mercoledì 28 ottobre 2020

CANTO DEGLI ALBERI Antonio Moresco

 


CANTO DEGLI ALBERI

Antonio Moresco

"Ho scritto questo libro nei mesi di isolamento per la pandemia. I suoi protagonisti sono gli alberi, in particolare gli alberi murati, quelli che crescono dentro i muri delle case degli uomini, visti come una nuova specie crocevia tra più mondi (vegetale, minerale, umano) e prefigurativa. L'ho scritto mentre ero anch'io murato, come tutte le donne e gli uomini del nostro Paese e del mondo, in un momento cruciale anche della mia vita personale, per di più bloccato dal divieto di viaggiare in una casa di Mantova, la città dove sono nato e ho trascorso l'infanzia e l'adolescenza, scatola nera della mia vita. Questo libro anche per me inaspettato è la mia risposta di scrittore a questo trauma e il mio appello a compiere un salto di piani e di specie e a dare vita a una metamorfosi. L'ho scritto giorno dopo giorno, in totale solitudine, con ispirazione, liberando in un unico flusso narrativo testimonianza, corpo a corpo col mondo, autobiografia trascesa, abbandono lirico, romanzo drammaturgico e figurale, canto, sogno, immaginazione, invenzione." 

L’uomo si è messo in testa di essere qualcosa di diverso rispetto alla natura, un pensiero che affonda le sue radici in tutte le manifestazioni culturali e spirituali umane a partire dalla Bibbia, dove l’uomo domina la natura. Con la nascita della filosofia poi l’uomo si è inventato un ruolo umano superiore rispetto a quello del mondo naturale – l’uomo cerca la verità mentre tutto il resto del mondo naturale vive e basta – così si è sedimentato questo istinto di superiorità umano che adesso torna indietro come un boomerang, perché quest’uomo così tanto superiore è quello che si trova in un pericolo di specie maggiore rispetto a quello del mondo vegetale, che lui considera inferiore a sé. La pandemia ci ha fatto ragionare su questo aspetto: noi che siamo così grandi, così potenti, siamo stati messi in ginocchio da un virus invisibile, che ha messo in crisi le nostre economie, dovremmo trarne un insegnamento.

(Antonio Moresco)

.Nella parte finale del libro, bellissima, gli alberi mostrano al protagonista come sono riusciti a superare i propri limiti di specie, hanno imparato a rovesciarsi, a stare con le radici in aria e addirittura a cantare: è possibile per l’essere umano fare un salto di specie oggi inimmaginabile per salvare se stesso dall’estinzione?

Nel libro ci sono degli alberi che oltrepassano i loro limiti, che diventano buoni o cattivi a seconda delle case in cui sono radicati e nei cori finali arrivano a capovolgersi e a diventare musicali, come se volessero indicarci una traccia. Non so se questo sia possibile per l’uomo, ma la metamorfosi, la capacità di mutare profondamente, è insita nella natura: se è vero che veniamo dall’acqua e che dal mare sono venute fuori una serie di specie che poi si sono modificate, hanno trasformato le pinne in zampe o ali, vuol dire che la potenza metamorfica è compresa dentro la vita, e quindi perché l’uomo non dovrebbe avere questa forza dentro di sé? Adesso siamo in una situazione che non basterebbe una rivoluzione come quelle del passato a risolvere, abbiamo bisogno di una mutazione profondissima e verticale perché abbiamo dimostrato che il nostro modo di vivere, le nostre logiche e le nostre leggi ci rendono sempre più difficile se non impossibile la vita su questo pianeta. Magari questa divaricazione di specie è già in atto, questa è la speranza che io metto in campo in questo libro, che anche noi riusciamo a capovolgerci come specie, rimettendo così in discussione le nostre possibilità di esistenza su questo pianeta.

La musica pervade tutto il libro insieme alla poesia, a un certo punto gli alberi ricordano Virgilio, un altro poeta che era in grado di dialogare con loro: forse è l’arte l’unica vera invenzione umana per cui la nostra specie merita di sopravvivere?

Dopo quel lungo coro in cui gli alberi raccontano tutta la storia dell’uomo dal loro punto di vista – azzerando tutte le nostre manie di grandezze e dicendo voi siete brutti, piccoli, deformi – il giovane tiglio che il protagonista va a radicare nel terreno spiega che però c’è qualcosa che rende unica la nostra specie ed è l’arte, l’amore, la musica, infatti gli alberi si trasformano e diventano musicali proprio per salvare tutta la musica che gli uomini hanno creato.

Questo aspetto tra l’altro non ci sarebbe stato nel libro se il caso non avesse voluto che in un appartamento vicino al mio a Mantova mentre scrivevo non ci fosse stato un misterioso o una misteriosa pianista che suonava della musica meravigliosa, io non so chi è ma spero prima o poi di rintracciarla. Questo elemento musicale ha anche scatenato il ricordo del mio amore per la musica da ragazzo, del fatto che prima che uno scrittore avrei voluto essere un musicista.

Sono venuti al pettine tanti nodi emotivi e personali mentre scrivevo questo libro in grandissima solitudine: anch’io ero una piccola radice, affondata in una casa dove si produceva della musica.


CANTO DEGLI ALBERI

Sono prigioniero a Mantova, la città dove sono nato e dove ho trascorso la mia terribile infanzia e la mia adolescenza. Tutt’intorno desolazione, silenzio. Che cosa sta succedendo? Sta succedendo qualcosa di nuovo o si sta svolgendo sotto i nostri occhi un’antica battaglia negli abissi chimici della vita? Siamo in preda agli spasimi dell’agonia o alle convulsioni della nascita? Poco tempo prima che il nostro mondo venisse investito dal turbine della pandemia, mentre anche la mia vita personale era stata appena investita da un turbine, mi è stato proposto da un amico di eleggere un albero a mio campione e di parlarne liberamente in un libro. A me non sembrava di avere niente di particolare da dire sugli alberi. Non mi pareva che ci fosse qualche tipo di albero che sentissi così vicino da farne un emblema. Però ho cominciato a pensarci. Mi sono chiesto se c’erano degli alberi che avevano lasciato il segno nella mia memoria e messo radici nei miei pensieri. E allora, con mia sorpresa, me ne sono venuti in mente molti, perché prima non avevo idea di quanti alberi ci sono stati nella mia vita, che mi hanno accompagnato con la loro presenza muta e non si sono fatti dimenticare. Un albero che cresceva nel cortile della mia vecchia casa mantovana, su cui mi arrampicavo e che produceva delle bacche nere e rotonde che potevo lanciare con la cerbottana. Le magnolie che crescevano nel parco di Ducale, con i loro grandi petali morbidi che scurivano e si accartocciavano sul terreno, che si trasformavano in piccole conche d’acqua e di fango nei tristi giorni di pioggia. L’ippocastano che cresceva nello stesso parco sopra la ghiacciaia merlata, con le sue castagne matte che sfregavo sulle panchine di pietra per produrre una pasta amara cui davo la forma di saponette, che facevo seccare al sole e con cui mi lavavo o meglio mi sporcavo. La grande magnolia al centro del cortile della casa milanese che è stata fino a poco tempo fa la mia casa, dove sono ritornato la settimana scorsa, di notte, come un clandestino. Si è allungata a dismisura tra le quattro strette pareti, per cercare di arrivare alla luce. Le sono passato vicino, mentre attraversavo il cortile per andare a dormire sulla branda del mio abbaino, ho guardato dal basso verso le finestre della casa dove ho vissuto per più di quarant’anni e ho visto la luce filtrare tra i listelli delle ante. Le liane che c’erano nel parco di Ducale, a cui si appendeva Maciste, il figlio della Dirce, e poi tutte quelle che ho incontrato dopo, che non si capisce mai cosa sono, da dove partono, se sono tronchi filiformi, rami inventati o radici aeree, come quelle a cui si aggrappava il Tarzan della mia infanzia, che allora era Johnny (americanizzazione di János) Weissmuller, nato nell’allora impero austro-ungarico, emigrato negli Stati Uniti e diventato campione di nuoto, primo uomo ad abbattere il muro di un minuto nei cento metri a stile libero, morto molti anni fa, malato di Alzheimer, che di notte, in un ospizio per vecchi – così almeno ho letto da qualche parte – terrorizzava gli altri ricoverati con il suo grido, lo stesso che molti anni prima lanciava quando afferrava una liana e cominciava a volare attraverso la giungla, tutto nudo, con il pugnale al fianco, i capelli imbrillantinati e quella mutanda di pelle daino... Un albero – credo sia un acero giapponese – che in un certo periodo dell’anno si copre di una nuvola di foglioline intensamente rosse e che sembra un incendio vegetale, vicino al quale mi andavo a sedere e che guardavo e ammiravo per ore, all’interno della Rotonda della Besana, a Milano, ex lazzaretto durante la peste del Seicento, nel cui sottosuolo sono stati probabilmente sepolti i corpi di molti degli appestati morti. Un grande faggio ai bordi di via della Guastalla, di fronte alla sinagoga, in quel parco dove una sera sono stato rinchiuso perché ero così assorto che non avevo sentito il segnale di chiusura lanciato da un omino in bicicletta che suonava una specie di trombetta afona che sembrava un prepuzio e che dopo un po’ è finito in Canti del caos. Un albero di nocciolo che c’è nella casa di pietra da dove ho visto per la prima volta quella lontana lucina e di cui mi hanno raccontato la storia: era un bastone scortecciato che il precedente proprietario usava per camminare in montagna e che un giorno aveva conficcato distrattamente nel terreno e di cui si era dimenticato, salvo poi accorgersi che aveva messo le foglie. In un certo punto del suo tronco c’è stata infatti per molto tempo una piccola fenditura, una ferita da cui faceva capolino la punta dell’antico bastone. È un po’ di tempo che non vado più là, non so come se la starà passando il mio bastone fiorito che curavo e che difendevo, che liberavo dai polloni, dall’edera assassina che correva verso di lui e cercava di avvinghiarsi al suo tronco e di strangolarlo. L’albero che mi ha regalato mia figlia una delle ultime volte che ci siamo incontrati – credo sia un cedro rosa – che è stato piantato in Africa e che dovrei poter vedere via via mentre cresce, si irrobustisce, diventa grande, si innalza, se me ne manderanno le immagini e io potrò guardarle sullo schermo del mio pc, che porto in giro da una parte all’altra, sui treni, nelle case dove sto vivendo in questo momento, randagio, tutto il contrario degli alberi, che stanno fermi, che sembrano stare fermi ma che in realtà si spostano, corrono, volano, attraverso le loro radici, le loro foglie, i loro semi, le loro spore, e allora forse anch’io sto fermo, credo di spostarmi e invece sto fermo, mi sposto con le mie spore, i miei semi, le mie parole tatuate. E intanto, come quella del germoglio africano, anche le nostre vite sono da riguadagnare e riconquistare, le nostre vite e tutto ciò che lega tra di loro i corpi, le menti, le persone, le generazioni, le stirpi. E poi ci sono gli alberi tormentati dal vento che mi è capitato di vedere nella mia vita, o attraverso i quali ho camminato sotto la pioggia scrosciante e la grandine, insieme ad altri camminatori, in fila indiana, in un impressionante silenzio, con il cappuccio abbassato sugli occhi e i chicchi di ghiaccio che ci colpivano le teste come proiettili, mentre i fulmini si scaricavano a poca distanza con un boato improvviso e uno schianto. “Ogni albero ha la sua voce” scrive Beckett. Sì, la sua voce e il suo volto, perché ogni albero assume strazianti torsioni umane mentre la sua grande chioma è tormentata dal vento, sembra sempre sul punto di spezzarsi o di sradicarsi, emette la sua inconfondibile voce che viene da chissà dove, il suo lamento diverso da tutti gli altri, il suo grido. “Da dove verrà questo grido?” mi domandavo certe volte, mentre guardavo gli alberi che ci sono di fronte al mio abbaino, attraverso il velo d’acqua che scorreva sui vetri. Mi fermavo spesso a osservare e ascoltare, con rispetto, con emozione, con commozione, la lotta sostenuta dagli alberi sconvolti e flagellati dal vento, il suono che usciva dai loro giganteschi corpi di foglie che opponevano resistenza al turbine, le torsioni e le espressioni che assumevano mentre le loro chiome venivano investite da contrapposte folate. Sì, ogni albero ha la sua voce e il suo volto, ma anche la sua anima, perché se gli alberi li si osserva coraggiosamente e per molto tempo, a un certo punto riusciamo a cogliere la loro natura segreta e la loro anima, che si rivela all’improvviso nel momento di questa prova suprema che stanno sostenendo anche per noi e che ne manda in pezzi per un istante l’impassibile maschera vegetale. E poi ancora le foreste di alberi vivi e di alberi morti che ho visto nella Terra del fuoco, devastate dai castori e gremite di alberi lividi e scortecciati da cui pendono candidi sudari e ragnatele vegetali diafane, vicino al polo australe del nostro pianeta. E poi c’è il fico... Che albero è il fico? È un albero o è un animale? Certe volte mi viene da pensare che partecipi di tutte e due le nature, quella vegetale e quella animale. È un albero potente, che cresce dappertutto, che invade tutto, pieno di piccoli rigonfi succulenti che si aprono e si squarciano come umide fessure femminili umane, attorno alle quali volano da ferme miriadi di vespe e di altri insetti in delirio, dai rami pieni di un sangue seminale bianco che si appiccica alla tua pelle e la brucia. È come se al suo interno ci fosse una belva imprigionata. E poi c’è il fico di Gesù, quello che maledice. C’è stato un momento in cui ho pensato di scrivere tutto il libro su questo fico. Perché Gesù lo maledice e lo fa seccare? Certo, lo so, lo capisco, quella è una metafora, una forte e sconcertante metafora. Ciò che sta a significare è controcorrente e bruciante. Però resta il fatto che questo albero è stato ucciso per una metafora, per una colpa metaforica, mentre la sua morte è reale. E poi ci sono gli alberi del paradiso terrestre. Che alberi erano? Che alberi sono? Che ci siano ancora da qualche parte? Che siano il big bang degli alberi? Partecipano anche loro di una doppia natura? E quale natura? Vegetale e angelica? Paradisiaca e vegetale? O sono solo gli impietriti testimoni della caduta? Dei complici? Ma allora non erano anche quelli da maledire e da uccidere? Perché hanno visto l’enormità che stava accadendo e non hanno mosso una foglia, un ramo, un paradisiaco muscolo vegetale. Hanno assistito in silenzio alla caduta, con il loro sogghigno vegetale angelico. E il famoso melo dai frutti proibiti? Che albero era? Che albero è? Perché ha un rapporto così privilegiato con il serpente, e il serpente con lui? Che anche quell’albero partecipi di due nature, vegetale e rettile, demonica e vegetale? Anzi tre, perché anche l’uomo e la donna vi si sono interconnessi con la loro caduta e la loro colpa e vi si sono uniti in un inestricabile abbraccio. Che il serpente sia parte dell’albero? Che sia un suo ramo rettile? Che sia quello che ha potuto far balenare per un istante la comune natura vegetale e animale e che l’ha ricongiunta a quella umana e alla loro unica disperata radice? E poi c’è il mio fico, il mio fico murato, quello cresciuto su un muro dove prima c’era un rudere che è stato abbattuto ed è diventato una terrazza di pietra che si affaccia su una gola vegetale a strapiombo. Erompe da un punto alto del muro, a molta distanza dal suolo, per cui non si capisce da dove tragga il suo alimento, perché non credo che le sue radici riescano ad attraversare le dure pietre e ad arrivare a congiungersi con il terreno e a tuffarcisi dentro con le loro lanugini chimiche e le loro scatenate radichette. Però cresce, cresce sempre più, incontrollabilmente, nonostante lo sottoponga spesso a delle dure potature, con le mie cesoie e il mio tagliarami dal lungo braccio, spenzolato sul vuoto, perché altrimenti invaderebbe tutto, avvolgerebbe come una cupola tutto il grande cubo di pietra a picco sul mare primordiale verde e non si vedrebbe più niente. È stato anche bruciato, da una persona che ha un orto proprio sotto di lui, forse addirittura avvelenato, ma dai suoi rami e sterpi carbonizzati hanno ricominciato dopo un po’ a crescere forti polloni elastici e poi rami e poi foglie, e poi frutti sessuali gonfi e spaccati, con i loro nugoli deliranti di insetti. Sono anch’io come quell’albero murato, sono stato anch’io avvelenato e bruciato, anche il piccolo seme da cui sono nato ha attecchito tra le dure pietre di un muro. E anch’io, come il mio fico murato, nonostante tutto, continuo esplosivamente a fiorire e a dare frutto. Ecco, forse ho finalmente trovato il mio campione. Forse sono questi gli alberi che posso eleggere a miei emblemi, a nostri emblemi: gli alberi murati. Ma gli alberi murati che tipo di alberi sono? Di che specie sono? Sono alberi che si spingono dentro i muri o sono muri che si spingono dentro gli alberi? Nelle classificazioni vegetali non è contemplata l’esistenza di simili alberi. Gli alberi murati non hanno il loro bel nome latino che definisca la loro specie. Non sono alberi come gli altri, nessuno ha mai pensato a loro come a una specie di alberi a parte. Forse per questo non mi erano venuti in mente subito. E poi ci sono molti tipi di alberi murati: ci sono quelli i cui semi attecchiscono nei muri, negli interstizi tra un mattone e l’altro o tra una pietra e l’altra, dentro la calce; ci sono quelli ridotti quasi alla sola corteccia, riempiti di mattoni e cemento nelle loro cavità e che però in primavera continuano a coprirsi di nuove foglie; ci sono quelli che si incuneano con le loro radici nell’asfalto dei marciapiedi e che lo sollevano e squarciano con le loro dure vene nere, tanto che devi camminarci sopra sollevando molto i piedi e le gambe e allargando le braccia come un equilibrista sul filo... Io non so perché mi colpiscono tanto questi alberi che attecchiscono e crescono in un habitat così difficile e quasi impossibile. E questo – ora che ci penso – non da oggi ma da molto tempo, fin da quando ero adolescente e scrivevo le mie povere poesie dove erano già presenti questi inconcepibili alberi posti su un estremo crinale. Ne ho trovata una, ad esempio, scampata alle mie feroci distruzioni dei vent’anni, dove l’albero murato è addirittura l’incrocio da cui sgorga la poesia, il suo punto di irradiazione, la sua ferita. Ne trascrivo le ultime righe: Puoi pensare a tutto questo appoggiato a un albero murato nel punto d’incontro delle rette. Allora forse è di questo che si tratta, allora forse per me l’albero murato è il punto d’incontro delle rette. Ma di quali rette? Che cosa mi sta dicendo, cosa sta dicendo a tutti noi l’albero murato con il suo linguaggio muto? È una specie di messaggero? Ma messaggero di cosa? E io chi sono? Che sia anch’io un messaggero? E anche più avanti, quando il seminarista degli Esordi torna a Ducale e si aggira nella villa e nel parco osservando sonnambulicamente ogni cosa: la Pesca che si cotona i capelli e li fa crepitare come una torre assiro-babilonese elettrica, che sposta lo specchio appeso al muro per vederseli meglio mentre continuano a innalzarsi a dismisura e, con questo spostamento di specchio, avviene un simultaneo spostamento e slittamento di tutto il parco, delle sue linee e delle sue prospettive, i suoi viali si inclinano allo stesso modo e chi ci cammina sopra deve inclinare a sua volta il corpo per contrastare i loro cambi improvvisi di inclinazione... E poi, anche qui, alberi murati, ferite, testimoni muti oppure messaggeri che se ne stanno al centro della scena e del mondo mentre assistiamo in diretta alla loro muratura. Ci sono Lenìn, il custode della villa e del parco, e Bortolana, uomo di fatica e mezzo idiota, che ha un orecchio carbonizzato per la sua abitudine di spegnerci dentro le cicche delle sigarette. “Stavano anche murando alcuni tigli, riempivano di cemento le cavità che si erano formate col tempo dentro i tronchi. Lo trasportava Bortolana con una carriolina, mentre Lenìn murava la pianta con la testa tutta inclinata da una parte. Stendeva meticolosamente il cemento, facendo molta attenzione che fosse ben pareggiato con il tronco, ci tracciava sopra dei piccoli segni col taglio della cazzuola, per imitare la corteccia. Bortolana avvicinava moltissimo la testa per guardare, Lenìn raccoglieva con la punta della cazzuola una così piccola porzione di cemento che temevo ogni volta volesse lanciargliela all’improvviso nell’orecchio, per murare anche quello. Si accostavano in molti ad ammirare la placca di cemento ancora fresca, con le teste così appiccicate che un giorno un ciuffetto di capelli era rimasto incollato a un grande tiglio murato, in uno degli angoli del parco. Si sollevava nell’aria a ogni alito di vento, si distingueva ciascun capello con la sua microscopica radice trasparente.” Gli alberi murati erano già là fin dall’inizio, ad aspettarmi. Come mai allora mi sono venuti in mente soltanto adesso? Eppure sono loro ad avermi colpito fin da bambino e poi da ragazzo: l’albero murato della mia poesia scampata ai massacri di manoscritti, quelli del parco di Ducale, anche loro punto d’incontro delle rette, attraverso i quali avvengono salti di piani, si superano le barriere non solo del regno minerale e di quello vegetale ma anche di quello umano, perché all’albero murato spuntano persino i capelli, con le loro radici capovolte che si divincolano nell’aria, nello spazio... “Ci saranno ancora quegli alberi murati, nel parco che circondava la villa di Ducale, in quel posto alieno dove andavo spesso nei primi due decenni della mia vita e per il quale mi ero inventato il nome di Ducale?” mi domando. “Oppure non ci sarà più niente di tutto quello che c’era allora, la villa sarà disabitata e in rovina, le camere con i pavimenti e i soffitti collassati, la serra con i vetri sfondati, i divanetti sbudellati e marciti, la casa del custode franata su se stessa, la scaletta scardinata, il lettone pieno di calcinacci e di tegole frantumate, la legnaia senza più tetto, le scuderie esplose, la colombaia con le due bifore dalla colonnina spezzata, il parco devastato, dalle siepi e dagli alberi secchi e arrugginiti oppure aggrovigliati inestricabilmente gli uni agli altri come matasse di filo spinato, la ghiacciaia franata sotto il peso dell’ippocastano e della massa crescente delle sue radici pensili, la grotta sfondata, le panchine che c’erano sopra scaraventate nel suo cunicolo buio dall’intenso odore di orina morta, la vasca piena di acqua marcia e di rane impazzite, gli alberi murati ormai privi di corteccia, solo il loro calco di cemento liberato dall’involucro vegetale che si ergerà su tutta quella desolazione come una specie botanica e profetica mai vista prima...” E anche la mia casa di Mantova, davanti alla quale mi capita di camminare, di notte, adesso che il corso della mia vita è stato travolto e che sono dovuto ritornare nella mia città etrusca, nella mia scatola nera, nel luogo in cui sono stato evacuato nel mondo. Vago qua e là lungo le sue serpeggianti stradine di sassi neri che salgono e scendono, ancora più deserte per la pandemia. Sono tutti tappati nelle loro case, sembra di camminare in una città di morti. Che mi sia venuta dalla mia città natale l’idea della città dei morti che ha preso sempre più spazio nei miei ultimi libri? Che venga da così lontano? Che abbia lavorato per così tanto tempo dentro di me? La facciata di quella che è stata la mia casa è tutta buia e deserta, non devono averci fatto più nessun lavoro di restauro da quando siamo usciti da lì più di cinquanta anni fa e ci sono entrati gli eredi. Ci sono ancora gli stessi doppi vetri esterni di allora, senza neanche le ante, i muri sono in rovina, i comignoli senza più intonaci, scorgo la griglia della legnaia a filo col marciapiede, dove c’era quel mucchio di carbone sul quale si sono seduti e hanno parlato d’amore il bambino degli Increati e la Pesca bambina, arrivata da Ducale con un fagiano dorato tra le sue piccole e bianche braccia... E che ne sarà dello scalone, della camera da letto con il corno da caccia e la spada, della camera blu dove era confinata quella vecchia cieca che mi accarezzava i lunghi capelli con le sue mani leggere deformate dall’artrosi, mentre stavo inginocchiato vicino al suo letto, con gli occhi chiusi e la fronte posata contro il lenzuolo ripiegato? Adesso è la casa più fatiscente e spettrale di tutta Mantova, sembra la casa desolata di Dickens. E poi anche nella Lucina, dove un uomo assolutamente solo si aggira in un borgo abbandonato e deserto, muovendo il suo corpo tra le stradine e le case di pietra su cui non cessa un solo istante, giorno e notte, il tormento vegetale dei rampicanti. Dove ci sono alberi murati che erompono dalle case e dai ruderi e alberi mezzi vivi e mezzi morti, come un castagno che svetta al centro di uno strapiombo vegetale, con una parte verde e carica di foglie e di ricci e l’altra bianca e marmorizzata. Perché anche gli alberi possono avere degli ictus, possono suicidarsi o tentare di farlo. “Ma come si fa a vivere così” mi domando. “Agli uomini non è possibile: o sono vivi o sono morti.” Invece anche gli uomini possono essere mezzi vivi e mezzi morti, gli uomini e le donne, per un quarto vivi e per tre quarti morti, per un decimo vivi e per nove decimi morti. Molto più morti degli alberi murati, che devono ingaggiare un combattimento chimico spinto fino all’estremo, che devono strappare le loro vite all’inanimato e che sono destinati a sopravviverci, a crescere sulle macerie minerali e mentali delle nostre civiltà e della nostra folle specie. Eppure questi uomini e queste donne vivono in mezzo agli altri, svolgono le loro funzioni, compiono dei gesti, lavorano, viaggiano, mangiano, espellono gli escrementi, si accoppiano, ritirano i soldi ai bancomat, digitano sugli smartphone, vanno ai battesimi, ai pranzi di nozze, ai funerali, si riproducono... non si capisce che sono morti. Certo, con gli alberi è facile, è tutto in vista, con gli uomini meno. Ma anche molti uomini e molte donne sembrano vivi e invece sono morti. Ieri è stata chiusa la Lombardia, che è diventata tutta quanta zona rossa, insieme ad alcune provincie confinanti. In questo momento ci sono 16 milioni di persone chiuse in questa gabbia virale da cui non possono uscire, e dove gli altri non possono entrare. Io sono una di queste. Sono in gabbia. Il caso ha voluto che mi trovassi dopo tanto tempo nella mia città natale, nel luogo per me più doloroso e traumatico che ci sia al mondo. Ci dovrò stare chissà per quanto tempo, da solo, sradicato, in una casa che mi ha messo a disposizione la figlia di un amico mantovano, Ivano Ferrari, il poeta di Macello. Adesso sono anch’io, veramente, un albero murato. Un albero murato in mezzo a 16 milioni di alberi murati. È mattina. Prima di mettermi a scrivere ho mangiato e bevuto qualcosa: un’arancia, qualche biscotto, un bicchiere d’acqua. Li ho comperati ieri in un supermercato, insieme a un pacco di pasta, a un po’ di scatolette e ad altre cose. Ho attraversato la città con due sacchi di plastica pieni e sono arrivato nel vicolo dove c’è la casa dove in questo momento vivo. Si entra da sotto un voltone, si sale attraverso una stretta scaletta di pietra a spirale. Al primo piano di una casa a pochi passi di distanza da qui c’è una targa con su scritto che, durante un suo viaggio in Italia, in quello stabile – che allora era un albergo e una stazione di posta dove cambiavano i cavalli – ci ha abitato Charles Dickens, che quindi ha camminato sugli stessi marciapiedi di pietra e sugli stessi ciottoli neri e che ha visto le stesse cose che vedo anch’io appena esco. In un’altra casa due portoni più in là, a pochi anni di distanza, ci ha abitato Andersen, quello del soldatino di stagno e della sua ballerina di carta che finiscono dentro il fuoco e dei molti altri piccoli oggetti inanimati che nelle sue pagine prendono straziante vita... “Che cosa sono le radici?” mi domando, a questo punto della mia vita, adesso che dopo un lungo giro sono venuto a ricongiungermi col luogo da cui sono partito, con le mie radici. “Che cos’è questo albero capovolto che cresce a testa in giù sprofondato nel terreno freddo e buio e che può arrivare all’80% del peso dell’intera pianta, la sua parte più disperatamente vitale? Che può estendersi anche per centinaia di chilometri dando vita a milioni di radici capaci di immagazzinare e trasmettere informazioni comunicando attraverso neurotrasmettitori, elaborando messaggi di natura chimica, elettrica, magnetica, vibrazionale. Che sente la presenza dell’acqua anche a decine di metri di distanza e che può assorbirne fino a trecento litri al giorno con le sue propaggini fascicolate e le miriadi di peli radicali, fornendo al resto della pianta azoto, fosforo, potassio... da trasformare in una linfa che viene scaraventata in alto, nella pianta emersa, in ciò che sarà, lungo canali inventati e che si inventano via via sotto la sua oscura e sotterranea pressione, che sprigiona polloni, che produce ormoni...”