giovedì 22 ottobre 2020

LA NOTTE PRIMA DEL PROCESSO Anton Čechov


LA NOTTE PRIMA DEL PROCESSO
(RACCONTO D'UN ACCUSATO).
Estratto da "Novelle"
Anton Čechov

- Deve capitare una disgrazia, signore! - disse il postiglione, volgendosi verso di me e indicandomi con la frusta una lepre che ci attraversava di corsa la strada.
Anche senza la lepre sapevo che il mio era un avvenire disperato. Mi recavo alla Corte d'assise distrettuale di S..., ove dovevo sedere sul banco degli accusati per bigamia. Faceva un tempo orribile. Quando, a notte, giunsi alla stazione di posta, avevo l'aria d'un uomo che avessero coperto di neve, asperso d'acqua e sferzato rudemente, tant'ero intirizzito, zuppo e stralunato dall'uniforme sballottamento della strada. Alla stazione mi venne incontro il mastro di posta, un uomo alto in brache a strisce turchine, calvo, assonnato, e con baffi che pareva fossero cresciuti dalle narici e gli impedissero di fiutare.
E, confesso, c'era di che fiutare. Quando il mastro di posta, borbottando, soffiando nel naso e grattandosi dietro il colletto, aprì la porta delle "sale" della stazione e in silenzio m'indicò col gomito il posto del mio riposo, m'investì un denso lezzo di agro, di ceralacca e di cimice schiacciata; e io per poco non soffocai. Una lucerna di latta, che stava sulla tavola e illuminava le pareti di legno non verniciato, fumava come una schiappa resinosa.
- Ma che puzzo qui da voi, signore! - dissi, entrando e posando la valigia sulla tavola.
Il mastro di posta annusò l'aria e scosse la testa, incredulo.
- Odora come di solito, - rispose, e si grattò. - Sembra a voi, venendo dal gelo. I postiglioni dormono coi cavalli, e i signori non mandano odore.
Io mandai via il mastro di posta e presi a esaminare la mia temporanea dimora. Il divano su cui mi toccava dormire era largo come un letto a due piazze, coperto d'incerata, ed era freddo come il ghiaccio. Oltre il divano, nella stanza vi erano ancora: una grossa stufa di ghisa, la tavola con la menzionata lucerna, gli stivali di feltro e un sacco da viaggio di non so chi e un paravento che chiudeva un angolo. Dietro il paravento qualcuno dormiva pacificamente. Guardatomi in giro, mi feci il letto sul divano e presi a svestirmi. Il mio naso presto si assuefece al lezzo. Dopo essermi tolto soprabito, calzoni e scarpe, stirandomi senza fine, sorridendo, rannicchiandomi, mi diedi a saltare intorno alla stufa di ghisa, alte levando le mie gambe nude... Questi salti mi scaldarono ancora di più. Non restava, dopo ciò, che stendersi sul divano e prender sonno, ma qui successe un piccolo strano caso. Il mio sguardo inopinatamente cadde sul paravento e... figuratevi il mio sgomento! Di là dietro mi guardava una testolina di donna dai capelli sciolti, gli occhietti neri e i dentini in mostra.
Le sue sopracciglia nere si movevano, sulle guance le saltellavano graziose fossette: ella dunque rideva. Io mi confusi. La testolina, accortasi che l'avevo veduta, si confuse del pari e si nascose. Come un colpevole, chino lo sguardo, me n'andai chiotto chiotto verso il divano, mi coricai e mi coprii con la pelliccia.
-Che avventura! , pensai. -Dunque ha visto come saltavo! Non è bene... .
E, rammentando i tratti del leggiadro visetto, involontariamente mi diedi a fantasticare. Quadri uno più bello e più seducente dell'altro si accalcarono nella mia immaginazione e... e, come a castigo dei pensieri peccaminosi, sentii d'un tratto sulla mia guancia destra un vivo, cocente dolore. Mi presi la gota, non acchiappai nulla, ma mi accorsi di che si trattava: sentii un odore di cimice schiacciata.
- Lo sa il diavolo quel ch'è! - udii in quel mentre una vocetta femminile. - Maledette cimici, probabilmente mi vogliono divorare!
Ehm!... Mi ricordai della mia buona abitudine di prendere sempre con in viaggio della polvere persica. Anche questa volta non ero venuto meno a tale abitudine. La lattina con la polvere venne tratta dalla valigia in qualche secondo. Rimaneva ora da offrire alla graziosa testolina il mezzo contro l'"enciclopedia" (1) e la conoscenza era fatta. Ma come offrirlo?
- E' terribile!
- Signorina, - dissi con voce il più possibile soave. - Per quanto ho capito dalla vostra ultima esclamazione, vi mordono le cimici. Ma io ho della polvere persica. Se volete...
- Ah, ve ne prego!
- In tal caso, io subito... metto solo la pelliccia, - mi rallegrai, - e vi porto...
- No, no... Porgetemela da sopra il paravento, ma qui non ci venite!
- Lo so da me che devo da sopra il paravento... Non abbiate paura: non sono un qualche "basci-buzùk"...
- Ma chi vi conosce! Siete gente di passaggio...
- Uhm!... Ma fosse pure dietro il paravento... Non c'è nulla di speciale... tanto più che io son dottore, - mentii, - e dottori, commissari di polizia e parrucchieri per signore hanno il diritto d'entrare nella vita privata.
- Dite il vero, che siete dottore? Sul serio?
Parola d'onore. Sicché permettete di portarvi la polverina?
- Be', se siete dottore, magari... Solo, perché dovete incomodarvi?
Posso mandarvi mio marito... Fedia! - disse la brunetta, abbassando la voce. - Fedia! Ma svegliati, marmotta! Alzati e va' di là dal paravento! Il dottore è così gentile, ci offre della polvere persica.
La presenza di un "Fedia" dietro il paravento fu per me una novità sbalorditiva. Come se m'avessero dato una mazzata... L'anima mia fu colma del senso che, con tutta probabilità, prova il grilletto d'un fucile, quando fa cilecca: e di vergogna, e di stizza, e di rammarico... Ebbi un siffatto male al cuore, e un tal mascalzone mi parve quel Fedia, quando uscì da dietro il paravento che per poco non gridai al soccorso. Fedia si presentava come un uomo alto, tutto nervi, sulla cinquantina, dalle fedine brizzolate, labbra strette di funzionario e venette azzurre che gli correvano disordinatamente per il naso e le tempie. Era in veste da camera e pantofole.
- Siete molto gentile, dottore... - disse, ricevendo da me la polvere persica e tornandosene dietro il paravento. - "Merci"... Anche voi ha sorpreso la bufera?
- Sì! - borbottai, coricandomi sul divano e tirando esasperato su di me la pelliccia. - Sì!
- Ah, ecco... Zìnoc'ka, sul tuo nasino corre una cimicetta! Permettimi di levarla!
- Puoi, - rise Zìnoc'ka. - Non l'hai colta! Consigliere di Stato, tutti ti temono, e d'una cimice non puoi aver ragione!
- Zìnoc'ka, in presenza d'un estraneo... - (un sospiro). - Tu in eterno... Perdiana...
- Porci, non mi lasciano dormire! - brontolai, irritandomi senza sapere io stesso di che.
Ma presto i coniugi si chetarono. Io chiusi gli occhi, mi misi a non pensare a nulla, per pigliar sonno. Ma passò mezz'ora, un'ora... e io non dormivo. Alla fin fine anche i miei vicini si rigirarono e presero a litigare sottovoce: - E' sorprendente, anche la polvere persica non serve a nulla! brontolò Fedia. - Ce n'è tante, di queste cimici! Dottore! Zìnoc'ka mi prega di domandarvi: perché mai le cimici mandano un odore così cattivo?
Ci mettemmo a discorrere. Parlammo di cimici, del tempo, dell'inverno russo, di medicina, della quale m'intendo così poco come d'astronomia; parlammo di Edison...
- Tu, Zìnoc'ka, non aver soggezione... Sai, è un dottore! intesi un bisbiglio dopo la conversazione su Edison. - Non far cerimonie e domanda... Non c'è da aver timore. Scervetsav non è stato d'aiuto, ma questo forse lo sarà.
- Domanda tu stesso! - sussurrò Zìnoc'ka.
- Dottore, - mi si rivolse Fedia ,- per che cosa mia moglie ha spesso un'oppressione al petto? La tosse, sapete... la opprime come, sapete, si fosse raggrumato qualcosa...
- Quest'è un discorso lungo, non si può dire là per là... tentai di schermirmi.
- Ebbene, che fa che sia lungo? Tempo ce n'è... è tutt'uno, non dormiamo... Visitatela, caro! Occorre farvi osservare, la cura Scervetsòv... E' un brav'uomo, ma... chi lo conosce? Io non ho fiducia in lui! Non ho fiducia! Non ne avete voglia, lo vedo, ma siate così buono! Visitatela, e io nel frattempo andrò dal mastro di posta a ordinargli di metter su il "samovàr".
Fedia strascicò le pantofole e uscì. Io passai dietro il paravento.
Zìnoc'ka era seduta su un ampio divano, circondata da una quantità di cuscini, e sosteneva il collarino di pizzo.
- Fate vedere la lingua! - cominciai, sedendo accanto a lei e corrugando le sopracciglia.
Ella mostrò la lingua e si mise a ridere. Era una lingua usuale, rossa. Presi a tastarle il polso.
- Uhm!... - mugolai, non avendo trovato il polso.
Non ricordo quali domande le facessi ancora, guardando il suo visetto ridente; ricordo solo che alla fine della mia diagnosi ero ormai un tale imbecille e idiota da non aver proprio il capo alle domande.
Infine ero seduto in compagnia di Fedia e di Zìnoc'ka davanti al "samovàr"; bisognava scrivere la ricetta, e io la compilai secondo tutte le norme della scienza medica: Rp. Sic transit 0,05
Gloria mundi 1,0
Aquae destillatae 0,1
Un cucchiaio da tavola ogni due ore.
Per la Signora Slelov.
Dottor Zaitsev.
La mattina, quand'io, ormai del tutto pronto alla partenza, con la valigia in mano, mi accomiatavo per sempre dalle mie nuove conoscenze, Fedia mi tratteneva per un bottone e, porgendo un biglietto da dieci rubli, cercava di persuadermi: - No, voi siete tenuto ad accettare! Io sono avvezzo a pagare ogni onesto lavoro! Avete studiato, lavorato! Le vostre cognizioni vi son costate sudore e sangue! Io lo capisco questo!
Non c'era che fare, mi toccò prendere i dieci rubli.
Così, nelle linee generali, passai la notte avanti il giorno del processo. Non starò a descrivere le sensazioni che provai quando dinanzi a me si aprì una porta e l'ufficiale giudiziario m'indicò il banco degli accusati. Dirò soltanto che impallidii e mi confusi, allorché, voltomi indietro a guardare, vidi migliaia di occhi che mi fissavano; e mi recitai la preghiera degli agonizzanti, quando diedi un'occhiata alle fisionomie serie, solennemente gravi dei giurati...
Ma non posso descrivere, né voi potete figurarvi, il mio sgomento, allorché, alzati gli occhi sulla tavola coperta di panno rosso, scorsi al posto di procuratore chi pensereste ? - Fedia! Egli stava seduto e scriveva qualche cosa. Guardandolo, mi ricordai le cimici, Zìnoc'ka, la mia diagnosi, e non il gelo, ma l'intero oceano glaciale percorse la mia schiena... Finito di scrivere, egli levò gli occhi su di me.
Dapprima non mi riconobbe, ma poi le sue pupille si dilatarono, la mascella inferiore ricadde... la mano tremò. Egli si alzò lentamente e mi piantò addosso il suo sguardo di stagno. Io pure mi levai, non so io stesso perché, e puntai gli occhi su di lui.
- Accusato, dite alla Corte il vostro nome eccetera, - cominciò il presidente.
Il procuratore sedette e bevve un bicchier d'acqua. Un sudor freddo gli spuntò sulla fronte.
-Su via, mi daranno il bagno! , pensai.
Da tutti i segni, il procuratore aveva risoluto di spedirmi. Per tutto il tempo egli si adirò, frugò nelle deposizioni dei testi, si scapricciò, brontolò...
E' tempo di finirla però. Scrivo questo nell'edificio del tribunale, durante l'intervallo del pranzo... Ora vi sarà la requisitoria del procuratore.
Che mai accadrà?
NOTE.
1. Bisticcio basato sulla sillaba "klop", che in russo significa cimice