lunedì 11 ottobre 2021

TRE PIANI Eshkol Nevo


 TRE PIANI

Eshkol Nevo 

Primo piano

Quello che sto cercando di dirti è che, al di là della sorpresa, c’era un’altra questione di cui io e Ayelet non osavamo parlare: il fatto che in qualche modo sapevamo – dovrei dire sapevo – che poteva succedere. I segnali erano lí da sempre, ma preferivo ignorarli. Troppo comodo, una coppia di vicini che ti tengono la bambina. Pensaci. Cinque minuti prima di uscire la prendi cosí com’è, senza borse, senza carrozzina, bussi alla porta di fronte, e sei a posto. Lei è contentissima di andare da loro. Loro sono contentissimi di accoglierla. E tu sei contentissimo di poter fare i cavoli tuoi. Ovviamente costa meno di una baby-sitter. Sono cose imbarazzanti da dire, ma oggi non intendo censurare niente, ti racconto tutto. Tu però mi prometti di non utilizzarlo in uno dei tuoi libri. Affare fatto?

Una coppia come loro, due pensionati, non ha la minima idea del prezzo di un’ora di babysitteraggio sul mercato. Non si passano la voce come le altre baby-sitter, perciò puoi fissare il prezzo che ti pare. L’abbiamo deciso noi: venti shekel all’ora. Nove anni fa poteva sembrare ragionevole. Un compenso basso, ma ragionevole. Nel frattempo, il prezzo di un’ora nella nostra zona è salito a quaranta, e noi siamo rimasti a venti. Ogni tanto Ayelet mi ricordava, dobbiamo aumentare, lo sai. E io rispondevo, chiaro, aumentiamo. Ma siamo rimasti a venti. Loro non hanno mai chiesto. Sono persone educate, arrivati in Israele dalla Germania, lui gira in giacca e cravatta, lei insegna pianoforte al conservatorio e usa espressioni come “di grazia”. Se anche avessero voluto chiedere qualcosa, l’orgoglio gliel’avrebbe impedito. E noi ci siamo detti – magari non l’abbiamo confessato ad alta voce, ma l’abbiamo pensato: con la vita noiosa che si ritrovano, hanno solo da ringraziare. Dovrebbero pagarci loro per il privilegio di godersi Ofri.

Non ricordo quanto aveva esattamente la prima volta che l’abbiamo lasciata da loro, di sicuro era piccolissima. Quanto ci vuole per ricominciare a fare sesso dopo che una donna ha partorito? Un mese? Un mese e mezzo? È iniziata cosí, per il sesso. Al nono mese Ayelet ha avuto la gestosi. Non la potevo toccare. Un mese dopo il parto sanguinava ancora. Io ero arrapatissimo, bruciavo dalla voglia. Come gli angoli dei bigliettini d’auguri che preparavamo da ragazzi, ti ricordi? Mai successo niente del genere. Mi capitava di trovarmi, durante un incontro di lavoro, a fissare una cliente e immaginare di acchiapparla, trascinarla in bagno e strapparle i vestiti. E le donne questa fame la captano. In quel periodo le donne mi perseguitavano. Tutte a provarci, e io non sono esattamente Brad Pitt. L’istruttrice di spinning mi mandava sms da non credere. Alla prima occasione te li mostro. Ma mi sono controllato. Mi sono morso forte le labbra, e Ayelet ha apprezzato. Non me l’ha detto, “apprezzo”, non dice cose del genere. Però mi ripeteva di continuo: mi mancano le tue carezze, mi mancano quanto mancano a te. Poi una sera ha proposto: lasciamola per qualche minuto da Hermann e Ruth. E mi ha sfiorato la spalla con un dito, piano. Il nostro segnale.

L’idea è stata sua. Sicuro. La prima volta l’iniziativa l’ha presa Ayelet. Siamo andati insieme, abbiamo bussato alla loro porta e abbiamo chiesto se potevano tenere Ofri per qualche minuto. Secondo me hanno capito esattamente di cosa si trattava. L’urgenza. Sono una di quelle coppie che sta insieme da una vita, e si vede che fra loro c’è ancora fuoco. Hermann è alto, diritto. Ha l’aria del cancelliere tedesco. E Ruth ha i capelli bianchi e lunghi, sempre raccolti in una coda di cavallo: non sembra una vecchia, piú una donna matura. Ha chiesto ad Ayelet quando Ofri aveva mangiato per l’ultima volta, e Ayelet ha risposto che non doveva essere affamata, e comunque sarebbe rimasta con loro solo per qualche minuto. Poi ha chiesto se usava il ciuccio e che le lasciassimo un pannolino, per ogni evenienza. Dopodiché Hermann si è messo a fare rumoretti buffi a Ofri e le ha fatto il solletico alla pancia con la punta della cravatta. Ofri gli ha sorriso. A quell’età i sorrisi sono istintivi, non veri, lo sai. Ma ho ugualmente detto ad Ayelet: guarda come gli sorride. E Ruth ha commentato, i bambini adorano Hermann.

Devi capire: Ofri non era disposta a stare con chiunque. Da piccola, piangeva perfino con la nonna. Ma come l’abbiamo messa in braccio a Ruth le si è acciambellata addosso, le ha posato la testa sul petto e ha giocherellato con i suoi capelli lunghi. Ruth ha detto, shh, shh, shh, le ha accarezzato la guancia, e Ayelet si è chinata all’altezza di Ruth e ha detto a Ofri, torniamo fra qualche minuto, d’accordo, amore? Ofri l’ha fissata con il suo sguardo saggio e poi l’ha posato su di me. Sembrava stesse per piangere, invece no. Si è solo rannicchiata piú comodamente sul petto di Ruth, la quale ci ha invitati: di grazia, andate a cuor leggero, abbiamo cresciuto tre figli e cinque nipoti, e Ayelet ha ripetuto di nuovo, è solo per pochi minuti e ha dato un’ultima carezza a Ofri, sulla guancia.

Appena la porta dell’appartamento si è chiusa alle nostre spalle, le ho messo la mano sul culo, ma lei si è bloccata e ha detto: aspetta, non senti piangere? Siamo rimasti immobili ad ascoltare ma, a parte il solito rumore di mobili trascinati dalla vedova del piano di sopra, non si sentiva niente. Abbiamo aspettato ancora un attimo per sicurezza, poi Ayelet mi ha preso la mano e mi ha detto, di grazia, tralasciamo i preliminari, sei d’accordo? E mi ha trascinato in camera da letto.

I nipoti di Hermann e Ruth sono sparsi per il mondo. Due a Vienna. Due a Palo Alto. La piú grande abita con la madre a Parigi, viene in visita ogni estate e fa uscire gli occhi dalle orbite ai ragazzi del quartiere con le minigonne microscopiche, la pelle abbronzata e gli occhi verdi. L’aspettano sotto casa come gatti in calore, e lei ci gioca. Li sfiora mentre parlano, ma non si lascia mai toccare. Una vera francesina. Porta già i tacchi. Si mette il profumo, come una donna. L’estate scorsa, Ruth l’ha mandata a chiedere delle uova; le ho aperto senza camicia e lei ha commentato, con il suo accento francese, Monsieur Arnò, indossi una camicia, le pare il caso di mostrarsi cosí a una signora?, e ha ridacchiato civettuola. Le ho dato le uova senza ricambiare la risata, pensando che si sente proprio che la zoccoletta non ha un padre. Se fossi io suo padre, gliela farei allungare subito quella mini. Ma della sua gonna riparliamo dopo.

Anche gli altri nipoti di Hermann e Ruth vengono in visita un paio di volte all’anno. In quei giorni la casa, da cui di solito provengono solo note di pianoforte e voci del canale tedesco via cavo, si fa rumorosa, piena di vita. Hermann costruisce un mucchio di giochi in giardino. Prima di andare in pensione lavorava nell’industria aeronautica, perciò se ne intende. Fabbrica altalene, scivoli e scale e anche modellini di aerei telecomandati. Se è estate, recupera dalla cantina una piscina gigantesca, di plastica rigida. E dentro la piscina monta una portaerei su cui devono cercare di far atterrare gli aeroplanini. Poi tira fuori la portaerei e tutti si mettono il costume ed entrano in piscina a spruzzarsi. Mai scatenati, però. Sono bambini educati. Si vede che vengono da fuori. Mangiano con il coltello e la forchetta. E quando li incontri nell’atrio salutano.

Quando i nipoti ripartono per i loro paesi, Hermann e Ruth cadono in depressione. Regolarmente. Il giorno dopo la partenza, si chiudono a chiave in casa e c’è poco da bussare. Come posso spiegartelo… È come se la porta improvvisamente pesasse un quintale e avvertisse: non adesso. Due giorni dopo la partenza dei nipoti vengono a bussare, per informarci che se vogliamo possiamo portare Ofri da loro. Hermann dice a Ofri: dai un bacino a Hermann. Si abbassa alla sua altezza e le porge la guancia. Lei lo bacia cauta, per non pungersi con la barba. E Ruth dice ad Ayelet: anche per poco tempo. Non ci dovete pagare. E aggiunge a bassa voce, quasi sussurrando, per Hermann è durissima quando i nipoti se ne vanno. Sono due giorni che non dorme, non mangia, non si fa la barba. Non so cosa fare.

La faccenda del bacino, per esempio. Quando prima ti ho detto che ci sono stati dei segni premonitori, intendevo cose del genere. Ha cominciato col chiedere a Ofri un bacio quando arrivava da loro. E quando se ne andava. Due baci. Uno per guancia. Ma in quest’ultimo anno capitava che aprisse improvvisamente la porta, cosí, senza motivo, mentre eravamo sul pianerottolo e stavamo uscendo o rientrando, si accoccolava e la chiamava: ciao, Ofri, dai un bacino a Hermann.

Adesso mentre te lo racconto mi sento morire: non poteva essere piú ovvio. Ma noi non volevamo vederci chiaro, è questo che cerco di dirti. La mamma di Ayelet non è il tipo di donna che vuoi lasciare sola con i tuoi figli. I miei genitori sono in pensione e non fanno altro che viaggiare. Viaggi lunghi. Sudamerica. Cina. Zaino in spalla e via. Poi è nata Yaeli. E ha avuto la complicazione alle vie respiratorie. Abbiamo passato settimane in ospedale accanto al suo letto, facevamo a turno, io e Ayelet, e chi era di turno non si poteva addormentare, rischiavamo che smettesse di respirare esattamente quando chiudevamo gli occhi. Dall’ospedale si correva direttamente al lavoro, non c’era nemmeno tempo di passare a casa per cambiarsi. Non sto cercando scuse, spiego solo che avevamo sempre piú bisogno di Hermann e Ruth. Di pomeriggio, di sera, nei fine settimana. A volte lasciavamo Ofri da loro giusto mezz’oretta. Altre volte per mezza giornata.

Mi è tornata in mente proprio adesso – che storia, me n’ero completamente dimenticato – una mattina che Ayelet era arrivata a darmi il cambio in ospedale e mi ha raccontato un sogno fatto quella notte: noi due aspettavamo fuori dalla sala operatoria, ma la bambina operata, la bambina in pericolo, era Ofri, non Yaeli. Nel sogno non aveva sette anni, ne aveva uno. E il chirurgo che poi usciva dalla sala operatoria per annunciarci l’esito era Hermann. Solo che invece del camice da medico portava la vestaglia dei malati, quella aperta dietro. Nel sogno lei quell’apertura non l’ha vista, ma sapeva che c’era. Hermann le passava un dito tra le sopracciglia e diceva: Ofri vivrà. Lei era stupita che parlasse di Ofri e non di Yaeli, ma non voleva chiedere per non guastare il senso di sollievo.

Non ho cercato di interpretare il sogno. Figurarsi. Quando avevamo appena cominciato a uscire, ancora a Haifa, una volta ho cercato di interpretare un suo sogno e Ayelet mi ha smontato dicendo che ero un incapace e che era meglio che mi limitassi ad ascoltare. Ma se anche l’avessi interpretato, non l’avrei collegato a quello che è successo un anno dopo. Probabilmente le avrei detto qualcosa tipo: forse in sogno, giusto in sogno, preferisci che l’ammalata sia Ofri, perché è piú forte e può cavarsela meglio.

Le cose stanno cosí. Finché non hai la seconda figlia, non capisci veramente la prima. Solo grazie a Yaeli abbiamo capito quanto è eccezionale Ofri. Com’è rara la sua calma. La sua determinazione. Tutte le maestre, fin dall’asilo, ci hanno sempre detto che era molto matura per la sua età. Ma dovevamo conoscere Yaeli, con tutti i suoi drammi, per capire di cosa stavano parlando.

Ti dirò una cosa che suona male, ma chi se ne frega: in un certo senso sarebbe piú facile se quello che è successo fosse successo a Yaeli. Per lei è tutto semplice: quando è triste piange, quando è frustrata si butta per terra e strilla. Ofri non grida. Digerisce. Riflette. Soppesa. Non hai mai idea di cosa le passa per la testa. Solo a volte, alla fine, concede poche parole precise. Poi torna a osservare il mondo, ad assorbire tutto il possibile. Quella bambina è un radar, te lo dico io. Da piccola avvertiva in anticipo i litigi fra me e Ayelet, dalle energie nella stanza. Si metteva fra noi e diceva: papà, non litigate.

È stata lei la prima ad accorgersi che Hermann aveva qualcosa che non andava. Ancor prima di Ruth. Un giorno è tornata da casa loro e ha commentato: Hermann è guasto. In che senso è guasto? Si dimentica sempre tutto. Tutto cosa? Dove ha messo gli occhiali, dov’è l’uscita verso il giardino, il suo nome. Non lo fa per giocare con te, Ofriki? Magari è un gioco? No, papà, è guasto.

Qualche giorno dopo, hanno bussato alla porta, la sera. Insieme. Hermann è andato dritto da Ofri, le ha chiesto un bacio, poi si è messo a quattro zampe per farsi cavalcare. Ruth ha dato ad Ayelet un piatto con la sua torta marmorizzata e ha chiesto di usare il fax. Ogni tanto usavano il fax, o chiedevano ad Ayelet una mano con il loro vecchio computer che si impallava sempre. Noi chiedevamo del latte. O uova. Una cipolla. Da noi non è come da voi a Tel Aviv, non ci sono negozi aperti ventiquattr’ore su ventiquattro, perciò se resti senza pomodoro, niente sugo. Anche a loro capitava di rimanere senza olio o zucchero. Meno spesso che a noi, in realtà. Non eravamo davvero alla pari, e non ci siamo mai sforzati di controbilanciare. Anzi. Ci dicevamo che il bello era proprio quello: dei vicini come ai vecchi tempi. Quando non ci si scomodava soltanto per interesse. Ti dirò di piú: negli ultimi anni, ogni volta che abbiamo pensato di trasferirci in un appartamento piú grande per avere una camera per ogni bambina e uno studio normale per Ayelet, uno di noi due, a turno, diceva, ma come faremmo senza Hermann e Ruth? E la chiudevamo lí.

Quel giorno Ruth è entrata chiedendo di usare il fax, ma non è andata direttamente alla postazione di lavoro, come sempre; si è soffermata nell’ingresso. I capelli, in genere raccolti in una coda di cavallo, erano sciolti, e lei ci ha passato un dito e ha detto a bassa voce: sta succedendo qualcosa a Hermann. Qualcosa non va. Ieri sono tornata dal lavoro e l’ho trovato a gironzolare per strada; chiedeva ai passanti dove abitava.

Ayelet le ha domandato se voleva bere qualcosa e l’ha invitata ad accomodarsi, e Ruth ha sospirato e si è seduta. Hermann continuava a galoppare con Ofri per il salotto. Io ho preso in braccio Yaeli per lasciare Ayelet libera di preparare per Ruth un caffè macchiato. Ruth ha proseguito, tutte queste ore da solo a casa non gli giovano, rinchiusi in casa da soli tutto il giorno si rischia di uscire di senno, e io ho detto, sí, è stato questo a farmi crollare quando ero libero professionista. Ruth ha aggiunto, ma non ci posso fare niente, devo continuare a insegnare, la sua pensione non basta.

Dimmi, le ho chiesto, non vi dobbiamo dei soldi?

Nel frattempo Hermann si era seduto sul nostro divano e teneva Ofri a cavalcioni sulle ginocchia cantandole Hoppe hoppe Reiter, che è il salta salta cavallino in versione tedesca. Lei strillava di piacere. Ho pensato che ormai era grandicella per quei giochi. Grandicella per stargli sulle ginocchia, per avere le mani di lui sulle sue, di ginocchia. E Ruth ha risposto, per carità, pagherete quando li avrete. La vostra bambina è una gioia per Hermann. È la cosa piú importante, soprattutto adesso.

Ayelet le ha detto, bevi il tuo caffè, e Ruth ha fatto una pausa per un sorso e poi ha ripreso: era il ragazzo piú bello del kibbutz. Con quegli occhi. Grigio-azzurri. Da gatto. Abbronzato come un vero israeliano. Io ero nuova. Sbarcata fresca fresca dalla nave. Quando si sono accorti che non gli toglievo gli occhi di dosso, mi hanno avvisata. Quello? Quello cambia le ragazze come i calzini. E delle ragazze gli interessa una cosa sola. Ma a me non importava cosa dicevano di Hermann. Pensavo: è cosí perché non ha ancora incontrato me!

Allora, avevi ragione? Ayelet ha sorriso. Ruth ha guardato Hermann e Ofri con la faccia serissima e ha detto: avevo un po’ ragione e un po’ torto. E d’un tratto ha smesso di parlare. Ha bevuto un altro sorso di caffè. Ha di nuovo passato tra i capelli un dito lungo, da pianista. Allora Ayelet le ha detto che se avesse avuto bisogno d’aiuto noi c’eravamo, e io ho aggiunto, con piacere, davvero. Ruth ha risposto grazie, grazie di cuore, siete vicini meravigliosi.

Quella notte ho detto ad Ayelet: basta, Ofri non deve piú restare sola con Hermann. Ayelet ha convenuto, sí, hai ragione. E noi dobbiamo pagarli. Non va bene che rimandiamo in questo modo. Hai contanti? No. Prelevi domani? Sí, certo, quanto gli dobbiamo? Non lo so, parecchio, almeno seicento, settecento. Va bene, prelevo mille.

L’indomani non ho prelevato mille. Nemmeno cinquanta.

La settimana seguente abbiamo lasciato altre due volte Ofri dai Wolf. In tutti e due i casi dovevamo accompagnare Yaeli a fare dei controlli in ospedale. Entrambe le volte Ruth era a casa. Entrambe le volte al nostro ritorno nell’abbraccio di Ofri non c’era nulla di particolare. Ha continuato a raccontarci dei guasti di Hermann, che aveva messo lo zucchero al posto del sale nella frittata e tentato di accendere la tivú con il telecomando del condizionatore. Raccontava con gli occhi brillanti di gioia. Hermann era riuscito a convincerla che era tutto un gioco, in cui lei, piccola, aveva un compito importante: rammentargli l’ordine delle cose, portargli il telecomando giusto, mostrargli dov’erano le piante da annaffiare, dirgli che giorno era.

Ayelet ha commentato, she is so innocentSmart and innocent. E io ho risposto, soon she won’t be innocent anymore, it is just a matter of time. Ayelet mica è scema, ha capito subito che stavo tornando sul discorso di fare-un-altro-figlio, e mi ha bloccato subito: scordatelo, Arnon. A meno che non resti incinto tu. Io ho detto, English, babyEnglish, e Ofri si è intromessa, ma insomma, mamma, i maschi non possono restare incinti. E Ayelet ha detto, guarda che non sono una tua amica, Ofri, non permetterti di parlarmi con questo tono, e Ofri ha detto, cosa vuoi da me, perché sei sempre arrabbiata con me, e io ho osato, she is right, you know. E Ayelet ha detto, tu non t’immischiare.

È complicato fra loro, fra Ofri e Ayelet. Lo è sempre stato. Forse non il primo anno, finché Ofri le stava attaccata al seno. Ma appena ha smesso di poppare e ha cominciato a parlare, si è creata tensione. Sono grandi amiche, tutte coccole e bacetti, e un attimo dopo sfoderano gli artigli. Il problema è che non c’è gioco. Ofri è forte, molto forte, ma non ha speranze quando Ayelet la assale mettendoci dentro tutta Ayelet. Li chiama confini. La bambina ha bisogno di confini. Ma io fin dall’inizio ho sentito che c’era di piú, che ci metteva cattiveria. Un pungiglione ben camuffato dal miele. Vuoi un esempio? È capace di dirle: guarda quante amiche vengono da Yaeli. Solo tu te ne stai sempre sepolta nel letto con i tuoi libri, non è un peccato, amore? Oppure: credi di riuscire a trovare quella cosa prima di domani, cucciolotta? O: pianeta terra a Ofri! Pianeta terra a Ofri! Ma mi stai a sentire? Anche i nomignoli che le appioppa – testa-fra-le-nuvole, sognatrice, zittarella –, di fatto sono piú critici che affettuosi. A volte, quando lei torna tardi dall’ufficio e Ofri fa qualche gesto ribelle che non le piace, o se ne resta semplicemente immersa nel suo mondo senza risponderle, perde proprio la testa e le tira frecciate del tipo: io sono tua madre, mi tocca per forza sopportarti, non ho scelta, ma gli altri, se ti comporti cosí, ti volteranno sempre le spalle. Oppure – ti giuro che gliel’ha detto – cos’ho fatto di male per meritarmi una punizione come te?

Non è solo quello che dice. È anche il tono. Tagliente. Spietato. Perché si comportano cosí? Non lo so. Ofri è un tipo lento, pensieroso. A volte davvero non si accorge quando le rivolgi la parola. E se le metti fretta, fa il bastian contrario. Ayelet invece è sempre sul pezzo. Non ha pazienza per chi non tiene il suo ritmo. E ha una madre fuori di testa. Forse anche questo ha influito. Da piccola, Ayelet le prendeva di brutto da sua madre. In un quartiere bene, mica in periferia. Fra le villette di un quartiere bene, sua madre la menava con cinghia e righello. E lí non c’era un padre a separarle. Il che per inciso dimostra che non si può mai sapere cosa succede dietro una porta blindata.

Prima della nascita di Yaeli, io e Ayelet litigavamo di continuo sull’educazione di Ofri. Lei diceva che rovinavo la bambina. Io ribattevo, ma che dici, è un tesoro di bambina, è un angelo. Con l’entrata di Yaeli nel sistema famiglia abbiamo trovato un po’ di equilibrio. Un tavolo a quattro gambe è piú solido. Eppure, sentivo ancora che era indispensabile restare in zona per proteggere Ofri. Perché Ayelet non fosse troppo aggressiva con lei. Non le causasse danni irreparabili.

Ti racconto una storia che potrebbe sembrare assurda. Dopo il successo di Tavlina, mi hanno proposto di occuparmi del design di altri ristoranti in Spagna e in Germania. Ho ricevuto mail da non credere. We admire your no-bullshit style of creativityThe atmosphere you create makes people want to order the whole menu. Se capita l’occasione te le mostro. A ogni modo non ho accettato. Nonostante fosse l’occasione buona per ricominciare a lavorare come libero professionista. Un impagabile trampolino di lancio. Il vero motivo per cui ho rifiutato – ovviamente ad Ayelet non l’ho detto – è che per progettare un ristorante all’estero bisogna starci a lungo. Non me la sono sentita di lasciare quelle due gattine da sole per tanto tempo. Capisci? Mi sono sempre considerato particolarmente responsabile nei confronti di Ofri. Il che rende quanto è successo ancora piú grave.

Senti, ma non è che ti dispiace se ti mollo addosso questa zavorra? Ne sei sicuro? E tu, come stai? Non te l’ho nemmeno chiesto. Ti ho visto fra i best seller. Quanto guadagni con ogni libro? Tutto qui? T’inculano, credimi. Dici di “continuare con la storia”? Per te tutto è una storia, eh? Peccato che per me sia vita vera.

Lascia perdere. Dov’eravamo rimasti? Il lunedí ho una lezione doppia di spinning. Inizia alle diciannove, ma bisogna arrivare un po’ in anticipo per accaparrarsi una buona cyclette. Non hai mai fatto spinning? Fortunato te, di sicuro hai un ottimo patrimonio genetico. Nella nostra famiglia, i maschi hanno tutti delle belle maniglie dell’amore. Quindi non ho scelta, devo tenermi in forma. Le cyclette nella sala dello spinning sono sistemate a semicerchio davanti all’istruttrice. Sono numerate. A me piace la numero quattro, la piú lontana dall’aria condizionata. Il lunedí abbiamo un accordo fisso: Ayelet porta Yaeli a Tel Aviv per un corso di yoga per bambini con problemi respiratori, e poi rientrano subito cosí io posso uscire alle sei e mezzo per lo spinning.

Quel giorno sono rimaste bloccate in un ingorgo. Ayelet ha chiamato dalla strada e ha detto che erano un po’ in ritardo. Le ho detto: cambia strada, prendi la Ayalon sud. Ma lei era già a Gheha. Mi sono innervosito. Le dico sempre di prendere la Ayalon perché è meno intasata, e lei insiste sempre con Gheha. Per abitudine. Già mi vedevo arrivare all’ultimo minuto e beccare la cyclette numero diciannove, o la venti, quelle sfigate, dietro la colonna. Da lí non si vede nemmeno l’istruttrice, ti rendi conto? Vorrei poterti dire che ho chiesto aiuto a Hermann e Ruth perché c’era un’emergenza sul lavoro o perché avevo delle fitte al petto e sono dovuto correre al pronto soccorso. Invece la faccenda è tutta qui: quale cyclette avrei usato per lo spinning.

Ruth era al conservatorio. Ho chiesto a Hermann quando sarebbe tornata, e lui ha risposto che non lo sapeva. Ho fatto un calcolo: se esco adesso, fra dieci minuti, massimo un quarto d’ora arriva Ayelet. Cosa mai può capitare in un quarto d’ora? Intanto tornerà anche Ruth. Di solito rientra dal lavoro alle sei e mezzo. Gli anziani sono abitudinari. Cosí Ayelet non verrà nemmeno a sapere che ho lasciato Ofri sola con Hermann. E se anche lo sa, cavoli suoi, la prossima volta imboccherà la Ayalon.

Ofri naturalmente era al settimo cielo. Le ho spiegato che si trattava solo di pochi minuti. La mamma stava arrivando. Ma lei era già a cavalcioni della schiena di Hermann, Hoppe hoppe Reiter, non mi dava retta. Volevo dirgli di stare attento, ma non sapevo come avvertirlo senza offenderlo. Senza lasciargli capire che non mi fidavo. Allora non ho detto niente. Ho mandato un sms ad Ayelet: Ofri è da Hermann e Ruth. Mi sono cambiato e sono schizzato fuori. Non sono sicuro che sarebbe servito, se gli avessi detto qualcosa. Se anche gli avessi detto, “Nelle tue condizioni, non è il caso di uscire di casa”, con tutta probabilità mi avrebbe risposto “Ja!” e se ne sarebbe dimenticato in un batter d’occhio.

Durante lo spinning metto il cellulare su silenzioso. Tanto con la musica a palla non si sente niente comunque. Perciò solo alla fine della doppia lezione ho visto le quattro chiamate senza risposta. Ma ho pensato che Ayelet doveva essere rimasta chiusa fuori casa senza chiavi, o qualcosa del genere, perciò ho proseguito dritto verso le docce. La prossima volta mi ascolta e prende la Ayalon. Ecco cos’ho pensato. Cosí impara la lezione. Me la sono presa comoda sotto l’acqua, capisci? Mi sono insaponato. Ho lavato i capelli. Ho continuato ad alzare la temperatura fin quasi a scottarmi. Anche a te piace? Caspita. Pensavo fosse una mia perversione privata. Solo quand’ero bello asciutto ho guardato di nuovo il telefono. A quel punto le chiamate senza risposta erano già dodici. Ho telefonato ad Ayelet. Nel giro di due secondi correvo a casa.

Come faccio a spiegarti cosa si prova in un momento del genere? Ti ricordi la prima volta che ci hanno richiamati dopo la fine del militare, quando Erlich è entrato con il camion per sbaglio in quel vicolo, a Hebron? Ti ricordi la sassaiola che ci è piovuta addosso? E quel coglione che non riusciva a inserire la retro? Ecco, moltiplica la sensazione per dieci. Per cento. Per mille. A Hebron in fondo ero tranquillo. Avevo il presentimento che ne saremmo usciti indenni. In generale, nei momenti drammatici di solito mantengo la calma. Invece qui, ti dico la verità, ho perso la testa. Guidavo e urlavo da solo. Prendevo a pugni il volante.

Forse la differenza è che a Hebron ero responsabile solo di me stesso, mentre in quel momento avevo la responsabilità di mia figlia. E ho combinato un disastro. Sapevo di aver combinato un disastro. Era talmente chiaro, che Ayelet non ha nemmeno perso tempo a incolparmi. Appena sono uscito dalla macchina, ha riferito la situazione: tutto il condominio era sguinzagliato nelle ricerche, e stava arrivando anche una volante della polizia. Cercano nel nostro quartiere. Ma anche in quelli vicini. Io ho commentato: lo ammazzo, se le ha fatto qualcosa lo ammazzo. Ayelet ha continuato, non si sa ancora cos’è successo, forse si sono semplicemente persi. Ma le ho visto negli occhi che anche lei pensava ai bacetti e a Hoppe hoppe Reiter. Ho chiesto se qualcuno cercava nei frutteti, e Ayelet ha risposto, no, non abbiamo pensato tanto lontano. Allora ho dichiarato, io vado lí e mi porto la pistola. Lei si è stupita, perché mai la pistola? E io ho detto, se solo le ha torto un capello, è la sua fine.

Quando Ofri era alla scuola materna, un bambino continuava a tormentarla. Saar Ashkenazi. Ogni giorno tornava dall’asilo con una nuova storia. Saar Ashkenazi le aveva detto cosí, Saar Ashkenazi le aveva fatto cosà. Ayelet ha parlato con la maestra, e la maestra ha risposto che non aveva notato niente di particolare e che a quell’età i bambini confondono spesso realtà e fantasia.

Nostra figlia non ha mai confuso realtà e fantasia. Ho detto ad Ayelet: nostra figlia non si confonde. Un giorno, dopo aver lasciato Ofri all’asilo, mi sono nascosto dietro un cespuglio ad aspettare che uscissero in cortile. All’inizio andava tutto bene. Ofri giocava con le sue amichette e io mi sentivo un imbecille. Un quarantenne che si nasconde dietro un cespuglio alle nove del mattino. Ma poi si è avvicinato un bambino. Da dietro. Nel senso che Ofri gli dava le spalle. Lo stronzetto le ha tirato giú i pantaloni. Cosí, come se niente fosse. Ed è scappato. Poi, a qualche metro di distanza, ha cominciato a sfotterla dicendo che le si vedevano le mutande.

Tu mi conosci bene, non sono un violento. Durante l’intifada restavo in cucina per non uscire in perlustrazione, te lo ricordi? Ma credimi, se vedessi uno che tira giú i pantaloni al tuo Yonatan, reagiresti esattamente come me. È un istinto biologico. Non ci sono cavoli.

Cos’ho fatto al bambino? Il necessario. Mi sono arrampicato sulla recinzione dell’asilo, l’ho preso, l’ho incollato al muro e gli ho detto che se toccava di nuovo Ofri gli spaccavo la testa.

Quella sera ha telefonato sua madre. Mi ha detto: ti sei messo nei guai con la famiglia sbagliata. A quanto pare, il papà di Saar Ashkenazi era il re delle tangenti della zona. Sono anni che la polizia cerca di inchiodarlo, e non ci riesce. Non credi che girino mazzette in questo bel quartiere fuori città? Allora inizia a crederci.

La faccio breve: la donna mi ha detto al telefono, adesso Assi è all’estero, “per affari”, ma quando torna e sente cos’hai combinato a Saar, aspettati una ritorsione. Ha usato queste parole. Aspettati una ritorsione.

Perciò ho comprato una pistola e l’ho messa nel cassetto. Il caricatore stava in un cassetto diverso, e li ho chiusi tutti e due a chiave. Mi sono detto: se viene a cercarmi nella mia tana, questo Assi, devo proteggere le mie cucciole.

La settimana dopo sul giornale hanno pubblicato un articoletto su Assi Ashkenazi, in stato di fermo a Larnaka, in attesa di processo. Rischiava una lunga detenzione per commercio di droga. Subito dopo Saar Ashkenazi e sua madre sono scomparsi dall’asilo. La maestra non sapeva dove si fossero trasferiti. O non lo voleva dire. Anche lei sembrava sollevata. A me è rimasta la pistola.

L’ho tirata fuori solo una volta, quando abbiamo fatto la gita a Wadi Qelt. Gli arabi hanno ucciso due turisti proprio lí, qualche anno fa, perciò mi pareva il caso. Ayelet ha detto che l’idea non le piaceva affatto, però dal tono si capiva che era contraria dal punto di vista ideologico, ma che di fatto le piaceva eccome. Quella sera, quando siamo rientrati dalla gita e le bambine sono crollate addormentate e io mi sono cacciato nella doccia per levarmi di dosso la polvere del deserto, lei si è spogliata, ha spostato la tenda della vasca e ha detto: hai una pistola o sei semplicemente felice di vedermi?

Capisci? Anche una donna forte come Ayelet desidera essere difesa. È un istinto biologico.

Ho preso la pistola e il caricatore e ho cominciato a correre verso i frutteti. Sei stato da me una volta, vero? Come, non te ne ricordi? Per un barbecue il giorno dell’Indipendenza. Due anni fa. Ecco. Appena si esce dal palazzo c’è un sentiero che porta alla sinagoga, e dopo la sinagoga il sentiero prosegue e in tre, quattro minuti si raggiungono dei frutteti. Da una decina d’anni parlano di costruire al posto dei frutteti un quartiere nuovo, palazzi per famiglie giovani, ma per il momento non ho ancora visto un bulldozer.

Quando Ofri era piccola, appena ha iniziato a camminare, la portavo lí. Se sugli alberi c’erano arance o pompelmi, ne raccoglievamo qualcuno, li sbucciavamo e li mangiavamo. Se non c’erano, oziavamo in santa pace. C’era una stuoia stesa nel bel mezzo del terzo filare di alberi, e due vecchie poltrone con un tavolino di bambú. Doveva averceli portati un liceale che si rintanava lí a fumare il narghilè con gli amici, prima di arruolarsi militare. Sul far della sera, nel frutteto si sta una meraviglia. Il sole penetra fra gli alberi e arriva la brezza del mare. Mi sedevo con Ofri su una delle poltrone, a volte le raccontavo una storia, altre era lei a raccontarla a me, oppure ce ne stavamo in silenzio, ad ascoltare gli uccelli. Ti giuro che non mi sono mai sentito tranquillo come durante le passeggiate con Ofri. Anche quando è nata Yaeli, ho continuato ad andare con Ofri nel frutteto almeno una volta alla settimana. Sono anch’io un primogenito. So che disastro rappresenta la nascita di un fratellino. Tanto piú se per sette anni sei stato il re del mondo. Magari lo trovi ridicolo, ma io ce l’ho ancora un po’ con Miki, mio fratello, che mi ha derubato della bella vita. Quindi mi sono detto: almeno per quest’ora a settimana, continuerà a essere la principessina di papà. Non importa cosa decidiamo di fare in quest’ora, l’importante è stare insieme. Solo noi due. Nell’ultimo anno, per esempio, il mio piccolo genio ha cominciato a portarsi dei libri nel nostro angolino. Immaginati la scena. Lei seduta sulla stuoia a leggere Piccole donne. Io le preparo un succo d’arancia con il nostro spremiagrumi. Dopo ce lo beviamo insieme dai bicchieri di carta rimasti dal suo compleanno. Il massimo della vita.

Perciò sono corso lí, al nostro angolino. Ayelet è rimasta a casa con Yaeli, appollaiata accanto al telefono, mentre Ruth conduceva la squadra di polizia nei posti del quartiere dove Hermann amava andare. Ma io avevo una sensazione nella pancia. E l’ho seguita di corsa. Era già buio. I lampioni della strada illuminavano l’ingresso al frutteto, ma quando mi sono addentrato tra le file degli alberi non ci vedevo piú. Un ramo mi ha graffiato. Non mi sono nemmeno accorto di sanguinare. L’ho notato solo dopo, a casa. Ho continuato a correre. Le narici mi si sono riempite di odore di marcio. Tutti i frutti che i thailandesi non avevano raccolto in tempo erano caduti a terra, e attiravano mosche e vermi.

Quando sono entrato nel terzo filare, già sapevo che erano lí. Non li vedevo, ma sentivo che c’erano. Non lo so spiegare. Forse il mio naso coglieva tracce dello shampoo di Ofri. Forse è parte del legame fra genitore e figlio, riesci a percepire quando tuo figlio è vicino anche se non lo vedi. Ho caricato la pistola e messo il dito sul grilletto. Avevo in mente una scena. Dal momento in cui ero entrato nel frutteto avevo in testa la stessa scena, e sapevo che se l’avessi vista davvero Hermann si sarebbe beccato una pallottola nella tempia. Non nella schiena, per carità, dove rischiava di attraversargli il corpo e colpire lei. Sarei arrivato di lato, gli avrei puntato la pistola alla tempia e avrei premuto il grilletto.

Per prima cosa ho sentito il pianto. Qualche secondo prima di vederli, ho sentito piangere. Un genitore è capace di riconoscere il pianto di suo figlio in un gruppo di cento bambini che piangono. Per cui ho subito realizzato che non era il pianto di Ofri. Non capivo cosa stava succedendo. Poteva aver rapito anche una seconda bambina, oltre a lei? Ho lasciato il dito sul grilletto mentre camminavo a passi lenti. Piú cauti. Un bambino è capace di riconoscere i passi di suo padre in un gruppo di cento genitori che camminano. E infatti, mentre avanzavo furtivo ho sentito la voce di Ofri, vicinissima, che diceva: papà? Suonava normale. Nessuna isteria. Allora ho risposto: sí, tesoro, sono qui. Sono andato avanti qualche passo, ho spostato i rami che mi nascondevano, e li ho visti. Erano sulla stuoia. Ofri era seduta con le gambette stese in avanti, e la grande testa canuta di Hermann era posata sulla sua coscia. La sua cravatta scendeva di lato, sulla coscia di mia figlia, e lui piangeva. A dirotto. Tra un singhiozzo e l’altro, ha alzato su di me i suoi occhi grigi e ha detto, mi dispiace, mi dispiace tanto.

Strano. Diceva mi dispiace ma negli occhi aveva una scintilla diversa, per niente dispiaciuta.

Gli ho detto di alzarsi in piedi.

Lui ha continuato a piangere. E non si muoveva. Ho pensato che piangeva come chi ha combinato qualcosa di sporco. Perciò gli ho puntato contro la pistola e ho ordinato, alzati in piedi, Hermann, o non rispondo di quello che ti faccio.

È guasto, papà, ha detto Ofri. Non si può alzare.

Non esiste che non possa alzarsi, ho ribattuto.

Vedere la sua testa sulla coscia di mia figlia mi mandava fuori di testa. L’ho preso per il braccio e l’ho sollevato a forza. Si è sentito uno schiocco. Avevo tirato forte e qualcosa doveva essersi rotto. Un osso, o un’articolazione. È crollato di nuovo in ginocchio, gemendo di dolore. Gli ho lasciato la mano ed è scivolato sulla stuoia. Ho chiesto a Ofri: cosa ti ha fatto?

Lei ha distolto lo sguardo senza rispondere. Forse se mi avesse risposto subito sarebbe andata diversamente. Ma non mi ha risposto, ha solo distolto lo sguardo.

Ho insistito: rispondimi, Ofri, come siete arrivati fino a qui?

Ci siamo persi, ha detto. E poi è rimasta in silenzio.

Hermann continuava a gemere di dolore. Sui suoi pantaloni – l’ho notato solo in quel momento –, intorno al cavallo, si allargava una macchia umida. Non ero sicuro se ci fosse già prima oppure se fosse appena successo. E lo sguardo… Sai cosa ti dico? Aveva una scintilla lasciva negli occhi. Ecco, sí. Una scintilla lasciva non ancora completamente spenta.

Tenevo sempre il dito sul grilletto. Avevo voglia di sparargli come si spara a un cavallo malato. Giuro.

Vi siete persi? ho chiesto a Ofri.

Sí, abbiamo passeggiato per il quartiere e poi Hermann si è guastato e non sapevamo come tornare perché ci eravamo allontanati troppo, continuavamo a girare, le gambe gli facevano malissimo e gli scappava la pipí, e proprio mentre diceva che gli scappava la pipí ho visto che camminavamo per il sentiero che arriva al frutteto e gli ho detto che conoscevo un posto vicino.

Hai proposto tu di venire nel nostro angolino? Perché l’hai fatto?

Perché sapevo che mi venivi a cercare qui, ha risposto Ofri, e mi ha abbracciato. Sapevo che mi avresti trovato, papà.

Adesso piangeva anche lei, nei miei pantaloni. Non suonava come un pianto di sollievo. No. In quel suo pianto, il primo, c’era qualcosa di troppo soffocato perché fosse un pianto di sollievo. Ho telefonato ad Ayelet. Le ho detto che li avevo trovati e serviva qualcuno per aiutarmi a trasportare Hermann, doveva essersi rotto qualcosa e non riusciva a camminare. Lei ha chiesto: come sta la bambina? E io ho risposto: non un granché. Ha insistito: cosa significa? E io ho tagliato corto: mi mandi gente o no?

Ho scoperto che la polizia ha una prassi fissa, in questi casi. Devo ammettere che mi hanno sorpreso in positivo. Nel giro di un giorno, sia Hermann che Ofri hanno subito un interrogatorio e una serie di controlli fisici al fine di – uso le parole del poliziotto – “escludere ogni possibilità di abuso sessuale”. Hermann è stato interrogato ed esaminato nel reparto ortopedico dell’ospedale Assaf Harofè. Ofri è stata esaminata da loro in commissariato, con l’aiuto di un’assistente sociale. Le conclusioni sembravano chiare: non le aveva fatto niente che si potesse considerare un abuso. C’erano stati contatti fisici. Avevano passeggiato mano nella mano per il quartiere. Lui le aveva chiesto un bacio sulla guancia, una volta. Dopo, quando era sceso il buio e si erano persi, lui, umiliato di sentirsi tanto indifeso, era scoppiato a piangere e lei gli aveva accarezzato la testa nel tentativo di tranquillizzarlo. Tutto lí. Niente tracce di sperma. Niente graffi. Niente sanguinamenti. Per fortuna, cosí si è espresso il poliziotto, non c’è motivo di approfondire le indagini.

Ma io non ero per niente soddisfatto. Avevo una pessima sensazione. Fin da subito, ho avuto una pessima sensazione. Come mai le aveva chiesto un bacio per strada? Ancora ancora sulle scale, ma per strada? Insomma, non riusciva a controllarsi? E cos’era la scintilla che gli avevo visto negli occhi nel frutteto? La sua disperazione esagerata? Mica si piange cosí perché ci si è persi. Non so. Qualcosa non quadrava. Ma le parole del poliziotto suonavano ragionevoli, Ayelet ci è cascata, e Ofri i primi giorni si comportava come al solito, non da bambina che ha subito un trauma, perciò non avevo nessuna prova. Solo una sensazione.

I fenomeni si sono presentati due settimane piú tardi. Di colpo la bambina non voleva piú frequentare i corsi a cui era iscritta. Non voleva andare a violino, non voleva andare al corso di fumetto, non voleva andare a ginnastica artistica. L’accompagnavamo, e lei se ne restava in macchina. Si rifiutava di scendere. Perché non vuoi andare, Ofri? Perché non voglio. Ma perché non vuoi? Perché non voglio. La prima settimana cedi. La seconda insisti, la tiri fuori dalla macchina quasi a forza e la porti contro la sua volontà al corso di fumetto. Dopo un quarto d’ora ricevi una telefonata dalla segretaria del centro di arti applicate: sua figlia piange a dirotto. Impedisce agli altri bambini di concentrarsi. Deve venire a prenderla. La vai a prendere, la abbracci forte forte, le chiedi, cos’è successo, figlia mia. Lei s’irrigidisce nell’abbraccio come se il tocco di un maschio improvvisamente la disturbasse, come se si fosse resa conto che la vicinanza maschile può essere pericolosa. E risponde: niente, papà. Ti ho detto che non volevo andare al corso e tu hai insistito. La maestra chiama Ayelet al lavoro. Il resoconto della conversazione lo ricevi solo a tarda sera, quando vi siete assicurati che le bambine dormano. Sembra che Ofri abbia smesso di uscire durante la ricreazione. Resta seduta al banco, a leggere. Alle amiche che le propongono di giocare nemmeno risponde. Anche nel rendimento è peggiorata. Nell’ultimo dettato in inglese ha fatto sei errori. Non c’erano sei errori in tutti i precedenti dettati messi insieme. Cerchi di parlarle. Di tastare il terreno. Dice che i compagni di classe sono infantili. Che non è interessata a trascorrere l’intervallo con loro. Fanno cretinate e dicono cretinate. Le chiedi: che cretinate fanno? Non risponde. Le proponi: potresti uscire una ricreazione sí e una ricreazione no. Non risponde. La mattina trovate il suo letto bagnato. La sorellina ha appena smesso di portare il pannolino, e Ofri bagna il letto. Non sembra sorpresa o imbarazzata. Non parla. Zitta zitta entra nella vasca, si sciacqua, si asciuga, sceglie un paio di mutandine nuove nel cassetto e le infila. Sei convinto che sia un caso isolato, invece l’indomani si ripete.

Circa una settimana dopo l’inizio di questi fenomeni, ho detto ad Ayelet: nostra figlia si sta spegnendo sotto i nostri occhi, e noi non facciamo niente.

Eravamo a letto, al buio, con gli occhi spalancati sul soffitto, e Ayelet mi ha detto con una vocetta sottile, che non avevo mai sentito prima, non so cosa fare, Arnon, non mi sono mai sentita cosí impotente.

Le ho chiesto se aveva notato lo sguardo di Ofri negli ultimi tempi.

Lei ha risposto: lo sguardo? Cos’ha il suo sguardo?

Non capivo se fingeva oppure veramente non se n’era accorta, quindi le ho detto: il suo sguardo, non è piú innocente. Dammi retta, nel frutteto è successo qualcosa e lei non ce lo racconta. Quando li ho trovati, non so, c’era qualcosa nel comportamento di Hermann…

Ma la polizia…, ha detto Ayelet con quella vocina nuova.

L’ho interrotta. La polizia ha tutto l’interesse a chiudere i casi, non ad aprirli.

Su consiglio di un’amica di Ayelet abbiamo contattato una psicologa. Tu hai idea di cosa penso degli psicologi, ma quando non sai che pesci pigliare, provi di tutto. Siamo andati alla sua clinica, fuori città. Una casetta di pietra nel giardino posteriore di una villa extralusso. Con ingresso indipendente. Per discrezione. Una porta particolare, design unico. E anche dentro, tutto leccato: divano in pelle, tavolo, sedie. Ogni pezzo costa piú o meno come il nostro appartamento. Ayelet ha iniziato subito con il suo ma che bello qui. Parte sempre con i complimenti quando incontra persone nuove.

La psicologa ha ringraziato e chiesto di raccontare come mai ci trovavamo da lei. Quando abbiamo finito, ha detto con tutta calma: vi propongo una serie di sette incontri. Due con voi. Due con voi e la bambina. Due con la bambina sola. E il settimo per le conclusioni.

Al settimo incontro ha sentenziato: a mio avviso, la causa di quello che succede a Ofri non va ricondotta a un unico fattore. Ci troviamo in presenza di una concomitanza di diversi elementi. Le è nata la sorella minore, a scuola esigono sempre di piú, il divario fra la sua maturità e quella dei compagni incide sui rapporti sociali. E naturalmente la spiacevole vicenda con il vicino di casa ha senza dubbio…

Ayelet annuiva di continuo. Mi è sembrato di vederle sulle labbra un mezzo sorriso. Non un sorriso di gioia. Un sorriso di sollievo. Con una “concomitanza di diversi elementi” si convive piú facilmente, vero? Sai cosa ti dico? Forse è stato proprio questo a mandarmi in bestia. Il sorriso di Ayelet. O forse il tono della psicologa. “La spiacevole vicenda”. Professionale. Freddo. Forse invece è stato il pensiero che stavamo pagando cinquecento shekel all’ora per quelle stronzate. Cinquecento shekel! Ovvio che si può permettere un divano del genere. Quindi ho interrotto nel bel mezzo la concomitanza di elementi e ci sono andato giú pesante: Ofri le ha raccontato o no? Cosa le ha raccontato?

Ayelet mi ha messo la mano sulla coscia, come se fossi un bambino, e ha detto, Arnon, permetti a Nirit di finire…

Le ho tolto con violenza la mano e mi sono messo a gridare contro la psicologa. Voglio sapere se le ha raccontato cos’è successo nel frutteto, perché noi, io almeno, sono due mesi che non dormo per colpa di questa storia e, per come vedo la dinamica di questo incontro, lei potrebbe stare un’ora a parlarci di concomitanza di elementi e poi dire che le dispiace ma il nostro tempo è terminato.

La psicologa ha detto: propongo di calmarci tutti…

Ho battuto la mano sul tavolo: non voglio calmarmi. Il cliente qui sono io; esigo di sapere se lei è a conoscenza di informazioni che ignoro.

La psicologa si è sistemata la sciarpa rossa intorno al collo. Portava sempre delle sciarpette colorate, nonostante fosse estate. Avevo voglia di afferrare i due capi della sciarpa e strangolarla. Ha ribattuto: io non le nascondo niente, Arnon. Dal poco che sono riuscita a tirar fuori da Ofri, risulta un quadro molto simile a quello rilevato dall’inchiesta della polizia. Si sono persi. Era buio. Lei l’ha guidato fino al frutteto perché era convinta che l’avreste cercata lí.

Le ha raccontato che mentre camminavano lui le ha chiesto un bacio?

Non fornisce dettagli. Quando glieli chiedo, non risponde. Nell’ultimo incontro le ho domandato di disegnarmi la famiglia. Ecco qui quello che ha disegnato. Una bambina che si appoggia al papà, e mamma e sorella vicine tra loro. Non presenta nessuna delle caratteristiche che indicano l’esistenza di un trauma del tipo che voi temete. Insomma, la mia impressione è che nel frutteto non sia accaduto alcun evento a sfondo sessuale. Parlo d’impressione e non di certezza, perché in casi simili resta sempre la possibilità che si sia trattato di un episodio talmente traumatico da essere represso molto in profondità, e che non siamo ancora riusciti ad arrivarci.

Ancora? Vuol dire che potrebbe ancora arrivarci? ha domandato Ayelet.

La psicologa, giocherellando con le frange della sciarpa, ha detto che non lo sapeva.

A quel punto ho commentato: insomma, lei ci sta dicendo che è plausibile che non si scopra mai cos’è successo quel giorno? Che non ne avremo mai la certezza?

Mi è bastato il cenno del mento prima delle parole. Mi sono alzato da quel cazzo di divano e me ne sono andato sbattendomi la porta alle spalle. Forte. Speravo di lasciare una brutta crepa. Ayelet mi è corsa dietro e mi ha raggiunto al parcheggio di ghiaia. Cosa credi di fare, Arnon? Ti ha dato di volta il cervello? Le ho detto che volevo risposte, non stronzate, e che andavo dall’unica persona che me le poteva dare.

Forse se Ayelet fosse venuta con me da Hermann non sarebbe successo quello che poi è successo. Ma lei non è venuta. Perché si sentiva in imbarazzo con la psicologa. Capisci? La paghiamo cinquecento shekel all’ora, e siamo noi a doverci sentire in imbarazzo.

Ha insistito, almeno finiamo l’incontro, Arnon. E io ho ribattuto, ci vieni con me o no? Lei ha risposto, no, non vengo, il fatto che sei uscito di testa non significa che io ti debba seguire.

Sono entrato in macchina e mi sono diretto in ospedale. Hermann non era piú in ortopedia, era stato trasferito in medicina interna. Non sapevo altro. In quelle settimane, se rimanevo senza pomodoro… niente sugo. E nemmeno loro bussavano piú alla nostra porta. La loro auto non era quasi mai nel parcheggio perciò dovevano essere in ospedale. Ruth probabilmente gli teneva compagnia. Ayelet l’aveva incontrata una volta nell’atrio, rientravano in contemporanea dal lavoro, e Ruth le aveva raccontato che, mentre era in ortopedia, a Hermann erano saltate fuori mille malattie tipiche della vecchiaia, perciò l’avevano trasferito a un altro reparto.

Ho chiesto ad Ayelet se Ruth le avesse chiesto scusa. Tutto il contrario, ha risposto Ayelet. In che senso tutto il contrario? Da quello che ho capito, ce l’ha con noi. Per cosa ce l’ha con noi? Sostiene che è colpa tua se Hermann è entrato in ortopedia. Dice che gli hai tirato il braccio, quando erano nel frutteto, è vero?

Non riusciva ad alzarsi.

L’hai tirato o non l’hai tirato?

L’ho tirato.

Allora, per quanto mi riguarda, sei tu l’unico e solo responsabile di tutti questi guai.

Ha accennato ai soldi che le dobbiamo? ho sondato. Ayelet ha risposto, no, ma in effetti dovremmo proprio pagarli. Mi sono arrabbiato: pagali tu, se vuoi. Da me non vedranno un quattrino.

Nel centro commerciale vicino all’ospedale ho comprato un gran mazzo di fiori. Mi sono detto: ci provo con le buone. Altrimenti Ruth non mi lascerà mai restare solo con lui nella stanza. All’accettazione di medicina interna B mi hanno indirizzato alla stanza quattordici. Nel primo letto della quattordici era disteso un vecchio arabo. Mi ha guardato come se fossi un soldato che faceva irruzione in casa sua. Ho proseguito. Ho spostato la tenda e visto Hermann e Ruth. Lui era steso a letto con gli occhi chiusi e un sondino infilato nel naso. Lei gli sedeva accanto e leggeva il giornale che gli immigrati dalla Germania ricevono ogni settimana per posta. Sul tavolino vicino al letto c’era un piatto con fettine sottili della sua torta marmorizzata. Sembravano molto piú vecchi di come li ricordavo. I bei capelli di Ruth improvvisamente apparivano radi, come se ne avesse persi la metà. Ha alzato lo sguardo dal giornale e ha detto, tu. Le ho porto il mazzo. Ha detto, grazie. Ma non c’era nessun grazie nella sua voce. Le ho domandato in che condizioni si trovava Hermann e lei ha risposto, pessime. Ho chiesto, che cos’ha? E lei ha detto, tutto. Allucinazioni, occlusione alle arterie, un tumore all’intestino crasso. I medici, qui, dicono che da molto non vedono una simile sfilza di malattie in una sola persona. Sono rimasto in silenzio. Cosa c’era da commentare? Anche lei taceva. A volte capita, quando due persone hanno troppo da dirsi.

Il vecchio arabo ha emesso un gemito. Hermann ha aperto gli occhi, li ha spostati da Ruth a me. Si è soffermato su di me piú che su di lei. Poi ha distolto lo sguardo per fissare il muro davanti. Neanche stessero trasmettendo la finale dei Mondiali.

Ho detto a Ruth: quasi me ne dimenticavo, le infermiere hanno chiesto di riferirti che sei attesa in accettazione. C’è un modulo da compilare.

Mi ha lanciato uno sguardo strano, allora le ho detto, con la massima gentilezza, non preoccuparti, resto io a tenergli compagnia.

Quando è uscita mi sono tirato la tenda alle spalle. Ho aspettato di sentire la porta della stanza aprirsi e poi richiudersi, e subito, per non perdere tempo, mi sono chinato su Hermann, gli ho afferrato il mento, l’ho girato a sinistra per inchiodarlo con lo sguardo senza lasciarlo sfuggire e ho detto: adesso, signor Hermann Wolf, mi racconti esattamente cos’è successo nel frutteto. Non ha risposto. Gli ho tolto il sondino e ho ripetuto, questa volta piú vicino alla sua faccia: cos’hai fatto a mia figlia, Hermann? Di nuovo non ha risposto, ma nel suo sguardo era cambiato qualcosa.

Nel grigio, si era accesa una scintilla.

“Faccio il finto tonto per non risponderti” mi diceva quella scintilla.

È per questo che non sono riuscito a controllarmi.

Gli ho afferrato il collo con le due mani e ho iniziato a premere. Gli ho detto: se non me lo racconti subito, ti ammazzo.

Il mio errore è stato lasciargli le mani libere. Lo potevo strangolare con una mano mentre con l’altra lo bloccavo al letto. Nel giro di qualche secondo avrebbe sputato il rospo. Ne sono certo. Invece ha raggiunto il cicalino e dato d’allarme. Io nemmeno me ne sono accorto. Non ho sentito lo squillo. Ma improvvisamente qualcuno mi ha infilato le mani sotto le ascelle e tirato indietro per le spalle, mentre qualcun altro mi bloccava dal davanti. Sono volati gomitate, pugni, grida e calci. Mi sono battuto come un leone, te l’assicuro, ma continuavano ad arrivare nuovi infermieri, alla fine sono riusciti a incollarmi al pavimento lurido dell’ospedale, uno di loro mi si è seduto sulla schiena e ha detto con accento russo che la polizia era in arrivo e al signore conveniva starsene tranquillo.

La sera Ayelet è venuta a tirarmi fuori. Arrivava direttamente dal lavoro, in tenuta da avvocato, e per un momento, giusto un attimo, quando è entrata, mi sono domandato se era mia moglie o una bella estranea pagata per difendermi. Mi sono stretto a lei in un abbraccio forte. Volevo sentire le sue anche sporgenti. Sapere che era lei. Me l’ha permesso. Senza parlare. Me l’ha permesso.

Quando siamo usciti dal commissariato mi ha detto, sei fortunatissimo, Ruth ha deciso di non sporgere denuncia. E senza denuncia, la polizia non ha motivo di trattenerti.

Fino al cancello del commissariato sono rimasto zitto. In realtà ero ancora sotto shock per essere stato fermato… Senti, ma tu in che romanzo descrivi un tizio in stato di arresto? Nell’ultimo? Ecco, mi ricordavo qualcosa. Non ti offendere, ma si vede che non hai la piú pallida idea di come funziona quando ti fermano. È un vero pugno nello stomaco. Cosa intendo dire? Io ho sempre pensato che il mondo si dividesse fra due tipi di persone: normali e criminali. E che ognuno di noi fa parte degli uni o degli altri. Non c’è via di mezzo. Ma quando sei sdraiato su un materasso puzzolente in cella a guardare il soffitto e le scritte lasciate da quelli passati prima di te, ti rendi conto che dipende solo da quanta pressione hai addosso, e in quali punti. In ognuno di noi c’è un piccolo criminale che in qualunque momento può rialzare la testa senza preavviso, capito?

Una volta arrivati al parcheggio, Ayelet è andata dritta alla portiera del guidatore. Le ho detto che potevo guidare, ma lei è salita ugualmente al volante, fingendo di non avermi sentito. Quando siamo partiti, ho esordito: lo sai perché Ruth non ha sporto denuncia? Perché preferisce non scoperchiare questo vaso di Pandora. Ayelet ha ribattuto, non ha sporto denuncia contro di te, Arnon, perché l’ho scongiurata di non farlo. È dall’ora di pranzo che la tempesto di telefonate. Non ho fatto altro, oggi al lavoro. Le ho spiegato che stai passando un periodaccio. Le ho ricordato quante cose abbiamo fatto per loro. Lo sai quanto ti potevano dare per un’aggressione del genere, se lei avesse sporto denuncia? Quattro anni. Quattro anni in prigione! Quattro anni senza vedere Ofri e Yaeli!

Se non ha sporto denuncia, mi sono incaponito, prova solo che nel frutteto è successo qualcosa. Tu difendi tuo marito e lei difende il suo. Benissimo. Peccato solo che la fregatura se la becca tua figlia.

A quel punto, Ayelet ha alzato la voce. Tu sei malato nella testa, lo sai? No, davvero, non capisco cos’altro vuoi. La polizia ha detto che non è successo niente. La psicologa ha detto che non è successo niente. L’unica cosa che hai visto quando sei arrivato lí era Hermann che piangeva. Ma cosa cavolo hai? Ci godi?

Cosa significa ci godi? Che cosa intendi?

Non lo so.

Non puoi buttare lí un commento del genere e poi non spiegare.

Non lo so, Arnon. Non ti capisco, non capisco perché sbraiti con la psicologa, non capisco perché cerchi di strozzare Hermann, non capisco cosa ti sta succedendo.

Cosa mi sta succedendo? La mia bambina è finita in un frutteto con un vecchio che ama i bacetti. Di notte. Quando li ho trovati, lui aveva una macchia sopra il cazzo e lo sguardo da pervertito, e un mese dopo mia figlia fa ancora la pipí a letto tutte le notti. È questo che mi sta succedendo, cosa c’è di poco chiaro?

Non tutti sono maniaci del sesso come te, Arnon, lo sai.

Maniaco del sesso? Io?

Sí, tu.

Cosa?

Quello che hai sentito.

Sai benissimo, ho ribattuto, che tra tutti i miei amici sono l’unico – l’unico! – che non ha mai fatto le corna alla moglie!

E lei ha risposto: un momento, fammi capire, credi che ti spetti un premio?

Fratello, rilassati, non mi andare in stress.

Sono vent’anni che tengo il becco chiuso su cose ben piú gravi che hai fatto. E non solo io, chiudo il becco. Tutta la compagnia lo tiene chiuso. Ormai dovresti sapere che ti puoi fidare di me.

Chiaro che non ho fatto nomi. E comunque non ci crederebbe nessuno, visto come parli di Shiri e dei bambini nelle interviste. Un padre di famiglia modello. E poi non esageriamo: non è stato altro che un bacio sulla guancia finito un po’ piú in là a una giornalista tedesca. Cosa c’è di male? Anzi, hai fatto bene, a spezzare il cuore alla nazista.

Adesso ti sei calmato? Posso procedere?

In ogni litigio c’è un punto di non ritorno, dopo il quale si perde la testa. Sai come funziona, vero? Be’, è andata proprio cosí. Io in fondo cosa le avevo detto? Semplicemente: se fosse stata Yaeli non saresti cosí tranquilla.

Mica sono un segreto di stato le dinamiche che ci sono nelle famiglie, sarai d’accordo anche tu. Persino nella Bibbia, nella storia di Giacobbe ed Esaú, è chiaro come il sole che Giacobbe è il cocco di mamma ed Esaú il cocco di papà. In fondo è naturale che un genitore preferisca un figlio all’altro. Anche che lo ami di piú. Quello che dovrebbe essere meno naturale è parlarne. Le dinamiche devono essere trasparenti, invisibili. Ma io non sono riuscito a trattenermi. Lei se ne stava seduta lí, con il tailleur senza una grinza e i capelli raccolti, a parlarmi con l’arroganza di una persona civilizzata davanti a un selvaggio. Ho dovuto rimetterla al suo posto. Ogni tanto bisogna rimetterle al loro posto.

A quel punto ha accostato e mi ha detto di scendere. Eravamo fermi sulla superstrada, mica cazzi. Niente stazioni di benzina nei paraggi. Niente svincoli. Cosí, nella corsia di emergenza. Le ho detto, rimettiti a guidare, io non scendo. Allora lei ha detto, o scendi tu, o scendo io.

Conosco Ayelet da abbastanza anni da sapere quando è seria, ed era seria. Le ho detto, rimettiti a guidare. Allora ha risposto, scendo, e ha aperto la portiera del guidatore. Ci è entrata dentro una superstrada intera. Richiudi la portiera, le ho ripetuto, è pericoloso. E lei di nuovo: o scendi tu, o scendo io. Sempre con la portiera aperta.

Sono sceso. Non potevo lasciarla lí da sola, al buio, in mezzo alla strada. E lei conosce me da abbastanza anni da saperlo, la stronza.

Mentre ero al corso ufficiali, un fine settimana è venuta a trovarmi. Si è fatta il viaggio da Haifa a Mitzpe Ramon, attraversando tutto il paese in pullman. Mai ricevuto tante cortesie dai compagni dell’unità come quel sabato. Mi hanno cancellato da tutte le guardie e i turni e hanno liberato la stanza per lasciarci un po’ di intimità. Mica l’hanno fatto per me. Non mi amavano particolarmente. L’hanno fatto per lei. Le era bastato interessarsi un minimo a loro e ridere delle barzellette a cena per affascinare tutti. Ayelet è cosí. Ho notato che anche tu le hai messo gli occhi addosso quando sei venuto per il barbecue. Lascia perdere, ho visto come l’hai guardata quando ti ha offerto il gelato. Con l’occhio dello scrittore ipersensibile. Non preoccuparti, ci ho fatto l’abitudine, gli uomini reagiscono tutti cosí davanti a lei. E comunque, senza offesa, non sei proprio il suo tipo.

Finito il weekend l’ho accompagnata al cancello della base a prendere il pullman. Abbiamo aspettato per un’ora, forse un’ora e mezza. Non ho idea di quanto tempo, parlavamo. Quando parli con Ayelet il tempo vola. Ha sempre un pensiero nuovo, sorprendente, da condividere. Sto con lei da vent’anni e non so mai quale sarà la sua prossima frase.

Comunque sia, non si vedevano pullman. Alla fine, la sentinella è uscita dalla guardiola e ci ha spiegato che il sabato sera la linea non funziona. Che bisognava andare a piedi fino all’incrocio di Ruchot e da lí fare l’autostop. Ayelet mi ha abbracciato forte e ha detto: a presto, Noni. Io ho ribattuto, neanche per sogno, Lelet, non ti lascio andare da sola al buio. Ti accompagno. Era allibita: hai il permesso di uscire cosí dalla base? Le ho mentito: sí, certo. Invece non solo mi era proibito uscire dalla base, ma era prevista un’adunata poco dopo, ed era praticamente impossibile riuscire a rientrare in tempo dall’incrocio. Mi avrebbero segnato assente. E la punizione per assenza era l’espulsione dal corso. Automatica, senza processo. Ma era piú forte di me. Non potevo mollarla sola di notte all’incrocio. Anche a costo di rinunciare a diventare ufficiale.

Ultimamente c’è stata la storia accaduta in un bosco sul monte Carmelo. Ma sí, dai, con i drusi che hanno aggredito una coppia in un parcheggio. Non l’hai sentito? Hanno detto al ragazzo di andarsene e hanno violentato la sua fidanzata. Nella ricostruzione, lui ha raccontato ai poliziotti di aver sentito le grida d’aiuto, ma non è tornato perché aveva paura. Dimmi se secondo te è un uomo, quello… È una mutazione genetica. Io sarei tornato con una pietra in mano per spaccare la testa a quei due drusi. Anzi, no, non me ne sarei proprio andato dal parcheggio. Mi sarei messo fra la mia ragazza e i drusi e avrei detto: se volete lei, prima dovete ammazzare me.

Quella sera, io e Ayelet abbiamo camminato mano nella mano fino all’incrocio. Mi ha raccontato di una soldatessa della sua unità che tutti erano convinti avesse una storia con il comandante, e da lí per associazione è passata al film con Robin Williams che aveva visto un sabato che io non ero in libera uscita, e Robin Williams le ha ricordato Good Morning, Vietnam, e da lí è passata a riflettere sulla nostra generazione, che non ha combattuto grandi guerre, perciò è influenzata soprattutto dalla guerra in Vietnam cinematografica, e io l’ascoltavo, inserendo ogni tanto le mie riflessioni, e cercando di nascondere quant’ero teso.

Solo dopo averle visto accettare un passaggio normale – l’auto era pulita e il tipo portava gli occhiali –sono tornato alla base correndo come un pazzo. Mai corso tanto veloce in vita mia. Se mi avessero misurato il tempo, avrei superato i tre etiopi che hanno preso il primo, il secondo e il terzo posto nella tabella di tutti i tempi del corso ufficiali. Alla fine sono arrivato in ritardo di cinque minuti, ma il capo plotone era in ritardo di mezz’ora, cosí non mi hanno espulso. Dopo la cerimonia di fine corso, ho raccontato ad Ayelet cosa avevo rischiato quel sabato. Non mi piace che ci siano falsità fra me e gli altri. Lei ha detto: sei pazzo, me la sarei cavata. Io le ho risposto: se mi avessero espulso dal corso mi sarebbe dispiaciuto, ma nel giro di qualche mese mi sarebbe passata. Ma se avessero fatto del male a te… non ci posso pensare… non avrei potuto continuare a vivere.

Adesso ti racconto tutta questa faccenda, ma detto fra noi di sicuro non ci pensavo, camminando come un cane ai bordi della superstrada numero quattro. Mi ripetevo che Ayelet è una donna dura, troppo dura, forse dovrei trovarmene una piú facile. Dallo svincolo in poi ho pensato a mio padre. La memoria fa strane associazioni. Improvvisamente, non so perché, mi sono ricordato di una storia capitata con lui una volta. Miki, mio fratello, ha avuto una ragazza fissa tra i sedici e i diciotto anni. Daffi. Un tesoro. Proprio una brava ragazza. Capelli lunghi e lisci, occhi marroni, enormi. I miei la adoravano. Insomma, un giorno Miki si presenta con un’altra. Si chiude in camera e dopo qualche minuto iniziamo a sentire dei risolini… ti lascio immaginare. A quel punto mio padre si alza dalla poltrona – renditi conto, eravamo in piena partita del Maccabi, una faccenda seria –, entra nella sua stanza, lo prende per la camicia, lo trascina in sala e gli dice: e Daffi?

Daffi cosa? gli risponde mio fratello. Con lo stesso tono insolente che oggi i suoi figli riservano a lui. Allora mio padre gli molla uno schiaffo e gli dice: se tu non ami piú Daffi, comportati da uomo e lasciatevi. Gli uomini della famiglia Levanoni portano rispetto alle loro donne. Cosí era mio padre, cosí era il padre di mio padre, e cosí sarai anche tu. Chiaro?

Con questo ricordo ho camminato dallo svincolo fino a casa. Già progettavo di usarlo per battere Ayelet nella discussione, provandole definitivamente che non sono un malato di sesso. Avevo delle belle frasi già pronte sulla punta della lingua sugli uomini della famiglia Levanoni, ma quando sono entrato la casa era silenziosa, la serranda della portafinestra del salone, quella che dà sul giardino, chiusa, e sul divano erano stesi un lenzuolo e una coperta leggera. Sulla porta della nostra camera da letto c’era incollato con lo scotch un bigliettino: Non voglio dormire con te. Mi spaventi. Stacca il biglietto dopo averlo letto (se non vuoi che Ofri lo veda) e dormi sul divano.

Ofri mi ha svegliato al mattino. Si è fermata accanto al divano e ha chiesto: papà, perché dormi qui? Perché io e mamma abbiamo litigato, ho risposto. Perché non mangiamo abbastanza sano? No. I vostri litigi di solito sono stupidi. Hai ragione. E alla fine fate sempre la pace, vero? Vero, figlia. Mi prepari il latte e Nesquik, papà?

Io e Ofri di solito ci alziamo per primi e usciamo presto per andare a scuola. Ayelet e Yaeli si alzano un quarto d’ora dopo e vanno al nido. Per la mattina ci siamo organizzati cosí. Io e Ofri andiamo a scuola a piedi. Mano nella mano. Attraverso i sentieri fra le case. Per strada mi racconta il libro che sta leggendo e io l’ascolto con un orecchio sí e uno no. Quando ci avviciniamo alla scuola, toglie la mano dalla mia. Gli ultimi cento metri le piace farli per conto suo. Io resto a guardarla finché non scompare nel portone. Finché non la vedo entrare, non mi muovo dal mio punto di osservazione.

Quella mattina le ho proposto di passare dal bar nel centro commerciale per comprare delle minibrioche. Lei era preoccupata di arrivare in ritardo e io ho detto, non è grave. Ma lei ha insistito, c’è scienze, Galina sgrida sempre i ritardatari. Ho promesso di presentarmi con lei in classe e dire che l’avevo costretta io a tardare. Va bene, ma niente figuracce, papà! mi ha ammonito. Io ho promesso: niente figuracce. Cioè: non dovevo baciarla davanti a tutti. Né dire alla maestra buon gioooorno in tono buffo. Né sedermi in un banco libero e fare finta di essere uno degli allievi.

Ci siamo fermati sulla panchina vicino al centro commerciale a mangiarci le brioche. Ciascuno alla sua maniera. Io le mordo. Lei le sfoglia strato dopo strato e mangiucchia uno strato per volta. Le ho detto: io e la mamma siamo preoccupati per te. Le ho detto: ultimamente vediamo che è dura. Le ho detto: ultimamente, da quando è successa quella cosa con Hermann. Lei taceva e sbocconcellava. Le ho detto: se ti va di raccontarmi cos’è successo, a me fa piacere. Sempre zitta. Ha distolto lo sguardo. Ha finito di mangiare e cominciato a mordicchiarsi le labbra, come per impedire alle parole di uscire. Ho ripetuto: ti va di raccontarmi cos’è successo? Speravo che con un po’ di pressione sarebbe venuto fuori. Invece si è limitata a dire: voglio andare a scuola.

L’ho accompagnata in classe. Ma dopo che si è chiusa la porta alle spalle, non me ne sono andato. Sono rimasto a sbirciare. Tra il corridoio e la classe c’è un muro, e nel muro ci sono tre finestre coperte da tende. Le tende bloccano la visuale, ma una è leggermente spostata, e da una certa angolatura si possono vedere le ultime file dell’aula, dove è seduta lei.

L’ho guardata e mi si è stretto il cuore.

Se un adulto ha l’aria spenta, te ne fai una ragione. La vita ci schiaccia tutti prima o poi. Ma un bambino?

Mia figlia giocava con la cerniera dell’astuccio. Ha tirato fuori le matite colorate. Ha disegnato sul quaderno. Le ha rimesse nell’astuccio. Ogni tanto alzava gli occhi sulla maestra, poi li riabbassava. Adesso che te lo racconto, mi rendo conto che non faceva niente di eccezionale, però io mi sono messo a piangere.

L’ultima volta che ho pianto dovevo avere piú o meno la sua età. Non che abbia qualcosa contro le lacrime, però non mi escono. Quando Ayelet ha cancellato il matrimonio e mi ha lasciato per sei mesi perché intendeva “sentirsi sicura”, non volevo piangere? Sí che volevo. Quando ho dovuto chiudere la società per debiti e tornare a lavorare da dipendente, non volevo piangere? Sí che volevo. Credimi, volevo. Sai quanto tempo ci avevo messo per riuscire ad aprire quella società? Dieci anni. E poi, nel giro di meno di un mese tre grossi clienti mi hanno mollato e il mondo mi è crollato addosso. Eppure, quando Iris della banca mi ha informato che mi chiudeva il credito, gli occhi sono rimasti asciutti.

Perché avevo pianto l’ultima volta, alla sua età? T’interessa davvero? Passeggiavo con mio padre e gli ho chiesto di comprarmi un ghiacciolo. Lui mi ha dato una monetina e mi ha detto di conservarla finché arrivavamo al chiosco, ma mentre passavamo sopra una delle aperture di aerazione della metropolitana – hai capito di quali parlo, vero? Anche da voi a Haifa alta, sul Carmelo, ci sono delle aperture come quelle, da cui sale un rumore continuo – la moneta mi è caduta di mano ed è scivolata fra le inferriate, nel buco. Era un buco profondo almeno tre metri. In fondo c’era un mucchio di altre monete cadute. Mi sono fermato sulle grate, ho picchiato i piedi, ho pianto e preteso che mio padre mi tirasse fuori la moneta. Mio padre ha detto – mi ricordo ancora le parole precise – il buco è troppo profondo. E poi, Arnon, è ora che impari a tenere da conto i tuoi soldi.

Mentre ero fermo a guardare Ofri dalla finestra della classe, ho telefonato ad Ayelet. Non mi ha risposto. Ho richiamato. Volevo che mollasse tutto e venisse a scuola. Ero sicuro che se avesse visto quello che vedevo io non mi avrebbe piú chiamato malato di sesso. Ma non ha risposto. Ho chiamato sette volte, e lei non ha risposto. È fatta cosí. Quando non ti rispondo, mi ha spiegato, è perché so che se ci parlassimo direi cose di cui poi mi pentirei.

Detesto quando non mi rispondono. Lo detesto. Ma me ne sono fatto una ragione. Come mi sono fatto una ragione di molte altre cose che non avrei mai immaginato di dover tollerare. È cosí quando si ama una donna dura. Ma quella mattina mi ha spezzato. Come faccio a spiegartelo? In certi momenti si sente proprio il trac della rottura del non ne posso piú nel petto. Allora ho smesso di cercare di telefonare, ho mollato la finestra e sono andato a casa. Invece di prendere il solito sentiero ho camminato lungo la strada principale, dove il sole batte a picco. Camminavo in mezzo alla strada, non sul marciapiede. Probabilmente avevo voglia di essere investito. Travolto da un’auto. Ti è mai successo? Non parlo di intenzioni suicide. Per carità. Quando cammini cosí in mezzo alla strada, mica vuoi morire davvero. Vuoi solo che qualcosa di forte ti stenda. Visto che te lo meriti.

Perché pensavo di meritarmelo? Perché sono un idiota. Ecco perché. Perché l’ho lasciata da Hermann per accaparrarmi la cyclette migliore allo spinning. Quando sapevo benissimo che aveva qualche rotella fuori posto. Se avessi aspettato altri dieci minuti, no, altri cinque, la mia bambina, che ho tenuto in braccio appena nata perché dovevano ricucire Ayelet, che come prima parola ha detto papà, che mi sento dentro ogni volta che le succede qualcosa, la mia bambina non se ne sarebbe stata in classe con quello sguardo.

Nelle foto di famiglia, Ofri riesce sempre meno carina che dal vero. Niente da fare, non è fotogenica, commenta sempre Ayelet. Ma non è cosí. È la scintilla birichina che ha negli occhi che nessuna macchina fotografica, nemmeno la piú sofisticata, riesce a catturare. È quella a renderla di una bellezza particolare. E dopo che è entrata nel frutteto con Hermann la scintilla si è spenta. Completamente. Morta.

Camminavo in mezzo alla strada che porta da scuola a casa e mi davo dei pugni in fronte. Volevo, volevo veramente, che una macchina mi arrivasse alle spalle, mi facesse volare in avanti per metri e mi spappolasse le ossa, che venisse a prendermi un’ambulanza per portarmi in ospedale e mi ricoverassero nel letto accanto a Hermann…

Ma a quell’ora del mattino, dopo che tutti hanno già lasciato i figli all’asilo e a scuola, la strada è tranquilla, macchine praticamente non ne passano. Cosí, purtroppo, sono arrivato tutto intero al parcheggio del nostro palazzo.

È lí che l’ho vista. La nipote di Hermann. La francesina.

Stava giusto uscendo dal portone e mi si è avvicinata con la sua andatura provocante. Sculettando. Portava dei pantaloncini cortissimi e una canottiera bianca con le spalline sottili. Niente reggiseno. Una delle spalline era abbassata. Camminava verso di me sulle infradito a zeppa che la facevano sembrare piú alta. Impossibile svicolare. Neanche se avessi voluto. Mi camminava dritta incontro, e arrivata vicino si è messa in punta di zoccoli, mi ha scoccato un bacio su ogni guancia, vicino vicino alle labbra, e ha detto, bonjour, Monsieur Arnò, come sta? Non è che per caso sta andando a Tel Aviv?

Avrei dovuto dirle di no. Ma in effetti ero davvero diretto a Tel Aviv, a un appuntamento con Resti di Vita. È un’associazione che ho fondato. Cioè, non solo io, insieme a diversi colleghi. Come, non te ne ho mai parlato? Cavolo. Allora è davvero tanto tempo che non ci sentiamo. Raccogliamo il cibo avanzato nei ristoranti di Tel Aviv a fine serata, ed evitiamo che finisca nella spazzatura. Lo impacchettiamo e lo mandiamo ai bambini bisognosi al Sud. Bella idea, eh?

A ogni modo ho detto alla nipote di Hermann che sí, andavo a Tel Aviv. Non volevo raccontarle frottole.

Appena partiti si è sfilata le ciabatte e ha messo i piedi nudi sul cruscotto.

Avrei dovuto dirle di toglierli. Che razza di maleducata. Ma ho un debole per i piedi piccoli.

L’effluvio del suo profumo riempiva l’abitacolo. Era lo stesso che usava l’estate prima, ma adesso emanava qualcosa di diverso.

Le ho chiesto quando era arrivata in Israele e lei ha detto, ieri.

Non sapevo cos’altro chiederle.

Poi lei ha detto, senti, Monsieur Arnò, per caso sai cos’è successo a mio nonno?

In che senso?

La nonna non me lo racconta. Cioè, mi racconta una cosa ma io sento che mi nasconde dell’altro.

Le ho chiesto, cauto cauto, cosa… cos’è che ti racconta?

Che camminava per strada ed è caduto. E per la caduta gli si è dislocata la spalla. E dopo, durante i controlli in ospedale, gli hanno scoperto altre malattie. Non mi suona logico. E poi io so riconoscerle, le bugie. Mio padre era un bugiardo. Mia madre è bugiarda. Conosco tutti i… sí, insomma, i segni.

Ho girato lo sguardo verso di lei per mezzo secondo per riportarlo subito sulla strada. Le ho detto: mi piacerebbe sapere quali sono i segni della menzogna.

Alors… ha detto, innanzitutto le labbra. Questa parte – d’un tratto un dito mi ha toccato il labbro inferiore – trema un po’, quando si dicono bugie. Anche questa parte – un dito mi ha sfiorato il mento – insomma, come si chiama in ebraico…

Mento?

No, dai…

Mascella?

Sí, mascella. Quando si raccontano storie, s’irrigidisce. E poi gli occhi, mica come crede la gente, che chi dice balle non ti guarda negli occhi, invece ti guardano proprio negli occhi, per farti credere che dicono la verità, ma hanno un’ombra nello sguardo.

Un’ombra?

Ombra è il contrario di sole?

Sí.

Allora sí, un’ombra.

E tua nonna aveva un’ombra negli occhi mentre ti raccontava cos’è successo?

Un’ombra grande. È per questo che ti ho domandato, forse tu sai qualcosa.

Ho pensato: devo stare attento a come rispondo. Ho sottomano una talpa potenziale, e se me la gestisco bene potrà fornirmi informazioni. Allora le ho detto: non ne so piú di te. Ma penso che devi continuare a fare domande.

Cosa vuoi dire?

Se senti che ti stanno mentendo, insisti finché non caverai fuori la verità. È una delle cose che ho imparato della vita.

A quel punto lei ha detto oh là là, Monsieur Arnò– e mi ha dato una spintarella con il pugno –, lei non è solo figo, è anche saggio. Madame Arno è proprio fortunata.

Dove ti porto a Tel Aviv? ho tagliato corto.

Al mare. Vado a prendere la tintarella in topless.

Volevo dirle di mettersi la crema protettiva, ma non mi andava di farle da papà. Quindi sono rimasto in silenzio.

Allora ha aggiunto, ho fatto un nuovo tatuaggio, lo vuoi vedere?

Eravamo sulla superstrada. Sulla superstrada è impossibile distogliere gli occhi dalla carreggiata. Ogni secondo è critico. Ma non potevo resistere. Ha abbassato la spallina dalla mia parte, l’unica ancora sulla spalla, l’ha tirata giú e ha scoperto la parte superiore del seno sinistro, dove spiccava una stella di David. Un triangolo incastrato in un altro triangolo.

Mi ha chiesto se era bello.

Ho risposto di sí.

Ha sfregato i piedi uno contro l’altro sul cruscotto. Erano piccolissimi. Non molto piú grandi di quelli di Ofri.

Poi ha aggiunto, sai, c’è qualcosa di buono nel fatto che i nonni sono tutto il tempo in ospedale.

Eravamo bloccati in un piccolo ingorgo, nel punto, vicino a piazza Atarim, da cui i frangiflutti sembrano la lineetta che congiunge la municipalità di Tel Aviv-Giaffa.

Ho girato lo sguardo verso di lei e ho detto, sí? E sarebbe?

È scoppiata a ridere: la casa è vuota e… ci posso portare chi voglio.

Ho detto: caspita. E ho riportato lo sguardo all’ingorgo.

Ha proseguito, quando mi diverto… a letto, voglio dire, mi piace che il ragazzo che sta con me lo sappia. Se lo merita. Per l’impegno. È imbarazzante che i nonni nell’altra stanza sentano tutto.

Appena finita la frase mi ha fissato, per controllare che impressione mi aveva fatto.

Io però non le ho restituito lo sguardo.

Lei ha aperto il finestrino e inspirato a fondo, sentivo il suo petto riempirsi, e ha detto, la brezza di Tel Aviv è una favola. Da noi a Parigi la brezza è sempre… cattiva.

È scesa alla spiaggia Frishman. Mi ha scoccato un bacio sulla guancia, ancora piú vicino alle labbra di quello del mattino, e ha detto: è vero che anche domani hai un impegno a Tel Aviv?

È successo una settimana fa. E fino a ieri, le mie giornate si svolgevano cosí: ogni sera, dopo aver messo a letto le bambine, io e Ayelet cominciavamo a litigare. Per cosa? Ayelet diceva che ero uscito di testa. Che dovevo iniziare una terapia. Che da quando la mia azienda è andata a carte quarantotto e ho ricominciato a lavorare come dipendente, sono frustrato e riverso le mie frustrazioni sul mondo intero. Diceva che non sono l’uomo con cui si è sposata. L’uomo con cui si è sposata non avrebbe mai tentato di strozzare un vecchio malato. Ha detto che m’impongo. Impongo la mia visione della realtà. Esigo che tutti la pensino come me, e se qualcuno non si adegua alle mie teorie del cazzo, allora è un infame. Diceva che sono sempre stato cosí, compulsivo, per questo lei ai tempi, prima del matrimonio, si era presa una pausa di sei mesi. Era proprio la cosa che temeva. Diceva che la mia esagerata preoccupazione per Ofri serviva solo a far passare lei per cattiva madre. Basta, era stufa, stufa marcia di quella storia.

Cosa dicevo io a lei? Prova tu a discutere con un avvocato. Se solo cerco di aprire bocca, mi mette in croce a metà frase. Perciò dicevo ben poco. Fingevo di starla ad ascoltare, ma sentivo che ogni sua affermazione mi allontanava da lei. All’ultima battuta di ogni lite ormai ero proprio su un altro pianeta.

Poi rimanevo a sentire i dibattiti in tivú, dove tutti si strillavano contro, finché non mi addormentavo sul divano. La mattina Ofri mi svegliava e andavamo insieme a scuola; lei leggeva Anna dai capelli rossi e io l’avvertivo ogni volta che s’avvicinava a un albero. Al centro commerciale ci fermavamo ogni mattina per mangiare le brioche. Lei sgranocchiava la crosta e io davo dei gran morsi. Non le ho piú chiesto cos’era successo nel frutteto. Mi ero reso conto che le mie domande la infastidivano. Tanto non avrei ricevuto risposta. Mi limitavo a starle vicino e a volerle bene in silenzio. Cercavo di darle tutto l’amore e la sicurezza possibili senza parlare. Niente baci e abbracci – se fosse passato un suo compagno si sarebbe vergognata – quindi cercavo di trasmetterle, con una presenza tangibile, la sensazione che esisteva almeno una persona al mondo di cui si poteva fidare. Alle otto meno cinque ci alzavamo dalla panchina, perché dopo il primo ritardo mi aveva informato di non essere disposta a rifarlo. Due minuti prima delle otto ci salutavamo, lei attraversava le strisce pedonali e proseguiva da sola verso il cancello.

Alle otto e cinque, ogni mattina dell’ultima settimana, fino a ieri, sono passato a prendere la talpetta francese e l’ho portata a Tel Aviv.

Appena entrata posava i piedi sul cruscotto – ogni mattina variava il colore dello smalto sulle unghie – e iniziava a raccontare dei ragazzi che ci avevano provato con lei in spiaggia il giorno prima.

Uno si era presentato con i racchettoni proponendole di giocare, ma lei aveva risposto che non le piaceva, e quello si era scoraggiato e se n’era andato. Un altro, uno niente male, le aveva chiesto se suo padre faceva il giardiniere, e quando lei gli aveva risposto, mio padre se n’è andato quando avevo sei anni e non ho idea di cosa ne sia stato di lui, aveva iniziato a balbettare. Non è per niente sexy un uomo che balbetta.

Proprio non capiva, la francesina, cos’era successo agli uomini in Israele. Una volta erano forti e duri come un guscio di tartaruga. Adesso erano diventati flaccidi come molluschi. E non coglievano le allusioni! Niente! Ecco, ieri verso sera un uomo già maturo l’aveva invitata a mangiare al ristorante. Continuava a versarle vino. Lei era sicura che sarebbero saliti a casa di lui, dopo. Gli aveva persino detto: muoio dalla voglia di una doccia. Alla fine l’aveva solo accompagnata alla stazione, le aveva dato un bacetto sulla guancia e aveva chiesto se aveva voglia di andare al cinema con lui l’indomani. Qu’est ce que c’est adesso il cinema? Non capiva che a volte una ragazza vuole soltanto un po’ di sesso?

Non ero convinto che tutte quelle storie fossero vere. Difficile da spiegare. Qualcosa non quadrava nei suoi racconti. Alcune delle descrizioni erano troppo vaghe. Troppo banali. Come se le avesse lette da qualche parte. Ma l’ascoltavo paziente. Cercavo di non lasciar indovinare quanto aspettavo che arrivasse al dunque.

Di solto ci arrivava verso la fine del viaggio. Sí, ieri era andata a trovare il nonno Hermann. Non se la passava male. Diceva cose sensate. Perciò lei aveva colto al volo l’occasione per chiedergli cos’era successo, come si era fatto male, e d’un tratto gli occhi gli erano passati da blu a grigio e si era zittito. Non aveva risposto. La nonna aveva spiegato, in questo momento al nonno non fa bene agitarsi. E quando lei aveva insistito: ma perché, cos’ho detto di male? Perché si dovrebbe agitare?, la nonna non le aveva risposto.

Un altro giorno, il nonno Hermann stava un pochino meglio ed era uscito nell’atrio del reparto a guardare la tele. Trasmettevano i campionati mondiali di ginnastica artistica, e lei gli si era seduta accanto, per tenergli compagnia. All’improvviso, mentre fissava lo schermo, aveva iniziato a piangere. Non ti pare strano, piangere davanti a una squadra di ragazzine che lanciano per aria palle e nastri?

Le ho detto: molto strano. Secondo me devi continuare a indagare. Da quello che mi racconti, potresti avere ragione, Karin. Ti stanno veramente nascondendo qualcosa. Se lasci perdere adesso, non lo saprai mai.

Ha spalancato gli occhi e chiesto: ma, Arno, cosa dovrei fare?

Ho risposto, non lo so, tu sei una ragazza intelligente. Se ci pensi, ti verrà di certo un’idea.

Si è girata verso di me e ha chiesto se davvero la consideravo intelligente.

Le ho assicurato di sí.

A quel punto ha detto, fa caldo nella tua macchina, ti spiace se mi levo la maglietta e resto in costume? Tanto sto per andare giú. Dalla macchina, intendo. Fra poco.

A ogni viaggio mi provocava piú spudoratamente. Di giorno non facevo una piega. Di giorno non m’importava se parlando mi sfiorava, se mentre raccontava si carezzava l’interno coscia o se mi baciava vicino alle labbra prima di scendere dall’auto. Durante il giorno me ne fregavo se diceva: mi manca il mio vibratore, è rimasto a Parigi, come avrò fatto a dimenticarlo. Oppure: con i ragazzi giovani ci vado a letto, ma vengo davvero solamente quando sto con un uomo maturo, un uomo vero.

Di giorno mi dava l’impressione di una bambina che ha un bisogno disperato di attenzione ed è disposta a tutto pur di procurarsela.

Ma di notte, sul divano in salotto, la sognavo. In sogno la scopavo, e le facevo male. La prendevo per i capelli e tiravo, le mollavo gran manate sul culo, le stringevo il collo strozzandola un po’, e a lei piaceva. Godeva quando le facevo male, e mi diceva, piú forte Monsieur Arnò, piú forte. Anche ad Ayelet il sesso piaceva aggressivo, all’inizio. Poi un giorno, qualche anno fa – senza alcuna spiegazione –, ha smesso di piacerle. Non le andava piú. Per niente. Io ho accettato. Non sono tipo da forzare. A letto, per me, il vero piacere è dar piacere alla mia donna. Se il sesso aggressivo non le andava, allora finito. E poi non mi è mancato quando abbiamo smesso di farlo e siamo passati a rapporti delicati.

Ti scoccia se cambiamo tavolo, fratello? No, perché la coppia che si è appena seduta qui vicino a noi è un po’ troppo vicina per quello che ho da raccontarti. Sei d’accordo? Apprezzo davvero il fatto che sei qui da due ore ad ascoltare le mie seghe mentali. Forza, ordina qualcosa. Offro io. Mi fanno un bello sconto perché ho curato il design del locale. Tutto, dai disegni sui muri ai sottobicchieri della birra. Bello, vero? Cosa ti va? Da bere? Carne? Hanno delle costate spettacolari. Niente? Sicuro?

Qui va meglio, no? Piú discreto. Dove eravamo? Insomma, due mattine fa mi sale in macchina. La francesina intendo, ovviamente. All’inizio sono un po’ scosso vedendola, per via di come l’ho sognata la notte, ma poi parte a inventare storie sui ragazzi che le hanno ronzato intorno il giorno prima al mare, e mi ricordo che è solo una ragazzina patetica, cosí mi calmo, mi passa tutta la voglia. Poi improvvisamente – è ancora presto rispetto al solito, non siamo neanche a metà strada – smette di inventare frottole e dice: penso di avere trovato un modo per scoprire cos’è successo al nonno.

Bene, cerco di mascherare l’entusiasmo.

Comincia a raccontare: quando la nonna torna dall’ospedale, scrive delle mail a Elsa. La sua migliore amica. Abita a Zurigo. Le scrive mail lunghissime. Sono sicura che le racconta tutto quello che è successo. Ieri mi sono appostata dietro di lei mentre scriveva la password e me la sono annotata sulla mano.

Allunga un braccio sottile su cui c’è scritto in pennarello nero: WOLF1247. Cosí, sull’avambraccio, sembra un po’ il numero di un sopravvissuto ai campi.

Io subito la sprono: visto? Te l’avevo detto che sei una ragazza intelligente. Hai trovato un ottimo modo per scoprire quello che t’interessava.

A quel punto si adombra e prosegue, però domani sera riparto, torno a casa.

Allora entra nella sua posta domattina, le dico.

E lei ribatte, non me la sento.

Non te la senti di fare cosa?

Non me la sento di entrare nella posta della nonna. Ho anche un po’ paura di cosa potrei trovarci, Arno.

Restiamo in silenzio. Lei si rosicchia le unghie. Io mi passo la mano sulla ricrescita della barba. Da una settimana mi cresce all’impazzata. Dovrei radermi ogni due ore.

In quel momento mi chiede quello che volevo sentirmi chiedere, che temevo di sentirmi chiedere: lo faresti con me? La nonna parte per l’ospedale con l’autobus delle otto e venti, puoi passare a prendermi come al solito, ma invece di andare a Tel Aviv aspettiamo nel frutteto finché non esce, poi torniamo a casa a leggere cosa scrive a Elsa.

Non nel frutteto, rispondo. Aspetteremo nel parcheggio dello squash. A quell’ora non c’è nessuno.

E lei dice: come vuoi.

Cosí ieri ho accompagnato Ofri a scuola. Lei leggeva L’età meravigliosa, il seguito di Anna dai capelli rossi, e io la tenevo per mano e la tiravo un pochino verso di me ogni volta che si avvicinava a un albero. Nel punto dove ci separiamo sempre, mi ha scoccato un bacio sulla guancia dicendo: ti voglio bene, papà. Da quando è entrata nel frutteto con Hermann, non mi ha mai detto che mi vuole bene, nemmeno una volta, e ho pensato che era un buon segno. Forse cominciava a riprendersi.

Alle otto e cinque sono passato dalla francesina. Siamo andati al parcheggio dello squash. C’erano piú macchine del previsto, perciò ho proseguito fino in fondo; c’è una panchina dove si siedono i ragazzi del quartiere la notte, a bere vodka comprata alla stazione di servizio. Ha appoggiato i piedini sul cruscotto e cominciato a raccontare che per un po’ aveva giocato a squash, ma il maestro ci aveva provato con lei, e sua madre incavolatissima l’aveva fatta smettere. Ma continuavano a incontrarsi all’insaputa della mamma. Nello studio del tizio. Era sposato. Sul cassettone nell’ingresso del suo studio c’era la foto di moglie e figli. Ma a lei non dava fastidio, a Parigi è normale.

Lei parlava, e io contavo le canzoni alla radio. Non volevo guardare l’orologio, avevo paura che si offendesse e rinunciasse a tutto, perciò contavo le canzoni. Una canzone dura circa tre minuti. Cinque canzoni, un quarto d’ora. Ho aspettato una canzone in piú per andare sul sicuro. Free Fallin’ di Tom Petty and the Heartbreakers. Una canzone stupenda, eh? Peccato solo che me la sia giocata per il resto della vita: non riuscirò piú a sentirla senza ricordarmi cos’è successo dopo.

La vicina del terzo piano, il giudice in pensione, è uscita proprio mentre ci avvicinavamo in auto al palazzo. Ho pensato, ci manca solo questa. Non avevamo fatto ancora niente di male, ma ho detto a Karin: abbassati. Siamo rimasti cosí, accucciati, finché lei è scomparsa dietro la curva. Solo a quel punto siamo scesi dalla macchina e siamo entrati.

Abbiamo bussato alla porta, per assicurarci al cento per cento che Ruth non fosse in casa. Nessuna risposta. La francesina ha infilato la chiave nella toppa e ha aperto, poi siamo entrati.

In sala troneggia un pianoforte su cui ho visto una scultura della testa di Mozart. Sentivo che mi fissava, Wolfgang Amadeus, perciò ho distolto lo sguardo e mi sono girato verso la libreria. Hanno centinaia di libri, Hermann e Ruth. Per la maggior parte vecchi, in tedesco, di scrittori che tu di sicuro conosci. La libreria ha le ante in vetro. Di solito brillano, ma quel giorno erano impolverate.

La francesina ha chiesto se volevo bere qualcosa. Ho risposto che era meglio dedicarci subito a quello che avevamo in mente, e mi sono incamminato verso la stanza del computer, ma lei mi ha sbarrato la strada con il corpo e ha detto, sono d’accordo, conviene dedicarci subito a quello che avevamo in mente. Dopodiché, si è sfilata camicia e maglietta. La parte di sopra del costume da bagno. La minigonna microscopica. La parte di sotto del costume. L’ha fatto in un lampo, sembrava si fosse allenata. Non ho fatto in tempo a dire stop che me la sono trovata davanti, ferma sul tappeto persiano, completamente nuda.

La grande lampada da lettura la illuminava. Aveva la pelle liscia, senza un graffio, senza una ruga, senza un segno, a parte la stella di David sul seno sinistro. Un corpo perfetto. Da bambina. Mi ha fatto girare la testa. Un giramento brutto. Come le vertigini quando sei in alto se fai l’errore di guardare in basso.

Le ho detto, vestiti. Lei ha risposto, ma Arno, io pensavo che… Ho risposto, no, non è proprio il caso, Karin.

A quel punto è crollata. Si è accartocciata su se stessa, cosí, nuda, ai piedi della poltrona, ed è scoppiata a piangere. Anche il pianto era da bambina. Tirava su col naso, aveva il moccio. E mentre singhiozzava ha cominciato a dire cose tipo sono brutta. Non mi vuoi perché sono brutta. Ti faccio schifo. Sono grassa. Ho le gambe storte. Non mi vuoi perché ho le gambe storte.

Mi sono seduto accanto a lei, sul tappeto. Mi sono detto che dovevo calmarla, altrimenti non avrebbe mai spiato la mail di Ruth. E io non avrei mai saputo cos’era successo a Ofri nel frutteto. Le ho carezzato i capelli. Ho detto, sei molto attraente Karin, molto molto attraente. Hai un corpo stupendo. Due piedini magnifici. È tutta la settimana che ti sogno di notte.

Ha ribattuto che erano tutte bugie. I capelli le nascondevano ancora la faccia, e la voce filtrava attutita.

Le ho assicurato che non mento mai. E ho continuato ad accarezzarle i capelli fino al punto in cui incontravano la spalla abbronzata.

Ha detto, mi piace quello che stai facendo.

Se fossi il protagonista di uno dei tuoi libri sarebbe finita lí. Da te tutti si fermano sempre all’ultimo. Un attimo prima dell’abisso. Ma nella vita vera non funziona cosí. A quel punto mi ero già convinto di quello che le dicevo. Le mie carezze sono scese lungo la sua schiena nuda, lei ha alzato la testa, mi ha preso la mano e si è infilata le mie dita in bocca. Le ha succhiate. Mi si è rizzato. E nella vita vera c’è un punto oltre il quale per un uomo diventa difficilissimo fermarsi.

Ti risparmio i dettagli. Tanto piú che ce ne sono pochini. Diciamo che è stato ben lontano dalle mie fantasie. Si svolgeva tutto con grande lentezza, ma non lentezza eccitante. Lentezza goffa. Non funzionava. Senza ciabatte e vestiti mi pareva piccola e fragile, ero attentissimo. Non sapevo cosa fare con il mio corpaccione, come evitare di schiacciarla sotto di me. E poi sono vent’anni che non vado con un’altra. E lei… quando sono uscito ho visto il cazzo coperto di sangue. Non è stata una vera sorpresa. Era rimasta raggelata quando le ero entrato dentro, e aveva cercato di fingere un orgasmo senza nemmeno sapere cosa stava fingendo, ci voleva poco a immaginare che era la sua prima volta.

Dopo che si è asciugata con la camicia le ho chiesto perché non mi aveva raccontato di essere vergine.

Mi ha accarezzato il braccio e ha detto, perché non… non volevo che mi considerassi una bambina.

D’improvviso mi ha pervaso la paura stupida, ma forte, che entrasse mio padre, per trascinarmi fuori dalla sala, fino al pianerottolo, e urlare: ma insomma, e Ayelet?

Allora le ho chiesto se la porta era chiusa a chiave.

Ha risposto, sí, certo.

Ho chiesto se le faceva male e lei ha detto, un pochino, e ha continuato ad accarezzarmi il braccio. Mi davano fastidio quelle carezze. Ayelet mi copre sempre il collo di baci dopo aver scopato. D’un tratto i suoi baci mi mancavano, mi sono tirato su a sedere e ho detto, vieni, andiamo al computer di tua nonna.

Mi ha risposto, non c’è motivo di andare al computer.

Come non c’è motivo? E le lettere della nonna a Elsa?

Non esiste nessuna Elsa.

Non esiste nessuna Elsa?

No.

Volevo mollarle uno schiaffo. Ho dovuto mettercela tutta per non farlo. Ho cacciato le mani sotto le cosce per impedire che partissero contro la sua guancia. O sollevassero la statuina di Mozart per tirargliela addosso. Alzati, mi sono ordinato. Lavati. Vestiti. E squagliati a tutta velocità. Stasera riparte per Parigi, e fino a quel momento il massimo che puoi fare è minimizzare il danno.

L’ho fatto. Mi sono alzato. Mi sono lavato di dosso il suo sangue. Mi sono vestito. Le ho spiegato che dovevo andare al lavoro. Le ho detto che era bellissima. Che avrebbe reso felici molti uomini. Le ho chiesto se voleva un bicchiere d’acqua. O un caffè. Le ho mostrato rispetto. Lei non ha aperto bocca. Si era lasciata andare contro la poltrona e mi seguiva costantemente con gli occhi. Si abbracciava le ginocchia. Si rigirava una ciocca di capelli sul dito. Anche quando mi sono chinato per darle un bacio di addio è rimasta zitta. In quel momento l’ho interpretato come un segnale di consenso. Di maturità.

Comunque per stare sul sicuro sono tornato dal lavoro il piú tardi possibile. Per evitare di incontrarla per sbaglio.

Sulla porta della camera da letto non mi aspettava il solito biglietto. Ayelet l’aveva tolto. Io però mi sono esiliato volontariamente in sala. Ho guardato due volte Pardon the Interruption. Anche la replica. Nella replica ti rendi conto che le grida dei partecipanti non sono vere. Fingono. Il regista gli indica di alzare i toni ogni volta che il programma si ammoscia un po’. Dopo sono rimasto sdraiato con gli occhi aperti a fissare il soffitto, mentre in testa mi passava la replica degli eventi della giornata e mi sono detto, cos’hai combinato, coglione, cos’hai combinato. Poi però mi sono consolato: calma, ormai sarà a Parigi.

È stato in quel momento che ti ho mandato il primo sms. Sei l’unico che mi può dare un consiglio. Anche se non ci sentivamo da tanto. Gli altri amici sono troppo nuovi. Troppo legati ad Ayelet. Non mi fido, potrebbero vuotare il sacco. Tu non vuoteresti mai il sacco. So troppe cose di te.

Ma dai, scherzo.

Non devi scusarti, fratello. Ovvio che non hai risposto immediatamente. Erano le quattro del mattino. Una volta mi avevi raccontato che scrivi la notte, perciò ci ho provato. Lasciamo stare.

La mattina ho accompagnato Ofri a scuola. Camminando ha finito le ultime pagine di L’età meravigliosa e poi si è fermata e l’ha infilato nella cartella. Quindi mi ha raccontato dei piccoli litigi fra le bambine della sua classe. Alma ha detto cosí. Allora Maayan si è offesa. E poi Roni ha detto a tutte le bambine di non parlare con Alma. E quindi si è offesa Alma. Non ci potevo credere. Erano cinque settimane che non menzionava nessuna bambina della classe durante le nostre camminate.

Nel punto dove ci separiamo sempre mi ha salutato, papà, ti voglio bene. Dopo averla vista entrare nel portone della scuola, ho aspettato qualche minuto e poi l’ho seguita. Sono salito al terzo piano e ho sbirciato nella sua aula attraverso la fessura nella tenda. Era lí seduta a fare le stesse cose che faceva la volta precedente in cui l’avevo spiata. Giocherellava con la cerniera dell’astuccio. Ha tirato fuori i colori, disegnato sul quaderno, poi li ha rimessi nell’astuccio. L’insegnante ha fatto una domanda e lei ha alzato la testa e ha sollevato il braccio. Le ho visto gli occhi. La scintilla birichina, curiosa, era tornata.

Ho dovuto trattenere la voglia di precipitarmi in classe e lanciarla in aria per la gioia. La scintilla era tornata! Sono rimasto ancora qualche minuto accanto alla tenda nella speranza che guardasse di nuovo in su. Per assicurarmi di non avere sbagliato. Poi ho mandato un sms ad Ayelet: mi dispiace per come mi sono comportato ultimamente. Ho proprio esagerato. Facciamo pace? E sono andato a casa. Camminando sul marciapiede, non in mezzo alla strada. Improvvisamente la mia vita era preziosa. Strada facendo mi sono fermato al bancomat a prelevare. In fila davanti a me c’era la vedova del piano di sopra. Ho aspettato che finisse. Non è veramente vedova, ma suo marito è tutto il tempo all’estero, ha l’aria di essere appena tornata da un funerale e in piú si veste sempre di nero, perciò io e Ayelet le abbiamo appioppato quel soprannome. Ma stamattina persino lei sorrideva. Portava addirittura una camicetta gialla. Finito con il bancomat mi ha detto, buona giornata, Arnon. E io le ho risposto, buonissima giornata a te. Poi ho prelevato i mille shekel che dobbiamo alla famiglia Wolf e sono andato a casa con lunghi passi distesi; per la prima volta da cinque settimane respiravo tranquillo, senza trattenere l’aria nel petto, e tutti i problemi mi sembravano piccoli e risolvibili.

Quando sono arrivato davanti a casa l’ho trovata là fuori. La francesina. Mi è venuta incontro. Con i suoi zoccoletti con la zeppa. Impossibile sfuggirle, anche se avessi voluto. Camminava dritto verso di me e quando mi è arrivata vicino si è fermata e ha detto, abbracciami. Ho fatto un passo indietro e ho chiesto: non dovevi partire per Parigi?

Mi si è avvicinata ancora di piú e ha detto: il nonno… è morto.

Cosa? Quando? Le ho tirato via la mano.

Stanotte, ha risposto, mi ha preso la mano e si è cinta la vita insistendo: abbracciami.

Ti faccio le mie condoglianze, ma… non è una buona idea abbracciarci qui in mezzo alla strada, Karin, anzi è proprio una pessima idea. Le ho spostato la mano con la massima delicatezza.

Si è stretta a me e ha detto, allora andiamocene da qui. Ti voglio. Ho bisogno di te.

Le ho risposto, non posso. Quello che è successo non si può ripetere. Sono sposato. Ho due bambine. Non posso. Mi dispiace, Karin. Ma non è proprio il caso.

A quel punto, di colpo, ha dato fuori di matto. In pieno parcheggio, davanti al palazzo, otto e mezzo del mattino, ha cominciato a tempestarmi il petto di pugni e strillare: adesso sei sposato? Ieri mentre facevi sesso con me non era cosí importante! Sei un figlio di puttana! Ecco cosa sei! Un figlio di puttana!

Per fortuna gli spazzini del comune stavano giusto lavorando nel giardino condominiale con il soffiafoglie, che ha coperto un po’ i suoi strilli. Però mi è parso che la testa della vicina giudice spuntasse dalla finestra al terzo piano. E di sicuro se avesse continuato cosí si sarebbero affacciati altri.

In qualche modo sono riuscito a prenderla per il gomito e a spingerla in macchina. Continuava a vomitare improperi in ebraico e anche in francese, ma almeno c’erano i finestrini chiusi. Ho cercato di calmarla, mentre ci dirigevamo al parcheggio dello squash. Le ho mentito. In un viaggio di due minuti ho sparato piú balle che in tutto il resto della mia vita. Minacciava: io vi busso alla porta e racconto tutto a tua moglie. Lo faccio, perché sei un figlio di puttana. Ero nel panico. Le ho promesso mari e monti. Per guadagnare tempo. Le ho promesso che sarei andato a trovarla a Parigi. Le ho promesso che l’avrei portata in una stanza d’albergo in riva al mare, a Tel Aviv. Domani. Dopodomani al massimo. Le ho detto che anch’io ci tenevo, a lei. Che non era stato solo sesso per me.

Lo so, amico mio, lo so, avrei dovuto rimetterla al suo posto. Ma avevo paura.

Siamo rimasti seduti nel parcheggio dello squash per dieci canzoni. Fino alla settima ha solo pianto con il moccio al naso e ogni tanto borbottava che sono una merda e un bugiardo, o un bugiardo e una merda. La settima canzone era Karma Police dei Radiohead, e con il ritornello ha cominciato, cosí, a bruciapelo, a raccontarmi di momenti trascorsi con il nonno. I racconti non erano ben costruiti come le storie sui ragazzi in spiaggia. A volte non avevano l’inizio, altre mancava la fine, altre ancora spariva la parte centrale: “A quel punto mi ha sollevato in alto, in altissimo, in mezzo all’aeroporto, e ha detto, eccoti a casa”. Dove? In quale aeroporto? A quale casa? Chissà. E quando una volta, in colonia, gli avevano chiesto se era il padre di Karin, il nonno aveva risposto senza la minima esitazione di sí, e firmava sempre le lettere, “Con amore eterno, nonno Hermann”. E una volta le aveva detto: tuo padre avrà pure studiato all’università, ma è proprio un imbecille se ha lasciato una bambina meravigliosa come te, e a pranzo le dava doppia porzione di dolce, di nascosto dalla nonna, e prima di dormire inventava storie su una bambina che si chiamava Karina, coraggiosa e di buon cuore, che aiutava sempre gli animali a scappare dallo zoo per tornare alla loro vera casa, in Africa. Per festeggiare il suo Bat Mitzvah avevano fatto un viaggio in Africa, solo lei e il nonno – alla nonna non piaceva viaggiare –, e lei si era presa una cotta per un ragazzino del gruppo organizzato e aveva passato tutto il viaggio con lui, il nonno non aveva detto niente, non aveva rotto le scatole, anche perché era a sua volta indaffarato a corteggiare la guida, una donna giovane, e un giorno, durante un barbecue, l’aveva visto baciare un’amica della nonna dietro la baracca degli attrezzi in giardino, e dopo le aveva detto: è un segreto fra me e te, Karin, non bisogna raccontarlo alla nonna, le darebbe solo un dispiacere. Avevano sempre i loro segreti, lei e il nonno, per questo era stato cosí strano quell’ultima settimana, perché lei sentiva che lui le nascondeva qualcosa. Non si era mai vergognato con lei, prima. Mai. Ma tanto ormai. Adesso è morto.

Sí, ho risposto, ripensando all’immagine della sua testa sulle cosce di Ofri. Tuo nonno porterà i suoi segreti nella tomba.

Karin ha annuito, ha tirato su col naso e mi ha chiesto di riaccompagnarla a casa. Doveva prepararsi per il funerale. Scegliere un vestito. L’ho abbracciata. Ovvio che l’ho abbracciata, dopo tutto quello che mi aveva raccontato. Doveva voler proprio bene a quel nonno. Avevano un legame speciale. Mi sentivo anche un po’ in colpa. Non che sia morto per colpa mia, ma è colpa mia se è finito in ospedale. Questo è innegabile. Perciò l’ho abbracciata, ma era un abbraccio paterno. Pulito.

Mentre tornavamo a casa è rimasta in silenzio. Pensavo che la rabbia di prima le fosse passata. Che fosse tornata la ragazza dei giorni precedenti. Che si rendesse conto che non aveva senso bussare alla porta di fronte, che conveniva a tutti e due dimenticarsi della faccenda. Invece appena mi sono fermato nel parcheggio sotto casa e ho tolto la chiave dal cruscotto si è girata verso di me a dire, tua moglie di certo non mancherà al funerale, vero? Benissimo. Ne approfitterò per raccontarle tutto.

E senza lasciarmi il tempo di fiatare, ha aperto la portiera ed è uscita.

Sono rimasto in macchina. Sconvolto. Per diversi minuti, senza sapere cosa fare. Impossibile respirare. Ho spalancato tutti i finestrini ma continuava a mancarmi l’aria. Sentivo un’oppressione al petto. Cosí oltre a tutto il resto mi sono preoccupato anche della pressione al petto. In quel momento è arrivato il tuo sms.

Sei sempre stato un mago del tempismo.

No, sul serio, fratello, per me mica era scontato trovarti disponibile a incontrarmi cosí, su due piedi. Non ci vediamo da… quant’è? Un anno? Un anno e mezzo? Non ti devi scusare: in questa fase della vita ognuno è occupato con i cazzi suoi. Invece tu sei riuscito a dedicarmi una mattina intera. Devo proprio dirtelo: sei un grande.

Già solo a raccontare la storia a qualcuno è un po’ diminuita la…

Ho avuto dei pensieri, dopo che è uscita dalla macchina. Non li vuoi sapere. Pensieri brutti. Pensieri di quelli che appena partono li vorresti fermare ma non ci riesci. Non ci riesci. Un loop dal quale non ti liberi piú. Non ce la fai. Pian piano ti riempiono tutta la testa. Alla fine non c’è piú spazio per nient’altro.

Lascia perdere, non lo vuoi sapere davvero.

Ho pensato di correrle dietro. Di acchiapparla prima che digitasse il codice d’ingresso del condominio. Di trascinarla in macchina. Portarla al mare, nuotare con lei nell’acqua profonda dopo l’orario di chiusura dei bagnini e annegarla: spingerle la testa sott’acqua e tenerla giú fino a non vedere piú le bolle d’aria.

È una ragazzina. Non ci vorrebbe piú di un minuto.

Non penso di farlo. È solo un esempio di cosa mi è passato per la testa, cosí capisci quanto sono caduto in basso. Ti rendi conto che sono a uno sputo dal perdere tutto quello che ho? Bastano due parole ad Ayelet durante il funerale, ed è fatta. Tutto quello che ho costruito va in pezzi. Figurati se Ayelet se la fa scivolare addosso. Nel giro di una settimana mi trovo davanti i documenti per il divorzio. Credimi. Prima del matrimonio mi ha fatto un discorso. Ha detto: nella vita ne ho passate tante. Sono capace di reggere brutti colpi. E di riprendermi. Ma non sono disposta ad accettare un tradimento. È la mia linea di non ritorno. Ha aggiunto: te lo dico ora, cosí sai come regolarti. Per evitare sorprese. E lei è avvocato, non dimenticarlo. Farà in modo che io non possa piú vedere le mie figlie. Che tutti i nostri beni restino a lei. Mi berrà il sangue con una cannuccia, te lo dico io. Oltre tutto, la francesina è minorenne. Già me le immagino, sedute insieme nella nostra cucina, mentre Ayelet la convince, in nome della solidarietà fra donne, a sporgere denuncia contro di me. Dopodiché, si finisce in tribunale. E al giudice non interesserà se è stata lei a sedurmi, se è stata lei a raccontarmi del vibratore rimasto a Parigi, se è stata lei a spogliarsi senza che io la toccassi.

È come la faccenda di Gaza. A nessuno al mondo importa se ci hanno sparato addosso razzi Qassam per anni, prima che entrassimo a Gaza.

Finirò in prigione. E quando mi rilasceranno, nessuno mi darà lavorò. Povera Ofri, a scuola la prenderanno in giro. Le sue compagne si leccheranno i baffi dalla soddisfazione. Abbiamo visto il tuo papà sul giornale, il tuo papà è un pervertito. La faranno impazzire.

E tutto per cosa? Cosa volevo, in fin dei conti? Proteggere le mie donne, difenderle. Garantire che nessuno facesse loro del male.

Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per amore, mi credi?

Forse amo troppo forte. Forse è questo il mio problema.

Al giorno d’oggi non si ama piú cosí.

No, non sto piangendo, figurati. Mi bruciano un pochino gli occhi. Sarà la cipolla che friggono in cucina.

Sono molto sensibile alla cipolla, giuro. La cipolla io la taglio a occhi chiusi. Ecco, guarda le cicatrici sulle dita.

Se voglio un bicchiere d’acqua? Ma ti pare? Ordinami una birra. Alla spina. E una bisteccona. Devo mettere qualcosa sotto i denti. Ne vuoi anche tu? Sicuro di no? Non vuoi farmi una gentilezza unendoti a me in quest’ultima cena?

Non esagero. Mi sento proprio cosí. Come Gesú prima della crocifissione. Anzi, no, come Gesú in croce. Ho i chiodi già conficcati nelle mani. E il sangue inizia a sgorgare a rivoli.

Ti è mai capitato di avere la sensazione di vivere gli ultimi momenti della vita come la conosci?

Giusto. Me n’ero dimenticato. Quanti anni fa è stato?

Alla fine non era maligno, vero? Che fortuna. Che fortuna.

Anche tu e Shiri siete insieme dai tempi del militare, no? Dopo vent’anni con una donna, si diventa una cosa sola. E se lei ti molla, ti porta via con sé. Almeno qualche parte di te. Io e Ayelet siamo due gemelli siamesi. Sono anni che non prendo una decisione senza consultarla. Dico sempre: lasciatemi una notte per dormirci sopra. Ma in realtà aspetto che le bambine si addormentino. Le preparo un Nescafé con un pizzico di cacao, come piace a lei, e poi la metto a parte dei miei dilemmi. E lei sentenzia. Non sempre accetto la sua sentenza, ma mi aiuta comunque a riconoscere qual è il vero dubbio. A individuare l’essenziale, avulso da quello che ci sta intorno. E il nostro non è uno di quei rapporti di coppia che con il passare degli anni si trasforma in amicizia. Sono pazzo di lei non meno che nei primi tempi. Mi eccito a guardarla vestirsi per andare in tribunale. Mi piace da morire il suo corpo, il suo odore, come balla con le bambine le canzoni di YouTube.

Trovi bello come parlo di lei? Be’. Il problema è che non gliene fregherà un fico secco di tutte queste parole, quando la francesina le avrà raccontato cosa abbiamo combinato sul tappeto di Hermann e Ruth. In casi del genere passa direttamente alla ghigliottina.

Già mi vedo la scena. Karin le si avvicina alla fine del funerale. Si trascinano lente in fondo alla fila, Ayelet per il caldo e Karin per stare accanto ad Ayelet. Poi Karin comincia a parlare a bassa voce. E io non posso far niente per fermarla. La ghigliottina mi scende sul collo e io resto a guardare. La lama mi sfiora già la pelle e sono paralizzato. Non mi muovo.

Cosa faresti al mio posto, fratello? Adesso che hai sentito tutto. No, sul serio. Non cercare di starne fuori. I tuoi articoli sul giornale li leggo. Hai opinioni su tutto. Spara la prima cosa che ti viene in mente.

Sei l’unica persona a cui chiedo consiglio, quindi non hai scelta. O meglio, piú di tutto vorrei chiedere consiglio ad Ayelet. Ma non è proprio il caso. La gente non capisce quanto il tradimento renda soli.

Non dirmi che non hai idea di cosa faresti.

Il tuo amico annega, agita le braccia, grida aiuto, aiuto, mentre tu passi in barca. Non ti fermi?

Non è vero che non hai la barca. Ce l’hai. Chi legge i tuoi libri lo sa, che ce l’hai.

Chiaro che anche tu hai le tue pecche. Non dico di no.

Sai cosa? Immaginati che si tratti di una storia che stai scrivendo. Immagina che tutto quello che ti ho raccontato sia l’inizio, la metà e i tre quarti della storia, e adesso arriva il finale. E l’happy ending è obbligatorio. Perché già cosí il protagonista ha sofferto abbastanza e ha fatto soffrire abbastanza gli altri. Prenditi tutto il tempo, amico. Io mi spazzolo la bistecca e le patatine e tu nel frattempo pensa a un finale positivo per questa storia, d’accordo?