mercoledì 6 ottobre 2021

AMARSI MALE Estratto da: "Racconti naturali e straordinari" Antonio Debenedetti





 AMARSI MALE

Estratto da: "Racconti naturali e straordinari"

Antonio Debenedetti


INDICE

AMARSI MALE

Più veloce della paura

La giovinezza è finita

Un’anima in ghiaccio

L’invidia ha un cuore onesto

Amarsi male

Un vicino più freddo del marmo

Malinconie di un matrimonio chic

Strategia di una madre

Ti aspetto con ansia

Città crudele

Prima che le luci si spengano



AMARSI MALE UNDICI SENTIMENTI BREVI


  (1998)

PIÙ VELOCE DELLA PAURA


  I risultati delle analisi cliniche di Nicola erano in un cassetto, sotto chiave. Lui aveva fatto in modo di arrivare quando il laboratorio era già chiuso. Adesso, a causa delle ferie di mezzo agosto, avrebbe dovuto aspettare una quindicina di giorni.


  “Vuole la sdraio?”


  “No, grazie, mi basta l’ombrellone!”


  Era un’estate maledettamente afosa. Al quartiere Trieste, dove abitava, il termometro doveva aver raggiunto i 36 o 37 gradi. In città, quella mattina, il cielo aveva lo stesso colore d’un foglio di carta velina. Lì, sul mare, le cose andavano un po’ meglio.


  “Se desidera qualcosa dal bar, non ha che da dirmelo, signor Nicola.”


  “Mi andrebbe un bitter con la fettina di arancio tagliata e infilata sull’orlo del bicchiere, la cannuccia e un cubetto di ghiaccio.”


  “Dieci minuti e il ragazzo le porta il bitter così come lei lo vuole.”


  “Grazie, Antonio. Adoro essere viziato, lei lo sa!”


  Nicola aveva scelto di indossare una maglietta fragola sapientemente decolorata e un paio di jeans, anzi i soliti jeans molto stretti. Li aveva comperati tanti anni prima, alla vigilia della più bella estate della sua vita. A quel tempo, lui e Leo e tutti gli altri formavano un gruppetto ben affiatato e dispettosamente felice. Sì, dispettosamente, non c’era infatti parola più adatta a esprimere il loro modo di godersela stuzzicandosi e prendendo la tintarella.


  Il loro piccolo gruppo prima felice e poi sfortunato! A maggio dell’anno prima, infatti, l’AIDS aveva ucciso le Lieutenant. Chiamavano così, le Lieutenant, un loro amico francese, un biondino dalla conversazione brillante e dalla faccia lunga, che abitava in una grande stanza con terrazza sui tetti di Trastevere. Dopo di lui, nell’ultima settimana di gennaio, il cancro (ma era stato davvero il cancro o la sorella mentiva per paura dello scandalo?) aveva ucciso Fabio, un ebreo minuto e molto distinto. Così distinto e soprattutto così ebreo che Nicola non aveva saputo trattenersi dal dire, la mattina dei funerali: “Io credo che sia morto di cancro, anzi non ho alcun dubbio in proposito. Gli ebrei sono troppo furbi e certe malattie le lasciano prendere a noi goym!”


  Quanto a Leo, il compagno brutto e simpatico di Nicola l’antipatico, era mancato improvvisamente tre settimane prima. La donna delle pulizie lo aveva trovato sul pavimento della cucina, accanto allo sportello aperto del frigorifero. Lo aveva “fregato” il cuore, come sempre, in tutte le circostanze.


  Più volte, nelle ultime settantadue ore, Nicola aveva pensato, febbrilmente pensato, che chiudendo gli occhi e concentrandosi, sarebbe riuscito a leggere quello che c’era scritto sul foglio dove venivano riportati i risultati delle analisi. Con la mente percorreva così il marciapiede ombroso, saliva i pochi gradini che separano l’ingresso del laboratorio dalla strada, varcava la soglia, individuava il cassetto dove era conservata la busta che lo riguardava, poi... Eccolo di nuovo a macerarsi, a torturarsi, a non sapere...


  Mezzogiorno doveva essere passato da un pezzo. L’aria bruciava. L’abbronzatura di Nicola, a osservarla adesso, sembrava ripassata con il lucido da scarpe rosso ciliegia, quello che porta scritto sul tubetto CHERRY RED. Mentre la magrezza di lui, i risultati delle sue diete, in certi periodi quasi suicide, apparivano evidenti soprattutto nelle piccole onde di carne grinzosa che ricadevano sui suoi gomiti troppo puntuti e sulle sue ginocchia troppo lunghe, magre, un po’ equine.


  “Potrei avere un pattino, per una mezz’ora o anche un’ora?”


  “Al momento sono tutti fuori, in mare.”


  “Peccato!”


  “Dovrebbe liberarsene uno, però, abbastanza presto.”


  “Presto, quanto?”


  “Fra quindici, venti minuti.”


  “È troppo, non mi sento di aspettare con questo caldo. Vuol dire che farò il bagno a riva!”


  L’estate prossima sarebbe stato ancora lì, a godersi la spiaggia? Adesso Nicola capiva che la parola paura non esprime soltanto un sentimento. Indica qualcosa di molto complesso, qualcosa che coinvolge il tempo.


  “Com’è l’acqua, oggi?” chiese a voce molto bassa.


  Il vento, se poteva chiamarsi vento, aveva cambiato direzione. Una piccola nuvola scura e all’apparenza innocente stava tirando fuori dal suo corpo compatto due ali di zanzara quasi violette. Forse, nel pomeriggio, sarebbe caduta qualche goccia di pioggia. Con un po’ di fortuna, prima di sera, lui avrebbe trovato da rimorchiare. Scopare, ammesso che ci fosse riuscito, avrebbe forse un po’ attenuato la sua ansia.


  “Com’è l’acqua, oggi?” tornò a chiedere con voce più sostenuta.


  “Ci sono molte alghe.”


  “Solo alghe?”


  Qualcuno, nel sentire quella domanda posta in tono beffardo, rise con simpatia. Quella simpatia suonò di incoraggiamento per Nicola. Così si tuffò, diede sei o sette bracciate con stile da manuale e tornò a riva.


  “Fra poco avrò fame, un po’ di fame, quel tanto che basta a aprire la bocca e a far scivolare qualcosa nello stomaco. Una caprese, per esempio. Andrò al ristorante dello stabilimento e ordinerò una caprese. Chiederò anche del vino bianco. Poi, quando avrò finito di mangiare, mi guarderò intorno. Voglio trovare un ragazzo. Se vedrò il tipo giusto mi verrà anche voglia di scopare. E almeno per un po’, mi sentirò meglio,” si disse Nicola, raggiungendo la doccia.


  C’era qualcuno nel caldo torpore della grande vacanza estiva, un medico o una dottoressa, che sapeva. Sì, qualcuno aveva analizzato il suo sangue e sapeva se sì o se no, se lui aveva o non aveva contratto il virus HIV.


  Perché, accidenti, non era più sincero con se stesso? Perché non ammetteva di avere tutte, proprio tutte le ragioni per essere pessimista? Considerando le volte (molte, in verità), che aveva tradito Leo e il modo in cui lo aveva tradito, senza andare per il sottile, era probabile che si fosse impestato. Sperava in un miracolo, adesso? “In ogni caso, comunque stiano le cose, continuerò a fottere fin quando mi reggerò in piedi,” pensò Nicola come un bambino pensa il proprio capriccio, pestando anche mentalmente i piedi per darsi forza e non cedere alla tentazione del buon senso.


  In quella, il panico tornò a morderlo. Giù, in fondo allo stomaco. Che cosa avrebbe fatto se i risultati delle analisi fossero stati quelli che temeva?


  Fu qualche momento dopo, mentre chiudeva il rubinetto della doccia, che si sentì chiamare.


  “Nicola!”


  Riconobbe subito, senza nemmeno bisogno di voltarsi, la voce di Miriam. Era una voce rotonda e squillante, che sembrava conferire alle parole una forma sferica e gioiosamente colorata.


  “Non sai che piacere mi fa vederti, Miriam. Evviva!”


  “Sei carino a dirmi così.”


  “È proprio di te che sentivo il bisogno, in una giornata come questa.”


  “Sei sempre così galante, Nic!”


  “La galanteria non c’entra, ti assicuro, Miriam.”


  “Asciugati e poi mi dirai tutto.”


  Miriam, dieci o dodici anni prima, aveva molto sofferto a causa d’un giovane marito, Pietro, che si era dileguato senza lasciare traccia. Invece di impazzire, come avevano temuto i suoi amici, lei era ingrassata. Aveva incominciato a indossare larghi vestiti senza forma, che le nascondevano il corpo e mettevano in evidenza la dolcezza severa del suo viso. Quel suo aspetto rassicurante prima ancora che piacevole e la sua curiosa quanto innegabile rassomiglianza con una donna indiana, le avevano attirato molte simpatie e tantissimi inviti. Oltretutto Miriam, che aveva tre gatti e un grande soggiorno a forma di grotta pieno di cuscini moreschi, cucinava benissimo, sapeva tutto dei profumi e delle loro proprietà terapeutiche, era refrattaria agli amori di qualunque tipo, si occupava proficuamente di arredamento, leggeva nel futuro e faceva benissimo i tarocchi.


  “Perché non vieni a sederti vicino a me? Adesso la spiaggia si svuota e potremo chiacchierare in pace.”


  Parlarono e parlarono. Mentre si chiedeva se dovesse o meno accennare alle sue analisi, Nicola faceva in modo di raccontare questo e quell’altro, andando più veloce della sua paura. “La paura non mi deve acchiappare,” continuava a ripetersi in qualche angolo buio della mente.


  Nel pomeriggio, poco dopo le tre, ci fu un breve ma rabbioso temporale. Un vero spettacolo, almeno a goderselo da dietro le vetrate del bar. I tuoni, i lampi, il mare di piombo, gli ombrelloni rovesciati dal vento ebbero un effetto benefico sui nervi di Nicola che riuscì finalmente a affrontare ciò che più lo teneva in ansia.


  Incurante della distrazione, ostentata da Miriam, sostenne che il virus HIV era figlio della scienza. Affermò, abbandonandosi a un’improvvisa volontà di sfogarsi, che l’AIDS era senza alcun dubbio nato in un laboratorio di guerra batteriologica. Altro non era, insomma, che un’arma sfuggita al controllo dei suoi creatori.


  “Non dire sciocchezze, Nicola,” lo interruppe a un tratto Miriam, un po’ turbata.


  “Sciocchezze?!”


  “Ti devi volere più bene, Nic!”


  “Non capisco.”


  “Devi essere più sincero con te stesso.”


  La pioggia aveva pulito l’aria e il cielo adesso era bellissimo. Così, Miriam e Nicola decisero di fermarsi a osservare il tramonto. Poi, quando si fu fatta l’ora, salirono sulla macchina di lui (quella di lei era molto vecchia, aveva la forma d’un ferro da stiro e poteva rimanere senza pericolo nel parcheggio dello stabilimento balneare), raggiungendo Fiumicino.


  “Possiamo decidere quello che ci piace, senza dover avvertire nessuno.”


  “È il vantaggio delle persone sole come noi!”


  “Lo consideri un vantaggio?”


  “A volte sì, non sempre. E tu?”


  Sedettero in un ristorante non lontano dal canale, ordinarono due spigole arrosto e una bottiglia di vino bianco.


  Mangiarono un po’, poi Nicola sentì nuovamente il morso della paura. Così non poté fare a meno di riportare il discorso sull’AIDS.


  “Non è come le altre malattie, Miriam. Quello che non può distruggere con le sue armi di morte, lo altera e lo rovina con la sua ombra minacciosa. Con un po’ di fortuna e molta prudenza si può farla franca, questo sì. Ma le leggi della paura, lo spettro del contagio hanno vinto sull’amore, sul bello della vita. Non lo pensi anche tu, Miriam?”


  “Non voglio parlare dell’AIDS, Nicola. Te l’ho già fatto capire prima, mi pare.”


  “Perché non vuoi?” chiese Nicola con voce suo malgrado un po’ allarmata. Poteva darsi, e lui non seppe fare a meno di sospettarlo, che Miriam (non era dotata di poteri “particolari”?) avesse intuito qualcosa a proposito delle sue analisi, qualcosa di terribile che preferiva tacergli.


  “È un argomento che non ti interessa, quello dell’AIDS?” Miriam, questa volta, fece finta di non sentire. “Scusami se insisto, mi hai incuriosito. Perché non vuoi parlare dell’AIDS?” insistette Nicola in tono fin troppo controllato e decisamente innaturale. Anche perché il suo sguardo, i suoi zigomi lustri, la piega delle sue labbra ripetevano, anzi gridavano: “Allora, Miriam, che cosa mi nascondi? Tu sai, tu hai colto qualcosa che non vuoi rivelarmi? Dimmi tutto, per carità! Sono malato? Non mi tenere in sospeso, Miriam. Parla!”


  “Stai buono, Nic,” disse in quella Miriam, che di rado sbagliava quando seguiva il suo istinto. “Qualunque sia il motivo del turbamento, non ti ribellare alla paura.”


  “Come fai a sapere che ho paura?”


  “Lo dicono i tuoi occhi, lo grida la tua faccia. Ascoltami bene, perciò. La paura ama divertirsi con chi si ribella alle sue leggi. Gioca e alla fine vince. Sempre e comunque.”


  “Che debbo fare, allora?”


  “Devi cercare di star calmo. Il diavolo, alla prova dei fatti, non è brutto come lo si dipinge.”


  “Ma l’AIDS sì!”


  “Ti ho detto di non parlarne. Non ancora.”

LA GIOVINEZZA È FINITA


  Stavano sempre insieme, lui e lei, incollati come un francobollo a una lettera. Eppure avevano sempre qualcosa da raccontarsi. Prendevano a parlare all’improvviso, senza fare riferimento a niente che si fossero detti prima, e andavano avanti a lungo, chiacchierando fitto fitto. Proprio come due innamorati che si ritrovano dopo una sofferta separazione.


  “Tu sei diverso dagli altri, diverso da tutti. Cerca, ti prego, di non dimenticartene mai.”


  “Uguale o diverso, non ha più importanza. Va bene così, ormai.”


  Era lei a stirargli le camicie, lei a tagliargli i capelli, lasciandoli un po’ troppo lunghi sul collo. Lui non sarebbe esistito senza di lei. Dal canto suo quella piccola donna gentile, con le mani bruciate dai detersivi e l’espressione sempre un po’ stanca degli intellettuali, non sarebbe andata avanti nemmeno un’ora senza un uomo come lui da accudire.


  “Non devi, non puoi togliermi anche questo. Guai se non pensassi, se non fossi sicura che tu sei diverso. Tutto, da un momento all’altro, sarebbe molto più difficile e più triste. Soprattutto più triste!”


  “Puoi pensare tutto quello che ti va di pensare, questo è ovvio. Non voglio essere io a ingannarti, però. Non io.”


  “Perché non tu? Sarebbe a fin di bene, in ogni caso. Perché non tu, allora?”


  “Perché siamo troppo soli.”


  “E con questo?”


  “Io sono il tuo specchio, tu sei il mio specchio. Guai se non potessimo avere fiducia nemmeno nel nostro specchio e fossimo costretti a interrogarci sulla sua sincerità. Ci sarebbe di che perdere la testa.”


  “Sì, hai ragione. Anche questa volta!”


  “Tu hai me e io ho te. Non abbiamo più altro e così dobbiamo stare molto attenti.”


  Gli occhi di lei, in certi momenti, erano attraversati dalla distrazione che accompagna, e un poco asseconda, un repentino bisogno di non pensare, di non stare più in guardia.


  “Hai detto attenti, ma a che cosa?”


  “A tutto quello che può toccare la nostra anima, semplicemente toccarla prima ancora di riuscire a ferirla.”


  “Lo vedi? Ho ragione io!”


  “Ragione in che senso? Spiegami!”


  “Dici le cose stupendamente, proprio come può dirle uno diverso dagli altri, dalla media, da tutti.”


  “Lascia perdere, sii buona. Certi discorsi, dopo tutto quello che è successo, finiscono col farci soffrire di più. Meglio non agitare inutilmente le acque, lo sai anche tu!”


  Erano partiti in fretta e furia, un mercoledì, sul far del giorno. La luce, che veniva dai lampioni ancora accesi nel viale, disegnava sulla parete del soggiorno quella strana ombra frastagliata, che a loro sembrava la testa d’un cervo. Era l’ultima cosa che avevano guardato, prima di raggiungere le scale.


  “Forse sì, era un effetto dovuto ai rami di quel grande albero che tu chiamavi il nonno del viale.”


  “Chissà, non lo sapremo mai con certezza.”


  Come era stato difficile, all’ultimo, il distacco dalla loro casa! Difficilissimo, anzi, quantunque fossero entrambi molto lontani dall’immaginare che non avrebbero più rivisto quelle stanze. Anche per questo, pensando a un’assenza di qualche giorno, avevano preso una sola valigia. Nemmeno la più grande.


  “Presto, preoccupiamoci solo di far presto!”


  Erano riusciti così a portare via solo un po’ di biancheria e alcune di quelle piccole cose senza utilità che si pescano in fondo ai cassetti, quando si va di fretta. Nient’altro. La loro miseria, lo sapevano benissimo tutti e due, era incominciata praticamente in quel momento, con quella valigia.


  Poi salirono su un treno senza riscaldamento, quindi su un autobus e ancora su un treno. Per duecentocinquanta chilometri approfittarono anche di un camion. Durante le soste, vinti dallo sfinimento, dormirono in un edificio sinistrato dalle bombe, in una vecchia canonica, in una capanna abbandonata e in molti altri posti che fecero perdere per sempre, a entrambi, l’odore che si acquista facendo ogni giorno uso d’una buona stanza da bagno con acqua calda, sapone profumato e morbidi asciugamani appena usciti dall’armadio.


  Attraversarono prima un paesaggio di neve sporcata dal fango e successivamente viaggiarono sotto un sole timido, che all’improvviso li fece sentire molto stanchi e incerti.


  In seguito, arrivando a Roma, si accorsero che la loro giovinezza era finita. Anche il loro amore pieno d’esuberanza si era, all’improvviso, mutato in un affetto imbastito di gentilezza, di sollecitudine, di castità. Ecco perché, appena erano riusciti a sistemarsi (non senza qualche silenzioso compromesso con la loro dignità e il loro orgoglio) in un piccolissimo alloggio vicino alla stazione Termini, avevano compiuto un passo decisivo. Avevano scelto di dormire lui su un divano letto sistemato nell’ingresso e lei nella camera adiacente. Tutto questo non era apparso però, né all’uno né all’altra, un segno di sopraggiunta freddezza. Era viceversa il sintomo d’una mutata ma non meno speciale temperatura psicologica.


  “Ti sei coperta bene?” chiedeva lui prima di addormentarsi senza dover forzare la voce nemmeno un po’, visto che lasciavano la porta di comunicazione spalancata.


  “Tu, piuttosto, non vorresti un’altra coperta?”


  “Due sono più che sufficienti. Siamo in Italia, non lo dimenticare!”


  “No, non lo dimentico, stai tranquillo,” rispondeva lei, trattenendosi a stento dal sospirare. Dal ribellarsi almeno con le parole a un esilio, o come altro chiamarlo, di cui non vedeva la fine.


  Una notte, subito dopo aver spento la luce, lui aveva esclamato: “Domani sono quindici anni che siamo arrivati a Roma!”


  “Pensi che un giorno torneremo chez nous?”


  “Cerca di dormire, adesso” era stata la risposta, pronunciata con il tono che si riserva a un bambino, quando fuori c’è un brutto temporale.


  In quindici anni lui aveva preso l’aspetto un po’ liso – un aspetto cui non sono estranei un sentore di naftalina e un sospetto di forfora sulle giacche scure – che hanno spesso gli orchestrali in cerca di scrittura. Lei appariva come mangiata, fisicamente mangiata, da una bellezza non goduta. Forse a causa d’uno di quegli incidenti materiali che le donne del suo tipo, le donne che sanno chinare la testa e rassegnarsi per amore del loro uomo, raccontano alle amiche più fidate (ma lei non ne aveva) stringendo un po’ gli occhi e con le labbra irrigidite.


  “No, non abbiamo avuto figli, purtroppo!”


  Non erano due tipi che passassero inosservati. Invece, anche quando uscivano a passeggiare verso la fine del pomeriggio, nessuno rivolgeva loro uno sguardo proprio come nessuno, nei lunghi anni del loro esilio, aveva provato curiosità nei confronti della loro vicenda. Niente curiosità, nessun impulso alla simpatia, nulla di nulla.


  “Siamo troppo uniti. Credi che sia questo a tener lontana la gente?”


  “Non so, è possibile.”


  “Se non è questo, che altro può essere allora?”


  Giunti a questo punto della loro passeggiata, lui e lei si fermavano, alzavano gli occhi come per un segnale convenuto e prendevano a osservare una gabbietta. Un’uccelliera in miniatura, attrezzata di tutti i più confortevoli accessori, che ospitava una coppia di canarini. Era appesa dietro i vetri d’una cucina, al secondo piano d’un palazzone grigio-smog.


  “Pensi che si vogliano bene?”


  Suonava così la domanda ripetuta ogni volta, puntualmente. Poi, in particolare se faceva brutto tempo e tirava vento, tanto lui che lei indugiavano nel magnificare il tepore, la sicurezza che certamente avvolgeva quei due “batuffolini gialli”. Era lei che li definiva così, dicendo quelle due parole (e solo quelle due) nel suo italiano dal suono buio e un po’ baritonale. Un tepore simile avrebbe presto, appena fossero arrivati a casa, accolto anche loro.


  “Vuoi che ti prepari un po’ di minestrina? Qualcosa di caldo ci farebbe bene.”


  Inutili finte dal momento che tutti e due stavano ancora pensando ai canarini, a quello che i canarini significavano per loro. C’erano, a questo riguardo, un paio di domande che, pur eccitando il loro interesse e la loro curiosità, non avevano mai osato rivolgersi.


  “Quanto tempo pensi che possano vivere delle creature così?”


  “È vero, sì o no, che i canarini sono molto ma molto delicati?”


  Erano entrambi consapevoli che, dopo quelle due, sarebbero venute altre domande. Più crudeli e coinvolgenti. Che cosa avrebbe fatto, in caso di morte del compagno, il canarino sopravvissuto? Che cosa senza più un punto di riferimento, uno specchio in cui ricercare il senso della sua identità?


  Chi dei due se ne sarebbe andato per primo, lasciando l’altro?


  “Non mi hai ancora detto che cosa vuoi per cena.”


  “No, non l’ho detto. Scusami, anima mia!”

UN’ANIMA IN GHIACCIO


  “Sono solo e sono infelice. La mia solitudine e la mia infelicità non sono tuttavia solo il contrario della compagnia e della felicità. Sono anche un’altra cosa, molto più complicata e più reale,” si disse un pomeriggio Giulio, uno scapolo piuttosto ricco e apparentemente senza età (anche se si capiva che doveva essere ancora piuttosto giovane). Piovigginava. L’aria aveva qualcosa di molle, proprio come il giorno in cui lui era nato. Un ormai lontano martedì di febbraio, qualche anno prima della seconda guerra mondiale.


  A tale proposito, dieci minuti più tardi, Giulio si disse ancora: “Morire non è solo il contrario di nascere.” Ma questa, chissà perché, gli parve una forzatura un po’ infantile e, dunque, un po’ triste.


  Il suo nome, Giulio, era stato il frutto di un delicato compromesso. Sua madre Enrica, una donna esile ma prepotente e nervosa, avrebbe voluto chiamarlo Guido come il nonno. Il padre, l’ingegner Filippo (ingegnere onorario, ingegnere nei modi e nella mente ma non nella vita, dal momento che non si era mai laureato), aveva obiettato con inusuale perentorietà che Guido era un nome “un po’ da ebreo”.


  “Chi te lo ha detto? Tu sei matto e ignorante, anzi più che matto e ignorante sei cattivo. Marcio dentro e cattivo!”


  A queste rimostranze della moglie, Filippo aveva risposto pacatamente (anzi, secondo l’interessato, “pacatissimamente”). Aveva ricordato, con un sorriso di tollerante superiorità sulle labbra, tutti i Guido di religione ebraica che aveva conosciuto nella sua vita. “Compreso quello strozzino del nostro orologiaio e non escluso tuo padre,” aveva a un tratto tagliato corto Filippo, guardando Enrica e rabbuiandosi un po’. Anzi, un bel po’.


  Dal giorno del suo primo vagito Giulio, destinato a non avere fratelli, era stato sommerso di premure. Così a quattro anni, nella bella casa vicina a Villa Borghese (pavimenti di legno color miele e finestre piene di luminosi cieli romani), il piccolo si era inconsapevolmente ribellato. Aveva attentato (senza molto impegno, in verità) alla sua salute, prendendo a soffrire di quella stitichezza che lo avrebbe poi accompagnato fino al suo ultimo giorno.


  Mademoiselle Mariette, l’istitutrice francese, forse perché turbata dagli echi di un’Italia sempre più marziale e intollerante (era una straniera, dopotutto), dette al pur modesto fenomeno una rilevanza immeritata. Una rilevanza da mettere anche in relazione con il suo rapporto molto particolare, non proprio sano (si direbbe oggi), con purghe, purganti, cannule, clisteri, supposte. “Aujourd’hui aussi,” squittiva di fatto con incontenibile eccitazione, ragguagliando prontamente di ogni stentata o mancata evacuazione dell’enfant l’ebrea (come fra sé definiva la “maman” di Giulio).


  A soffrire più di ogni altro della stipsi ostinata del piccolo fu certamente il vecchio pediatra. Più vicino nell’aspetto a un sacrestano che a uno scienziato, fu sostituito senza preavviso da un più giovane e ambizioso medico triestino. Un mezzo pazzoide, senza dubbio non privo di ingegno che, dopo aver palpato l’addome di Giulio con mani gelide e ostili (così, almeno, le avvertì l’interessato), si slanciò in una sorprendente diagnosi più tardi definita dall’ingegner Filippo “un increscioso numero da fiera”.


  Senza dar tempo ai genitori di aprire bocca, collegò le malinconie (“Malinconie? È sicuro?”) e gli altri disturbi del bambino (compresa la stipsi, chissà perché molto sottovalutata) a qualcosa di assai più vasto e complesso. A tal punto che il triestino, il pazzoide, giunse a evocare i cicli mestruali della signora Enrica.


  “Come ha detto, scusi?” non poté trattenersi allora dal chiedere il capofamiglia, improvvisamente sbiancatosi. La moglie, che ben lo conosceva, temette il peggio e si affrettò a congedare il nuovo pediatra. Non senza fargli segno, in qualche modo, d’essere stata molto colpita dalle sue parole. In primo luogo come donna, femminilmente!


  Ma la cosa non finì così. In effetti la parola malinconia, pronunciata con indubbia competenza, entrò stabilmente nell’orizzonte emotivo di mamma Enrica. Al punto che, povera donna, non avrebbe più smesso di chiedere al piccolo Giulio, al suo “pallidone” come le veniva adesso di chiamarlo, “Ma che hai oggi? Non sei contento? Ti senti triste? Perché? Di che? Dillo alla tua mamma, dillo a lei!”


  Poi scoppiò la guerra. Quando le minacce sospese nell’aria (le minacce legate ai bombardamenti ma anche alla scomoda, scomodissima realtà costituita da quel nonno ebreo) si trasformarono in concreto pericolo, Giulio e la signora Enrica lasciarono Roma e si rifugiarono in Svizzera. L’“ingegnere”, viceversa, rimase nella Capitale trattenuto dai suoi affari e forse da una certa Tilde, una cameriera di sicuro molto intraprendente.


  Uno sventurato giorno, quando la pace era ormai molto vicina, Filippo venne giustiziato. Furono i partigiani o furono i fascisti a porre fine alla sua esistenza? Giulio non si dette la pena di ricercare la verità.


  “Ti manca il coraggio,” andò avanti a provocarlo per anni mamma Enrica, cercando di vincere quella che le sembrava un’inammissibile indifferenza, una sciagurata tiepidezza nei confronti della figura paterna.


  Subito dopo la guerra, madre e figlio tornarono a abitare nel lussuoso appartamento a due passi da Villa Borghese. Un domestico (Carlo), un autista (Italo) e lo zio Fabio (fratello di Enrica) sostituivano, a seconda delle necessità, il defunto Filippo.


  Tutto per il meglio, sembrò da principio.


  A sedici anni tuttavia, insieme con una nuova forma di malinconia che resisteva anche alla profiterole e alle telefonate di una certa Lidia, Giulio scoperse La trota di Schubert e fu attraversato da un impotente desiderio di esprimersi artisticamente.


  Ansiosa come e più di sempre (l’avrebbe ripagata di molte amarezze avere un figlio musicista, magari primo violino se non proprio direttore d’orchestra), Enrica finì col pronunciare troppo presto la parola “conservatorio”. E Giulio la punì, si punì, punì il mondo, dichiarando di non avere orecchio e chiudendosi, anzi barricandosi in questa sua convinzione.


  In seguito, forse perché il suo profitto scolastico lasciava sospettare più che la negligenza un certo grigiore intellettuale (“Il ragazzo stenta...” “Il ragazzo fatica...”), Giulio si sforzò di riconoscere in sé i germi di una vocazione artistica e per un attimo pensò che sarebbe potuto diventare un bohémien. Andò dieci giorni a Parigi, da solo. Decise, sia pure sulla base di una scarsa informazione, che i suoi pittori preferiti erano Toulouse-Lautrec e Schiele. Anche stavolta, però, tutto finì prima di incominciare.


  “Ti manca la costanza, ecco il punto,” si lagnò la signora Enrica, che tuttavia l’egoismo (lievitato in lei con la menopausa) salvava da ben più realistiche preoccupazioni. Che avrebbe fatto, nella vita, “un’anima in ghiaccio” come suo figlio?


  Divenuto nel frattempo un omone grande e grosso, proprio come possono essere talvolta grandi e grossi i tedeschi, Giulio si sentì portato dalla solitudine (non aveva una ragazza, non vedeva mai nessuno) a lasciarsi crescere un folto barbone. Un barbone, spolverato d’un rosso vicino ai riflessi d’un bel fuoco di legna sul rame, che lo faceva assomigliare a un frate cercatore o forse a un rabbino ashkenazita o, più semplicemente, a un medico di campagna d’altri tempi. Così aggiustato, scegliendo come quasi sempre gli avveniva senza scegliere davvero, Giulio si era iscritto alla facoltà di architettura e non senza fatica, a piccole tappe, era anche riuscito a laurearsi.


  Per qualche tempo, credendo di vedere quel che probabilmente non c’era e non vedendo viceversa quello che andava visto, Giulio aveva progettato di dedicarsi all’approfondimento di Frank Lloyd Wright. Ma poi, senza una ragione purchessia, l’entusiasmo aveva fatto posto a un totale disinteresse.


  Alla morte di sua madre, cui reagì con sostanziale apatia, il neo architetto (non si sarebbe mai provato tuttavia a esercitare la professione) lasciò l’appartamento vicino a Villa Borghese, fattosi troppo spazioso per lui solo.


  “Meglio affittare,” fece sapere al suo amministratore, incaricandolo di occuparsi (senza beninteso creargli problemi) della vendita dei mobili. Dopodiché Giulio si trasferì in un “attichetto”, un bicamere che puzzava lontano un miglio di garçonnière, non lontano da Villa Torlonia.


  Adesso aveva trentadue anni, molto denaro, nessun vero amico e la sera, tornando a casa dal cinematografo o dal ristorante, appoggiava la testa ai vetri della finestra (in genere quella della cucina) e piangeva. Piangeva perché immaginava le tenebre di una notte sconfinata, perché la sera di domani sarebbe stata uguale a quella di oggi e di dopodomani. Piangeva a grandi lacrime fin quando una sottile, perfida angoscia veniva a asciugargli gli occhi (e anche l’anima).


  Si può morire di tristezza? Forse sì, ma Giulio non sapeva di essere così triste, al punto che nessuno avrebbe voluto passare il Natale con lui e i cibi più profumati, una volta nel suo piatto, sembravano ritagliati da una natura morta. E siccome qualcosa doveva pure succedergli, dal momento che continuava a vivere, gli accadde di scoprire le donne o, almeno, un certo tipo di donne.


  Iniziò così, nell’esistenza del barbuto architetto, una vera e propria processione di ex ragazze ancora piuttosto graziose ma in procinto di diventare zitelle. Avevano sempre addosso qualcosa di delicatamente rosa o di vaporosamente giallo o di verde pistacchio. Si chiamavano Lia, Livia, Ester, Mara, Grazia, Graziella...


  Queste signorine, in lotta perdente con la noia e con le prime vere rughe (quelle che compromettono l’integrità del collo, che offendono la luminosità del sorriso), presero il posto, nelle oziose giornate di Giulio, del lavoro, delle amicizie e, in genere, della socialità.


  Lui non frequentava cocktail, ricevimenti e così via. Dove trovasse perciò le sue “fidanzate”, che finivano oltretutto col somigliarsi (stessa cipria molto pallida, stessi capelli pettinati con la lacca) anche quando non si somigliavano, è praticamente impossibile stabilire. Molto ma molto difficile anche immaginare i primi approcci tra Giulio e le sue conquiste (o prede?), il procedere di certo stentato della conversazione con creature che sedevano (come scolpite nel silenzio), camminavano (solo fino allo sportello dell’auto, svogliatamente), mangiavano (poco, calcolando frattanto le calorie), baciavano quando baciavano (con un’indifferenza sottolineata da piccoli rumori elastici e setosi). Per più tardi, una volta rotto il ghiaccio, condursi come se primo, fondamentale dovere etico di una donna fosse quello di riportare a casa intatte, freschissime la camicetta e la gonna. Nemmeno fossero appena uscite dalla boutique.


  Dopo una prima alla Scala (anche poco allettante, del tipo Simon Boccanegra) o altrimenti un fine settimana alle Terme di Saturnia, Giulio si sentiva autorizzato a mutar di umore. Incominciava a costruire intorno alle sue partner, alla loro reticenza conseguente all’educazione fra medio e piccolo borghese un complesso edificio di sospetti, di indizi, di dubbi, di fraintendimenti volti a eccitare la sua taciturna, possessiva, viziosa gelosia.


  La “rottura” avveniva dopo quattro o cinque mesi, senza lacrime, con la complicità delle mezze stagioni (in modo da non scombinare le vacanze al mare o la settimana bianca).


  Un lunedì notte, dopo aver riaccompagnato a casa Simonetta (succeduta da meno di tre settimane a Livia), Giulio fu tuttavia attraversato da un’intuizione. Capì, d’un tratto, che non avrebbe più funzionato. “Proprio così, non me ne frega più niente,” si disse, cercando più o meno consapevolmente di riattizzare il focherello della gelosia e di tornare a goderne i piccoli, un po’ sudici tormenti. Ma no, niente, era finita.


  Due settimane più tardi, come si scopre di essersi presi il raffreddore, Giulio seppe di avere addosso una malattia mortale. Il resto fu semplice, quasi meccanico.


  Un venerdì alle due del pomeriggio – c’era un sole molto acceso in un cielo gelido, d’un azzurro assolutamente romano – preparò una valigia piuttosto leggera, scrisse un biglietto alla donna delle pulizie e chiamò un taxi, dopo aver parcheggiato la sua automobile con un curioso sorriso. Un sorriso che copriva un tremito, un infantile tremito delle labbra.


  All’autista del taxi Giulio diede l’indirizzo di una clinica di lusso, aggiungendo con voce un po’ soffocata “Forza, andiamo,” e iniziando a morire in quel momento.

L’INVIDIA HA UN CUORE ONESTO


  P. è uno scrittore di media notorietà ma di ambizioni illimitate. Adora Dostoevskji, considera La Violetta del Prater di Isherwood e Pubblicità per me stesso di Mailer i suoi livres de chevet. O, almeno, così fa credere alle sue numerose e ininfluenti adoratrici telefoniche e non solo.


  Oggi, lunedì 16 dicembre, P. si è svegliato ancora prima del solito. Ha trascorso infatti una notte molto agitata, in preda ai tormenti dell’invidia. E adesso, con la semiluce di un mattino freddo e piovoso, i pensieri si inseguono nella sua mente violenti e leggeri.


  “Bisogna far capire a tutti, nessuno escluso, che quel tipo e le sue trovatine sono un bluff,” digrigna i denti P., temendo di vedersi presto sostituito nel cuore delle signore di cui frequenta da protagonista i salotti.


  Non è la prima volta che perde la testa. Venendo a conoscenza del successo di certi letterati, quelli a lui più vicini e familiari, questo bell’uomo di quasi cinquant’anni cade immancabilmente preda di una cupa esaltazione. L’invidia, che non di rado arriva persino a impedirgli di uscire di casa o di avere dei desideri sessuali, s’impossessa di lui come lo spirito di carità, a volte, s’impossessa di certi peccatori decisi a trovare la redenzione castigandosi e espiando.


  La sofferenza di P. stavolta è addirittura incontenibile. Forse senza precedenti. Lo ingelosisce, lo fa star male, quanto viene leggendo (e ascoltando) a proposito d’un suo quasi coetaneo. Si chiama Mario Silvestri, riesce a farsi passare per un narratore di élite ma in realtà piace, eccome, al pubblico medio. “È soltanto un mediocre giocoliere della parola che finge anche con se stesso di essere Queneau!” schiuma di rabbia il nostro.


  A differenza di P., che ha scritto numerosi romanzi sprezzantemente cerebrali sull’impossibilità di scrivere romanzi, quel furbone di Silvestri ha pubblicato al momento giusto, dall’editore più qualificato e con i prefatori più opportuni tre eleganti, costruitissimi racconti lunghi. Autentici congegni a orologeria che è venuto perfezionando in anni di lavoro, cogliendo e facendo tesoro anche delle minime variazioni del gusto.


  P., che non ha mai avuto simpatia per lui, è passato però all’odio, alla più irragionevole avversione solo da qualche settimana. Da quando ha visto cioè l’ultimo libro di Silvestri affacciarsi nelle classifiche di vendita e ha udito casualmente dire da una signora, nel vestibolo d’un teatro (figurarsi!), che le pagine di quel miserabile le hanno suggerito “chissà perché, il sound malinconico e chic di Paolo Conte!”


  “Il cantautore?”


  “Sì, lui!”


  ‘Silvestri come Conte? E troppo, cazzo! A me di Conte non importa un bel niente ma è troppo lo stesso. A farmi imbestialire è il tipo di paragone, il genere di consenso che sottintende,’ si è detto e ripetuto P., camminando per strada, a cena e persino in bagno.


  La sera prima, poi, si è aggiunta una notizia davvero inaccettabile. A una cena, un cretino con la faccia color garofano dello steward alcolizzato, ha riferito dell’ottima accoglienza riservata dalla stampa parigina a un’opera di Silvestri “appena-appena tradotta!”


  Nell’udire quell’“appena-appena”, buttato là quasi a testimoniare l’immediatezza d’un (inevitabile?) consenso critico, P. si è sentito venire l’amaro in bocca mentre uno spiritello maligno, nascosto nelle sue viscere, si slanciava in una serie di paradossali (i paradossi dettati dall’ira) giudizi sull’arte del tradurre.


  Intelligente e colto assai più di quanto non sia artista, P. si è spesso interrogato sulla sua natura di invidioso cronico. Risultato? Nessuna condanna. È giunto anzi a convincersi che, nel suo patire senza dubbio un po’ folle a causa delle altrui fortune letterarie, si nasconde qualcosa di nobilmente irragionevole. Qualcosa che, alla luce delle sue frenetiche letture giovanili (adesso consuma gli occhi sui giornali), sente di condividere con i personaggi dostoevskiani, con la loro grandezza fatta anche di abiezione.


  E proprio perché crede di avvertire nel suo sangue qualche goccia del sublime veleno che corre nelle venne degli Stavrogin, dei Raskolnikov, degli Ivan Karamazov – proprio perché come quelle creature “macerate dall’intelletto” non teme il ridicolo di natura tutta particolare che finisce talora con l’accompagnare gli atteggiamenti estremi – P. non esita a dar sfogo alla propria invidia. Anzi, l’impulso a comunicare, a sbandierare il livore che lo divora, si fa a volte irresistibile.


  Ecco perché alle dieci passate da poco, disertando la scrivania e il lavoro, lo scrittore di media notorietà si avvicina al telefono. Dopo breve riflessione cerca un amico, un architetto disoccupato, che le preoccupazioni rendono generoso di sé e del proprio tempo.


  Comincia così un lungo monologo via filo. Passeggiando su e giù quel tanto che l’apparecchio telefonico gli consente, il nostro pettegola intorno alla vita privata di Silvestri, lo calunnia ma con realistica misura mentre due minuscole perle di saliva biancastra palpitano agli angoli delle sue labbra sottili, pallide come un foglio di carta.


  L’invidia, che fa di P. un piccolo mostro temuto dai suoi conoscenti e amici, è capace a volte di regalargli momenti di autentica, di ispirata creatività. L’umor astioso è, a conti fatti, la sua musa più generosa.


  Alle undici telefona Piera, una giornalista dagli occhi d’un celeste un po’ sbiadito, non molto diverso da quello dei blue-jeans che indossa invariabilmente estate e inverno.


  “Pronto!”


  “Che voce severa! Sei arrabbiato? Qualcosa non va?” Piera inizia subito a blandire, a corteggiare P., ma lui resiste, rispondendole brusco, quasi sgarbato.


  A un autore come lui, che non può dimenticare un solo istante le malinconie della creatività, non importa di essere considerato attraente e di piacere alle donne. Per P. conta solo la letteratura e quanto la letteratura gli dà e soprattutto gli toglie. Al punto che nella sua espressione c’è sempre qualcosa di inappagato. Nemmeno si fosse appena recato in libreria a cercare – ma inutilmente, ahilui! – il proprio nome nell’indice del più recente, completo Chi è degli scrittori. Una dimenticanza che vale un giudizio.


  Mettersi a lavorare adesso, facendo finta di niente? No, P. non se la sente. Ha freddo, è svogliato. L’invidia, quando si fa più velenosa, ha il potere di rallentare i battiti del suo cuore e di rovesciargli addosso un’invincibile passività. Così, non sapendo fare di meglio, il nostro finisce col riprendere in mano (per la terza o la quarta volta) il romanzo di Silvestri. Sono appena centoventi pagine. Lungi dall’apparirgli innocente, la brevità del libro gli sembra stavolta lo specchio della stitichezza, dell’aridità, dell’avarizia però astuta dell’autore.


  “Quel maledetto non ha sangue,” comincia col consolarsi P., pensando alla mole dei Demoni o di Guerra e pace.


  L’esame, dopo questa prima e salutare impressione, ovviamente continua. P. si accorge così di aver percorso e ripercorso le pagine di Silvestri senza spesso afferrarne il senso, forse perché accecato dai pregiudizi della rivalità. Adesso la sua pazienza e la sua attenzione vengono, tuttavia, premiate e in modo del tutto inatteso.


  P. scopre infatti che, a pagina ventisei, il verbo “fare” è ripetuto due volte in sole sei righe. A pagina trenta poi, si possono contare tre avverbi (vere e proprie pietre di inciampo) in due periodi consecutivi. A pagina cinquantatré si incontra un indicativo al posto di un congiuntivo. Da non credere! A pagina centosei...


  Il nostro non osa, almeno per il momento, spingersi oltre. Un’extrasistole lo avvisa che è bene fermarsi. Distanziare le emozioni. (Dopo l’invidia, l’ipocondria è l’altra grande dominatrice della mente dello scrittore di media notorietà.)


  La lettura ha portato via più del previsto, il tempo è volato e la mattina se n’è finalmente andata. Anche l’animo di P. è mutato, in meglio, insieme con le luci del giorno.


  Ben presto il cielo, occupato da un tappeto di nuvole che si indovina formato da molti strati densi e minacciosi, farà posto a uno di quei pomeriggi brevissimi, che scivolano velocemente nell’atmosfera (nel mood direbbe quella gallina di Piera) delle sere prenatalizie. Allorché l’elettricità, che illumina le vetrine dei negozi, sembra erogata direttamente dalle stelle e i primi abeti – addobbati con fiocchi di cotone, carte di caramelle e fili d’argento – mandano un lieve ma inconfondibile odore che fa pensare alla polvere da sparo o, chissà, alla coda delle comete.


  P. come tutti i nevrastenici ama la notte. L’avvicinarsi delle tenebre e la fine del giorno lo rincuorano. La sua improvvisa eccitazione, che confina (soltanto confina) con il buonumore, è dovuta tuttavia ad altro. A una decisione che P. ha preso quasi senza accorgersene. Quella di scrivere una lunga, irriverente lettera anonima a Silvestri. Quel pallone gonfiato deve assolutamente sapere che qualcuno l’ha colto in fallo.


  Così, proteggendosi dietro uno stile che lo renda irriconoscibile, P. dedicherà l’intero dopocena a compilare un elenco degli errori di cui si è accorto rileggendo il best-seller del suo rivale.


  Lo scrittore invidioso terrà invece per sé, mettendolo casomai a fruttare in un futuro saggio ovviamente firmato, un pensiero che al momento gli sembra geniale. Forse c’è della presunzione, eppure P. ritiene probabile che siano proprio le persone come lui che, spendendosi in invenzioni apparentemente maligne, mantengono viva una società letteraria altrimenti condannata a estinguersi nell’indifferenza, nella distrazione, nella noia. O, peggio, in un torpore in cui nessuno più condanna nessuno.


  Un’ineffabile espressione, sfiorata dal demone virtuoso del vittimismo, si disegna a questo punto sul volto di P. Come far finta di ignorarlo? La società letteraria è un magnifico crogiuolo di invidie. O così o niente. Mantenerla in vita, restituirla allo splendore che le compete significa anzitutto garantire un radioso futuro alle gelosie, ai livori, alle rivalità più meschine. È stato così, sarà sempre così.


  Gli artisti più invidiati, non può fare a meno di dirsi P., traggono splendore proprio dalla dolorosa passione di chi li invidia, di chi piange e si dispera per il loro affermarsi. “L’invidia, in questo senso, non è altro che un valore aggiunto alla fama, alla fortuna,” ironizza ma non troppo il nostro. E il sorriso, che passa frattanto sulle sue labbra, rinvia (chissà perché) al consumarsi del tempo in una camera chiusa, divorata dalla presenza d’un letto sfatto e insonne.

AMARSI MALE


  “Le vuoi molto bene?”


  “Sì, moltissimo. Non so nemmeno io dirti quanto. Lei è così dolce, così meravigliosamente disinteressata. Non credevo, prima di incontrarla, che potessero esistere persone del genere.”


  “Perché, che cos’ha di così speciale?”


  “Ha tutto quello che tu non hai.”


  “Ossia?”


  “Sa farti sentire il suo affetto, sa starti vicino.”


  Erano appena rincasati. Il tailleur della ragazza aveva un odore speciale, l’odore di quell’azzurro pomeriggio di aprile. Lei, comunque, non si era ancora tolta il cappello e questo la faceva sembrare ancora più graziosa.


  “È molto strano, a pensarci. Non mi avevi mai parlato di questa persona.”


  “Come possono essere stupidi gli uomini, certe volte. Non capite come siamo fatte, il nostro pudore!”


  “Perché non mi hai mai detto niente di lei? Più ci penso e meno riesco a spiegarmelo.”


  “Quando avrei dovuto parlartene?”


  “Prima che ci sposassimo!”


  “Perché avrei dovuto farlo?”


  “Diciamo che a me sarebbe venuto naturale. Al tuo posto non avrei potuto tenermi dentro una cosa così importante, così diversa da tutto.”


  “Tu no, non avresti potuto ma io sì, posso. Sono una donna, non dimenticarlo e le donne sanno essere migliori custodi dei loro sentimenti!”


  “Sarebbe bastato mettermi al corrente della situazione, non avrei chiesto niente di più.”


  “Dici così adesso perché hai voglia di me!”


  “Che cosa te lo fa pensare?”


  “Hai sempre voglia di me, dopo avermi portato fuori e aver visto come mi guardano.”


  La ragazza si mise a sedere sul letto, sfilandosi le scarpe. Esitava ancora a togliersi il cappello, però. Sapeva che lui la stava guardando e sapeva anche che il cappello le donava. Questo non le impedì anzi la spinse, solo qualche istante più tardi, a parlare con voce beffarda. Ostile.


  “Va bene, visto che ci tieni tanto, ti accontento. Ho un’amica molto cara, si chiama Laura, ha ventisette anni e mi fido di lei più che di me stessa. Sei soddisfatto?”


  “È bella?”


  “Non vedo che cosa possa importartene.”


  “Curiosità.”


  “La risposta è sì, Laura è bella. Secondo me, anzi, è bella in modo superlativo. Ha dei grandi occhi sognanti, il volto appena un po’ scavato. E che cosa dire delle sue mani? Sottili, eleganti... Basta, non voglio aggiungere altro.”


  “Perché?”


  “Non mi piace, anzi mi dà molto fastidio l’espressione che ti è venuta un attimo fa, ascoltandomi.”


  “Che espressione mi è venuta?”


  “Da far paura. Hai l’espressione di chi si aspetta chissà quale soddisfazione dalla sua capacità di scandalizzarsi!”


  “Pensala come vuoi, non mi importa. Una cosa devi dirmela, però.”


  “Non devo dirti proprio niente. Anzi, se vuoi farmi un favore, vattene e lasciami in pace.”


  “Chi viene prima per te, Laura o io? A chi dei due vuoi più bene?”


  “A te non posso più voler bene, sei troppo cattivo.”


  Maria Giulia, questo era il nome della ragazza, non aveva ancora venticinque anni. Era scura di carnagione, nera di capelli e veniva da una provincia fino a non molto prima infestata dai briganti. Aveva un carattere aspro e un corpo snello, flessuoso. Un corpo da cui era sul serio difficile staccare gli occhi. Il suo sogno era fare del cinema.


  “Ti piacerebbe vivere insieme con Laura?”


  “Questo non ti riguarda!”


  “Perché stai con me? Questo mi riguarda, eccome. Allora, che cosa mi rispondi?”


  “Sto con te perché sono una donna. È semplice.”


  “Altro che semplice, è un pasticcio. Un terribile pasticcio.”


  “Come sei infantile. Non sai pensare, non sai vivere che una cosa alla volta. Tu vorresti la vita diritta, senza sorprese come una rotaia.”


  “Non mi va che tu mi dia lezioni.”


  “Non ti sto dando lezioni,” rispose Maria Giulia con un tono tutto particolare, che stava a indicare in lei il sopraggiungere improvviso d’un acuto bisogno di dormire o di mangiare o anche di star sola e basta.


  “Anche Laura vuol lavorare nel cinema?”


  “No, lei fa la modella. È molto ricercata dai pittori.”


  “Posa nuda?”


  “Fa la modella, ti ho detto.”


  “È curioso. A volte, mentre rispondi alle mie domande, sembra che ti manchi l’aria. È come se un improvviso disprezzo, non so se disprezzo per me o per il mondo, ti togliesse il respiro.”


  “Siamo sposati da quasi un anno ma tu non sai ancora da dove si incomincia a trattare con una donna come me.”


  “Perché ci sta succedendo tutto questo? Anche tu, in fondo, mi vuoi bene!”


  “In fondo? E questo ti basta? Ti basta?”


  Lui si chiamava Corrado e non poteva certo dirsi brutto. Faceva il maestro di ginnastica e scriveva poesie. Gli si davano trent’anni ma era difficile immaginare che ne avesse avuti prima diciotto o ventidue. Qualcosa, in lui, sembrava escludere anche il ricordo dell’adolescenza, comunque d’un tempo precedente. I suoi occhi azzurri e freddi facevano pensare a qualcosa di inossidabile. I suoi capelli biondi, fini come lino e attraversati da qualche precoce filo d’argento avrebbero potuto essere così da sempre e per sempre.


  “Ci sono cose che racconti a Laura, cose di te, intendo, che a me non diresti mai, per nessuna ragione al mondo?”


  “La questione è diversa, la domanda è mal posta.”


  “Perché?”


  “Ci sono cose che Laura, il suo modo di comportarsi con me, mi invitano a dire mentre quando sono con te, quando siamo insieme, non mi vengono neppure in mente. Non c’è niente di preordinato. La mia con lei non è una confidenza che nasce dal desiderio di escluderti, di tenerti fuori.”


  “Sei gentile e cerchi di non ferirmi,” non poté fare a meno di dire Corrado. Lei gli guardò le mani. Erano lunghe, forti, sproporzionate alla persona e imbruttite da dita legnose, con le nocche sporgenti. “Sono gentile,” avrebbe voluto rispondergli, “perché in certi momenti, in questo preciso istante ho paura di te, del tuo modo maschile e bambinesco di reagire a quello che è più forte di te e che non puoi cambiare.” Ecco, sì, queste sarebbero state le parole giuste ma lei non aprì bocca, scommettendo in cuor suo che qualcosa di quel pensiero sarebbe comunque arrivato a Corrado.


  “A questo punto, visto che ci siamo, diciamoci tutto.”


  “Non ho proprio niente da dirti.”


  “Come vuoi. Ti prego, in ogni caso, di voler rispondere a questa domanda.”


  “No, basta!”


  “Sì, invece. C’è un limite, dimmi, un punto oltre il quale non andresti? O ti sembra che con lei, per lei potresti fare tutto?”


  Maria Giulia, anziché disporsi a rispondere magari con il silenzio, fece finta di niente e si tolse la giacca del tailleur. Poi, ancora vestita, con indosso anche le calze, si infilò a letto, ben bene sotto le coperte. Erano stati a un banchetto nuziale, avevano mangiato e soprattutto bevuto più del necessario. Prima del dessert Corrado si era esibito in uno dei suoi numeri di forza. “Che tristezza,” non poté fare a meno di sussurrare lei, ripensando alle manone del marito pallide e larghe come pesci degli abissi.


  “Perché hai detto ‘che tristezza’?”


  “Niente, un pensiero senza importanza.”


  “Allora non mi ami?”


  “Che cosa c’entra!”


  “In ogni caso. Maria Giulia, non sono assolutamente disposto a restituirti la tua libertà.”


  “Non te l’ho chiesto, non ti ho chiesto nulla e vorrei solo che tu la smettessi.”


  “Comodo!”


  “Chissà, forse più per te che per me!”


  “E se quella...”


  “Si chiama Laura, La-u-ra!”


  “E se Laura morisse?”


  “Sei un uomo. Fammi delle domande da uomo, se proprio ci tieni a parlare!”


  “E se morissi io?”


  “Una donna può quasi sempre fare a meno del suo uomo, magari soffrendo disperatamente ma può. La vedovanza è una condizione prevista dalla natura. Io, puoi starne certo, non farei eccezione alla regola.”


  “La separazione da Laura, viceversa, non rientrerebbe nella sfera delle cose naturali?”


  “Uffa, adesso stai cavillando e io sono stanca. Ho sonno.”


  In camera era ormai quasi buio. Oltre la finestra, alta sui tetti della vecchia Roma, lo spettacolo del tramonto si avviava alla conclusione. Il rosa del cielo, oltre il Gianicolo, stava lasciando posto a un verdino slavato e quest’ultimo a un blu-viola pieno di notte.


  “Sono già i colori dell’estate,” si disse distrattamente Corrado, tornando a guardare Maria Giulia che, quasi di colpo, si era addormentata. Anche lui si sdraiò ma senza assopirsi. Sfogliando senza far rumore il giornale del giorno prima, lesse che Galeazzo Ciano si sarebbe recato in visita da Hitler. “È solo un altro gradino, quell’uomo salirà ancora molto,” pensò, avvertendo un’improvvisa simpatia nei confronti del genero di Mussolini. Poi, senza una ragione precisa, quella simpatia lasciò posto a un’idea tormentosa. Maria Giulia non pensava mai a lui come a un poeta, si fermava alle apparenze il che voleva dire, in primo luogo, alle sue mani così forti da riuscire a piegare una moneta. Ecco sì, lei pensava a quella forza e al gesto da fiera che di quella forza era espressione. O adesso era troppo pessimista, ingeneroso e pessimista? “A questo punto, in ogni caso, non c’è proprio niente che io possa fare.” Urlò ma quell’urlo rimase sepolto nel suo cervello.


  Lei, intanto, non avrebbe potuto essere più bella. Aveva la bocca socchiusa. Dormiva con la beatitudine di chi sta volando leggero sul proprio sonno e non ha nulla da temere, da sé, dai propri sogni e dal mondo intero. Nulla.


  “Non posso nemmeno darti della puttana. Quello che provi per Laura non è da puttana. Io lo capisco perché sono un poeta anche se tu non vuoi ammetterlo,” pensò Corrado, senza sapere se quel pensiero si faceva anche parola. Si fece certamente parola allorché chiese: “Ho ancora una possibilità, una sola?”


  “No, nessuna. Mi dispiace,” rispose a tono Maria Giulia mentre, destata all’improvviso dalla voce di lui, cercava di riprendere sonno.

UN VICINO PIÙ FREDDO DEL MARMO


  C’era, eccome, di che essere spaventati. Lunedì alle sette del mattino, “senza una ragione al mondo”, i fascisti avevano “portato via” una vecchia signorina inglese, una creatura che più inoffensiva non si sarebbe potuta immaginare. Solo qualche giorno prima un ungherese, un medico sulla cinquantina, era sparito senza lasciare traccia dalla pensione dove risiedeva da alcuni anni. Era un uomo che l’infinita tristezza faceva sembrare molto buono e non perfettamente lavato.


  Le precauzioni non bastavano più. Poteva succedere qualunque cosa in qualunque momento. Per gli stranieri, a Roma, la vita si andava facendo di giorno in giorno più rischiosa e difficile. “Comincio a sentirmi proprio stanca,” si disse con la sua vocina, profumata di tè al latte, madame Sciukina (così, almeno, suonava il suo buffo nome alle orecchie dei pochi che si davano la pena di ascoltarlo). “Molto stanca,” tornò a ripetersi non senza teatralità, avvertendo tuttavia di essere troppo sola e troppo vulnerabile per consentire al malumore di avanzare ancora e di fare un’altra vittoriosa capriola nel “crepuscolo” della sua “povera anima” (a madame, traducendo i suoi pensieri in un italiano che forse non conosceva a sufficienza, capitava di usare espressioni un po’ enfatiche).


  L’atmosfera in città, questo è certo, andava mutando sempre più. Da qualche settimana, quale conseguenza più o meno diretta degli eventi bellici, si respirava qualcosa di corrosivo, di avvelenato. Proprio così, di avvelenato. Una prova? Piotr, le pauvre Piotr, un conte russo con grandi occhi bui e rossicci da sembrare rubati a un coniglio gigante, aveva condotto il suo cane, il suo adorato volpino, a fare una lunga passeggiata in carrozzella. Quando erano tornati a casa, poco prima dell’ora di cena, il conte aveva dato da mangiare al cane quanto c’era di più buono e poi gli aveva sparato. Subito dopo si era tolto la vita con un colpo alla tempia. Non aveva sopportato la vergogna di vedere la sua unica sorella, una biondina che aveva tentato senza successo la strada del cinema, prostituirsi a un capitano (un semplice capitano!) della Wehrmacht.


  Se almeno l’inverno fosse stato un po’ più inverno! In quell’ultima settimana, viceversa, il cielo si mostrava buio e uniforme mentre l’aria era spazzata da un vento molle, sciroccoso. Un vento troppo caldo per la stagione. La notte, poi, era piovuto senza alcun effetto sulla situazione meteorologica mentre l’insonnia, aggravata dall’insistente picchiettio della pioggia sui vetri, aveva portato a madame Sciukina un’infinità di ricordi senza gioia. Ricordi legati purtroppo a persone che non c’erano più ormai da tanto, da troppo tempo come suo fratello Ivan o sua cognata Tania. L’ultima volta con loro era stata nella minuscola casa di Nizza. Un balcone affacciato sul mare, tante fotografie nelle cornici colorate... Avevano parlato, si erano guardati senza pretendere nulla di particolare dai loro occhi, proprio come non dovessero lasciarsi più. Invece, adieu. Tania si era trovata un altro uomo, un bulgaro dalle gambe lunghe e dai gomiti aguzzi. Ivan era sprofondato nella vergogna, senza lasciare tracce di sé. Mentre sua nipote Dolores, uno stupendo incrocio di sangue slavo e di sangue spagnolo, aveva seguito chissà dove un violinista ambulante d’origine brasiliana.


  “Non avrei dovuto, proprio non avrei dovuto vivere così a lungo. A che scopo diventare vecchi come me?”


  Oltretutto la minuscola signorina Sciukina non sapeva darsi pace a causa di un’ultima, dolorosissima privazione. Dopo essersi separata da una broche appartenuta alla povera zia Katia e dal prezioso pendentif della nonna paterna, aveva dovuto disfarsi del suo adorato orologino da polso.


  Nom de dieu!, era stato assolutamente come mettere sotto i denti il gatto di casa. La Sciukina si era infatti mangiata la sua montre svizzera sedendo – con gli occhi pieni di lacrime ma lo stomaco vuoto, disperatamente vuoto – in una modesta trattoria della Suburra. In sostanza aveva barattato il più tenero ricordo dei suoi diciotto anni – “un regalo molto caro e importante,” come le era accaduto tante volte di raccontare con leggero sussiego – con quarantacinque pasti caldi!


  “Ma il mio orologio vale molto, molto più di così!”


  “Prendere o lasciare,” aveva tagliato corto, al momento della contrattazione, il gestore del locale. Uno zoppo dal volto scontento come più non si sarebbe potuto che, nell’osservare la Sciukina, non riusciva a fare a meno di riandare con antipatia ai sette nani di Biancaneve e alla loro sottaciuta parentela con la corteccia degli alberi.


  “Nani americani, accidenti a loro!” imprecava lo zoppo che sentiva di doversela prendere ma non sapeva con chi.


  Adesso, per sapere l’ora, madame (proprio a nessuno, mai, veniva di chiamarla mademoiselle come sarebbe stato giusto) doveva guardare il cielo dalla finestrella della toilette, l’unica in casa della signora Ivaldi (l’affittacamere) che non affacciasse su un angusto cortile color zabaione. Più zabaione che mai se era piovuto.


  Così anche quel giorno, quando le parve che la luce burrascosa del meriggio avesse fatto posto a quella d’un plumbeo dopopranzo, madame Sciukina si affrettò a indossare il suo lungo soprabito nero. Lo stesso che fra sé e sé definiva, da almeno due lustri ormai, il suo fedele “coprimiserie”. Poi, come d’abitudine, raggiunse lo specchio e si aggiustò sulla testa il solito cappellino più lustro di un’ala di corvo e non meno goffo di una scodella rovesciata.


  “D’accordo,” fu lo sbrigativo commento finale della Sciukina che, ancora una volta, si era guardata senza volersi davvero vedere. Solo così si poteva spiegare la fedeltà a un copricapo che conferiva al suo volto la saltellante sfericità, il grigiore d’una palla da tennis fatta più e più volte rimbalzare su un marciapiede polveroso.


  La passeggiata non era lunga. In meno d’un quarto d’ora madame si trovò in via Palestro. La percorse per un tratto e svoltò in via Bezzecca e poi ancora in via Castelfidardo. Quelle tre strade incolori e così poco romane le piacevano anche perché, a volte, riuscivano a rammentarle un certo tono fra l’avorio e il giallino che può assumere l’inverno nei quartieri più benestanti delle città nordiche.


  Ad accogliere la piccola signorina russa c’era un rassegnato giardino pubblico, quello che lei considerava il suo salotto privato o quantomeno il luogo della sua socialità. Era costituito da quattro panchine (una delle quali semidistrutta) e da un paio di alberi dal lungo tronco pallido, forse un po’ malato. A poca distanza sorgeva un pretenzioso edificio ministeriale che, almeno alla Sciukina, ricordava una stazione ferroviaria.


  A causa probabilmente della ghiaia sempre polverosa, non c’erano mai più di uno o due bambini (esangui, un po’ tristi), accompagnati da una nonna o da una cameriera. Né mancavano i soliti malintenzionati che però, dati i tempi poco tolleranti, preferivano generalmente non esporsi e tenere a bada le loro tentazioni, negarsi ai loro istinti. I veri padroni del luogo erano perciò gli anziani, a braccetto della solitudine. Poteva altresì capitare d’imbattersi in qualche giovane signora, uscita di casa come una ventata, inseguendo il pensiero del marito in pericolo al fronte.


  Quel pomeriggio, però, il giardino appariva deserto come la Sciukina non l’aveva mai visto prima. Tanto che lei avvertì, prepotente e improvviso, il desiderio di sapere, di capire. Era accaduto qualcosa, un evento bellico di così grave portata da trattenere la gente in casa? Perché poco prima erano passate, fatto anche questo insolito, alcune carrette militari scortate da un drappello di cavalleggeri?


  Solo una panchina era occupata. Il tipo, che vi aveva preso posto, era nuovo del luogo. Madame Sciukina, che ormai conosceva di vista quasi tutti i frequentatori del giardino, non l’aveva mai visto prima. Era infagottato in un pesante cappotto e aveva la faccia seminascosta dal cappello. E se si fosse trattato di un poliziotto in borghese? La Sciukina esitò un attimo. Forse avrebbe fatto bene a tacere, nascondendo il suo accento straniero. Poi, però, il bisogno di comunicare con qualcuno (da quante ore non parlava, non scambiava una parola con anima viva?) ebbe la meglio.


  “Oggi tutto mi sembra così diverso, così strano. È accaduto qualcosa?”


  La piccola russa, aspettando inutilmente una risposta, incrociò le mani sulla sua borsa gonfia di niente e nera come un bonbon di liquirizia. Quindi, ben attenta a non farsi sorprendere, lanciò uno sguardo carico di sospettosa attenzione al suo vicino, mettendone finalmente a fuoco la mascella pesante e la vecchia patata che gli faceva da naso. Sì, certo, poteva proprio trattarsi di un questurino.


  “Gli altri giorni, a quest’ora, c’è sempre qualcuno qui!” Anche stavolta le parole di madame caddero nel vuoto. Che cosa fare? La povera Sciukina sentiva di non poter tornare alla propria tana nello stato in cui si trovava da qualche momento, cioè immersa in una sensazione di solitudine e di abbandono maggiore di quando era uscita. Senza contare la curiosità, la prepotente curiosità di capire che cosa fosse successo. No, quel deserto non poteva essere solo conseguenza del tempo, della giornata minacciosa. Così tentò un’altra carta, recuperando un argomento che faceva parte del suo repertorio. Di solito funzionava.


  “Pensi! Sono due anni più vecchia di Elena, la Regina d’Italia. Lei è nata nel 1873, io sono del ’71.”


  La Sciukina si guardò i piedi, forse a causa delle scarpe nere col fiocco, ormai sfondate dal lungo uso. Erano impresentabili ma non ne aveva altre. Allora, abbandonandosi a un improvviso bisogno di tenerezza, considerò che le sue “estremità” (per nulla al mondo si sarebbe lasciata scappare “piedi”) ricordavano quelle di un pappagalletto.


  “In tutto questo tempo, deve credermi signore, la vita mi ha insegnato molte cose belle e anche molte cose brutte,” riprese la piccola russa, alzando sempre più il tono della voce come se una banda militare in alta uniforme avesse iniziato a suonare più forte che mai l’ouverture della Cavalleria leggera di Franz von Suppé. Il giardino, viceversa, non avrebbe potuto apparire più livido e vuoto. Non c’erano sposine in ghingheri al braccio dei loro giovani mariti. Non balie, non soldati in libera uscita e tantomeno festosi colori di nastri e di pennacchi. C’era solo lui. L’uomo che, con la faccia nascosta dall’ala del cappello, conservava intatta la sua impassibilità.


  Proprio a causa di quel vicino, più freddo del marmo, madame Sciukina non poté scacciare dal suo cuore un’ombra buia e triste. Si ricordò, infatti, di aver visto troppi poveri émigrés come lei sparire inghiottiti dall’indifferenza, dal silenzio, dall’abbandono. “Troppi, Gesù mio, troppi!”


  Fu allora che, offrendo la propria voce allo sconosciuto così come una donna di strada offre il proprio corpo, la piccola russa si udì chiedere: “Per quale motivo, signore, non mi vuole rispondere? Che cosa le ho fatto?” Quindi, passato un attimo, la Sciukina aggiunse: “Ho solo bisogno di scambiare due parole con qualcuno, mi creda. Appena due parole!”


  Non fu esattamente un’espressione rassicurante quella che attraversò il volto dello sconosciuto. Poi, portandosi una sigaretta alle labbra e rimandando per un attimo il piacere di accenderla, disse: “Due parole? Documenti, prego!”

MALINCONIE DI UN MATRIMONIO CHIC


  Era un mercoledì, come d’abitudine. Faceva in modo di arrivare nella Capitale a metà settimana, infatti. Presto il cielo del mattino, in quel momento ancora scheggiato di rosa, sarebbe stato di un azzurro intenso. Eccitante.


  Motivo ufficiale dei frequenti viaggi di Gianfranco, dei suoi brevi soggiorni a Roma, era il lavoro cinematografico. Un lavoro, scoperto da poco, che gli piaceva più di quanto il suo snobismo intellettuale non fosse disposto a riconoscere. Anche perché scrivere sceneggiature in incognito aveva qualcosa di piacevolmente degradante, qualcosa che lo attraeva e insieme lo respingeva. In ogni caso, i film lo aiutavano a risolvere alcuni problemi altrimenti di difficile soluzione.


  Venendo a incontrare produttori e registi, Gianfranco poteva evadere senza eccessivi rischi (o così si sforzava di credere) da un mondo fin troppo perbene, da un ambiente che a volte pareva soffocarlo. Ma c’era anche qualcosa di più concreto. Come altro avrebbe infatti potuto guadagnare del denaro, in quegli anni, un uomo come lui? Un intellettuale di “razza ebraica”? Senza contare che era un tipo sicuramente difficile, forse non bello ma affascinante e capriccioso, grande conversatore ma schiavo (sì, schiavo, non esisteva parola più giusta) di devastanti abitudini dettate dalla nevrastenia.


  Basti che, salvo eccezioni, non riusciva a affrontare la giornata e a lasciare la sua stanza prima di mezzogiorno.


  “Ecco il guaio del vagone letto, essere costretti a una levataccia,” sbuffò Gianfranco, ricordandosi quasi con incredulità di suo fratello Renzo, un commerciante di stoffe all’ingrosso, le cui giornate iniziavano senza eccezione alle sette e trenta. In ogni caso, quella mattina, fu tra i primi a scendere dal treno, facendo mostra di una fretta che era soltanto un espediente per tenere a bada l’irritazione che accompagnava, ogni giorno, i suoi primi passi nella vita. Insieme con quell’indisciplinato rifiuto di tutto e di tutti, destinato a esaurirsi nel giro di un’ora o anche meno, Gianfranco si portava addosso, riconoscibilissimo, il tono, lo stile e persino l’odore della sua città. Una città del nord d’Italia, nebbiosa e vecchiotta senza riuscire, chissà perché, a diventare davvero antica. Al contrario di Roma che, non diversamente da quando lui l’aveva lasciata quindici giorni prima, era piena di luce e sembrava fare della sua ventilata luminosità un belletto per nascondere quel che c’era di troppo polveroso, magari di funereo nelle sue rughe millenarie.


  Tornare con il pensiero a due settimane prima, rivangare quanto era avvenuto, poteva essere imprudente. Avrebbe quasi certamente significato, rifletté Gianfranco, riproporsi il problema del suo complicato rapporto con la moglie, con la bella ma fredda e comunque non attraente Lussi. Una creatura, non c’era bisogno che tornasse a ripeterselo, troppo casta e fuori dal mondo per suscitare qualcosa di più o di diverso dall’affetto. Anzi, meglio, da un contraddittorio e coinvolgente insieme di tenerezza, di rabbia, di rispetto.


  Gianfranco non seppe trattenersi dal sospirare e in quel sospiro trovarono posto tutti i guasti, i sottintesi, le malinconie del suo matrimonio. Tradiva Lussi dal primo giorno e nel tradirla sentiva di dare soddisfazione (anche) a un meschino desiderio di rivincita su di lei, a un oscuro bisogno di umiliarla. Forse perché sua moglie era un’aristocratica, una contessina? O la vera molla del problema, non poteva fare a meno di pensare Gianfranco, era nel suo essere ebreo mentre i tempi stavano volgendo al peggio per gli israeliti?


  C’erano momenti in cui, ritrovando all’improvviso e per un motivo qualunque la coscienza delle sue origini, provava un’enorme stanchezza. La stanchezza che trasmettono a volte la consapevolezza di una malattia, o l’avvicinarsi della notte dopo una giornata di modesti ma ripetuti fallimenti.


  Passandosi sui capelli incollati dal fissatore la mano libera dal peso d’una piccola valigia coperta dalle etichette dei grandi alberghi di Venezia o di Napoli o di Palermo, Gianfranco pensò agli amici che Lussi gli aveva presentato. Abitavano austeri palazzi carichi di memorie risorgimentali dove, di ritorno da questo o quel viaggio, trascorrevano le serate discorrendo (con frequenti ricorsi al francese) dei loro amati romanzi russi. All’improvviso però, ricordandosi di Gianfranco, evocavano Proust, si cimentavano in vere e proprie gare di virtuosistiche citazioni dalla Recherche intese a dimostrare, ancor più, a garantire l’energico rifiuto di qualunque pregiudizio non soltanto razziale. Quei signori lasciavano quindi capire che per loro, antifascisti per ragioni anzitutto di gusto e di cultura, l’antisemitismo costituiva un’imperdonabile caduta di stile e di livello. Non era proprio questa una delle parole che Gianfranco aveva sentito usare, “livello”?


  Due notti prima, c’era stata un’imbarazzante scenata di Lussi. E lui, che adesso aveva solo voglia di vivere la sua giornata romana, avrebbe dato chissà che cosa per sbarazzarsi dell’ostinato disagio che le parole di sua moglie gli avevano provocato.


  “Tu, ogni tanto, hai bisogno di sentirti addosso il fiato della gentaglia,” era scoppiata in singhiozzi Lussi quando Gianfranco l’aveva informata che sarebbe stato via un paio di giorni. Aveva fatto uso d’un tono volutamente svagato e sorridente nel darle l’annuncio, evitando di pronunciare una parola severa come partire. Sua moglie, però, sembrava aspettarsi la notizia di quel viaggio e essersi preparata, forse da giorni, una risposta forte, aggressiva, inquietante.


  “Me lo aspettavo. La volgarità, il suo odore ti eccitano e non sai resistere al loro richiamo. Perdi la testa. È così, non puoi negarlo!”


  “Calmati, Lussi, stai sragionando. Non so nemmeno come ti possano venire in mente certe assurdità. Io attratto dalla gentaglia? Vado a Roma perché ho un appuntamento di lavoro e tu lo sai benissimo,” si era affrettato a replicare Gianfranco, più con l’intenzione di chiudere la bocca alla consorte che per convincerla. Temeva assurdamente che, continuando a parlare, lei finisse col fare riferimento a un fatto realmente accaduto. Un fatto di cui, chissà come, fosse venuta a conoscenza. Guai! Da quel momento tutto sarebbe stato ancora più difficile, più contorto. Quella che seguì fu, viceversa, una confessione pronunciata con voce piagnucolosa, sgradevole, frustrante.


  “Non ne posso più! Capisci, Gianfranco? Mi fai male, troppo male!”


  Lussi aveva quindi fatto una pausa, guardando lontano con il volto immobile. Poi erano venute quelle parole terribili: “Sei arrivato a farmi vergognare di essere tua!”


  Sua moglie, di solito molto controllata, non si era mai spinta così in là. E Gianfranco, spaventato, non aveva trovato di meglio che simulare il sonno. Era stato un errore, però, e adesso lo capiva bene. Avrebbe dovuto spingere Lussi a parlare, dandole così modo di sfogare tutta la sua esasperazione. Se non altro lui avrebbe potuto difendersi e adesso si sarebbe sentito meno insicuro. Mentre Roma, come ripeteva un suo amico francese con aria furba e ghiotta, “non vuole pensieri”.


  Il clima, che lo accolse già sul marciapiede della stazione, non avrebbe potuto essere migliore e più incoraggiante. Altre volte era incappato nello scirocco, nel south wind come gli piaceva chiamarlo parlandone a cena con gli amici, quasi a sottolineare la natura inconfondibilmente meridionale, o almeno per lui esotica d’un tal vento.


  L’aria, che lo aveva accolto quella mattina, era viceversa leggera, tersa e luminosa. Tanto che i colli albani apparvero a Gianfranco, per effetto della luce e del cielo pulito, vicini come non li aveva mai visti prima.


  “Dottor Algranati!”


  Il suono del suo cognome, pronunciato all’improvviso e con chiarezza, fece trasalire Gianfranco. Erano venuti i tempi in cui gli ebrei, nel sentirsi chiamare a voce alta per istrada o in un altro luogo pubblico, non potevano nascondersi un sentimento d’inquietudine.


  “Algranati!”


  Non c’era motivo di temere, stavolta. La voce che lo invitava a fermarsi, aveva un suono rassicurante. “È qualcuno che conosco,” rifletté Gianfranco.


  “Insomma, dottor Algranati, vuole dirmi dove sta correndo? Si fermi un attimo, via! Non sente che oggi c’è aria di primavera?”


  Gianfranco, voltandosi con una lentezza studiata (di cui non avrebbe saputo tuttavia dire la ragione), riconobbe un giovane attore senza grande fortuna. Si chiamava Eliano, doveva avere poco meno di trent’anni e non possedeva il dono della simpatia. Bello? Un tipo, ecco. Aveva i capelli biondo-rossicci, il volto un po’ legnoso e il torace ampio. Senza dimenticare il mento maschio e le spalle intonate ai glutei scultorei. Era stato un calciatore di qualche nome poi, due o tre anni prima, aveva fatto da bersaglio a una raffica di pettegolezzi decisamente scabrosi.


  “Scherzi a parte, Algranati, se va di fretta non la trattengo.”


  “Fretta? Sì e no,” sorrise con inattesa fatuità Gianfranco.


  “Sì o no? Decida. Ha o non ha fretta?”


  “Ha ragione, adesso le spiego. Sto andando da Sergio Chimienti, dobbiamo vederci in mattinata ma non abbiamo preso appuntamento a un’ora precisa.”


  “Allora la farà aspettare. Conosco bene Chimienti,” informò Eliano. Dopo un attimo aggiunse: “Se non le spiace, l’accompagno. Salgo mezzo minuto, il tempo di salutare Sergio e tolgo il disturbo.”


  Gianfranco, nell’assentire meccanicamente, non poté fare a meno di porsi una domanda. Eliano sapeva o non sapeva che Algranati era un cognome ebraico proprio come Levi o Coen o Piperno? Sì? Oppure, considerando il tipo, la risposta più probabile era no? In questo caso, si sorprese a riflettere con inquietudine, non sospettava minimamente di avere davanti un israelita. La cosa poteva rivelarsi rischiosa. Ma rischiosa perché, dal momento che di lì a mezz’ora avrebbe salutato quel tipo e non l’avrebbe più rivisto? O la faccenda non sarebbe andata come Gianfranco, in quel momento, fingeva di credere?


  “Allora, dottor Algranati, muoviamoci. Non vorrà passare il resto della mattina qui, in piedi!”


  “Prendiamo un taxi!”


  “Non serve, ho la macchina.”


  Non erano ancora partiti quando, guardando di sottecchi Algranati, Eliano disse: “Sarebbe bello, con questo tempo, andare in campagna. Conosce i dintorni di Roma?”


  Gianfranco non rispose, qualcosa gli diceva che era meglio lasciar fare. Si toccò il nodo della cravatta, saggiandone la compattezza. Accese una sigaretta, rifugiandosi nella consapevolezza di indossare un perfetto completo grigio perla, a due petti. Un vestito, lo si capiva benissimo, uscito da uno spazioso armadio colmo di abiti ben tenuti e di ottima stoffa.


  “Che cosa decide, allora? Facciamo un giro o andiamo subito da Chimienti?”


  “Come vuole,” si limitò a rispondere Gianfranco, abbandonandosi quasi inconsapevolmente a una piccola civetteria. Inarcando le sopracciglia, si liberò degli spessi occhiali da miope. Quindi guardò Eliano con intenzione, quasi dovesse comunicargli qualcosa. Sapeva di avere occhi bellissimi e senza le lenti il loro colore, vicino al celeste, poteva avere un effetto disarmante.


  Fu un attimo. Quanto bastava perché il “prestante attorucolo ariano” (lo definì proprio così dentro di sé) avvertisse la nudità, il magnetismo di quello sguardo ebreo.


  La reazione – ben diversa da quella che Gianfranco aveva sperato – non si fece attendere. Venne sotto la forma di un apprezzamento vagamente beffardo e pronunciato con voce apparentemente cordiale.


  “Complimenti! Sono belle davvero,” esclamò a un tratto Eliano, continuando a guidare e indicando con un movimento leggero del mento qualcosa che Gianfranco non riuscì sul momento a individuare.


  “A che cosa si riferisce?”


  “Alle sue scarpe! Non se ne vedono molte, così, al giorno d’oggi!”


  Algranati in effetti calzava un paio di formidabili scarpe all’inglese, con la mascherina lavorata. Erano color marmellata di cotogne, ben lucidate e con le suole importanti.


  “Grazie del complimento,” disse con vanità Gianfranco, che non si aspettava davvero le parole che seguirono.


  “Sono scarpe inconfondibilmente demo-pluto-giudaico-massoniche!”


  “Può darsi che lei abbia ragione a proposito delle mie scarpe. Tutto quello che posso dirle, per quanto mi riguarda, è che le ho comperate a Firenze la primavera scorsa. Erano esposte nella vetrina d’un famoso negozio, frequentato dalla migliore borghesia della città.”


  Un’insinuazione assurda, cui aveva fatto seguito una risposta ispirata dalla paura. Non erano tuttavia tempi che consentissero di sottovalutare le parole. Il fascismo, Gianfranco lo sapeva, stava vincendo su tutta la linea e il Regime si preparava a vivere la sua stagione più pericolosa. Una stagione, tutto lasciava credere, non eterna ma certo ancora lunga. Sospirò. A lui, non fossero state le leggi razziali, Mussolini sarebbe stato quasi simpatico. Era rozzo, certo, ma intelligente. Eppoi nella Capitale, a differenza di quanto accadeva nella sua città, il Regime e le idee da cui era sostenuto mostravano qualcosa di scenografico, di prorompente, di congeniale all’indole della gente e alla natura del luogo. Insomma. Il fascismo era Roma e Roma, si affrettò a concludere Gianfranco, era Eliano.


  “Firenze o Londra, non mi interessa. Rimane il fatto che le sue sono scarpe da ricco ebreo. Dia retta!”


  Il giovanotto, dunque, sapeva. Era un pensiero in meno e un pericolo in più. Un pericolo?


  Avevano frattanto raggiunto una strada alberata e deserta, fiancheggiata da un rialzo del terreno coperto da una fitta vegetazione nerastra. Quando la macchina si fermò, Gianfranco colse l’inconfondibile odore di gatti e di tufo delle zone archeologiche. Dovevano esserci, a non molta distanza, delle rovine romane.


  “Siamo sull’Aventino, o sbaglio?”


  “Più o meno,” si limitò a rispondere sgarbatamente Eliano. Quindi, scendendo dall’automobile e dirigendosi verso una vegetazione cespugliosa fra cui occhieggiavano piccole isole fangose e rughe di pietrisco, sghignazzò con voluta sguaiataggine. Poi, passando improvvisamente dal lei al tu, si voltò verso Algranati dicendo: “Non approfittare della mia ingenuità, furbone. Se hai il corpo ricoperto di scaglie come un drago, devi dirmelo. Io non so come siano fatti i giudei come te e non mi fido neanche un po’!”


  Mentre continuava a arrampicarsi verso una spianata coperta di arbusti, che avevano qualcosa di stranamente sudicio e antico, Eliano scoppiò a ridere esilarato dalle sue stesse parole.


  “Le scaglie dei giudei!”


  Furono quelle risa a scoprire i denti, che Gianfranco si sarebbe aspettati belli e forti come quelli di un giovane cane. Invece no, facevano più che altro pensare ai denti opachi, un po’ gialli di certi bambini cagionevoli e viziati al punto di sentirsi autorizzati a usare lo spazzolino meno del dovuto.


  Non era tutto. Eliano mostrava anche nell’espressione del volto, qualcosa di irragionevole e di puerile. E gli adulti quando rimangono un po’ bambini, non meno dei veri bambini, possono essere imprevedibilmente crudeli e distruttivi.


  Gianfranco riuscì a mettersi in contatto con Lussi soltanto il mattino dopo, intorno alle otto e trenta.


  “Già sveglio? Che cosa ti succede?”


  Di solito, a quell’ora, Algranati faceva tutt’uno con lenzuola e coperte. La domanda della moglie era dunque legittima ma lui la trovò di pessimo gusto, in ogni caso provocatoria. Perché sottolineare ancora, senza necessità, la sua inettitudine a vivere in maniera semplice e normale? Così, non senza soffocare un moto di stizza che accelerò i battiti del suo cuore, spiegò a Lussi di aver avuto un piccolo incidente. Anzi, ritenendo di aver eccessivamente minimizzato, corresse: “Abbastanza piccolo.”


  “Che cosa ti è capitato?” domandò allora lei, per il momento più incuriosita da quella telefonata a ora insolita che davvero in allarme.


  “Sono finito all’ospedale, dove mi hanno medicato. Non è stato divertente.”


  “All’ospedale? Hai detto all’ospedale?”


  Algranati avvertì con chiarezza, attraverso la cornetta, che sua moglie adesso stava tremando. Sapeva da sempre, infatti, che lei aveva una paura irragionevole degli ospedali. Nella sua mente si confondevano con le prigioni, evocavano immagini degradanti e infette. Solo più avanti, superata la prima e più incontrollabile reazione di panico, si sarebbe preoccupata per lui.


  “Sì, sono stato all’ospedale. Adesso, comunque, è tutto finito.”


  “Voglio sapere che cosa ti è successo.”


  “Niente di strano!”


  “Invece sì, ne sono sicura. Dimmi cosa ti è capitato, dimmelo!”


  “Conosci anche tu le strade di Roma, la loro orribile pavimentazione.”


  “E allora?”


  “Sono inciampato in una pietra, in un sampietrino anzi, perdendo l’equilibrio e finendo per terra. Eccoti tutto.”


  “Quando è successo? A che ora?”


  “Pronto?!”


  “Sì, pronto!”


  “Scusa, Lussi, per un attimo ho temuto che fosse caduta la comunicazione.”


  “A che ora è accaduto?”


  “Sei strana. Che cosa ti importa dell’ora? Era il primo pomeriggio, in ogni caso.”


  “Perché ti hanno portato all’ospedale?”


  La voce di Lussi, questa almeno la sensazione di Gianfranco, si faceva sempre più asciutta. Sembrava che le avessero strofinato un’aringa sulla lingua. Non aveva più saliva.


  “È stato necessario. Ruzzolando, mi sono ferito la fronte.”


  “La fronte?”


  “Doveva esserci un vetro in terra e mi sono fatto un taglio piuttosto profondo. Sulla fronte, appunto. Così mi hanno praticato l’antitetanica e mi hanno dato quattro punti.”


  Lussi adesso taceva e nella cornetta si sentiva il suo respiro breve e frequente.


  “Che cosa ti succede, Lussi? Perché non dici più niente?”


  “Tu, Gianfranco, mi stai mentendo.”


  “Ricominci come l’altra sera? Guarda che siamo al telefono.”


  “Le cose non sono andate come racconti, Gianfranco.”


  “Sì, invece.”


  Lui, adesso, aveva la voce arrabbiata. Pensava la moglie nella loro elegante camera da letto, al terzo piano d’un appartamento confortevole e signorile. La cameriera doveva averle appena servito la colazione e Lussi, la giovane aristocratica capace persino di sposare un tipo come lui, per rispondere al telefono aveva smesso di imburrare una fetta di pane “tostato ma non troppo”.


  Mentre gli parlava, spingendo ogni tanto lo sguardo oltre la trasparenza protettiva delle tendine e osservando i rami ancora spogli degli alberi sospesi nel bianco vapore nebbioso, pensava al loro matrimonio come si può pensare a un pericoloso capriccio, a un gioco morboso e cerebrale. Ecco, sì, forse stava compiangendosi. Perché mai aveva voluto rovinarsi la vita, si domandava di certo in quel momento, sposando un pazzo di ebreo che, oltretutto, la tradiva? La tradiva, quel che era peggio, con gli uomini? Certo, lo sapeva benissimo, Gianfranco obbediva a un vizio e il vizio è imperscrutabile. Anche il suo masochismo, il masochismo che l’aveva portata a prendersi un tipo quale Algranati, aveva qualcosa di un vizio e bisognava accettarne le conseguenze senza farsi domande...


  Fu con tono decisamente alterato che Lussi, spezzando la catena delle congetture di Gianfranco, domandò quasi gridando: “Rimarrai sfigurato?”


  “È quello che tu vorresti. Sbaglio, Lussi?”


  “Sei una belva, solo una belva!”


  “Mi spiace deluderti, comunque. Una piccola cicatrice sulla fronte non basta a sfigurare un uomo!”


  “Povero amore! In che punto della fronte?”


  “In alto, a destra, vicino all’attaccatura dei capelli.”


  “Mi fai schifo, le tue luride storie mi fanno schifo. Tutta la nostra vita, sì anche la nostra vita mi fa profondamente schifo,” urlò e insieme gemette Lussi, in uno strano, stranissimo modo. Con la gola, facendo indovinare il suo calore, come un animale. Poi riagganciò.


  Era quanto voleva Gianfranco che si affrettò quindi a immaginare le forti conseguenze di quella telefonata bruscamente interrotta e gli effetti di quella cicatrice incisa sulla sua fronte, nei pensieri d’una creatura speciale come Lussi.


  Un sorriso si insinuò a stirare gli angoli della bocca del dottore Algranati. Fino a quando fosse stato capace di eccitarla a quel punto, lei non gli avrebbe preferito un piccolo aristocratico senza problemi. Anzi, per lui, per un marito così particolare avrebbe sfidato qualunque minaccia, qualunque pericolo.


  “Questo è, dunque, il mio matrimonio,” non poté fare a meno di riflettere Gianfranco. Quando Eliano lo aveva colpito con una bottiglia vuota, dopo avergli ripetuto due o tre volte di non guardarlo con quei suoi “maledettissimi occhi fritti nell’olio”, non aveva certo immaginato di offrire tutto l’aiuto di cui aveva bisogno in quel momento un ménage schifosamente difficile e chic. Il più chic che, stando alle sue esperienze, riusciva a immaginare.

STRATEGIA DI UNA MADRE


  Era un mercoledì di fine inverno dell’anno 1954. Soffiava a tratti un vento che non si sarebbe potuto definire freddo ma neppure tiepido o sciroccoso. Un uomo dall’aspetto decisamente signorile, con indosso un cappotto di buona fattura e il capo coperto da un severo cappello grigio-topo che dava alla sua faccia di quarantacinquenne una rotondità austera, varcò a passo rapido ma sorvegliato il cancello del vecchio cimitero di San Remo.


  La pioggia, che era caduta sottile quanto insistente fino a mezz’ora prima, aveva lustrato il marmo delle tombe, la ghiaia dei vialetti e i garofani nei vasi. Tanto che, a dispetto d’un cielo ostinatamente buio e minaccioso, tutto il camposanto aveva assunto un inconsueto, elegante colore fra il giallino (quello della ghiaia lavata, appunto) e il rosa (il rosa pallido dei garofani sgocciolanti).


  L’uomo dall’andatura spedita aveva nome Valentino – da tutti abbreviato in Tino – Arrigoni. Professore, senza grandi ambizioni accademiche o di altro genere, si era trasferito da meno di un anno a Roma con un incarico universitario (insegnava una materia complementare, in genere trascurata dagli studenti). Tino aveva ragione di sentirsi, a dispetto del suo incedere, un po’ svogliato se non proprio stanco. Era infatti reduce da una faticosa notte di treno, cui si era sobbarcato con una doppia finalità: rendere omaggio alla tomba della madre e annunciare alla povera signora Resì una novità davvero sorprendente. Arrigoni, giudicato dai suoi pochi amici e conoscenti uno scapolo inossidabile, aveva infatti deciso di sposarsi.


  Ben lontano dal ritenere possibile qualsivoglia dialogo con l’oltretomba, Tino non si era tuttavia mai rassegnato a considerare la sua adorata mamma un’ombra fra le ombre. Per lui era come se, pur avendo lasciato questo mondo, Resì non fosse realmente morta o fosse morta in modo diverso, meno definitivo e inappellabile che non gli altri trapassati. Ma certe cose, avrebbe risposto a chiunque gli avesse fatto domande in merito, non si riescono a spiegare. Come si fa?


  In ogni caso, quelle tre o quattro volte l’anno che riusciva a vincere la pigrizia facendo visita alla tomba materna, Tino si metteva a parlare con Resì come fossero ancora tutti e due là, seduti sul divano di casa. Quel mercoledì, con quanto bolliva in pentola, tutto stava però prendendo una piega diversa.


  Da principio Roma, con le sue case enormi e i suoi cieli pieni di colore anche in inverno (lasciata la Riviera a sei anni, era stato a lungo in una città dal clima nordico, nebbioso), aveva stranito il professor Arrigoni. Nel giro di qualche mese si era tuttavia adattato senza rimpianti alla Capitale. Aveva anzi incominciato a apprezzarne le bellezze e a lasciarsi sedurre dal suo disordine. La ragione più profonda, anche se inconfessata di quel mutamento, era da ricercare nell’incontro con una donna, una giovane bruna e paffutella.


  Si chiamava Iole, aveva ventotto anni, lavorava all’università come ricercatrice e non poteva dirsi propriamente bella. I caratteri della femmina adulta (faceva mostra, sotto le lane delle argentine bordeaux o verde bottiglia, di un seno largo e pesante) si mescolavano curiosamente in lei con quelli di un’eterna adolescente. Non era certo estraneo a questo effetto d’insieme il modo di vestire, tutt’altro che elegante, della giovane. Le sue gambe, per dirne una, erano perennemente umiliate da pesanti calzettoni di filo bianco mentre i fianchi, mimetizzati da grosse gonne scozzesi a piegoni, suggerivano qualcosa di bambinesco, comunque di irrisolto.


  Iole, in ogni caso, era una finta timida. E non si lasciava certo sfuggire l’occasione allorché si trattava di far notare a Tino la luminosità del proprio sorriso. “Tutti mi hanno sempre detto e ripetuto che ho una bellissima dentatura,” non mancava di aggiungere con atteggiata civetteria. Altre volte si soffermava sui propri occhi. “Non faccio per vantarmi, ma li ho presi da nonna Agata, che è stata una delle più belle donne di Napoli!”


  Un paio di sere, tra agosto e settembre. Tino e Iole erano andati a mangiare insieme il gelato.


  Ottobre svoltò presto in un autunno grigio, teatralmente malinconico. Fu allora che presero a uscire sempre più spesso insieme così come escono insieme i compagni di scuola. Per vedere se dietro le parole si nascondono i baci. Poi, nel giro di qualche settimana, incominciarono a comportarsi come due che non sanno se fare o non fare gli innamorati.


  Intanto Tino aveva saputo che il padre di lei, un principe del foro, riceveva nel suo luminoso appartamento di via Savoia politici di successo, ricchi imprenditori, giornalisti di fama. La parola “potere” prese così a rimbalzare nel suo cervello elastica e iridescente. A volte anzi, nel ripetersi insistentemente quel termine “potere”, gli tornava alla mente, chissà perché, il saltellare di una palla rossa, verde, gialla e nera che sua madre gli aveva regalato per gli otto anni.


  Una sera, che sentiva di avere “freddo al cuore”, Tino parlò a Iole con tono diverso, quasi ne cercasse la protezione, il consenso, la solidarietà. Raccontò di sé e della sua infanzia con molte libere invenzioni. Riferì, togliendosi i guanti e prendendole una mano, quel che pensava della vita coniugale (nulla di sostanzialmente diverso da quanto dicono di pensare tutti i maschi quando cercano carezzevole tenerezza) e azzardò anche un discorso sulla paternità. Affermò, benché non ci avesse mai pensato prima, che gli sarebbe piaciuto avere una bambina e chiamarla Chiara!


  “Anche a me!”


  “Anche a te?”


  “E per un maschio che nome ti piacerebbe?”


  “Luca!”


  “Anche a me, anche a me!”


  Tino e Iole percorsero così, l’uno affabulando e l’altra lasciandosi affabulare, un bel tratto di Lungotevere, poi risalirono fino al Pincio e attraversarono Villa Borghese. In più d’un momento, lui si sentì vicino, anzi vicinissimo a parlare di matrimonio. Ma fu così bravo da trattenersi, da non farlo.


  Si salutarono verso le venti e trenta con un appassionato e veloce bacio sulla bocca. Quando era già sul portone, lei si voltò e gli mandò anche un bacio con la mano.


  Era nato l’amore, il vero amore?


  Tino, dopo aver mangiato tutto solo ma di gran gusto nella solita trattoria toscana, raggiunse il residence dove si era sistemato in attesa di “trovare la casa giusta”. Aveva appena messo piede nel suo mini appartamento e stava interrogandosi (con leggerezza gioiosa) sulla reale portata del suo sentimento nei confronti di Iole, quando sentì squillare il telefono. Era il padre di lei!


  “Le rubo solo un attimo, professore,” esordì il famoso avvocato, assumendo subito un tono da persona che non vuole essere interrotta. Disse con franchezza alcune cose sensate ma prevedibili, altre più delicate le lasciò intendere e, infine, mise l’accento sulle sue preoccupazioni di padre per l’avvenire d’una figlia giovane ma non più giovanissima! La situazione, si chiedeva intanto Tino sbigottito, era davvero così seria? Fatto sta che, alle argomentazioni sempre stringenti e alle domande spesso capziose del futuro suocero, rispose prima con mezze frasi guardinghe quindi con una pioggia di “sì”. “Sì” portati dalle ali d’un sospiro, “sì” di convenienza, “sì” forti e netti.


  Il confronto ebbe comunque un vincitore se, allo scadere del venticinquesimo minuto, Tino concesse con voce stanca: “Iole e io, così stando le cose, potremmo sposarci all’inizio del prossimo anno.”


  “Potrebbe essere una soluzione, una buona soluzione, ma dormiamoci sopra e riparliamone,” fu la risposta molto diplomatica del papà della ragazza.


  “Che incosciente, mi sono messo in croce da solo!”


  Adesso, nel ventoso e deserto cimitero di San Remo, le conseguenze di quello che giudicava un imperdonabile cedimento apparivano, al preoccupatissimo Tino, anche più inaccettabili di quanto fosse andato immaginando in un primo momento.


  “Sposarmi con una donna, cara e simpatica quanto si vuole, ma che conosco così poco, in fondo! Non è un azzardo? Eppure...!”


  Come non bastasse, il buon Arrigoni si sentiva dubbioso e a disagio come mai prima. Più guardava la lapide di sua madre, fra quella della signora Magda Rossi (una sognatrice probabilmente con un destino tutto di riccioli al vento) e quella del capitano Giovan Battista (Battistino) Gibelli, più aveva l’animo diviso. Era di consigli ragionevoli e precisi che aveva bisogno. Che senso poteva esserci a tirarla per le lunghe? Perché dunque si rivolgeva a Resì e parlava con lei dei suoi problemi di promesso sposo? La sua povera mamma non poteva più dargli nessun aiuto. Allora?


  Fu in quel preciso momento che, ancora incerto sul da farsi, Tino credette di riudire, chiara e precisa come mai era accaduto prima, l’inconfondibile voce di Resì.


  “Che delusione, bambino mio,” lo stava provocando con l’intonazione ironica e affettuosa insieme, di cui si serviva quando voleva prenderlo in giro e cavargli un’idea sbagliata dalla mente. “Oggi, debbo proprio dirtelo, non sei divertente. Non fai che parlarmi di te e dei tuoi stupidi guai!”


  “Questo è il colmo, non ti ho ancora detto una parola!”


  “Ah sì? E credi che non senta la voce del tuo pensiero? Non hai fatto che occuparti di lei, del padre di lei e di come siano riusciti a metterti nel sacco. Una noia! Che cosa vuoi che mi importi, piccolo, dei tuoi pasticcetti con quella... come hai detto che si chiama? Julia?”


  “Iole, mammina, si chiama Iole,” non poté fare a meno di sorridere Tino che, di quando in quando, ripensava con tenerezza e divertimento al modo tutto recitato, caricaturale che Resì aveva di sbagliare i nomi delle persone che non le piacevano o che preferiva tener lontane.


  “Per parlar chiaro, Tino mio, non mi sembra importante la tua piccola, noiosissima storia con quella Giulia!”


  “E due! Non si chiama né Julia né Giulia, mamma,” tornò a correggerla Tino, sempre più emozionato. Era proprio la voce di Resì, infatti, quella che credeva di udire. Anche le cose che diceva recavano l’impronta inconfondibile di sua madre!


  “Non mi interessa il nome di quella lì, non voglio saperlo. Tanto più che il tuo è solo un capriccio, gonfiato da quella volpe del padre di lei.”


  “È tutto quello che hai da dire a proposito del mio futuro matrimonio?”


  “Sì, caro. Eppoi qualcosa suggerisce al mio cuore di mamma che tutta questa storia finirà molto presto. È quello che vuoi anche tu, d’altronde, o sbaglio? Non saresti così pallido, non avresti quella faccia altrimenti!”


  “Come fai a essere così sicura che il mio fidanzamento con Iole si risolverà in una bolla di sapone?”


  “Basta, Tino, non una parola di più sul tuo tediosissimo flirt. Ne ho già fin sopra i capelli di questa ragazza completamente priva di gusto, vestita da cani e con un pettone da balia. Che cosa credi, bambino mio? So, intuisco anche quello che tu vorresti nascondermi!”


  Tino non era tipo da credere nei fantasmi, figurarsi! Credeva, però, in sua madre e nelle straordinarie risorse dell’amore che aveva per lui. Un amore pieno di fantasia, di forza tanto da superare qualunque ostacolo...


  “Tu, mammina, saresti capace di tutto pur d’impedire questo mio matrimonio. Ho capito bene? Non posso che darti ragione, d’altronde. Tutto è nato, proprio come sostieni tu, da un’abile e, lasciamelo dire, spregiudicata montatura del padre di lei. Ma basta per sposarsi? Quanto al fatto che Iole non abbia gusto, l’avevo pensato anch’io. Credimi! Che fare, a questo punto?”


  Da qualche istante aveva ripreso a cadere una pioggia sottile. Il fruscio triste e lieve delle gocce fu la sola risposta che Tino poté udire alla sua domanda. Ma aveva bisogno di una risposta? Incamminandosi verso l’uscita del cimitero, si strinse appena un po’ nelle spalle con il sentimento spavaldo e leggero di chi sa d’essere solo, pacificato e solo con i suoi ricordi e non ha, non sente, bisogno d’altro. Né per il presente né per il futuro.

TI ASPETTO CON ANSIA


  La pendola ha appena suonato le due e mezzo. Va un po’ indietro, però. Non sarai stato tu a metterci le mani? È più affidabile la sveglia sul mio comò, comunque. Adesso segna le tre meno dodici, anzi meno undici minuti. Sì, certo, ti aspetto con impazienza ma non sono ancora preoccupata. O lo sono solo un po’, poco poco.


  A quest’ora, in ogni caso, mi vengono strane idee e ancora più strane curiosità. Eccotene una. Come mai, da qualche settimana, spazzolando i tuoi calzoni mi capitano sotto gli occhi dei piccoli ciuffi di peli bianchi? Si direbbero peli caduti dalla pelliccia d’un cane, probabilmente dalla pelliccia di un candido barboncino da salotto. Da quando, anima mia, hai a che fare con uno di questi animali?


  Sai benissimo, Sergio, che non sono una pettegola. Corro dietro a queste sciocchezze per ingannare l’attesa. Non dovrei ripeterlo, con il rischio di irritarti, ma sono così agitata quando sei fuori da aggrapparmi a qualunque pretesto pur di tenere la testa occupata. Cerca di capire e di essere un po’ indulgente con tua madre!


  Voglio dirti una cosa che forse non immagini. Anche i più piccoli rumori, nelle ore che precedono l’alba, hanno un’anima. L’ho scoperto aspettandoti, una notte dopo l’altra. Ecco, adesso qualcuno sta aprendo il portone. Sento camminare nell’androne. No, purtroppo, non sei tu. È un passo più pesante, più stanco del tuo. Il tuo è un passetto veloce e leggero, assolutamente inconfondibile.


  A proposito di passi, spero proprio che tu ti sia cambiato le scarpe. Hai messo quelle più pesanti, con le suole di gomma? E così brutto il tempo, questa sera. Piove, fa un gran freddo. Hai pensato a corazzarti come si deve? Potrei cavarmi la curiosità andando nella tua stanza a controllare, ma preferisco evitarlo. Saperti con i piedi umidi, mezzo intirizzito accrescerebbe inutilmente la mia apprensione.


  Ci siamo, sono appena passate le tre. A partire da adesso ogni minuto è buono per sentirti finalmente rientrare. Mi chiedo se tornerai intorno alle tre e venti come ieri e come venerdì. O farai un pochino più tardi? Non dici mai niente di preciso, uscendo. Capisco il tuo imbarazzo, certo. Non vuoi impegnarti prima di sapere quale piega prenderà la tua serata.


  Ma, benedetto il cielo, che cosa fai tutte le notti? Possibile che tu non possa mai, dico ma-ai stare a casa con me? Macché arrabbiata, sono dispiaciuta! Mi manchi. Con chi trascorri il tuo tempo, a partire dalle sette di sera? Hai ragione, hai mille volte ragione. Ho giurato di non chiedertelo più.


  Si giura, in tutta buona fede, e poi... Sono la tua mamma, certe cose per forza mi interessano. Per cominciare, chi ti ha regalato quello stupendo cronografo da un milione o forse più? Sì, è vero, sono un po’ gelosa. Ma che cosa c’è di strano? Qualunque altra donna lo sarebbe avendo un figlio come te: alto, biondo e con gli occhi azzurri. Lo sguardo miope? È il tuo fascino, la ciliegina sulla torta. Così anche quella tua voce un po’ svogliata.


  Allora, anima mia, quando torni? Quando? Ti trovi già in prossimità di piazza Quadrata? Non sono ancora riuscita a capire se vieni in autobus, a piedi o se qualcuno ti accompagna in automobile. Come che sia, sapessi che sollievo quando ti sento arrivare. Ha un suono così allegro e distensivo per me – tric trac-trac – la tua chiave quando gira nella toppa!


  Che buffo. Quando sei fuori, chissà dove e con chi, continuo a chiacchierare con te, proprio come fossi in questa stanza. Come fossi là, seduto in fondo al mio letto. Ricordi quando ti raccontavo le favole? E tu, già con il pigiama indosso, ascoltavi fino al momento di fare un grosso sbadiglio e di correre a dormire.


  Immagina, Sergio, se ho dimenticato che lo scorso maggio hai compiuto trentaquattro anni. Aveva proprio ragione Magda, quella mia conoscente di Torino, affermando che sei un tipico Gemelli. Estroverso, curioso, e che altro? Trentaquattro anni! Sei ormai un ex giovanotto e presto sarai un signore di mezza età... Scusami! Ho perfettamente presente, angelo mio, che non desideri sentir parlare di età. Guai, la vecchiaia ti terrorizza. Perché poi?


  La mia, adesso, è stata una distrazione. Non me ne volere, dai! Anche perché ho una grossa, grossissima cortesia da chiederti. E ti prego, anzi ti scongiuro non me la negare. Non la negare a te stesso. Di che si tratta? Semplice, fai di tutto per rientrare prima delle sei. Non lo dico solo per me che, quando vedo spuntare il giorno e la tua stanza è ancora vuota, mi sento impazzire. È accaduto... eccome... il 9 giugno, poi il 6 luglio... C’è dell’altro a motivare la mia richiesta. Alle sei del mattino la portiera è già in piedi, vispa e arzilla. Non vorrei perciò, proprio non vorrei che ti vedesse rientrare con la faccia che ti ho visto sabato scorso, povero caro. Non saprei descriverla e poi preferisco non pensarci. Eri... la tua espressione era... faceva pensare... anzi, peggio andava perfettamente d’accordo con quell’orribile dopobarba dolciastro, molle e dolciastro che usi da qualche tempo. Non so chi possa avertelo consigliato!


  Visto che ci siamo, vorrei proprio farti una domanda Sergiolino. Chi è Nanà? Ho trovato un bigliettino con questo nome nella tasca della tua giacca, ritengo abbia accompagnato un regalo. No, ti assicuro angelo mio, non stavo curiosando in cerca di chissà che cosa. Mi limitavo a riporre gli abiti di mezza stagione. Allora, rispondimi, chi è Nanà? Quanti anni ha questa signora? Qualcosa mi dice che non è più una ragazza!


  Lo vedi, sto per farti arrabbiare e un attimo dopo ho il cuore in gola. Dio che angoscia! Il buio, le strade bagnate di pioggia, le automobili che corrono senza rallentare ai semafori. Dove ti trovi in questo momento, Sergio, dove? Non sai che cosa darei per saperlo!


  Io, una carceriera? Non credo proprio che tu lo possa affermare. L’estate scorsa mi hai lasciata sola quasi due settimane, dicendomi che andavi a Chianciano. Prima, non ricordo esattamente quando, trascorresti alcuni giorni a Montecatini. È un po’ strano. Perché quelle località termali e non piuttosto il mare o la montagna? Sei nel pieno delle forze, scoppi di salute. Ripeto, è curioso. Lo sarebbe meno, molto meno, se avessi accompagnato la tua non più giovanissima Nanà. È così difficile – credimi – non fare mai domande.


  Non pensi, Sergio, che avrei diritto a sapere qualcosa di più? Considera quanto mi sono sacrificata per te. Non è stato facile, giuro, allevarti senza il sostegno d’un marito, d’un compagno. Io e te soli, squattrinati, in questa Roma che non era la nostra città e dove non conoscevamo nessuno.


  Già le tre e venticinque. Comincio a sentire la bocca amara. Gesù, ti prego, fa’ che Sergio non si faccia attendere ancora a lungo. È una tortura per me, un’orribile tortura che si ripete identica ogni ventiquattro ore.


  Chi l’avrebbe detto, quando avevo vent’anni, che sarei finita ad aspettare, una notte dopo l’altra, un figlio tiratardi. Ero così carina, sapessi Sergio. Tutti mi guardavano, mi corteggiavano. Peccato che in un momento di malumore ho strappato la mia fotografia in costume da giapponesina. Avresti visto altrimenti come era bella la tua mamma, la più bella delle tue innamorate!


  Quando voglio, so essere obiettiva. Ritengo, a esempio, che non fosse male quella Costanza – si chiamava così, vero? – che frequentavi prima di quest’ultima, di questa Nanà. Doveva volerti molto ma molto ma molto bene quella signora dal bel nome – Costanza è un così bel nome – per regalarti un portasigarette d’oro. Ho sempre saputo che è stata lei a regalartelo, fin dal primo giorno quando tu m’hai raccontato che si trattava del pegno d’una scommessa vinta. Altro che scommessa! Sono stata così male, quando ho visto quel portasigarette e ho intuito la sua reale provenienza, che ne ho fatta una delle mie. Sono stata io, adesso lo confesso, a fracassare quel modellino di incrociatore che stavi costruendo con tanto impegno. Sì, io! Poi ho dato la colpa al gatto dei vicini, entrato dalla finestra. Una bugia, una delle pochissime che ti ho detto in tutti questi anni. Ti chiedo scusa. Mi dà tanta serenità, oltretutto, saperti nella tua stanza a trafficare, proprio come quando eri un ragazzo, con i modellini delle navi e degli aeroplani. Anche pensando a questo, torno a chiederti perdono del mio stupido scatto!


  Ma perché non ti sento rincasare? Sono così in ansia per te, Sergio. Forse è già troppo tardi, forse... Nanà, Costanza, Rosetta e chissà quante altre donne ci sono state, ci sono nella tua vita. Il mio terrore è che tu possa assomigliare a tuo padre, prendere le sue abitudini. Non mi importa, figurarsi, che tu abbia il suo stesso mento, le sue stesse manone, la sua stessa voce. Una voce che ti rimaneva dentro, ti torturava appena provavi a dirgli addio e a allontanarti da lui. Non sopporto, però, l’idea che tu possa avere la stessa anima di tuo padre.


  Quell’uomo, sapessi! Quando l’ho incontrato l’ultima volta, quattro mesi prima che tu nascessi, mi è parso bello della sua stessa perfidia. Aveva un ghigno, credimi, attraverso cui ho creduto di scorgere come per un improvviso squarcio, per una ferita profondissima, il suo cuore.


  Non ho mai conosciuto nessuno di più crudele e di più meschino.


  Sono quasi le tre e quaranta, ormai. Continuo a dirti tutte queste sciocchezze e magari a te è capitato qualcosa. Magari sei ferito, sofferente... Basta! Devo ricordarmi che sono sempre stata una donna forte. Credo, al riguardo, che tu non mi abbia mai visto inghiottire una medicina. Nulla, nemmeno un cªchet contro i dolori mestruali. Eppure, adesso, sento che le mie lenzuola puzzano di insonnia, di paura che t’accada qualcosa, di tormentosa e impotente attesa.


  I secondi volano. Uno, due, tre, dieci, venti, trenta... Ogni secondo è un passo, ancora un passo verso il precipizio. Quando torni, Sergio?


  Non ho che lui, Signore! Non potrei, assolutamente non potrei sopportare che gli fosse accaduta una disgrazia. Sergio, Sergiolino! Hai attraversato via Tagliamento? Dove ti trovi, esattamente?


  E se all’improvviso squillasse il telefono? E se invece della voce di lui mi giungesse quella della sua tardona, una voce fatta di cicche di sigaretta e di catarro incollaticcio? E se mi dicesse che lui ha avuto un collasso, di là, nel letto dove facevano le loro porcherie?


  Sergiolino! Non è possibile che in una notte di pioggia, alle quattro meno undici minuti, tu non sia ancora a casa. Come faccio a resistere ancora? Signore, prestami attenzione un secondo, prestandomi attenzione fa’ che Sergio torni entro quaranta, facciamo entro novanta secondi... Se torna. Signore, faccio il voto di non dire più niente, di lasciarlo fare. Non mi opporrò nemmeno al suo ultimo progetto, suo e di lei, di recarsi a passare il Natale a Montecarlo... Farò finta di non sapere che è lei a pagare. Ma tu, Sergio, adesso ritorna. Ritorna, sii buono, prima che la lancetta dei secondi sia passata da quindici a quarantacinque. È tua madre, Sergio, che te lo chiede in ginocchio.


  Sedici, diciassette, diciotto, diciannove...


  Non mi fare questa cattiveria, Sergio... venti, ventuno...

CITTÀ CRUDELE


  Se Pasqua non fosse così orribilmente vicina, se Pasquetta non le ricordasse quella gita a Capri con M. per una volta (forse l’unica in tanti anni) davvero di buon umore, se nelle scale insieme con l’odore dell’immondizia non si respirasse già un presentimento del vuoto silenzio di domenica e di lunedì prossimi, se...


  “Dio mio, che disastro! Se almeno tu ti decidessi a mangiare la pappa! Oggi è buona, è proprio buona. Perché non provi, piccolo?”


  I meteorologi non fanno che ripeterlo, sarà una Pasqua calda e soleggiata. Le temperature saranno quasi estive. Così Roma tornerà a essere, come nello scorso agosto, vuota, polverosa e crudele. Non sono stati giorni crudeli, stupidamente crudeli, quelli che lei e il cane hanno passato nella città deserta, cercando un negozio aperto? Un posto qualsiasi che offrisse loro una cosa qualsiasi?


  “Natale, Pasqua, Ferragosto. Non si finisce proprio più,” chiude gli occhi Vanda, dicendosi nello stesso tempo che dovrebbe cambiarsi la camicetta e indossarne una pulita. I fiorellini bianchi, di quella che ha addosso in quel momento, sono diventati un po’ gialli.


  Se almeno il cane stesse bene! “Prova, ti prego! Un boccone, solo un boccone per far piacere alla tua padrona. Uffa!” Non è la disappetenza del suo barboncino, un meraviglioso barboncino rosa, a far perdere la pazienza a Vanda, anzi alla “solita Vanda”. È proprio così che lei si definisce, la solita Vanda, da quando M. è morto e nessuno la guarda più come si guarda una donna. Se ha detto “uffa”, se si è lasciata andare, la ragione è un’altra. Per ben due volte, in un arco di tempo relativamente molto breve, Vanda è inciampata, rischiando di perdere l’equilibrio in modo davvero assurdo. È inciampata da ferma, infatti. Il motivo? Lei lo sa anche troppo bene, ma evita di dirselo.


  “Anche ieri hai lasciato tutto nella scodella. Non vuoi, proprio non vuoi mangiare un po’?”


  Riflettendo alla frequenza con cui inciampa, quali che siano le cause della sua instabilità (è il terzo oppure il quarto bicchiere della mattina quello che ha lasciato semivuoto sul tavolo di cucina?), Vanda dovrebbe decidersi a comperare delle pianelle nuove. Magari potesse fare la stessa cosa con le sue gambe e acquistarne un paio di ricambio. Le sue belle gambe sottili e tornite stanno infatti diventando troppo sottili e definirle tornite davvero non si può più.


  “A te, Za, piaccio anche brutta e vecchia. Non è così? A te non importa niente, meno di niente che le gonne, le gonne che un tempo mi stavano a pennello, adesso mi ruotino intorno alla vita proprio come fossi fatta di fil di ferro e avessi perso per strada il mio bel sederino da modella. Lo sai, Za? Il mio sederino era molto famoso e ammirato!”


  Era stato M. a volerlo chiamare Za. Un pomeriggio, che avevano addosso il “tipico umore da giacca di velluto e foulard” (come gli piaceva uscirsene in battute del genere), era voluto andare a Fregene per rivedere il mare. Al ritorno, mentre l’automobile avanzava su un tappeto di foglie fradice di pioggia, aveva annunciato:


  “Ho trovato il nome!”


  “Quale nome?”


  “Quello da dare al cane, visto che non ne ha ancora uno.”


  “Sei strano, però.”


  “Perché?”


  “Quando l’ho portato a casa, esattamente mercoledì scorso, hai detto che non volevi occupartene. Hai ripetuto, non so più se tre o quattro volte di fila, che il cane era un mio capriccio. Peccato, hai anche aggiunto, che mi fossi sempre rifiutata di andare dall’analista...”


  “Sì, peccato, Vanda! È l’insicurezza infatti a renderti così conflittuale, inutilmente conflittuale!”


  “Quando lo hai detto, mercoledì scorso, non era alla conflittualità del mio carattere che ti riferivi. Ti riferivi al cane. Era il mio rapporto con quella povera bestia a farti invocare l’analista.”


  “Mi sembra che tu voglia litigare, Vanda. Perché?”


  “Lasciamo perdere. Stavi dicendo di aver trovato un nome da dare al cane.”


  “Sì, l’ho trovato. Lo chiameremo Za!”


  “Za, hai detto? Che razza di nome è?”


  “Za sta per Zampe. Mi segui? Mi è venuto in mente osservando quei buffi arnesi che il tuo, il nostro cane ha al posto delle gambe.”


  “Va bene. Chiamiamolo Zampe, allora. È più tenero, è più divertente che non Za.”


  “Za è più breve e perciò più pratico.”


  “Avrei preferito Pedro.”


  “Pedro? Stai scherzando?!”


  Ancora una volta, invocando la brevità, M. (con il cuore a volte sbagliava, con il cervello mai) ha visto giusto. Ci sono difatti giornate che Vanda ha le labbra cucite dalla solitudine, mattine che ha la bocca impastata dal vino, pomeriggi che si sente le viscere quasi fossero legate dall’angoscia e parlare, dire anche solo mezza parola le costa molta fatica. Così finisce col far uso di quel monosillabo, Za, con riconoscenza. La stessa riconoscenza che, in stagioni di carestia, si può provare nei confronti d’un buon investimento fatto tanto tempo prima. Quando non c’erano ancora nuvole all’orizzonte.


  “Za, mio piccolo Za, non fare quegli occhi altrimenti mi metto a piangere!”


  Che cosa non farebbe Vanda perché Pasqua fosse già passata! Pasqua è anche peggio di Natale dal momento che le giornate sono più lunghe, più luminose e la solitudine, con la luce del sole, si avverte in modo più crudele.


  “Forse, mio povero Za, ho capito perché non stai bene. È tutta colpa mia. Devo aver messo qualcosa nella tua pappa, non so dirti esattamente quando, che ti ha fatto male. Tu dici di no? Tu credi che la tua padrona non sarebbe capace di fare una cosa simile? Potrebbe essere di sì, invece. Può capitare a tutti, d’altronde, di bere un goccio di più e di commettere un piccolo errore!”


  Ma quanto vino occorre, a giudizio di Vanda, per fare “un goccio in più”? Lei sostiene, quando si trova a parlare molto seriamente con se stessa (sedendo in poltrona, con la porta del soggiorno chiusa), di attenersi a una regola ferrea. La regola di farsi qualche bicchiere di vino bianco, e non più di qualche. È una donna, Vanda, che tiene molto alla lealtà e alla sincerità. Come la mette, perciò, con i mezzi bicchieri in esubero? Difficile dirlo. Non ne tiene conto perché, appunto, sono mezzi bicchieri e non sarebbe corretto sommarli ai bicchieri interi? Il vino rosso, questo è vero, non lo tocca. Non sa nemmeno più che sapore abbia. Beve solo bianco secco, fresco e secco. Quanto ai superalcolici, crede, lo crede davvero, che possano farle venire un’inaccettabile pancia a punta; sì una di quelle pance che sembrano all’improvviso saltar fuori da un corpo magro, premendo vistosamente sulla gonna. E un tipo come lei, che ha evitato la maternità senza rifiutarla, senza cioè compiere una scelta e affidandosi unicamente alle opportunità offerte volta per volta dai contraccettivi, una pancia così non può consentirsela. Sarebbe come portarsi addosso, ormai che è quasi vecchia, una feroce caricatura della fecondità.


  “Quante storie! Dopotutto non sono un’ubriacona, non ancora! Non sono ridotta al punto di consumare il pranzo di Pasqua in un piatto di carta, posato sulle ginocchia (o, invece, sì?). Se il mio Za sapesse parlare, lo direbbe,” ripete Vanda anzitutto a se stessa. Lo ripete, in particolare, ogni volta che i suoi occhi (molto grandi, luminosi e romantici) si posano sul balcone di cucina dove le bottiglie vuote – quelle bottiglie che certe sere non si sente neppure di infilare nel sacco della spazzatura (possono lacerarlo, finendo in terra e allora guai, dovrebbe raccogliere i cocci, chinarsi e pulire) – sono più fitte degli alberi in un bosco. Bottiglie di Orvieto, di Trebbiano, di Pinot grigio che lei teme – e lo teme moltissimo, fino a arrossire pensandoci – si possa credere siano state scolate in silenzio e solitudine da una povera diavola senza risorse. In effetti è così, proprio così ma con una differenza. Quale? Vanda è certa che ci sia, ma quando cerca di afferrarla, di tradurla in parole, le sfugge. Si fa inconsistente, confusa mentre le risulta chiaro, sempre più chiaro, che la sua rovina è stata imbattersi in un uomo sbagliato come M. Un intellettuale egoista e narciso che, a furia di chiacchiere, le ha impedito di mettere a frutto la sua bellezza (“Ero così carina, avrei potuto sposare chiunque!”) e di realizzare la sua femminilità. Salvo poi, appena combinato un tale disastro, crepare d’infarto senza nemmeno dirle addio.


  “Ecco perché, mio povero Za, sei così importante per me! Ma che cosa facciamo, dimmi, che cosa faccio se non ti decidi a stare un po’ meglio?”


  “Al punto in cui siamo, Za, non c’è scelta. Non è facile per me, credimi. Tu sei tutta la mia vita e io ti porto, ti sto portando dal veterinario. Che cosa può capire lui di quello che tu, proprio tu sei per me? Di quello che rappresenti nella mia povera esistenza?”


  Vanda tiene Za in braccio. Il cane le pesa eppoi, stringendolo a sé, sente che soffre. Sente dal pelo, sente dalla rigidità del corpo, sente da tutto che Za sta male. Come non bastasse, dieci minuti prima di uscire, lei si è resa conto (come mai si era resa conto fino a quel momento) di aver perso molti capelli sulla nuca. Con quelli che le sono rimasti non ha potuto, assolutamente non ha potuto mettere insieme un’acconciatura che le sembri decente.


  “Proprio oggi che ci tengo tanto a non sembrare una disperata. Ci tengo per te, sai Za, proprio per te. Le disperate nessuno le prende sul serio, nemmeno i veterinari!”


  Stringendo i denti, Vanda attraversa la strada con il suo inconfondibile passo attento e insieme un po’ legnoso. Il passo di chi sta combattendo una sua difficile battaglia personale con le leggi dell’equilibrio e con il rollio del mondo. Vanda è costretta a accentuare quell’andatura quando beve di più e più in fretta del consueto, senza tuttavia riuscire a rendere il suo corpo più leggero della sua mente.


  “Povero Za, sembra che tu abbia infilato il musetto nel fango. Stai davvero così male?”


  Vanda vive all’Eur, in una strada nuova e ancora poco abitata. La stazione dei taxi è piuttosto lontana. Non ha potuto farsi venire a prendere, però, dal momento che i vicini avrebbero subito trovato di che criticare.


  “Quella sfacciata! Non dà due lire di mancia alla portiera e porta il suo barboncino in taxi!”


  Poi un grido sale direttamente dal cuore di Vanda. E se fosse l’ultima volta, l’ultima che esce con Za? Riesce, per fortuna, a fermare un’auto pubblica. Perché non è la macchina più bella e più nuova che faccia servizio a Roma? Perché il cielo non è del suo azzurro più terso e scintillante? Se non ci saranno altre volte per loro, non possono accontentarsi. Lei e Za devono avere il meglio, il meglio del meglio.


  “Mi basta un anno, Za. Mi bastano dodici mesi, visto che non durerò molto di più. Lo sento. Tu, intanto, continua a tenermi compagnia. Non te ne andare, ti scongiuro. Non morire, Za! Pensa se ti dovessero fare l’iniezione e fossi costretta a tornare a casa sola, senza di te. Come farei a buttare nella spazzatura la pappa rimasta nella tua scodella, la tua ultima pappa? Con quali occhi, mio piccolo Za, potrei guardare la tua cuccia vuota per sempre? Non mi fare brutti scherzi, Za. Non ce la faccio, non ho la forza di inghiottire anche questa. No, non me la sento. Ancora quattro giorni e sarà Pasqua. Sono quattro o solo tre giorni? Avevo pensato, Za, di andare dal macellaio e di comperarti un regalino. A Pasqua, invece, tu... A Pasqua è possibile che ormai... Za, mio piccolo Za! Il mondo è proprio terribile, e capace di infischiarsene di te, di me, di tutto il mio pianto!”

PRIMA CHE LE LUCI SI SPENGANO


  Un uomo segretamente infelice perché si vergogna delle cause della propria infelicità e una donna, che viceversa non fa alcun mistero della sua scontentezza, si cercano ma senza saperlo. Hanno infatti bisogno l’uno dell’altra e il caso, in una limpida notte d’estate, li porta a sfiorarsi. Pur appartenendo a ambienti diversi e avendo età differenti, sono invitati a uno stesso ricevimento. Non è detto, però, che lui si accorga di lei e lei si avveda di lui.


  L’uomo e la donna, a differenza di quasi tutti gli altri ospiti, non appartengono al mondo dello spettacolo. Ma questo potrà bastare a avvicinarli? C’è grande confusione, tutti parlano con tutti e intanto si sono fatte le ventitré. Lui e lei non hanno più molto tempo davanti, perciò o si troveranno nel giro dei prossimi quaranta, cinquanta minuti o, presumibilmente, non si troveranno mai più.


  Tutto ha avuto inizio meno di un’ora e mezzo prima. Intorno alle ventuno e trenta infatti, un uomo di forse trentacinque anni, vestito con un’eleganza che lascia supporre un’abitudine quasi professionale alla mondanità, ha fatto il suo ingresso in una terrazza romana. In una splendida cornice di tetti e di cupole – rischiarata a quell’ora e in quella notte di giugno da una luna simile a un grande bottone di alabastro – uno sciame di donne perlopiù giovani (e profumate di giovinezza) e di uomini (in carriera) stanno consumando una golosa cena di pesce e insalate.


  Il nuovo arrivato, che si chiama Pierluigi e ha fatto tardi perché lavora troppo, è visibilmente solo e spaiato. Non ha vicino né una moglie né una fidanzata e qualcosa nel suo atteggiamento sembra volerlo sottolineare.


  La ragazza con la quale usciva fino a tre o quattro giorni prima, gli ha detto addio. La rottura fra i due è stata tanto più penosa perché intervenuta al termine di una lunga, devastante spiegazione. Lui e lei nudi sul letto, dove non erano andati con l’intenzione di dormire, hanno parlato e parlato da mezzanotte o poco più fino alle prime luci dell’alba.


  “Sono crisi passeggere le mie. Credimi, Silvia!”


  “Ti posso anche credere ma questo non cambia niente. Capisci? Non ho voglia, ripeto, non ho voglia di farti da infermiera. Eppoi è umiliante per una donna quando si verificano situazioni di questo genere, molto ma molto umiliante!”


  Sei anni prima, in circostanze purtroppo assai simili, Pierluigi è stato abbandonato dalla sua giovane sposa. Si era unito a lei meno di un anno prima. Di altre storie finite non bene, a dispetto delle migliori premesse, l’ex giovanotto non vuole neppure ricordarsi. Se suo malgrado gli tornano in mente, sfodera quale arma terapeutica la sua risata inconfondibilmente rotonda, tanto finta quanto fragorosa e invadente.


  Una risata che per lui, apprezzato public relation man di una grande azienda, vale un biglietto da visita. “Ecco, è arrivato,” sono portati a dire i suoi colleghi di ufficio, raggiunti da quelle esplosioni di ilarità. E pensano all’impegno nel lavoro di Pierluigi, al suo cinismo però all’acqua di rose, alla sua ambizione tuttavia incapace di far male a chicchessia ma anche a qualcos’altro che non è facile dire. Qualcosa di freddo, di triste, di sostanzialmente irrisolto.


  In ogni caso Pierluigi, che crede di amare la vita e la gente ma in realtà vuol solo essere amato, non è disposto a arrendersi. Questo spiega perché adesso senta con tanta forza il desiderio di trovare una nuova compagna. Al punto che spera di imbattersi, nel corso di quella stessa serata, in una creatura tranquilla, meglio se di mezza età, che ami parlare al telefono di notte (a lui piace moltissimo) e sia disposta a uscire in sua compagnia un paio o tre sere la settimana. Senza aspettarsi nulla e senza fare progetti, beninteso.


  Nel mentre insegue queste piccole fantasie, gli occhi di Pierluigi si posano, per qualche attimo appena, su una donna non più giovanissima ma ancora bella, persino attraente. Non dimentica dei suoi capelli corvini (anche con l’aiuto d’un buon cachet) e della sua vistosa abbronzatura, che sa di Fregene come le note di Night and Day sanno di America, ha scelto di indossare un leggero abito bianco, stretto in vita da una sottile cintura di cuoio dorato. Anche i sandali sono di cuoio dorato e hanno petulanti tacchetti forse un po’ troppo alti.


  Nell’espressione della donna, non può fare a meno di notare Pierluigi, c’è qualcosa di sazio e di svogliato ma anche di umano, di generoso, di cordiale. Qualcosa che fa venire voglia di confidenze, di lunghe cene estive nelle vecchie trattorie con tavoli all’aperto, di quieti pomeriggi autunnali nel buio d’un cinematografo, di brevi viaggi turistico-culturali in sonnolente cittadine di provincia... Senza andare oltre, almeno di regola, un affettuoso bacio della buonanotte. Un bacio, in altre parole, che non lo impegnerebbe a nessuna prova compromettente per la sua dignità di maschio.


  La donna si chiama Lucia e ha quarantasei anni. Anche lei, come Pierluigi, è sola. Visibilmente sola. Due anni prima ha posto fine, con il coraggio della disperazione (ci vuole coraggio a cacciare un uomo di casa, chiamando i carabinieri), a una lunga e sfortunata relazione.


  Le cose sono andate così. Lucia ha avuto una giovinezza molto libera (un po’ troppo!) e felice, priva cioè di preoccupazioni economiche e rallegrata da svariate avventure con quei giovanotti dei quartieri alti che assomigliano fisicamente ai marines dei film sul Vietnam e hanno però una mentalità da boy scout. Tanto che, messi di fronte al tradimento di una loro fidanzata, reagiscono senza quasi reagire. Come se la libertà per ognuno di fare quello che vuole fosse una religione, un dogma più importante di qualunque altro.


  Un brutto giorno, forse stanca di quella vita facile e leggera, Lucia si è messa, anzi è caduta nelle mani di un certo Giovanni. Un genovese alto, bruno, bello e rissoso che, venuto a Roma sognando il cinema, si prova a fare il regista ma non ci riesce. Proprio per questo, sentendosi mancare la terra sotto i piedi, Giovanni si sfoga con la sua compagna (“Compagna e non moglie, compagna e non amante,” tiene a sottolineare).


  La relazione con Lucia si trasforma ben presto in una di quelle storie violente, fatte di letto e di possessività ma senza vero amore, che “sporcano dentro” perché si nutrono di troppe parole, di troppi chiarimenti notturni, di troppe scenate violente seguite da riconciliazioni che hanno qualcosa di impudico e di volgarmente morboso.


  Adesso Lucia, che non sa se ha più paura d’un vero amore o di rimanere troppo sola, desidererebbe avere un piccolo flirt fatto di niente. Vorrebbe scambiare con un uomo onesto e gentile una di quelle simpatie che non hanno più spessore dello stato d’animo indotto dall’ascolto di una canzone (di Trenet?), suggerito da una musica (alla Cole Porter?) orecchiabile e un po’ viziata. Uno stato d’animo che non risponde a nessun sentimento vero, a nessuna situazione reale ma è piacevole ed è destinato a disfarsi garbatamente. Senza lasciare cicatrici.


  Ecco perché Lucia, che crede di avere l’intelligenza più grande del cuore ed è invece proprio il contrario, sfugge i suoi non rari (e un po’ invecchiati) corteggiatori. Uomini attratti da quanto rimane in lei di un fisico prorompente, di una vitalità contagiosa.


  “C’è troppa gente su questa terrazza e ha l’aria oltretutto di gente troppo felice,” non può fare a meno di dirsi Lucia tutt’a un tratto (indispettita), chiedendosi perché sia venuta a quella cena in piedi sfacciatamente frivola e “senz’anima”! Le espressioni un po’ melodrammatiche si accompagnano, in lei, a impennate moralistiche cui va sempre più soggetta con il passare degli anni.


  “Basta! Fra un minuto scappo via senza nemmeno assaggiare il gelato e senza salutare nessuno,” si ripromette mentre non può fare a meno di notare (con simpatia? con inspiegabile tenerezza?) un ex giovanotto con tanti capelli e una giacca di taglio perfetto.


  Quell’uomo, anzi quell’ex, molto ex giovanotto ride di continuo, fragorosamente, ma la sua risata non gli somiglia. Non somiglia alla sua espressione rassicurante, alle sue fattezze un po’ da angiolone barocco, al suo sguardo (spaventato?) e alla sua dentatura forte e rilucente. Una dentatura non qualunque, a ogni modo, in una faccia viceversa banale anche se non brutta.


  Un insieme, non può fare a meno di riflettere Lucia, che le fa tornare in mente un dettaglio della sua vita cui non pensava da tanto, da troppo tempo. È stata una bravissima cuoca ma da mesi e mesi, anzi da anni non prepara più una buona cena perché non ha più un uomo che le faccia venire voglia di mettersi in cucina a trafficare. Si limita a mangiare qualcosa, preparatole dalla domestica, per sfamarsi in solitudine, senza quasi accorgersi di quello che mette in bocca.


  Lucia e Pierluigi si conosceranno? È avvenuto chissà quante volte che un uomo che aveva bisogno di una certa donna e la donna che aveva bisogno proprio di quell’uomo si siano sfiorati senza fermarsi. Allora?


  Sono, adesso, le ventitré e quarantacinque. Solo il dio che muove i destini, li intreccia come si intrecciano i colori d’un misterioso arabesco, sa se lui le si avvicinerà e se lei si lascerà avvicinare. Solo quel dio imperscrutabile può dire se Lucia e Pierluigi si scambieranno uno di quegli sguardi che vogliono dire “mi sembra di conoscerti anche se non so il tuo nome”.


  Se poi lui e lei inizieranno a parlare stando attentissimi, fin dalle primissime parole, a esaltare non tanto la loro simpatia quanto il loro fascino cioè il loro piccolo, fragile mistero allora per entrambi avrà inizio una nuova stagione. Quella d’una consapevole, serena mezza età a due voci per così dire.


  Quello sguardo dovrà tuttavia venir scambiato prima che Lucia, per vanità delusa o chissà che altro, di lì a pochissimo (non più di sei o forse sette secondi) cominci a pensare avviandosi verso l’uscita a come, con quali parole descrivere alla sua sarta quel ricevimento paragonandolo inizialmente a un autobus troppo affollato.