mercoledì 14 ottobre 2026

L'OSSESSIONE DI TRUMP PER L'ORO E I DAZI Estratto da “Cambio di regime” (Bompiani), di Maggie Haberman e Jonathan Swan,


   Lo Studio Ovale dorato di Trump è il simbolo della       sua nostalgia per l’Ottocento

L'OSSESSIONE DI TRUMP PER L'ORO E I DAZI

Estratto da “Cambio di regime” (Bompiani), di Maggie Haberman e Jonathan Swan, 


Una mattina l’addetta stampa Karoline Leavitt è entrata nello Studio Ovale e ha trovato Donald Trump con un tubetto di colla in mano che cercava di fissare decorazioni dorate alla mensola in marmo del camino. Era risaputo che preferiva fare da sé quando si trattava di decori, quindi vedere il presidente che spremeva colla sulle decorazioni dorate e le appiccicava di persona sul muro non ha sorpreso nessuno nella sua cerchia ristretta.

La prima moglie di Trump, Ivana, vicepresidente del design d’interni della sua azienda, aveva la tendenza a far diventare ogni cosa d’oro. Pareva fosse stata Ivana a incoraggiare per prima l’ossessione per l’oro poi diventata un tratto distintivo delle proprietà del marito. L’oro trasmetteva l’ostentazione che sarebbe diventata il marchio di Trump, e lui si crogiolava nel suo splendore. Il suo edificio simbolo a New York portava la scritta Trump Tower in lettere d’oro e ostentava porte di ascensori e scale mobili color oro; seta dorata rivestiva le pareti della camera da letto del suo aereo privato, si era coperto di gioielli per la copertina di Esquire, e sarebbe arrivato a vendere sneakers dorate.


Lo Studio Ovale era sempre stato volutamente sobrio: a ricordare che gli Stati Uniti sono una repubblica, non una monarchia, e che l’ufficio del presidente non è un palazzo. Trump aveva seguito quella tradizione nel suo primo mandato. Nel secondo mandato ha scatenato il Luigi XIV che era in lui. Ogni presidente aveva lasciato il proprio segno alla Casa Bianca. Nel 1909 William Howard Taft aveva dipinto di verde oliva l’espansione originale dello Studio Ovale nella West Wing. Alcuni critici all’epoca pensavano che il verde di Taft fosse un omaggio alla bellezza naturale dell’America; in realtà a Taft semplicemente piaceva il verde. Allo stesso modo ora Trump portava l’oro. Vasi e calici d’oro hanno sostituito l’edera svedese verde sul camino che aveva decorato lo Studio Ovale per molti decenni prima di Trump. Con il passare dell’anno ha continuato ad accumulare sempre più pezzi d’oro sul camino. Quando chiedeva allo staff della residenza della Casa Bianca che ne pensasse di quella scintillante esposizione, la maggior parte delle risposte era tiepida, ma la sua devota assistente Natalie Harp traboccava entusiasmo. Cherubini dorati svolazzavano nei frontoni sopra le porte. Modanature dorate circondavano la stanza, un sigillo presidenziale dorato brillava come il cielo dal soffitto a incasso e inserti dorati adornavano il camino e le pareti, accanto a dipinti con elaborate cornici dorate provenienti dalle vaste collezioni d’arte del governo federale.


Trump definiva gli antichi vasi d’oro presi dalla collezione della Casa Bianca “contanti” e diceva: “Vedi quei contanti? La gente li guarda, e quello che vede sono contanti.” L’attaccamento di Trump all’oro non era soltanto estetico. Durante la campagna dell’anno precedente Trump aveva spesso parlato del suo ideale economico: le politiche tariffarie della Gilded Age che avevano alimentato l’America dalla fine della Guerra civile fino all’inizio del ventesimo secolo. Quello era il suo modello di prosperità nazionale. In un discorso del 5 settembre 2024 all’Economic Club di New York ha dichiarato: “Per citare un grande ma assai sottovalutato presidente, William McKinley, la politica tariffaria protettiva dei repubblicani ha reso la vita dei nostri concittadini più dolce e luminosa.”


Ma l’espressione “Gilded Age”, coniata ironicamente da Mark Twain, descriveva anche un periodo di forte industrializzazione, ricchezza concentrata, povertà diffusa e corruzione politica dilagante. Tutto ciò si nascondeva sotto una sottilissima patina d’oro. Ma per Trump l’oro era oro. Ha continuato a citare McKinley come sua guida economica. “Io sono un uomo dei dazi e sto in piedi su una piattaforma tariffaria,” aveva detto McKinley durante la campagna presidenziale del 1896. Anche Trump si è definito un uomo dei dazi. McKinley aveva maturato il suo attaccamento ai dazi in modo onesto e nel 1890 aveva fatto approvare quella che è nota come la McKinley Tariff quand’era presidente della Commissione di bilancio della camera dei rappresentanti, una politica pensata per punire le importazioni straniere e favorire le “industrie nascenti” nazionali. Il disegno di legge di McKinley fissava i dazi d’importazione a una media di quasi il cinquanta per cento, aumentando i prezzi al consumo e causando in tutta risposta aumenti tariffari che avevano indebolito l’economia americana e contribuito al Panico del 1893.


Eppure il fascino dei dazi come barriera commerciale, fonte di entrate e soprattutto strumento di potere, era irresistibile per Donald Trump. Undici giorni dopo il suo ritorno in carica, il 31 gennaio 2025, ha detto: “Tra il 1870 e il 1913 eravamo al culmine della ricchezza. Allora avevamo ed eravamo un paese di dazi. Poi si è passati al concetto di imposta sul reddito.” Il giorno dopo ha firmato tre documenti: gli ordini esecutivi 14193, 14194 e 14195, appellandosi a poteri d’emergenza ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA).


La Casa Bianca sosteneva che, a causa della “straordinaria minaccia rappresentata da immigrati illegali e droghe, incluso il letale fentanyl”, Trump imponeva dazi sulle importazioni dai tre principali partner commerciali dell’America: venticinque per cento per Canada e Messico e un ulteriore dieci per cento sulle importazioni dalla Cina. Era il colpo iniziale della guerra commerciale globale che avrebbe condotto in primavera. Il preannuncio dei dazi è arrivato più in fretta di quanto alcuni dei più alti collaboratori di Trump avessero desiderato. Nessun lavoro preparatorio era stato svolto al Dipartimento del commercio ed era poco chiaro cosa il presidente sperasse davvero di ottenere. Chi lavorava fuori dalla sua cerchia ristretta era costretto a fare supposizioni sulle sue intenzioni. Né il fentanyl né gli immigrati illegali attraversavano il confine settentrionale in quantità rilevante, in più il Messico stava collaborando con gli sforzi di Trump per bloccare le immigrazioni illegali.


La presidente appena eletta Claudia Sheinbaum aveva dispiegato migliaia di soldati ai confini del Messico per gestire meglio il flusso di migranti. In una riunione nello Studio Ovale il 31 gennaio, il giorno prima che Trump firmasse gli ordini esecutivi, Stephen Miller si è espresso contro i dazi del venticinque per cento sul Messico. “Hanno fatto tutto ciò che abbiamo chiesto sull’immigrazione,” ha detto al presidente. Miller non aveva obiezioni ai dazi sul Messico se fossero stati parte di un regime tariffario globale, ma non riteneva sensato colpire il Messico prima di formulare un disegno più ampio. Marco Rubio era d’accordo. Scott Bessent ha suggerito a Trump di rinviare l’attuazione dei dazi al primo marzo, dicendo che sarebbe stato meglio avviare un’analisi del Tesoro sui potenziali impatti sull’economia statunitense e globale. Ma Trump ha respinto queste preoccupazioni e i dazi sono entrati subito in vigore.


A dimostrazione di quanto il piano fosse improvvisato, a un certo punto della riunione Trump si è reso conto di aver dimenticato di includere la Cina. “Dove sono?” ha chiesto. “Inseriteli al dieci,” ha aggiunto su due piedi. La concezione di Trump dell’economia globale e della posizione dell’America al suo interno era racchiusa nell’ambra della sua giovinezza, ed era in gran parte ancora scevra dall’influenza dei grandi cambiamenti dei decenni successivi. Secondo lui l’America avrebbe dovuto essere sempre il colosso manifatturiero che era stato un tempo, consumando perlopiù ciò che produceva e dettando le condizioni al resto del mondo. La caduta della cortina di ferro aveva inaugurato la terza ondata della globalizzazione, portando alla delocalizzazione di posti di lavoro manifatturieri e favorendo la creazione di catene di approvvigionamento complesse che avevano integrato profondamente l’economia globale.


L’economia americana si era trasformata a un livello quasi molecolare in qualcosa che non era più dominato dalla manifattura e dall’industria pesante. Era ormai un’economia di servizi, informazione e tecnologia, nella quale il settore finanziario rappresentava una quota sempre più rilevante. Molte fabbriche si erano spostate in Cina, e così i posti di lavoro. In risposta ai lavoratori dislocati e alle città abbandonate che avevano ottenuto ben poco dalla globalizzazione, entrambi i partiti a Washington avevano parlato molto e agito poco sulla formazione per i mestieri del futuro.


Pur restando la più grande economia del mondo, gli Stati Uniti consumavano di più e producevano di meno. Questo colpiva nel profondo sia l’attrattiva di Trump sui lavoratori sia la sua visione ferma nel tempo del ruolo economico dell’America nel mondo. Trump voleva “riportare indietro” i posti di lavoro finiti altrove. Parlava con entusiasmo del ritorno di industrie del passato come il carbone. Prometteva il ritorno ruggente della base manifatturiera americana. Era in parte il motivo per cui amava i dazi.