mercoledì 14 ottobre 2020

Son forse io il custode di mio fratello? Emanuela Trotta

 


Son forse io il custode di mio fratello?

Emanuela Trotta

Tra le migliaia di domande della Bibbia, quella di Caino è forse la più drammatica di tutte, esprime nello stesso tempo menzogna, indifferenza e cinismo. Caino sapeva benissimo dov’era suo fratello, perché lo aveva appena ucciso.

Questa domanda risuona, nel nostro tempo attraversato da mutamenti demografici e sociali, da eventi che ci consegnano un mondo diverso da quello che abbiamo conosciuto, è una domanda che chiede conto dell’umanità di tutti e che necessita di risposte, che non può esimerci da una profonda riflessione sul significato di essere gli uni custodi degli altri.

L’altro irrompe nella nostra vita, obbliga a interrogarci ” Son forse io il custode dell’altro?” L’interrogazione di Dio a Caino “Dov’è tuo fratello Abele?” esige una risposta concreta, chiede conto di un dove, di un luogo. Per rispondere non si può guardare solo a sé stessi: bisogna aprirsi alla realtà e al mondo. Sono interrogativi ai quali non si può sfuggire, che implicano la responsabilità di vedere nell’altro la sua sofferenza, la sua precarietà, la sua fragilità, la sua rabbia, ma anche il suo essere risorsa e aiuto per noi. L’assunzione di questa responsabilità richiede un’interrogazione profonda nelle comunità, l’instaurarsi di relazioni pratiche umane, un ascolto attento delle paure, l’aprirsi ad uno scambio sociale, basato sulla reciproca conoscenza. Non sembra un caso che il termine “responsabilità” trovi la sua radice etimologica nella parola risposta: l’altro ci interpella, chiede di “esserci”, di diventare interlocutore. Secondo Lèvinas, in questa domanda, che di fatto presuppone che l’altro non ci riguardi, troviamo l’origine dell’immoralità, per Lèvinas, infatti, la naturale responsabilità verso l’altro ci costituisce come esseri morali.

Caino e Abele offrivano a Dio il frutto del proprio lavoro, il Signore gradì l’offerta di Abele, ma non quella di Caino, perciò ne fu abbattuto. Caino non riesce ad accettare la preferenza che Dio accorda al fratello. L’esistenza del fratello, illuminata dal favore di Dio, gli è invisa, è invidioso. Che cosa sconvolge Caino? Dio dà un nome al suo tormento, non è il legittimo sdegno per un torto subìto: è una colpa, è un peccato. Caino non protesta, non rinfaccia a Dio la sua iniquità; avverte che la sua ribellione non ha i caratteri di un sentimento nobile e giusto. Il suo sdegno non gli colma l’animo dell’entusiasmo di chi ha ragione, al contrario lo abbatte. La sua rivolta non ha il coraggio di manifestarsi, resta celata come una vergogna. Ma sul volto i segni dell’angoscia affiorano con evidenza. E’ una colpa la tristezza? Essere felici è un merito? Abele è felice, ma qual è il suo merito? L’arbitraria benevolenza del Signore gli procura la felicità, e Caino? Non aveva meriti? Dio non li nega, ma neanche li riconosce.

Il peccato di Caino, quello che si ostina a non vedere, non consiste nell’inadeguatezza delle sue offerte. Il suo peccato è comparare ciò che è incomparabile: la propria fortuna  a quella di un altro uomo. Peccato è il confronto; di lì nasce l’angoscia che lo spingerà ad uccidere Abele. Mentre Caino commisura i meriti, mentre raffronta i premi ricevuti, perde di vista il bene. Chi fa il bene, lo ammonisce il Signore, tiene alto il volto. Caino guarda rabbiosamente a terra, vorrebbe che fosse fatta giustizia, è questo ad accecarlo, a esporlo ai morsi del peccato. La sua giustizia pretende di giudicare quella divina, vuole imporle il proprio metro, si spinge fino a vedere in essa un’iniquità intollerabile.

L’invidia è questa disperata incapacità di comprendere. Se proviamo a spogliare l’antica favola della sua veste biblica e a tradurla in termini laici, appare ancora più tragica. L’invidia di Caino che non tollera i propri fallimenti e i successi del suo vicino è un sentimento: non c’è un Dio che gli possa rimproverare ciò che sente, ma anziché liberarlo, questo lo sprofonda ancora più in basso nell’angoscia e nel risentimento, gli fa sentire ancora più grave il peso della sua impotenza. A sfidare Caino ci sarà sempre una superiore ingiustizia, comunque Caino non riesce a tenere in alto il volto; anche senza un Dio che lo condanni, la sua tristezza resta un tormento; il suo abbattimento, anzi, è ancora più disperato.

Dove sono le radici della sua disperazione? Perché soffre l’invidioso? Soffre perché il bene che presume di aver fatto non gli ha procurato ciò che si aspettava: un bene ulteriore, corrispondente al valore del suo fare. L’invidioso concepisce il bene come adeguata ricompensa di uno sforzo, come risultato finale di un lavoro.

 Caino è un lavoratore, la sua è un’opera realizzata in vista di un vantaggio, di un adeguato tornaconto, sia pure morale. La fatica che quest’opera gli è costata, gli sembra enorme, mentre,  in quella dell’altro non avverte traccia di sforzo. Se ripensa al proprio sacrificio e lo paragona a quello del rivale, il premio che questi riceve, ai suoi occhi, è immeritato.

L’invidia svanirebbe se l’invidioso si accontentasse del proprio giudizio: la fatica e l’opera sua valgono quanto quella del vicino, se non di più. Il fatto che non vengano premiate non dovrebbe diminuire ai suoi occhi, la dignità e il valore. Ma l’invidioso è incapace di prestare fede al proprio giudizio: il giudizio del mondo è per lui talmente autorevole, che egli non può fare a meno di dubitare della qualità della propria opera, mentre quella altrui, per quanti sforzi egli faccia al fine di sminuirla, comincia a sembrargli buona. L’invidia si rivela come una sofferenza che non ha via d’uscita, un sentimento doloroso e inconfessabile. Analizzando e confrontando la natura dell’odio e quella dell’invidia, Plutarco osserva che alcuni ammettono di odiare molte persone, ma sostengono di non invidiare nessuno. Eppure l’invidia è uno dei sentimenti più propri dell’uomo. In una lettera a Dario, re di Persia, che lo aveva invitato alla sua corte, Eraclito motiva il proprio rifiuto, dichiarando di astenersi per principio, dalla ambizione che acceca gli uomini e di fuggire la gloria , che è legata all’invidia.

La gelosia degli uomini è il segno del nostro valore, la conseguenza del loro riconoscimento, eppure, essere invidiati è doloroso, genera inquietudine.

Giovanni Pascoli diceva che la nostra anima” si intristisce dinnanzi lo spettacolo della miseria e avendo bisogno di giustizia, finisce col macerarsi di invidia”.

Se l’invidia fosse un peccato e ci fosse Dio a condannarla, l’uomo invidioso potrebbe liberarsene confessandola. L’invidia si palesa come il sentimento più doloroso e riprovevole. Nel suo dizionario dei vizi e delle virtù, Natoli sostiene che l’invidia

“a differenza di ogni altro vizio, è un vizio che non dà piacere”. Nell’invidia, l’individuo logora sé stesso senza alcun beneficio e si consuma nel desiderio, inestinguibile della distruzione dell’altro, e quand’anche fosse distrutto, la soddisfazione non sarebbe ugualmente raggiunta, poiché la fine dell’altro non procurerebbe in alcun modo l’accrescimento di sé. L’invidioso distrugge, senza riuscire in alcun modo a valorizzare sé stesso. Secondo quanto sostiene Spinoza, chi è preda dell’invidia è anche capace di trarre una certa soddisfazione da questo stato d’animo, poiché gode del male altrui. Galimberti sembra ricondurre una simile soddisfazione al fatto che l’invidia costituisce un meccanismo di difesa, un tentativo disperato di salvaguardare la propria identità, quando si sente minacciata dal confronto con gli altri.

Un confronto che l’invidioso da un lato non sa reggere dall’altro non può evitare, perché sul confronto si regge l’intera impalcatura sociale, è la società che decide del valore degli individui, e che fa della competizione la sua norma motrice. In questo contesto l’invidia si rivela una sorta di impotenza relazionale, che sorge dal confronto implicito che l’individuo, anche inconsapevolmente propone tra le sue caratteristiche più peculiari e quelle da cui passa ogni riconoscimento da parte della società.

Questa è la ragione per cui l’invidioso è costretto a nascondere il suo sentimento, perché altrimenti darebbe a vedere la sua impotenza e la sua sofferenza. L’invidia diventa ancora più impotente e devastante quando ha per oggetto dei valori non acquistabili, quando si dirige contro l’esistenza stessa di una persona.

 Questo tipo di invidia può perdonare qualcuno per ciò che ha, ma non per ciò che è, la sua stessa esistenza è vista come limitazione della propria persona.

Nello Zibaldone (3778), Leopardi osserva che l’invidia, passione antisociale per eccellenza, nasce nella società stretta, dove le esistenze degli uomini si espongono agli sguardi altrui. L’invidia, ci suggeriscono le Scritture, non è solo il peccato di un singolo: è l’oscuro fondamento di ogni socialità. L’invidia nasce con la diffusione del principio di uguaglianza tra tutti gli uomini, con l’affermarsi di una civiltà fondata sul perpetuo confronto tra gli uomini, sul sentimento di un’uguaglianza comparativa, sul bene inteso come felicità individuale, benessere da soppesare e misurare.

Alla radice della polis greca, il giovane Nietzsche, vede proprio l’invidia. Il Greco è invidioso, e non sente questa proprietà come un difetto, bensì come azione di una divinità benefica. Nel mondo greco si tendeva ad ammirare la grandezza dei migliori, piuttosto che a invidiarla, e l’ammirazione costituisce il tentativo di assimilare e fare nostre le qualità che si riconoscono superiori alle proprie.

Ma l’invidia non è solo “buona discordia”,  positivo spirito di emulazione: è anche la fonte del risentimento dei diseredati nei confronti dei privilegiati, il germe di quella definita da Nietzsche “morale degli schiavi”, dei contrasti tra classi, tra popoli.

Il peso dell’invidia non deriva dal fatto che qualcuno la condanni come un peccato, l’invidioso soffre, perché è incapace di concepire il bene , se non come premio. Nella sua misera prospettiva, l’opera buona può portare al successo, ma è anche esposta al fallimento. Il suo sguardo è ansioso è tutto teso a calcolare quanta felicità sia toccata a lui e al suo simile. Questo sguardo che insegue il miraggio della felicità è senza gioia. La felicità è strettamente legata alla volontà,  è l’oggetto di un desiderio, il risultato di uno sforzo; la gioia è una sensazione involontaria di pienezza, di entusiasmo. Entrambe sono moventi del nostro operare umano; ma chi opera in vista della felicità è inquieto, insoddisfatto: si muove nell’ansia, nell’incertezza del suo premio; quand’anche ottenga un risultato, sarà sempre spinto a valutarne la consistenza, l’adeguatezza degli sforzi fatti, a confrontarlo con le proprie aspettative e con i risultati altrui.

L’operare mosso dalla gioia, invece, non insegue un obiettivo: parte da una certezza. La gioia è la sua origine, non il suo fine. La gioia è un’esperienza che ci accade, non l’oggetto della nostra volontà. Chi opera per gioia, ha già ricevuto il premio. La gioia è incommensurabile, non ha alcun rapporto col nostro merito, è un dono che ci spinge a condividerlo. Chi opera in vista della felicità, parte dall’idea di un’uguaglianza di principio fra gli uomini. Proprio quest’idea è ciò che induce al confronto, e infine all’invidia. Se gli uomini sono uguali, anche le loro quote di felicità dovranno esserlo. Quando non lo sono, ci si trova di fronte a un’ingiustizia : la felicità è un bene limitato, quella di uno è tolta all’altro. Che sia Dio a commettere queste ingiustizie, che siano le circostanze economiche, sociali, che sia lo Stato o il caso, Caino vorrà sempre opporle il suo metro, la sua giustizia, ma questa giustizia è impotente a fare ciò che pretenderebbe, ha perso di vista il bene. Più scruta il proprio simile per smascherarlo, meno lo vede. Lo sguardo che calcola e misura non è capace di guardare davvero Abele; è uno sguardo disperato. Solo la gioia permette a chi se ne lascia invadere, di vedere il bene, proprio e altrui,  di  guardare al proprio simile come a un altro da contemplare e custodire. Solo la gioia gratuita, se sappiamo attenderla e ascoltarla, ci permette di oltrepassare l’invidia, di uscire dalla meschinità del metro, del confronto, del calcolo, ci permette di donare ciò che ci è stato donato, ciò che siamo, senza altro premio se non la forza che ci muove. Questo è il vincolo che ci chiama ad essere custodi l’uno dell’altro, il volto dell’altro è testimone che il nostro io non è tutto e deve misurarsi con l’altrui bisogno, con l’esigenze che ognuno porta in sé, di amare ed essere amato; spezzando così l’incanto di ogni totalità, presuntuosamente chiusa in sé stessa. Il riconoscimento della responsabilità verso l’altro sta a fondamento della stessa possibilità dell’etica. Mettersi in ascolto dell’altro, passando da una filosofia dell’io a una filosofia del tu. Non c’è etica senza gratuità e responsabilità. L’imperativo morale o è categorico e dunque incondizionato o non è.

Il destinarsi ad altri è un atto gratuito e senza condizioni, motivato dall’esigenza dell’altro. In questo carattere gratuito, si coglie come l’anima più profonda di essa sia l’amore, il dare senza calcolo e senza misura per la sola forza irradiante del dono.

Bibliografia

B. Spinoza, Etica, trad. it. Torino 1959

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E. Pulcini, Invidia, Il Mulino, Bologna 2011

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F. Nietzsche, Umano troppo umano, trad. it. ,Milano 1965

F. Nietzsche, Genealogia della morale, trad. it. Milano 1928

M. Buber, Il cammino dell’uomo, trad. it. Magnano 1990

E. Lèvinas ,Totalità e Infinito. Saggio sull’esteriorità, Jaka Book, Milano 1996

E. Lèvinas, Il Tempo e l’Altro, a cura di F.P. Ciglia, Il Melangolo,1997

E. Lèvinas, Etica e Infinito, Città Nuova, Roma 1984