sabato 24 ottobre 2026

A VENERE GENITRICE da Rime di Argia Sbolenfi (1897) di Olindo Guerrini (Argia Sbolenfi),

 


A VENERE GENITRICE

da Rime di Argia Sbolenfi (1897)

di Olindo Guerrini (Argia Sbolenfi), 

Questo è l'inno “A Venere genitrice” di Olindo Guerrini (sotto lo pseudonimo di Argia Sbolenfi), contenuto nelle Rime di Argia Sbolenfi (1897).​

L’epigrafe latina è tratta dal Cantico dei Cantici 3,1 (Vulgata): «Nel mio letto, di notte, ho cercato colui che ama l’anima mia: l’ho cercato e non l’ho trovato».

Il brano è il discorso di Venere al giovane Anchise (con cui concepirà Enea).

 È un inno erotico-classicheggiante che unisce mito pagano, epigrafe biblica e voce lirica femminile in una tensione costante tra pienezza divina e frustrazione umana.

La tensione non è decorativa: è il motore strutturale dell’inno.

Venere agisce in un presente assoluto e compiuto. Il suo discorso è tutto al presente indicativo e all’imperativo (“Guarda”, “Vieni”, “bevi”, “circonda”, “feconda”). Il corpo è offerto senza mediazioni: occhi, chiome, mamme, pubertà, lombi. L’unione con Anchise è narrata come fatto già avvenuto e solare (“Fu testimonio il sole”). Qui l’eros è immediatamente generativo: non c’è attesa, non c’è mancanza. Venere è Genitrice perché il suo desiderio si realizza e produce vita.

La voce lirica, subito dopo, inverte i termini. Il tempo diventa quello della ferita che “sanguina”, della solitudine sul “vergine guanciale”, del risveglio “sola”. Anche quando immagina la maternità, la colloca nel condizionale (“Se fossi…”, “Se… sentissi”, “Se… chiudessi”). Il desiderio resta potenziale, non attuale. L’epigrafe del Cantico (“quaesivi illum et non inveni”) non è un ornamento: diventa la cifra della parlante. Lei cerca, e non trova.La visione cosmica (terra che si apre, belve, Sirene, Baccanti e Fauni) è insieme estensione della potenza di Venere e tortura per la donna umana. Più l’eros si manifesta come forza universale, più la solitudine della parlante diventa acuta. Il risveglio “coll’urlo disperato del mio martirio in gola” è il punto in cui la pienezza mitica si rivela inaccessibile.

Non è un semplice pastiche erotico: è la messa in scena di un desiderio femminile che guarda al mito come a un modello di pienezza e, al tempo stesso, ne misura la distanza.


A VENERE GENITRICE

In lectulo meo per noctes quaesivi quem diligit anima mea: quaesivi illum et non inveni.

Cant. Canticor. III, 1.

— «Guarda, mortal, le fiamme

De’ larghi occhi lucenti

E le chiome fluenti

Sulle superbe mamme.

Guarda! L’estremo lembo

Gittai che ti copriva

La pubertà giuliva

Che mi fiorisce in grembo.

Vieni e sui fior ti giaci

E me sui fior ricevi;

Tra le mie labbra bevi

Il dolce miel de’ baci.

I lombi miei circonda

Con le possenti braccia,

Stringimi al sen la faccia

E l’amor mio feconda». —

Così parlò e sorrise

La Dea porgendo il fianco

Soavemente bianco

Al giovinetto Anchise,

Poi volse le parole

In gemiti sommessi

E dei divini amplessi

Fu testimonio il sole.

Vittima anch’io d’Amore

Omai dispero aita

Poi che la sua ferita

Mi sanguina nel core,

Nè lacrimar mi vale

Nè maledir, costretta

A spasimar soletta

Sul vergine guanciale.

Che se fugaci istanti

Di pace al sonno chiedo,

Mille fantasmi vedo

Pel glauco ciel vaganti.

Passa sul campo arato

Caldo di nozze il vento

E in sè recar lo sento

La febbre del peccato.

Desta così all’ebbrezza

Del germinar, la terra

Le viscere disserra

Del sole alla carezza,

E con le carni e il core

Arsi da fiamme arcane,

Urlan le genti umane

«Amore, amore, amore!»

Tra l’ombre e gli spaventi

Delle materne selve

Si stringono le belve

In ciechi accoppiamenti,

E dalle fulve arene

Che il mar commosso esclude

Perfidamente ignude

Mi chiaman le Sirene,

Mentre, di Bromio stanche,

Roche per gli ebbri canti,

Le lubriche Baccanti

Gittan le vesti bianche

E sui compressi fiori

Curvan le rosee forme

Sotto l’impulso enorme

Dei Fauni assalitori.

E allor mi desto sola

Sul letto immacolato

Coll’urlo disperato

Del mio martirio in gola…

Deh, morrei pur gioiosa

Se fossi in quel momento

Segnata dal cruento

Stigma di nuova sposa,

Se nella gonfia mole

Dell’utero fecondo

Balzar sentissi il pondo

Della concetta prole,

Se, al fin delle mie pene,

Lieta chiudessi il ciglio

Addormentando un figlio

Tra le mammelle piene!

O Dea, Madre, Signora

Dei vivi e della vita,

Dal mar di Cipro uscita

Al bacio dell’aurora,

Che il premio a noi concedi

Nella tenzon gentile

Ed al vigor maschile

Il fior del sangue chiedi,

Se di perenni rose

T’ornino ancor l’altare

Le verginelle ignare

E le conscienti spose,

Se l’atra onda Letea

Il biondo Adon ti renda,

Pietà di me ti prenda,

Madre, Signora, Dea!

Analisi approfondita

Il componimento appartiene alla produzione “eteronima” di Olindo Guerrini (1845-1916), pubblicata sotto lo pseudonimo di Argia Sbolenfi. È un inno erotico-classicheggiante che unisce mito pagano, epigrafe biblica e voce lirica femminile in una tensione costante tra pienezza divina e frustrazione umana.

Struttura e movimento del testo

Il poemetto si articola in tre momenti chiari:

Epigrafe e discorso di Venere (vv. 1-16). L’epigrafe dal Cantico dei Cantici (3,1) introduce il tema della ricerca notturna e dell’assenza. Subito dopo Venere parla in prima persona, in un invito esplicito e fisico ad Anchise. Il tono è assertivo, quasi imperativo (“Guarda!”, “Vieni”), e la descrizione del corpo è frontale e senza veli (occhi, chiome, “superbe mamme”, “pubertà giuliva”, lombi).

Narrazione mitica (vv. 17-24). Il poeta interviene brevemente per raccontare l’unione divina: Venere porge il fianco, le parole si trasformano in gemiti, e il sole è testimone degli amplessi. È il momento di compiuta fecondità mitologica (da cui nascerà Enea).

Voce della parlante e preghiera finale (dal v. 25 alla fine). La prospettiva si sposta su una figura femminile umana, “vittima d’Amore”, sola sul “vergine guanciale”. Segue una sequenza onirico-visionaria di fertilità universale (terra che si apre, genti che urlano “Amore”, belve, Sirene, Baccanti e Fauni), che culmina nel risveglio disperato e nella preghiera a Venere perché conceda anche a lei il segno della maternità.

Temi centrali

Venere Genitrice: non è solo dea dell’amore erotico, ma potenza generativa (madre di Enea, simbolo della stirpe e della vita). Il titolo e la chiusura (“Madre, Signora, Dea”) insistono su questo aspetto.

Desiderio e assenza: l’epigrafe biblica (“ho cercato e non ho trovato”) viene riletta in chiave sensuale e corporea. La parlante cerca non solo l’amante, ma la fecondazione.

Contrasto divino/umano: gli amplessi di Venere e Anchise sono pieni e solari; la donna umana resta “soletta”, con la ferita che “sanguina nel core”, e può solo sognare lo “stigma di nuova sposa” e il peso del figlio nel grembo.

Fecondità cosmica: la visione intermedia dilata il desiderio personale in un panorama naturale e mitico (terra, animali, Sirene, orgia dionisiaca). L’eros è presentato come forza universale che unisce umani, animali e divinità.

Maternità desiderata: la chiusa è esplicita. La donna non chiede solo piacere, ma il corpo trasformato dalla gravidanza e dall’allattamento (“mammelle piene”). È un tema ricorrente nella produzione di Guerrini, dove l’erotismo si lega spesso al ciclo della vita e della riproduzione.

Stile e linguaggio

Il metro è quello tipico delle rime di Guerrini: quartine a rime alternate o baciate, con un andamento cantabile ma denso di immagini concrete. Il lessico è volutamente sensuale e “scandaloso” per l’epoca (mamme, pubertà, lombi, utero fecondo, stigma cruento), mescolato a riferimenti classici precisi (Anchise, Cipro, Bromio/Dioniso, Adone, Lete). L’epigrafe latina del Cantico crea un effetto di cortocircuito tra tradizione biblica e paganeggiante, tipico di certa letteratura scapigliata e post-romantica.

Contesto e significato

Guerrini, sotto il velo dell’eteronimo femminile, esplora un erotismo femminile attivo e desiderante, lontano dall’idealizzazione angelicata. La poesia celebra la forza generativa di Venere e, al tempo stesso, registra la solitudine e la fame di carne e di maternità della voce lirica. Non c’è moralismo: la “febbre del peccato” è presentata come energia vitale, e la preghiera finale chiede alla dea di estendere anche alla parlante il privilegio della fecondità divina.

In sintesi, è un inno che unisce la celebrazione mitica della generazione alla confessione cruda di un desiderio umano non appagato, con una concretezza corporea che rimane uno dei tratti più caratteristici della poesia di Guerrini.