lunedì 9 febbraio 2026

MADAME BOVARY (Estratto) Gustave Flaubert



MADAME BOVARY 

(Estratto)

Gustave Flaubert 

[...]Ce ne sono tante più belle di me, ma io, io so amare meglio di tutte! [...]

La citazione proviene dalla Parte seconda, Capitolo XII di Madame Bovary di Gustave Flaubert. È un momento di intensa passione in cui Emma Bovary esprime il suo amore per Rodolphe Boulanger, rivelando la sua disperata devozione e il suo bisogno di idealizzare la relazione.

Ecco il capitolo  in italiano (basato su una traduzione classica, come quella di Bruno Oddera, per fedeltà al testo originale):

Parte Seconda

Capitolo XII

Si rimisero ad amarsi. Spesso, anche in pieno giorno, Emma gli scriveva all’improvviso; poi, dalla finestra, faceva un segno a Justin, che, slegatosi in fretta il grembiule, correva a La Huchette. Rodolphe accorreva; era per dirgli che si annoiava, che il marito era odioso, che l’esistenza era spaventosa!

«Che ci posso fare?» esclamava lui, un giorno, impaziente.

«Ah! se tu volessi...»

Era seduta in terra, tra le sue ginocchia, con i capelli sciolti, lo sguardo smarrito.

«Che cosa?» disse Rodolphe.

Lei sospirò.

«Andremmo a vivere altrove... da qualche parte!»

«Sei proprio matta!» disse lui ridendo. «È possibile?»

Lei ritornava sull’argomento; lui aveva l’aria di non capire e cambiava discorso.

Quello che lui non capiva era tutto quel subbuglio in nome di una cosa tanto semplice come l’amore. Lei aveva un motivo, una ragione, e quasi un appoggio al suo affetto.

Infatti, la tenerezza cresceva ogni giorno di più con la repulsione verso il marito. Quanto più si dava all’uno, tanto più aborriva l’altro; mai Charles le sembrava così sgradevole, con dita così quadrate, spirito così grossolano, modi così volgari, come dopo gli appuntamenti, quando i due sentimenti a confronto la facevano soffrire.

Mentre sbuffava, fingendo collera o audacia, Rodolphe, con le braccia conserte, la contemplava forse e pensava: «Che cosa è questa donna? È incomprensibile!». E concludeva che era sciocca, anche se bella, e che l’avrebbe lasciato presto.

Ma lei, per compensare le sue debolezze, lo circondava di cure, lo vezzeggiava, lo accarezzava con tutti i mezzi. Era come un bisogno di adorazione, un culto che la spingeva a sacrificarsi.

Si alzava all’alba, per non svegliarlo, e rimaneva in piedi, presso il letto, a guardarlo dormire. Lui aveva il sonno pesante, la fronte un po’ inclinata, la bocca semiaperta, e il suo respiro regolare le sembrava un ritmo di musica.

Poi, si vestiva in fretta, usciva nel giardino, cogliendo le rose bagnate di rugiada, e le spargeva sul letto. Gli comprava una pipa, un portasigari, un portasigarette, tutto ciò che poteva servirgli; gli regalava cravatte, fazzoletti, profumi. Gli faceva da cameriere, gli portava la colazione a letto, gli raccontava storie, gli cantava canzoni.

Ma lui accettava tutto questo con indifferenza, come un sultano annoiato dalle carezze della schiava. Non aveva né gelosia né tenerezza; la trattava con una familiarità brutale, che la umiliava e la esaltava allo stesso tempo.

A volte, lui le parlava delle sue avventure passate, delle donne che aveva conosciuto, e lei lo ascoltava con attenzione, con passione, come se volesse assorbire la sua vita precedente, per fonderla con la propria.

«Raccontami,» gli diceva «raccontami di lei.»

E lui raccontava, con un tono noncurante, dettagli che la facevano soffrire.

«Era bella?»

«Molto.»

«Più di me?»

«No.»

E lei, felice, lo baciava.

Ma, poco a poco, Rodolphe si accorse che lei era pronta a tutto, che lo adorava ciecamente, e questo lo irritava. La sua adorazione gli sembrava una profanazione, una sorta di idiozia.

«Ce ne sono tante più belle di me, ma io, io so amare meglio di tutte! Sono la tua serva, la tua concubina! E tu sei il mio re, il mio idolo! Sei buono, sei bello, sei intelligente, sei forte!»

Lui aveva udito queste cose tante volte, che non gli facevano più nessun effetto. Emma somigliava a tutte le amanti; e il fascino della novità, cadendo a poco a poco come un vestito, lasciava vedere a nudo l’eterna monotonia della passione, che ha sempre le stesse inflessioni e lo stesso linguaggio. Quell’uomo di tanto mondo non distingueva la diversità dei sentimenti sotto la parità delle espressioni. Perché labbra libertine o venali gli avevano mormorato frasi simili, egli credeva poco all’unicità di quelle di lei; bisognava scontare, pensava, i discorsi esagerati che nascondono affetti mediocri; come se la pienezza dell’anima non traboccasse talvolta dalle metafore più vuote, poiché nessuno, mai, può dare l’esatta misura dei propri bisogni, né dei propri concetti, né del proprio dolore, e la parola umana è come un paiolo incrinato su cui battiamo melodie da far ballare gli orsi, quando vorremmo intenerire le stelle.

Ma con quella superiorità di giudizio che appartiene a chi, in qualunque impegno, si tiene in riserva, Rodolphe vide in quell’amore altri godimenti da cogliere. Giudicò sconvenienti tutte le pudicizie. La trattò senza riguardi. Ne fece qualcosa di morbido e di corrotto. Era una specie di attaccamento idiota, pieno di ammirazione per lui, di voluttuosità per lei, una beatitudine che l’intorpidiva, e la sua anima vi sprofondava come l’individuo ubriaco di vino che si addormenta nel fiume.

Emma, d’altronde, non si chiedeva se lo amasse. Credeva che l’amore dovesse venire all’improvviso, con fragori e folgori, uragano dei cieli che cade sulla vita, la sconvolge, strappa le volontà come foglie e trascina all’abisso tutto il cuore. Non sapeva che sulle terrazze delle case la pioggia forma laghi quando i tubi di scarico sono intasati, e sarebbe rimasta nella sua sicurezza, quando scoprì d’un tratto una fessura nel muro.