LA REALTÀ DUALE: DALLA RUSSIA AI TALK SHOW ITALIANI
Filippo Piperno
05/01/2026
Uno dei concetti più utili per comprendere la resilienza della propaganda russa contemporanea è quello di realtà duale, ripreso qualche giorno fa in un articolo di Federico Rampini sul Corriere della Sera. Non si tratta di una tecnica comunicativa occasionale né di una patologia nazionale, ma di una struttura sociale consolidata, sedimentata nel tempo.
La realtà duale descrive un sistema nel quale convivono due mondi paralleli. Da un lato, una repressione dura e selettiva che colpisce chi oltrepassa i confini del consentito: oppositori politici, giornalisti indipendenti, attivisti. Dall’altro, una vita apparentemente normale per chi accetta di restare entro quei confini: lavoro, consumo, cultura, persino una certa esposizione all’Occidente, purché priva di contenuto politico esplicito. Il messaggio implicito è semplice: puoi vivere, a patto di non esistere politicamente.
Questa ambiguità affonda le sue radici nell’esperienza sovietica. Nell’Urss la propaganda non mirava principalmente a convincere, ma a disciplinare. Come ha scritto George Orwell in 1984, il doublethink non è la semplice menzogna, ma la capacità di “sostenere simultaneamente due convinzioni contraddittorie e accettarle entrambe”. Non è richiesta fede; è richiesta obbedienza cognitiva.
La propaganda sovietica descriveva il Paese come un paradiso socialista mentre milioni di persone venivano deportate nei gulag. Le due narrazioni non si annullavano a vicenda: convivevano. Il cittadino non era chiamato a credere che nulla di terribile stesse accadendo, ma a comportarsi come se ciò che accadeva non avesse rilevanza pubblica. La verità diventava un fatto privato e, proprio per questo, politicamente irrilevante.
Questa dinamica è stata descritta con lucidità anche da Hannah Arendt, quando osservava che nei sistemi totalitari la menzogna non serve tanto a far credere il falso, quanto a distruggere l’idea stessa di una realtà condivisa. Quando tutto può essere vero e falso allo stesso tempo, il problema non è più la verità, ma il potere di decidere quando essa conta.
Il doppio pensiero diventa così una competenza sociale. Dire una cosa e pensarne un’altra non è ipocrisia: è sopravvivenza. Ancora più spesso, è la capacità di sospendere il pensiero critico nei contesti pubblici e riattivarlo, eventualmente, nello spazio privato.
La Russia post-sovietica ha ereditato e aggiornato questo schema. Il sistema attuale non è una dittatura totalitaria classica, ma un regime autoritario che combina repressione esemplare e permissività selettiva. La violenza politica è reale, ma non onnipresente. È calibrata, visibile quanto basta per funzionare da deterrente. La normalità quotidiana è concessa come contropartita del silenzio.
In questo contesto, la menzogna perde il suo statuto morale. Non è più una deviazione etica, ma uno strumento funzionale. Dire oggi una cosa e domani il suo contrario non produce dissonanza cognitiva, perché la coerenza non è un valore pubblico. Ciò che conta non è la verità, ma la conformità al contesto. La realtà diventa plastica, negoziabile, reversibile.
L’efficacia della propaganda russa all’estero
Questo spiega anche l’efficacia della propaganda russa all’estero. Non perché “menta meglio”, ma perché nasce in una cultura politica in cui la verità non è mai stata un bene comune, bensì una variabile di rischio. La propaganda non mira a convincere tutti, ma a confondere, a stancare, a rendere impossibile una narrazione condivisa dei fatti. Non costruisce consenso: dissolve il terreno stesso su cui il consenso potrebbe formarsi.
Per l’osservatore occidentale, abituato a pensare lo spazio pubblico come luogo di confronto tra versioni alternative ma verificabili della realtà, questo atteggiamento appare scandaloso. Per chi è cresciuto nella realtà duale, appare semplicemente pragmatico. La menzogna non è un incidente del sistema: è una sua risorsa strutturale.
In questo senso, la Russia non esporta solo disinformazione. Esporta un modello politico e cognitivo, in cui la verità non coincide con ciò che accade, ma con ciò che non crea problemi. Un modello che non nasce con Vladimir Putin, ma che in lui trova un interprete particolarmente efficiente. Ed è forse questa continuità storica, più che qualsiasi contingenza geopolitica, a spiegare perché la menzogna, in quel contesto, non scandalizzi: semplicemente, funziona.
In questa prospettiva, il modello della realtà duale non resta confinato entro i confini russi. Esso tende a diffondersi e a essere adottato, in forme adattate, anche in contesti democratici nei quali il controllo politico non passa attraverso la repressione diretta, ma attraverso la normalizzazione della contraddizione.
Lo spazio pubblico italiano
Anche nello spazio pubblico italiano è possibile osservare dinamiche che ricordano, in versione attenuata, questo schema cognitivo. In particolare, una parte del commentariato politico-mediatico che occupa stabilmente le fasce della prima serata tv sembra aver interiorizzato un principio simile: la coesistenza, nello stesso discorso, di affermazioni tra loro incompatibili, senza che ciò produca imbarazzo o necessità di chiarimento.
In questi casi, non si tratta di semplice disinformazione o di errore fattuale. Piuttosto, si assiste alla sospensione del criterio di coerenza come valore pubblico. Dichiarazioni che in altri contesti richiederebbero una verifica rigorosa vengono presentate come opinioni equivalenti, collocate sullo stesso piano di fatti accertati, senza che venga mai ricostruita una gerarchia tra vero, falso e indimostrabile.
Il meccanismo è simile, pur in un ambiente radicalmente diverso: la realtà non viene negata frontalmente, ma resa opaca. Non si chiede allo spettatore di credere a una versione dei fatti, bensì di accettare che tutte le versioni siano ugualmente plausibili o, al contrario, ugualmente irrilevanti. La contraddizione non viene risolta; viene normalizzata.
In questo modo, la menzogna perde anche qui il suo carattere eccezionale. Non appare più come una deviazione rispetto a una norma condivisa, ma come una delle tante modalità discorsive disponibili. Il risultato non è la costruzione di consenso attorno a una tesi, bensì l’erosione progressiva dello spazio stesso in cui il consenso potrebbe formarsi sulla base di elementi comuni.
La differenza fondamentale rispetto al caso russo resta ovviamente il contesto istituzionale: in Italia non esiste una repressione sistematica del dissenso politico, né una sanzione diretta per chi esce dai binari. Tuttavia, la convergenza sul piano comunicativo è significativa. In entrambi i casi, la realtà viene trattata come un materiale flessibile, adattabile alle esigenze del momento, privo di un nucleo stabile che obblighi alla responsabilità.
È in questo senso che il modello della realtà duale mostra la sua pericolosa esportabilità. Non come imitazione consapevole di un sistema autoritario, ma come adozione graduale di una postura mentale: quella per cui la verità non è ciò che accade, ma ciò che può essere detto senza conseguenze immediate. Una postura che, una volta normalizzata, tende a svuotare dall’interno anche gli spazi democratici formalmente integri.
