, ma non è detto che un vincolo emotivo sia prioritario per una coppia sposata, pensava, soprattutto quando si sta insieme da così tanto tempo. In un matrimonio ci sono cose più importanti che la passione e l'amore; per esempio la comprensione, l'affetto, la compassione e soprattutto l'atto più divino che sia dato compiere a un essere umano, il perdono. Rispetto a tutto ciò l'amore è secondario.
A meno, naturalmente, di non vivere in un romanzo o in un film, dove i protagonisti sono persone fuori dal comune, e il loro amore è assoluto e straordinario.
In cima alle priorità di Ella c'erano i figli. Jeannette, una bella ragazza che frequentava il college, e due gemelli adolescenti, Orly e Avi. E poi c'era il loro Golden retriever di dodici anni, Spirit, compagno delle passeggiate mattutine di Ella nonché il suo amico più allegro, fin da quando era un cucciolo. Ormai Spirit era vecchio, sovrappeso, completamente sordo e quasi cieco, ed era chiaro che la sua ora era vicina, anche se Ella preferiva pensare che sarebbe vissuto in eterno. Del resto lei era fatta così. Non aveva mai affrontato la morte di niente, né di un'abitudine né di una fase e nemmeno di un matrimonio, neanche quando la fine le era apparsa davanti nella sua chiarezza e ineluttabilità.
I Rubinstein vivevano in una grande casa vittoriana di Northampton, Massachusetts, forse da restaurare un po'
ma ancora splendida, con le sue cinque camere e i tre bagni, il parquet lustro, il garage per tre macchine, le grandi portefinestre e il fiore all'occhiello: una Jacuzzi da esterno.
Avevano assicurazioni sulla vita e sulle auto, fondi pensione e fondi universitari per i figli, un conto in banca cointestato, e altri due appartamenti di prestigio oltre alla casa di Northampton: uno a Boston, l'altro a Rhode Island. Per avere tutto questo, lei e David non si erano risparmiati. Una casa grande e impegnativa, tre figli, mobili eleganti e nell'aria il profumo di una torta fatta in casa: per alcuni sarà un cliché, ma per loro era l'immagine di una vita ideale. Attorno a quella visione comune avevano costruito il loro matrimonio e realizzato gran parte dei loro sogni, se non tutti.
Per San Valentino suo marito le aveva regalato un pendente di brillanti a forma di cuore accompagnato da un biglietto:
Alla mia adorata Ella, donna dai modi gentili, dal cuore generoso, dalla pazienza di una santa. Grazie di avermi accettato come sono. Grazie di essere mia moglie. Tuo, David
Ella non lo aveva confessato a David, ma le era sembrato di leggere un necrologio. Ecco cosa scriveranno di me quando morirò, aveva pensato. E se fossero stati sinceri, avrebbero potuto aggiungere: avendo costruito tutta la sua vita attorno a marito e figli, Ella era priva di qualsiasi strategia di sopravvivenza per cavarsela da sola nelle difficoltà. Non era tipo da gettare la prudenza alle ortiche.
Persino cambiare marca di caffè era per lei uno sforzo sfiancante.
Ecco perché nessuno, nemmeno lei stessa, era riuscito a spiegarsi cosa fosse successo quando, nell'autunno del 2008, dopo vent'anni di matrimonio, Ella aveva presentato richiesta di divorzio.
Ma una ragione c'era: l'amore.
Non vivevano nella stessa città. Nemmeno nello stesso continente. Non solo li separavano moltissimi chilometri, ma erano diversi come la notte e il giorno. Avevano stili di vita così differenti che sembrava impossibile che riuscissero a sopportarsi, figuriamoci innamorarsi. Invece era successo. E anche in fretta, così in fretta che Ella non aveva fatto in tempo ad accorgersene e a difendersi, ammesso che dall'amore ci si possa difendere.
L'amore l'aveva colpita, improvviso e violento come un sasso scagliato da chissà dove nello stagno tranquillo della sua vita.
Ella
Northampton, 17 maggio 2008
Brezza primaverile, uccelli che cinguettavano fuori dalla finestra della cucina. In seguito quella scena le sarebbe tornata alla mente così tante volte da sembrarle, invece che un frammento di passato, un eterno presente, un momento che continuava a succedere da qualche parte nell'universo.
Erano tutti intorno alla tavola, quel sabato pomeriggio, riuniti per il pranzo. Suo marito si serviva abbondantemente di pollo fritto, il suo piatto preferito. Avi giocava con le posate come se fossero le bacchette di una batteria, mentre la sua gemella, Orly, cercava di calcolare quanti bocconi avrebbe potuto mandare giù senza rovinare la sua dieta da 650 calorie al giorno. Jeannette, che era al primo anno di college al Mount Holyoke, lì vicino, sembrava persa nei suoi pensieri mentre spalmava di formaggio cremoso una fetta di pane. C'era anche la zia Esther, che aveva fatto un salto per portare una delle sue famose torte marmorizzate e poi si era fermata per pranzo. Ella sapeva di avere un mucchio di cose da fare, ma non aveva voglia di alzarsi da tavola. Negli ultimi tempi non era capitato spesso che tutta la famiglia pranzasse insieme, e le sembrava un'occasione preziosa per ritrovarsi.
«Esther, Ella ti ha dato la bella notizia?» chiese David a un tratto. «Ha trovato un lavoro fantastico.»
Malgrado la laurea in letteratura inglese e la passione per i romanzi, dopo il college Ella non aveva fatto granché in quel campo, se si esclude qualche articoletto per alcune riviste femminili, la partecipazione a un circolo letterario o due e di tanto in tanto una recensione per le testate locali. Nient'altro. Un tempo aveva sognato di diventare un critico famoso, ma poi aveva finito per accontentarsi di seguire il corso della sua vita, che aveva fatto di lei una casalinga
operosa con tre figli e infinite responsabilità domestiche.
Non che se ne lamentasse. Fare la madre, la moglie, la padrona di un cane e la regina della casa la teneva occupata a sufficienza. E per fortuna non doveva pensare lei a mantenere la famiglia. Anche se nessuna delle sue amiche femministe dello Smith College aveva approvato la sua scelta, Ella era soddisfatta di fare la casalinga ed era felice che lei e suo marito potessero permetterselo. Inoltre non aveva mai abbandonato la sua passione per i libri e continuava a leggere con voracità.
Ma da qualche anno le cose stavano cambiando. I figli erano cresciuti e avevano messo in chiaro che non avevano più bisogno di lei come prima. Con troppo tempo libero e nessuno con cui trascorrerlo, Ella aveva cominciato a pensare alla possibilità di trovarsi un lavoro. David l'aveva incoraggiata, ma anche se continuavano a parlarne lei aveva lasciato cadere le opportunità che le si erano presentate, senza contare che i potenziali datori di lavoro sembrava cercassero sempre qualcuno più giovane o con più esperienza. Nel timore di un rifiuto dopo l'altro, aveva abbandonato la ricerca.
E tuttavia, nel maggio 2008, qualunque fosse stato l'ostacolo che le aveva impedito di trovarsi un lavoro per tutti quegli anni, inaspettatamente venne meno. Due settimane prima del suo quarantesimo compleanno Ella aveva cominciato a lavorare per un'agenzia letteraria di Boston.
Era stato il marito a trovarle quel posto, grazie a uno dei suoi clienti - o forse a una delle sue amanti.
«Oh, non è niente di che» si precipitò a dire Ella. «Lettrice part-time per un'agenzia letteraria.»
Ma David sembrava deciso a non permetterle di sminuire il suo nuovo lavoro. «Dai, dille che è un'agenzia famosa»
la esortò stringendole il braccio, e quando lei si schermì non gli restò che fare da sé. «È un lavoro prestigioso, Esther. Dovresti vedere gli altri collaboratori! Sono ragazze e ragazzi appena usciti dalle migliori università.
Ella è l'unica che sia tornata a lavorare dopo essere stata una madre di famiglia per anni e anni. Non è fantastica?»
Ella si era chiesta se, sotto sotto, suo marito non si sentisse in colpa per averla allontanata dalla carriera, oppure per averla tradita così spesso, queste le uniche spiegazioni che le venivano in mente per tanto entusiasmo.
Sempre sorridendo, David concluse: «Un bel coraggio.
Siamo tutti fieri di lei».
«Lei è un tesoro. Sempre stata» disse la zia Esther con un tono così commosso che sembrava che Ella avesse lasciato la tavola e se ne fosse andata per sempre.
Tutti le rivolsero uno sguardo pieno di tenerezza. Perfino Avi si astenne dai suoi commenti cinici e Orly una volta tanto sembrò preoccuparsi di qualcosa di diverso dal suo aspetto. Ella cercò di assaporare quel momento di calore, ma si sentì invadere da un senso di sfinimento mai provato prima. Segretamente si augurò che qualcuno cambiasse discorso.
Jeannette, la figlia maggiore, doveva aver captato quella preghiera, perché improvvisamente intervenne: «Anch'io ho una bella notizia!».
Tutti si voltarono verso di lei sorridenti, curiosi.
«Io e Scott abbiamo deciso di sposarci... Oh, lo so quello che state per dirmi, ragazzi... che ancora non abbiamo finito gli studi e bla bla bla, ma quello che dovete capire è che tutti e due ci sentiamo pronti per il grande passo» disse Jeannette.
Sul tavolo della cucina calò un silenzio carico di imbarazzo, e il calore che li aveva avvolti fino a un attimo prima lasciò il posto al gelo. Orly e Avi si scambiarono un'occhiata inespressiva e la zia Esther restò immobile con il bicchiere di succo di mela in mano. David mise giù la forchetta
come se improvvisamente gli fosse passata la fame e guardò Jeannette socchiudendo gli occhi color nocciola, segnati agli angoli dalle profonde rughe incise dal sorriso, anche se in quel momento sul suo volto tutto c'era tranne che il sorriso. La bocca era atteggiata a una smorfia, come se avesse appena trangugiato un sorso di aceto.
«Meraviglioso! Pensavo che sareste stati felici per me e invece mi tocca sorbirmi questa doccia fredda» piagnucolò Jeannette.
«Hai appena detto che ti vuoi sposare» replicò David come se Jeannette non avesse idea di quel che aveva detto e avesse bisogno di esserne informata.
«Papà, lo so che può sembrare un po' presto, ma Scott l'altro giorno me l'ha chiesto e io gli ho già risposto di sì.»
«Ma perché?» chiese Ella.
Dallo sguardo che le lanciò Jeannette, Ella si rese conto che non era il tipo di domanda che sua figlia si aspettava.
Avrebbe preferito sentirsi chiedere «Quando?» o «Come?». In entrambi i casi avrebbe significato che poteva
cominciare a cercarsi l'abito da sposa. Ma «Perché?» era tutta un'altra storia e l'aveva colta di sorpresa.
«Perché lo amo, immagino.» Nel tono di Jeannette c'era una punta di sarcasmo.
«Tesoro, quello che volevo dire è perché tanta fretta?» insistette Ella. «Sei incinta?»
La zia Esther si agitò sulla sedia, sul viso un'espressione dura, ansiosa. Dalla borsa prese una pastiglia per l'acidità di stomaco e cominciò a masticarla.
«Diventerò zio» disse Avi ridacchiando.
Ella prese la mano di Jeannette e la strinse appena. «Sai che puoi sempre dirci come stanno le cose. Questo lo sai, vero? Noi siamo dalla tua parte, sempre.»
«Mamma, per favore, la fai finita?» disse lei brusca, ritirando la mano. «Non sono incinta, non c'entra niente.
Mi stai mettendo in imbarazzo.»
«Cercavo solo di aiutarti» rispose Ella pacatamente.
Negli ultimi tempi la calma era per lei una condizione sempre più difficile da mantenere.
«Sì, insultandomi. Evidentemente l'unico motivo per cui puoi immaginare che Scott e io ci sposiamo è che lui mi abbia messa incinta! Non ti passa per la testa che potrei, dico potrei, voler sposare quel ragazzo solo perché lo amo? Sono già otto mesi che stiamo insieme.»
A quel punto Ella scoppiò a ridere. «Eh già, come se dopo otto mesi si potesse giudicare il carattere di un uomo! Sono vent'anni che io e tuo padre siamo sposati e perfino noi non possiamo sostenere di sapere tutto l'uno dell'altra. Otto mesi non sono niente in un rapporto!»
«A
Dio sono bastati sei giorni per creare l'universo intero»
s'intromise Avi con aria trionfante, ma le occhiate gelide dei commensali lo zittirono immediatamente.
Avvertendo che la tensione saliva, con gli occhi fissi sulla figlia maggiore e la fronte aggrottata e pensierosa,
David intervenne: «Tesoro, quello che la mamma sta cercando di dirti è che una cosa è stare insieme, un'altra sposarsi».
«Ma
pensavi che avremmo continuato così per sempre, papà?» chiese Jeannette.
Con un gran sospiro, Ella disse: «A essere sinceri, pensavamo che avresti trovato un ragazzo migliore. E poi sei troppo giovane per impegnarti in una relazione seria».
«Sai cosa penso, mamma?» ribattè Jeannette con una voce così piatta da risultare irriconoscibile. «Penso che tu stia proiettando su di me le tue paure. Ma il fatto che tu ti sia sposata tanto giovane e abbia fatto un figlio quando avevi la mia età non significa che io commetterò lo stesso errore.»
Ella si fece rossa come un peperone, come se avesse
preso un ceffone in piena faccia. Le riaffiorò il ricordo della sua gravidanza difficile e della nascita prematura di Jeannette. Da neonata e poi anche nella prima infanzia sua figlia le aveva succhiato tutte le energie, motivo per cui aveva aspettato sei anni prima di affrontare la gravidanza successiva.
«Cara, quando hai cominciato a uscire con Scott siamo stati felici per te» riprese David cautamente, cercando una strategia diversa. «Un bravo ragazzo, ma chissà che cosa deciderai di fare dopo la laurea? Tutto potrebbe cambiare, sai.»
Jeannette annuì appena come a segnalare un riluttante consenso. Poi disse: «Forse il problema è che Scott non è ebreo?».
David sbarrò gli occhi, incredulo. Si era sempre vantato di essere un padre colto e di larghe vedute, uno che
in casa evitava di fare commenti su razza, sesso e religione.
Jeannette, però, era implacabile. Rivolta di nuovo alla madre chiese: «Potresti guardarmi negli occhi e assicurarmi che faresti le stesse obiezioni se Scott fosse un giovanotto ebreo di nome Aaron?».
La voce di Jeannette era pungente, amara e sarcastica ed Ella temette che ci fosse dell'altro che ribolliva nel petto di sua figlia.
«Tesoro, sarò del tutto franca con te, anche se so che la cosa non ti farà piacere. So com'è bello essere giovani e innamorati. Credimi, lo so. Ma sposarsi con uno che viene da un mondo diverso è un grande azzardo e noi, come tuoi genitori, vorremmo che tu facessi la cosa giusta.»
«E chi vi dice che la cosa giusta per voi sarebbe quella giusta anche per me?»
La domanda aveva un po' sconcertato Ella, che fece un sospiro e si massaggiò la fronte come quando stava per venirle
l'emicrania.
«Lo amo, mamma. Questo non vuol dire niente per te?
Ce l'hai un vago ricordo di cosa significa? Lui mi fa battere forte il cuore. Non posso vivere senza di lui.»
Ella si sentì ridacchiare. Non era sua intenzione prendersi gioco dei sentimenti della figlia, ma l'impressione che diede era quella. Si sentiva molto nervosa senza sapere perché. Aveva litigato mille volte con Jeannette in passato, ma quel giorno le sembrava che stessero litigando per qualcosa di diverso, di molto più importante.
«Mamma, sei mai stata innamorata?» riprese Jeannette, con un'ombra di disprezzo nella voce.
«Adesso falla finita! Smettila di sognare a occhi aperti e torna sulla terra, va bene? Sei così, così...» gli occhi di Ella si spostarono verso la finestra in cerca della parola cruciale finché non venne fuori con «... romantica!»
«E che c'è di male a essere romantici?» chiese Jeannette, in tono offeso.
Effettivamente, che male c'era a essere romantici?, si chiese Ella. Da quando il romanticismo la infastidiva tanto? Pur non riuscendo a rispondere agli interrogativi che le si affollavano in mente, continuò: «Su tesoro! In che secolo vivi? Mettiti in testa che le donne non sposano l'uomo di cui si innamorano. Quando arrivano al dunque scelgono quello che saprà essere un bravo padre e un marito affidabile. L'amore non è altro che un dolce sentimento destinato a svanire in un baleno».
Quando ebbe finito di parlare Ella si voltò verso il marito.
David aveva giunto le mani davanti a sé, lentamente, come se si muovesse dentro l'acqua, e stava guardando sua moglie come se la vedesse per la prima volta.
«So perché fai così» disse Jeannette. «Sei gelosa della mia felicità e della mia giovinezza. Vorresti fare di me una casalinga infelice. Mi vorresti come te, mamma.»
Ella provò una strana sensazione, si sentì sprofondare,
come se avesse un gigantesco masso nello stomaco. Era una casalinga infelice? Una madre di mezza età incastrata in un matrimonio fallito? Era così che la vedevano i suoi figli? E il marito, anche lui? E gli amici e i vicini? All'improvviso ebbe la sensazione che tutti quelli che aveva intorno la compatissero segretamente, un sospetto così doloroso da mozzarle il fiato.
«Dovresti chiedere scusa a tua madre» intervenne David, rivolgendosi cupo a Jeannette.
«Non importa, non mi aspetto delle scuse» disse Ella abbattuta.
Jeannette le rivolse una smorfia di derisione e poi senza aggiungere altro spostò la sedia, gettò il tovagliolo da un lato e uscì dalla cucina. Un minuto dopo Orly e Avi la imitarono in silenzio, o per un insolito moto di solidarietà nei confronti della sorella maggiore o perché si erano annoiati di quelle chiacchiere da adulti. Poi si congedò la zia Esther, bofonchiando una scusa poco credibile e masticando energicamente l'ultima pasticca per l'acidità di stomaco.
David ed Ella rimasero a tavola, profondamente imbarazzati.
Per lei era doloroso dover affrontare quel vuoto che, come sapevano entrambi, non aveva niente a che fare con Jeannette, né con nessuno dei loro figli.
David prese in mano la forchetta e la ispezionò per un poco. «Allora, devo concludere che non hai sposato l'uomo che amavi?»
«Oh, ti prego, non volevo dire questo.»
«E che cosa volevi dire, allora?» replicò David, sempre rivolto alla forchetta. «Credevo che fossi innamorata di me quando ci siamo sposati.»
«Ero innamorata di te» disse Ella. Poi non riuscì a trattenersi: «Allora».
«E quand'è che hai smesso di amarmi?» chiese David impassibile.
Ella guardò suo marito piena di stupore, come una donna che non avesse mai visto prima il proprio riflesso e si tenesse per la prima volta uno specchio davanti al volto.
Aveva smesso di amarlo? Era un interrogativo che non si era mai posta prima. Avrebbe voluto rispondere, ma non le mancava tanto la volontà quanto le parole. A livello profondo sapeva che era di loro due che si sarebbero dovuti preoccupare e non dei figli; invece facevano quello che entrambi sapevano fare meglio: lasciar passare i giorni, lasciare che la routine prendesse il sopravvento e il tempo seguisse il suo corso di fatale torpore.
Cominciò a piangere, non riuscendo a dominare l'infinita tristezza che, senza che se ne fosse resa conto, era divenuta parte della sua natura. David, angosciato, distolse lo sguardo da lei. Tutti e due sapevano che lui detestava
vederla piangere tanto quanto lei detestava piangere davanti a lui. Per fortuna il telefono squillò proprio in quel momento salvandoli.
David tirò su la cornetta. «Pronto... sì, è qui. Gliela passo subito.»
Ella si ricompose e parlò facendo del suo meglio per suonare allegra. «Sì, sono io, Ella.»
«Salve, sono Michelle. Mi dispiace disturbarla durante il weekend» cinguettò una giovane voce femminile. «Solo che ieri Steve mi aveva chiesto di farle una chiamata per sentire come andavano le cose e io me ne sono dimenticata. È per caso riuscita a dare un'occhiata al manoscritto?»
«Oh.» Ella sospirò, ricordandosi solo in quel momento il compito che l'aspettava.
Il suo primo lavoro per l'agenzia era leggere un romanzo di uno sconosciuto autore europeo. Dopodiché avrebbe dovuto scrivere una scheda di lettura.
«Gli dica di non preoccuparsi. Ho cominciato a leggere»
mentì. Ambiziosa e ostinata, Michelle era il tipo di persona con cui era meglio non creare problemi già al primo lavoro.
«Ah, bene! E com'è?»
Ella ammutolì per un attimo, non sapendo che dire.
Non sapeva niente di quel manoscritto salvo che si trattava di un romanzo storico incentrato sulla vita del famoso poeta mistico Rumi che, come aveva scoperto, era stato definito «lo Shakespeare del mondo islamico».
«Oh è molto... mistico» ridacchiò sperando di cavarsela con una battuta.
Ma Michelle era tutta efficienza. «Bene» disse con fermezza. «Senta, penso che si debba mettere al lavoro. Scrivere
una scheda di lettura su un romanzo come quello può prenderle più tempo del previsto...»
Sentì un lontano borbottio al telefono mentre la voce di Michelle si affievoliva. Ella la immaginò intenta a una molteplicità di compiti in contemporanea - controllare le e-mail, leggere una recensione su uno dei suoi autori, dare un morso al tramezzino con l'insalata di tonno e laccarsi le unghie - il tutto mentre parlava al telefono.
«È sempre lì?» chiese Michelle dopo un minuto.
«Sì, ci sono.»
«Va bene. Senta, qui è un delirio. Io devo andare. Non si dimentichi la data di consegna, fra tre settimane.»
«Lo so» disse Ella bruscamente, cercando di apparire decisa. «Sarò puntuale.»
Ma la verità era che Ella non era affatto sicura di aver voglia di valutare quel manoscritto. In principio era stata così entusiasta e positiva. Le sembrava eccitante essere la prima a leggere un romanzo inedito di un autore sconosciuto e di avere un ruolo, per quanto piccolo, nel suo destino.
Ma adesso non era più così certa di riuscire a concentrarsi su un tema tanto irrilevante per la sua vita come il sufismo e su un periodo storico così distante come il Tredicesimo secolo.
Michelle doveva aver percepito la sua esitazione. «Qualche problema?» chiese. E poiché l'altra non rispondeva si fece insistente. «Senta, di me si può fidare.»
Dopo una pausa di silenzio, Élla decise di dirle la verità.
«È solo che non sono certa di essere nella condizione di spirito giusta in questi giorni per concentrarmi su un romanzo storico. Voglio dire: mi interessa Rumi e tutto il resto, solo che non so niente di questa roba. Forse mi potreste dare un altro romanzo, qualcosa che sia un po' più nelle mie corde.»
«Non è così che funziona» disse Michelle. «Crede di poter lavorare meglio con libri di cui conosce il tema? Assolutamente!
Non si aspetterà mica di lavorare solo su romanzi ambientati in Massachusetts perché vive in questo stato?»
«No, non volevo dire questo...» rispose Ella, e immediatamente si rese conto di aver pronunciato quelle parole troppe volte quel pomeriggio. Diede un'occhiata al marito per capire se anche lui se n'era accorto, ma l'espressione di David era difficile da decifrare.
«La maggior parte dei libri che ci passano per le mani non hanno niente a che fare con le nostre vite. Il nostro lavoro è così. Questa settimana mi sono occupata del romanzo di un'autrice iraniana che gestiva un bordello a Teheran ed è stata costretta a lasciare il paese. Avrei forse dovuto suggerirle di mandare il manoscritto a un agente iraniano?»
«No, certo che no» balbettò Ella sentendosi stupida e colpevole.
«La capacità di creare un legame con culture e popoli lontani non è forse il dono della buona letteratura?»
«Ma certo. Senta, dimentichi quello che ho detto. Avrà la mia scheda sulla sua scrivania prima della data concordata»
capitolò Ella, odiando Michelle per averla trattata come un'idiota e se stessa per essersi messa in quella condizione.
«Magnifico, è questo lo spirito giusto» concluse Michelle con la sua voce cantilenante. «Non mi fraintenda, ma tenga presente che qua fuori c'è una fila di gente che farebbe carte false per avere il suo lavoro. E tanti sono giovanissimi, avranno la metà dei suoi anni. Questo dovrebbe stimolarla.»
Quando mise giù la cornetta, Ella si accorse che David la fissava con un'espressione solenne e vagamente risentita.
Sembrava si aspettasse che avrebbero ripreso il discorso là dove lo avevano lasciato. Ma lei non aveva più voglia di tormentarsi sul futuro di sua figlia, ammesso che
fosse questo ciò che davvero li preoccupava.
Più tardi, quel giorno, Ella era seduta in veranda nella sua sedia a dondolo preferita, e guardava il tramonto rosso aranciato di Northampton. Il cielo era così vicino e così aperto che sembrava di poterlo toccare. La sua mente si
era calmata, esausta per le troppe vicende della giornata. Il resoconto mensile della carta di credito, le pessime abitudini alimentari di Orly, i brutti voti di Avi, la zia Esther e le sue tristi torte, la salute malferma di Spirit, la decisione di sposarsi di Jeannette, le storie clandestine di suo marito e la mancanza dell'amore nella sua vita... Uno dopo l'altro li aveva chiusi tutti in piccoli compartimenti stagni.
Con quello spirito Ella estrasse il manoscritto dalla busta e lo soppesò tra le mani. Il titolo era scritto sulla copertina in inchiostro violaceo: La dolce eresia.
Le avevano detto che nessuno sapeva granché dell'autore, un certo A.Z. Zahara, che viveva in Olanda. Il suo manoscritto era arrivato da Amsterdam insieme a una cartolina con l'immagine di uno sgargiante campo di tulipani rosa, gialli e viola e sul retro due righe tracciate da una mano delicata:
Gentili Signori/Signore,
saluti da Amsterdam.
La storia che vi mando si svolge nel Tredicesimo secolo, a Konya, nell'Asia Minore, ma sono profondamente convinto che attraversi i paesi, le culture e i secoli.
Spero che abbiate il tempo di leggere La dolce eresia, un romanzo storico e mistico, che racconta lo straordinario rapporto tra Rumi, massimo poeta e riverito capo spirituale dell'Islam, e Shams-i Tabriz, un derviscio oscuro e ribelle, dalle mille sorprese e dai mille scandali.
Che l'amore sia sempre con voi e voi siate sempre circondati di amore.
A.Z. Zahara
Ella capì che quella cartolina doveva aver stuzzicato la curiosità dell'agente. Ma Steve non aveva certo tempo di leggere il manoscritto di uno scrittore dilettante, così aveva passato il plico alla sua assistente, Michelle, che lo
aveva passato alla sua nuova assistente. E così La dolce eresia era approdato tra le mani di Ella.
Ed Ella non poteva certo immaginare che quello non sarebbe stato un libro qualunque, ma il libro che le avrebbe cambiato l'esistenza. Man mano che lo avesse letto, la sua vita sarebbe stata riscritta.
Ella girò la prima pagina. C'erano poche righe sull'autore.
A.Z.
Zahara, quando non è in giro per il mondo, vive ad Amsterdam con i suoi libri, i gatti e le tartarughe. La dolce eresia è il suo primo romanzo e, con ogni probabilità, anche l'ultimo. Non ha intenzione di diventare romanziere e questo libro è frutto solo del suo amore e della sua ammirazione per il grande filosofo mistico e poeta Rumi e per il suo amatissimo figlio, Shams-i Tabriz.
I suoi occhi scorsero la pagina ed Ella vi lesse qualcosa che risuonò stranamente familiare:
Perché, malgrado ciò che sostengono alcuni, l'amore non è solo un dolce sentimento destinato a svanire in un baleno.
Rimase a bocca aperta nel rendersi conto che era l'esatto contrario di quanto aveva detto a sua figlia in cucina poche ore prima. Per un momento rimase immobile, tremando al pensiero di essere spiata da una misteriosa forza nell'universo, oppure da questo scrittore, chiunque egli fosse. Forse aveva scritto quel libro sapendo in anticipo che tipo di persona lo avrebbe letto per prima. Quello scrittore aveva pensato a lei come sua lettrice. Per ragioni che le sfuggivano, Ella trovava quell'idea al tempo stesso inquietante ed eccitante.
Per tanti versi il Ventunesimo secolo non è così diverso dal Tredicesimo. Entrambi saranno ricordati nella storia come tempi di inauditi scontri e incomprensioni religiose e culturali e per il senso diffuso di insicurezza e paura del diverso. In periodi come questi il bisogno di amore è più forte che mai.
Improvvisamente fu colpita da un vento freddo e impetuoso che cominciò a soffiare nella sua direzione e a far mulinare le foglie sulla veranda. La bellezza del tramonto andava morendo a occidente e l'aria sembrava opaca, priva di gioia.
Perché l'amore è l'essenza stessa e lo scopo della vita.
Come Rumi ci ricorda, colpisce tutti, anche coloro che lo fuggono, perfino coloro che usano la parola «romantico» in segno di disapprovazione.
Ella era esterrefatta, come se avesse letto: «L'amore colpisce tutti indifferentemente, perfino una casalinga quarantenne di Northampton di nome Ella Rubinstein».
Un istinto viscerale le suggeriva di mettere da parte il manoscritto, rientrare in casa e chiamare Michelle per dirle che non avrebbe in nessun caso potuto scrivere una scheda su quel romanzo. Invece inspirò profondamente, voltò pagina e cominciò a leggere...
L.Z. Zahara
La dotce eresia
Romanzo
I mistici sufi dicono che ilsegreto del Corano è celato nella sura aprente della Fatiha.
<E il segreto della Fatiha è celato nella formula Bismillah ar-rahman arrahim.
<E la quintessenza di (Bismillah è la lettera Ba, e sotto quella lettera c'è un punto...
Ilpunto sotto la 6a rappresenta l'universo intero.
il Mathnawi inizia per (B,
come tutti i capitoli di questo romanzo.
Prefazione
Brutali scontri religiosi, dispute politiche, infinite lotte per il potere: il Tredicesimo secolo in Anatolia fu un periodo turbolento. In Occidente i crociati, sulla via per Gerusalemme, occuparono e saccheggiarono Costantinopoli e condussero alla spartizione dell'Impero bizantino.
In Oriente la ferrea disciplina del loro esercito consentì ai mongoli una rapida espansione sotto il genio militare di Gengis Khan. E a cavallo tra Oriente e Occidente, si diedero battaglia le varie tribù turche, mentre i bizantini cercavano di recuperare territori, ricchezza e potere perduti.
Fu un tempo di caos senza precedenti, cristiani contro cristiani, cristiani contro musulmani, musulmani contro musulmani.
Ovunque predominavano ostilità e sofferenza, e l'atroce terrore di quel che ancora poteva succedere.
In quest'epoca tumultuosa visse un celebre studioso islamico, Jalal ad-Din Rumi. Da molti chiamato mawlana, «nostro maestro», ebbe migliaia di discepoli e adoratori
provenienti da tutta la regione e anche oltre, e fu considerato il faro dei musulmani.
Nel 1244 Rumi conobbe Shams, derviscio errante anticonvenzionale nel comportamento ed eretico nelle convinzioni.
Quell'incontro cambiò la vita di entrambi e allo stesso tempo segnò l'inizio di un'amicizia tenace ed esclusiva che i sufi paragonarono, nei secoli successivi, all'u nione tra due oceani. La frequentazione di questo compagno d'eccezione trasformò il teologo tradizionalista Rumi in mistico impegnato, poeta appassionato, cantore dell'amore e inventore della danza estatica dei dervisci rotanti.
Da quell'incontro Rumi attinse il coraggio necessario a liberarsi di regole e prescrizioni. In un'era di fede cieca e bigotta e di scontri violenti, rappresentò una spiritualità universale, aprendo la porta a gente di ogni provenienza.
Rumi divenne simbolo non del jihad, «la guerra contro gli infedeli» che molti conducevano allora esattamente come oggi, rivolgendola verso l'esterno, bensì di orientato sull'interiorità, il cui scopo era combattere e infine sconfiggere il proprio ego, il nafs.
Non tutti però accolsero con favore queste idee, proprio come non tutti aprono il cuore all'amore. Il potente vincolo spirituale tra Shams e Rumi fu oggetto di voci maliziose, calunnie, vere e proprie aggressioni. Furono fraintesi, invidiati, offesi e infine traditi da chi era loro più vicino.
Tre anni dopo il loro incontro, furono tragicamente divisi.
Ma la storia non finì qui.
A dire il vero, quella storia non è mai finita. Oggi, a quasi ottocento anni di distanza, lo spirito di Shams e di Rumi ancora vive e danza vorticoso in qualche luogo attorno a noi..
Il sicario
Alessandria, novembre 1252
Bene, ora è morto, sprofondato nelle nere acque di un pozzo. Ma i suoi occhi mi seguono ovunque vada, vividi e imperiosi, come due cupe stelle minacciose, cariche di presagi, sospese nel cielo che mi sovrasta. Sono venuto ad Alessandria nella speranza che, se fossi andato abbastanza lontano, sarei riuscito a sfuggire alla lama di quel ricordo, a soffocare l'urlo che mi rimbomba nella testa, l'ultimo grido prima che sbiancasse in volto e strabuzzasse gli occhi mentre dalla gola esalava un ultimo convulso respiro, l'addio di un uomo trafitto dal pugnale. L'ululato di un lupo preso in trappola.
Quando uccidi qualcuno ti resta addosso qualcosa della vittima: un sospiro, l'odore, un gesto. La chiamo «la maledizione della vittima». Ti si appiccica addosso, ti penetra sotto pelle, arriva al cuore e così continua a viverti dentro. Chi mi vede per strada non può saperlo, ma in me porto le tracce di ogni uomo che ho ucciso. Le porto al collo come catene invisibili, ne sento il peso e la stretta sulla pelle. Per quanto sia scomodo, mi sono abituato a vivere con questo fardello e l'ho accettato come parte del mio mestiere. Da quando Caino tolse la vita ad Abele, in ogni assassino respira la vittima, almeno questo lo so. Non è un problema. Non più. Ma allora perché sono rimasto così scosso dopo l'ultima volta?
Stavolta è stato tutto diverso, fin dal principio. Per esempio il modo in cui ho trovato l'ingaggio, o forse dovrei dire il modo in cui l'ingaggio ha trovato me. Nel 1247, a fine autunno, lavoravo a Konya per la tenutaria di un bordello, un ermafrodito celebre per le sue collere e le sue sfuriate. Dovevo aiutarla a controllare le puttane e a intimorire i clienti che si comportavano male.
Ricordo nitidamente quel giorno. Inseguivo una ragazza scappata dal bordello in cerca di Dio. Una fanciulla bellissima, cosa che mi angosciava terribilmente perché non appena l'avessi trovata avrei dovuto sfigurarla al
punto che nessun uomo avrebbe più voluto posarle gli occhi addosso. Ero quasi riuscito ad acciuffare quella stupida quando trovai sulla soglia di casa una misteriosa lettera.
Non avevo mai imparato a leggere, così la portai alla madrasa, dove pagai uno studente perché me la leggesse.
Scoprii che era una lettera anonima, firmata: «Alcuni veri credenti». Iniziava così:
Abbiamo saputo da una fonte attendibile da dove vieni e chi sei veramente. Eri uno degli Assassini! Sappiamo anche che dopo la morte di Hasan Sabbah e l'incarcerazione dei tuoi capi la vostra setta non è più quella di una volta. Sei venuto a Konya per sfuggire alla legge e da allora ti nascondi.
La lettera continuava dicendo che avevano urgente bisogno dei miei servigi per una questione della massima importanza. Mi assicuravano una paga soddisfacente. Nel caso fossi stato interessato dovevo presentarmi quella stessa sera dopo il tramonto in una locanda ben conosciuta.
Giunto lì avrei dovuto sedermi al tavolo più vicino alla finestra, con le spalle alla porta, la testa china e gli occhi fissi a terra. Presto la persona o le persone che volevano assoldarmi mi avrebbero raggiunto e mi avrebbero dato le informazioni necessarie. Per tutto il tempo avrei
dovuto tenere la testa abbassata: al loro arrivo, alla loro partenza e durante tutta la conversazione non avrei dovuto guardarli in volto.
Era una lettera strana. Ma d'altra parte ero abituato ai capricci dei miei clienti. Nel corso degli anni ero stato avvicinato dai personaggi più disparati e quasi tutti volevano mantenere l'anonimato. L'esperienza mi aveva insegnato che nella maggior parte dei casi più un cliente si affannava a nascondere la sua identità, più era vicino alla vittima; ma non erano affari miei. Il mio compito era uccidere, non indagare sulle ragioni per cui mi si offriva il lavoro. Da quando avevo lasciato Alamut, anni prima, quella era la vita che mi ero scelto.
D'altra parte era raro che facessi domande. Perché mai avrei dovuto? Tutti quelli che conoscevo avevano almeno
una persona di cui avrebbero voluto sbarazzarsi. Il fatto che non facessero niente in merito non significava necessariamente che fossero immuni dal desiderio di uccidere.
In verità tutti abbiamo in noi la potenzialità di uccidere. La gente non se ne rende conto finché non le capita. Si ritengono incapaci di farlo, ma è solo questione di coincidenze. A volte basta una sola mossa a infiammare gli animi. Un malinteso costruito a bella posta, uno scontro su un nonnulla o anche solo il trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato può scatenare una vena di follia distruttiva in persone altrimenti tranquille e perbene. Chiunque può uccidere. Ma uccidere uno sconosciuto a sangue freddo non è da tutti. E lì entravo in scena io.
Io facevo il lavoro sporco per gli altri. Perfino Dio aveva riconosciuto il bisogno di uno come me nel suo progetto divino quando assegnò ad Azrael, l'Arcangelo della Morte il compito di mettere fine alla vita. Così gli esseri umani avrebbero temuto, odiato e maledetto l'angelo, mentre le sue mani restavano pulite e il suo nome imma colato. Un'ingiustizia nei confronti dell'angelo, ma d'altra parte questo mondo non è famoso per la sua giustizia, o sbaglio?
Scesa la notte andai alla locanda. Il tavolo vicino alla finestra era occupato da un uomo col volto sfregiato che sembrava dormire. Pensai di svegliarlo e dirgli di spostarsi altrove ma non si sa mai come può reagire un ubriaco e io dovevo badare a non attirare troppo l'attenzione. Così mi sedetti al primo tavolo libero, rivolto alla finestra.
Poco dopo arrivarono due uomini che mi si sedettero a fianco, uno a destra e uno a sinistra, in modo che non potessi vederli in volto. Tuttavia non c'era bisogno di vederli per capire che erano giovanissimi e del tutto impreparati al passo che stavano per compiere.
«Ci sei stato molto raccomandato» esordì uno di loro, in tono più ansioso che cauto. «Ci hanno detto che sei il migliore.»
Si
erano espressi così goffamente che a stento repressi il sorriso. Mi resi conto che avevano paura di me. E questa era una buona cosa perché se avevano paura di me non avrebbero osato ingannarmi, per cui dissi: «Sì, è così.
Sono il migliore: per questo mi chiamano Testa di Sciacallo.
Non ho mai scontentato i miei clienti, nemmeno nei casi più difficili».
«Bene» sospirò quello. «Perché probabilmente non sarà facile.»
Poi toccò all'altro parlare. «Allora, c'è questo tizio che si è fatto troppi nemici. Da quando è arrivato in città non ha portato altro che guai. Lo abbiamo già avvertito diverse volte, ma non vuole darci retta. Anzi, semmai è diventato ancora più ostile. Non ci lascia altra scelta.»
Era sempre così. Ogni volta, prima di concludere un contratto, i clienti cercavano di darmi qualche spiegazione, come se la mia approvazione potesse in qualche modo alleviare la gravità delle loro intenzioni.
«Capisco benissimo. Ora, di chi si tratta?» chiesi.
Mi parvero riluttanti a fare un nome, e mi offrirono invece qualche vaga descrizione.
«È un eretico che non c'entra niente con l'Islam. Un ribelle, tutto sacrilegio ed eresia. Un derviscio errante, un cane sciolto.»
A quest'ultima definizione mi venne la pelle d'oca sulle braccia. Il cervello cominciò a frullare freneticamente.
Avevo ucciso gente d'ogni sorta, giovani e vecchi, uomini e donne, ma mai un derviscio, un uomo di fede. Avevo anch'io le mie superstizioni, non volevo attirare su di me la collera di Dio, perché malgrado tutto credevo in Dio.
«Temo di dover rifiutare. Non intendo ammazzare nessun derviscio. Rivolgetevi a qualcun altro.»
Feci per andarmene, ma uno dei due mi bloccò afferrandomi la mano con fare supplichevole. «Aspetta, ti prego. Il compenso sarà pari all'impegno. Qualunque sia la tua tariffa, siamo disposti a raddoppiarla.»
«Diciamo triplicarla?» rilanciai, convinto che non sarebbero stati disposti ad arrivare a tanto.
Con mia sorpresa, invece, dopo una breve esitazione, acconsentirono entrambi. Tornai ad appoggiare la schiena alla sedia, turbato. Con quei soldi mi sarei finalmente potuto permettere di versare la somma necessaria per una moglie e sposarmi, vivere dignitosamente non sarebbe più stato un problema.
Derviscio o no, per una somma simile
valeva la pena uccidere chiunque.
Come potevo immaginare allora che stavo commettendo l'errore più colossale della mia vita e che avrei trascorso il resto dei miei giorni a rimpiangerlo? Come potevo immaginare che assassinare il derviscio sarebbe stato così difficile e che, molto tempo dopo la sua morte, la lama del suo sguardo avrebbe continuato a perseguitarmi ovunque?
Cinque anni sono passati da quando l'ho pugnalato in quel cortile gettando poi il suo corpo in un pozzo, aspettando di sentire un tonfo che non udii mai. Nessun suono.
Fu come se, invece di cadere in acqua, fosse salito verso il cielo. Ancora non riesco a dormire senza incubi, e se guardo l'acqua, qualsiasi fonte d'acqua, per più di qualche secondo, il mio corpo è stretto da un'agghiacciante sensazione di orrore e scosso da conati di vomito
