Emmanuel Carrère e il problema del bene
Michel Houellebecq
Recensione di "Vite che non sono la mia" di Emmanuel Carrère
Estratto da "Interventi"
di Michel Houellebecq
Tra i molti passi angoscianti che scandiscono Vite che non sono la mia, uno dei più dolorosi, per me, è quello della vecchia lesbica inglese che ha appena perso la compagna nella catastrofe.
My girlfriend, diceva lei, e immagino questa coppia di lesbiche attempate, residenti in una cittadina inglese, attive in qualche associazione, la loro casetta arredata con amore, i viaggi ogni anno in paesi lontani, gli album di fotografie, tutto andato in frantumi. Il ritorno della sopravvissuta, la casa vuota, le tazze con i loro nomi, e una non servirà mai più, e questa donna imponente seduta al tavolo della cucina si prende la testa tra le mani e piange e si dice che adesso è sola e resterà sola fino alla morte.18
Emmanuel Carrère, durante la vacanza a Ceylon conclusasi così tragicamente, ha di certo incontrato quell’attempata lesbica inglese; ma le tazze se le è immaginate. Il che, mi sembra, definisce piuttosto bene il margine d’invenzione che lo scrittore si concede, in un libro come questo dove “è tutto vero”. Il dettaglio non è insignificante. Perché le tazze vogliono dire qualcosa. Ed è stato proprio nel momento in cui ho letto delle tazze che, ricordo, sono scoppiato in singhiozzi e ho dovuto posare il libro, incapace per alcuni minuti di proseguire la lettura. È comunque impossibile illustrare dei semplici fatti; anche quando lo si fa a prescindere da qualsiasi ambizione letteraria, si è sempre obbligati, un po’ più un po’ meno, a inventare. In ogni caso, in tutti i libri che scrive attualmente, Emmanuel Carrère ha scelto di non inventare né i personaggi né gli avvenimenti importanti; ha scelto, essenzialmente, di comportarsi da testimone (non da testimone infallibile, cosa impossibile, come ho appena detto; ma da testimone). È una scelta che ovviamente m’interessa, se non altro perché io, finora, mi sono attenuto alla scelta contraria. Per ragioni estetiche, se vogliamo, ma anche per ragioni meno nobili, in cui si mischiano pigrizia, insolenza e megalomania (tipo: non rompetemi il cazzo con i dettagli, non ho tempo da perdere con la realtà, e in ogni caso la realtà la conosco meglio di chiunque altro).
Ma passiamo oltre, torniamo a Emmanuel Carrère. Non so esattamente quando e in quali circostanze abbia optato per tale scelta; ma credo di avere una piccola idea riguardo al perché. Idea che mi viene, stranamente, dai miei primi lavori su Lovecraft. Con la simpatica radicalità che lo caratterizzava, l’autore americano si congedava dal romanzo realista con queste parole: “Il caos dell’universo è così totale che nessun testo scritto può offrirne un sia pur timido cenno.” Mi sembra che Emmanuel Carrère, a un dato momento della sua attività di romanziere, si sia trovato faccia a faccia con un problema del genere. Le persone, è il minimo che si possa dire, non sanno più come vivere. Il caos è così totale, lo smarrimento così generalizzato, che nessun modello di comportamento ereditato dai secoli passati sembrava applicabile ai tempi che viviamo adesso. Così, a un dato momento, a Emmanuel Carrère è parso impossibile non soltanto utilizzare le tipologie esistenti, ma anche crearne di nuove. Il tempo dell’“uomo senza qualità”, prefigurato da Musil in maniera peraltro approssimativa, era davvero arrivato. Circostanza aggravante, Emmanuel Carrère era allora legato a un tipo di ispirazione stravagante, influsso remoto dei seguaci dell’arte per l’arte, che credeva di aggirare il problema concentrando l’interesse della letteratura nel virtuosismo linguistico che vi si può svolgere. Insomma, Emmanuel Carrère si è un po’ trovato nella stessa situazione di quei militanti maoisti dopo che, sentendosi accusati di deviazionismo formalista, hanno fatto autocritica, e hanno deciso di tornare a lavorare in fabbrica, a contatto con il vero proletariato.
(Vorrei che questo paragone un po’ irriverente non fosse scambiato per un’offesa; perché, dopotutto, quei militanti maoisti, quando decidevano di tornare in fabbrica, avevano semplicemente ragione; e la prova veniva regolarmente sancita dal fatto che, una volta rimessisi in riga, non tardavano a rinunciare al maoismo, nonché al militantismo; la teoria non aveva resistito alla realtà.)
In ogni caso, pur misurandosi con il mondo senza una teoria precostituita, Emmanuel Carrère non è affatto sprovvisto di strutturazione intellettuale; poiché possiede al massimo grado dei valori, che in larga misura strutturano come una teoria. E qui è necessario tornare un po’ indietro, in quanto, su questo punto, Emmanuel Carrère prende nettamente le distanze non soltanto dai contemporanei, ma anche dalle due o tre generazioni che lo hanno preceduto.
Per gli autori del XIX secolo, la questione del bene e del male non si pone in alcun modo. Né Balzac né Dickens né Dostoevskij né Maupassant né Flaubert nutrono il minimo dubbio sulle circostanze in cui il comportamento dei loro personaggi sembri rispettabile, ammirevole, un tantino deplorevole o francamente abietto. Cosicché, il fatto che poi scelgano di dispiegare uno spettro morale molto ampio, di mettere in scena casi estremi, oppure, all’opposto, scelgano di concentrare l’attenzione su caratteri intermedi diventa una scelta estetica personale, dalle variabili infinite. Tuttavia le basi del giudizio morale sono in loro solide e indiscutibili come lo sono state sempre nei filosofi che nel corso dei secoli precedenti si sono occupati di etica.
È nel passaggio dal XIX al XX secolo che le cose iniziano a guastarsi. Sotto l’influenza di pensatori nefasti e fasulli che hanno ritenuto di attribuire un carattere contingente alla legge morale, si è sviluppata un po’ alla volta un’opposizione stupida, ma stranamente tenace, tra il campo dei conservatori e quello dei progressisti. Cosa che, in verità, si sarebbe potuta verificare molto prima, sotto l’influenza deleteria dei “filosofi dei Lumi”; ma quei sedicenti filosofi disponevano di un’intelligenza troppo angusta per esercitare un’effettiva influenza su autori di un certo livello, tanto che il magnifico slancio romantico non fece nessuna fatica a ridurli in polvere. Marx e Nietzsche erano, bisogna convenirne, di ben altro calibro rispetto a Voltaire e La Mettrie. Per cui, pure nei migliori, si è insinuato un dubbio morale, anche su questioni poco controverse. Il dubbio si è focalizzato soprattutto sulle questioni sessuali, e la colpa, occorre ammetterlo, è in gran parte dei conservatori. La pruderie vittoriana è un fenomeno incomprensibile, esagerato, che non si è mai visto (e non si rivedrà mai più); e non desta certo sorpresa che proprio in Inghilterra si sia manifestato il massimo della confusione. Confusione che dà poi risultati magnifici in Galsworthy, ingiustamente dimenticato (credevo che a un autore che ha saputo creare il personaggio di Soames Forsyte l’immortalità fosse garantita). Anche se è probabilmente in Somerset Maugham che le questioni morali attingono il grado supremo di tensione, risolvendosi negli esiti artistici più straordinari. Maugham, certo per pudore, si era cucito addosso un personaggio di vecchio omosessuale raffinato e cinico. Sebbene non sia sempre stato vecchio, né esclusivamente omosessuale (lo testimonia la sua discendenza), e il suo cinismo dissimulasse manifestazioni di generosità pratica alquanto concrete. Così, è nei libri che Maugham dà via libera al personaggio che ha creato. Le persone amate non sempre sono quelle più degne d’amore; è una verità desolante e banale per la quale non si riesce assolutamente a trovare una soluzione. Il desiderio è naturale e sano, è la natura a parlare, e lui non intende rinunciarvi; ma gradirebbe anche molto che le brave persone fossero felici, che la loro vocazione all’amore fosse soddisfatta, eventualità ovviamente impossibile, e tutto ciò ci regala, soprattutto in La luna e sei soldi e Acque morte, alcune tra le più belle pagine della letteratura inglese.
Più si avanza nel XX secolo, più aumenta la confusione, più la legge morale perde terreno, fino a farsi del tutto incomprensibile; per tacere di quando viene sistematicamente svilita. L’adagio “Non si fa buona letteratura con i buoni sentimenti” avrà alla fine un notevole impatto negativo. Credo persino che l’assurda sopravvalutazione di cui godono da tempo gli autori collaborazionisti trovi qui la sua origine. Intendiamoci bene, Céline non è privo di meriti, è solo ridicolmente sopravvalutato. E i Poèmes de Fresnes di Brasillach sono bellissimi, di una bellezza sorprendente anche in un autore tanto modesto. Ma tutti gli altri, i vari Drieu, Morand, Félicien Marceau, Chardonne... non costituiscono altro che una sfilza di mediocri abbastanza penosa. Mi pare insomma che la loro strana sopravvalutazione tragga origine proprio da una perversa enfatizzazione dell’adagio indicato, il quale potrebbe essere riformulato così: “Se è una carogna, è probabilmente un buon autore.”
Questo per dire a quale assurdo grado di confusione si fosse arrivati. Il che non fa che accentuare gli immensi meriti di Emmanuel Carrère. Quando si entra in uno dei suoi libri (ed è praticamente l’unico della sua generazione del quale si possa dire una cosa del genere), i miasmi del dubbio morale evaporano, l’atmosfera diviene più limpida, il respiro si fa più ampio. Carrère sa quando il comportamento dei suoi personaggi è rispettabile, ammirevole, odioso, moralmente neutro; può nutrire dubbi su tutto ma non su questo. Sono una tale chiarezza di concezione, una tale dirittura intellettuale e morale che lo rendono capace, lui e lui solo (o quasi), di affrontare determinati soggetti, in effetti moralmente delicati. Non si elogerà mai abbastanza, per esempio, il suo ritratto di Jean-Claude Romand nell’Avversario. Nessuno potrà dire che Jean-Claude Romand non sia un assassino odioso, che non meriti ampiamente la pena che gli viene inflitta; ma è altrettanto certo che Romand offre un’immagine ben poco credibile del male, ed è qui che si manifesta appieno il talento di Emmanuel Carrère. È davvero notevole vedere come riesca, a poco a poco, a farci avvicinare a Romand, a rendercelo persino simpatico, senza mai concedersi la minima compromissione sulla questione del male.
(Romand, del resto, è altamente significativo. Una delle qualità più importanti, e più raramente ricordate, del romanziere è quella di saper scegliere i soggetti. È necessario riflettere, riflettere a lungo; poi mirare, mirare con tutta la precisione possibile, e tirare in pieno centro. Le cause penali sono centinaia ogni anno, e gli omicidi in ambito famigliare occupano gran parte della lista; ma scegliere come bersaglio un personaggio che, nella sua mitomania, ha scelto di spacciarsi per un medico umanitario, e persino per un “grosso nome dell’umanitario”, la dice lunga sulla nostra società.)
Limonov è l’incarnazione di un problema più antico, ma non meno delicato. Che Limonov abbia avuto del talento è difficilmente contestabile; ma che per altri versi sia stato davvero una carogna è altrettanto evidente. È appassionante paragonare il trattamento a cui Emmanuel Carrère sottopone il caso Limonov e quello a cui Somerset Maugham sottopone il caso Gauguin. Maugham ha per Gauguin un’ammirazione infinita, lo considera (certo con un po’ di esagerazione, ma sorvoliamo) un genio del calibro di Michelangelo; ma la brutalità e l’egoismo che Gauguin manifesta nella vita privata lo disgustano. Il martirio di Dirk Stroeve, uno degli individui la cui vita fu distrutta da Gauguin, gli ispira pagine allucinate, piene di dolore; ma al tempo stesso non può condannare Gauguin, sarebbe chiedergli troppo, e soffre, il povero Maugham, soffre sempre di più, al punto che la sua sofferenza di autore diviene il vero soggetto di un libro superbo, anche se impegnativo da leggere. Carrère, viceversa, non si meraviglia affatto che uno scrittore di talento sia anche una carogna; se ne rammarica, preferirebbe che fosse altrimenti, ma non si tratta, per lui, di una contraddizione insostenibile; è solo uno di quegli strani scherzi che la natura si diverte a combinare quando modella gli uomini. Il suo punto di vista in proposito è quello di Shakespeare; e, a parte lui, di tutti i classici.
La pulizia e la chiarezza del punto di vista di Emmanuel Carrère hanno come corollario una qualità che, per quanto negativa, non è meno rilevante: quella di non porsi mai falsi problemi.
Provo sempre una stretta al cuore quando vedo dei pensatori cristiani (o forse dei monaci cristiani, insomma, dei cristiani) porsi, con gravità e dolore, il “problema del male”. Quale problema del male? Se c’è un’entità che è di casa nel mondo, che ritroviamo senza sorpresa, la cui esistenza è tutt’altro che problematica, questa è proprio il male.
E mi procura sempre una leggera irritazione sentir elogiare la “profonda conoscenza della natura umana” manifestata da questo o quell’autore che non ha fatto altro, nel corso della sua lunga carriera, se non allineare una poco invitante schiera di personaggi egoisti e cinici. Se mai, a mio parere, un autore del genere ha solo manifestato una comprensione del cuore umano a dir poco superficiale. Esistono esseri umani, infatti, che in maniera consapevole e deliberata decidono di trattare costantemente gli altri con lealtà, onestà e buonafede; e che si conformano, fino alla morte, a questa massima. Altri ancora, senza esservi minimamente costretti, si adoperano coraggiosamente a prestare soccorso agli altri, e si sforzano di aiutare il prossimo come meglio possono, di alleviarne le sofferenze. Il bene esiste, esiste nel modo più assoluto, così come esiste il male. Ed è questa esistenza totalmente contraria a ogni legge naturale, questa esistenza controproducente dal punto di vista biologico, che costituisce davvero un problema. Ed è questo problema del bene, l’unico forse che abbia un valore, che Emmanuel Carrère si pone nelle più belle pagine dei suoi libri. Perché Étienne Rigal, giovane speranza del sindacato della magistratura, ha preferito all’assegnazione di una comoda poltrona ministeriale la nomina di magistrato di sorveglianza a Béthune? Perché ha deciso di offrire il suo aiuto a poveri alcolizzati e semidegenerati? Perché?
Riprendiamo l’argomento da una prospettiva un po’ diversa. Nei libri di Emmanuel Carrère, la questione della comunità umana, della possibilità di una comunità umana, mi sembra tornare in maniera molto insistente. Cioran nota concisamente che la fede in Dio “era una soluzione” e che di sicuro non se ne scoprirà mai una migliore. Tra gli immensi vantaggi della fede, ne individuo almeno tre. Il primo: le questioni cosmologiche sull’origine dell’universo, dello spazio, del tempo ecc. trovavano ipso facto soluzione. Il secondo: la morte era sconfitta (la propria e soprattutto quella altrui). Il terzo: si costituiva la possibilità di una comunità umana (li riconoscerete dal fatto che si amano tra loro ecc.). Di questi tre punti, mi è sempre parso che il terzo fosse quello che stava più a cuore a Emmanuel Carrère, quello che meglio spiegava la sua rinnovata fascinazione per il cristianesimo. La cui immagine più impressionante è senza dubbio rappresentata dalla straordinaria penultima pagina del Regno: quella in cui, danzando a fianco di Élodie, la ragazza down, nella comunità dell’Arca di Jean Vanier, l’autore, sopraffatto dalle lacrime, intravede davvero che cosa sia il Regno.
Sulla questione della comunità umana, io mi sento molto meno eloquente, e più contraddittorio. Estremamente sensibile all’emozione collettiva, non mi sono mai sentito tanto vicino alla fede come quando assistevo a una messa. Anche se non tutte le messe si equivalgono, se così posso dire, ed è quando la celebrazione si svolge in occasione di una sepoltura che l’ideale cristiano mi turba al massimo grado. L’ultima a cui ho partecipato era in onore di Bernard Maris. Emmanuel era lì, anche lui (ha parlato molto bene del nostro amico assassinato). E mi rammento del senso di certezza, di evidenza, che emanava dalle parole del sacerdote: no, la morte non esiste, non esiste nel modo più assoluto, non piangete, bambini, Cristo ha sconfitto la morte. Un senso di certezza che mi trasmette nervosismo, afflizione.
È possibile che la questione della comunità umana in generale m’interessi meno poiché riservo il mio interesse più appassionato alla ristretta comunità composta da un uomo e da una donna. Anche Emmanuel Carrère le riserva un grande interesse, l’amore occupa un posto ragguardevole nei nostri libri (lui insiste in maniera molto commovente sull’amore coniugale, e anche sulla sessualità coniugale). Ma alla questione della comunità umana in generale lui non ha mai rinunciato, mentre io, devo ammetterlo, sì; la parola “fraternità” m’ispira di primo acchito una certa diffidenza. Mi guardo bene dal vantarmene; mi limito a riconoscerlo. Riconosco le mie debolezze, anche se non intendo esagerarle; le mie credenze sono circoscritte, ma sono violente. Io credo alla possibilità di un regno ristretto. Io credo all’amore.
Si tratta certo di una promessa molto modesta, se paragonata a quella del Regno; di un amore molto circoscritto, se paragonato alla carità di cui parla san Paolo; anche se mi capita di pensare che forse può bastare. Non so che cosa ne pensi Emmanuel Carrère, non sono sicuro che lui stesso lo sappia; so solo che abbiamo il diritto di domandarglielo, io e tutti i suoi lettori (per quanto doloroso possa essere, gli scrittori si espongono a questo: i lettori hanno il diritto, l’assoluto diritto d’intimargli di esprimersi con chiarezza su come conviene vivere). Insomma, pur senza conoscere la risposta di Emmanuel Carrère, credo di averlo letto a sufficienza per sapere che apprezzerà il seguente passo, che prendo in prestito da Versilov (uno dei personaggi più enigmatici di Dostoevskij, in quanto stranamente privo d’isteria):
Intanto avrei stabilito quale obbligo assoluto per ogni persona intellettuale di rendere felice durante la sua vita almeno un essere vivente, in qualunque modo, purché si trattasse di una felicità reale, come pure avrei introdotto come legge l’obbligo, per ogni contadino, visto il disboscamento della Russia, di piantare anche solo un albero in tutta la sua vita.19
