sabato 7 febbraio 2026

GLI STATI UNITI AVRANNO ANCORA ELEZIONI LIBERE,? Fabio Sabatini



GLI STATI UNITI AVRANNO ANCORA ELEZIONI LIBERE,?

Fabio Sabatini

La strategia dell’amministrazione Trump per neutralizzare il voto senza abolirlo

Uno degli aspetti più inquietanti delle recenti mosse dell’amministrazione Trump — dall’escalation sulla Groenlandia alla trasformazione dell’ICE in una milizia paramilitare che risponde solo al presidente — è che presuppongono l’assenza di elezioni realmente competitive nel prossimo futuro.

Se un esito elettorale favorevole ai democratici potesse davvero ribaltare le scelte dell’amministrazione, molte delle strategie oggi in campo perderebbero immediatamente di senso. Come si comporterebbe, per esempio, una eventuale amministrazione democratica di fronte all’annessione della Groenlandia? Restituirebbe l’isola alla Danimarca con tante scuse?

L’apparente indifferenza all’alternanza e alla responsabilità democratica rivela la natura del sistema di potere oggi insediato alla Casa Bianca. L’establishment MAGA agisce come se avesse la certezza di non dover essere giudicato dai cittadini nelle elezioni del 2026 (midterm) e del 2028 (presidenziali).

Nel primo anno di mandato, Trump ha più volte ventilato l’idea di cancellare le elezioni. In un’intervista a Reuters del 15 gennaio, riferendosi alle midterm, ha sostenuto che la sua amministrazione avrebbe già fatto talmente tanto che, “a ben vedere, non ci sarebbe nemmeno bisogno di elezioni”.

È improbabile che il presidente tenti davvero di sopprimere formalmente le elezioni di metà mandato. Come in ogni autoritarismo competitivo, il voto continuerà con ogni probabilità a svolgersi. La questione non è se le elezioni si terranno, ma se il loro esito sarà ancora in grado di produrre un’alternanza effettiva — o se verrà reso politicamente irrilevante attraverso l’uso sistematico e distorsivo del potere esecutivo.

In questo post ricostruisco, punto per punto, la strategia messa in campo dalla Casa Bianca per neutralizzare il rischio elettorale.


Delegittimare e intimidire l’opposizione

Negli autoritarismi competitivi, lo svuotamento delle elezioni ha due premesse fondamentali: l’uso degli strumenti del governo per colpire o delegittimare gli oppositori, indebolendo la loro capacità di competere ben prima che si arrivi al voto, e la creazione di un clima di intimidazione che prevenga o renda marginali le manifestazioni di protesta, esercitando un potere poliziesco al di là dei limiti consentiti dallo Stato di diritto.

Su questo fronte, Trump ha agito con estrema rapidità, avviando una profonda ristrutturazione dell’amministrazione federale. In pochi mesi, i vertici di tutte le principali istituzioni federali sono stati rimossi e sostituiti con figure selezionate in base alla lealtà politica all’agenda MAGA.

Questo processo non si è limitato agli incarichi di nomina diretta, ma si è accompagnato a licenziamenti di massa e a una riorganizzazione forzata di interi dipartimenti. Secondo le stime disponibili, nei primi mesi del nuovo mandato oltre 300.000 dipendenti federali sono stati licenziati o spinti all’uscita.

Il risultato è che l’intero apparato federale incaricato di sicurezza interna, giustizia, intelligence e gestione delle procedure elettorali opera oggi sotto una catena di comando politicamente omogenea, in cui la fedeltà al presidente prevale sistematicamente sull’autonomia istituzionale.

Trump ha promosso indagini penali contro ogni funzionario che abbia interferito con l’agenda MAGA, servendosi del DOJ come una vera e propria macchina di persecuzione giudiziaria dei suoi avversari politici. Ho descritto alcune di queste operazioni nel post “Il suicidio della democrazia americana”. L’ultimo caso in ordine cronologico, e forse il più grave, è l’incriminazione del presidente della Federal Reserve Jerome Powell.

La strategia di intimidazione colpisce anche i finanziatori che sostengono l’opposizione e le organizzazioni civiche e I giornalisti non allineati con l’amministrazione. Per esempio, Trump ha ordinato al DOJ di aprire un’indagine su ActBlue, una piattaforma che nel 2024 aveva raccolto finanziamenti per i candidati democratici, e ha preso di mira organizzazioni della società civile attive nella difesa dei diritti civili e delle libertà politiche.


Armare il regime contro i cittadini

La militarizzazione delle istituzioni può non essere sufficiente. Per neutralizzare il dissenso in modo stabile, è necessario disporre di un apparato coercitivo capace di dissuadere le proteste e imporre obbedienza anche mediante l’uso della forza. Al momento delle elezioni, questo apparato sarà cruciale per limitare la partecipazione al voto dei gruppi potenzialmente ostili, intimidire gli attori chiave del processo elettorale e reprimere eventuali proteste, con il fine ultimo di alterare il risultato del voto.

Per raggiungere questo fine, Trump ha agito su più fronti con una rapidità impressionante. Oltre ad asservire l’FBI e la CIA ai suoi obiettivi di breve periodo (la persecuzione degli avversari politici), ha trasformato l’ICE in una milizia armata che sfugge al controllo del potere giudiziario e risponde direttamente al presidente.

Come ho raccontato nel post “La milizia di Trump”, la “Grande e bellissima legge” ha conferito all’ICE una dotazione straordinaria stimata in almeno 168 miliardi entro il 2029. L’agenzia si è dotata di procedure operative che rispondono più agli obiettivi politici del presidente che a esigenze di controllo dell’immigrazione. Le sue “truppe” sono state schierate nelle città blu, dove operano in maniera sistematicamente violenta e provocatoria, arrivando ad arrestare con la forza cittadini americani inermi.

Oltre a mostrare le conseguenze tragiche dell’uso sproporzionato e ingiustificato della forza, episodi di violenza come le uccisioni di Renee Nicole Good e Alex Pretti vengono oggi trasformati in strumenti di intimidazione. In alcune registrazioni, agenti dell’ICE alludono all’esecuzione di Good per segnalare ai manifestanti cosa può accadere a chi “non impara la lezione”.

Lo schieramento dell’ICE contro I civili è l’anticipazione di un’escalation che coinvolgerebbe anche la Guardia Nazionale – già impiegata a Los Angeles e Portland – conducendo infine all’invocazione dell’Insurrection Act: una legge del 1807 che consente al presidente di impiegare le forze armate in compiti di ordine pubblico sul suolo americano, incluse operazioni di polizia, perquisizioni e arresti. Come ho spiegato nel post “Trump verso l’Insurrection Act?”, manifestazioni di protesta contro le violenze dell’ICE sono funzionali all’introduzione di leggi di emergenza.


Cambiare le regole del voto

Il potere di organizzare le elezioni spetta ai singoli Stati e, in misura minore, al Congresso, non all’esecutivo. Durante l’estate, il governatore del Texas Greg Abbott ha convocato una sessione speciale del parlamento statale ad Austin per ridisegnare i collegi elettorali e procurare cinque seggi aggiuntivi per i repubblicani alla Camera dei Rappresentanti. Di norma, i confini dei collegi vengono rivisti solo una volta ogni dieci anni, dopo il censimento. Da lì si è innescata una catena di imitazioni negli Stati “rossi” e di tentativi di rivalsa in quelli “blu”. Diverse fonti riferiscono che Trump avrebbe minacciato di sostenere candidature alternative contro i repubblicani che intendono resistere a queste manipolazioni.

Secondo un’inchiesta del Washington Post, la pressione esercitata dalla Casa Bianca sui governi statali per intervenire sulle regole elettorali non è episodica, ma parte di una strategia coordinata e sistematica per alterare l’esito delle elezioni di midterm prima ancora che vengano espresse le preferenze degli elettori.

A differenza di quanto avvenuto nel 2020, quando Trump ha tentato di ribaltare il risultato a posteriori, oggi il focus è sul cambiamento delle regole ex ante: ridisegno anticipato dei distretti, restrizioni all’accesso al voto, ridefinizione delle competenze federali e statali in materia elettorale.

Come ho raccontato nel post “Trump riscrive le regole del voto”, a marzo un ordine esecutivo ha introdotto modifiche sostanziali alle procedure di voto. Il provvedimento ha imposto alla Election Assistance Commission — l’agenzia federale bipartisan che assiste gli Stati nella gestione dei processi elettorali — di richiedere la prova della cittadinanza per poter votare (una misura che il Congresso sta valutando anche in forma legislativa).

Per quanto in Italia possa sembrare strano, negli Stati Uniti non è necessario esibire un documento di identità per votare. L’accesso a un documento d’identità valido non è universale: milioni di elettori non lo possiedono, e i cittadini delle minoranze etniche hanno una probabilità significativamente maggiore di esserne sprovvisti rispetto ai cittadini bianchi. Inoltre, l’ordine esecutivo stabilisce che possano essere conteggiate solo le schede ricevute entro la chiusura dei seggi, indipendentemente dalle norme statali.

Il Washington Post documenta inoltre come l’amministrazione stia valutando un censimento anticipato che escluda gli immigrati irregolari dal conteggio della popolazione, con l’effetto diretto di alterare la distribuzione dei seggi alla Camera dei Rappresentanti e dei voti elettorali. Anche se difficilmente questa misura potrà incidere già nel 2026, rientra in una strategia di medio periodo volta a ridisegnare strutturalmente la rappresentanza politica negli Stati Uniti.

Negli Stati Uniti, il censimento non serve a stabilire chi può votare, ma determina la rappresentanza che spetta a ciascuno Stato. La ripartizione dei seggi alla Camera dei Rappresentanti — e, di conseguenza, dei voti nel collegio elettorale per le presidenziali — si basa sulla popolazione residente censita, non sul numero degli elettori. Storicamente, in quel conteggio rientrano tutti i residenti, inclusi i non cittadini e le persone prive di status regolare.

Escludere gli immigrati irregolari dal censimento non limita dunque il loro diritto di voto, che già non esiste, ma riduce artificialmente il peso politico degli Stati in cui vivono, alterando la distribuzione dei seggi e dei voti elettorali. Non si tratta di una riforma neutrale ma di una ridefinizione della rappresentanza democratica, che oggi è basata sull’idea che I deputati eletti da un distretto debbano tutelare il benessere dei suoi abitanti, non solo dei suoi elettori.


Minare la fiducia nelle elezioni

Trump cerca di insegnare agli americani a diffidare delle elezioni dal 2016. Oggi, molte delle sue mosse sembrano pensate proprio per costruire, a posteriori, un pretesto per gridare a brogli elettorali. Da anni ripete che milioni di immigrati irregolari votano illegalmente per favorire I democratici. Un’affermazione del tutto infondata: le verifiche condotte negli ultimi otto anni, comprese quelle ordinate dallo stesso Trump nel suo primo mandato, non hanno mai individuato casi sistematici di voto illegale da parte di immigrati irregolari.

Sono stati osservati alcuni casi isolati di persone senza cittadinanza che hanno votato (o si sono registrate per votare). Per esempio, uno studio del Brennan Center for Justice ha rilevato che su 23,5 milioni di voti analizzati in 42 giurisdizioni, sono stati segnalati circa 30 casi sospetti di voto da parte di persone prive della cittadinanza. Queste incidenze sono molecolari rispetto al totale dei voti, e nessuno studio credibile le ha ritenute sufficienti a influenzare l’esito di un’elezione federale.

Ora il DOJ ha ordinato a numerosi Stati di consegnare i registri elettorali completi, inclusi i dati personali degli elettori, con la motivazione che verranno condivisi con il Dipartimento per la Sicurezza Interna. Quest’ultimo comprende anche l’ICE, il che significa che i dati dei votanti potrebbero di fatto entrare nella disponibilità dell’agenzia incaricata delle deportazioni.

Questa richiesta di accesso ai dati elettorali non è isolata. Come rivela il Washington Post, fa parte di un tentativo più ampio di centralizzare informazioni sensibili sugli elettori — inclusi indirizzi, date di nascita e status di registrazione — trasferendole sotto il controllo di agenzie federali che rispondono direttamente alla Casa Bianca. Per milioni di cittadini naturalizzati, di membri di famiglie miste o semplicemente di persone con nomi stranieri, sapere che le proprie informazioni potrebbero finire nelle mani dell’ICE rappresenta un deterrente implicito alla partecipazione elettorale.

In diversi Stati, le autorità locali hanno rifiutato di consegnare questi dati, invocando leggi sulla privacy e sull’autonomia elettorale. La risposta del DOJ è stata quella di minacciare azioni legali contro gli Stati “inadempienti”, creando così un paradosso funzionale alla propaganda trumpiana: la resistenza legale diventa la prova della frode che si vorrebbe dimostrare.

Da anni Trump cerca di screditare anche il voto per corrispondenza. Durante il vertice di Anchorage in Alaska, lo scorso agosto, ha raccontato che Vladimir Putin gli avrebbe confidato: “Le tue elezioni (quelle del 2020) sono state truccate perché avete il voto per posta.” È grottesco e rivelatore che il presidente degli Stati Uniti d’America si faccia spiegare la democrazia da un autocrate sanguinario che da venticinque anni la nega al suo popolo.

Pochi giorni dopo, su Truth Social, Trump ha annunciato che intende emanare un nuovo ordine esecutivo per vietare il voto postale e imporre esclusivamente schede cartacee. Attaccare il voto per corrispondenza serve a Trump soprattutto per fabbricare il pretesto di gridare a brogli, se necessario, dopo le elezioni. Nel 2020, il movimento MAGA ha costruito una narrazione martellante su schede rubate, alterate o gettate nei fiumi, nonostante tali storie siano state smentite da ogni verifica.

Allo stesso modo, Trump e i suoi alleati ripetono da anni, senza mai fornire prove, che le macchine per il voto elettronico non sono sicure. Nel suo ultimo ordine esecutivo sul voto, il presidente ha imposto alla Election Assistance Commission di “decertificare” tutte le macchine elettorali in uso negli Stati Uniti entro centottanta giorni e di autorizzarne di nuove solo se conformi a determinati requisiti tecnici. Un’operazione logisticamente impossibile, anche perché non è affatto chiaro se esistano macchine in grado di rispettare quegli standard prima delle elezioni.

Ma il vero obiettivo potrebbe essere un altro: creare appigli concreti per mettere in dubbio i risultati. Nel caso delle macchine elettorali, per esempio, Trump potrà sempre indicare l’ordine esecutivo come prova che non erano ‘a norma’ e che, quindi, i risultati non sono validi.


Compromettere la sicurezza delle procedure elettorali

L’amministrazione sta indebolendo deliberatamente la sicurezza del sistema elettorale. Nelle tornate precedenti, l’agenzia federale per la cybersecurity e le infrastrutture critiche (CISA), che fa capo al Dipartimento per la Sicurezza Interna, forniva assistenza tecnica ai responsabili locali delle elezioni: proteggeva le reti da possibili attacchi informatici, verificava la sicurezza fisica dei seggi, controllava serrature, generatori e connessioni elettriche.

Ma Trump non ha mai perdonato la CISA. Nel 2020, il suo direttore Chris Krebs aveva certificato pubblicamente che le elezioni erano state regolari e sicure. Trump lo ha licenziato su due piedi e, all’inizio di quest’anno, ha ordinato al Dipartimento di Giustizia di aprire un’indagine nei suoi confronti.

Il cuore della strategia è affidare la sicurezza del voto a funzionari apertamente negazionisti del voto (che sostengono pubblicamente che Biden non abbia vinto le elezioni del 2020). Per esempio, per sorvegliare l’integrità dei processi elettorali, il DHS ha nominato Heather Honey. Attivista MAGA e “ricercatrice indipendente” che si è distinta per aver promosso ricostruzioni infondate e analisi fuorvianti sulle elezioni del 2020.

Da allora, la CISA è stata amputata: un terzo del personale è stato tagliato e milioni di dollari di fondi per l’assistenza ai funzionari locali sono stati cancellati. L’inchiesta del Washington Post conferma che l’indebolimento della CISA è una scelta deliberata. Riducendo drasticamente personale e fondi, l’amministrazione ha privato i funzionari locali delle competenze e dei mezzi tecnici necessarie per proteggere seggi, macchine elettorali e sistemi informatici. Il rischio principale non è tanto la manipolazione diretta dei voti, quanto la possibilità di generare disfunzioni, ritardi e incidenti che possano essere successivamente strumentalizzati per delegittimare l’esito delle elezioni.

Le amministrazioni repubblicane hanno introdotto norme che rendono più difficile registrarsi o votare: hanno imposto limiti alle campagne di iscrizione promosse da organizzazioni indipendenti, reso obbligatorio il documento d’identità con foto, ridotto gli orari di apertura dei seggi e, in Georgia, perfino vietato di distribuire acqua o cibo alle persone in fila per votare.

Il DOJ ha inviato osservatori federali a monitorare le elezioni di novembre in sei contee del New Jersey e della California. Molti analisti leggono questa decisione come un test generale in vista delle elezioni di novembre 2026, quando la presenza di ispettori federali – o perfino degli agenti dell’ICE fuori dai seggi – potrebbe essere usata per intimidire scrutatori ed elettori in tutto il paese.

Nessuna di queste misure, presa isolatamente, è in grado di impedire a grandi numeri di cittadini di votare. Ma, sommate, creano una rete di ostacoli sottili, abbastanza fitta da spostare gli equilibri nei collegi in bilico. Le restrizioni colpiscono soprattutto gli elettori meno assidui — quelli che votano solo di tanto in tanto — cioè la fascia più vulnerabile alla dissuasione e alla paura.

Quanto questo favorisca davvero Trump e i suoi alleati è da verificare. Tradizionalmente, un’alta partecipazione tende ad avvantaggiare i democratici, ma i trend più recenti sembrano andare in direzione opposta, con i repubblicani che beneficiano maggiormente della mobilitazione degli elettori.


Le armi nei seggi elettorali

Nel 2026, Trump potrebbe andare oltre le tradizionali strategie di ostacolo al voto. Il timore è che il presidente possa usare agenti federali armati per interferire direttamente con le elezioni. Nella sua forma più semplice, significherebbe vedere agenti in uniforme pattugliare le strade delle città “blu” durante il voto — uno scenario che alcuni tra gli esponenti più influenti del trumpismo hanno già accolto con entusiasmo. «A MSNBC e CNN sono terrorizzati — ha detto Steve Bannon ad agosto — perché, ora che ci riprendiamo il controllo delle città, ci saranno agenti dell’ICE vicino ai seggi. Ed è proprio così.»

La legge federale vieta esplicitamente la presenza di truppe o uomini armati in qualsiasi luogo in cui si tengano elezioni, salvo che per respingere un nemico armato degli Stati Uniti. Eppure, diversi esperti ritengono che un intervento militare non solo sia possibile, ma addirittura probabile.


L’invocazione dell’Insurrection Act sarebbe il viatico ideale per questo esito.

In pratica, Trump potrebbe sostenere che vi siano interferenze “nemiche” — per esempio attribuendo a presunti hacker stranieri od organizzazioni terroristiche legate ad “antifa” la manipolazione dei risultati — per dichiarare che la sicurezza nazionale impone un intervento diretto dell’esecutivo.

Nel frattempo, gli schieramenti preliminari della Guardia Nazionale nelle città blu servono anche a normalizzare la presenza dei militari nelle strade ben prima del giorno del voto. La presenza di forze armate o di agenti federali durante le elezioni rappresenta un potente strumento di intimidazione.

Nel peggiore degli scenari, truppe armate potrebbero ricevere l’ordine di chiudere seggi, sequestrare le macchine per il voto o reprimere i manifestanti. Sarebbero ordini illegali, e molte unità potrebbero rifiutarsi di eseguirli, creando uno scontro aperto tra il presidente e i vertici militari. Tuttavia, basterebbe l’obbedienza di una manciata di agenti o ufficiali per compromettere seriamente la regolarità del voto. Del resto, è anche per questo che Trump ha sostituito in massa I magistrati militari – gli ufficiali che hanno il compito di interpretare la legge per i militari, detti JAG Officers, stabilendo se gli ordini dell’esecutivo sono legittimi o meno – con dei fedelissimi MAGA.


Dopo il voto

Appena si chiuderanno le urne, Trump e i repubblicani potrebbero tentare di bloccare il conteggio dei voti. È una strategia che servirebbe a sfruttare un fenomeno noto nelle scienze politiche come red mirage — o, nella sua fase successiva, blue shift. Nelle prime ore dello spoglio i risultati tendono a favorire i repubblicani, perché gli elettori conservatori votano di più di persona e i loro voti vengono conteggiati per primi. Poi, man mano che arrivano le schede per corrispondenza, i voti provvisori e quelli provenienti dalle grandi città a maggioranza democratica, la tendenza può invertirsi e spostarsi verso i democratici.

Nel 2020, con lo spoglio ancora in corso, Trump si era affacciato alla Casa Bianca all’alba del 4 novembre per sostenere che nessun nuovo voto dovesse essere conteggiato. «In tutta franchezza, abbiamo vinto queste elezioni. Le abbiamo vinte», disse. «Ora il nostro obiettivo è garantire l’integrità del processo, per il bene della nazione. È un momento decisivo. È una frode di proporzioni enormi. Ci rivolgeremo alla Corte Suprema. Vogliamo che ogni voto si fermi qui.»

Questa sceneggiatura è pronta per essere replicata nel 2026. Nel suo ordine esecutivo sulle elezioni, poi bloccato dai giudici, Trump aveva incaricato il procuratore generale di colpire gli Stati che consentono di contare i voti arrivati dopo l’Election Day, purché spediti entro quella data.

Dopo le elezioni di novembre, i repubblicani potrebbero dichiarare che le vittorie democratiche sono frutto di brogli, denunciando presunti difetti delle macchine elettorali, appellandosi agli ordini esecutivi di Trump, oppure limitandosi — come già accaduto in passato — a insinuare sospetti, diffondere voci e costruire un clima di illegittimità e sfiducia.

Nel frattempo, i vertici del partito si muoveranno dietro le quinte, cercando di arruolare funzionari elettorali locali e statali disposti a collaborare. Nel 2020, Trump aveva telefonato a diversi responsabili repubblicani per chiedere manipolazioni.

La pressione esercitata nel 2020 è fallita anche perché molti funzionari repubblicani hanno rifiutato di dar seguito alle richieste di Trump. Il caso più noto è quello del Segretario di Stato della Georgia, Brad Raffensperger, a cui chiese di “trovare” quasi dodicimila voti. Nonostante la conversazione sia stata registrata e resa pubblica, il presidente non ne ha mai pagato le conseguenze. Non ha dunque alcun motivo per non rifarlo.

Ma in diversi Stati quegli stessi funzionari sono stati sostituiti da negazionisti del voto fedelissimi del movimento MAGA. I funzionari che oppongono resistenza possono essere convinti anche per via giudiziaria: quanti responsabili elettorali locali avrebbero la forza di disobbedire a un ordine diretto del Dipartimento di Giustizia? Nel Partito Repubblicano, opporsi a Trump significa la fine della carriera o perfino il rischio di incriminazione.

Su tutto questo incombe la possibilità di nuove violenze da parte dei sostenitori di Trump, nel caso in cui venissero convinti che le elezioni siano state “rubate”.

I provvedimenti di clemenza concessi in massa dal presidente ai partecipanti all’assalto del 6 gennaio, compresi coloro che avevano aggredito agenti di polizia, trasmettono un messaggio inequivocabile: chi agirà per la causa del presidente potrà contare sulla sua protezione.


Epilogo

Le elezioni di medio termine potrebbero segnare un punto di svolta decisivo. Ogni crepa nei meccanismi elettorali che si aprirà nel 2026 diventerà, due anni dopo, un varco per manipolazioni ancora più profonde nelle presidenziali del 2028.

Trump non è un’anomalia passeggera: il progetto MAGA che ne ha sostenuto la rielezione è concepito per sopravvivere all’attuale presidente.

Nulla di quanto descritto rende inevitabile l’instaurazione di una dittatura formale, in cui le elezioni vengono soppresse come Trump ha ventilato più volte. Ma rende sempre meno plausibile che il voto, da solo, sia in grado di correggere la traiettoria intrapresa dal regime.

Nel 2026 e nel 2028 gli Stati Uniti continueranno probabilmente a votare. La questione non è se le elezioni si terranno, ma in che misura saranno ancora in grado di produrre un’alternanza reale e di imporre limiti credibili all’esecutivo.