Trema la Repubblica islamica: la rivoluzione che nessuno vuole raccontare
Alessandra Libutti
Era dalle proteste esplose dopo l’uccisione di Mahsa Amini, nel 2022, che non si vedevano sollevazioni popolari di questa portata. Allora, al regime, servirono oltre tre mesi di repressione brutale per soffocare le rivolte, con Ali Khamenei costretto a rifugiarsi in località segrete. Seguì una stretta senza precedenti: arresti di massa, processi sommari, esecuzioni – oltre mille l’anno – e una persecuzione sistematica di ogni forma di dissenso. Per un periodo, quella violenza riuscì a congelare la piazza.
Ma il regime non è mai riuscito a riconquistare il controllo sociale. Il velo obbligatorio, pilastro simbolico della Repubblica islamica, non è più stato imposto con efficacia. La sua contestazione è diventata una bandiera del dissenso e, nelle grandi città, troppe donne hanno smesso di indossarlo perché la coercizione potesse funzionare. È stata una sconfitta simbolica, il segnale della perdita di autorità dello Stato su ampi settori della società.
All’interno, il regime è sempre più isolato da una popolazione largamente ostile, stremata da condizioni economiche drammatiche: inflazione fuori controllo, disoccupazione, crollo del potere d’acquisto, servizi essenziali al collasso. Da anni il sistema vacilla, tra repressione e una generazione che non ha più paura.
Sul piano internazionale, l’Iran ha perso gran parte del suo peso strategico. La sconfitta di Hamas, l’indebolimento di Hezbollah e il ridimensionamento degli Houthi hanno eroso l’architettura delle proxy regionali che per anni avevano garantito a Teheran influenza nel Medio Oriente. Quel “confine esterno” che proteggeva il regime e gli permetteva di proiettare potere è oggi fortemente compromesso.
Nel frattempo è caduto anche Assad in Siria, un colpo pesantissimo sia per Mosca che per Teheran. La Siria di Assad era il principale alleato arabo dell’Iran e il pilastro centrale del cosiddetto “asse della resistenza” contro Israele e Stati Uniti. Attraverso Damasco, Teheran poteva proiettare potenza nel Levante, evitare l’isolamento regionale come potenza sciita non araba e, soprattutto, mantenere aperto il corridoio terrestre verso il Libano, indispensabile per armare, finanziare e sostenere Hezbollah. È per questo che, dal 2011 in poi, l’Iran ha investito decine di miliardi di dollari, consiglieri dei Pasdaran e migliaia di miliziani sciiti per salvare Assad: senza quell’intervento, il regime siriano sarebbe probabilmente crollato prima.
Restava l’ultima carta: il nucleare. Un possibile accordo con l’Occidente e la rimozione delle sanzioni avrebbero potuto offrire ossigeno economico. Ma anche questa prospettiva è saltata, travolta dagli attacchi israeliani contro le infrastrutture nucleari, che hanno reso evidente quanto il margine di manovra del regime si sia ridotto.
La Repubblica islamica è rimasta in piedi soprattutto per l’assenza di alternative credibili e per la volontà internazionale, spesso riluttante, di mantenerla come male conosciuto. Ma questa stabilità apparente nasconde un vuoto profondo. Gli iraniani sono divisi, frammentati, finora incapaci di convergere su un progetto politico condiviso per il dopo. Eppure hanno un nemico comune: un regime in putrefazione, che trascina il Paese verso il fondo.
È dalla Rivoluzione Verde del 2009 che l’Iran esplode ciclicamente in rivolte popolari: ogni tre o quattro anni, il Paese torna in piazza. Ogni volta con numeri più ampi, ogni volta con un grado di determinazione maggiore. Non sono fiammate isolate, ma colpi ripetuti che picconano dall’interno un regime sempre più fragile. La repressione riesce a soffocare le rivolte, ma non a ricostruire l’autorità.
Queste proteste sono diverse – e più pericolose per il regime – perché segnano un salto di qualità rispetto alle ondate precedenti. Gli iraniani hanno interiorizzato la lezione del 2022: non più mobilitazioni spontanee facilmente isolabili, ma gruppi organizzati, radicati localmente e guidati da leadership diffuse, difficili da decapitare. Due anni fa, in un’intervista, Mohsen Sazegara, uno dei fondatori dei Pasdaran poi passato all’opposizione, mi disse che il movimento iraniano aveva compreso le proprie debolezze strutturali delle rivolte del 2022. Gli attivisti, raccontava, avevano iniziato a formarsi in modo sistematico, a usare i social media non più soltanto come strumenti di testimonianza, ma anche come mezzi di coordinamento operativo, e soprattutto a lavorare alla costruzione di una leadership riconosciuta e diffusa, capace di superare la dimensione studentesca e puramente simbolica. È forse per questo che, a differenza del 2022, il tema della leadership è oggi emerso con forza. In oltre trenta città coinvolte dalle rivolte, il messaggio è stato uniforme: “lunga vita allo Shah”, un richiamo che segnala la ricerca di un riferimento politico condiviso.
Questa volta esistono protocolli di sicurezza, reti di informazione sul campo che aggiornano in tempo reale sugli spostamenti delle forze di repressione e vere e proprie operazioni di deterrenza contro polizia e Pasdaran. Soprattutto, la protesta – che si è estesa perfino Qom, la roccaforte sciita – non si limita più alla piazza: in diversi casi si passa all’attacco e all’occupazione di uffici governativi, sedi del potere locale e perfino installazioni militari; e poi la rimozione di statue e di telecamere di sorveglianza. È il passaggio dalla contestazione alla sfida coordinata, fatta di target e mirata al controllo territoriale.
Che la Repubblica islamica tema di non essere in grado di riprendere il controllo lo si deduce dalla telefonata d’emergenza del 30 dicembre, in cui il presidente Masoud Pezeshkian, ha contattato Vladimir Putin per chiedere il sostegno di Mosca nella gestione e nella repressione delle proteste in corso. Poche ore dopo, sono atterrati a Teheran alcuni aerei russi provenienti dalla Bielorussia, un dettaglio che ha alimentato vari sospetti: dal supporto logistico all’estrazione di personale dalle ambasciate. Poi, il primo di gennaio, l’aeroporto di Teheran è stato chiuso.
Un eventuale coinvolgimento diretto di Russia e Cina a sostegno del regime iraniano rischierebbe di aprire uno scenario molto simile a quello del Myanmar dopo il colpo di Stato del 2021. In quel caso, l’appoggio politico, militare e tecnologico di Mosca e Pechino ha permesso alla giunta di sopravvivere, trasformando una crisi interna in una repressione strutturata e di lungo periodo. Per l’Iran significherebbe poter contare su equipaggiamenti antisommossa, addestramento delle forze di sicurezza, intelligence e cyber-sorveglianza. Ma questo tipo di sostegno ha un costo: consolida una dipendenza strutturale da potenze esterne, radicalizza lo scontro con la società e trasforma la crisi in una guerra permanente.
Un altro aspetto da considerare è che un coinvolgimento più diretto da parte di Russia e Cina a sostegno di Teheran aprirebbe un ulteriore fronte di pressione per entrambe, ma soprattutto per Mosca, in un momento di fragilità estrema. La Russia è già militarmente, economicamente e politicamente assorbita dalla guerra in Ucraina, e con una crescente dipendenza proprio da Pechino. Per Mosca, l’Iran potrebbe passare da alleato utile a zavorra strategica.
Su questo punto la storia è istruttiva. Mosca non è riuscita a correre in aiuto di Bashar al-Assad quando il suo regime è entrato nella fase terminale. La Russia, che per anni aveva garantito la sopravvivenza di Damasco non disponeva più né delle risorse per intervenire come in passato. La guerra in Ucraina ha assorbito uomini, mezzi e attenzione politica, trasformando l’alleanza siriana da asset a fardello. Il fatto che Assad sia caduto senza un intervento russo segnala i limiti attuali di Mosca: se non è riuscita a salvare un alleato vitale come la Siria, difficilmente può permettersi di aprire un nuovo fronte operativo a sostegno dell’Iran senza esporsi a un sovraccarico che rischierebbe di accelerarne l’indebolimento.
Sul fronte israeliano, a differenza di quanto avvenuto alcuni mesi fa, quando Benjamin Netanyahu si era rivolto direttamente agli iraniani, questa volta Israele ha scelto il silenzio. Un’assenza di dichiarazioni che appare tutt’altro che casuale. La linea sembra essere quella di non offrire a Teheran l’occasione di esternalizzare la crisi, trasformando una rivolta interna in un confronto con il “nemico sionista” e alimentando la consueta retorica dell’accerchiamento. Restare fuori consente di lasciare il regime a cuocere nel suo brodo.
C’è poi la questione del silenzio mediatico internazionale. Ancora una volta, di fronte a rivolte popolari in Iran, i grandi quotidiani globali abbassano il volume. L’Iran resta un terreno scivoloso. I diritti delle donne e il sacrificio delle ragazze uccise per il velo vengono evocati con facilità, ma guai a mettere realmente in discussione il regime. La rivoluzione islamica continua a essere, per una parte significativa del progressismo occidentale, un simbolo intoccabile: il cuore della retorica contro l’“Occidente corrotto”, uno snodo storico e ideologico da cui non ci si è mai emancipati. Poco importa che, una volta al potere, Khomeini abbia fatto massacrare decine di migliaia di marxisti e oppositori: si possono condannare gli eccessi repressivi, purché il mito resti in piedi.
La caduta della Repubblica islamica farebbe forse meno rumore di quella dell’impero sovietico, ma avrebbe una portata storica comparabile. E la rimozione non riguarda solo la sinistra, infatti, neppure la destra sovranista e filorussa ha interesse a raccontare un Iran in fiamme, perché Teheran è un tassello dell’asse anti-occidentale e anti-globalista. Così il racconto viene attenuato, diluito, rinviato. Si fa finta che non stia accadendo nulla, o che si tratti dell’ennesima protesta economica destinata a spegnersi, nella speranza che anche questa volta il regime sopravviva e l’equilibrio, per quanto marcio, resti intatto.
