RITORNO A LACAN
(per oltrepassarlo)
Massimo Recalcati
Estratto da Filosofia e Psicoanalisi Le parole e i soggetti
a cura di Davide D’Alessandro
Recensione
Questo testo del 2019 è una sorta di “manifesto” della posizione di Recalcati: tornare a Lacan per andare oltre Lacan. La stessa tensione si ritrova poi nel libro più recente e sintetico che Recalcati ha dedicato al maestro: Jacques Lacan (Feltrinelli, ottobre 2023), dove il ritorno non è mai ripetizione, ma creazione.
«Lacan, diversamente da Freud, incoraggia l’eredità come oltrepassamento, deviazione, rifiuto del dogmatismo, creazione, invenzione. […] Se invece mi guardo attorno i gruppi lacaniani rivendicano ciascuno la propria purezza ortodossa interpretando l’eredità come pura conservazione e clonazione della dottrina di Lacan.» Ricorda la frase di Lacan a Caracas (1980): «Siate pure lacaniani, se volete. Io sono freudiano».
Recalcati racconta il suo “rovesciamento” scolastico grazie all’innamoramento per la professoressa di lettere: «Mi sono innamorato. Ero in ritardo ma ancora in tempo. È sempre così in fondo. Siamo sempre in ritardo ma ancora in tempo».
RITORNO A LACAN
Chi è lo psicoanalista?
Lacan diceva che non esiste l’“essere” dello psicoanalista. Il che significa che non si è psicoanalisti anche dopo una vita di pratica psicoanalitica, ma, caso mai, lo si è stati, ci si è rivelati tali, solo nel corso di una determinata cura. In questo senso il tempo dello psicoanalista è sempre al futuro anteriore: “sarò stato” uno psicoanalista in quella cura, per quell’analizzante, in quel momento particolare dell’avventura di un’analisi. Ma bisogna diffidare di coloro che si installano nella posizione di essere analisti. E che pretendono di spiegare come si deve fare per raggiungere questa posizione, che non esiste, ma che questi ovviamente sanno incarnare nella loro purezza. Per Lacan questi tipi erano i peggiori; i peggiori sono coloro che si installano come psicoanalisti.
Lei si è occupato anche di artisti, della creazione artistica. La psicoanalisi ha a che fare con l’arte?
Esiste una cattiva applicazione della psicoanalisi al testo dell’arte. È la patografia: ridurre il miracolo dell’opera alle vicende personali, fantasmatiche, sintomatiche del suo autore. Ridurre, io dico, l’inconscio dell’opera all’inconscio dell’artista che l’ha generata è un grave errore, innanzitutto metodologico, che ha generato applicazioni farsesche della psicoanalisi all’arte. Piuttosto, come già indicava Freud, gli psicoanalisti sono anticipati dagli artisti anche se non lo sanno. La pratica dell’arte è per me un paradigma del processo stesso di soggettivazione come la psicoanalisi lo teorizza: è un atto creativo contingente che però risponde a una anteriorità necessaria radicale che lo rende paradossalmente senza padronanza rispetto alla sua provenienza.
A che punto è la… notte della psicoanalisi?
Mah… La crisi della psicoanalisi è sotto gli occhi di tutti. Espulsa dalle università, ristretta per lo più al dibattito letterario culturale (quando va bene), demolita dalle critiche scientiste, cognitivo-comportamentaliste, inabissata dal progresso che pare irresistibile delle neuroscienze, inattuale per i costi e i tempi che la sua cura impone, per lo più assente nel dibattito politico-civile… Sembrerebbe un cadavere, un cane morto. Se a questo si aggiunge poi l’ermetismo e lo snobismo di alcuni suoi interpreti, se, cioè, si aggiunge il fatto che gli psicoanalisti e la loro lingua astrusa si sono fatti causa della crisi della loro stessa disciplina… Gli psicoanalisti assomigliano, secondo un racconto di Brecht, a quel Mandarino che affida a una commissione di saggi l’indagine sulle ragioni della povertà estrema che affligge il suo regno. L’esito è sorprendente: la causa della povertà estrema del Regno, riportano i saggi al termine della loro ricerca, sarebbe il Mandarino stesso…. Eppure io penso che questo sia proprio il momento – come lo è ogni momento di crisi – per inventare una nuova lingua per la psicoanalisi, per rilanciare la sua scommessa sovversiva, per farsi nuovamente eredi-eretici della sua spinta propulsiva… Perché senza psicoanalisi verrebbe meno una sentinella fondamentale capace di vegliare sul rispetto della singolarità, una voce laica, critica nei confronti di ogni forma di fondamentalismo e di dogmatismo… Innanzitutto quello che ci coinvolge in prima persona; il nostro fondamentalismo, il nostro dogmatismo.
“Siate pure lacaniani, se volete. Io sono freudiano” dice Lacan. Solo una boutade?
No. Con questa dichiarazione dell’ormai vecchio e malato Lacan al Congresso di Caracas del 1980, poco prima della sua morte, egli ha voluto ribadire che l’esperienza della psicoanalisi esige il coraggio dell’invenzione singolare e che non c’è invenzione possibile se non in un campo di eredità. Per lui questo campo è stato quello di Freud; per noi, suoi allievi, deve essere quello di Lacan. Ma cosa significa oggi essere lacaniani sarebbe un vero tema da discutere a fondo. Io penso che Lacan, diversamente da Freud, incoraggi l’eredità come oltrepassamento, deviazione, rifiuto del dogmatismo, creazione, invenzione. Se invece mi guardo attorno i gruppi lacaniani rivendicano ciascuno la propria purezza ortodossa interpretando l’eredità come pura conservazione e clonazione della dottrina di Lacan.
Molti si chiedono, a causa della sua notevole esposizione, tra conferenze, libri e televisione, dove trovi il tempo per fare lo psicoanalista. Lo trova?
Io non sono in realtà quasi mai in televisione. Rifiuto sistematicamente tutti gli inviti settimanali che ricevo. Appaio in televisione non più di due o tre volte l’anno. La vera novità è stata Lessico. Fui contattato dal nuovo direttore di Rai3 che mi propose di fare un programma mio. Gli dissi che la sola cosa che potevo concepire erano delle brevi lezioni supportate da inserti: letture, spezzoni di film, etc. Mi diede carta bianca. Ho girato in presa diretta due Lessici; quello Famigliare e quello Amoroso. Sono stato occupato per un totale di sette giorni in tutto per le riprese di entrambi i Lessici. Fine. Tutto qui. Non mi si vede nei talk show, rifiuto di farmi intervistare, comparsate e infinite altre cose che la tv mi ha chiesto negli anni. Ripeto, salvo rare eccezioni. Per esempio Augias che mi invita a parlare di un mio libro. La mia settimana è monacale. Non faccio vita mondana, non frequento salotti di nessun genere. Tutto il tempo libero lo dedico alla mia famiglia. Lavoro coi pazienti da lunedì a giovedì, dalle 8.00 alle 21.00 senza fare pause. Ho la fortuna di dormire poco e di essere stato abituato da mio padre floricoltore a lavorare tanto. Quando sono sotto scrittura per un libro inizio un po’ più tardi il lavoro clinico e mi sveglio alle cinque di mattina. Lavoro di buona lena per almeno le prime tre ore del giorno. Nietzsche diceva che erano le ore migliori per pensare bene.
Il paziente, nel 2019, chiede all’analista ciò che ha sempre chiesto? Qual è il dolore oggi predominante?
Il dolore è un’esperienza di divisione. La psicoanalisi lavora su di un soggetto diviso. Non sarebbe possibile altrimenti. Ecco perché coi perversi non c’è alcuna possibilità di analisi. Oggi il dolore che trovo predominante è quello della insensatezza dell’esistenza. La vita appare come spogliata di senso. Non c’è desiderio, slancio, spinta verso la vita. Clinicamente questo si traduce con una diffusione epidemica della depressione che rivela la verità in ombra del circo globalizzato del discorso del capitalista.
Perché le sedute dei lacaniani hanno un tempo variabile?
Perché l’inconscio non risponde alle lancette dell’orologio ma segue una temporalità differente. Una temporalità che non è mai quantitativa, spaziale, direbbe Bergson. Il taglio delle sedute – dunque la loro variabilità – sottolinea questa irriducibilità del tempo del soggetto dell’inconscio al tempo cronometrico.
Che cosa vuol dire che “non c’è rapporto sessuale”?
Che per quanti sforzi possano fare i Due per essere Uno, l’essere Uno dei Due risulta impossibile. Anche se moltiplicassimo all’infinito i rapporti sessuali questo non sarebbe sufficiente a fare esistere il rapporto, ossia la coincidenza tra il godimento dell’Uno e il godimento dell’Altro. Gli amanti assomigliano in questo senso ad Achille e la tartaruga nel celebre paradosso di Zenone. Essi sono destinati a non incontrarsi mai.
Il solo senso di colpa che vale in psicoanalisi – afferma (Lacan) nel Seminario VII – è quello di cedere sul proprio desiderio. Che cosa vuol dire?
Significa che la psicoanalisi non è una morale, non istituisce valori, non separa manicheamente il bene dal male. Significa che l’unica colpa che il soggetto può commettere, dal punto di vista extramorale della psicoanalisi, è quella di venire meno al proprio desiderio, di indietreggiare di fronte alla propria vocazione, di seppellire il proprio talento. Questa è, tra l’altro, la causa maggiore della sofferenza umana: vivere sacrificando il proprio desiderio, vivere nel nome del sacrificio e non in quello del desiderio. Per questo la psicoanalisi invita a sacrificare il sacrificio al posto del desiderio.
Lei è stato bocciato alle elementari, poi ha frequentato l’Istituto Agrario, poi Filosofia, poi eccoci qua. Com’è stato possibile invertire la rotta?
Mi sono innamorato. Mi sono innamorato della mia giovane professoressa di lettere che incontrai nella scuola professionale di Quarto Oggiaro di Milano che da ragazzo ho frequentato. Questo incontro mi spalancò un nuovo universo. Ero in ritardo ma ancora in tempo. È sempre così in fondo. Siamo sempre in ritardo ma ancora in tempo. Io diffido di coloro che sono sempre stati i primi della classe… Penso che non sia mai troppo tardi per ricominciare a vivere.
Ho visto la traduzione in inglese di Le mani della madre. Incontra ancora nello studio la madre Medea di Euripide?
Non esiste istinto materno, ma esiste dono materno. La maternità per me è una grande figura della donazione. Medea incarna l’assenza di dono perché uccide i propri figli. In essa prevale la donna contro la madre. È la ferita della donna – umiliata da Giasone – a determinare il voto di morte della madre. È un dato della clinica: a volte il rifiuto della maternità può essere la ritorsione della donna umiliata dall’uomo.
Quanto deve al professore Franco Fergnani?
Molto, moltissimo. Se Giulia mi aveva aperto a un nuovo mondo, Fergnani fu il primo ad accompagnarmici dentro. Ricordo ancora la sua voce, la sua parola affilata, rigorosa e precisa. Le sue lezioni hanno lasciato in me una impronta indelebile. Non sarei quello che sono senza averlo incontrato. Mi pento solo di non aver dato a lui quella presenza e quell’affetto che invece ho riservato ad altri maestri che non lo meritavano affatto…
I padri (e i maestri) bisogna ucciderli o risparmiarli?
Non c’è vita senza padre. La vita proviene sempre da un Altro da sé. Nessuna vita – se non quella di Dio – è padrona delle sue origini. Nella lingua slava padre si traduce con “colui che ti dona le scarpe”. Ovvero con lo strumento che ti permette di andartene, di viaggiare, di entrare in altri mondi. Padre non è tanto per me il nome dell’autorità ma il nome di una Legge che mette in moto la vita.
Qual è il segreto del figlio?
Il segreto del figlio è il suo desiderio. Il dono dei genitori è il dono della separazione, ciò è il dono del rispetto del segreto. È strano ma è la caratteristica peculiare di ogni legame familiare. Esso deve costituirsi come un legame destinato a sciogliersi… Il fine del legame è cioè lo scioglimento stesso del legame. Solo se c’è rispetto verso il segreto del figlio, verso la sua differenza assoluta, c’è stato un legame familiare capace di sciogliersi nel tempo giusto… Dovremmo sempre avere fede nei confronti del segreto del figlio. La fede verso il segreto del figlio rafforza il desiderio del figlio. È il dono più grande che possiamo fare ai nostri figli.
