lunedì 16 febbraio 2026

Il Mago del Cremlino: chi è Vladislav Surkov e perché è importante conoscerlo – Parte 1 Ander Bruckestand



Il Mago del Cremlino: chi è Vladislav Surkov e perché è importante conoscerlo – Parte 1

 Ander Bruckestand 

 16/02/2026

Giovedì è uscito nelle sale italiane “Il Mago del Cremlino”, film tratto dall’omonimo libro di Giuliano da Empoli ed incentrato sulla figura di Vladislav Surkov.

Da molti definito “l’eminenza grigia di Putin”, Surkov è stato uno dei principali architetti di quel caos politico, sociale ed antropologico nel quale sono piombate le società occidentali negli ultimi dieci anni. Un personaggio misterioso ed inquietante, di cui è importante indagare il ruolo e comprendere a fondo la natura ed il fine delle azioni.

È quello che si propone di fare questo articolo, suddiviso in tre capitoli, che non vuole limitarsi ad una sterile biografia del personaggio; piuttosto, partendo da spunti biografici, vuole cercare di offrire delle chiavi di lettura che consentano di comprendere meglio i tempi in cui viviamo. Almeno, questa è la speranza di chi scrive.

1. Prove tecniche di guerra cognitiva: la nascita degli eserciti del web.

Se c’è un Paese al mondo in cui si possono avere dubbi persino sul luogo e sulla data di nascita di un personaggio pubblico, quello è la Russia. Specialmente la Russia di Putin: una spiocrazia, come mi piace definirla, che ha fatto delle realtà parallele e dell’oscurità paranoica il tratto distintivo della vita pubblica. E nella quale, se si prova a fare luce, di norma le cose si mettono male.

Il vero nome di Vladislav Surkov è Aslanbek Dudaev. Data e luogo di nascita non sono chiari. La sua biografia ufficiale indica come luogo di nascita Solntsevo, villaggio di poche unità di anime sperduto nell’Oblast di Lipeck.

Quando però, nel 2005, Newsweek Russia pubblica delle foto della famiglia di Surkov, scoppia un caso. Le foto, oggi scomparse, dimostrano che le origini di Surkov sono in realtà cecene. E secondo l’articolo, anch’esso scomparso ma citato da numerose fonti secondarie, Surkov si era sempre impegnato attivamente per insabbiare questo dettaglio.

La diffusione di questa notizia fa arrabbiare Surkov. Lo costringe ad ammettere di aver vissuto in Cecenia fino ai 5 anni, ovvero fino alla separazione dei genitori. Un dettaglio che fino a quel momento era stato taciuto. Surkov, però, ribadisce che il suo luogo di nascita è quello strano agglomerato di case, a 1200km di distanza. L’appartenenza del padre, ceceno, ai servizi segreti russi, non aiuta a dissipare i sospetti. 

Nel 2005 Newsweek era una delle flebili voci di dissidenza tollerate dal regime. Quando però, qualche anno più tardi, la rivista ritorna a parlare di Surkov, le cose cambiano. Ed inizia ad intravedersi un pattern familiare a chiunque si occupi di guerra ibrida. 

Nel 2010 Newsweek pubblica una lettera, indirizzata ad Obama, di 71 membri del congresso USA. La lettera contiene un invito ad evitare gli incontri con le delegazioni di diplomatici russi guidate da Surkov, fino a quando la Russia non avesse dato segnali concreti di ripristino della libertà di stampa, che in quel periodo aveva già iniziato ad essere fortemente compromessa.

Quello fu uno degli ultimi articoli di Newsweek. Dapprima la testata venne presa di mira, in maniera violenta e sistematica, da quelli che possiamo considerare gli embrioni delle odierne fabbriche di troll. Gli eserciti del web di Nashi e della Giovane Guardia di Russia Unita, legioni della “gioventù putleriana” fondate dallo stesso Surkov, iniziarono delle violente campagne diffamatorie contro giornalisti ed editori. Fino a quando, un giorno, sul sito della Giovane Guardia, viene pubblicato un video che ritrae uno degli editori di Newsweek, Mikhail Fishman, mentre sniffa della cocaina in compagnia di una ragazza seminuda. Il gesto viene ripreso da più inquadrature, tra cui una frontale che non lascia spazio a dubbi.

Newsweek Russia chiuderà poco tempo dopo. 

Il caso Newsweek rivela qualcosa di nuovo. Non ovviamente l’honey trap che ha reso possibile un caso di kompromat da manuale: lo sfruttamento sessuale, anche di minorenni (vero Donald?), a fini di intelligence è una specialità della casa russa.

La novità stava in ciò che aveva ha preceduto lo scandalo. Più precisamente nel ruolo dei movimenti giovanili, Nashi e Giovane Guardia, e nel ruolo delle campagne diffamatorie e d’odio via web.

Membro dell’intelligence militare e dell’entourage presidenziale, oltre che tra i fondatori di Russia Unita, Surkov nel 2005 crea il movimento giovanile “Nashi”, che si definisce “organizzazione pubblica panrussa per la promozione della democrazia sovrana”.

“Democrazia sovrana” è un’espressione che oggi ci è familiare, e che è stata coniata proprio da Surkov. È naturale ipotizzare che il boom dei “sovranismi” – guardacaso tutti filorussi – che si è osservato in Europa negli ultimi 12 anni, abbia un’origine comune.

Negli anni di Newsweek la commissaria federale di Nashi era Maria Drokova, la ragazza del bacio a Putin, salita recentemente alla ribalta perché il suo nome compare più di 1.600 volte negli Epstein Files.

La sua parabola è paradigmatica di un ruolo che le donne russe si ritagliano fin troppo spesso qui in Occidente: nel 2017, infatti, la Drokova espatria negli USA, fingendo di essere una dissidente in contrasto con Putin; crea un fondo di capitali di rischio; entra nella classifica under 30 di Forbes; infine viene sospettata di spionaggio industriale per la Russia e ce la ritroviamo nell’isola di Epstein.

La regia è chiara, addirittura banale.

Ma perché Surkov crea Nashi? Perché, dopo la Rivoluzione Arancione ucraina del 2004, si rende conto che il pericolo più grande per il potere costituito è la gioventù che si propone di abbatterlo. Diviene sempre più evidente come il potere più saldo è quello che riesce a custodire la rabbia e a controllare le energie potenzialmente sovversive, indirizzandole ovunque, purché lontano dal regime. Negli anni diventa un pullulare di associazioni giovanili: Nashi (2005), Yunarmiya (2015), Dvizheniye Pervykh (“Movimento dei Primi”, 2022) sono solo alcuni degli esempi, tutti peraltro coinvolti nella russificazione dei bambini ucraini nei territori occupati.

L’intuizione di Surkov fa scuola, tanto che anche la diaspora russa all’estero inizia a muoversi in modo simile. Qui in Italia, ad esempio, la celebre Irina Osipova fonda nel 2012 l’associazione “giovani italo-russi”. Ha vita breve, per fortuna, ma ci sono altre associazioni che si occupano dei figli di russi che vivono in Italia. Per non parlare delle iniziative volte a “russificare” la gioventù d’Occidente (ho accennato di questi temi qui e qui).

In effetti l’idea funziona, e la creatura di Surkov diventa fin da subito protagonista della vita pubblica russa. Di fatto, Nashi è un’enorme pattuglia di giovani squadristi di piazza e del web, il cui obiettivo dichiarato, stando alle parole di uno dei fondatori, Vasily Yakemenko, è quello di “prevenire una rivoluzione arancione”.

Anna Politkovskaja scriveva di loro: «non ci vorrà molto perché la gente li ribattezzi “nascisti”», perché «si comportano da nazisti. Sono aggressivi, arrabbiati, attaccabrighe. L’amministrazione vi ha radunato gli ultrà degli stadi (i più cattivi, tra l’altro, quelli con la fedina penale sporca)».

Le violenze nei confronti di chi ha una linea in contrasto con quella del regime sono fisiche, ma non solo. Quanto accade con l’Estonia, nel maggio del 2007, è emblematico del corso della Russia surkoviana. Quell’anno, infatti, il governo estone decide di togliere dal centro di Tallinn la statua di un soldato sovietico, per riposizionarla in una zona più periferica della città. Per i russi, che non perdono mai l’occasione di manifestare il loro imperialismo, si tratta di un affronto che non può passare impunito: i nashisti di strada prendono d’assalto l’ambasciata estone a Mosca;

i nashisti del web si prodigano in cyberattacchi che oscurano siti governativi, di banche e media estoni.

Cyberattacchi, finte proteste, campagne social e minacce diventano un modus operandi standard. Ne fanno le spese varie voci critiche nei confronti del Cremlino, come giornalisti di Kommersant, Ezednevnyi Zhurnal e Gazeta e politici come Navalny e Nemtsov.

Uno degli strumenti più efficaci ed utilizzati sono le campagne social, finalizzate a distruggere l’immagine pubblica degli oppositori di Putin. Un’attività così diffusa che in Russia, ad un certo punto, è diventata un lavoro. A Nashi era riconducibile una galassia di blogger e commentatori pro-Putin che scrivevano sui forum e su piattaforme come LiveJournal. La paga era di 85 rubli a commento e 200 rubli a discussione, con un target di 60 commenti e 6 discussioni settimanali. Il modus operandi standard era il seguente: si prendeva una notizia pubblicata su giornali cartacei o online; un blogger popolare la raccoglieva, seguito da 5-10 altri blogger influenti; infine intervenivano a centinaia tra bot e i cosiddetti “criceti online”. Ciascuna campagna diffamatoria durava mesi e costava diversi milioni di rubli. Ma era efficace: le persone venivano convinte, credendo di leggere le opinioni di altri cittadini come loro, ignare del fatto che si trattasse di campagne organizzate e finanziate dal regime. Il regime si fingeva popolo, ed in quest’abile messinscena i nemici del regime diventavano nemici del popolo. E venivano distrutti. Se prestate attenzione, potete intravedere queste dinamiche anche nei nostri spazi informativi.

Mancava un approccio organico sui social media, ma come sappiamo sarebbe stata solo questione di tempo.

L’opposizione russa, intanto, era stata annichilita: tra censure, uccisioni, minacce, finte proteste e campagne diffamatorie, il prezzo del dissenso era diventato molto alto.

Le menti dei russi erano state militarmente occupate. Persino la religione era finita in mano ai servizi segreti, con un agente ex KGB che nel 2009 diventa patriarca della Chiesa Ortodossa. 

Si arrivò ad un punto in cui di voci da silenziare non ce n’erano più così tante, ed in cui le incubatrici di un possibile dissenso erano ormai state presidiate. Tutte. Gli artigli del regime erano penetrati in profondità nella carne della società russa, ed in modo irreversibile.

Era il momento di puntare più in alto: se questo modus operandi si era rivelato efficace in Russia, perché non applicarlo anche fuori dalla Russia, in modo da indebolire i nemici esterni e russificare le opinioni pubbliche occidentali?

Bisognava uscire dal cortile dei forum russi ed adeguarsi all’universo dei social, con le loro platee sterminate ed i loro algoritmi.

E poi all’orizzonte il Cremlino intravedeva una minaccia enorme: nel 2013 il popolo ucraino si era ribellato al governo filorusso. I giovani si riunivano in piazza Maidan, erano tantissimi, motivati e pieni di speranza. L’incubo della Rivoluzione Arancione si era materializzato nuovamente, e questa volta l’avvicinamento all’Europa sembrava questione di tempo.

Bisognava inventarsi qualcosa.