giovedì 1 ottobre 2020

LA PIANESSA Estratto da "TUTTA LA VITA” Alberto Savinio (Adelphi).



LA PIANESSA

Estratto da "TUTTA LA VITA”
Alberto Savinio
(Adelphi).

    Il treno aveva bruciato anche la stazione di Orvieto, correva acefalo e ferrobolante alla volta di Roma. Acefalo e ferrobolante non sono aggettivi comuni al treno, ma creati or ora e di sana pianta dalla signorina Fufù. In questa vecchia zitella dal nomignolo a vapore e stantuffi, le impressioni ferroviarie sono straordinariamente vive. Nello scompartimento di seconda nel quale essa si sta ristretta in un angolo e dominata da un compagno di viaggio pletorico, come la piccola città di Riva dal monte Brione, la signorina Fufù è in condizioni molto affini a quelle dell'aspirante aviatore dentro la macchina che nelle scuole di aviazione imita i movimenti e il frastuono del volo, e abitua l'uomo terrestre alla vita icariana. E in questo inebriante fragore che la signorina Fufù si sentì accendere nella mente e venire alle labbra l'inaudito aggettivo «ferrobolante», e in un oscuro vortice filologico ebbe la rivelazione di come nascono le parole. Quanto all'aggettivo «acefalo» riferito al convoglio ferroviario, la cosa andò così. Tra Arezzo e Chiusi la signorina Fufù volle uscire per un poco dallo spazio vitale del suo pletorico compagno, sàturo oltre a tutto di aglio e di vino, e a questo fine uscì nel corridoio e si affacciò al finestrino in cerca di aria più pura. In quel mentre il convoglio stava descrivendo una curva fra due bocche di gallerie in una valle traversata da un fiume che scintillava al sole, e la signorina Fufù si accorse che al suo treno mancava la locomotiva, cioè a dire la testa.

  Per istintiva reazione a quella sgradita sorpresa, la signorina Fufù rievocò la figura ben nota della locomotiva, con lo scacciane- ve a pettine sotto lo  scudo del petto, il tubo del fischio sul tetto e il   fumo che a globi ora bianchi ora neri sbuffa dal fumaiolo a imbuto.

 Come mostra la sua meraviglia, sono molti anni che la signorina Fufù ha perduto ogni dimestichezza con le cose ferroviarie, ma in tempi remoti essa aveva percorso più volte il tratto Roma Firenze e Firenze Bologna, e avuto modo di seguire l'evoluzione formale della locomotiva (benché la parola « evoluzione » non fosse pronunciata in quel tempo se non molto di rado e con certa quale riluttanza, per effetto della cattiva fama che presso i bempensanti aveva Carlo Darwin) e aveva ben notato che il fumaiolo della locomotiva si rimpiccioliva via via in proporzione inversa all'allargarsi del suo petto, finché il fumaiolo si ridusse a un tozzo mozzicone di tubo, irto al sommo di un petto presuntuoso e bombeggiante, simile allo scudo di Minerva annegrato dalle battaglie. In quel tempo la signorina Fufù aveva anche confrontato il prospetto della locomotiva con la faccia dell'uomo, e scoperto che come nella faccia dell'uomo il naso lungo indica intelligenza e quello corto stupidità, la locomotiva del pari acquistava un aspetto più potente sì ma più stupido a mano a mano che il fumaiolo si accorciava, e sempre più perdeva della fisionomia vispa e arguta della locomotiva a fumaiolo alto, e soprattutto delle più antiche che avevano il fumaiolo a imbuto o a fungo. Bisogna anche aggiungere che l'attrazione che il naso degli uomini e il fumaiolo delle locomotive esercitavano in quel tempo sulla signorina Fufù non ha rovato di poi la sua naturale applicazione nella pratica sessuale, perché la signorina Fufù, che ora è sopra la cinquantina, si trova tuttora in perfette condizioni di verginità.

  In gioventù la signorina Fufù aveva seguito alcune lezioni di Giosuè Carducci all'Ateneo di Bologna, e in un analogico risveglio di memorie essa ricorda ora che la locomotiva quel «grande» la chiamava «vaporiera». La scoperta che la vaporiera non esiste più, ferisce l'animo della signorina Fufù come la perdita di un caro oggetto personale. Il suo stesso nomignolo Fufù è una onomatopea ferroviaria, dolce ricordo di un gioco che per divertire lei bambina faceva il suo papà, piegando le braccia ad angolo e movendole avanti e indietro a imitazione di due bielle, e rifacendo con la bocca a rosa tra la selvosa barba il «fufù» della locomotiva che come un fisitere che avesse gli sfiatatoi non sopra il capo ma sui fianchi, scaccia il vapore di tra i raggi delle ruote. E ora dov'è il «fufù»?

  Ora al posto del «fufù» c'è alla testa del convoglio una specie di cassone chiuso privo tanto di carattere quanto di attributi, diverso anche nel suo colore di fango dal nero « fatale » della locomotiva: la locomotiva pettegola e frettosa che corre fischiettando per la campagna, traversa i ponti, costeggia il mare, s'inerpica su per le montagne a zig zag, si tuffa nelle gallerie, esce pettoruta e fumigante dall'altra bocca e corre «fufù» «fufù» «fufù». Sul tetto di questa testa senza testa, due fulmini stanno accosciati, magri e cattivi.

 Il convoglio senza locomotiva riaccende nella memoria della signorina Fufù il ricordo di un lontano e luminoso pomeriggio d'estate, la sua piccola mano guantata di filo bianco in quella enorme e bisteccosa della Frau Johanna, avviata alle Cascine al fianco della sua governante, e sul lungarno Amerigo Vespucci scintillante al sole per una recente annaffiata, l'inquietante apparizione della prima « carrozza senza cavalli » ronzante e miracolosa, seguita da uno sciame di be- ceretti scalzi e velocipedi. E come allora i suoi genitori e tutte le persone bempensan- ti, ora, a distanza di mezzo secolo, la signorina Fufù conclude a sua volta che «il progresso uccide la bellezza». Questo pensiero la signorina Fufù non lo ha pensato al finestrino, ma nell'interno della vettura. Al finestrino la signorina Fufù è rimasta solo pochi secondi, e ha dovuto lottare contro il vento che le aveva afferrato il velo e glie lo aveva attorto a ciclone, minacciando di asportarglielo assieme con tutto il cappello dietro e il tuppè sotto dei capelli posticci. La signorina Fufù ama circondarsi il capo di veli, e perpetuare in questo tempo di franchezza vestimentare il tempo in cui la donna si mostrava all'uomo come un tesoro nascosto. A Firenze il treno era stato preso d'assalto da un'orda di viaggiatori urlanti e imbestiati, i quali si aprivano un varco nella calca dei viaggiatori discendenti manovrando le valige a guisa di arieti. La signorina Fufù, che si stringeva al petto la sua magra valigetta di fibra vegetale, come una madre si stringe al seno la carne della sua carne, si trovò portata come da un'onda in una vettura piena di piedi, di gómiti, di bocche fiatose e di acri odori maschili.

 Ad Arezzo un posto d'angolo si vuotò in uno scompartimento di seconda classe, e la signorina Fufù, lieve come un'anima, s'insinuò di sghembo tra la parete dello scompartimento e un uomo colossale in maniche di camicia, che dormiva con la faccia coperta da un giornale e ogni tanto si piegava verso l'ignota compagna pesante e sudato, come per un bisogno di tenerezza. Da questi contatti col gigante dormiente la signorina Fufù inferì una torbida opinione dei misteriosi piaceri dell'alcova, e il terrore misto a una certa quale ripugnanza la strinse a farsi ancora più piccola, ancora più lieve, ancora più schiacciata sulla parete dello scompartimento. In capo a un'ora di questa torturante caricatura della convivenza coniugale, il treno si fermò in una stazione priva di tettoia, e una voce lontana che con improvviso crescendo si avvicinò, gridò di sotto le ruote del convoglio: «Iusi... agni... anciano... erontola... eru- gia... si ambia!». A questo annuncio incomprensibile il gigante si svegliò di colpo, balzò in piedi, tirò giù dalla rete una valigia stretta come un salame da più giri di corda e la giacca che si buttò sulla spalla come un cacciatore la preda, e uscì dallo scompartimento a precipizio pestando il piede della signorina Fufù, che sotto il peso di quella montagna non trovò nemmeno la forza di gridare. Il giornale che aveva coperto quella spaventosa faccia giacque esànime sul sedile, come uno strano uccello caduto dal cielo ad ali spase. La signorina Fufù si sentì vedova, ma senza rimpianto.

 Il treno sostò in altre stazioni ancora, e in ciascuna lo scompartimento della signorina Fufù lasciò parte dei suoi viaggiatori; eppure la signorina Fufù non si arrischiava a toccare quel foglio abbandonato accanto a lei sul sedile, ricordo del suo coniugamento brevissimo e mostruoso. A Orte la signorina Fufù rimase sola nello scompartimento, e quando il treno si rimise in moto e cadde ogni pericolo di nuove invasioni, la signorina Fufù allungò la mano vizza come una secca foglia di plàtano, toccò il giornale la prima volta come se scottasse; tornò a toccarlo, lo trasse piano piano a sé, lo spiegò: era il «Messaggero». Cominciò a leggere.

 La signorina Fufù leggeva con l'attenzione e la pienezza, con l'indifferenza pure e la mancanza di criterio selettivo delle letture che si fanno in treno o al gabinetto; lesse tutto, e le notizie più insignificanti ancora, e non saltò parola, non perdé sillaba. Lesse la prima e la seconda pagina, lesse - caso mirabile - l'elzeviro della terza pagina e il «taglio», la recensione di un concerto e l'elenco dei libri ricevuti; lesse con altrettanta attenzione la cronaca della quarta pagina e gli scritti generici della quinta, passò alle ultime notizie e in fondo a queste lesse anche il nome del direttore responsabile, si ripassò negli annunci mortuari le dispense dall'inviare fiori e il ritorno delle belle anime a Dio, nella piccola pubblicità si centellinò a una a una le richieste d'impiego e di lavoro, le offerte di appartamenti e di negozi, le richieste di camere e di pensioni, le occasioni di pianoforti a coda e verticali... A questo punto la signorina Fufù staccò gli occhi dal foglio come per riprendere contatto con la realtà, poi tornò a leggere: «Occasionissime! Casa del Pianoforte. Pianoforti a coda e verticali delle migliori marche: Bluthner, Beckstein, Steinway... ». E una volta ancora, come la sera avanti a teatro, la signorina Fufù sentì l'aria intorno a sé riempirsi di una dorata sonorità. Fufù è nome ridicolo certo, ma molto più ridicolo sarebbe, e più assurdo pure, e più contradditorio per di più, e soprattutto più doloroso, lei così sfortunata, così infelice, così brutta, uno dei tre nomi che legalmente le furono imposti al fonte battesimale, e che sono Fortunata Felicita Bella. Il nome, pensa la signorina Fufù, è il simbolo e il segno distintivo di colui che lo porta, e imporre il nome ai propri figli quando i figli non hanno ancora la possibilità di esprimere sul nome imposto il proprio gradimento, è un abuso d'autorità e talvolta un'infamia. Il soprannome Fufù suo padre glielo aveva messo per scherzo, ma ora la signorina Fufù si domanda se fu veramente uno scherzo o non piuttosto un tentativo di rimediare, o almeno di nascondere sotto un soprannome onomatopeico e insensato,l'errore crudele dei tre nomi veri. Del resto che importa Fufù? Sono più di trent'anni ormai che il ridicolo di Fufù non ha più significato né suono per la signorina Fufù, come per noi la parola « gioviale » non riecheggia più nella nostra mente la felice influenza di Giove sui mortali; cioè da quando costei, superati i vent'anni, era venuta nel convincimento che la vita ormai non sarebbe più mutata per lei, e come poco avanti il suo scompartimento aveva buttato fuori i suoi ultimi viaggiatori, così allora essa buttò via le sue ultime speranze. Anche il viaggiare era diventato inutile e la signorina Fufù non aveva più viaggiato. Ed è per questo che la signorina Fufù ignorava che in questo frattempo su molte linee della rete ferroviaria la trazione a vapore era stata sostituita dalla trazione elettrica, e le locomotive dai locomotori. La lettera del notaio dottor Cuscinà arrivò inaspettata, che invitava la signorina Fortunata Felicita Bella Fantapié a venire a Firenze, per la successione dello zio Bruno Fantapié.

Lo zio Bruno? Questo zio non mai veduto in vita, e di cui suo padre parlava molto di rado e illustrandolo ogni volta con aggettivi malevoli e accusatori, la signorina Fufù non volle vederlo nemmeno morto, e fece in modo di arrivare a Firenze « a cose fatte ». La signorina Fufù non «sentì» quel lutto. Nell'atrio dell'albergo, presso la cattedra del portiere, grondavano gli uni sugli altri i manifesti degli spettacoli. Del Maggio Fiorentino la signorina Fufù aveva un'idea molto oscura. Queste due parole unite assieme le risvegliarono nel fondo della memoria alcuni versi sopravvissuti alle odiose letture liceali, che essa si recitò a stento davanti a quel manifesto:

  Ben venga Maggio e 'l gonfalon selvaggio, ben venga primavera che vuol l'uom s'innamori.

 Egualmente però quel manifesto non avrebbe esercitato attrazione su lei, se non avesse recato in lettere cubitali il nome di Don Giovanni. Stranamente il tempo cominciò a camminare a ritroso. Stranamente la signorina Fufù si ritrovò vicino ai suoi genitori; più stranamente ancora essa fu felice di saperli morti. Libera dunque, libera finalmente, lei cinquantenne ma così prigioniera ancora, così giovane, così bambina, libera di conoscere l'uomo che i suoi genitori le avevano tenuto nascosto come il diavolo, come il seduttore temuto e desiderato.

  Non è vero dunque che trent'anni prima, arrivata al convincimento della definitiva ir-rimutabilità della sua vita, la signorina Fufù aveva buttato via le sue ultime speranze?... La signorina Fufù uscì dall'albergo, traversò Firenze nella luce opaca che segue il crepuscolo e porta tra noi la luce senza vita né speranza dei campi d'asfodelo; arrivò al Teatro della Pergola, fu portata dal fiume degli spettatori dentro una specie di scatola bianca finemente rabescata d'oro. Le poltrone intorno erano ricoperte di velluto rosso, materia e colore dei troni e comunque dei seggi riservati alle supreme dignità. « Don Giovanni alla Pergola » pensò la signorina Fufù, e sottilmente si compiacque dell'involontario bisenso. Era l'interno di una scatola di giochi: di giochi antichi. In questa scatola si entra per giocare e assieme per ricordare: per giocare ricordando, o se più vi piace per ricordare giocando. C'è fino l'odore delle scatole dei giochi: quell'odore misto di cartone e di vernice che intorno al Natale le piccole narici di Fufù ansiosamente fiutavano nell'aria folta della casa, tra l'odore del ceppo che come un arrosto decorativo si andava lentamente consumando sugli alari del caminetto, e il caldo profumo delle crostate verniciate di marmellata che saliva dal sottosuolo, simile alla benedizione delle Madri sotterranee. Dal sommo della scatola dei giochi un mazzo enorme e scintillante pende sul capo della signorina Fufù, e ogni suo fiore è una luce.

  Poi il mazzo luminoso si spense, l'interno della scatola dei giochi piombò nel buio, e allora la signorina Fufù si avvide che in quella scatola essa era chiusa due volte, perché intorno a lei si accendevano le barre di una gabbia d'oro.

  Era la musica del Don Giovanni, ma la signorina Fufù pensò la musica di Don Giovanni. L'oro a poco a poco la circondò da ogni parte. Essa stessa si trasformò in oro. Non la sola coscia come Pitagora ma tutto il corpo, e dentro quella gabbia d'oro la signorina Fufù si sentì canarina. Non l'oro sterile e duro che uccide la ragione dell'uomo e dissangua i popoli, ma un oro duttile e ondeggiante, flessuoso e fecondo, che all'infinito generava altro oro.

  Ora, nello scompartimento del treno che corre, è quella medesima atmosfera d'oro che la signorina Fufù ha ritrovato nell'annuncio dei pianoforti da vendere, e la dorata musica di Mozart le risuona nella testa. Essa di preciso non saprebbe ridire quello che ha udito, ma la rivelazione le è egualmente chiara di una vita tutta lindore e bellezza, tutta felicità e armonia, e onde la bruttezza è esclusa, il dolore, la morte. La signorina Fufù ha capito che anche vecchi, anche brutti, anche soli c'è modo di essere giovani, di essere belli, di essere vicini a un cuore che ama. Aggrappata ai braccioli della poltrona, le mascelle serrate da spezzarsi in bocca le cerniere della dentiera, il suo miserabile e vizzo petto in tumulto, la signorina Fufù fu via via Zerlina, Donna Elvira, Donna Anna; e, Donna Elvira, sentì l'amore al modo di biondo e casto sentimento; Zerlina, si sentì bruciare all'invito di « dar la mano» a Don Giovanni; ardente e fosca Donna Anna, la signorina Fufù non riuscì a odiare l'uccisore di suo padre, ma anzi, e orribile a dirsi e assieme spaventosamente dolce, lo amò di più. C'è dunque qualcosa di superiore al padre: alla memoria del padre? La signorina Fufù entrò in un equivoco tenebroso, nel quale padre e uomo amato si confondevano in una medesima persona. Dall'ombra delle memorie il cavaliere Fantapié ritornava a sua figlia non più funzionario meticoloso e cavaliere della Corona d'Italia, ma cavaliere magnifico di Carlo Quinto, la mosca al mento, le piume al cappello, la spada al fianco.

  L'indomani, di buon mattino, la signorina Fufù andò all'indirizzo indicato nel giornale e disse che voleva acquistare un pianoforte; ma questo desiderio essa lo manifestò alla prima persona che le si parò davanti nella Casa del Pianoforte, e che era un addetto molto giovane, quasi un ragazzo e privo di autorità commerciale. Costui disse alla signorina Fufù di aspettare e sparve. Era una lunga infilata di sale lucide e fredde, come nei musei che la signorina Fufù visitava giovinetta, la mattina della domenica, in compagnia di suo padre, e vi spirava un odore di vernice. Veniva da lontano un suono di note ribattute, di accordi insistenti, di arpeggi più volte ripetuti: la voce di un pianoforte in cura, il petto aperto probabilmente e le corde nude, al quale l'accordatore riaccordava il cordame. Dal fondo di quella scuderia pianistica, arrivò con uno scricchiolio di scarpe nuove un signore rigorosamente vestito di nero e unto di untuosità ecclesiastica. La signorina confidò a costui lo stesso desiderio poco avanti confidato all'irresponsabile giovinetto, come avrebbe confessato al confessore un suo peccato.

  «Maschio o femmina?» domandò l'untuoso signore.

 « Come dite? » domandò a sua volta la signorina Fufù, sgranando gli occhi. L'untuoso signore si riprese, scacciò con un molle gesto della mano davanti alla fronte la momentanea distrazione. «Scusi: diciamo così nel nostro gergo di fabbricanti di pianoforti. Volevo dire se lei desidera un pianoforte verticale o un pianoforte a coda». «Il migliore», disse la signorina Fufù, che non se ne intendeva. « Mi affido a lei che è un tecnico».

 «Allora diremo una coda», concluse l'untuoso signore. «Ho appunto una coda che fa benissimo per lei. Un'occasione stupenda». Traversarono le sale lucide e odorose di vernice. I pianoforti erano o bradi o a gruppi, bestie pacifiche e silenziose, verticali oppure orizzontali, di ogni dimensione e statura, alcuni molto grandi e altri molto piccoli, figli questi presumibilmente e quelli i padri. Passando, l'untuoso signore scopriva ad alcuni la dentatura, ad altri carezzava i fianchi o il lucido groppone. Ora laggiù l'invisibile accordatore taceva, e in luogo degli accordi e degli arpeggi si udiva la trombettina insistente del la perpetuo. In una sala, circondato di pianoforti neri come camerieri in frac, stava un pianoforte alto e interamente bianco: un cigno fra i corvi. «Il nostro albino» disse accennando con la mano l'untuoso signore, e sorrise con infinita malinconia. La signorina Fufù non capì, e guardò la sua guida con una certa quale apprensione. L'«occasione stupenda» stava nell'ultima sala, ed era un pianoforte a coda e lungo come una balena, basso sulle zampe tarchiate e tozze. L'untuoso signore schiacciò alcuni accordi perentorii, con una forza insospettabile in uomo di apparenza così molle; dopo di che chiese il permesso di andare a stendere il contratto. Rimasta sola, la signorina Fufù toccò un tasto e sentì per tutto il corpo un formicolio di piacere. Armata di maggior coraggio toccò due tasti insieme, e a quell'embrione di armonia l'oro d'un tratto si riaccese intorno a lei, che l'aveva avvolta due sere prima nella sala della Pergola, durante la rappresentazione del Don Giovanni di Vol-fango Amedeo Mozart. Ora la signorina Fufù è felice, profondamente felice, arcanamente felice. Ha pagato la fattura, ha dato la mancia ai facchini, ha richiuso la porta di casa, ha rimesso a posto il tappeto sotto i piedi del pianoforte lungo e nero posato in mezzo al salotto, che trasforma la vita in tutto lindore e bellezza, e dissipa con la sua voce d'oro la bruttezza, il dolore, la morte.

 Egualmente erculei erano i quattro facchini che con cinghie e bestemmie avevano portato il pianoforte della signorina Fufù su per i quattro piani della casa, egualmente carichi di cupe minacce, egualmente espansivi di un acre fetore vinoso e di sudore stantio assieme; ma uno di costoro somigliava al gigantesco viaggiatore che tra Arezzo e Chiusi era stato compagno di scompartimento della signorina Fufù, e inconsapevolmente aveva dato a costei una oscura e imperfetta conoscenza della convivenza coniugale. E proprio a costui la signorina Fufù consegnò le cento lire di mancia con che essa pensò di mettersi al sicuro dalle oscure minacce contenute in quei quattro corpi colossali, ma non l'ombra di un sospetto essa vide traversare la fronte di colui, solcata di rughe e imperlata di sudore, non la più tenue luce di complicità accendersi nei suoi occhi sepolti sotto le pieghe della carne rossa. E quando finalmente la signorina Fufù si ritrovò sola in casa, essa, piano piano, tremando, si avvicinò al pianoforte come a una creatura viva ma addormentata, e che il minimo rumore, il più piccolo gesto inconsiderato può svegliare, sollevò il coperchio sulla dentatura lievemente ingiallita, toccò due note insieme per ritrovare ancora l'oro e l'armonia, ma subito ritrasse la mano con raccapriccio: la tastiera era calda e molle. La signorina Fufù si arrischiò a toccare la coda dello strumento, ed essa pure era morbida e calda.

 «Hanno la febbre i pianoforti?». Dissipata la prima e maggiore paura, la signorina Fufù si accorse che non il pianoforte aveva dette quelle parole ma essa stessa, ad alta voce, sola in mezzo al salotto, davanti al misterioso strumento febbricitante. E le pareva ancora che il pianoforte fosse più grosso che nella sala della Casa del Piano forte, più grasso, più gonfio, e che si andasse intasando sulle zampe tozze. La signorina Fufù non chiuse occhio. Entrare di notte in salotto non osò, ma attraverso la porta le pareva di udire l'ansimo del pianoforte che respirava a fatica. Si chiuse a chiave nella sua camera. Le tornò in mente la « distrazione » dell'untuoso signore: « Maschio o femmina?». Rabbrividì sotto il lenzuolo. Per la prima volta nella sua vita di vergine cinquantenne, la signorina Fufù si sentì sola in casa, di notte, con un uomo. Alle sette, Marta, la donna di tuttofare che veniva ogni mattina per i servizi, bussò a precipizio alla porta della signorina Fufù, ma non volle dare spiegazioni attraverso la porta chiusa. La signorina Fufù corse in salotto a piedi scalzi, sui suoi brutti piedi a forchetta: il pianoforte giaceva sul tappeto, respirava grasso con ampio palpito del fianco, e intorno gli si agitavano molti pianofortini alcuni verticali e alcuni a coda, e spandevano suoni sottili e dorati.

  La signorina Fufù arrivò alla Casa del Pianoforte col tuppè di traverso e l'abito infilato a rovescio. L'untuoso signore stette a sentirla con dolce condiscendenza, e una volta ancora fece quel molle gesto della mano davanti alla fronte, come per dissipare una distrazione.

« Una svista » disse la sua voce di miele. « Per errore è stato consegnato alla signorina Fan-tapié un pianoforte femmina: una pianessa, che i fabbricanti tengono in fabbrica per la riproduzione, e che per questo sono più pregiati. Ma se la signorina non lo vuol tenere... ».

 « Mi ha riempito il salotto di pianofortini neonati... capirà... una signorina che vive sola... ». «Deplorevole errore!» si dolse l'untuoso signore. «Vuol dire che la pianessa che distrattamente abbiamo consegnato ieri alla signorina Fantapié, era piena di uova». L'untuoso signore parlava non come quando si è soli con l'interlocutore, ma come se ci fosse un intero pubblico ad ascoltarlo. Dopo quelle parole egli premè il dito sul bottone di un campanello, e al giovanissimo addetto che per effetto di quella pressione si presentò, disse con voce severa: «Come mai c'era in negozio una pianessa piena di uova?».

  « Io... non saprei, commendatore » si scusò il giovanissimo addetto, arrossendo fino alla radice dei capelli e aprendo le braccia come ali. L'untuoso signore aggiunse inappellabile: «Chiamatemi il signor Fòrbice!». Ritornata a casa, la signorina Fufù trovò che i pianini già si erano fatti grandicelli, e fu felicemente sorpresa di come crescono presto i pianoforti. Alcuni camminavano beccheggiando, altri digrignavano i dentini; un pianino a coda, vista la signorina Fufù affacciarsi alla porta del salotto le corse incontro scodinzolando, e il cuore della vecchia e sterile signorina fu irrorato di tenerezza. Quando la Casa del Pianoforte telefonò per domandare a che ora doveva mandare a riprendere la pianessa e i pianini, la signorina Fufù rispose che aveva cambiato idea e si teneva la pianessa e i suoi piccoli. Chi sa? L'atroce sospetto forse le traversò la mente che quel signore rigorosamente vestito di nero, untuoso con lei ma così duro con l'infantile addetto della casa, potesse far annegare alcuni dei pianini neonati e magari quello stesso che le era corso incontro scodinzolando. « Le daranno un gran da fare » disse la dolce voce all'altro capo del filo. «E per nutrirli?». « Mi arrangerò » disse la signorina Fufù. « Sono così sola... ».

  Nel volgere di pochi giorni, i piccoli pianoforti divennero dei pianoforti giovinetti. Era un gusto vederli aggirarsi per casa, arrampicarsi sui mobili, nascondersi dietro le tende, giocare come cuccioli. Alcuni giovani pianoforti a coda si fermavano in mezzo al salotto, puntavano la zampetta, tiravano su il coperchio come il pulcino che si gratta sotto l'ala.

  Talvolta, in mezzo ai giochi, una lite scoppiava fra due pianoforti verticali o fra due pianoforti a coda, e alla signorina Fufù toccava correre a separarli. Tra pianoforte verticale e pianoforte a coda liti non scoppiavano mai, per quella medesima imbellicosità fra sesso e sesso che vieta altresì a un cagnolino di litigare con una cagnetta, ma non però a un uomo di litigare con una donna. La pianessa quanto a sé aveva superato le fatiche del parto e dell'allattamento, era tornata ritta sulle sue zampe tarchiate e tozze ma era un po' sciupata. Solo un uomo superficiale e sfornito di spirito può credere che i pianoforti si nutrano di crome e biscrome: i giovani pianoforti della signorina Fufù divoravano enormi quantità di carne, di legumi, di verdura, e la pianessa per di più si beveva tre litri di latte al giorno. La modesta rendita della signorina Fufù non bastando più alla spesa, essa cominciò a intaccare il capitale. Che importa? La sua vita ora aveva uno scopo.

 Intanto, piena di quelle giovani corde, di quelle bianche tastiere, la casa della signorina Fufù si è riempita di un'armoniosa musica d'oro, che di giorno non si spegne mai e di notte si raccoglie nel sommesso ronzio dei sogni. E la signorina Fufù, che a un tempo è Zerlina, è Donna Anna, è Donna Elvira, e in queste tre diverse donne ha l'amore di Don Giovanni, il quale per merito suo è divenuto l'amante più fedele del mondo, gode dell'infranta sterilità della sua casa, e sogna di unire i nuovi pianoforti verticali con i pianoforti a coda, ossia i pianoforti maschi con i pianoforti femmine, in fecondi accoppiamenti. E la signorina Fufù, che fino a ieri era sola al mondo, ora si vede circondata di una vita rigogliosa e sonora, e dietro la sua bruttezza, come dietro il più sicuro riparo, è angelicamente felice.

  Egualmente però la signorina Fufù è sola al mondo. E poiché ella non ha parenti nemmeno lontanissimi, è il capofabbricato che si occupa di lei, aiutato dal portiere. E una mattina si presentano in casa della signorina Fufù due giovani donne sobriamente vestite di grigio, che dolci e risolute assieme invitano la signorina Fufù ad accompagnarle alla Casa del Pianoforte, per comunicazioni che la riguardano. Udito lo scopo, la signorina Fufù non se lo fa ripetere due volte. Fuori del portone aspetta un tassì, che conduce la signorina Fufù e le due donne vestite di grigio a una villa fuori porta, circondata di un amenissimo giardino. La camera nella quale fanno entrare la signorina Fufù è linda e bianca, ma la finestra è quadrettata di solide sbarre.

 In mezzo al salotto della signorina Fufù il pianoforte è rimasto a bocca aperta, sul leggio è lo spartito del Don Giovanni aperto a pagina 83, sull'invito di Don Giovanni a Zerlina: «Là ci darem la mano, là mi dirai di sì...». Quello spartito che la signorina Fufù non riuscirà mai a leggere: quel pianoforte che la signorina Fufù non riuscirà mai a sonare.