sabato 28 febbraio 2026

Separazione delle carriere, la riforma di sinistra che la sinistra non vuol vedere Fabio Modesti



Separazione delle carriere, la riforma di sinistra che la sinistra non vuol vedere

 Fabio Modesti 

La riforma costituzionale per la separazione delle carriere dei magistrati penali, per il conseguenziale doppio CSM e per l’istituzione, altrettanto conseguenziale, dell’Alta Corte disciplinare, dice qualcosa di sinistra che la sinistra non vuol sentire.


Questa parte di riforma giudiziaria è la naturale conseguenza di ciò che prevede la Costituzione della Repubblica italiana entrata in vigore il 1948. È lì, nella VII disposizione transitoria, che i padri e le madri costituenti avevano visto lungo, dopo che non si era riusciti a superare lo scoglio di un ordinamento giudiziario fascista con il quale, peraltro, si erano unificate le carriere dei magistrati.


Quella disposizione transitoria dice a chiare lettere, nel primo comma, che «fino a quando non sia emanata la nuova legge sull’ordinamento giudiziario in conformità con la Costituzione, continuano ad osservarsi le norme dell’ordinamento vigente».


La modifica sostanziale e dirimente dell’ordinamento giudiziario è arrivata nel 1989 con il nuovo Codice di procedura penale scritto dal partigiano socialista Giuliano Vassalli, Ministro di Grazia e Giustizia, e dal giurista, maestro di tanti, Gian Domenico Pisapia.

La sinistra più evoluta dell’epoca “pre Mani Pulite” ruppe il cordone ombelicale con l’ordinamento fascista e traghettò il processo penale dal rito inquisitorio, tipico delle dittature, verso il rito accusatorio, tipico dei Paesi liberali.

Ma l’annichilimento di quella parte di sinistra di cui Vassalli e Pisapia erano protagonisti avvenne qualche anno dopo, con la resa dei conti politica per via giudiziaria che fu Mani Pulite.

Una resa dei conti tutta interna alla sinistra, con l’obiettivo di radere al suolo un partito socialista, di cui Vassalli era esponente di punta, che aveva acquisito sempre più i favori dell’elettorato ed aveva un leader, Bettino Craxi, di statura internazionale (e forse questo gli ha decretato la condanna anche dall’altra parte dell’Atlantico).

Una resa dei conti alla quale parteciparono anche ampi strati della destra, dal MSI alla Lega, protagonisti della più becera furia giustizialista con il lancio delle monetine contro Craxi davanti all’hotel Raphael a Roma e con l’esibizione dei cappi da impiccagione nelle aule parlamentari.

Da allora parlare di completamento della riforma dell’ordinamento giudiziario è stato un tabù, anche se nel 1999 un sussulto di dignità della politica, spinto dalle battaglie del Partito Radicale di Marco Pannella, di Enzo Tortora e di Leonardo Sciascia, consentì di modificare l’articolo 111 della Costituzione introducendo, in coerenza con la riforma del Codice di procedura penale, il principio del “giusto processo”, per il quale «la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata».


Un principio che chiede a viva voce che giudice terzo e pubblica accusa siano distinti non solo nelle funzioni ma ab origine: non possono appartenere alla stessa famiglia, non possono giocare la partita processuale avendo cointeressenze professionali e di carriera.


La separazione delle carriere, oggi sottoposta a referendum confermativo della riforma approvata in Parlamento dalla maggioranza di centro-destra, è la prosecuzione naturale del percorso cominciato nel 1989 e che le Commissioni bicamerali tra gli anni ’90 e il 2000 non hanno avuto il coraggio di portare in porto sotto la minaccia degli strascichi di Mani Pulite.


Diverso percorso ha avuto, ad esempio, la modifica del Titolo V della Costituzione, frutto della bicamerale presieduta da Massimo D’Alema e confermata da referendum.


Una riforma costituzionale per ingraziarsi la Lega Nord, «costola della sinistra», disse lo stesso D’Alema, ma che in realtà è stata uno dei motori del declino istituzionale e finanziario del Paese.


Certo, resta da chiedersi che cosa sia mai accaduto ai profili culturali del centro-sinistra e del centro-destra per rovesciare le posizioni in questo modo.


Il centro-destra sembra essersi evoluto verso posizioni liberali e garantiste, anche se con residui giustizialisti e panpenalisti. Il centro-sinistra ha subìto una regressione politico-culturale.


Il campo largo PD, M5S, AVS e Italia Viva (anche quest’ultima!) ha ridotto in macerie la sinistra riformatrice, mentre bussa insistentemente a quella porta la sinistra massimalista e violenta.


È probabile che il centro-destra, sotto la guida della Meloni e con un Ministro della Giustizia come Carlo Nordio (di antico stampo liberale), stia cercando di occupare lo spazio al centro del panorama politico dove vivono soprattutto gli elettori che oggi rifiutano di andare a votare alle elezioni di ogni tipo.

Ed è a quell’elettorato, composto anche da tanti elettori di quella che fu la sinistra riformatrice, deluso dalle derive populiste e massimaliste, ostaggio della radicalizzazione del dibattito pubblico, che ora bisogna rivolgersi per fare in modo che il SÌ alla separazione delle carriere e alla riforma del CSM riporti l’Italia sul binario di un periodo riformatore nel solco di quel che la stessa Costituzione ha indicato.