sabato 23 ottobre 2021

A QUESTO POI CI PENSIAMO Mattia Torre

 

A QUESTO POI CI PENSIAMO
Mattia Torre

Traffic
  

  
    L’Italia è questo paese (pieno di colline verdeggianti e città d’arte eccetera) dove in una certa fase di sviluppo si poteva decidere se puntare sui mezzi di trasporto pubblico, sulle biciclette o sulle macchine, e alla fine noi si è optato diciamo abbastanza per le macchine.

    Che nel 2008 l’Italia, siccome c’era una crisi economica tremenda e nessuno c’aveva una lira, allora ha prodotto solo un milione di macchine – dice c’è la crisi, un milione solo? Che l’Italia – ora bisogna rimanere un momento concentrati – è al sesto posto nel mondo come tasso di motorizzazione con 36 milioni di macchine, ossia 595 macchine per 1000 abitanti. E qui veniamo al punto; e cioè ci sono 595 macchine su 1000 abitanti tenendo presente che sugli stessi 1000 abitanti 250 hanno più di sessant’anni.

    Vecchi al volante.

    E triangolare i dati dà un brivido, perché ne emerge una giungla d’asfalto, una città di rincoglioniti, e un traffico pericolosissimo.

    Che in Italia c’è il traffico.

    A Milano, a Torino, persino a Pienza c’è il traffico, a Roma c’è il traffico.

    Che io nel traffico posso dire di esserci nato e cresciuto, poiché ho alle spalle trent’anni di esperienza nel traffico e quando scendo in strada, che sia in macchina o con il mio SH 150, questi trent’anni, ebbene: li sento e li faccio sentire.

    Li sento.

    Li faccio pesare.

    E cioè come un adulto maori affronta le asprezze della foresta, ogni giorno io mi inoltro, per dire, sul Muro Torto col mio SH 150.

    E cioè, con cognizione di causa.

    Col valore dell’esperienza nella giungla d’asfalto.

    Che la vita nel traffico di Roma CERTE GIORNATE è una specie di continua esplosione di nervosismo, la temperatura è alta, il furore è alle stelle.

    Che nel traffico si vive: ma si può anche morire.

    “A stronzo” puoi sentire, per dire, come frase, per esempio “a testa de cazzo”, “io t’ammazzo”… oppure “ma io t’ammazzo” col MA avversativo, come a dire sarebbe pure tutto regolamentato in teoria, semafori incroci precedenze e divieti, MA io me ne sbatto di tutte queste leggi. Io t’ammazzo.

    Perché si può anche morire nel traffico. Si può morire in un incidente… si può morire percuotendosi a vicenda con un altro automobilista e si può morire come si muore in genere, cioè che un attimo prima eri vivo e un attimo dopo sei morto in quanto appunto: sei deceduto.

    Coltivando quindi, nel frattempo, negli anni, quel senso di morte che hanno i toreri. Quando stai per iniziare, una parte di te pensa, come i toreri, come i poliziotti, oggi potrei rimetterci le zampe.

    E infatti al semaforo ci si guarda e inconsciamente si pensa: siamo ancora vivi eeeeessì, eeeevvai. E subito dopo: te voi ingarellà? T’apro il culo, cazzo, c’ho una mandria di cavalli sotto al culo.

    Perché ci sono quelli miti, con pochi cavalli, poche velleità. Ebbene io mi ci appoggio sopra al semaforo, per me sono come poltrone.

    Il traffico di Roma è uno stato della mente, c’è gente per esempio che fa finta che il traffico non ci sia – li vedi, sorridenti, tranquilli, che fingono di stare a casa; poi ci sono quelli che mordono il volante, che c’hanno sul volante il segno di mozzichi affondati in viale della Letteratura all’EUR.

    E tuttavia il traffico è anche espressione di codici morali, di regole e leggi… lo Stato ha proposto delle leggi, le ha proposte, molte non sono state accolte, piuttosto sono state accettate una serie di consuetudini unanimemente condivise, e poi ognuno ha elaborato un proprio sinistro e pericoloso codice diciamo samurai, ognuno ha il proprio… “famme passà, no? Che te costa… sto pezzo de merda…”.

    Il traffico è libertà di pensiero: ognuno ha una sua idea; il traffico è anarchia, il traffico è la vera democrazia.

    Che in Africa il bambino nasce e cresce in un villaggio che sta a due ore da una sorgente eccetera e invece io sono nato e cresciuto in strade tipo via Cola di Rienzo, per dire, o sul lungotevere.

    Che il lungotevere il sabato sera hanno scoperto di recente che si vede anche dalla luna, ossia che prima si pensava la muraglia cinese si vedesse dalla luna e invece non è vero; l’unica cosa creata dall’uomo visibile a occhio nudo dalla luna è il lungotevere il sabato sera.

    E in molti infatti sostengono che l’uomo sia nato per vivere nel traffico e che il buon Dio ci abbia creati per misurarci con viale Marconi: ossia che queste migliaia di anni di storia che abbiamo alle spalle siano solo una fase diciamo costituente della vera, fondamentale prova, che è il raccordo anulare alle 19 di un qualsiasi mercoledì: che io sono di quelli nevrastenici che fanno piccoli balzi in avanti per stressare quello davanti appunto; e il mio sogno erotico è di colpirlo proprio.

    Che io che nella vita sociale devo rispondere alla etichetta di intellettuale di sinistra, viceversa nel traffico io sono un animale.

    Io li sento questi trent’anni di giungla d’asfalto – e in un certo senso li faccio sentire – sin da quando accendo il motore. E suppongo si noti in qualche misura, se appena mi avvio nei flussi delle strade della città ho lo sguardo e l’aria – e come ovvio l’andatura – di chi veramente la sa lunga.

    Io quando avevo quattordici anni mi serviva di truccare il motorino che allora era un Ciao detto “ciaetto” per la sua speciale agilità, andava a 44 km/h ma si narrava potesse arrivare a 100 e per farlo sono andato da mia madre che è sempre stata sognatrice pittrice e le ho detto mamma, voglio modificare il motorino per renderlo, siediti… ecologico; e mi servono tre piotte per la causa.

    E poiché eravamo negli anni Ottanta e il pianeta godeva ancora di una salute diciamo scoppiettante, mia madre pensò che io fossi un visionario, un piccolo cristo obamiano lungimirante di rara sensibilità e mi diede i soldi, mi disse tieni figlio, trucca il motorino per renderlo ecologico, e ne venne fuori questo motorino che lei credeva appunto ecologico e che invece era potente rumoroso e ultrainquinante, rumoroso di un rumore, mamma, che è il prezzo da pagare per salvare il pianeta.

    Così potei scorrazzare con la mia Proma attacco a cerniera e il 65 eurocilindro dai travasi MOLTO grandi e prestazioni da brivido! È il miglior GT prodotto per Ciao di diametro 43! Sicuramente batte senza problemi i GT Polini/Malossi da 75cc. Estrema facilità di montaggio! Si può montare sia sui carter originali, sia su carter di altre marche. Materiale: alluminio, quindi molto più potente! Diametro: 43mm; spinotto: 10mm; scarico: 22mm; e con il carburatore 16 a ben 80 all’ora con un peso di kg 79, ossia una specie di missile!

    E pinnavo, pinnavo, e pinnare, ossia percorrere con una ruota sola la maggiore distanza possibile – traguardo ultimo: corso Francia su una ruota, che feci una fredda e assolata domenica di febbraio – era l’obiettivo della mia vita…

    Ed ero così contento di poter uscire di casa e andare in motorino che un paio di volte scendendo le scale troppo veloce mi sono rotto una caviglia.

    Sentirsi vivi, era.

    C’erano quelli che non sapevano pinnare e io sapevo pinnare, quelli che per mille motivi tra cui il buonsenso non pinnavano e io invece pinnavo, e mai mi ha sfiorato la paura di cappottarmi, che se adesso penso a quella roba mi devo sedere, mi viene il mal di testa dalla paura e invece allora io me ne fottevo, e pinnavo, gli occhi al cielo come un vero sognatore figlio di pittrice sognatrice!


La verità
  
  
    L’incapacità cronica dell’italiano di dire la verità. Abituato com’è alla gestione della cosa pubblica, che per definizione è incompatibile con la verità, l’italiano si abitua, sin da piccolo, a non sapere mai come stanno le cose.

    Perché l’italiano sin da bambino si trova intorno tutta gente disabituata alla verità, gente che non sa dare ancora una risposta a fatti terribili accaduti molto tempo fa: Ustica, Peteano, Italicus, piazza Fontana, piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna, rapido 904 per noi ormai sono solo suoni, perché sono parole che a forza di rimanere inspiegabili sono state svuotate del loro contenuto, e ora portano con sé persino un’ombra di retorica, perché abbiamo sentito talmente tante volte invocare la verità, che ormai finisce per saturarci l’invocazione stessa.

    E il bambino italiano cresce così, in un paese che tacitamente gli dice fai la tua vita e non guardarti alle spalle, perché tanto quello che è successo veramente, è molto semplice: non lo saprai mai. Abituati a non capirci niente e camperai cent’anni. E nel frattempo mangia.

    Non può spiegarsi per esempio neanche perché da subito lo ingozzino di cibo in quel modo così violento (abbiamo il tasso più alto di obesità infantile in Europa), e così lui vorrebbe solo giocare a pallone, ma è troppo grasso per farlo.

    Senti questi governi che si alternano e dicono sempre la stessa cosa, ossia che il precedente ha lasciato in eredità una situazione abominevole di deficit e di gestione disinvolta dei conti, tutti. Tutti i governi della storia si sono reciprocamente accusati di cose quasi sempre impossibili da dimostrare.

    A scuola i termosifoni non funzionano e nessuno sa dire perché, o meglio sulla questione vengono fornite tre o quattro spiegazioni in contraddizione tra loro, e tra queste c’è sicuramente quella vera, ma ancora una volta non è dato saperla (qualcuno può arrivare a intuirla, ma non ne avrà mai prova certa).

    Per cui siamo divisi su tutto. E non parliamo tanto del referendum costituzionale dove pure le istanze erano talmente complesse e aleatorie che era impossibile avere un’idea veramente chiara di cosa fosse meglio (e in questi casi, nel dubbio, l’italiano sceglie tendenzialmente il NO perché è la cosa che più si avvicina al vaffanculo), ma prendiamo anche solo i vaccini.

    Vaccini sì, vaccini no. Possibile che su un tema così delicato, la salute dei nostri figli, forse della nostra specie, non siamo in grado di tracciare una linea comune e condivisa? C’è chi dice che è impensabile non farli e dovrebbero essere obbligatori, c’è chi dice che il primario di pediatria di quel famoso ospedale non ha vaccinato i figli e qualcosa vorrà pur dire, e c’è chi dice che il punto non è farli o non farli, andrebbero fatti e basta, ma sono i nostri vaccini che sono vecchi e dannosi per la salute.

    Come al solito, versioni diverse, tutte in contraddizione, come il gioco delle tre carte, dove comunque perdi sempre.

    La nostra unica certezza in Italia è infatti il gioco d’azzardo, perché spendiamo 95 miliardi l’anno alle slot che sono la cosa più aleatoria e insensata e imprendibile (ma noi siamo abituati a pensare così anche la politica, siamo geneticamente abituati a questa aleatorietà). Ormai la vita ci piace così: che non ci si capisca un cazzo.

    È la stessa opacità che per definizione produce la malavita organizzata, questa grande nebulosa che avvolge tutto, e chi cerca di capirci qualcosa, chi si sporge, chi ci si avventura, muore.

    Per cui in Italia, dal perché in un ufficio pubblico non funzioni una stampante al perché Giulio Regeni abbia perso la vita in quel modo, entrambe queste cose, una minuscola, l’altra immensa, rispondono tragicamente allo stesso grande nostro problema: l’opacità.

    Noi siamo abituati così, la parola stessa, verità, finisce per suonare sgradevole, perché è una scatola vuota, è una parola che non porta a niente.

    Perché un conto è la verità e un altro la realtà. Sono due cose diverse. La verità è sempre in fondo “di qualcuno”, la realtà è una e una sola.