giovedì 22 ottobre 2020

COME SI LEGGE UN RACCONTO Di ANTON CECHOV

 


COME SI LEGGE UN RACCONTO

COME SI LEGGE UN RACCONTO

DI ANTON ČECHOV

 

 

Come nasce un racconto breve, quali sono le dinamiche e le strategie, gli strumenti adottati dall'autore? Proviamo a capirlo leggendo un racconto straordinario di Cèchov, Lo specchio storto, nell'edizione Sansoni, nel 1963, con una bella introduzione di Emilio Cecchi. Il racconto apre l'intera raccolta dei racconti, disposta cronologicamente secondo le ultime volontà dell'autore, a partire dal 1883, anno in cui Cèchov aveva solo 23 anni. La buona traduzione è di Giovanni Faccioli. Non dimentichiamo che stiamo lavorando su una traduzione, non sulla lingua originale. Cominciamo a leggere:

 

 LO SPECCHIO STORTO

(racconto di Natale)

 

Io e mia moglie entrammo nella sala. Ci si sentiva odor di muffa e di umidità. Milioni di sorci e di topi si sbandarono da tutte le parti, quando noi rischiarammo quei muri che non avevano veduto la luce nel corso di un secolo intero. Quando chiudemmo la porta dietro di noi, soffi  una folata di vento e agit  dei mucchi di carte e vedemmo dei caratteri antichi e delle figure medievali. Sulle pareti, rese verdi dal tempo, erano appesi i ritratti degli avi. Essi ci guardavano alteri ed arcigni, come se volessero dire:

-Bisognerebbe frustarti, mio caro!

I nostri passi rimbombavano per tutta la casa. Ai miei colpi di tosse rispondeva l'eco, quella stessa eco che un tempo aveva risposto ai miei avi…

 

 

Il racconto breve non permette preamboli. Si entra subito nell'azione. Questo accade anche per il romanzo, ma nel racconto è assolutamente necessario vista la brevità di spazio. Bisogna stampare in pochissime righe, tre, quattro cartelle al massimo. Lo spazio è quello e non ci sono deroghe, altrimenti si rischia di essere tagliati. Il racconto breve va sempre pensato per una pubblicazione in un giornale, che ha spazi ferrei. Così hanno lavorato autori come Maupassant, Guareschi, Collodi, Parise, Zavattini e molti altri scrittori, tanto per citarne qualcuno, che hanno pubblicato sui giornali.  All'inizio di questo racconto, dei protagonisti conosciamo solo che sono marito e moglie e che entrano in una vecchia casa di avi. Non dice nomi, non dice perché sono lì, se sono nobili o meno, se questi due hanno ereditato la casa. Sicuramente fanno parte di una famiglia nobile, visto che solo nelle casate con una storia secolare c'era l'uso dei ritratti degli avi.  

Cechov è uno scrittore della reticenza, del silenzio. Il racconto breve si presta dunque ad usare procedimenti di silenzio. Lo scrittore tace, allude, lascia in sospeso. Spesso taglia. I protagonisti non sappiamo chi sono, perché sono lì, davanti a noi. Agiscono precisi come in scena. Aprono la porta, la chiudono. La candela che illumina le facce arcigne degli avi è probabilmente tenuta in mano dal marito. Tutto il resto della casa non conta. La eco dei passi dice molto di più di quel luogo di tante descrizioni. La casa probabilmente è vuota, per questo i passi rimbombano. Oppure è molto grande e per il racconto questo basta. Uno scrittore principiante si sarebbe allungato a descrivere quella sala, se era spoglia o se era piena di mobili, ma Cechov sa che è inutile. Non è funzionale al racconto. Non c'è spazio per descriverla perché il racconto deve essere breve. Anche la stessa casa, piena di sorci, di cartacce che si alzano al vento, è di carattere "medievale" e nient'altro.

E' importante per ora sottolineare il doppio aggettivo "alteri ed arcigni" riferito alla faccia degli avi, e il fatto che il loro sguardo non è molto benevolo con i propri discendenti.  Procediamo con la lettura:

 

I nostri passi rimbombavano per tutta la casa. Ai miei colpi di tosse rispondeva l'eco, quella stessa eco che un tempo aveva risposto ai miei avi…

E il vento urlava e gemeva. Nella cappa del camino qualcuno piangeva e in questo pianto si sentiva la disperazione. Grosse gocce di pioggia picchiavano contro le fosche oscure finestre e il loro rumore infondeva l'angoscia.

-O, avi, avi- dissi io, sospirando profondamente.- Se io fossi scrittore, guardando i vostri ritratti, scriverei un lungo romanzo. Infatti ciascuno di questi vecchi un tempo fu giovane e ciascuno o ciascuna ebbe il suo romanzo…e quale romanzo! Guarda, per esempio, questa vecchia mia bisavola. Questa donna brutta e mostruosa ha una storia in sommo grado interessante.

 

Bisogna sottolineare che il racconto è scritto in prima persona e non in terza. Questo fatto cambia molto. Un esercizio utile, che ci facevano fare anche alle elementari, (e sarebbe così utile riprendere quegli esercizi che ci sembravano tanto stupidi!) è quello di riportare questo racconto di Cechov dalla prima alla terza persona. Cambia tutto, si allungherebbe il brodo perché si cambia il punto di vista sul fatto che si sta raccontando, e molte reticenze andrebbero risolte con spiegazioni, altrimenti il racconto perderebbe senso. La scelta del punto di vista è anche una questione di economia su ci  che si racconta.

Cechov si sta divertendo un mondo. Sembra che scrivi con il sorriso sulle labbra. Infatti sta facendo la parodia di certi romanzi gotici, quelli ambientati in castelli o in case medievali piene di fantasmi e di presenze inquietanti. C'è un piccolo repertorio di topoi classici di questa letteratura: i sorci che fuggono, il vento che geme, il rumore della pioggia contro i vetri, il vento che soffia nel camino e il sibilo che produce è come un pianto disperato. 

Un'altra cosa che Cechov non dice ma s'intuisce dal testo è che questi due individui, marito e moglie, non hanno molta paura, anzi. Il marito si permette perfino di fare dell'ironia sulla mostruosa bruttezza dei propri avi. "Oh, avi avi…" dice sospirando profondamente. " Se io fossi uno scrittore, guardando i vostri ritratti - dice - scriverei un lungo romanzo". E' importante questo passo perché Cechov lancia un'idea di poetica. Parla di sé. Potremmo quasi dire che i suoi avi hanno una faccia da romanzo. Così Cechov prende in giro se stesso, il suo essere scrittore. Ma c'è una nota di poetica importante quando dice che ogni suo avo, uomo o donna, ebbe il suo romanzo. Ognuno ha un mondo che pu  essere raccontato a forma di romanzo. In ogni trama si rivela il destino di una persona. La trama è qualcosa in più di un semplice meccanismo letterario o tecnico, è qualcosa che va in fondo alla vita di un uomo. La trama coincide con il destino di un uomo e con la sua faccia, e

questo è determinante ai fini della comprensione piena del racconto.

Ancora una volta Cechov non dice nulla del sentimento dei protagonisti, di come affrontano la scena. Lo intuiamo da quello che dicono e da come si muovono i protagonisti. Un principiante credo avrebbe descritto il terrore negli occhi di quegli avventori, il loro passo esitante, l'urlo della moglie alla vista dei topi… e invece Cechov non dice niente, anzi ironizza. Permette ai suoi protagonisti di fare dell'ironia sulla bruttezza dei propri avi. E' importante questo passaggio come vedremo più avanti, perché questo è una specie di innesco umoristico assai intelligente e sottile: non solo prepara il finale, ma costringe il lettore a ritornare, verso la fine, su questo passo. E' un punto strategico del racconto.

Vorrei infine sottolineare come Cechov sia riuscito nel giro di una pagina a costruire un'atmosfera, un ambiente, una situazione ben precisa, con pochi tratti. Non dobbiamo dimenticare infine il sottotitolo, che non è messo per caso. Nella tradizione inglese e probabilmente non solo in quella, era d'uso raccontare storie paurose, per spaventare i bambini nella notte della vigilia o durante il giorno di Natale. Pensate a certi racconti di Dickens.

Riprendiamo la lettura.

 

Questa donna brutta e mostruosa ha una sua storia in sommo grado interessante. Vedi tu - domandai a mia moglie - vedi tu quello specchio appeso là nell'angolo? E le indicai un grande specchio dalla nera cornice di bronzo che era appeso nell'angolo accanto al ritratto della mia bisavola. - Quello specchio possiede delle qualità magiche: esso condusse alla rovina la mia bisavola. Ella lo pag  una somma enorme e non se ne separ  fino alla morte. Vi si rimirava giorno e notte, senza posa, vi si rimirava perfino quando beveva e mangiava. Coricandosi lo poneva sempre accanto a sé nel letto, e morendo, preg  che lo si mettesse con lei nella bara. Questo suo desiderio non fu appagato soltanto perché lo specchio non entrava nella bara.

-Era forse civetta?- domand  mia moglie.

-Poniamo pure. Ma non aveva forse altri specchi? Perché aver messo tanto amore proprio a questo specchio, e non a uno qualsiasi? Non ne aveva forse dei migliori? No, mia cara, qui si nasconde un qualche spaventoso mistero. Non pu  essere altrimenti. La leggenda dice che nello specchio c'è un diavolo e che la mia bisavola aveva un debole per i diavoli. E', evidentemente, un'assurdità, ma non c'è dubbio che lo specchio della cornice di bronzo possiede una forza occulta.

 

Al centro della narrazione vien posto lo specchio. Tutto quello che è stato raccontato fino adesso è finalizzato ed è funzionale per cogliere le potenzialità magiche dello specchio. Il narratore che racconta che la sua bisavola è brutta e mostruosa e che non voleva mai separarsi dallo specchio. "Era forse civetta" dice la moglie? Evidentemente questa battuta è umoristica ed è detta dalla moglie con un filo di sottile ironia. Dunque lo specchio è qualcosa di terribile e mostruoso, di diabolico. Dentro ci vive un diavolo. Se pensate alla novella intitolata Lo specchio nella raccolta di racconti Gimpel l'idiota del premio Nobel Isaac B. Singer, anche lì troviamo un diavolo che all'improvviso sbuca da dentro uno specchio proprio mentre una giovane ragazza rossa si sta accarezzando un capezzolo, rimirando la propria bellezza. Anche lì lo specchio è visto come qualcosa di terribile, dimora di demoni. Proviamo a leggere un pezzettino dell'inizio del racconto de Lo specchio tratto da Gimpel l'idiota, perché poi lo leggeremo interamente più avanti:

 

Vi è una sorta di rete che è antica quanto Matusalemme, delicata come una ragnatela e altrettanto piena di buchi, eppure ha conservato la propria forza fino ad oggi. Quando un demone si stanca di inseguire l'ieri o di girare in circolo su un mulino a vento, pu  sistemarsi in uno specchio. Là aspetta come un ragno nella sua tela, ed è certo che la mosca rimarrà presa. Dio ha prodigato vanità alle femmine, in particolare alle ricche, alle graziose, alle sterili, alle giovani, che hanno molto tempo a loro disposizione e poca compagnia.

 

Il ricordo non ci pu  non portare a pensare al quadro in cantina di Dorian Gray o ad Alice oltre lo specchio. Ma di questo ne riparliamo alla fine. Sottolineiamo il fatto che è proprio di questo racconto l'idea che è la donna ad essere preda dello specchio e non l'uomo. Andiamo avanti nella lettura di Cechov:

 

Diedi una spolverata allo specchio e guardandomici mi misi a ridere. Al mio riso rispondeva sordamente l'eco. Lo specchio era storto e la mia fisionomia si contorceva in tutti i sensi, il naso era venuto a trovarsi sulla guancia sinistra, il mento si era sdoppiato e se n'era andato di sbieco.

 

Finalmente capiamo che lo specchio deforma i lineamenti. Non è uno specchio normale che rispecchia fedelmente la realtà ma la deforma. La sua superficie non rende la realtà com'è. La descrizione della deformazione del volto, chissà perché, mi ricorda certi quadri non tanto di Picasso, ma certe forme oblunghe e disperate di Bacon che nulla hanno di umoristico e spiritoso. Il protagonista del racconto rimane piuttosto impassibile, anzi, fa un commento sulla propria bisavola, e leggiamo:

 

 

-Strani gusti aveva la mia bisavola!- dissi.

 

Ricordatevi che è una bruttona, e anche questa battuta, se doveva essere recitata, ci voleva da parte dell'attore un taglio fortemente ironico, per portare così il pubblico al riso.

 

Mia moglie si avvicin  esitante allo specchio, anche lei vi si rimir , e immediatamente accadde qualcosa di spaventoso. Ella impallidì, si mise a tremare in tutto il corpo e lanci  un grido. Il candeliere cadde di mano, rotol  al suolo e la candela si spense. Fummo avvolti dalle tenebre, Nello stesso istante udii cadere sul pavimento qualcosa di pesante: mia moglie aveva perduto i sensi.

Il vento si mise a gemere ancora più lamentosamente, i topi ripresero a correre e a frusciare tra le carte. Mi si drizzarono i capelli in fronte, quando l'imposta di una finestra si stacc  e piomb  abbasso. Nella finestra comparve la luna…

Afferrai mia moglie, la cinsi alla vita e la portai fuori dalla dimora dei miei avi. Ella rinvenne soltanto la sera dopo.

-Lo specchio! Datemi lo specchio! - disse tornando in sé -Dov'è lo specchio?

 

Dal punto di vista stilistico Cechov usa spesso una frase ternaria, spezzata in tre. Sono utilissime per i narratori principianti e non solo. E' prima di tutto una struttura ritmica, quasi sillogistica se vogliamo. "Afferai mia moglie", primo movimento, "la cinsi alla vita" secondo movimento, " e la portai fuori dalla dimora dei miei avi" terzo e conclusivo movimento. Questo tipo di struttura narrativa è molto usata anche per la sintesi che offre di gesti. L'azione si risolve in tre movimenti senza prolissità, risolvendo narrativamente tutto in un periodo che chiude, dopo i primi due movimenti, con un terzo finale legato dalla congiunzione, come se fosse la perfetta chiusura di un gesto. Questo tipo di frase è usata spessissimo, dicevo, dai narratori. Chi comincia a scrivere, dovrebbe imparar bene questo tipo di struttura che poi pu  avere molte varianti, ma la cui base è questa.

Torniamo al racconto.

Mentre il marito-narratore rimane indifferente la moglie si spaventa e prende paura. Forse avrà visto il suo volto stravolto. La luce si spegne e allora anche il marito comincia ad avere paura. La donna ha subìto un colpo dal quale si riprenderà solo il giorno dopo.

 

Rimase poi un'intera settimana senza bere, senza mangiare e senza dormire, e continuamente supplicava che le portassero lo specchio. Singhiozzava, si strappava i capelli in testa, si agitava e finalmente, quando il dottore dichiar  che poteva morire d'inedia e che il suo stato era sommamente pericoloso, io, sormontando la mia paura, scesi di nuovo abbasso e le portai lo specchio della mia bisavola. Vedendola, ella si mise a ridere di felicità, poi lo prese in mano, lo baci  e vi fiss  dentro gli occhi.

 

"Scesi di nuovo abbasso" scrive Cechov. Dunque in quella casa ci abitano o ci sono andati ad abitare. Cechov non ce lo dice, per  lo intuiamo, e allora cambia anche il senso del racconto. Probabilmente quella casa l'hanno ricevuta in eredità e ci sono andati ad abitare dopo molto tempo che è stata disabitata, ma questo non importa al narratore. Lo si intuisce.

Dunque la moglie, di fronte allo specchio rinasce non solo fisicamente ma anche psicologicamente. Ha dei sintomi anoressici che molto assomigliano a quelli dell'innamoramento, e ne guarisce solo quando si trova di fronte allo specchio. Torna felice, lo specchio che deforma il reale la rende felice. C'è qualcosa di malvagio e di pericoloso in quello specchio, ma ancora non sappiamo cos'è, lo possiamo solo supporre, ma qui il racconto ha una svolta temporale lunghissima.

Un'altra annotazione importante è il fatto di baciare lo specchio che è l'equivalente di baciare la propria immagine. Lo specchio riporta al mito di Narciso che, innamorato della propria immagine, muore annegando nell'acqua che lo rispecchia. Il desiderio di combaciare con la propria immagine, si riunirsi con la propria immagine, porta alla morte. L'immagine è qualcosa di esterno che non pu  essere la realtà. Il desiderio di far coincidere la realtà con l'immagine riflessa porta alla morte, sembra suggerirci il mito classico.

 

Ed ecco che sono passati già più di dieci anni ed ella si guarda ancora nello specchio, senza staccarsene un solo istante.

-Sono forse io?- mormora mentre sul suo volto, insieme con un lieve rossore, spunta un'espressione di beatitudine e di estasi. -Sì, sono proprio io! Tutto mentisce, all'infuori di questo specchio! Mentisce la gente, mentisce mio marito! Oh, se mi fossi veduta prima, se avessi saputo come ero in realtà, non avrei sposato quest'uomo! Egli non è degno di me! Ai miei piedi devono prostrarsi i più belli, i più nobili cavalieri!…

 

Adesso sappiamo che la moglie ha passato dieci anni a rimirarsi allo specchio, guardando la sua stupenda bellezza, denigrando perfino suo marito, il narratore, che non dovrebbe essere certamente contento del fatto che adesso lei lo ritiene indegno della sua bellezza. Insomma il narratore non dev'essere stato un adone, come dicono le facce degli avi, è indegno della nuova bellezza della moglie e lo specchio ne ha accentuato la bruttezza. La moglie si vede bellissima, insegna dell'armonia nel mondo. Poi il narratore-marito riporta le parole della moglie e dice cose importantissime: che tutto mente, il mondo, la gente, suo marito, e solo quello specchio dice la verità. L'incantesimo diabolico consiste in ci : perdere la percezione della realtà, per cui ci  che è vero è l'immagine, e non la cosa reale. Credere nell'immagine è l'incantesimo dello specchio. Non c'è altra verità oltre quella, il resto è tutto falso.

Chissà perché qui mi viene in mente la strega di Biancaneve che chiede al suo specchio quale sia la più bella del reame. In questo racconto di Cechov c'è anche questa componente fiabesca. Il che non vuol dire aver preso direttamente da Biancaneve, ma nell'autore russo c'è anche questa componente popolare della tradizione fiabesca portata per  a vivere in una narrazione non fiabesca. Quando la moglie desidera ai suoi piedi i più belli e nobili cavalieri, siamo nel mondo dei racconti fiabeschi.  Adesso possiamo dire sicuramente che la moglie non è bellissima, anzi. Tutti gli dicono che è brutta: solo lo specchio le dice la verità, che lei è bellissima. In un certo senso questa moglie è la strega di Biancaneve a cui lo specchio dice sempre sì. Il racconto si chiude con lo svelamento del segreto di quello specchio che deforma in meglio solo le fattezze delle donne e non degli uomini. 

 

Un giorno, stando dietro a mia moglie, guardai inopinatamente nello specchio e scopersi il terribile segreto. Nello specchio io vidi una donna di abbagliante bellezza, quale mai avevo incontrato nella mia vita. Era un prodigio di natura, un'armonia di bellezza, eleganza, di amore. Ma in che consisteva il segreto? Che cosa era accaduto? Perché la brutta e goffa mia moglie nello specchio appariva così bella? Perché? 

Perché lo specchio storto aveva deformato in tutti i sensi il viso di mia moglie e, per questo sconvolgimento dei suoi tratti, esso si era fatto casualmente bellissimo. Il meno moltiplicato per meno dava il più.

 

Diciamo proprio che sono gli ultimi di una famiglia di brutti personaggi, la cui faccia merita un romanzo. Lo specchio rivela solo alla donna una realtà falsificata, che per loro è l'unica verità. Ci  che mente è il mondo, non lo specchio. La moglie è "incantata" nel vero senso della parola, è ammaliata dallo specchio. Siamo nel pieno dell'incantesimo, anche se non siamo in un clima di fiaba. Cechov si porta dentro al racconto la tradizione fiabesca e cavalleresca, la tradizione dei romanzi gotici che continua a parodiare attraverso gli strumenti del racconto umoristico. La chiusa è esemplare, perché anche il narratore s'incanta di fronte alla magia dello specchio che trasforma la figura grottesca della moglie in un esempio perfetto di armonia e di bellezza. E' questa la trovata che fa diventare originale il racconto. Per questo fa ridere pensare che lui commenti la bruttezza dei suoi avi come dicevamo all'inizio. La parte finale del racconto svela l'aspetto umoristico dell'inizio, gli dà una profondità diversa, perché i protagonisti sono mostri come gli avi e all'inizio si permettevano di fare dell'ironia sulle loro fattezze.

 

 

E ora tutti e due, io e mia moglie, stiamo davanti allo specchio e, senza staccare gli occhi un momento, guardiamo: il mio naso scivola sulla guancia destra, il mento si sdoppia e si torce di sbieco, ma il volto di mia moglie è incantevole, e una furiosa, folle passione s'impadronisce di me.

-Ah! ah! ah!- sghignazzo selvaggiamente.

Ma mia moglie mormora in modo appena percettibile:

-Come sono bella.

 

 

Il narratore chiude il racconto e commenta con una risata. Il vero finale è quello. La battuta della moglie è solo l'epilogo. Il riso del marito è anche il riso del narratore Cechov che sa di aver preso un po' in giro il lettore. 

Proviamo a fare un altro esercizio, a tagliare il finale di Cechov. 

 

1)               Prima ipotesi. Se Cechov avesse tagliato le ultime tre righe chiudendo con "…e una furiosa, folle passione s'impadronisce di me", avrebbe sottolineato l'aspetto amoroso del racconto, la passione del marito verso la moglie.

2)               Seconda ipotesi. Se avesse chiuso con la risata senza il commento "Sghignazzo selvaggiamente!", allora il racconto avrebbe avuto un altro significato, molto più generico, perché la risata potrebbe essere quella del marito narratore ma anche di Cechov. La risata in verità, anche nel racconto intero è il vero commento di Cechov a tutto il racconto.

 

È la chiusura voluta da Cechov con la battuta della moglie, prima di tutto è comica, e poi sottilinea l'incanto, la meraviglia dello specchio che illude. La risata è il "non-commento" di Cechov che se la ride e prende un po' in giro anche il lettore. Ma la cosa più interessante è che questo racconto assume anche significati poetici più profondi perché è in una posizione di apertura di tutta la raccolta di racconti di Cechov. L'edizione Sansoni del 1963 è importante perché i racconti sono posti in maniera cronologica secondo le ultime volontà dell'autore. E allora questo racconto sembra un commento poetico letterario. Cechov vive nel doppio sguardo della moglie e del marito. La letteratura, sembra dirci Cechov, incanta, è solo un'immagine deforme della realtà che fa ridere e nello stesso tempo per la sua bellezza. Ma è solo uno specchio. 

In fondo non è la narrazione un incantamento che fa perdere completamente il senso del reale? La lettura porta in un altro tempo che non è quello reale.

Il mito di Narciso si frantuma in una miriade di possibilità narrative legate allo specchio. Abbiamo citato Lo specchio di Singer, Alice oltre lo specchio di Carrol, abbiamo citato la fiaba di Biancaneve e Il ritratto di Dorian Gray, dove lo specchio assume le forme del quadro che specchia la realtà malvagia del protagonista in una corruzione del quadro. E' l'immagine che si corrompe e non la realtà. La verità ancora una volta sta nello specchio e non fuori. Il mondo è apparenza, lo specchio dice sempre la verità. 

Lo specchio è sempre un fatto di rivelazione, di svelamento. Pensiamo allo specchio di Uno nessuno centomila di Pirandello. Il protagonista perde il senso della realtà e della propria identità attraverso l'immagine dello specchio che riflette il suo naso storto. Non ci aveva mai fatto caso prima, ma da quel momento, lui comincia a "riflettere" su se stesso, la propria immagine e sugli altri che lo vedono in maniera diversa rispetto a quella che lui pensava. Siamo di fronte alla crisi dell'identità novecentesca, che porterà Picasso alla tragedia di dover ridare al volto dell'uomo una nuova armonia, una nuova immagine sconvolta, o alle deformazioni di Bacon comincia a dipingere dove il cubismo aveva lasciato. Il racconto di Cechov del 1883 è dunque un archetipo di questo tipo di narrativa della perdita dell'identità che poi ritroveremo in tutto il Novecento. Dorian Gray di Wilde è del 1890.

Infine facciamo alcune considerazioni sul racconto come genere. 

Cechov scrive spesso nelle sue lettere di dover lottare con lo spazio che gli danno sulle riviste. Vogliono racconti di cento righe e si lamenta spesso coi direttori, perché gliene concedano almeno dieci in più. Dieci righe sono tantissime per un narratore di racconti brevi. E scrive nella lettera del 12 gennaio del 1883, indirizzata a Nikolaj Lejkin, l'anno in cui scrive Lo specchio storto:

 

"Anch'io sono un accanito partigiano delle storielle brevi e se pubblicassi una rivista umoristica, sopprimerei tutte le prolissità. Io solo nelle redazioni moscovite insorgo contro le lungaggini (il che non m'impedisce peraltro di commetterne ogni tanto qualcuna…Contro la forza ragion non vale!) Ma, nello stesso tempo, lo confesso, l'aver spazio limitato "da qui fino a là" mi procura non pochi dispiaceri. Rassegnarsi a tali limitazioni riesce talvolta tutt'altro che facile. Per esempio…Voi non ammettete articoli che superino le cento righe e avete i vostri motivi…Io ho un tema. Mi metto a scrivere. Il pensiero delle "cento e non più" mi fa venire i crampi alla mano sin dalla prima riga. Riduco fin che posso, filtro, cancello e talvolta (come mi suggerisce il mio fiuto d'autore) a detrimento del tema e soprattutto della forma. Dopo aver ridotto e filtrato, mi metto a contare…Conto cento-centoventi-centoquaranta righe (di più non ne ho mai scritte per "Schegge") mi spavento e…non spedisco. Appena attacco la quarta pagina d'un foglio di carta da lettere di piccolo formato, i dubbi cominciano a rodermi e…non spedisco. Molto spesso mi tocca abborracciare il finale e mandare una cosa diversa da quella che volevo…Come per esempio delle mie pene vi mando l'articolo L'unico rimedio. L'ho accorciato e ve lo mando nella forma più ridotta; e tuttavia mi sembra diabolicamente lungo per voi, mentre mi pare che se l'avessi fatto due volte più lungo avrebbe avuto due volte più sale e contenuto. Ho delle cosette più brevi, ma anche per esse nutro timore. A volte spedirei, ma non oso…

Da quanto sopra deriva la seguente preghiera: estendete i miei diritti fino a centoventi righe…Sono sicuro che di rado mi varr  di questa facoltà, ma la coscienza d'averla mi salverà dai crampi alla mano.

E con ci  gradite l'assicurazione del rispetto e della devozione del vostro umilissimo servitore.

A.Cechov.

 

Più ci s'impone e ci vengono imposte delle limitazioni, più si vede la capacità letteraria di uno scrittore. Non sono tanto le libertà quanto le limitazioni che s'impongono o vengono imposte ad un autore a renderlo virtuoso a raccontare storie. Il racconto breve insegna a essere precisi, a non sbrodolare, a non perdersi, a concentrarsi sopra un fatto e a raccontarlo bene. Il romanzo è un'altra cosa, funziona in maniera diversa, ma penso che per un principiante, la forma del racconto breve sia quella che maggiormente si adatti alla sua formazione. Come si vede, poi, la scrittura breve costringe anche grandi autori, a grandi sacrifici, a lavorare, tagliare, ricucire, cambiare i finali, facendo racconti diversi da quelli che si erano progettati, magari anche peggiori. Lo scrittore di racconti brevi è tormentato, sempre, domanda dieci righe in più. Restare dentro un campo di lavoro è un primo ottimo esercizio stilistico e narrativo. Molti scrittori, chiamati a scrivere su giornali racconti brevi in cento righe, fanno cilecca. E' una tecnica e una capacità che misura il talento.

Lo specchio storto è un modello di racconto "a chiave". Siamo di fronte, cioè, ad un racconto dove c'è "una trovata narrativa". Spesso i racconti brevi si giocano su questo modello. La vera trovata di questo racconto non è tanto lo specchio che ammalia la moglie, quanto il marito ammaliato dall’immagine meravigliosa della moglie, e lui perde la testa. E' lì la trovata. E' la bellezza effimera e falsa che ammalia, che "incanta" e lui è consapevole dell’inganno ma perde la testa lo stesso. Il racconto è malleabile molto più di una struttura da romanzo. Si presta di più al pluristilismo. Per esempio il racconto Il pino nano di Salomov è la descrizione in tre pagine di un pino che cresce nella pianura russa. Ci possono essere racconti scritti solo in forma di dialogo, oppure racconti come frammenti di vita quotidiana, come fa Carver, per esempio nel racconto Mirino dove c'è la comparsa di un venditore di fotografie con gli uncini di ferro al posto delle mani. Tondelli, nel racconto La casa la casa, del 1981, oggi edito nella raccolta uscita postuma L'abbandono, scrive un racconto alla Céline, con i tre puntolini che assumono un valore ritmico di frammento prosastico. Con questo voglio dire che la forma racconto pu  essere per lo scrittore, un vero e proprio laboratorio di scrittura, di prove, di sperimentazioni che non superano mai le dieci, dodici cartelle. Ma per il racconto breve da pubblicare su giornale o su rivista non bisogna mai superare le tre, quattro cartelle. E' solo la misura che costruisce il genere, almeno per il racconto breve, ma la sua fortuna sta proprio nella sua mancanza di forma perché pu  essere tutto. Il racconto, più del romanzo, si presta ad un lavoro sulle forme e le sperimentazioni, perché richiedono minore energia e tempo del romanzo. E' un modo per imparare più velocemente le tecniche della scrittura.