venerdì 2 ottobre 2020

SCENDERE DALLA COLLINA Estratto da "TUTTA LA VITA” Alberto Savinio

 


SCENDERE DALLA COLLINA

Estratto da "TUTTA LA VITA”
Alberto Savinio
(Adelphi).

     Leone ha quei minimi contatti con la vita senza i quali un uomo rimarrebbe immobile come un albero, non allungherebbe più la mano per prendere il cibo e portarselo alla bocca, non si coricherebbe ogni sera per dormire, ma una volta sola per morire. Leone è più che un timido: è un assente. Egli sa che gli uomini si movono molto e sono molto attivi. Sa che alcuni vanno tutti i giorni in grandi uffici lucidi di silenzio, s'infilano sopra la manica della giacca una soprammanica di alpaca, mettono in bella calligrafia le lettere che il loro capufficio ha tracciato con scrittura napoleonica, tirano le somme con la matita in mano e la penna dietro l'orecchio sotto altissime colonne di numeri. Sa che alcuni sono soldati e si destano all'alba al suono della diana, vanno all'assalto tra gli urrà e gli squilli delle fanfare, cadono in mezzo a un campo di grano con una stella nera in mezzo alla fronte. Sa che altri ancora costruiscono delle case per tenerci prigionieri dentro i loro fratelli, buttano ponti sul verde ribollimento dei fiumi impetuosi, alzano ciminiere altissime per bombardare il cielo di fumo; sa che altri coperti di impermeabili lustri e neri come il pelame della foca navigano i mari, salgono e scendono dai treni reggendo una valigia in mano, si aggirano carponi nei budelli della terra vestiti da spettri e con un lume in fronte; sa che altri ancora non fanno un lavoro determinato, non esercitano una professione precisa ma si agitano egualmente perché agitarsi è per gli uomini una organica necessità. Ma a questi uomini variamente attivi Leone pensa come a creature diverse e lontanissime, a quel modo che un europeo pensa talvolta alle silvestri attività dei boscimani. E Leone, lo abbiamo già detto, non esercita quanto a sé nessuna attività, fa appena i movimenti indispensabili al coricarsi la sera, al levarsi dal letto la mattina, al nutrirsi quel tanto che basta per non morire.

 Nota. Il modo come Leone immagina le varie attività dei suoi contemporanei, mostra quale conoscenza anacronistica egli ha della vita. Leone potrebbe conoscere la vita indirettamente ossia attraverso i libri, e infatti così è; ma le letture di Leone si sono fermate ai romanzi del secolo passato. E Leone crede presente tuttavia un tipo di burocrate che le Olivetti e le macchine calcolatrici hanno scacciato violentemente dagli uffici. Crede che le battaglie si combattono ancora a suon di musica, e anche quell'accenno all'illeggibilità della scrittura di Napoleone, testimonia il ritardo di questo uomo sulle attuali condizioni di vita.

 Leone sa pure che gli uomini a partire da una certa età si uniscono con le donne, le baciano, le stringono nude tra le braccia; e lo sforzo che gli toccava fare per ricomporre nella mente queste misteriose operazioni, la fatica che doveva compiere per immaginare « come son fatte le donne » lo immergeva in lunghi e torturanti delirii. Ma questo avveniva in passato: ora non più. Prima che la vita degli altri diventasse quello spettacolo distante e opaco quale ormai è per lui. Suo padre gli mise nome Leone col magisti- co fine di farne un uomo forte, ma per sua fortuna morì prima di vedere così crudelmente frustrate le sue speranze. Leone di cognome si chiama Leoni. I nomi animaleschi sono molto in uso nella sua famiglia. Sua madre si chiama Orsa e nasceva Pantera. Passando dalla condizione di nubile a quella di maritata, la madre di Leone diventò Pantera in Leoni. Se  Leone avesse tanta intelligenza da poter esaminare il proprio caso nelle sue cause riposte, scoprirebbe che egli costituisce l'esempio più singolare e drammatico di uomo schiacciato dal proprio nome. Ma Leone non lo può capire. Non lo capirà mai. E se Leone vive, è perché anche una foglia galleggia immobile sull'acqua di uno stagno. Non lasciate, genitori, che i vostri bimbi crescano all'ombra di un grande uomo. I grandi uomini dovrebbero o non avere figli o, avendoli, farli partire in tenera età di là dagli oceani, sotto altro nome come i figli degli assassini. Non lasciate egualmente che i vostri figli crescano all'ombra di un grande fatto o di una grande idea, e ora possiamo anche aggiungere: non lasciate che i vostri figli crescano all'ombra di un grande nome. E come voler far crescere una pianticella sotto un ferro da stiro. Vengono su piatti e dissugati.

  Leone vive circondato di vuoto. Sta dentro un involucro di vuoto. Si porta addosso questo involucro di vuoto come altri porta il cappotto per guardarsi dal freddo o l'impermeabile per guardarsi dalla pioggia, come i guerrieri antichi portavano l'armatura per guardarsi dai colpi del nemico. Leone si porta addosso questo involucro di vuoto per preservarsi dal contatto degli altri uomini, dalla loro vita agitata e spaventosa. L'impartecipazione di Leone alla vita altrui ha operato anche sul fisico. Gli ha spianato i tratti. Lo ha «neutralizzato». Non appare in mezzo al suo viso sporgenza di naso. I suoi occhi sono come velati da una membrana. La faccia tutta è come contenuta dentro una ineffabile guaina. Indifferenza perfetta. E se lui per istrada non si accorge degli uomini che gli passano vicino, e talvolta lo sfiorano, e talvolta lo urtano, i passanti per parte loro non si accorgono di lui. Meno che se fosse un fantasma, la cui presenza tuttavia noi avvertiamo a un sottilissimo soffio di aria morta che ci sfiora.

 Leone sa vagamente che gli uomini ora si fanno la guerra, ma in che consista la guerra Leone non se lo rappresenta chiaramente, né fa il minimo sforzo per rappresentarselo: non ci pensa. Del resto nella città in cui Leone vive, alla maniera di un arbusto nano in mezzo a un deserto, segni diretti della guerra finora non sono apparsi. Tuttavia, e per una maggiore premunizione, Leone ha diradato anche più i suoi contatti con gli uomini, si è chiuso anche più stretto dentro il suo involucro di vuoto. Leone ieri sera se ne ritornava a casa circa le dieci, dopo aver pranzato alla sua solita trattoria. Il cielo sopra di lui era splendidamente stellato. Tra il timone del Carro era visibile a occhio nudo una piccolissima cometa, ma Leone non badava alla piccolissima cometa, perché la sua indifferenza alle cose terrestri si continua anche alle cose celesti. La città era buia. Leone seguiva l'orlo del marciapiede, che nella via intenebrata tracciava una pallida guida. Le strade erano deserte, pure Leone era guardingo più del solito, quasi temendo che dai muri delle case, dall'asfalto stesso della via venissero fuori a un tratto uomini a frotte, e lo coinvolgessero nella loro vita insidiata e pericolosa. D'un tratto una voce spaventosa ruppe sopra la testa così leggera di Leone e glie la empì di rombo. La casa presso la quale egli si trovava a camminare, posata al margine della via come un enorme dado nero, aveva tirato su quella voce dal fondo delle sue viscere tenebrose e l'aveva cacciata fuori dalla testa buttando all'aria il tetto. A quella voce doveva seguire una grande fiammata accompagnata da un'alta colonna di fumo, ma questo non avvenne e il cielo rimase puro e sereno intorno alla piccolissima cometa.

 A cinque riprese echeggiò l'urlo spaventoso dell'allarme aereo, e tra urlo e urlo il silenzio si riassorbì più cupo, come un abisso che si rifa la pelle. Altre sirene risposero con il loro urlo da vari punti della città. In fondo alla via passarono alcuni uomini correndo, passò una motocicletta tossendo fragorosamente; poi fu assoluto silenzio, inerzia totale. Leone intuì che una volontà perentoria aveva dato ordine a tutti gli abitanti della città di starsene chiusi nelle loro case, e per la prima volta in vita sua Leone si sentì libero, sicuro, padrone del mondo e della vita.

 Un'onda improvvisa di vitalità prima contorse il suo corpo più vegetale che animale, poi lo distese quanto era lungo; e poiché l'involucro di vuoto intorno a lui si era talmente allargato che ora arrivava ai confini del mondo, Leone, esaltato da questa felicità di spazio, cominciò a saltare e a ballare in mezzo alla via deserta e buia, e infine si mise a correre.

 Traversò altre vie spinto avanti avanti dalla irrefrenabile gioia della sua libertà, come un albero che per una improvvisa voluttà di movimento si è sradicato dalla terra e corre attraverso la città; arrivò ai limiti dell'abitato, continuò su per la costa di una collina, che era cinta come un parco da un viale a nastro.

 Arrivò in vetta e ballava ancora. Sotto, nel grave silenzio, giaceva il fantasma bianco della città.

  Il cielo nel frattempo si era coperto di nubi a pecorelle. Era un cielo morbido e di mezza età. Un cielo brizzolato. Un cielo in parrucca.

 Strani abitanti popolavano il cielo. Numerosi e invisibili. E spandevano un ronzio come uno sciame di altissime api. D'un tratto un anello di fiamme si accese intorno alla città, seguito da uno spaventoso boato. Di rimando luci abbaglianti si accesero nel cielo e calarono lente sulla città come gigantesche meduse, illuminandola tutta. Sul fuoco che saliva dalla terra altro fuoco scendeva dal cielo, come grossi fiori rossi su un prato rosso.

 Gioco lontano e incomprensibile: terribile gioco. Anche ora Leone si trova lontano dagli uomini, che assiste a questo lontano e incomprensibile gioco. Perché? E che fare?

  Allora, alla luce abbagliante delle gigantesche meduse che calano lente dal cielo, la mente di Leone all'improvviso si chiarisce. Leone vede. Vede e capisce. Vede e capisce gli uomini che si uniscono con le donne, e si baciano, e si abbracciano. Vede e capisce come da questo abbraccio nascono altri uomini, i quali a loro volta si uniscono con altre donne, e si baciano, e si abbracciano. E vede e capisce assieme che questi medesimi uomini non si uniscono soltanto per baciarsi e abbracciarsi, ma per scontrarsi ancora e per uccidersi in un misterioso e terribile gioco.

  Che strano gioco! Ma che gioco affascinante pure!

Allora Leone che fino allora ha galleggiato assente sulla vita perché anche una foglia galleggia immobile sull'acqua di uno stagno, questo uomo sente come tanti rami liquidi e caldi che gli salgono serpeggiando su dalle viscere e gì'infiammano la faccia, gl'induriscono le mascelle, gli bruciano gli occhi. E velato dal proprio pianto come un cieco dalla sua cecità, Leone scende a precipizio dalla collina e si tuffa nella città che arde.

 E diventato uomo

giovedì 1 ottobre 2020

LA PIANESSA Estratto da "TUTTA LA VITA” Alberto Savinio (Adelphi).



LA PIANESSA

Estratto da "TUTTA LA VITA”
Alberto Savinio
(Adelphi).

    Il treno aveva bruciato anche la stazione di Orvieto, correva acefalo e ferrobolante alla volta di Roma. Acefalo e ferrobolante non sono aggettivi comuni al treno, ma creati or ora e di sana pianta dalla signorina Fufù. In questa vecchia zitella dal nomignolo a vapore e stantuffi, le impressioni ferroviarie sono straordinariamente vive. Nello scompartimento di seconda nel quale essa si sta ristretta in un angolo e dominata da un compagno di viaggio pletorico, come la piccola città di Riva dal monte Brione, la signorina Fufù è in condizioni molto affini a quelle dell'aspirante aviatore dentro la macchina che nelle scuole di aviazione imita i movimenti e il frastuono del volo, e abitua l'uomo terrestre alla vita icariana. E in questo inebriante fragore che la signorina Fufù si sentì accendere nella mente e venire alle labbra l'inaudito aggettivo «ferrobolante», e in un oscuro vortice filologico ebbe la rivelazione di come nascono le parole. Quanto all'aggettivo «acefalo» riferito al convoglio ferroviario, la cosa andò così. Tra Arezzo e Chiusi la signorina Fufù volle uscire per un poco dallo spazio vitale del suo pletorico compagno, sàturo oltre a tutto di aglio e di vino, e a questo fine uscì nel corridoio e si affacciò al finestrino in cerca di aria più pura. In quel mentre il convoglio stava descrivendo una curva fra due bocche di gallerie in una valle traversata da un fiume che scintillava al sole, e la signorina Fufù si accorse che al suo treno mancava la locomotiva, cioè a dire la testa.

  Per istintiva reazione a quella sgradita sorpresa, la signorina Fufù rievocò la figura ben nota della locomotiva, con lo scacciane- ve a pettine sotto lo  scudo del petto, il tubo del fischio sul tetto e il   fumo che a globi ora bianchi ora neri sbuffa dal fumaiolo a imbuto.

 Come mostra la sua meraviglia, sono molti anni che la signorina Fufù ha perduto ogni dimestichezza con le cose ferroviarie, ma in tempi remoti essa aveva percorso più volte il tratto Roma Firenze e Firenze Bologna, e avuto modo di seguire l'evoluzione formale della locomotiva (benché la parola « evoluzione » non fosse pronunciata in quel tempo se non molto di rado e con certa quale riluttanza, per effetto della cattiva fama che presso i bempensanti aveva Carlo Darwin) e aveva ben notato che il fumaiolo della locomotiva si rimpiccioliva via via in proporzione inversa all'allargarsi del suo petto, finché il fumaiolo si ridusse a un tozzo mozzicone di tubo, irto al sommo di un petto presuntuoso e bombeggiante, simile allo scudo di Minerva annegrato dalle battaglie. In quel tempo la signorina Fufù aveva anche confrontato il prospetto della locomotiva con la faccia dell'uomo, e scoperto che come nella faccia dell'uomo il naso lungo indica intelligenza e quello corto stupidità, la locomotiva del pari acquistava un aspetto più potente sì ma più stupido a mano a mano che il fumaiolo si accorciava, e sempre più perdeva della fisionomia vispa e arguta della locomotiva a fumaiolo alto, e soprattutto delle più antiche che avevano il fumaiolo a imbuto o a fungo. Bisogna anche aggiungere che l'attrazione che il naso degli uomini e il fumaiolo delle locomotive esercitavano in quel tempo sulla signorina Fufù non ha rovato di poi la sua naturale applicazione nella pratica sessuale, perché la signorina Fufù, che ora è sopra la cinquantina, si trova tuttora in perfette condizioni di verginità.

  In gioventù la signorina Fufù aveva seguito alcune lezioni di Giosuè Carducci all'Ateneo di Bologna, e in un analogico risveglio di memorie essa ricorda ora che la locomotiva quel «grande» la chiamava «vaporiera». La scoperta che la vaporiera non esiste più, ferisce l'animo della signorina Fufù come la perdita di un caro oggetto personale. Il suo stesso nomignolo Fufù è una onomatopea ferroviaria, dolce ricordo di un gioco che per divertire lei bambina faceva il suo papà, piegando le braccia ad angolo e movendole avanti e indietro a imitazione di due bielle, e rifacendo con la bocca a rosa tra la selvosa barba il «fufù» della locomotiva che come un fisitere che avesse gli sfiatatoi non sopra il capo ma sui fianchi, scaccia il vapore di tra i raggi delle ruote. E ora dov'è il «fufù»?

  Ora al posto del «fufù» c'è alla testa del convoglio una specie di cassone chiuso privo tanto di carattere quanto di attributi, diverso anche nel suo colore di fango dal nero « fatale » della locomotiva: la locomotiva pettegola e frettosa che corre fischiettando per la campagna, traversa i ponti, costeggia il mare, s'inerpica su per le montagne a zig zag, si tuffa nelle gallerie, esce pettoruta e fumigante dall'altra bocca e corre «fufù» «fufù» «fufù». Sul tetto di questa testa senza testa, due fulmini stanno accosciati, magri e cattivi.

 Il convoglio senza locomotiva riaccende nella memoria della signorina Fufù il ricordo di un lontano e luminoso pomeriggio d'estate, la sua piccola mano guantata di filo bianco in quella enorme e bisteccosa della Frau Johanna, avviata alle Cascine al fianco della sua governante, e sul lungarno Amerigo Vespucci scintillante al sole per una recente annaffiata, l'inquietante apparizione della prima « carrozza senza cavalli » ronzante e miracolosa, seguita da uno sciame di be- ceretti scalzi e velocipedi. E come allora i suoi genitori e tutte le persone bempensan- ti, ora, a distanza di mezzo secolo, la signorina Fufù conclude a sua volta che «il progresso uccide la bellezza». Questo pensiero la signorina Fufù non lo ha pensato al finestrino, ma nell'interno della vettura. Al finestrino la signorina Fufù è rimasta solo pochi secondi, e ha dovuto lottare contro il vento che le aveva afferrato il velo e glie lo aveva attorto a ciclone, minacciando di asportarglielo assieme con tutto il cappello dietro e il tuppè sotto dei capelli posticci. La signorina Fufù ama circondarsi il capo di veli, e perpetuare in questo tempo di franchezza vestimentare il tempo in cui la donna si mostrava all'uomo come un tesoro nascosto. A Firenze il treno era stato preso d'assalto da un'orda di viaggiatori urlanti e imbestiati, i quali si aprivano un varco nella calca dei viaggiatori discendenti manovrando le valige a guisa di arieti. La signorina Fufù, che si stringeva al petto la sua magra valigetta di fibra vegetale, come una madre si stringe al seno la carne della sua carne, si trovò portata come da un'onda in una vettura piena di piedi, di gómiti, di bocche fiatose e di acri odori maschili.

 Ad Arezzo un posto d'angolo si vuotò in uno scompartimento di seconda classe, e la signorina Fufù, lieve come un'anima, s'insinuò di sghembo tra la parete dello scompartimento e un uomo colossale in maniche di camicia, che dormiva con la faccia coperta da un giornale e ogni tanto si piegava verso l'ignota compagna pesante e sudato, come per un bisogno di tenerezza. Da questi contatti col gigante dormiente la signorina Fufù inferì una torbida opinione dei misteriosi piaceri dell'alcova, e il terrore misto a una certa quale ripugnanza la strinse a farsi ancora più piccola, ancora più lieve, ancora più schiacciata sulla parete dello scompartimento. In capo a un'ora di questa torturante caricatura della convivenza coniugale, il treno si fermò in una stazione priva di tettoia, e una voce lontana che con improvviso crescendo si avvicinò, gridò di sotto le ruote del convoglio: «Iusi... agni... anciano... erontola... eru- gia... si ambia!». A questo annuncio incomprensibile il gigante si svegliò di colpo, balzò in piedi, tirò giù dalla rete una valigia stretta come un salame da più giri di corda e la giacca che si buttò sulla spalla come un cacciatore la preda, e uscì dallo scompartimento a precipizio pestando il piede della signorina Fufù, che sotto il peso di quella montagna non trovò nemmeno la forza di gridare. Il giornale che aveva coperto quella spaventosa faccia giacque esànime sul sedile, come uno strano uccello caduto dal cielo ad ali spase. La signorina Fufù si sentì vedova, ma senza rimpianto.

 Il treno sostò in altre stazioni ancora, e in ciascuna lo scompartimento della signorina Fufù lasciò parte dei suoi viaggiatori; eppure la signorina Fufù non si arrischiava a toccare quel foglio abbandonato accanto a lei sul sedile, ricordo del suo coniugamento brevissimo e mostruoso. A Orte la signorina Fufù rimase sola nello scompartimento, e quando il treno si rimise in moto e cadde ogni pericolo di nuove invasioni, la signorina Fufù allungò la mano vizza come una secca foglia di plàtano, toccò il giornale la prima volta come se scottasse; tornò a toccarlo, lo trasse piano piano a sé, lo spiegò: era il «Messaggero». Cominciò a leggere.

 La signorina Fufù leggeva con l'attenzione e la pienezza, con l'indifferenza pure e la mancanza di criterio selettivo delle letture che si fanno in treno o al gabinetto; lesse tutto, e le notizie più insignificanti ancora, e non saltò parola, non perdé sillaba. Lesse la prima e la seconda pagina, lesse - caso mirabile - l'elzeviro della terza pagina e il «taglio», la recensione di un concerto e l'elenco dei libri ricevuti; lesse con altrettanta attenzione la cronaca della quarta pagina e gli scritti generici della quinta, passò alle ultime notizie e in fondo a queste lesse anche il nome del direttore responsabile, si ripassò negli annunci mortuari le dispense dall'inviare fiori e il ritorno delle belle anime a Dio, nella piccola pubblicità si centellinò a una a una le richieste d'impiego e di lavoro, le offerte di appartamenti e di negozi, le richieste di camere e di pensioni, le occasioni di pianoforti a coda e verticali... A questo punto la signorina Fufù staccò gli occhi dal foglio come per riprendere contatto con la realtà, poi tornò a leggere: «Occasionissime! Casa del Pianoforte. Pianoforti a coda e verticali delle migliori marche: Bluthner, Beckstein, Steinway... ». E una volta ancora, come la sera avanti a teatro, la signorina Fufù sentì l'aria intorno a sé riempirsi di una dorata sonorità. Fufù è nome ridicolo certo, ma molto più ridicolo sarebbe, e più assurdo pure, e più contradditorio per di più, e soprattutto più doloroso, lei così sfortunata, così infelice, così brutta, uno dei tre nomi che legalmente le furono imposti al fonte battesimale, e che sono Fortunata Felicita Bella. Il nome, pensa la signorina Fufù, è il simbolo e il segno distintivo di colui che lo porta, e imporre il nome ai propri figli quando i figli non hanno ancora la possibilità di esprimere sul nome imposto il proprio gradimento, è un abuso d'autorità e talvolta un'infamia. Il soprannome Fufù suo padre glielo aveva messo per scherzo, ma ora la signorina Fufù si domanda se fu veramente uno scherzo o non piuttosto un tentativo di rimediare, o almeno di nascondere sotto un soprannome onomatopeico e insensato,l'errore crudele dei tre nomi veri. Del resto che importa Fufù? Sono più di trent'anni ormai che il ridicolo di Fufù non ha più significato né suono per la signorina Fufù, come per noi la parola « gioviale » non riecheggia più nella nostra mente la felice influenza di Giove sui mortali; cioè da quando costei, superati i vent'anni, era venuta nel convincimento che la vita ormai non sarebbe più mutata per lei, e come poco avanti il suo scompartimento aveva buttato fuori i suoi ultimi viaggiatori, così allora essa buttò via le sue ultime speranze. Anche il viaggiare era diventato inutile e la signorina Fufù non aveva più viaggiato. Ed è per questo che la signorina Fufù ignorava che in questo frattempo su molte linee della rete ferroviaria la trazione a vapore era stata sostituita dalla trazione elettrica, e le locomotive dai locomotori. La lettera del notaio dottor Cuscinà arrivò inaspettata, che invitava la signorina Fortunata Felicita Bella Fantapié a venire a Firenze, per la successione dello zio Bruno Fantapié.

Lo zio Bruno? Questo zio non mai veduto in vita, e di cui suo padre parlava molto di rado e illustrandolo ogni volta con aggettivi malevoli e accusatori, la signorina Fufù non volle vederlo nemmeno morto, e fece in modo di arrivare a Firenze « a cose fatte ». La signorina Fufù non «sentì» quel lutto. Nell'atrio dell'albergo, presso la cattedra del portiere, grondavano gli uni sugli altri i manifesti degli spettacoli. Del Maggio Fiorentino la signorina Fufù aveva un'idea molto oscura. Queste due parole unite assieme le risvegliarono nel fondo della memoria alcuni versi sopravvissuti alle odiose letture liceali, che essa si recitò a stento davanti a quel manifesto:

  Ben venga Maggio e 'l gonfalon selvaggio, ben venga primavera che vuol l'uom s'innamori.

 Egualmente però quel manifesto non avrebbe esercitato attrazione su lei, se non avesse recato in lettere cubitali il nome di Don Giovanni. Stranamente il tempo cominciò a camminare a ritroso. Stranamente la signorina Fufù si ritrovò vicino ai suoi genitori; più stranamente ancora essa fu felice di saperli morti. Libera dunque, libera finalmente, lei cinquantenne ma così prigioniera ancora, così giovane, così bambina, libera di conoscere l'uomo che i suoi genitori le avevano tenuto nascosto come il diavolo, come il seduttore temuto e desiderato.

  Non è vero dunque che trent'anni prima, arrivata al convincimento della definitiva ir-rimutabilità della sua vita, la signorina Fufù aveva buttato via le sue ultime speranze?... La signorina Fufù uscì dall'albergo, traversò Firenze nella luce opaca che segue il crepuscolo e porta tra noi la luce senza vita né speranza dei campi d'asfodelo; arrivò al Teatro della Pergola, fu portata dal fiume degli spettatori dentro una specie di scatola bianca finemente rabescata d'oro. Le poltrone intorno erano ricoperte di velluto rosso, materia e colore dei troni e comunque dei seggi riservati alle supreme dignità. « Don Giovanni alla Pergola » pensò la signorina Fufù, e sottilmente si compiacque dell'involontario bisenso. Era l'interno di una scatola di giochi: di giochi antichi. In questa scatola si entra per giocare e assieme per ricordare: per giocare ricordando, o se più vi piace per ricordare giocando. C'è fino l'odore delle scatole dei giochi: quell'odore misto di cartone e di vernice che intorno al Natale le piccole narici di Fufù ansiosamente fiutavano nell'aria folta della casa, tra l'odore del ceppo che come un arrosto decorativo si andava lentamente consumando sugli alari del caminetto, e il caldo profumo delle crostate verniciate di marmellata che saliva dal sottosuolo, simile alla benedizione delle Madri sotterranee. Dal sommo della scatola dei giochi un mazzo enorme e scintillante pende sul capo della signorina Fufù, e ogni suo fiore è una luce.

  Poi il mazzo luminoso si spense, l'interno della scatola dei giochi piombò nel buio, e allora la signorina Fufù si avvide che in quella scatola essa era chiusa due volte, perché intorno a lei si accendevano le barre di una gabbia d'oro.

  Era la musica del Don Giovanni, ma la signorina Fufù pensò la musica di Don Giovanni. L'oro a poco a poco la circondò da ogni parte. Essa stessa si trasformò in oro. Non la sola coscia come Pitagora ma tutto il corpo, e dentro quella gabbia d'oro la signorina Fufù si sentì canarina. Non l'oro sterile e duro che uccide la ragione dell'uomo e dissangua i popoli, ma un oro duttile e ondeggiante, flessuoso e fecondo, che all'infinito generava altro oro.

  Ora, nello scompartimento del treno che corre, è quella medesima atmosfera d'oro che la signorina Fufù ha ritrovato nell'annuncio dei pianoforti da vendere, e la dorata musica di Mozart le risuona nella testa. Essa di preciso non saprebbe ridire quello che ha udito, ma la rivelazione le è egualmente chiara di una vita tutta lindore e bellezza, tutta felicità e armonia, e onde la bruttezza è esclusa, il dolore, la morte. La signorina Fufù ha capito che anche vecchi, anche brutti, anche soli c'è modo di essere giovani, di essere belli, di essere vicini a un cuore che ama. Aggrappata ai braccioli della poltrona, le mascelle serrate da spezzarsi in bocca le cerniere della dentiera, il suo miserabile e vizzo petto in tumulto, la signorina Fufù fu via via Zerlina, Donna Elvira, Donna Anna; e, Donna Elvira, sentì l'amore al modo di biondo e casto sentimento; Zerlina, si sentì bruciare all'invito di « dar la mano» a Don Giovanni; ardente e fosca Donna Anna, la signorina Fufù non riuscì a odiare l'uccisore di suo padre, ma anzi, e orribile a dirsi e assieme spaventosamente dolce, lo amò di più. C'è dunque qualcosa di superiore al padre: alla memoria del padre? La signorina Fufù entrò in un equivoco tenebroso, nel quale padre e uomo amato si confondevano in una medesima persona. Dall'ombra delle memorie il cavaliere Fantapié ritornava a sua figlia non più funzionario meticoloso e cavaliere della Corona d'Italia, ma cavaliere magnifico di Carlo Quinto, la mosca al mento, le piume al cappello, la spada al fianco.

  L'indomani, di buon mattino, la signorina Fufù andò all'indirizzo indicato nel giornale e disse che voleva acquistare un pianoforte; ma questo desiderio essa lo manifestò alla prima persona che le si parò davanti nella Casa del Pianoforte, e che era un addetto molto giovane, quasi un ragazzo e privo di autorità commerciale. Costui disse alla signorina Fufù di aspettare e sparve. Era una lunga infilata di sale lucide e fredde, come nei musei che la signorina Fufù visitava giovinetta, la mattina della domenica, in compagnia di suo padre, e vi spirava un odore di vernice. Veniva da lontano un suono di note ribattute, di accordi insistenti, di arpeggi più volte ripetuti: la voce di un pianoforte in cura, il petto aperto probabilmente e le corde nude, al quale l'accordatore riaccordava il cordame. Dal fondo di quella scuderia pianistica, arrivò con uno scricchiolio di scarpe nuove un signore rigorosamente vestito di nero e unto di untuosità ecclesiastica. La signorina confidò a costui lo stesso desiderio poco avanti confidato all'irresponsabile giovinetto, come avrebbe confessato al confessore un suo peccato.

  «Maschio o femmina?» domandò l'untuoso signore.

 « Come dite? » domandò a sua volta la signorina Fufù, sgranando gli occhi. L'untuoso signore si riprese, scacciò con un molle gesto della mano davanti alla fronte la momentanea distrazione. «Scusi: diciamo così nel nostro gergo di fabbricanti di pianoforti. Volevo dire se lei desidera un pianoforte verticale o un pianoforte a coda». «Il migliore», disse la signorina Fufù, che non se ne intendeva. « Mi affido a lei che è un tecnico».

 «Allora diremo una coda», concluse l'untuoso signore. «Ho appunto una coda che fa benissimo per lei. Un'occasione stupenda». Traversarono le sale lucide e odorose di vernice. I pianoforti erano o bradi o a gruppi, bestie pacifiche e silenziose, verticali oppure orizzontali, di ogni dimensione e statura, alcuni molto grandi e altri molto piccoli, figli questi presumibilmente e quelli i padri. Passando, l'untuoso signore scopriva ad alcuni la dentatura, ad altri carezzava i fianchi o il lucido groppone. Ora laggiù l'invisibile accordatore taceva, e in luogo degli accordi e degli arpeggi si udiva la trombettina insistente del la perpetuo. In una sala, circondato di pianoforti neri come camerieri in frac, stava un pianoforte alto e interamente bianco: un cigno fra i corvi. «Il nostro albino» disse accennando con la mano l'untuoso signore, e sorrise con infinita malinconia. La signorina Fufù non capì, e guardò la sua guida con una certa quale apprensione. L'«occasione stupenda» stava nell'ultima sala, ed era un pianoforte a coda e lungo come una balena, basso sulle zampe tarchiate e tozze. L'untuoso signore schiacciò alcuni accordi perentorii, con una forza insospettabile in uomo di apparenza così molle; dopo di che chiese il permesso di andare a stendere il contratto. Rimasta sola, la signorina Fufù toccò un tasto e sentì per tutto il corpo un formicolio di piacere. Armata di maggior coraggio toccò due tasti insieme, e a quell'embrione di armonia l'oro d'un tratto si riaccese intorno a lei, che l'aveva avvolta due sere prima nella sala della Pergola, durante la rappresentazione del Don Giovanni di Vol-fango Amedeo Mozart. Ora la signorina Fufù è felice, profondamente felice, arcanamente felice. Ha pagato la fattura, ha dato la mancia ai facchini, ha richiuso la porta di casa, ha rimesso a posto il tappeto sotto i piedi del pianoforte lungo e nero posato in mezzo al salotto, che trasforma la vita in tutto lindore e bellezza, e dissipa con la sua voce d'oro la bruttezza, il dolore, la morte.

 Egualmente erculei erano i quattro facchini che con cinghie e bestemmie avevano portato il pianoforte della signorina Fufù su per i quattro piani della casa, egualmente carichi di cupe minacce, egualmente espansivi di un acre fetore vinoso e di sudore stantio assieme; ma uno di costoro somigliava al gigantesco viaggiatore che tra Arezzo e Chiusi era stato compagno di scompartimento della signorina Fufù, e inconsapevolmente aveva dato a costei una oscura e imperfetta conoscenza della convivenza coniugale. E proprio a costui la signorina Fufù consegnò le cento lire di mancia con che essa pensò di mettersi al sicuro dalle oscure minacce contenute in quei quattro corpi colossali, ma non l'ombra di un sospetto essa vide traversare la fronte di colui, solcata di rughe e imperlata di sudore, non la più tenue luce di complicità accendersi nei suoi occhi sepolti sotto le pieghe della carne rossa. E quando finalmente la signorina Fufù si ritrovò sola in casa, essa, piano piano, tremando, si avvicinò al pianoforte come a una creatura viva ma addormentata, e che il minimo rumore, il più piccolo gesto inconsiderato può svegliare, sollevò il coperchio sulla dentatura lievemente ingiallita, toccò due note insieme per ritrovare ancora l'oro e l'armonia, ma subito ritrasse la mano con raccapriccio: la tastiera era calda e molle. La signorina Fufù si arrischiò a toccare la coda dello strumento, ed essa pure era morbida e calda.

 «Hanno la febbre i pianoforti?». Dissipata la prima e maggiore paura, la signorina Fufù si accorse che non il pianoforte aveva dette quelle parole ma essa stessa, ad alta voce, sola in mezzo al salotto, davanti al misterioso strumento febbricitante. E le pareva ancora che il pianoforte fosse più grosso che nella sala della Casa del Piano forte, più grasso, più gonfio, e che si andasse intasando sulle zampe tozze. La signorina Fufù non chiuse occhio. Entrare di notte in salotto non osò, ma attraverso la porta le pareva di udire l'ansimo del pianoforte che respirava a fatica. Si chiuse a chiave nella sua camera. Le tornò in mente la « distrazione » dell'untuoso signore: « Maschio o femmina?». Rabbrividì sotto il lenzuolo. Per la prima volta nella sua vita di vergine cinquantenne, la signorina Fufù si sentì sola in casa, di notte, con un uomo. Alle sette, Marta, la donna di tuttofare che veniva ogni mattina per i servizi, bussò a precipizio alla porta della signorina Fufù, ma non volle dare spiegazioni attraverso la porta chiusa. La signorina Fufù corse in salotto a piedi scalzi, sui suoi brutti piedi a forchetta: il pianoforte giaceva sul tappeto, respirava grasso con ampio palpito del fianco, e intorno gli si agitavano molti pianofortini alcuni verticali e alcuni a coda, e spandevano suoni sottili e dorati.

  La signorina Fufù arrivò alla Casa del Pianoforte col tuppè di traverso e l'abito infilato a rovescio. L'untuoso signore stette a sentirla con dolce condiscendenza, e una volta ancora fece quel molle gesto della mano davanti alla fronte, come per dissipare una distrazione.

« Una svista » disse la sua voce di miele. « Per errore è stato consegnato alla signorina Fan-tapié un pianoforte femmina: una pianessa, che i fabbricanti tengono in fabbrica per la riproduzione, e che per questo sono più pregiati. Ma se la signorina non lo vuol tenere... ».

 « Mi ha riempito il salotto di pianofortini neonati... capirà... una signorina che vive sola... ». «Deplorevole errore!» si dolse l'untuoso signore. «Vuol dire che la pianessa che distrattamente abbiamo consegnato ieri alla signorina Fantapié, era piena di uova». L'untuoso signore parlava non come quando si è soli con l'interlocutore, ma come se ci fosse un intero pubblico ad ascoltarlo. Dopo quelle parole egli premè il dito sul bottone di un campanello, e al giovanissimo addetto che per effetto di quella pressione si presentò, disse con voce severa: «Come mai c'era in negozio una pianessa piena di uova?».

  « Io... non saprei, commendatore » si scusò il giovanissimo addetto, arrossendo fino alla radice dei capelli e aprendo le braccia come ali. L'untuoso signore aggiunse inappellabile: «Chiamatemi il signor Fòrbice!». Ritornata a casa, la signorina Fufù trovò che i pianini già si erano fatti grandicelli, e fu felicemente sorpresa di come crescono presto i pianoforti. Alcuni camminavano beccheggiando, altri digrignavano i dentini; un pianino a coda, vista la signorina Fufù affacciarsi alla porta del salotto le corse incontro scodinzolando, e il cuore della vecchia e sterile signorina fu irrorato di tenerezza. Quando la Casa del Pianoforte telefonò per domandare a che ora doveva mandare a riprendere la pianessa e i pianini, la signorina Fufù rispose che aveva cambiato idea e si teneva la pianessa e i suoi piccoli. Chi sa? L'atroce sospetto forse le traversò la mente che quel signore rigorosamente vestito di nero, untuoso con lei ma così duro con l'infantile addetto della casa, potesse far annegare alcuni dei pianini neonati e magari quello stesso che le era corso incontro scodinzolando. « Le daranno un gran da fare » disse la dolce voce all'altro capo del filo. «E per nutrirli?». « Mi arrangerò » disse la signorina Fufù. « Sono così sola... ».

  Nel volgere di pochi giorni, i piccoli pianoforti divennero dei pianoforti giovinetti. Era un gusto vederli aggirarsi per casa, arrampicarsi sui mobili, nascondersi dietro le tende, giocare come cuccioli. Alcuni giovani pianoforti a coda si fermavano in mezzo al salotto, puntavano la zampetta, tiravano su il coperchio come il pulcino che si gratta sotto l'ala.

  Talvolta, in mezzo ai giochi, una lite scoppiava fra due pianoforti verticali o fra due pianoforti a coda, e alla signorina Fufù toccava correre a separarli. Tra pianoforte verticale e pianoforte a coda liti non scoppiavano mai, per quella medesima imbellicosità fra sesso e sesso che vieta altresì a un cagnolino di litigare con una cagnetta, ma non però a un uomo di litigare con una donna. La pianessa quanto a sé aveva superato le fatiche del parto e dell'allattamento, era tornata ritta sulle sue zampe tarchiate e tozze ma era un po' sciupata. Solo un uomo superficiale e sfornito di spirito può credere che i pianoforti si nutrano di crome e biscrome: i giovani pianoforti della signorina Fufù divoravano enormi quantità di carne, di legumi, di verdura, e la pianessa per di più si beveva tre litri di latte al giorno. La modesta rendita della signorina Fufù non bastando più alla spesa, essa cominciò a intaccare il capitale. Che importa? La sua vita ora aveva uno scopo.

 Intanto, piena di quelle giovani corde, di quelle bianche tastiere, la casa della signorina Fufù si è riempita di un'armoniosa musica d'oro, che di giorno non si spegne mai e di notte si raccoglie nel sommesso ronzio dei sogni. E la signorina Fufù, che a un tempo è Zerlina, è Donna Anna, è Donna Elvira, e in queste tre diverse donne ha l'amore di Don Giovanni, il quale per merito suo è divenuto l'amante più fedele del mondo, gode dell'infranta sterilità della sua casa, e sogna di unire i nuovi pianoforti verticali con i pianoforti a coda, ossia i pianoforti maschi con i pianoforti femmine, in fecondi accoppiamenti. E la signorina Fufù, che fino a ieri era sola al mondo, ora si vede circondata di una vita rigogliosa e sonora, e dietro la sua bruttezza, come dietro il più sicuro riparo, è angelicamente felice.

  Egualmente però la signorina Fufù è sola al mondo. E poiché ella non ha parenti nemmeno lontanissimi, è il capofabbricato che si occupa di lei, aiutato dal portiere. E una mattina si presentano in casa della signorina Fufù due giovani donne sobriamente vestite di grigio, che dolci e risolute assieme invitano la signorina Fufù ad accompagnarle alla Casa del Pianoforte, per comunicazioni che la riguardano. Udito lo scopo, la signorina Fufù non se lo fa ripetere due volte. Fuori del portone aspetta un tassì, che conduce la signorina Fufù e le due donne vestite di grigio a una villa fuori porta, circondata di un amenissimo giardino. La camera nella quale fanno entrare la signorina Fufù è linda e bianca, ma la finestra è quadrettata di solide sbarre.

 In mezzo al salotto della signorina Fufù il pianoforte è rimasto a bocca aperta, sul leggio è lo spartito del Don Giovanni aperto a pagina 83, sull'invito di Don Giovanni a Zerlina: «Là ci darem la mano, là mi dirai di sì...». Quello spartito che la signorina Fufù non riuscirà mai a leggere: quel pianoforte che la signorina Fufù non riuscirà mai a sonare.


lunedì 28 settembre 2020

MISTERI Knut Hamsun

 


MISTERI

Knut Hamsun 

L'opinione dell'editore 

[...]Scritto nel 1892 e considerato tra i primi capolavori di Hamsun, Misteri è il romanzo romantico di un amore ossessivo e impossibile, ma anche una storia di perdizione dentro se stessi, un viaggio nietzschiano tra le pulsioni inconciliabili della natura umana. [...]

Con un eccentrico abito giallo, un astuccio di violino e una boccetta di veleno nel panciotto Johan Nagel compare all’improvviso in una cittadina della costa norvegese. Impossibile capire chi sia veramente questo misterioso sconosciuto, seducente affabulatore, ribelle e cinico, brutale e ultrasensibile. Un uomo che vive di sole emozioni e fantasie contro lo svilente buonsenso, che deride la scienza, il progresso e ogni «professionista della ragione» di fronte all’ineffabile fluire dell’esistenza, che alla retorica dell’impegno e della virtù oppone la libertà dell’istinto e un’umana cialtroneria, sconvolgendo la piccola comunità «per bene» che non riesce ad assimilarlo. Ma è del fiore più ambito di quel fasullo mondo borghese che Nagel s’innamora perdutamente quando incontra Dagny, candida fanciulla con gli occhi azzurri e una lunga treccia d’oro, che è per lui «neve purissima e spessa come seta», espressione di una pienezza e serenità da cui l’uomo tutto passioni e nervi è inesorabilmente tagliato fuori. Scritto nel 1892 e considerato tra i primi capolavori di Hamsun, Misteri è il romanzo romantico di un amore ossessivo e impossibile, ma anche una storia di perdizione dentro se stessi, un viaggio nietzschiano tra le pulsioni inconciliabili della natura umana. Anticipatore di quei sotterranei dell’io che porteranno a Joyce e Freud, Nagel rimane l’irriducibile anarchico dell’anima, la voce provocatrice dello spirito libero contro la moderna «saggezza da quattro soldi», perché «quale profitto c’è, in fondo, a spogliare la vita di ogni poesia, sogno e menzogna? Qual è la Verità, lei la conosce?» L'autore Cresciuto in una povera famiglia di contadini del Norland, in Norvegia, il cui grandioso scenario naturale fa da sfondo a tanta parte della sua opera, segue presto da autodidatta e senza successo la vocazione letteraria. Dopo aver provato ogni sorta di mestiere, da mandriano a merciaio ambulante e controllore di biglietti del tram in America, con la pubblicazione del rivoluzionario romanzo Fame (1890) segna una svolta nella letteratura europea e dà luce al prototipo dell’eroe-viandante, espressione di anarchica libertà ma anche di invincibile solitudine e raggelante percezione del nulla. Considerato un maestro da scrittori come Thomas Mann, Kafka, Brecht, Hemingway e Isaac Bashevis Singer, che lo ha definito il padre della letteratura del XX secolo, la sua fama, consacrata dal Premio Nobel nel 1920, è oscurata in vecchiaia dall’infausta adesione al nazismo. Iperborea ha pubblicato i romanzi Un vagabondo suona in sordina, Sotto la stella d’autunno, La regina di Saba e Sognatori. 1 L’anno scorso, a metà estate, una cittadina della costa norvegese diventò teatro di avvenimenti del tutto eccezionali. Vi fece infatti la sua comparsa uno straniero, un certo Nagel, un tipo strambo quanto singolare che si abbandonò a una quantità di stravaganze per poi scomparire all’improvviso, così com’era venuto. Tra le altre cose ricevette la visita di una giovane signora misteriosa, che arrivò non si sa con quale scopo e, tutto sommato, non si trattenne più di un paio d’ore prima di andarsene per la sua strada. Ma non è questo l’inizio… L’inizio è che quando il battello attraccò verso le sei del pomeriggio, tra i due o tre passeggeri che comparvero sul ponte c’era un uomo in un eccentrico vestito giallo con un ampio berretto di velluto. Era il pomeriggio del 12 giugno: quello stesso giorno era stato annunciato il fidanzamento della signorina Kielland e la città era imbandierata in più punti. Quando il fattorino del Central Hotel salì a bordo, l’uomo con il vestito giallo gli affidò subito il proprio bagaglio e consegnò anche il biglietto a uno dell’equipaggio, ma poi si mise a camminare su e giù per il ponte della nave senza scendere a terra. Sembrava in preda a una forte agitazione. Al terzo segnale di partenza non aveva ancora nemmeno pagato il conto al ristorante di bordo. Stava appunto per farlo quando si fermò di colpo: si era accorto che il battello stava salpando. Rimase un attimo perplesso, poi fece segno al fattorino a terra e da sopra la murata gli disse: «Bene, prenda pure il mio bagaglio e tenga comunque pronta una camera.» Dopodiché il battello se lo portò via, lontano oltre il fiordo. Quell’uomo era Johan Nilsen Nagel. Il fattorino dell’albergo caricò il bagaglio su un carretto: due bauletti, una pelliccia – sì, una pelliccia, in piena estate – e ancora una valigia e un astuccio di violino. Il tutto senza etichetta. L’indomani, a mezzogiorno, Johan Nagel arrivò all’albergo in carrozza, una carrozza a due cavalli che veniva dall’entroterra. Poteva benissimo e più comodamente arrivare per mare, e invece arrivò in carrozza. Con sé aveva altro bagaglio: sul sedile davanti c’erano un terzo baule e accanto una sacca, un soprabito e una coperta da viaggio con avvolte dentro alcune cose. La coperta portava le iniziali J.N.N. ricamate con perline. Prima ancora di smontare dalla carrozza chiese della camera all’albergatore, e quando fu al secondo piano si diede a esaminare le pareti, per capire quanto fossero spesse e se dalle camere vicine potessero sentire. Poi, all’improvviso, si rivolse alla cameriera. «Come si chiama?» «Sara.» «Sara.» E subito dopo: «Potrei avere qualcosa da mangiare? Dunque, Sara, giusto? Senta», aggiunse, «una volta, qui, in questo edificio, c’era una farmacia?» Meravigliata la ragazza rispose: «Sì, ma parecchi anni fa.» «Davvero molti? Sa, ne sono rimasto immediatamente colpito, non appena ho messo piede qui dentro. Non che ne abbia sentito l’odore, ma è stato come una sensazione. Proprio così.» Quando scese a mangiare non disse una parola per tutto il pranzo. Al suo ingresso i due compagni di viaggio sul battello, cioè i due signori che ora sedevano a capotavola, si erano scambiati ammiccamenti e ora lo canzonavano fin troppo apertamente per l’incidente del giorno prima, ma lui non mostrò neppure di accorgersene. Mangiò in fretta, rifiutò con un cenno del capo il dessert e si alzò di scatto, buttando indietro lo sgabello. Subito dopo si accese un sigaro e scomparve in fondo alla strada. Rimase fuori fin molto dopo la mezzanotte; rientrò solo poco prima delle tre. Dov’era stato? Si seppe in seguito che era tornato al villaggio di Nabo, facendo a piedi, andata e ritorno, la lunga strada che quella stessa mattina aveva percorso in carrozza. Evidentemente doveva avere qualche importantissimo affare laggiù. Quando Sara gli aprì era tutto sudato, ma le sorrise più volte e sembrava di ottimo umore. «Dio che collo delizioso che ha, ragazza mia!» esclamò. «È arrivata posta per me mentre ero via? Voglio dire per Nagel, Johan Nagel? Diamine, solo tre telegrammi! A proposito, mi faccia il piacere di portarsi via quel quadro dalla parete. Lo tolga da lì, è noioso doverlo fissare continuamente quando sono a letto. Tra l’altro, Napoleone III non aveva una barba così verde. Grazie, gliene sarò grato.» Uscita Sara, si fermò in mezzo alla stanza e rimase lì, completamente immobile. Assorto e assente, fissava un punto della parete e, a parte la testa che si piegava sempre più di lato, non fece il minimo movimento. Restò così a lungo. Di statura inferiore alla media, aveva un volto bruno con un paio d’occhi neri e una bocca fine, femminile. A un dito portava un semplice anello di bronzo o di ferro, aveva spalle molto larghe e dimostrava ventotto o trent’anni, non di più. Alle tempie i capelli erano già brizzolati. Si riscosse all’improvviso, con uno scatto così repentino da sembrare premeditato, come se fosse rimasto a lungo a pianificare proprio quel gesto, benché fosse solo nella stanza. Dopodiché tirò fuori dalla tasca dei pantaloni alcune chiavi, degli spiccioli e una specie di medaglia con un misero nastrino spiegazzato, e depose il tutto sul comodino. Poi infilò il portafoglio sotto il cuscino e dal taschino del panciotto prese l’orologio e una boccetta, una piccola boccetta di medicinali con l’etichetta: veleno. Tenne un attimo in mano l’orologio prima di posarlo, mentre la boccettina la rimise immediatamente nel taschino. Quindi si sfilò l’anello per lavarsi e si lisciò i capelli all’indietro con le dita. Dello specchio non si servì affatto. Si era già coricato quando a un tratto si ricordò dell’anello che aveva dimenticato sullo sgabello accanto al lavandino e, come se non potesse fare a meno di quel misero cerchietto di ferro, si alzò e se lo rimise al dito. Infine aprì i tre telegrammi, ma aveva appena finito di leggere il primo che scoppiò in una risatina silenziosa. Rideva tra sé e sé, lì disteso, tutto solo; aveva denti bellissimi. Poi tornò serio e un istante dopo, con la massima indifferenza, gettò via i telegrammi. Eppure dovevano riguardare un grosso affare, un affare importante; si parlava di sessantaduemila corone per una proprietà terriera, proprio così, un’offerta di pagamento in contanti dell’intera somma se la vendita si fosse conclusa al più presto. Si trattava dunque di telegrammi d’affari, brevi e concisi, niente di ridicolo, anche se non erano firmati. Di lì a pochi minuti Nagel dormiva già. Le due candele che ardevano sul comodino e che aveva dimenticato di spegnere gli illuminavano il petto e il volto accuratamente sbarbato e gettavano un raggio di luce sui telegrammi che giacevano aperti lì accanto… La mattina dopo Johan Nagel spedì all’ufficio postale il fattorino che ritornò con parecchi giornali, tra cui anche un paio stranieri, ma nessuna lettera. Quanto all’astuccio di violino, Nagel lo prese e lo sistemò su una sedia in mezzo alla stanza, come per metterlo in mostra; ma non l’aprì e non toccò mai lo strumento. Nel pomeriggio scrisse qualche lettera e passeggiò per la stanza leggendo un libro. Poi andò a comprare un paio di guanti in una bottega e poco più tardi andò in piazza e pagò dieci corone per un cucciolo rosso, che subito dopo regalò all’albergatore. Per scherzo aveva battezzato la bestiola Jakobsen, nonostante fosse una cagnetta. In sostanza non fece niente tutto il giorno. Non aveva affari da sbrigare né persone da incontrare né uffici da visitare, non conosceva nessuno. In albergo, quella sua strana noncuranza per tutto o quasi, perfino per le proprie cose, destava non poca meraviglia. Quei tre telegrammi erano ancora aperti sul comodino della sua stanza, non li aveva più degnati di uno sguardo dalla sera in cui erano arrivati. Riusciva a evitare di rispondere anche alla più semplice domanda. Due volte l’albergatore aveva tentato di sapere chi fosse e perché si trovasse in città, e in entrambi i casi lui si era schermito. Eppure durante il giorno capitò un fatto strano: benché non conoscesse nessuno del posto, e a nessuno si fosse avvicinato, si era fermato davanti a una fanciulla nei pressi del cimitero. Si era fermato a guardarla, salutandola poi con un profondo inchino senza aggiungere una sola parola di spiegazione. La ragazza in questione era arrossita tutta in viso e lui, impudente, si era allontanato, inoltrandosi per la strada del bosco, in direzione del presbiterio e oltre – cosa che del resto fece anche nei giorni seguenti. La sera bisognò continuare a scendere ad aprirgli quando l’albergo era già chiuso, perché si ritirava molto tardi da quei suoi vagabondaggi. La terza mattina, però, quando uscì dalla stanza, l’albergatore l’avvicinò salutandolo e gli si rivolse con modi gentili. Andarono a sedersi fuori, in veranda, e all’albergatore venne l’idea di fargli una domanda a proposito di una cassetta di pesce fresco. «Sa dirmi come potrei spedirla?» Nagel guardò la cassetta, sorrise e scosse il capo. «Non saprei», rispose. «Davvero? Pensavo che, avendo viaggiato molto, poteva forse aver visto altrove come ci si regola in materia.» «Oh, no. Non ho viaggiato molto.» Silenzio. «Già, forse si occupa di… sì, di tutt’altro. È per caso un uomo d’affari?» «No.» «Quindi non è qui per affari?» Silenzio. Nagel accese un sigaro e prese a fumarlo in tutta calma, guardando in aria. L’albergatore l’osservava. «Non ci suonerebbe qualcosa, almeno una volta? Ho visto che ha un violino», riprese poi. Nagel rispose indifferente: «Oh no. Ho smesso di suonare.» Poco dopo si alzò e senza dire niente si allontanò. Un attimo dopo tornò indietro. «Senta, volevo dirle: può prepararmi il conto quando vuole. Non ho preferenze riguardo al pagamento.» «Grazie», rispose l’albergatore, «non c’è fretta. Se rimane a lungo possiamo senz’altro farle uno sconto. Non so, ha pensato di trattenersi ancora per molto?» Di colpo Nagel si animò; senza alcuna ragione plausibile gli si diffuse anche un leggero rossore in volto. «Be’, non è da escludere che mi fermi ancora per molto. Dipende dalle circostanze. A proposito, forse non le ho detto che sono un agronomo, un coltivatore: sono reduce da un viaggio ed è probabile che mi trattenga qui per un po’. Forse ho anche dimenticato di… Mi chiamo Nagel, Johan Nilsen Nagel.» E strinse la mano dell’albergatore con la massima cordialità, pregandolo di scusarlo per non essersi presentato prima. Apparentemente non c’era traccia d’ironia nei suoi modi. «Ho pensato che magari potremmo procurarle una camera migliore e più confortevole», osservò l’albergatore. «Quella che ha adesso è troppo vicina alla scala, e non è sempre piacevole.» «No, grazie, non occorre. La camera è ottima e mi va benissimo. Inoltre dalle finestre vedo l’intera piazza, il che in realtà mi diverte.» Dopo un po’ l’albergatore aggiunse: «E così si concede un po’ di riposo? Rimarrà fin dopo l’estate?» «Un due o tre mesi», rispose Nagel, «forse anche di più, ancora non ho deciso. Dipende dalle circostanze. Vedremo.» In quel momento passò, affrettandosi a salutare l’albergatore, un tipo dall’aspetto trascurabile, basso e vestito molto dimessamente. Per quanto impedito e impacciato nel camminare, procedeva abbastanza svelto. Si spese in un inchino piuttosto profondo e tuttavia l’albergatore non si portò nemmeno la mano al cappello, mentre Nagel si tolse il suo berretto di velluto. L’albergatore lo guardò e disse: «È un tale che chiamiamo Minuto. Un po’ tocco, ed è un peccato, perché ha un cuore d’oro.» Questo è tutto quanto fu detto su Minuto. «Qualche giorno fa», disse d’un tratto Nagel, «ho letto sui giornali di un uomo trovato morto nel bosco. Chi era esattamente? Un certo Karlsen, mi pare. Era del posto?» «Sì», rispose l’albergatore, «era figlio di una venditrice di sanguisughe. Può vedere la sua casa da qui, quel tetto rosso laggiù. Era appena tornato per le vacanze e, al tempo stesso, per finire i suoi giorni. Peccato, però, era un giovane di talento, presto sarebbe diventato prete. Già, non è facile prevedere la fine. In ogni modo, la faccenda è sospetta: visto che aveva le due arterie tagliate è difficile pensare a un incidente. Ora è stato rinvenuto anche il coltello, un temperino dal manico bianco; la polizia l’ha trovato ieri pomeriggio. Probabilmente c’è sotto una storia d’amore.» «Davvero? Sospettano veramente che abbia potuto uccidersi?» «Si spera il meglio. Voglio dire: c’è chi pensa che avesse il coltello in mano e sia inciampato, ferendosi in due punti contemporaneamente. Per conto mio, mi sembra poco probabile, molto poco probabile. Quasi certamente, comunque, lo seppelliranno in terra benedetta. Per me non è inciampato affatto!» «Ha detto che hanno trovato il coltello solo ieri pomeriggio, quindi non era accanto a lui?» «No, a parecchi passi di distanza. Deve averlo usato e poi buttato via, lontano, in mezzo al bosco. L’hanno ritrovato per puro caso.» «D’accordo, ma che motivo c’era di gettare lontano il coltello, avendo sul corpo quei tagli aperti? Era evidente per tutti che doveva aver usato un coltello.» «Sa Dio quali erano le sue intenzioni. No, come le dicevo, dev’esserci sotto una storia d’amore. Chi aveva mai sentito una follia del genere. Sì, più ci penso e più mi convinco che è così.» «Perché pensa che ci sia sotto una storia d’amore?» «Per vari motivi. Del resto, non è facile pronunciarsi in merito.» «Ma non potrebbe essere caduto incidentalmente? Certo, è stato trovato in una posizione insolita: non stava disteso con la faccia nel fango?» «Sì, e tutto sporco. Ma non significa niente, anche questo può essere stato intenzionale. Può aver pensato di nascondere così le contrazioni della morte sul viso. Non si sa.» «Aveva qualche scritto addosso?» «Deve aver scritto qualcosa su un pezzo di carta, del resto andava sempre in giro a scrivere. Pensano che possa aver usato il coltello per temperare la matita o roba del genere, e che poi sia rotolato a terra ferendosi prima a un polso, proprio all’arteria, e poi all’altro. Il tutto in una volta sola. Figuriamoci. Comunque, in effetti, ha lasciato uno scritto: “Fosse almeno il tuo acciaio tagliente come il tuo ultimo no!”» «Che assurdità! Era spuntato il coltello?» «Sì.» «Non avrebbe dovuto affilarlo prima?» «Non era il suo coltello.» «Di chi era?» L’albergatore indugiò un attimo, poi rispose: «Della signorina Kielland.» «Della signorina Kielland?» ripeté Nagel. E dopo un po’ aggiunse: «E chi è la signorina Kielland?» «Dagny Kielland è la figlia del pastore.» «Davvero? È veramente molto strano, mai sentita una storia del genere. Dunque il giovanotto se ne era invaghito?» «Altro che. Del resto, tutti qui sono invaghiti di lei, quindi non era un’eccezione.» Nagel sprofondò nei suoi pensieri e non aggiunse altro. Alla fine l’albergatore ruppe il silenzio: «Be’, quello che le ho appena raccontato è un segreto, per cui la pregherei…» «Via», rispose Nagel, «può stare tranquillo.» Quando poco dopo si presentò a colazione, in cucina l’albergatore stava già raccontando a tutti di aver finalmente parlato con l’uomo in giallo della stanza numero sette. «È un agronomo», riferì, «e viene da fuori. Dice che si tratterrà parecchi mesi. Sa Dio che tipo d’uomo è.» 2 Quella sera stessa il caso volle che Nagel incontrasse Minuto. Ne risultò un colloquio lungo e noioso che durò ben tre ore. In sostanza, i fatti si svolsero così: Quando Minuto entrò nel caffè dell’albergo, Johan Nagel era lì a leggere un giornale. C’erano anche altri avventori, tra cui una contadina corpulenta con uno scialle di lana sulle spalle. Minuto, a quanto pareva, era molto conosciuto: entrando salutò cortesemente a destra e a sinistra, anche se ebbe in risposta soltanto scherno e risate. Quanto alla contadina, arrivò perfino ad alzarsi e pretendere di ballare con lui. «Non oggi, non oggi», rispose Minuto ritraendosi e scusandosi. Poi andò dritto dall’albergatore e gli si rivolse con il berretto in mano: «Ho portato il carbone in cucina, c’è altro per oggi?» «No», si sentì rispondere, «cos’altro dovrebbe esserci?» «No», fece eco Minuto e si allontanò intimidito. Era di una bruttezza fuori dal comune. Aveva occhi azzurri e limpidi, ma incisivi sporgenti e sinistri e, per un difetto fisico, un’andatura decisamente da storpio; capelli quasi grigi e barba più scura, ma così fitta da luccicargli su tutta la faccia. Una volta era stato marinaio, ma viveva ormai con una famiglia che aveva una bottega di carboni, dalle parti della distilleria. Quando parlava non staccava quasi mai lo sguardo da terra. Da un tavolo in fondo alla sala lo chiamarono a gran voce: un signore in un grigio abito estivo gli faceva cenno, mostrandogli una bottiglia di birra. «Venga a bere un bicchiere, Minuto! E mi faccia vedere come sta senza barba», disse. Con aria deferente, il berretto sempre in mano e la schiena curva, Minuto si avvicinò al suo tavolo. Nel passare accanto a Nagel lo salutò appena muovendo le labbra. E quando fu davanti all’uomo in grigio bisbigliò: «Non così forte, signor procuratore, la prego. Ci sono degli estranei.» «Che Dio mi aiuti!» ribatté il procuratore. «Volevo soltanto offrirle un bicchiere di birra, tutto qui. E in compenso lei mi rimprovera di parlare a voce troppo alta!» «Le chiedo scusa, ma mi fraintende. Il fatto è che in presenza di estranei non mi presto volentieri ai soliti scherzi. E poi non posso bere birra, non ora almeno.» «Davvero non può? Non può bere birra?» «No. La ringrazio, ma non posso.» «Dunque rifiuta? E perché mi ringrazia, allora? Ahahah, non per niente è figlio di un prete. Ma badi a come parla.» «Lei mi fraintende, e io non posso farci nulla.» «Via, via, niente sciocchezze! Cosa prende?» Il procuratore obbligò Minuto a sedersi e lui ubbidì, ma dopo un attimo era di nuovo in piedi. «Mi lasci stare», disse. «Non reggo la birra. Anzi, in questi ultimi tempi la reggo ancora meno di prima. Non so da cosa dipenda: mi ubriaco facilmente e perdo ogni controllo.» Il procuratore si alzò, fissò Minuto negli occhi, gli mise in mano un bicchiere e ordinò: «Beva!» Silenzio. Minuto alzò gli occhi, si scostò i capelli dalla fronte e tacque. «Be’, giusto per farla contento, ma solo poche gocce», disse alla fine. «Solo un pochino, tanto per avere l’onore di bere alla sua salute.» «Tutta!» gridò il procuratore, e si girò dall’altra parte per non scoppiare a ridere. «No, non tutta, non tutta. Perché dovrei berla tutta, se mi fa male? Be’, non se la prenda adesso, non mi tenga il broncio per questo: se proprio ci tiene, per questa volta la bevo. Spero che non mi dia alla testa. È ridicolo, ma la reggo così poco, la birra. Alla salute!» «Tutta, tutta!» tornò a gridare il procuratore. «Fino in fondo! Benissimo, così va bene! E adesso un po’ di smorfie: prima digrigni i denti, e poi le taglio la barba e la ringiovanisco di dieci anni. Ma prima digrigni i denti.» «No, non lo faccio, non in presenza di estranei. Non può chiedermelo, e io proprio non lo faccio», rispose Minuto, sul punto di andarsene. «Non ho neppure tempo», aggiunse. «Non ha tempo? Male! Ahahah, molto male. Nemmeno una volta sola?» «No, adesso no!» «Stia a sentire: se le dicessi che è un po’ che penso a un altro soprabito per lei, migliore di quello che porta… Mi faccia vedere: ecco, è proprio fradicio, ecco, vede? Non resiste neppure alla pressione di un dito.» Il procuratore scoprì un piccolo buco e vi ficcò il dito. «Cede, non tiene niente, vede, non se ne accorge?» «Mi lasci stare! Per l’amor di Dio, che cosa le ho fatto? Lasci andare il mio cappotto!» «Ma che Dio mi aiuti, le prometto pure un altro soprabito per domani pomeriggio. Glielo prometto in presenza di… vediamo: uno, due, quattro, sette… sì, sette persone. Che cosa le prende, oggi? Sbuffa, si arrabbia e vorrebbe pestarci tutti quanti. Proprio così. Solo perché le ho toccato il soprabito.» «Chiedo scusa, non era mia intenzione arrabbiarmi. Sa, posso fare tutto quello che le aggrada, ma…» «Ebbene, mi faccia dunque il piacere di mettersi a sedere!» Minuto si scostò dalla fronte i capelli grigi e si sedette. «Bene, ma poi mi fa il piacere di digrignare un po’ i denti.» «No, questo no.» «Veramente non vuole farlo? Sì o no?» «No. Buon Dio, che cosa le ho fatto? Perché non mi lascia in pace? Perché devo essere lo zimbello di tutti? Quello straniero laggiù ci sta guardando, l’ho visto, ci tiene d’occhio, e probabilmente sta anche ridendo. Sempre la stessa storia: il primo giorno che lei è arrivato qui come procuratore, il dottor Stenersen le ha insegnato a prendersi gioco di me; e ora lei lo insegna a quel signore laggiù. Uno dopo l’altro, a turno, imparate tutti.» «Avanti, dunque! Sì o no?» «No, capito?» strillò Minuto, e saltò su dalla sedia. Ma come temendo di avere esagerato si rimise a sedere e aggiunse: «Non posso digrignare i denti, deve credermi!» «Non può! Certo che può. Li sa digrignare benissimo i denti!» «Che Dio m’assista, non posso.» «Oh bella! Ma l’ha pur fatto l’ultima volta.» «Sì, ma ero ubriaco e la testa mi girava. Dopo sono stato male per due giorni di seguito.» «Giusto», esclamò il procuratore, «quella volta era ubriaco, glielo concedo. Ma perché poi se ne sta qui a ciarlare davanti a tutta questa gente? È più di quanto pretendessi.» A quel punto l’albergatore uscì dal caffè. Minuto tacque, il procuratore lo guardò e disse: «Allora? Si ricordi del soprabito.» «Me ne ricordo», rispose Minuto, «ma non voglio e non posso bere di più, lo sa.» «Invece vorrà e potrà. Ha sentito quel che ho detto? Vorrà e potrà. E se poi devo essere io a cacciarglielo giù a forza…» E così dicendo il procuratore si alzò con il bicchiere di Minuto in mano. «Su, apra la bocca!» «No, per Dio, non assaggerò più birra!» urlò Minuto, pallido per l’emozione. «E nessuna forza al mondo mi può costringere! Sissignore, mi fa male, non immagina neppure quanto. Non mi rovini, la prego. Piuttosto… piuttosto digrignerò un pochino i denti. Ma senza birra.» «Be’, questa è un’altra cosa. Accidenti, è tutt’altra cosa se lo farà senza bere birra!» «Sì, preferisco farlo senza bere birra.» E finalmente, tra le risate dei presenti, Minuto si mise a digrignare i suoi brutti denti. Nagel continuò ostentatamente a leggere il giornale, del tutto tranquillo e indifferente al suo posto accanto alla finestra. «Più forte, più forte!» gridò il procuratore. «Sfreghi più forte, altrimenti non sentiamo.» Tutto irrigidito, aggrappato con entrambe le mani alla sedia, come se avesse paura di cadere, Minuto fece stridere i denti fino a tremare con la testa. Tutti ridevano, contadina compresa, che dovette perfino asciugarsi gli occhi: fuori di sé per le risate, in preda alla foga e all’eccitazione, arrivò a sputare due volte sul pavimento. «Dio mio, Dio mio», gridava, completamente fuori controllo. «Oh, il procuratore!» «Basta. Di più non posso», disse alla fine Minuto. «Davvero non posso, Dio mi è testimone. Deve credermi, non ce la faccio.» «D’accordo. Ora riposi un poco, poi riprenderà. Ma i denti bisogna digrignarli. Dopo le tagliamo anche la barba. Adesso assaggi un po’ di birra. Coraggio. Eccola qui pronta.» Minuto scosse il capo senza replicare. Il procuratore prese allora il borsellino e mise sul tavolo una moneta da venticinque centesimi.

«Dopotutto, è abituato a farlo per dieci, ma gliene do volentieri venticinque. Le aumento il salario. Avanti!» «Via, non mi torturi più. Non lo faccio!» «Non vuole farlo? Rifiuta?» «Ma Dio del cielo, la smetta una buona volta e mi lasci in pace! Non mi piego più ai suoi desideri per un cappotto. Sono pur sempre un uomo. Che cosa vuole da me?» «Mi stia bene a sentire: come può vedere, adesso scuoto questo tocco di cenere del sigaro nel suo bicchiere, vede? Poi prendo questo insignificante fiammifero insieme a quest’altro pezzettino di fiammifero e li lascio cadere dentro entrambi sotto i suoi stessi occhi. Ecco fatto. E ora le garantisco che lei lo berrà tutto, fino in fondo. Oh sì che lo farà!» Minuto balzò in piedi. Tremava visibilmente, i capelli grigi gli erano ricaduti sulla fronte, e fissava il procuratore dritto negli occhi. Il tutto durò pochi secondi. «No, questo è troppo, è troppo!» gridò perfino la contadina. «Non lo faccia. Ahahah! Dio mio, Dio mio!» «Dunque non vuole? Si rifiuta?» insisté il procuratore. Si alzò a sua volta e rimase in piedi. Minuto si sforzò di parlare, ma non riuscì a spiccicare una sola parola. Tutti lo guardavano. A quel punto Nagel si alza dal suo tavolo accanto alla finestra, posa il giornale e attraversa la sala. Non ha fretta, si muove silenziosamente, eppure attira l’attenzione di tutti. Si ferma accanto a Minuto, gli mette una mano sulla spalla, e a voce alta e chiara dice: «Se prende quel bicchiere e lo rompe in testa a questo cialtrone, le do dieci corone e mi assumo tutte le possibili conseguenze.» Indica direttamente la faccia del procuratore e ripete: «Intendo dire questo cialtrone qui.» All’improvviso calò il silenzio. Minuto guardò terrorizzato prima l’uno e poi l’altro. «Ma… No, ma…» Non andò oltre, continuò a ripetere quelle due parole con voce tremante, come se fossero una domanda. Nessuno degli altri aprì bocca. Turbato, il procuratore indietreggiò verso la sua sedia. Era impallidito e neppure lui disse nulla. Rimase a bocca aperta. «Ripeto», continuò Nagel, a voce alta e calma, «che le do dieci corone se rompe il suo bicchiere in testa a questo cialtrone. Ecco qui i soldi. E non deve neppure temere per le conseguenze.» E tese un biglietto da dieci corone, mostrandolo a Minuto. Ma il comportamento di Minuto fu strano. Si allontanò di colpo verso un angolo del caffè, corse a piccoli passi, con quella sua andatura stramba, verso quell’angolo, e si mise a sedere senza rispondere. Poi, a capo chino, guardando torvo da ogni lato, sollevò parecchie volte le ginocchia, come in preda al terrore. In quel momento la porta si aprì e l’albergatore rientrò. Andò a darsi da fare dietro il banco, senza badare a quello che stava succedendo. Solo quando il procuratore saltò su all’improvviso e agitò le braccia con un grido furioso e quasi soffocato davanti a Nagel s’incuriosì e chiese: «Che diamine…?» Ma nessuno rispose. Il procuratore gesticolò due volte come un forsennato, sempre però arrestandosi davanti ai pugni di Nagel: non riusciva ad avvicinarsi. Tanta sfortuna lo esasperò, e così prese a roteare scioccamente le mani in aria, come se volesse allontanare tutto e tutti, e infine indietreggiò di fianco verso il tavolo e cadde in ginocchio su uno sgabello. Ansimava, l’intera figura trasfigurata dalla rabbia: in fondo aveva giostrato affannosamente con le braccia davanti a quei due pugni che si paravano pronti ovunque provasse a colpire. A quel punto nella sala ci fu un tumulto generale, la contadina e il suo seguito volarono verso la porta mentre tutti gli altri gridavano confusamente cercando d’intromettersi. Alla fine il procuratore si alzò di nuovo e si avvicinò a Nagel, gli si fermò di fronte e, tendendo le mani avanti, ridicolmente eccitato tanto da non riuscire a trovare le parole, gridò: «Maledetto… che il diavolo ti porti, buffone!» Nagel lo guardò e sorrise, quindi raggiunse il tavolo del procuratore, prese il suo cappello e glielo porse con un inchino. Il procuratore lo afferrò e stava per gettarlo via dalla rabbia, ma poi ci ripensò e se lo cacciò in testa con un solo colpo secco. Dopodiché si voltò e si diresse verso la porta. Quando se ne andò aveva due grosse bozze sul cappello che lo rendevano ridicolo. L’albergatore si fece avanti chiedendo spiegazioni. Si rivolse a Nagel, lo prese per un braccio e chiese: «Che cosa succede qui? Che significa tutto questo?» «Via, mi lasci il braccio», rispose Nagel, «non scappo mica. Del resto, non è successo niente: ho insultato l’uomo che è appena uscito, e lui voleva difendersi. Tutto qui.» Ma l’albergatore si arrabbiò e pestò i piedi. «Niente storie!» gridò. «Di nessun genere. Se volete litigare, potete andarvene fuori, in strada, ma qui dentro io non voglio storie. Comincio a credere che la gente stia diventando matta!» «Ha ragione», intervennero un paio di clienti, «ma noi abbiamo visto tutto.» E, secondo l’abitudine degli intriganti di saltare sul carro dei vincitori, presero le difese di Nagel spiegando l’accaduto all’albergatore. Quanto a Nagel, scosse le spalle, si avvicinò a Minuto e di punto in bianco chiese a quel poverino dai capelli grigi: «In che rapporti è con il procuratore per lasciarsi trattare a quel modo?» «Non esageri», rispose Minuto. «Non abbiamo nessun rapporto, è un estraneo per me. Ho solo ballato per lui una volta, in piazza, per dieci centesimi. Ed è bastato perché continuasse a sbeffeggiarmi.» «Dunque lei balla per la gente a pagamento?» «Sì, ogni tanto. Non spesso, solo quando ho bisogno di quei dieci centesimi e non riesco a procurarmeli altrimenti.» «Ma a cosa le servono i soldi?» «I soldi possono servire a molto. Per prima cosa, sono uno stupido, ho poche qualità, e questo non mi aiuta. Quando ero marinaio e mi mantenevo da solo andava senz’altro meglio; poi sono rimasto ferito, sono caduto dal sartiame e mi sono buscato una frattura, e da allora non sono più riuscito a cavarmela. Oltre al vitto, ricevo tutto ciò di cui ho bisogno da mio zio. Abito con lui e ci sto bene. Sì, c’è abbondanza di tutto, perché mio zio ha una bottega di carboni che gli dà da vivere. Ma contribuisco al mio mantenimento, specialmente d’estate, quando di carbone se ne vende poco. Quant’è vero che sto qui seduto a raccontarlo. Ci sono giorni in cui dieci centesimi sono i benvenuti, ci compro qualcosa da portare a casa. Quanto al procuratore, si diverte a vedermi ballare solo perché ho una frattura e non sono lesto nei movimenti.» «Dunque è anche per desiderio di suo zio che balla a pagamento nella piazza?» «Oh, no! Non è così, non deve pensarlo! Lui mi dice spesso: basta con questo salario da baiadera! Sì, molte volte quando torno a casa con i miei dieci centesimi lui li chiama salario da baiadera, e mi sgrida perché la gente si burla di me.» «Bene, questa è la prima cosa. E la seconda?» «Prego?» «La seconda?» «Non capisco.» «Lei ha detto che per prima cosa è uno stupido. Ebbene, qual è la seconda?» «Se ho detto così, allora chiedo scusa.» «Dunque è soltanto uno stupido?» «Chiedo sinceramente perdono.» «Suo padre era un pastore?» «Sì.» Silenzio. «Senta», disse Nagel, «se non ha altro da fare, andiamo in camera mia. Le va? Lei fuma, vero? Bene, la mia stanza è qui di sopra. Le sarò molto grato se vuol farmi l’onore.» Con grande meraviglia di tutti, Nagel e Minuto salirono al secondo piano, dove rimasero insieme tutta la sera. 3 Minuto prese posto su una sedia e si accese un sigaro. «Vuole bere qualcosa?» chiese Nagel. «No, grazie, non bevo molto. Mi scombussola e vedo immediatamente doppio», rispose l’ospite. «Ha mai bevuto champagne? L’avrà certamente provato.» «Sì, molti anni fa, alle nozze d’argento dei miei genitori.» «Era buono?» «Sì, ricordo che aveva un sapore gradevole.» Nagel suonò e ordinò dello champagne. Mentre sorseggiavano e fumavano, Nagel, all’improvviso, fissando Minuto, disse: «Senta… Be’, è una semplice domanda, e le sembrerà ridicola… ma, per una certa somma, si assumerebbe la paternità di un bambino di cui non è il padre? È solo un’idea che mi è venuta.» Minuto lo guardò sgranando gli occhi, senza rispondere. «Per una sommetta di cinquanta corone. Oppure, diciamo, di un paio di centinaia di corone?» continuò Nagel. «Non importa quanto.» Minuto scosse il capo e tacque a lungo. «No», rispose alla fine. «Davvero non potrebbe? Nel caso, pagherei in contanti.» «Non servirebbe. No, non posso farlo, in questo non posso servirla.» «E perché no?» «Non insista, mi lasci stare. Sono un uomo, io.» «Be’, forse era una richiesta troppo brutale: perché dovrebbe farmi un piacere del genere? Vorrei però chiederle un’altra cosa: sarebbe disposto… se la sentirebbe, per cinque corone, di andare in giro con un giornale o un pacco di carta legato sulla schiena, partendo da qui, dall’albergo, e girando per la piazza fino alla distilleria? Lo farebbe? Per cinque corone?» Minuto abbassò vergognoso il capo e ripeté meccanicamente: «Cinque corone.» Ma non rispose. «Oppure dieci, se vuole. Diciamo dieci corone. Lo farebbe per dieci corone?» Minuto si scostò i capelli dalla fronte. «Non capisco perché chiunque arrivi qui sa già che sono lo zimbello di tutti», disse. «Come vede, posso offrirle subito il denaro», continuò Nagel. «Dipende solo da lei.» Minuto fissò la banconota, ne considerò per un attimo, smarrito, il valore, si leccò le labbra ed esclamò: «Sì, io…» «Un momento», replicò subito Nagel. «Scusi se la interrompo. Come si chiama? Ho l’impressione che non mi abbia ancora detto il suo nome.» «Mi chiamo Grøgaard.» «Grøgaard. Di cosa stavamo parlando? Naturalmente, in realtà, non vorrà guadagnarsi in quel modo le dieci corone, vero?» «No», bisbigliò Minuto incerto. «Ebbene, stia a sentire», disse Nagel parlando molto lentamente. «Le darò con piacere queste dieci corone perché non ha voluto fare quello che le ho proposto. E inoltre, se mi fa il piacere di accettarle, gliene darò altre dieci. Resti seduto! Questo piccolo atto di cortesia non mi costa niente, ho con me molti, moltissimi soldi, e non mi troverò in difficoltà.» E quando ebbe tirato fuori il denaro aggiunse: «Mi fa un piacere accettandoli. Prego!» Ma Minuto rimase ammutolito, quel colpo di fortuna gli aveva dato alla testa, e si trovò alle prese con le lacrime. Sbatté le palpebre e deglutì. «Lei deve avere quarant’anni, giusto?» chiese Nagel. «Quarantatré, ho quarantatré anni compiuti.» «Ebbene, ora metta il denaro in tasca. E che le porti bene… Come si chiama quel procuratore con cui abbiamo parlato al caffè?» «Non lo so, lo chiamiamo semplicemente procuratore. È procuratore all’ufficio del giudice distrettuale.» «Be’, del resto non ha importanza. Dica…» «Scusi!» Minuto non poteva più trattenersi, era sopraffatto e voleva assolutamente spiegarsi, pur balbettando come un bambino. «Scusi e mi perdoni!» disse. E per un po’ non riuscì a continuare. «Cos’è che voleva dire?» «Grazie, grazie di cuore e sinceramente…» Silenzio. «Non parliamone più.» «No, un momento!» esclamò Minuto. «Chiedo scusa, ma dobbiamo parlarne ancora. Lei ha creduto che io non volessi farlo, che fosse cattiva volontà da parte mia, e che provassi piacere a mostrarmi risentito, ma giuro su Dio… Com’è possibile non parlarne più, quando lei forse ha avuto l’impressione che badassi al prezzo e non volessi farlo per cinque corone? Ecco cosa volevo dire.» «Ha ragione, un uomo col suo nome e della sua levatura non può certo prestarsi a simili sciocchezze. Sono giunto alla conclusione che… be’, lei naturalmente conosce tutti in città, vero? Le dirò, ho pensato di stabilirmi qui per un po’, di trattenermi insomma per alcuni mesi durante l’estate, cosa ne pensa? Lei è di qui?» «Sì, ci sono nato, mio padre era il pastore di qui, e ci vivo da tredici anni ormai, da quando sono rimasto storpio.» «Si occupa delle consegne di carbone?» «Sì, consegno il carbone a domicilio. Ma non è uno strapazzo, se è a questo che allude, ormai ci sono abituato e non mi pesa, devo solo fare attenzione alle scale. L’inverno scorso malgrado tutto sono caduto, e sono stato tanto male che ho dovuto usare per molto tempo il bastone.» «Davvero? Com’è successo?» «È successo sulla gradinata della banca. I gradini erano ghiacciati e trasportavo un sacco abbastanza pesante. Ero a metà quando vedo su in cima il console Andresen che sta per scendere. Così mi sono girato per tornare indietro e cedergli il passo: non era stato lui a dirmelo, era una mia iniziativa, anche perché non volevo aspettare che mi invitasse a farlo. Ma la sfortuna ha voluto che scivolassi e cadessi. Ho battuto la spalla destra. “Come si sente?” mi ha chiesto lui, il console. “Non sta gridando, dunque non si è fatto niente?” “Niente”, ho risposto io, “dopotutto sono stato fortunato.” Ma non passarono cinque minuti che svenni due volte di seguito. E in più, a causa del vecchio incidente, mi si gonfiò l’addome. Da allora il console si è sempre mostrato molto premuroso con me, pur non avendo nessuna colpa.» «Non ha riportato altre ferite? Non ha picchiato la testa?» «Be’, sì, ho picchiato leggermente la testa e per un po’ ho sputato anche sangue.» «E quando stava male il console l’ha aiutata?» «Sì, moltissimo. Non sapeva neppure lui cosa mandarmi. Non si è mai dimenticato di me, neppure per un giorno. Ma il bello è che quando mi sono ristabilito e sono andato da lui a ringraziarlo, aveva fatto esporre perfino la bandiera. Aveva dato l’ordine di farlo in mio onore, anche se poi quel giorno era il compleanno della signorina Fredrikke.» «Chi è la signorina Fredrikke?» «Sua figlia.» «Certo è stato gentile da parte sua… A proposito, sa dirmi perché la città era imbandierata pochi giorni fa?» «Pochi giorni fa? Vediamo, era per caso una settimana fa? Sicuro. Per il fidanzamento della signorina Kielland. Il fidanzamento di Dagny Kielland. Sì, una dopo l’altra si fidanzano, si sposano e vanno via. Ormai ho amici e conoscenti praticamente in tutta la Norvegia, e non ce n’è uno che non rivedrei con piacere. Li ho visti giocare, tutti, andare a scuola, fare la cresima e crescere. Dagny ha solo ventitré anni ed è molto benvoluta. È anche molto graziosa. Si è fidanzata con il tenente Hansen, che tempo fa mi regalò questo berretto. Lo porto ancora. Anche lui è di qui.» «Questa signorina Kielland è bionda?» «Sì, bionda. È molto bella, e tutti le vogliono bene.» «Devo averla vista dalle parti del presbiterio. Di solito porta un parasole rosso?» «Esatto. Nessun’altra ha un parasole rosso, per quel che mi risulta. Se ha visto una fanciulla con una grossa treccia d’oro sulle spalle, era lei. Si distingue tra tutte. Per caso, non le ha anche parlato?» «Sì, forse le ho anche parlato…» E sovrappensiero Nagel aggiunse tra sé: «Era la signorina Kielland!» «Ma immagino non in circostanze normali, non le avrà certamente parlato a lungo, vero? Dovrebbe farlo: ride sempre se trova divertente qualcosa, e spesso riesce a ridere anche per niente, perché è molto spensierata. Se le parla, vedrà che ascolta con attenzione, e poi senz’altro le risponde. Ma nel rispondere spesso arrossisce. È fatta così, si emoziona. L’ho notato spesso: quando conversa con qualcuno diventa bellissima. Con me invece è diversa. Quando le capita di rivolgermi la parola, non fa molti complimenti. Se m’incontra per strada si ferma a stringermi la mano anche se ha fretta. Se non mi crede, prima o poi avrà modo di constatarlo.» «Le credo senz’altro. Dunque ha una buona amica nella signorina Kielland?» «A giudicare, s’intende, da come si comporta nei miei riguardi. Del resto, posso anche sbagliarmi. Di tanto in tanto, quando sono invitato, vado a casa del pastore, e da quanto ho potuto capire, non sono sgradito neppure quando ci vado senza invito. La signorina Dagny mi ha prestato anche dei libri quando stavo male, sì, è venuta di persona a portarmeli, ha fatto tanta strada con quei libri sotto il braccio.» «Che genere di libri erano?» «Vuol dire: che genere di libri posso leggere e capire?» «Questa volta mi ha frainteso. La sua domanda è acuta, ma mi ha frainteso. Lei è un uomo interessante, Grøgaard. In ogni modo, volevo dire: che generi di libri possiede e legge questa signorina? Mi piacerebbe saperlo.» «Ricordo che una volta mi ha portato Gli studenti di campagna di Garborg1 e altri due, di cui uno era di certo Rudin di Turgenev. Ma in un’altra occasione mi ha letto L’implacabile di Garborg.» «Ed erano suoi questi libri?» «Del padre, c’era sopra il nome del padre.» «A proposito, quella volta che andò dal console Andresen a ringraziarlo, come lei dice…» «Sì, volevo ringraziarlo per il suo aiuto.» «Va bene, ma quel giorno la bandiera era già esposta prima che lei arrivasse?» «Sì, l’aveva fatta esporre per me. Me lo disse lui.» «D’accordo, ma non può darsi che fosse esposta per il compleanno della figlia?» «Certo, è possibile. È senz’altro possibile, e ben fatto anche. Sarebbe stata una vergogna se la bandiera non fosse stata esposta per il compleanno della signorina Fredrikke.» «Già, ha ragione… Un’altra cosa: quanti anni ha suo zio?» «Ne ha di certo una settantina. No, forse è troppo, in ogni modo ne ha più di sessanta. È molto vecchio, ma è attivo per la sua età. All’occorrenza è ancora capace di leggere senza occhiali.» «Come si chiama?» «Si chiama Grøgaard anche lui. Tutt’e due ci chiamiamo Grøgaard.» «Ha una casa di sua proprietà o è in affitto?» «Ha in affitto la stanza in cui viviamo, ma la bottega di carbone è di sua proprietà. In ogni modo non abbiamo problemi a pagare l’affitto, se è a questo che allude. Paghiamo in carbone, e qualche volta riesco a contribuire anch’io con qualche lavoro saltuario.» «Suo zio non va in giro a consegnare il carbone?» «No, questo spetta a me. Lui lo pesa e bada a tutto il resto, e io lo consegno. Certo ci riesco meglio, sono più forte.» «Certo. Quindi avete una donna che vi cucina?» Silenzio. «Scusi», disse poi Minuto, «non se l’abbia a male, ma vorrei andare, se permette. Lei forse mi trattiene per una forma di riguardo, anche se personalmente non prova alcun piacere a stare a sentire i fatti miei. Può anche darsi che voglia trattenermi per qualche altra ragione a me incomprensibile, e in tal caso è molto gentile. Ma anche se me ne vado, nessuno mi molesterà, non deve pensarlo. Non incontrerò malintenzionati. Non c’è il procuratore ad aspettarmi fuori dalla porta, se è questo che teme. E se anche così fosse, non mi darebbe nessun fastidio, ne sono certo.» «Se resta mi fa un piacere. Però non deve sentirsi obbligato a raccontarmi niente, solo perché le ho dato un paio di corone di tabacco. Faccia come vuole.» «Resto! Resto!» esclamò Minuto. «E che Dio la benedica. Sono ben felice di procurarle qualche distrazione, benché abbia vergogna sia di me stesso che di starmene qui con questo cappottaccio. In realtà potevo anche presentarmi in modo più decente, se avessi avuto tempo e modo di prepararmi. Questo qui è un vecchio soprabito di mio zio e non vale niente, è vero, non resiste nemmeno alla pressione di un dito. E il procuratore, per giunta, mi ha fatto questo lungo strappo… Tornando alla sua domanda, non abbiamo nessuna donna che ci cucina. Ci cuciniamo e laviamo tutto da noi, e siccome non ci riesce molto facile, facciamo lo stretto necessario. La mattina ci prepariamo il caffè e quello che rimane lo beviamo la sera, senza riscaldarlo. Lo stesso vale per il pranzo: lo cuciniamo una volta per tutte, per così dire, quando capita. Nella nostra situazione cos’altro potremmo desiderare? E poi a me tocca lavare, il che può anche essere un piccolo passatempo, quando non ho nient’altro da fare.» A quel punto nella sala da pranzo, al piano di sotto, suonò una campana, e per le scale si udirono i passi di quelli che andavano a tavola. «È la campana del pranzo», disse Minuto. «Sì», rispose Nagel. Ma non si alzò, né mostrò alcun segno d’impazienza. Al contrario, si accomodò meglio sulla sedia e chiese: «Conosceva per caso anche quel Karlsen che l’altro giorno è stato trovato morto nel bosco? Un triste incidente, vero?» «Sì, molto triste. Sì, posso dire che lo conoscevo. Un brav’uomo e un nobile carattere. Sa cosa mi disse una volta? Mi fece chiamare una domenica mattina, presto – ormai è più di un anno, era maggio dell’anno scorso – e mi pregò di consegnare una lettera. “Sì”, dico io, “volentieri, ma ho delle scarpe del tutto inadatte oggi. Non posso presentarmi alla gente con queste scarpe. Se vuole, vado a casa a cambiarle.” “No, non occorre”, dice lui. “Non credo che abbia importanza, a meno che con queste non si bagni i piedi.” Temeva che potessi bagnarmi i piedi con quelle scarpe! Bene, poi mi fece scivolare in mano una corona e mi diede la lettera. Mi ero già avviato quando riapre la porta e mi viene dietro. Era così sconvolto che mi fermai a guardarlo: aveva gli occhi pieni di lacrime. Allora mi raggiunse e passandomi perfino un braccio intorno alla vita disse: “Vada dunque con questa lettera, mio caro amico, le assicuro che mi ricorderò di lei. Quando sarò pastore e avrò finalmente un incarico, lei verrà a starsene per sempre con me. Adesso vada, e buona fortuna!” Purtroppo l’incarico non l’ebbe mai, ma avrebbe di certo mantenuto la parola se fosse vissuto.» «E così lei consegnò la lettera?» «Sì.» «E la signorina Kielland fu contenta di riceverla?» «Come fa a sapere che era la signorina Kielland?» «Come faccio a saperlo? L’ha detto lei.» «L’ho detto io? Non è vero!» «Come, non è vero? Crede che le dica bugie?» «No, scusi. Può darsi che abbia ragione, ma in ogni caso io non avrei dovuto dirlo. È stata un’inavvertenza. Ma davvero l’ho detto?» «Perché? Lui le proibì di dirlo?» «Non lui.» «Lei, dunque?» «Sì.» «Non importa, lo terrò per me. Ma riesce a capire come mai lui sia morto proprio ora?» «No. La sfortuna.» «Sa quando lo seppelliscono?» «Domani a mezzogiorno.» Dell’argomento non si parlò più. Per un po’ nessuno dei due disse più nulla. Sara si affacciò alla porta per annunciare che la cena era pronta. Poco dopo Nagel disse: «E così adesso la signorina Kielland è fidanzata. Che tipo è lui?» «Il tenente Hansen è un uomo capace e dignitoso. Non le farà mancare niente.» «È ricco?» «Suo padre è ricchissimo.» «È commerciante?» «No, armatore. Abita a un paio di isolati da qui. La casa non è molto grande, ma è più che sufficiente, dato che il figlio è via e i due vecchi sono di nuovo soli. Ha anche una figlia, ma è sposata e sta in Inghilterra.» «Secondo lei, quanto possiede il vecchio Hansen?» «Forse un milione. Non si sa con certezza.» Silenzio. «Eh sì», riprese Nagel. «A questo mondo le ricchezze sono mal distribuite. Le piacerebbe possedere un po’ di quel denaro, Grøgaard?» «Che Dio la benedica, e perché mai? Bisogna accontentarsi di quello che si ha.» «Così si dice. A proposito, volevo chiederle un’altra cosa: visto che deve andare in giro a consegnare tutto quel carbone, immagino che non avrà tempo per un altro lavoretto, vero? Capisco. Però ho sentito che chiedeva all’albergatore se aveva da darle qualcos’altro da fare per oggi.»

domenica 27 settembre 2020

IL POPULISMO MASCHERATO Andrea Minuz



IL POPULISMO MASCHERATO 

Andrea Minuz

IL FOGLIO 

27 SET 2020


Scompaiono i vecchi attrezzi di scena: via il lanciafiamme di De Luca, via il forbicione anticasta di Di Maio. Ora Zaia cita Seneca, Del Debbio sembra Colin Firth, Emiliano si veste da statista. Solo Giordano recita se stesso

Abolita per sempre la povertà, decimata ormai la casta, il populismo se ne va in cassa integrazione. Persino la parola ha ormai un suono poco raccomandabile. Se continua di questo passo, tra un po’ non si potrà più usare, come “negro”, “zoppo”, “barbone”. Si dirà casomai, “diversamente competente”. Via le citazioni da Puskin e Dostoevskij nei discorsi di Conte: “Rivendico la natura diversamente competente del governo, se questo significa ridurre la frattura tra Stato e cittadini”. Panico dunque e gran disorientamento nei palinsesti televisivi. Si prova già a riconvertire in fretta e furia la produzione, si rimodula il “core business”, come Gucci, Prada, Valentino, quando nell’ora più buia presero a confezionare mascherine.

Sparisce l’armamentario del vecchio populismo di ieri: via il lanciafiamme di De Luca, via le forbicione di Di Maio che affondano i denti sulle poltrone, via bonus e assunzioni a pioggia di Emiliano. Il populismo di oggi è un’altra cosa. Si porta con sobrietà, classe, stile. Paolo Del Debbio si era già adeguato ancora prima delle elezioni: con il lockdown si è trasformato in Colin Firth, dimagrimento impressionante, barbetta argentata, capello laccato, pare un’opinionista della Bbc. Subito dopo i primi risultati, in meno di dodici ore, Zaia cita Seneca, Einaudi, Don Sturzo, Marguerite Yourcenar. Snocciola con comprensibile fierezza i suoi successi da Mentana: le colline del prosecco diventate patrimonio dell’Unesco, le olimpiadi di Cortina, il modello Vo’ Euganeo, fulgido esempio di lockdown per tutti, dove Zaia ha preso l’ottantacinque per cento dei voti.

Parla da statista ma respinge gli endorsement. Tutti subiscono il fascino di questo “Doge del fare”, il governatore dell’indipendenza, il look à la Jep Gambardella di Treviso, una certa somiglianza con Toni Servillo, giacche slim un po’ démodé, camicia stiratissima, scarpe a punta (Zaia si presenta così agli eventi agricoli del Veneto, alle feste del “panevin”, alla “fiera dei osei”, perché non voleva solo andare alle sagre, voleva avere il potere di farle diventare patrimonio dell’Unesco).

Questo delle sagre è un punto chiave del nuovo populismo dei governatori, delle regioni, dei territori. A giugno, Michele Emiliano lanciò un appello per la riapertura di sagre, feste patronali, fiere di paese, con “distanziamento interpersonale”, si capisce, e opportuna “segnaletica a terra”: “Le sagre sono fondamentali per l’economia”. Le sagre sono anche un’ottima risposta ai dubbi di Bruxelles sulla nostra affidabilità. Una serie di voci di spesa concrete da inserire nei progetti del Recovery Fund: “festeggiamenti per la settimana santa di Bitonto”, “fuochi pirotecnici per la festa di San Nicola”, “sagra della polpetta di Alliste”, più creazione di un ministero della “Taranta”, la risposta salentina ai forestali siciliani.

Anche la rimozione del pubblico dallo studio televisivo e la fine degli applausi forsennati di Floris furono in fondo provvidenziali. L’annuncio, neanche troppo subliminale, di un’epoca nuova che è iniziata lunedì scorso. L’epoca del populismo elegante, il nuovo mainstream. Un populismo che è sconfitto e che trionfa, che muore mentre risplende, come spiega Di Maio in modo impeccabile nell’analisi del dopo voto: “Ringrazio tutti i parlamentari che hanno tagliato sé stessi”, quasi un manifesto politico dei tempi a venire. Per Di Maio il taglio delle poltrone dei parlamentari non è l’approdo di un percorso iniziato col “Vaffanculo Day” del 2008, ma l’irruzione improvvisa di “una questione europea”. Non è cambiato lo spirito del Movimento, casomai, come spiega il ministro degli Esteri, “è cambiata l’Europa” (Di Maio si allinea quindi al Monde: “Contrariamente a quanto si sarebbe potuto temere, la pandemia non ha in alcun modo favorito il populismo in Italia”).

 

Con le elezioni e il referendum, la telepolitica ritorna ai beati anni del miglior trasformismo e celebra già a ridosso degli exit-poll il gran ballo in maschera del populismo: Michele Emiliano arriva trafelato da Floris vestito da Salvini, con una formidabile polo sartoriale della Protezione civile, la scritta “Presidente Michele Emiliano” e distintivi vari sul petto. Si giustifica subito spiegando che non ha fatto in tempo a cambiarsi per la trasmissione, che la polo l’ha messa “per la riapertura delle scuole”, che non c’è alcun significato politico. Salvini si veste invece da Renzi, camicia bianca, maniche arrotolate, piglio brioso, molto pacato anche di fronte al funerale politico che gli allestiscono a “Cartabianca”. Emiliano dice “è una vittoria di Conte”. Per Salvini è una vittoria della Lega. Per la Lega è una vittoria di Zaia. Per Giani, neogovernatore della Toscana, è “la vittoria della competenza sull’ignoranza”.

 

In ogni caso sarà “un cambio di passo del linguaggio della politica”, dice Floris inaugurando per primo la nuova era. I segnali ci sono già. Sul sito del Corriere i video più visti sono, “Michele Emiliano mangia un panzerotto in diretta” e “Salvini preferisce il vino rosso fermo al prosecco”. Nei talk-show si snocciola la girandola delle opinioni: è il tracollo del M5s, la fine della casta, la morte del sovranismo, l’exploit di Zingaretti, la fuga solitaria di De Luca e Emiliano, “sceriffi del Covid” che si infilano nella frattura tra Stato e regioni. Lo Stato paralizza, la regione decide. De Luca lancia il piano per il sud da un miliardo di euro. Emiliano riunisce in teatro i precari dell’Asl e gli regala la “pergamena del posto fisso”. Sono straordinarie inquadrature neorealiste che sfuggono alle linee di condotta del partito. Tutto si tiene con tutto. Come dice De Luca, “questa è una vittoria di popolo”, cioè una vittoria né di destra, né di sinistra, né di centro, perché “il popolo è il popolo”. Una vittoria ottenuta con i voti della “destra non ideologica”, mica la nuova destra marchigiana (e qui, caro Corrado Guzzanti, ci vorrebbe un “Fascisti su Marche”, magari su Netflix, tutto girato “in Ancona” con regia à la “Tarandino” e “arrosticini all’Atreju”).

 

De Luca in tv si vede poco, ma è attivissimo sui social. Non si è montato la testa dopo l’endorsement di Naomi Campbell, né dopo aver aperto una puntata del “Late Night with Seth Meyers”. Altri avrebbero cavalcato la notorietà pop, lui ha tenuto un basso profilo, la gente ha capito. De Luca, che a fine mandato avrà settantasette anni, ha una pagina Facebook su cui campeggia lo slogan: “il futuro è già iniziato”. Ospite a “Stasera Italia”, Toninelli dice invece che il M5s continuerà a essere “un motore dell’innovazione”, giusto il tempo di darsi una nuova “governance”, di tornare a fare politica “nei territori”. All’improvviso è tutto chiaro: c’è il problema delle correnti, la scissione, la “reggenza allargata”, c’è il dilemma teorico-critico, l’arrovellamento interiore, il tradimento della base, essere di lotta o di governo, stare con la gente o il palazzo, insomma è fatta: il M5s è il nuovo Pd. Lo dicono anche i numeri.

E’ questo in fondo il vero capolavoro politico di Zingaretti: aver capito che c’è sempre qualcuno che è più Pd di te con cui cambiarsi di posto. Si dischiude, col nuovo scenario parlamentare, una congiuntura editoriale e politica assai prospera anche per Scurati. Lo si vede ospite da Lilli Gruber per lanciare il seguito di “M”, “L’uomo della provvidenza”, sulla scellerata campagna d’Africa del duce, pronto a raccogliere il successo del primo “M”, e ancora in tempo per sintonizzarsi con il blacklivesmatter. “Qui stiamo parlando di politica in modo ancora convenzionale”, dice Scurati che per tutto il tempo si rivolge a Andrea Orlando chiamandolo “ministro”, mentre “bisogna prendere a cura le sorti del pianeta, e questo lo può fare solo il Pd” (gli Avengers e il Pd). Un Pd, dice sempre Scurati, “che deve diventare finalmente protagonista”. D’accordo, certo. Ma si è ancora tutti un po’ disorientati. Si attendeva con trepidazione la catastrofe, la marea populista che tutto travolge, le cavallette, invece siamo tornati a Bettini.

 

Si cerca il cattivo ma si trova solo un Salvini stanco, sfiancato, dai modi pacati, in cerca di un’improbabile svolta moderata. Saranno tempi duri anche per Mario Giordano. Schiacciato sul populismo anticasta del passato, Giordano resta indietro, arranca, non sta al passo, ora è davvero “fuori dal coro”. Eccolo con salvagente e remi che vaga dentro lo studio, eccolo che sfreccia disteso sopra un banco a rotelle. Giordano punta sullo scandalo delle mascherine mai arrivate nel Lazio, si scaglia contro Zingaretti, si attacca ai migranti. Ma tutto appare un po’ sfocato. Roba da repertorio, da ultima spiaggia, da giapponese nella foresta. Mauro Corona viene sospeso da “Cartabianca” per aver dato della “gallina” a Bianca Berlinguer, la Rai si scusa con un comunicato: “I suoi reiterati insulti costituiscono un’offesa non solo alla Dott.ssa Berlinguer ma verso tutte le donne”. Dopo aver costruito la trasmissione sulla sua ubriachezza, aver dato una spalla alla Dott.ssa Berlinguer poco incisiva nella conduzione solitaria, e puntato tutto sui suoi siparietti da drag queen montanara, è il momento della vergogna. Mai più. Fino alla prossima puntata.

 

“Piazza pulita” racconta la crisi del sovranismo con Bersani, De Benedetti, Carofiglio e soprattutto con “il caso Suarez”. Anche Formigli aveva già lanciato l’allarme tempo fa: “Il talk senza pubblico spaventa i leader populisti” (era tutta colpa degli applausi in studio, a saperlo prima bastava togliere l’audio). Con il successo straripante di Zaia s’infiamma invece tutta la platea. E’ lo sport preferito dagli italiani: la gara di solidarietà, la rincorsa, la fiaccolata “in soccorso del vincitore”. Ospiti e conduttori caracollano, fanno a gara per complimentarsi, lo infilano a capo del centrodestra, a Palazzo Chigi, a Bruxelles, al Quirinale. Non si può più iniziare una frase senza dire, “anzitutto i miei complimenti a Luca Zaia”. Ma la più grande abilità di Zaia è da sempre scansare le lusinghe come fossero cappi mortali. Zaia ha più paura degli elogi che degli avversari politici, delle critiche o delle inchieste sul Mose. Più lo vogliono a Roma, più si barrica in Veneto. Zaia come nemesi pressoché perfetta di Salvini: niente Tik-Tok, né Papeete, né abbigliamento di CasaPound.

 

Per esempio, Zaia fa un Instagram molto diverso dal leader della Lega: panorami mozzafiato delle dolomiti bellunesi, vendemmie nel trevigiano, tramonti a Chioggia, droni sulle colline del prosecco. Salvini non ha mai lavorato granché, mentre Zaia è stato cameriere, uomo delle pulizie, muratore, operaio specializzato, docente privato di chimica, istruttore di equitazione, addetto in un’impresa di pellami, pr in discoteca, organizzatore di feste ed eventi (e infatti mentre cita Seneca e Einaudi sfilano foto-ricordo sbiadite di Zaia abbracciato a dj Albertino). Zaia ha una laurea in Scienze della protezione animale, è competente, se va alle sagre non è mica solo per farsi i selfie. Il suo è un curriculum acchiappavoti che supera tutti gli schieramenti politici. Zaia come un incredibile raccoglitore di voti, dice giustamente Renzi.

 

In tv sfilano i servizi su Zaia: Zaia a cavallo, Zaia che taglia nastri, Zaia al telefono che risolve problemi. L’inviato di Barbara Palombelli va nel ristorante di Treviso dove ha mangiato Zaia, tocca le bottiglie, i piatti, come fossero reliquie. La gente gli vuole bene. I professionisti dell’anti-populismo invece non sanno più che pesci pigliare, perché i populisti ammettono di essere morti (come Dibba, come Paola Taverna), oppure di non essere mai stati populisti. A “Stasera Italia” il populismo si mette “in prospettiva storica”: tutto comincia con Cossiga e finisce con Di Maio. Forbici e piccone. Quindi parte un lungo techetecheté su Salvini. Un “come eravamo cattivi” con il capitano al Papeete, il capitano che brandisce il mojito, sfoggia la panza, si fa i selfie con le nonnette, il capitano al citofono, il capitano a Sabaudia, un’estate tutta italiana, notti magiche, inseguendo un goal.