sabato 16 marzo 2024

GRANDI SPERANZE Charles Dickens



GRANDI SPERANZE 

Charles Dickens 

Recensione

Io trovo che  la  scrittura di Dickens. particolarmente in questo romanzo, sia vivace e densa; egli sa rendere con una forza straordinaria le immagini e le scene che vuole rappresentare fino a  quasi portarci a vedere e a partecipare a queste scene grazie alla potenza di questa narrazione. Ogni volta che lo rileggo sono sempre affascinato nel seguire le avventure di Pip. Una lettura ogni volta davvero piacevole, commovente ed avvincente. 

Pip, spinto come ogni uomo a cercare quello che non ha per amore di una donna crudele, insegue le sue grandi speranze abbandonando le sole cose che avrebbero potuto renderlo felice per davvero. Eppure l'essere umano non fa altro che questo, cercare quello che non ha seppure quel che già possiede sia tutto quel che desidera realmente. L'abbandonerà, e lo rimpiangerà soltanto quando sara troppo tardi per averlo indietro.

Vi è un cinismo brutale in tutto questo, e la cosa peggiore è che esso è così spaventosamente reale…

Pip non è affatto un eroe, seppure di buon cuore, i suoi errori di giudizio e le sue azioni "sbagliate" avranno un effetto devastante sulla sua vita, alle cui basi ha messo soltanto le sue speranze, per le quali ha sacrificato delle solidissime fondamenta di granito, nella speranza di costruire una casa ornata d'oro.

Anche nel buio più totale però, vi è un sottile barlume di speranza, che tuttavia non potrà mai portare a un pieno lieto fine; perché siamo sinceri, questo esiste solo nelle favole e la vita non lo è, almeno non del tutto.

«Fu quella una data memorabile per me, poiché portò a molti mutamenti in me stesso. Avviene la medesima cosa in ogni esistenza. Immaginate un dato giorno distaccato da tutti gli altri, e pensate come avrebbe potuto esserne differente tutto il corso. Fermati, tu che leggi, e rifletti per un istante sulla lunga catena di ferro od oro, di spini o fiori, che non ti avrebbe mai avvinto, se non si fosse formato il primo anello in quell’unica memorabile giornata.»

Il protagonista è diverso da tutti i personaggi Dickensiani difatti non é il solito bimbo eroe anzi dove esso è portatore unicamente di virtù in un mondo di vizi; qui invece il protagonista all'inizio è portatore di virtù ma con l'andare avanti della trama esse vengono sostituite con vizi quali il desiderio di arrichirsi, il desiderio di ribalta sociale...

Altro aspetto è l'assenza del cattivo, infatti all'inizio il cattivo potrà sembrare Magwitch ma poi si scoprirà l'animo nobile che esso era, poi potrà sembrare il sign. Pumblechook ma esso a mio modo di vedere è solo lo specchio della società in cui vive, é il simbolo dell ipocrisia e dell'opportunismo. Infine la cattiva potrà sembrare la sig. Havisham ma essa compie le sue malefatte solo perché il mondo le aveva tolto molto e come per uno scambio equivalente essa voleva dare al mondo ciò che esso ha dato a lei. Alla fine comunque compierà un atto di redenzione,che magari non cancellerà il male causato ma la fa ricordare come un personaggio capace di ammettere i propri errori e capace in qualche modo di rimediare..... questa mancanza del cattivo fa vedere come il libro sia molto umano infatti ogni personaggio in sè ha un pò di luce e un pò di ombra.....

INTRODUZIONE.

Di Marisa Sestito

«Grandi speranze»

Una storia lineare

Ridotta ai suoi termini essenziali, la vicenda di questo splendido romanzo è la storia di un’illusione che segna irreparabilmente la vita. È una storia in certo modo semplice, riconducibile a un tracciato lineare: il percorso dall’infanzia alla maturità di Pip, abbagliato dalle «grandi speranze» che vi sono in serbo per lui, vittima di un equivoco sull’identità del suo benefattore. Tra i due eventi fondamentali dell’infanzia – l’incontro nella palude con un evaso, isolato nel tempo (24 ore); la conoscenza di una signora eccentrica e ricca, protratta nel tempo (anni) – Pip naturalmente carica di fausti presagi il secondo, rimuove dal ricordo il primo e la vergogna che gliene deriva.

L’aspettativa e l’attesa (le «expectations» del titolo: che il benefattore si sveli; che la promessa si compia) segna la tappa successiva della vita, gli anni londinesi che occupano la sezione centrale del romanzo, dopo l’abbandono del villaggio natio. Il ritorno dell’evaso, artefice occulto del suo destino, segna l’inizio dell’ultimo “apprendistato” di Pip (dopo quello da fabbro, dopo quello da gentleman), l’apprendistato al vero, che gli impone un ripensamento di sé e della propria vita, l’individuazione di una nuova scala di “valori”, in cui l’evaso sale ad occupare il posto più alto, scacciandone la donna amata. A Estella Pip dedica un capitolo di commiato (il trentottesimo), prima di permettere a Magwitch di imporsi come asse portante dei diciannove capitoli seguenti. È qui che la grande speranza cambia di segno: all’indefinita trepidazione dell’attesa si sostituisce la disillusione tragica, iscritta nitidamente sulle rovine e sulla morte.


L’infanzia

Allargando il terreno di indagine e ponendosi di fronte all’intrico di eventi che il romanzo narra, ne emerge un grafico preciso: si manifesta cioè una scrittura sapiente che controlla un vasto materiale (centinaia di pagine fitte di eventi e di personaggi). Istituendo simmetrie, opposizioni, parallelismi, il narratore edifica una solida struttura e contemporaneamente guida il lettore, lo aiuta a orientarsi, a riconoscere le variazioni sul tema, le analogie, gli echi. Variazioni sul tema, dunque, o meglio sui temi: primo fra tutti quello dell’infanzia, età inerme, soggetta all’aggressione e alla violenza, come immediatamente indica quel pigolio (pip) col quale il protagonista si autobattezza dando l’avvio al romanzo. La situazione d’apertura – Pip davanti alla tomba dei genitori, intento a decifrarne la lapide – è, per cosi dire, la prima “matrice” che il lettore incontra, una sorta di marchio che si riproduce nel testo. Perché in Great Expectations (e in tutto Dickens), padri e madri sono quasi dovunque assenti: perché morti o brutali o indifferenti o sostituiti da vicari altrettanto inetti o aggressivi. L’assenza crea il vuoto intorno ai bambini, imprime loro una particolare qualità di orfani, privati, appunto, di un legame col passato in cui riconoscersi e trovare il senso della propria identità.

“Orfani” di vario grado popolano il romanzo, segnati da una condizione che accomuna “buoni e cattivi” (Pip come Orlick), che non distingue tra fasce di età. Sono giovani che vivono quella condizione (Pip, Estella, Herbert, Clara, Biddy, Orlick); sono meno giovani e adulti che ricordano o di cui si ricorda l’infanzia (Joe, la sorella di Pip, la madre di Herbert, Miss Havisham, Magwitch, Jaggers); sono personaggi che esistono solo in quanto raccontati da altri, che pure su quell’età si soffermano (Arthur Havisham); sono figure doppiamente “fittizie” – attori di rappresentazioni narrate – attraverso le quali si riproduce il rapporto conflittuale tra padri e figli: sia che lo spettro di Amleto padre incomba sulla vita del figlio, sia che il fornaio della pantomima aggressivamente contrasti le scelte della figlia. E a ben guardare, anche il motivo lontano che innesca il meccanismo romanzesco, le false speranze nate dall’equivoco, si lega a una carenza originaria di cui padri e madri sono variamente responsabili (perché creano disparità affettive tra i figli nel caso Havisham; perché li abbandonano, nel caso di Molly).

Dalla condizione disastrosa dell’origine mancante, discendono solitudine e paura: sono i due nodi della scoperta di sé e del mondo nel primo capitolo; lo sono ancora, nei capitoli successivi, attraverso la continua imposizione di violenza fisica, attraverso le inquietanti evocazioni del cannibalismo (storia del giovane che mangia cuore e fegato ai bambini; esplicita analogia tra Pip e la carne di maiale durante il pranzo natalizio; Estella “divorata” da Miss Havisham). E non solo per il protagonista solitudine e paura segnano l’inizio del percorso conoscitivo, ma anche per Estella, per Joe, per Magwitch. Dove, sporadicamente, padri benevoli esistano, fungono da demarcazione di diversità rispetto ai protagonisti; segnalano, per i loro discendenti, epiloghi lieti. È il caso di Wemmick, figlio amorevole di un padre amorevole; è il caso del secondo Pip, figlio di Joe, presumibilmente destinato a una vita molto diversa da quella del primo.


La prigione

Contigua all’infanzia sin dall’inizio, è la prigione, secondo fondamentale motivo ordinatore del romanzo: innanzitutto sul piano dell’intreccio, dato che è proprio l’esistenza dell’evaso a far sì che Pip abbia una storia (e senza di lui non si darebbe romanzo); in secondo luogo, su un piano più mediato, attraverso l’ossessiva presenza del tema che sempre riaffiora, lasciando immuni ben pochi luoghi. È ovviamente determinante nei cinque capitoli d’apertura (legati all’incontro con Magwitch) e nella sezione finale (suo ritorno in patria: capp. 39-57), ma ricorre con frequenza significativa anche nella zona intermedia; e non solo nelle situazioni in cui l’esistenza dell’evaso viene richiamata in causa dalla comparsa dei suoi emissari (il “messaggero”, i due forzati della diligenza) e dei suoi nemici (Compeyson, Orlick). Più complessa è una sorta di irradiazione contaminante del tema, che agisce a vari livelli. E dunque compaiono luoghi che non “servono” a far progredire la vicenda di Magwitch, ma sembrano invece tracciare i confini (spaziali e metaforici) della “formazione” di Pip: l’esterno e l’interno di Newgate; la Porta dei condannati a morte; l’ufficio dell’avvocato, assediato da postulanti variamente compromessi con la legge; la nave-prigione, non più “dimora” del forzato, ma parte costitutiva del paesaggio della palude. E a più riprese compaiono oggetti, nella “realtà” e negli incubi, quasi animati di vita propria: l’anello di ferro, la lima, i calchi degli impiccati, la forca. Ma a un altro livello ancora si insinua l’influsso della prigione: in case apparentemente integre e rispettabili (Casa Satis, sbarrata da inferriate, da cancelli, da finestre murate che escludono il sole), in dimore spazialmente e ideologicamente tenute distinte dal crimine (il “Castello” di Wemmick, dove pure fluttuano le ragnatele di Newgate). Si insinua nell’esilarante sfera del comico, quando, per esempio, Pip viene preso per malfattore nel giorno d’inizio dell’apprendistato, o quando l’attore dilettante Wopsle interpreta per lui il dramma dell’apprendista assassino. Dove cioè il forzato è assente – perché deportato in Australia, perché rimosso dal ricordo – la disseminazione del tema ne evoca prepotentemente la presenza: sono segnali, avvertimenti rivolti alla coscienza di Pip, perché riaffiori la memoria dell’incontro e consenta l’interpretazione corretta del destino. È procedimento ironico perché ovviamente il protagonista rimane sordo ai richiami, cieco agli eventi; ignaro, subisce un assedio sempre più stretto, sinché i “segni” scompaiono, facendo posto alla fonte che li ha emanati. Il ritorno di Magwitch satura gli spazi, sconquassa le certezze, impone la discesa negli strati più profondi dell’essere, a confronto di una verità che fa male, di un antico senso di colpa. Il nuovo percorso conoscitivo di Pip prevede l’abbandono di rispettabilità e pudore, la totale esposizione di sé, la caduta in basso, dove disperazione, vergogna e terrore sono in agguato. Solo dopo aver smesso i panni del visitatore curioso ed esser passato, soffrendo, attraverso i luoghi del crimine (il carcere; il tribunale), a Pip sarà dato di “vedere”, di scoprire i segni celati dietro l’apparenza, di riconoscere i nessi che anche agli occhi più acuti sfuggono (emblematica, la scoperta della vera identità di Estella).


Il tempo


Non solo i “temi”, ma anche le categorie dello spazio e del tempo servono a Dickens per riordinare la sua vasta materia. L’idea di tempo è implicita nella forma autobiografica attraverso cui il narratore mette in sequenza i ricordi, muovendo in avanti nelle età della vita (infanzia, giovinezza, maturità), avvicinandosi progressivamente al presente della scrittura. E significativo come siano gli eventi, nella loro rilevanza o insignificanza, a decidere la scansione temporale, a imporre pause e accelerazioni. Più che altrove il procedimento risulta evidente nello scarto tra le prime due sezioni e la terza; tra una “regolarità”, cioè, e un “disordine” – che ripropone su un altro piano il sovvertimento provocato a livello tematico dal ritorno dell’evaso. Nelle prime due parti, le strategie adottate creano un effetto di lentezza, di andamento tutto sommato regolare. Nello spazio dedicato a infanzia e adolescenza, l’effetto si ottiene sia attraverso l’indeterminatezza, il senso vago del tempo della coscienza infantile, sia attraverso l’uso di episodi specifici (visite a Casa Satis, apprendistato ecc.) che fungono da “esempi” di una serie protratta per anni. Nella seconda fase, quella della giovinezza, è la “durata” dell’attesa, lunga nelle previsioni e nei fatti, che crea l’impressione di un tempo che scorre lentamente, scandito dai ritorni al paese, dai viaggi in diligenza, dall’avvicendarsi delle stagioni. Quando l’evento si compie e Magwitch irrompe (shakespearianamente, attraverso “portenti” che sconvolgono la natura), il tempo “risponde” al turbamento di Pip, imponendo la fine di una fase della vita (i 23 anni su cui si chiude la seconda sezione); negando, di qui in poi, qualsiasi possibilità di scansione regolare. Il ritmo si spezza, il tempo pulsa all’unisono con la coscienza, mimando la frenesia della tensione, l’ansiosa attesa di un altro evento (espatrio di Magwitch). I ritorni al paese si fanno affannosi, disperati (l’addio a Estella; l’incendio; l’agguato); l’unica regolarità è affidata ai colpi dei remi, all’andirivieni sul fiume, che preparano l’evento. È una fuga in avanti, attraverso un tempo ridotto a giorni mattine notti ore, che scorrono verso l’attimo fatale in cui il destino si compie. Alla fine della giovinezza è assegnato sulla pagina il massimo di contrazione (undici anni in Oriente contro pochi paragrafi); giustamente, poiché il tempo dell’inserimento e del successo economico è irrilevante, non “segna” la coscienza. E giustamente viene privilegiato un altro tempo, quello dell’ultimo ritorno in cui, tra le macerie della vecchia casa, Pip dilata l’attimo (incontro con Estella), su cui si chiude il romanzo.


Lo spazio

E accanto al tempo vi è lo spazio. Uno spazio esplorato capillarmente, che permette una minuziosa ricostruzione dello “scenario” dei ricordi. Non è ricostruzione generica, basata sull’accumulo di dati descrittivi: è specifica e funzionale perché, nello spazio, Pip cerca sempre un orientamento, un modo di individuarsi rispetto al resto (e fornisce al lettore una mappa dettagliata per addentrarsi nel romanzo). Dovunque vengono forniti punti di riferimento: nella palude, delimitata all’orizzonte dal mare, suddivisa dalla posizione della nave-prigione, della boa, della forca, della Batteria, della fornace; nella cittadina, attraversata dalla via principale, segmentata a sua volta dalla posizione degli edifici, dalle diramazioni dei vicoli. Quando lo spazio si allarga e ingloba Londra, di nuovo, minuziosamente, Pip descrive i propri percorsi, nomina i luoghi e le vie che vi conducono; permettendo anche qui di orientarsi, contraddicendo il tracciato del labirinto su cui in altri romanzi si edifica la città (Bleak House o Oliver Twist). Precisa è la descrizione del territorio del Tamigi, della popolazione fluviale, dell’orientamento fornito da ponti e approdi, della direzione imposta dalle maree. Non solo gli esterni sono scandagliati con cura; anche gli interni vengono resi familiari al lettore attraverso l’indicazione costante di coordinate che li attraversano, in orizzontale, in verticale. Di continuo viene ricostruita sulla pagina Casa Satis, dall’esterno: casa, birreria, cortile, dépendance, giardino; dall’interno: corridoio, scala, stanza della toeletta, sala da pranzo. E anche quando la casa sarà demolita e rimarrà solo il giardino, il tracciato sul terreno ancora permetterà a Pip di collocare nello spazio i luoghi che non esistono più. Viene accuratamente ricostruita la casa di Joe, quella di Jaggers, di Wemmick, e quella di tutti gli altri; vengono definiti con precisione arredi e oggetti.


L’interpretazione difficile

La salda strutturazione che il romanzo esibisce a tutti i livelli sembrerebbe comportare una altrettanto salda definizione della realtà esplorata: quasi che il romanzo si assumesse il compito di scandagliare il reale fin negli interstizi e interpretarlo per il lettore. Ma non è così. Se da un lato, infatti, il reale si “ingabbia” attraverso il controllo esercitato dalla forma dall’altro sotterraneamente vi è una ruga di materiale magmatico, refrattario a lasciarsi dire e interpretare univocamente. Ancora compaiono “matrici”, temi che percorrono il testo, metafore che connettono zone lontane: ma a questo livello, lungi dal chiarire, complicano, intricano ciò che pare lineare e trasparente. Il percorso conoscitivo avviene per altre vie, oscure e difficili, queste sì, tracciate sul labirinto (espressamente citato a p. 256). È questo il luogo rivelatore di sogni, visioni, incubi, che emergono da abissi inesplorati, alla ricerca di una decodificazione; che parlano il linguaggio della morte e della cancellazione dell’io. Qui si istituiscono paurose analogie (tra le mani dell’assassina, le mani sferruzzanti di Estella, strana Moira, gli aghi della sorella di Pip); associazioni perturbanti scavano oltre l’apparenza (la “visione” di Havisham impiccata rimanda alla forca e questa a Magwitch). Si disseminano i segni di una conoscenza difficile, si intessono ambigui legami; è infido il terreno su cui si muove Pip, minacciato all’esterno da ombre, spettri che gli stanno alle spalle (il forzato in diligenza, Compeyson a teatro), all’interno, da incertezza e turbamento.


I nomi

Segni solo apparentemente decifrabili sono i nomi. A essi sempre Dickens dedica estrema attenzione, mettendo in atto giochi sottili – «alphabet games», li chiama Steven Marcus – sul suono, sul senso, sulla sequenza delle lettere che li compongono; sono enigmi disseminati sul percorso del lettore, che solo a volte ne trova la chiave. Raffinati enigmi lo sfidano in Great Expectations (e chiedo scusa se la mia scrittura si spezzetterà componendo il puzzle), basati su nomi che si “assomigliano” c creano sorprendenti associazioni; per prima, quella tra il forzato e la signora – i due cardini dell’esperienza di Pip – definiti entrambi da nomi che dicono e contemporaneamente negano. I bisillabi Satis (casa Havisham) e Provis (pseudonimo di Magwitch) si assomigliano nel suono rimato, nell’origine (esplicitamente e presumibilmente latina), nel senso: in entrambi i casi infatti, viene suggerita una qualità positiva (abbondanza/ provvidenza, volontà di favorire). Ma in entrambi i casi, il vero nome dei personaggi la smentisce. Non solo l’inglese Havisham (have-sham ‘avere fittizio’) contraddice il concetto antico dell’abbondanza, ma Miss, divenuto una sorta di nome di battesimo (rimane ignoto quello vero), conferma il senso di perdita (to miss ‘mancare’). Un’analoga relazione conf1ittuale si istituisce tra nome (Abel Magwitch) e pseudonimo del forzato: attraverso Abel si conferma la “bontà” di Provis, attraverso witch (strega) si smentisce – sarebbe troppo lungo esplorare le intricate implicazioni di mag ‘chiacchierio’ o ‘mezzo penny’ o ‘magnete’. L’associazione istituita tra i due personaggi è sorprendente per virtuosismo e insieme profondamente veritiera: poiché uomo e donna, pur animati da buone intenzioni, mutilano con la stessa violenza la vita dei loro protetti (Estella, Pip). Vi sono poi nomi appartenenti a un passato non più antico, ma vecchio soltanto (e in questo contesto, sempre più inerme è quel «Pip» senza storia): old, l’aggettivo che insistentemente definisce persone, luoghi, oggetti legati all’infanzia, diviene talora Old, elevato alla dignità di nome proprio. In alcuni casi, la maiuscola rafforza l’idea di vecchiezza: delle persone (Old Barley, il padre di Clara), della tradizione (Old Clem, il patrono dei fabbri), dell’istituzione (Old Bailey, il tribunale penale). Ma il caso dell’assassino è più complesso, perché l’aggettivo non definisce uno stato. Non solo Orlick non è vecchio e dunque assume arbitrariamente il “nome”; ma ancor più arbitrariamente vi affianca un nome di battesimo palesemente inventato e assurdo (Dolge, p. 124): atto di autonominazione che lo lega saldamente a Pip (altro nome che il protagonista inventa per sé). Di nuovo infido è il terreno su cui Pip viene attratto poiché Orlick, già associato a Caino, manifesta un’ulteriore, minacciosa contiguità, col demonio stavolta: non solo perché per spaventare il piccolo Pip dice di conoscerlo, ma perché quella conoscenza si sostanzia per altre vie. L’altro nome del diavolo infatti – che Orlick non cita – è Old Nick, che con Old Orlick coincide (Old) e rima (-ick).. Ma Old Orlick che parla di sé in terza persona, “narrandosi”, rimanda anche a un’altra figura che inventa finzioni e il cui nome inizia per D: è la D di Dickens, di Dolge, la grande enigmatica D, anch’essa vecchia («a large, old English D», p. 83) che Pip bambino copia, esercitandosi a scrivere.


La scrittura

Il “gioco” della scrittura mi sembra quello a cui con più passione Dickens si dedica, riproponendolo di continuo all’interno del testo dove tutti, prima o poi, scrivono. L’atto del narratore – Pip che compone l’autobiografia –, dell’artista – Dickens che scrive il romanzo – viene costantemente miniaturizzato: reso comico in mano agli inetti, tragico in mano ai perdenti.

I “documenti” scritti proliferano nel testo, lapidi, lettere, biglietti, messaggi, componimenti di vario tipo: dalla sgrammaticata accozzaglia di Pip (p. 51), al monosillabo tracciato sulla porta da Joe (p. 110); dalle composizioni “letterarie” della famiglia Pocket (p. 207, p. 300), a quelle di Pumblechook (p. 255); dai testamenti falsi (p. 220), ai memoriali dei condannati a morte (p. 230). “Testi” variamente comici, affiancati da altri, strani, ambigui o anche tragici: come l’alfabeto muto delle dita di Estella che “scrive” la disperazione di Pip (p. 398); il “messaggio” che Miss Havisham affida alle tavolette d’avorio (p. 443); l’elenco che il banditore d’asta compila sulla sedia a rotelle divenuta scrittoio (p. 529).


Tutti scrivono, dunque, e molti narrano, ulteriore proiezione dell’atto dell’artista. Perché se Pip ordinatamente percorre il tempo della sua vita, anche altri personaggi, nel linguaggio che è loro proprio, compiono lo stesso percorso, dall’infanzia alla maturità; non attraverso frammenti di storie; informazioni “parziali” su momenti particolari (come quelle di Herbert, o Wemmick, o Jaggers, o Havisham), ma attraverso “autobiografie” in miniatura.


A Pip, che spesso si chiama in causa in qualità di artefice, riordinando il materiale “a vista” (emblematiche, le pagine 302-303), si affiancano altri due “narratori”. Per primo Joe (cap. VII), che nella lingua sgrammaticata dell’analfabeta, muove dal passato brutale dell’infanzia e attraversa le tappe della sua formazione (apprendistato, matrimonio).


Ancor più rilevante Magwitch (cap. XLII), che, di nuovo da un “basso” privo di cultura, racconta la sua storia, immergendosi nel «libro dei ricordi», inizia dalla prima lontana percezione di sé, piccolo e infreddolito (come Pip nel cimitero), e percorre le fasi salienti di una Bildung rovesciata: l’apprendistato al crimine, il “lavoro” criminoso, il compimento del destino (deportazione). Pur nella povertà della sua lingua, Magwitch esibisce raffinatezze stilistiche: nel ritmo che impone al racconto (ripetizioni, crescendo); nella capacità di riferire discorsi “colti” (l’avvocato al processo). E proprio qui, nell’incongruente finezza retorica del personaggio, si trova la sua chiave di lettura più stimolante; perché, se Pip (e Dickens) pecca palesemente di incoerenza nel consentire a Magwitch una parola forbita, non lo fa per disattenzione ma in nome, credo, di un’altra verità. Consentendogli cioè di interpretare il ruolo del narratore, ne indica l’affinità più sottile col Narratore, suggerendo forse la motivazione profonda di quell’accettazione che spinge Pip, dopo il disgusto, all’amore e all’abnegazione.


Il teatro


Un ultimo accenno merita il teatro, immesso massicciamente nel romanzo sin da quel primo atto (play ‘giocare/recitare’), che Pip è chiamato a compiere a Casa Satis; presente in situazioni, metafore e metodi, “raccontato” a più riprese. Soprattutto grazie a un personaggio (Wopsle), che nella passione teatrale trova la motivazione della sua esistenza nel romanzo, e che su di essa edifica le sue grandi speranze: agli inizi della “carriera”, maldisposto chierico, trasformando in copione qualsiasi testo si trovi tra le mani (salmi, Odi, articoli di giornale); dopo il “salto”, approdato anche lui a Londra, su palcoscenici del lungofiume, fornendo il pretesto per ricostruire sulla pagina le sue godibilissime e ambiziose messe in scena. Pantomime, polpettoni melodrammatici e, naturalmente, Shakespeare.


Mettendo in scena l’Amleto, Wopsle dà corpo (un corpo comico, malconcio e sbeffeggiato) a una presenza percepibile ovunque, esplicitamente citata a più riprese, implicitamente allusa nella vendetta che Havisham persegue.


Ma vi è di più. Nel romanzo, infatti, è all’opera una teatralità meno esibita, un livello sotterraneo sul quale Shakespeare agisce ben oltre la citazione diretta o l’allusione abbastanza agevolmente identificabile. Il modello lontano e amato cui Dickens guarda, è l’inclusività di un teatro dove comico e tragico esistono affiancati; è un linguaggio che costruisce e individua i personaggi attraverso la lingua che partano (e Great Expectations è Babele); è uno strumento di verità, che permette di scavare oltre l’apparenza e mettere a nudo la menzogna.


Il potere rivelatore del teatro ancora saldamente intreccia i due cardini della vita di Pip, scoprendo la loro oscura verità, facendosi strumento di conoscenza, in un contesto teatrale Pip arriva al fondo del suo rapporto con Magwitch e con sé stesso: la posizione che assume al processo, di fianco a Magwitch alla sbarra, suona come atto di autoaccusa, dolorosa ammissione di coinvolgimento, ricerca di espiazione. E “teatrale” è lo svelamento, esposizione dell’io di fronte a occhi che guardano e giudicano: l’aula del tribunale si trasforma in teatro, il processo in “recita”, accusatori e imputati in attori. Il testo puntualmente ne indica i “costumi”, ne registra battute, monologhi, movimenti, mimica; li inserisce in un complesso apparato scenico, interpreti di uno spettacolo seguito con attenzione da un folto pubblico (cap. LVI).


Lo stesso potere rivelatore agisce su Miss Havisham, il più “teatrale” dei personaggi del romanzo, in cui recita e vita coincidono: in una scena fissa e immutabile che esclude la luce del sole, in un tempo artificiale di orologi fermi, reagisce ossessivamente il punto di non ritorno dell’esistenza, dove l’amore diviene fiele. Nel suo “costume” consunto, la sposa avvizzita (vecchia, logora Ofelia) rappresenta il suo dolore, in una recita che è per lei l’unica vita possibile: e quando il riconoscimento della sua disperazione nello specchio che è Pip, le impone l’uscita dalla parte, non può non uscire anche dalla vita (passando attraverso una sorta di strano, metamorfico bozzolo, pp. 448-449).


Ma l’attimo del “riconoscimento” è ugualmente cruciale per Pip, perché la recita ossessiva di Miss Havisham diviene a sua volta specchio del proprio dolore. Dalla coincidenza della pena, oscuramente si fa strada l’intuizione sull’“amore”, quasi che l’unico modo a esso possibile scaturisca da quell’intima somiglianza del dolore. E significativamente, nella casa avvengono perturbanti atti d’amore: quando Pip a terra sopra Miss Havisham furiosamente l’abbraccia cercando di salvarla dalle fiamme; quando la bacia sulla bocca, e le labbra di lei non si fermano al contatto ma continuano a chiedergli perdono (ed è l’ultima immagine di lei, ridotta a un frammento del corpo, a una voce delirante che ripete le stesse parole). Avvengono nella casa, non nel giardino. L’ultima scena con Estella, in un malinconico Eden notturno cinto da macerie (il “lieto fine” con cui Dickens sostituisce il finale originario), non fornisce risposte: «non vidi l’ombra di un altro distacco»: perché l’ombra non c’è o perché c’è, ma Pip non la vede?


GRANDI SPERANZE 

I

Pirrip era il cognome di mio padre e Philip il mio nome di battesimo, ma la mia lingua infantile non riuscì a cavarne nulla di più lungo o più esplicito di Pip. Sicché cominciai a chiamare me stesso Pip e Pip mi chiamarono gli altri.


In quanto al cognome Pirrip, mi baso sull’autorità della tomba di mio padre e su mia sorella – la moglie di Joe Gargery, il fabbro. Non avendo mai visto mio padre o mia madre e neppure una loro immagine (a quei tempi l’era della fotografia era ancora lontana), le mie prime fantasie sul loro aspetto derivarono, assurdamente, dalle pietre tombali. La forma delle lettere su quella di mio padre, suscitò in me la strana idea che fosse un uomo quadrato, robusto, scuro, con capelli neri e ricci. I caratteri e il tenore dell’epitaffio ANCHE GEORGIANA MOGLIE DEL SUDDETTO, mi portarono ingenuamente a concludere che mia madre fosse lentigginosa e malaticcia. A cinque piccole losanghe di pietra, lunghe circa due palmi, ordinatamente disposte in fila accanto alla tomba e consacrate alla memoria dei miei cinque fratellini – che smisero ben presto di arrabattarsi e lottare per sopravvivere – sono debitore di una certezza in cui credevo fervidamente, e cioè che fossero nati supini con le mani in tasca, e che ve le avessero tenute sinché erano rimasti su questa terra.


Avevamo la palude, giù in basso lungo il fiume, a non più di venti miglia dal mare – nel tratto in cui si formava l’ansa. Credo di aver avuto la prima percezione, estremamente vivida e netta, dell’identità delle cose, in un rigido memorabile pomeriggio, all’imbrunire. Fu allora che scoprii con certezza che quel luogo desolato coperto di ortiche era il cimitero; e che Philip Pirrip, defunto di questa parrocchia, e anche Georgiana moglie del suddetto, erano morti e sepolti; e che Alexander, Bartholomew, Abraham, Tobias e Roger, bambini del sunnominato, erano anch’essi morti e sepolti; e che la piatta distesa fosca al di là del cimitero, intersecata da canali, argini e barriere, su cui pascolava sparso il bestiame, era la palude; e che la bassa linea livida più giù era il fiume; e che la tana remota e selvaggia da cui si scatenava il vento, era il mare; e che il mucchietto di brividi che sentiva crescere la paura di ogni cosa e si metteva a piangere, era Pip.


«Silenzio!» gridò una voce tremenda mentre un uomo sbucava tra le tombe, di fianco al portico della chiesa. «Sta zitto, piccolo demonio, se non vuoi che ti taglio la gola!»


Un uomo spaventoso, vestito di ruvido panno grigio, con un grosso cerchio di ferro alla gamba. Un uomo senza cappello, con le scarpe rotte e un vecchio straccio legato intorno alla testa. Rimasto a macerare nell’acqua, a soffocare nel fango, azzoppato da pietre, ferito da sassi, punto da ortiche, graffiato da rovi; un uomo zoppo e tremante, truce e torvo, che batteva i denti afferrandomi per il mento.


«Non mi tagliate la gola, signore», supplicai terrorizzato. «Vi prego, non me la tagliate, signore».


«Dicci il tuo nome!» disse. «Forza!»


«Pip, signore».


«Di nuovo», disse fissandomi. «Più forte!»


«Pip. Pip, signore».


«Facci vedere dove stai», disse. «Col dito!»


Puntai l’indice sulla landa piatta, verso il punto in cui sorgeva il villaggio, circondato da ontani e alberi cimati, a un miglio o poco più dalla chiesa.


Dopo avermi guardato per un attimo, mi mise a testa in giù e mi svuotò le tasche. Non contenevano altro che un pezzo di pane. Quando la chiesa si rimise a posto – poiché era stato talmente repentino e robusto da mandarmela a gambe levate davanti agli occhi, e il campanile me l’ero visto sotto i piedi – quando la chiesa si rimise a posto, dico, mi ritrovai seduto e tremante su un’alta pietra tombale, mentre lui divorava il mio pane.


«Ehi, cucciolo», disse leccandosi le labbra, «sai che hai due belle guance grasse?»


Credo che lo fossero, anche se allora ero piccolo per la mia età e nient’affatto robusto.


«Che mi venga un colpo se non me le mangerei», disse scuotendo minacciosamente la testa, «e se quasi non ho la voglia di farlo!»


Espressi la fervida speranza che non lo facesse e mi aggrappai più fermamente alla pietra, sia per tenermi in equilibrio, sia per trattenermi dal piangere.


«Allora sta a sentire!» disse. «Dov’è tua madre?»


«Lì, signore!» dissi.


Sobbalzò, si slanciò in una breve corsa, si fermò e si guardò alle spalle.


«Lì, signore!» spiegai timidamente. «Anche Georgiana. È lei mia madre».


«Oh!» disse tornando indietro. «E tuo padre è quello che sta con tua madre?»


«Sì, signore, proprio lui, defunto di questa parrocchia».


«Ah!» borbottò riflettendo. «E allora tu con chi vivi – ammesso che generosamente sei lasciato in vita, la qualcosa che non ho ancora deciso».


«Con mia sorella, signore, la moglie di Joe Gargery il fabbro, signore».


«Il fabbro, eh?» disse guardandosi la gamba.


Dopo aver lanciato parecchie occhiate torve a me e ad essa, si avvicinò alla mia pietra tombale, mi afferrò per le braccia e mi inclinò più indietro che poté, di modo che i suoi occhi mi guardavano imperiosi dall’alto e i miei lo guardavano del tutto inermi dal basso.


«Allora, sta a sentire», disse, «il punto è se ti lascio vivere o no. Sai cos’è una lima?»


«Sì, signore».


«E viveri?»


«Sì, signore».


A ogni domanda mi inclinava un po’ più indietro, per accrescere il mio senso di impotenza e pericolo.


«Tu trovami una lima». Mi inclinò più indietro. «E viveri». Mi inclinò più indietro. «E me li porti». Mi inclinò più indietro. «Se no ti strappo il cuore e il fegato». Mi inclinò più indietro.


Ero terrorizzato e mi girava talmente la testa, che mi aggrappai a lui con tutt’e due le mani e dissi: «Se siete tanto gentile da rimettermi dritto, per favore signore, forse mi passa la nausea e riesco a stare più attento».


Mi fece fare un tremendo tuffo con volteggio e la chiesa piroettò sulla ventarola. Poi, tenendomi per le braccia, mi fece star ritto in cima alla pietra e disse queste orrende parole:


«Lima e viveri me li porti domattina presto. Me li porti laggiù a quella vecchia Batteria.1 Te vedi di farlo, e bene attento che non ti scappa moto o parola che hai visto un tipo come me o anche un tipo qualsiasi, e hai salva la pelle. Sgarri o fai di testa tua anche nel più piccolo particolare e sta pur sicuro che cuore e fegato ti vengono strappati, arrostiti e mangiati. E guarda che non sono solo, come forse pensi te. C’è un tizio giovane nascosto qua intorno, che io in confronto sono un angelo. E proprio adesso sta sentendo ogni parola. È un tizio che ha un sistema tutto suo, segreto, di acchiappare un ragazzino e strappargli cuore e fegato. Un ragazzino non cià scampo con un tipo come lui. Anche se chiude a chiave la porta di casa e se ne sta al calduccio nel letto e si rimbocca le coperte e se le tira sopra la testa e si sente sano e salvo, quel tizio lì strisciando striscia pian piano fino a lui e lo squarta. E proprio adesso faccio una gran fatica a impedirgli di acchiapparti. È difficilissimo tenerlo lontano dai tuoi budelli. Allora, che mi dici?».


Gli dissi che avrei procurato la lima e tutti i bocconi di cibo che fossi riuscito a racimolare, e che lo avrei raggiunto alla Batteria la mattina presto.


«Dì che Dio ti fulmini se non lo fai!» disse.


Ubbidii e lui mi mise a terra.


«Allora ricordati della promessa, ricordati anche di quell’altro tizio e vattene a casa!»


«Buo-buonanotte, signore», balbettai.


«Proprio buona!» disse guardando intorno a sé la landa fradicia e fredda. «Vorrei essere una rana. O un’anguilla!»


Mentre parlava, si strinse il corpo percorso da brividi tra le braccia – abbracciandosi, come per tenersi insieme – e zoppicò verso il basso muro della chiesa. Lo guardavo, mentre si allontanava aprendosi una strada tra le ortiche e i rovi che cingevano i tumuli coperti d’erba, e ai miei occhi di bambino pareva che sfuggisse alle mani dei morti che si protendevano caute dalle tombe, per avvinghiarne le caviglie e tirarlo dentro.


Arrivato al basso muro della chiesa, lo superò come se avesse le gambe intorpidite e rigide, e poi si voltò a guardare dov’ero. Quando vidi che si girava, rivolsi il viso verso casa e usai al meglio le gambe. Ma quasi subito mi guardai indietro e vidi che aveva ripreso a camminare verso il fiume, ancora tenendosi stretto con tutt’e due le braccia e procedendo con i piedi doloranti tra le grosse pietre sparse nella palude, che servivano da guado quando pioveva forte o saliva la marea.


Quando mi fermai a guardarlo, la palude era solo una linea orizzontale lunga e nera; e anche il fiume era solo una linea orizzontale, molto più stretta, ancora non così buia; e il cielo era solo un insieme di lunghe, irate linee rosse frammiste a spesse linee nere. In riva al fiume riuscivo a malapena a distinguere le uniche due cose nere che parevano ergersi sul paesaggio piatto. Una era la boa che serviva da segnale ai marinai – simile a una botte senza cerchi in cima a un palo – una brutta cosa, a vederla da vicino; l’altra era una forca, da cui pendevano delle catene che un tempo avevano avvinto un pirata. L’uomo zoppicando vi si avvicinava, quasi fosse il pirata tornato in vita, disceso dalla forca e intenzionato a risalirvi per impiccarsi un’altra volta. Nel pensarlo, trasalii dal terrore; e vedendo che le bestie al pascolo alzavano la testa per guardarlo passare, mi chiesi se lo pensavano anch’esse. Mi guardai tutt’intorno alla ricerca dell’orrendo giovane senza scoprirne traccia. Ma a quel punto ero di nuovo pieno di paura e scappai a casa senza fermarmi.

II

Mia sorella, la moglie di Joe Gargery, più vecchia di me di oltre vent’anni, godeva di grande stima nella propria e nell’altrui opinione per avermi allevato «con le sue mani». Dovendo a quel tempo scoprire da me il senso di quell’espressione e sapendo quanto fossero rudi e pesanti le sue mani e quanto fosse radicata in lei l’abitudine di metterle addosso al marito e a me, credevo che con le sue mani ci stesse allevando entrambi.


Non era per niente attraente, mia sorella, e avevo la vaga impressione che anche a farsi sposare ci fosse riuscita con le sue mani. Joe aveva la carnagione chiara, riccioli d’un biondo pallido che gli incorniciavano il viso liscio, occhi di un celeste così incerto che parevano essersi stinti a contatto del bianco. Era una cara persona, mite, buona, gentile, placida, ingenua. Una specie di Ercole quanto a forza e anche quanto a debolezza.


Mia sorella aveva occhi e capelli neri, e una pelle talmente arrossata, che mi chiedevo talvolta se per lavarsi usasse una grattugia da spezie al posto del sapone. Era alta e ossuta e indossava quasi sempre un ruvido grembiule annodato dietro con un doppio laccio, provvisto sul davanti di una pettorina quadrata e inespugnabile, letteralmente ricoperta di aghi e spilli. Il fatto di portare quell’indumento tanto spesso, le forniva l’occasione per lodare altamente se stessa e biasimare pesantemente Joe; anche se in effetti non riesco a trovare una ragione perché ogni giorno se lo mettesse o perché, pur mettendolo, non se lo dovesse poi togliere.


La fucina di Joe confinava con la casa, costruita in legno come molte abitazioni dalle nostre parti – quasi tutte, a quel tempo. Quando tornai correndo dal cimitero, la fucina era chiusa e Joe se ne stava seduto da solo in cucina. In quanto compagni di sventura, ci scambiavamo abitualmente le nostre confidenze e Joe me ne fece una non appena sollevai il saliscendi e sbirciai verso l’angolo del camino dove stava seduto.


«Tua sorella è uscita a cercarti una dozzina di volte, Pip, e anche adesso è fuori e così fa tredici».


«Davvero?»


«Sì, e il peggio è che si è portata dietro Titillo».


A questa lugubre notizia, afferrai l’unico bottone del mio panciotto e mi misi a rigirarlo guardando tristemente il fuoco. Titillo era una canna con uno spago incerato legato in punta, perfettamente levigato a forza di collidere con la mia titillata persona.


«Si siede, si alza, lo acchiappa, e schizza fuori come una furia. È così che ha fatto», disse Joe, attizzando lentamente il fuoco tra le grate e restando a fissarlo, «come una furia, Pip».


«È tanto che è uscita, Joe?» Lo trattavo sempre come un mio pari, considerandolo semplicemente un bambino di una specie più grossa.


«Be’», disse Joe con un’occhiata all’orologio tedesco, «l’ultima furia l’è presa che saranno cinque minuti. Eccola che torna! Svelto, dietro la porta, riparati col canovaccio».


Seguii il suo consiglio. Mia sorella, spalancando la porta e trovando un impedimento, ne comprese al volo la ragione e ricorse a Titillo per ulteriori indagini. Concluse scaraventandomi – servivo spesso da proiettile coniugale – addosso a Joe, il quale, felice di tenermi tra le braccia comunque, mi trasferì nell’angolo del camino, e senza parere mi mise al riparo della sua grande gamba.


«Dove sei stato scimmiotto?» chiese mia sorella pestando il piede. «Cos’è che hai combinato per mettermi in croce e darmi il tormento? Sbrigati a dirlo, se no ti tiro fuori da lì, ce ne fossero anche cinquanta di Pip e cinquecento di Gargery».


«Sono solo andato al cimitero», piagnucolai dal mio sgabello, strofinandomi.


«Al cimitero!» ripeté mia sorella. «Se non era per me, al cimitero ci andavi da un pezzo e ci restavi, anche. Chi è che ti ha tirato su con le sue mani?»


«Tu sei stata», dissi.


«E potrei sapere perché l’ho fatto?» esclamò mia sorella.


«Io non lo so», mugolai.


«Io non lo so!» disse, «ma so che non lo rifarei mai più! Giuro che da quando sei nato, questo grembiule ce l’ho sempre addosso. Non mi bastava essere la moglie di un fabbro (e di un Gargery, poi), mi toccava anche esser tua madre».


Mentre guardavo sconsolato il fuoco, i miei pensieri vagarono in un’altra direzione. Il fuggiasco nella palude coi ferri alla gamba, il misterioso giovane, la lima, il cibo, l’impegno tremendo che mi ero preso di rubare in quella casa accogliente, presero forma tra le braci avide di vendetta.


«Ah!» riprese, rimettendo Titillo al suo posto. «Sì, al cimitero! Venite a parlarmi di cimitero, voi due!» Uno dei due, sia detto per inciso, non ne aveva parlato affatto. «Tra tutt’e due, a me mi ci mandate al cimitero uno di questi giorni! Proprio due bei campioni sareste senza di me! ».


Mentre si metteva ad apparecchiare, Joe sbirciò verso di me oltre la gamba, come se stesse mentalmente soppesando e valutando che tipo di coppia saremmo stati io e lui, nella penosa eventualità prospettata. Poi, come faceva abitualmente se c’era aria di burrasca, se ne rimase seduto a tastarsi la fedina destra e i riccioli chiari seguendo con gli occhi i movimenti della moglie.


Mia sorella aveva un suo modo invariato e incisivo di prepararci il pane imburrato. Per prima cosa afferrava la pagnotta con la mano sinistra e se la schiacciava contro la pettorina – infilzandoci ora uno spillo, ora un ago, che poi ci ritrovavamo in bocca. Passava poi a spalmare il burro (non troppo) sul pane, con l’accuratezza di uno speziale che stesse preparando un impiastro, usando entrambi i lati del coltello con destrezza e vigore, rifilando e rimodellando il burro accumulato intorno alla crosta. Dava infine una bella pulita alla lama sul bordo dell’impiastro e recideva una grossa fetta tonda: prima di staccarla definitivamente dalla pagnotta, la trinciava in due parti uguali, di cui una toccava a Joe, l’altra a me.


Pur avendo fame, in quell’occasione non osai mangiare la mia parte. Sentivo di dover fare un po’ di scorta per il mio spaventoso conoscente e per il suo giovane complice, anche più terrificante di lui. Conoscevo l’estrema parsimonia di mia sorella e sapevo che le mie ricerche truffaldine nella credenza potevano rivelarsi del tutto infruttuose. Decisi così di infilarmi il pezzo di pane e burro nella gamba dei pantaloni.


Per attuare quel proposito, mi ci volle un tremendo sforzo di volontà. Era come trovarmi a decidere di saltare dal tetto di una casa altissima, o di tuffarmi in acque molto profonde. E l’ignaro Joe non faceva che accrescere le mie difficoltà. Eravamo massoni, come ho già detto, uniti da comune sventura, e il suo atteggiamento nei miei confronti era di solidale cameratismo; sicché avevamo preso l’abitudine, la sera, di confrontare silenziosamente la dimensione dei nostri bocconi, offrendo a più riprese le fette di pane alla nostra reciproca ammirazione – il che ci spronava a rinnovare gli sforzi. Quella sera Joe continuò a invitarmi a partecipare alla solita gara amichevole, mostrandomi la fetta che si riduceva a vista d’occhio; ma io ero sempre lì con la mia gialla tazza del tè su un ginocchio e il pane intatto sull’altro. Infine conclusi disperatamente che il mio piano andava eseguito e anche nel modo meno improbabile consentito dalle circostanze. Approfittai di un istante in cui Joe aveva appena distolto lo sguardo da me e mi infilai pane e burro lungo la gamba.


Joe era palesemente inquieto per la mia supposta mancanza di appetito; diede un morso pensieroso al pane, evidentemente senza gustarlo. Lo rigirò in bocca molto più a lungo del solito, rimuginandoci sopra per un bel po’ e infine lo mandò giù come fosse una pillola. Stava per dare un altro morso, con la testa girata di fianco per staccare un bel boccone, quando lo sguardo gli cadde su di me e vide che il mio pane e burro era sparito.


La meraviglia, lo sgomento che lo arrestarono a occhi sgranati sulla soglia del morso, erano troppo evidenti perché mia sorella non se ne accorgesse.


«Cosa c’è adesso?» chiese acida, poggiando la tazza.


«Ma dico, insomma!» borbottò Joe, scuotendo la testa con un’aria di grave rimprovero. «Pip, vecchio mio! Guarda che ti prendi un accidente. Ti si ficca da qualche parte. Mica puoi averlo masticato!»


«Cosa c’è adesso?» ripeté mia sorella più aspramente di prima.


«Se ce la fai a buttar fuori anche una briciola con un colpo di tosse, ti raccomando di farlo, Pip», disse Joe preoccupatissimo. «La creanza è creanza, ma anche la salute è salute».


A quel punto mia sorella era già su tutte le furie e si avventò su Joe, lo afferrò per le fedine, gli sbatté per qualche tempo la testa contro il muro mentre io dal mio angolo, in colpa, me ne stavo a guardare.


«E adesso forse ti decidi a dire cosa c’è», disse mia sorella ansimando, «razza di grosso maiale inebetito!»


Joe le rivolse uno sguardo impotente, diede un morso impotente al pane e poi di nuovo mi fissò gli occhi addosso.


«Vedi Pip», disse solennemente, con l’ultimo boccone in bocca e un tono confidenziale, come se fossimo soli, «io e te si è sempre stati amici e sarei proprio l’ultimo a venirti a dire cose brutte, ma una...», spostò la sedia, fissò gli occhi sul pavimento in mezzo a noi, poi di nuovo su di me, «ma un’ingozzata del genere!»


«Se l’è ingoiato senza masticare, eh?» urlò mia sorella.


«Sai, Pip», disse Joe guardando me e non lei, col boccone ancora in bocca, «anch’io alla tua età mi ingozzavo, mica poche volte, e quanti ce n’era di ingozzatori quand’ero ragazzo! Ma fino adesso uno come te non l’ho mai visto. È un miracolo che non ti ci sei strozzato».


Mia sorella si tuffò verso di me, mi ripescò per i capelli e disse solo queste orrende parole: «Adesso vieni con me e la prendi».


Una qualche bestia di medico aveva riscoperto da poco l’uso della catramina come medicinale prodigioso e mia sorella ne teneva sempre una scorta nella credenza, convinta che la sua efficacia fosse proporzionale al suo sapore disgustoso. Nel migliore dei casi, l’elisir mi veniva somministrato come ricostituente di prim’ordine in quantità tali, da darmi la sensazione di andare in giro puzzando come uno steccato nuovo. In quella situazione particolare l’urgenza del mio caso esigeva un’intera pinta dell’intruglio che, per facilitarmi il compito, mia sorella mi rovesciò in gola tenendomi ferma la testa sotto il braccio, come uno stivale tenuto fermo da un cavastivali. Joe se la cavò con mezza pinta, che fu costretto a ingoiare (con suo gran fastidio mentre se ne stava accanto al fuoco ruminando e meditando), «perché uno scossone se l’era preso anche lui». Giudicando in base alla mia esperienza, direi che sicuramente lo scossone l’ebbe dopo, anche se non se l’era preso prima.


È un peso tremendo, per un uomo o un bambino, essere accusato dalla propria coscienza; ma se, nel caso di un bambino, quel segreto fardello si aggrava in presenza di un altro fardello segreto lungo la gamba dei pantaloni, è davvero (e ne sono testimone) un grande castigo. La colpevole consapevolezza di esser sul punto di derubare mia sorella – non pensavo a Joe poiché non avevo mai considerato di sua appartenenza alcuna proprietà domestica – sommata alla necessità di tenere una mano sul pane e burro, seduto che fossi oppure spedito in giro per la cucina per qualche piccola incombenza, quasi mi fece impazzire. Quando poi all’improvviso il fuoco avvampò, destato dal vento della palude, mi parve di sentire là fuori la voce dell’uomo coi ferri alla gamba cui avevo giurato segretezza, che gridava di non potere né volere sopportare la fame sino all’indomani, e di dover essere nutrito all’istante. Vi erano momenti in cui pensavo: e se il giovane faticosamente trattenuto dall’affondarmi dentro le mani, cedesse a una sua naturale propensione all’impazienza, o sbagliasse giorno sentendosi autorizzato al possesso del mio cuore e del mio fegato oggi e non domani! Se mai capelli si rizzarono per il terrore, i miei sicuramente lo fecero allora. Ma che sia poi davvero accaduto a qualcuno?


Era la vigilia di Natale e dovevo rimestare il budino per l’indomani con un mestolo di rame, dalle sette alle otto sull’orologio tedesco. Ci provai con quell’ingombro sulla gamba (il che mi riportò all’uomo e all’ingombro sulla sua gamba), ma mi accorsi che quel movimento rendeva incontrollabile il pane e burro che tendeva a sgusciare verso la caviglia. Fortunatamente sgattaiolai fuori dalla cucina e depositai quella parte di coscienza nella mia stanza in soffitta.


«Senti!» dissi, quand’ebbi finito di mescolare, seduto nell’angolo del camino a prendermi l’ultimo caldo prima d’esser mandato a letto, «Joe, è il cannone?»


«Ah! Un altro forzato se l’è filata», rispose.


«Cosa vuol dire?» chiesi.


Mia sorella, che si assumeva regolarmente il compito di fornire qualunque risposta, disse stizzosamente: «Scappato. Scappato», somministrando la definizione come fosse catramina.


Mentre era china sul cucito, col solo moto delle labbra chiesi a Joe: «Cos’è un forzato?». Il movimento delle sue labbra mise insieme una risposta talmente elaborata, che non mi riuscì di ricavarne altro che la parola «Pip».


«Un forzato se l’è filata ieri dopo il cannone del tramonto», disse a voce alta, «e hanno sparato per dare l’allarme. Ne sarà scappato un altro, se sparano di nuovo».


«Chi spara?»


«Accidenti a te!» s’intromise mia sorella guardandomi arcigna da sopra il lavoro, «sempre a far domande. Non chiedere e non ti sarà mentito».


Non mi parve gentile, nei confronti di se stessa, sottintendere che, pur trovandomi io a fare delle domande, lei mi avrebbe risposto con delle menzogne. Ma gentile non lo era mai, a meno che non vi fossero degli ospiti.


A quel punto Joe mi fece incuriosire ancor di più, sforzandosi di spalancare la bocca a più non posso per dar forma a una parola, che mi parve «megera». Mi sembrò quindi naturale indicare mia sorella, formando la parola «lei?» Ma Joe non ne volle sapere e spalancando di nuovo la bocca, ne scrollò fuori la forma di una parola altamente enfatica, che comunque non riuscii a capire. L’ultima risorsa fu di rivolgermi a mia sorella.


«Scusa tanto, potresti dirmi per favore da dove sparano?»


«Dio ti benedica!» esclamò come non intendesse dir quello, ma piuttosto il contrario. «Dalla Galera!»


«Oh!» dissi guardando Joe, «Galera!»


Tossicchiò seccato, come per dire «Be’, te l’avevo detto».


«Per piacere cos’è Galera?»


«Ecco come va a finire!» disse puntandomi addosso ago e filo e scuotendo la testa. «Dagli una risposta e ne vuole cento. Le galere sono navi prigione dall’altra parte dell’acquamorta». Dalle nostre parti usavamo sempre quel nome per indicare la palude.


«Mi chiedo chi ci mettono e perché», dissi, restando sul vago, con quieta disperazione.


Fu troppo per mia sorella che si alzò di scatto. «Sentimi bene ragazzino, non ti ho tirato su con le mie mani perché tu metta in croce la gente. Biasimo ne avrei, altro che merito! Nella Galera ci finiscono quelli che ammazzano, rubano, imbrogliano e ne combinano di tutti i colori; comunque cominciano sempre facendo domande. E adesso fila a letto!»


Non mi era mai consentito farmi luce con una candela, e mentre salivo le scale al buio con un ronzio in testa – ci aveva suonato il tamburello col ditale, come accompagnamento alle sue ultime parole – mi sentii paurosamente consapevole del vantaggio che la vicinanza della Galera mi offriva. Era lì che sarei finito. Avevo iniziato facendo domande, avrei proseguito derubando mia sorella.


Da allora, e di tempo ne è passato parecchio, ho pensato spesso che sono in pochi a sapere quale senso del segreto abbia un bambino in preda al terrore. Poco importa che esso sia assurdo, conta solo il fatto che esista. Avevo un terrore mortale del giovane avido del mio cuore e del mio fegato; avevo un terrore mortale del mio interlocutore coi ferri alla gamba; avevo un terrore mortale di me stesso e della spaventosa promessa che mi era stata estorta. Non vi era speranza di salvezza nella mia onnipotente sorella che non perdeva occasione per respingermi; tremo pensando a quanto sarei stato disposto a fare, nel segreto impostomi dal terrore.


Se mai mi assopii quella notte, fu solo per vedermi scivolare sul fiume, trascinato da una forte marea di plenilunio verso la Galera; mentre passavo davanti alla forca, un pirata spettrale urlava da un portavoce di tornare a riva per farmi impiccare all’istante, senza aspettare dell’altro tempo. Avevo paura di addormentarmi, ammesso pure che ne sentissi l’inclinazione, sapendo che avrei dovuto saccheggiare la dispensa al primo fioco chiarore dell’alba. Non potevo agire di notte, essendo impossibile a quel tempo procurarsi una luce con una semplice strofinata; per vederci, avrei dovuto battere l’acciarino sulla pietra focaia, facendo non meno rumore del pirata che scuoteva le sue catene.


Non appena il grande manto di velluto nero fuori dalla mia finestrella si striò di grigio, mi alzai e scesi dabbasso, mentre ogni tavola su cui poggiavo i piedi, e ogni fessura di ogni tavola mi gridava: «Fermati, ladro!». «Svegliati, moglie di Joe!» Nella dispensa, molto più rifornita del solito in quella stagione dell’anno, fui messo in grande agitazione da una lepre appesa per le zampe che mi parve di sorprendere, mentre passavo, a farmi l’occhiolino. Non ebbi tempo di verificare, né di vagliare, né di fare qualsiasi altra cosa, perché non avevo tempo da perdere. Rubai del pane, qualche crosta di formaggio, un mezzo vaso di frutta secca (che legai nel fazzoletto insieme al pane imburrato della sera precedente), un po’ di acquavite (che travasai dall’orcio in una bottiglia di vetro, già usata di nascosto nella mia stanza per preparare quella bibita inebriante che è l’acqua di liquirizia; diluendo poi l’acquavite rimasta col liquido di una brocca che stava nella credenza in cucina), un osso mezzo spolpato e un pasticcio di maiale bello tondo e compatto. Me ne stavo quasi andando senza il pasticcio, quando ebbi la tentazione di arrampicarmi su uno scaffale per vedere cosa fosse quella pietanza riposta con tanta cura nell’angolo in un recipiente di terracotta ben coperto, e scoprii che era il pasticcio, e me ne appropriai nella speranza che non servisse a un uso immediato e che per qualche tempo non se ne notasse la mancanza.


Una porta metteva in comunicazione la cucina con la bottega; girai la chiave, tolsi il catenaccio e presi una lima dagli utensili di Joe. Poi rimisi chiave e catenaccio al loro posto, aprii la porta da cui ero entrato dopo la corsa della sera precedente, la richiusi e mi precipitai verso la palude nebbiosa.


III

Era una mattina gelida e umidissima. Avevo visto l’umidità stesa sulla mia finestrella, come se un folletto fosse rimasto là fuori per tutta la notte a piangere, usando il vetro come un fazzoletto. Ora la vedevo stendersi sulle siepi spoglie, sull’erba stenta, come fosse una ragnatela dal filo più grezzo, appesa da un rametto all’altro, da uno stelo all’altro. La guazza rendeva viscidi steccati e cancelli, la nebbia di palude era talmente fitta da rendere invisibile, sino a quando non mi ci trovai sotto, il dito di legno sul palo che indirizzava la gente al villaggio – un’indicazione inavvertita da tutti, visto che nessuno ci veniva mai. Poi, alzato lo sguardo, mentre se ne stava lì a sgocciolare, apparve alla mia coscienza pesante come uno spettro che mi destinava alla Galera.


La nebbia s’era ancora più infittita quando raggiunsi la palude ed era come se non fossi io a correre incontro alle cose, ma loro incontro a me. Il che risultava molto increscioso a un animo colpevole. Nella nebbia, barriere, canali e argini mi si avventavano contro all’improvviso e sembrava che gridassero con assoluta chiarezza: «Un bambino con il pasticcio di maiale di Qualcunaltro! Fermatelo!». Con la stessa subitaneità mi aggrediva il bestiame, buttando fuori dagli occhi fissi, dalle narici fumanti: «Ehi, ladruncolo!». Un bue nero, incravattato di bianco – e un’aria persino clericale, agli occhi della mia coscienza risvegliata – mi fissò con tanta ostinazione e girò la testa tozza, mentre gli giravo intorno, in modo talmente accusatorio, che piagnucolai in risposta: «Non ho potuto farne a meno, signore! Non è per me che l’ho preso!». Al che abbassò la testa, soffiò una nube di fumo dal naso e sparì scalciando e dimenando la coda.


Avevo continuato ad avanzare verso il fiume; per quanto camminassi in fretta, non riuscivo a scaldarmi i piedi, su cui l’umidità gelida pareva incatenata, come il ferro sulla gamba dell’uomo che correvo a incontrare. Conoscevo abbastanza bene la strada della Batteria per esserci stato una domenica con Joe, e lui, seduto su un vecchio cannone, mi aveva detto che quando fossi stato apprendista fabbro, che goduria sarebbe stata andarcene laggiù! Tuttavia, confuso dalla nebbia, mi ritrovai infine troppo spostato a destra e dovetti perciò tornare indietro lungo il fiume, sull’argine di pietre ammonticchiate affioranti dal fango e tra i pali che segnavano l’alta marea. Procedendo in gran fretta, avevo appena superato un fossato – molto vicino, come sapevo, alla Batteria – ed ero appena risalito sul terrapieno dall’altra parte, quando vidi l’uomo seduto davanti a me. Era voltato di spalle, con le braccia conserte e la testa ciondolante, greve di sonno.


Pensai che sarebbe stato più contento se gli fossi capitato accanto all’improvviso con la colazione, sicché avanzai senza far rumore e lo toccai sulla spalla. Scattò in piedi, ma non era il mio uomo, era un altro!


Eppure anche lui era vestito di ruvido panno grigio, e aveva i ferri alla gamba, ed era zoppo, roco e infreddolito, ed era tutto ciò che l’altro era; di diverso aveva solo il viso e un piatto cappello di feltro, a tesa larga e cocuzzolo basso. Tutto questo lo vidi in un attimo, poiché non ebbi più di un attimo per vederlo: mi bestemmiò contro, mi tirò un pugno – un colpo debole, circolare, che mancò me e, facendolo inciampare, quasi ribaltò lui – e poi scappò nella nebbia inciampando altre due volte, e non lo vidi più.


«È il giovane!» pensai, sentendo una fitta al cuore mentre lo identificavo. Posso dire che avrei provato anche uno spasimo al fegato, se avessi saputo dov’era.


Dopo quel fatto, ci misi poco a raggiungere la Batteria, dove c’era l’uomo giusto ad attendermi – tenendosi abbracciato e zoppicando avanti e indietro, come se non avesse fatto altro per tutta la notte. Doveva essere intirizzito e quasi mi aspettai di vedermelo stramazzare ai piedi, morto assiderato. Il suo sguardo, quando gli porsi la lima e lui la poggiò sull’erba, era talmente famelico da farmi pensare che avrebbe provato a mangiarla, se non avesse visto il mio fagotto. Non mi mise a testa in giù, stavolta, per prendersi ciò che avevo, mi lasciò invece dalla parte giusta, a testa in su, mentre aprivo l’involto e mi svuotavo le tasche.


«Cosa c’è nella bottiglia, ragazzo?»


«Acquavite».


Già si infilava in gola manciate di frutta secca nel modo più strano – più che mangiarla, sembrava la stesse riponendo in fretta e furia da qualche parte – ma si fermò per bere un po’ di alcol. Continuava a rabbrividire con tale violenza, da riuscire a stento a trattenere il collo della bottiglia tra i denti senza staccarlo con un morso.


«Credo che vi siete preso le febbri».


«La penso come te, ragazzo».


«È brutto, qui intorno, e voi ci avete passato la notte nella palude e qui non ci vuole niente a prendersi le febbri malariche. E anche reumatiche».


«Prima di restarci secco mi mangio la colazione. Me la mangerei anche se subito dopo finissi appeso a quella forca che ci sta là davanti. Per adesso me la vedo io coi brividi, ci puoi scommettere».


Trangugiava frutta secca, carne attaccata all’osso, pane, formaggio, pasticcio di maiale, tutto insieme; e intanto volgeva gli occhi diffidenti sulla nebbia tutt’intorno a noi, immobilizzandosi spesso – immobilizzando persino le mascelle – per stare in ascolto. Un suono reale o immaginario, un tintinnio sul fiume o il respiro di un animale nella palude, lo fece improvvisamente trasalire:


«Non è che sei un piccolo demonio traditore? Non ti sei portato dietro nessuno?».


«No, signore! No!»


«E non è che hai fatto la spiata e ti seguono?»


«No!»


«Be’, ti credo. Saresti proprio un cane arrabbiato se alla tua età aiutassi a dar la caccia a un disgraziato, alla povera bestia braccata e mezza morta che sono!»


Qualcosa gli scattò in gola, come se dentro avesse il meccanismo di un orologio e stesse per suonare. Si passò la sudicia, ruvida manica lacera sugli occhi.


Provai pena per il suo abbandono e vedendolo sempre più concentrato sul pasticcio, mi feci coraggio e dissi: «Sono contento che vi piace».


«Hai detto qualcosa?»


«Ho detto che ero contento che vi piaceva».


«Grazie, ragazzo mio. Mi piace».


Avevo spesso osservato un nostro grosso cane mentre mangiava e notai ora una spiccata somiglianza tra il cane e l’uomo, che azzannava il cibo allo stesso modo, con morsi netti e improvvisi. Ingoiava, o meglio divorava, un boccone dietro l’altro con troppa foga e troppa fretta, lanciando sguardi obliqui tutt’intorno, come timoroso che potesse sbucare qualcuno a portargli via il pasticcio. Era un pensiero che lo rendeva troppo inquieto per godersi il cibo, riflettei, o per poter mangiare insieme a qualcun altro senza tentare di azzannarlo. Tutti particolari che lo rendevano simile al cane.


«Ho paura che a lui non ne lascerete neanche un po’», dissi timidamente dopo essermi chiesto, in una pausa di silenzio, se un’osservazione del genere fosse educata. «Dove l’ho preso non ce n’è più». Era stata proprio quella certezza a spingermi a parlare.


«Lasciarne a lui? E chi è lui?» chiese il mio amico smettendo per un attimo di sgranocchiare la crosta.


«Il giovane. Quello che dicevate. Quello nascosto con voi».


«Ah già!» rispose con una specie di burbera risata. «Lui? Sì, sì, non gliene serve di viveri a lui».


«A me pareva di sì».


Smise di mangiare e mi scrutò con estrema attenzione e sorpresa.


«Ti pareva? Quando?»


«Un momento fa».


«Dove?»


«Laggiù», dissi puntando il dito; «è giù di là che l’ho visto, mezzo addormentato e credevo che eravate voi».


Mi afferrò per il colletto e mi fissò gli occhi addosso con tale intensità da farmi pensare che gli fosse tornata l’idea di sgozzarmi.


«Vestito proprio come voi, sapete, solo che aveva il cappello», spiegai tremando; «e... e» – quel punto ero ansioso di esporlo con delicatezza – «e con... la stessa vostra ragione per aver bisogno di una lima. Ieri sera non l’avete sentito, il cannone?»


«Ma allora era il cannone!» mormorò fra sé.


«È strano che non eravate sicuro; noi l’abbiamo sentito da casa, che è più lontana di qua, con tutta la porta chiusa».


«Sta a sentire! Se uno è da solo in una piana come questa, con la testa vuota e la pancia anche, mezzo morto di freddo e di fame, puoi star sicuro che per tutta la notte non sente altro che cannoni che sparano e voci che chiamano. Sente? Vede i soldati, con le uniformi rosse illuminate dalle torce, che lo chiudono da tutte le parti. Sente chiamare il suo numero, sente gridare l’alt, sente il rumore dei fucili, i comandi, “Pronti! Puntate! Stategli addosso, soldati!” sente mani che lo afferrano – e non c’è niente! Metti che l’altra notte ne vedevo una, di pattuglia d’inseguitori – in ranghi serrati, Dio li stramaledica, che marciano, marciano – e a me mi parevano cento. E gli spari! Sì, anche a giorno fatto ho visto la nebbia squassata dai colpi di cannone. Ma quest’uomo», aveva parlato sino a quel momento come se avesse dimenticato che ero lì, «ti ha colpito per qualcosa?»


«Aveva la faccia conciata male», dissi rammentando ciò che quasi non sapevo di sapere.


«Qui?» chiese colpendosi violentemente la guancia sinistra col palmo della mano.


«Sì, proprio lì!»


«Dov’è?» Si cacciò gli avanzi di cibo nella giubba grigia. «Mostrami da che parte è andato. Lo stano io, come un segugio. Schifoso di un ferro che mi piaga la gamba! Dacci la lima, ragazzo».


Indicai in che direzione la nebbia avesse avvolto l’uomo e per un attimo alzò gli occhi e guardò. Stava seduto sull’erba bagnata e marcia, e limava il ferro come un pazzo, indifferente a me e alla sua gamba sanguinante per una piaga di vecchia data; la maneggiava invece rudemente, come se avesse la stessa insensibilità della lima. Mi faceva di nuovo una gran paura, in preda a quella furia frenetica, e mi faceva anche una gran paura trattenermi lontano da casa più a lungo. Dissi che dovevo andare, ma non ne prese nota, sicché pensai che la cosa migliore fosse di sgusciar via. Quando lo guardai per l’ultima volta, aveva la testa china sopra il ginocchio, intento al faticoso lavoro, maledicendo il ferro e la gamba con impazienti brontolii. L’ultimo suono, della lima che raschiava, mi giunse nella nebbia, quando mi fermai ad ascoltare.

 IV

Ero assolutamente convinto di trovare in cucina un poliziotto in attesa di arrestarmi. Non solo non c’era, ma nemmeno era stato scoperto il furto. Mia sorella era straordinariamente affaccendata in casa, nei preparativi della festività, e Joe era stato collocato sul gradino della soglia per tenerlo lontano dalla pattumiera – un articolo dentro il quale era destinato prima o poi a finire, quando mia sorella spazzava con vigore i pavimenti della sua magione.


«E tu da dove diavolo spunti?» fu il suo saluto natalizio quando comparimmo, io e la mia coscienza.


Dissi che ero stato a sentire i Canti. «Ah, bene! Avresti potuto far di peggio». Nessun dubbio su questo, pensai.


«Se non ero la moglie di un fabbro e (che è la stessa cosa) una schiava col grembiule sempre addosso, ci sarei andata io, a sentirli. Mi piacciono i Canti pure a me, e naturalmente questa è un’ottima ragione per non sentirli mai».


Joe, avventuratosi in cucina dietro a me dopo che, al nostro avanzare, la pattumiera fu ritirata, con aria conciliante si passò il dorso della mano sul naso quando la moglie lo fulminò con un’occhiata; e quando distolse gli occhi, incrociò gli indici di nascosto e me li mostrò – segno convenuto tra noi per indicare l’umor nero di mia sorella. Uno stato per lei talmente abituale, che spesso per intere settimane le nostre dita si trovavano nella stessa posizione delle gambe delle effigi dei crociati.2


Ci aspettava un pranzo prelibato, cosciotto di maiale in salamoia con verdure e arrosto di due polli farciti. Un bel dolce era stato preparato la mattina precedente (e perciò la mancanza della frutta secca non era stata notata) e il budino era già sul fuoco. I laboriosi preparativi causarono un taglio drastico della colazione; «Perché non ci penso proprio a farvi strafogare serviti e riveriti! E poi a lavare i piatti, potete star sicuri, con tutto quello che mi aspetta!»


Sicché ci furono distribuite le nostre fette di pane come fossimo duemila soldati in marcia forzata, e non un uomo e un bambino in casa propria; e con facce contrite trangugiammo sorsate di latte e acqua dalla brocca sulla credenza. Nel frattempo mia sorella mise delle bianche tendine pulite alle finestre, levò dalla cornice del camino la mantovana vecchia e ne attaccò una nuova a fiori, scoprì – unica occasione in cui ciò avveniva – i mobili del salottino buono in fondo al corridoio, avvolti per il resto dell’anno in una fresca nube di carta argentata che si estendeva sino alla mensola del camino, a coprire i quattro barboncini di maiolica bianca, l’uno identico all’altro, col naso nero e un cestino di fiori in bocca. Era una donna di casa che teneva moltissimo alla pulizia, ma era un’artista nel renderla più scomoda e inaccettabile persino della sporcizia. La pulizia è accostabile alla devozione, e la religiosità di certa gente ottiene lo stesso risultato.


Dato che mia sorella aveva tanto da fare, andava in chiesa per procura; vale a dire che ci andavamo io e Joe. Nei suoi abiti da lavoro, Joe era un fabbro dall’aspetto vigoroso e caratteristico; nel vestito della festa assomigliava, più che a qualsiasi altra cosa, a uno spaventapasseri in buone condizioni. Allora, niente di ciò che aveva indosso pareva adattarglisi o appartenergli; allora, tutto ciò che aveva indosso lo scorticava. In quella particolare occasione, mentre le campane suonavano a festa, emerse dalla sua stanza, ritratto parlante dell’infelicità, addobbato da capo a piedi nei panni penitenziali della domenica. Quanto a me, mia sorella doveva essere a suo modo convinta che fossi un giovane criminale raccolto alla nascita e consegnato a lei da un poliziotto ostetrico per avere il trattamento prescritto dalla violata maestà della legge. Venivo trattato come se mi fossi intestardito a venire al mondo, sordo ai dettami di ragione religione e moralità, e anche alle argomentazioni dissuasive dei miei migliori amici. Persino di fronte all’acquisto di un completo nuovo, il sarto aveva l’ordine di farne una specie di strumento di detenzione, e di non lasciarmi in nessun caso il libero uso degli arti.


Joe ed io diretti in chiesa, dovevamo quindi essere uno spettacolo commovente per animi pietosi. Eppure, ciò che pativo nel corpo, era nulla in confronto alla sofferenza dell’animo. Il mio terrore, ogni volta che mia sorella s’era avvicinata alla dispensa o era uscita dalla stanza, era paragonabile solo al rimorso che pativa la mia coscienza, indugiando sull’operato delle mie mani. Schiacciato dal peso del perverso segreto, mi domandai se la Chiesa, nel caso l’avessi messa al corrente dei fatti, sarebbe stata abbastanza potente da proteggermi contro la vendetta del tremendo giovane. Mi figurai che il momento giusto per alzarmi e proporre un colloquio privato in sagrestia, fosse dopo la lettura delle pubblicazioni di matrimonio, alle parole del prete: «Dovete dichiararlo adesso!». Non sono affatto sicuro che non sarei ricorso a quell’espediente estremo, sbalordendo la nostra piccola congregazione, se non per il fatto che era Natale e non domenica.


Erano invitati a pranzo il chierico Wopsle, il carraio Hubble e signora, e lo zio Pumblechook (zio di Joe, ma mia sorella se n’era appropriata), un facoltoso mercante di grano della città vicina, che viaggiava su un calesse di sua proprietà. Il pranzo era fissato per l’una e mezza. Quando tornai a casa con Joe, la tavola era apparecchiata, mia sorella abbigliata, il desinare quasi pronto, la porta sul davanti – altrimenti sempre chiusa a chiave – aperta per far entrare gli ospiti, e ogni cosa nel suo massimo splendore. E ancora, non una sola parola sul furto.


Venne l’ora stabilita senza portar con sé sollievo alcuno alla mia apprensione, e vennero gli ospiti. Wopsle, oltre a un naso aquilino e a una fronte larga, calva e lucida, aveva una voce profonda di cui era oltremodo orgoglioso; in effetti era sottinteso tra i suoi conoscenti che se solo avesse potuto fare di testa sua ed esibirsi nelle letture sacre, avrebbe provocato una crisi di nervi al prete; e lui stesso ammetteva che se la Chiesa si fosse «spalancata» – alla competizione, intendeva – non avrebbe disperato di lasciarvi un’impronta. Dato che «spalancata» non era, faceva, come ho detto, il chierico. Ma tremendo era il modo in cui castigava gli Amen, e quando annunciava il salmo – citandone sempre tutto il versetto – prima di aprir bocca percorreva con lo sguardo l’intera congregazione, come per dire: «L’avete sentito, il nostro amico sul pulpito; favoritemi adesso un’opinione su questo stile!».


Aprii la porta agli ospiti – dando a vedere che era quella la porta che aprivamo di solito – e feci entrare per primo Wopsle, poi i coniugi Hubble e per ultimo lo zio Pumblechook. N.B. A me era vietato chiamarlo zio, pena l’applicazione di castighi tremendi.


«Signora», disse zio Pumblechook: un uomo di mezza età, lento e grosso, col respiro pesante, la bocca da pesce, occhi sporgenti e ottusi, capelli rossicci dritti in testa, tanto che pareva si fosse appena ripreso dopo esser stato sul punto di soffocare. «Vi ho portato come regalo di Natale – vi ho portato, Ma’, una bottiglia di sherry – e vi ho portato, Ma’, una bottiglia di porto».


Ogni Natale compariva, come fosse un’assoluta novità, dicendo esattamente le stesse parole e portando le sue due bottiglie come fossero batacchi. Ogni Natale mia sorella rispondeva, esattamente come in quel momento: «Oh, zi-o Pum-ble-chook! Che pensiero gentile!». Ogni Natale lui replicava, esattamente come in quel momento: «È quello che vi meritate. Allora, siete tutti belli vispi, e Unsoldo-di-cacio come sta?», riferendosi a me.


In simili occasioni pranzavamo in cucina e ci trasferivamo in salotto per mangiare noci, arance e mele: un cambiamento analogo al passaggio di Joe dalla tenuta da lavoro al vestito della festa. Quel giorno mia sorella era insolitamente vivace; del resto era in genere più cortese in compagnia della signora Hubble che insieme ad altra gente. Ricordo la signora Hubble come una personcina ricciuta e spigolosa vestita di azzurro cielo, che tradizionalmente ricopriva un ruolo giovanile poiché quando s’era sposata – non so in quale epoca remota – era molto più giovane del marito. Ricordo Hubble come un vecchio tenace, che odorava di segatura, con la testa incassata tra le spalle curve, e le gambe incredibilmente storte: tanto che là in mezzo, dal basso dei miei anni, vedevo miglia di aperta campagna, quando mi veniva incontro nel viottolo.


In così piacevole compagnia, mi sarei sentito in una posizione falsa anche se non avessi saccheggiato la dispensa. Non perché mi trovassi schiacciato a forza in un angolo acuto della tovaglia, col bordo del tavolo premuto contro il petto e il gomito pumblechookiano ficcato in un occhio; o perché mi fosse vietato aprir bocca (non ne avevo affatto voglia); o perché mi fossero elargite le estremità coriacee del pollo e quei cantucci oscuri del maiale di cui il porco da vivo aveva ben poco da vantarsi. No, a tutto questo non avrei fatto caso, se solo mi avessero lasciato in pace. Ma in pace non mi volevano lasciare. Pareva che la ritenessero un’occasione perduta, se di tanto in tanto non mi puntavano contro la conversazione per poi infilzarmici. Sarei potuto essere uno sfortunato torello in un’arena spagnola, tanto erano pungenti le stoccate di quei pungoli morali.


Cominciavano appena seduti a tavola. Wopsle declamava teatralmente il ringraziamento – una sorta di religioso incrocio tra lo spettro di Amleto e Riccardo III, potrei dire oggi – che si chiudeva molto opportunamente sull’aspirazione alla nostra sincera gratitudine. Al che mia sorella mi guardava fisso e diceva a voce bassa, carica di rimprovero, «Hai sentito? Grato, devi essere».


«E soprattutto, ragazzo», diceva Pumblechook, «sii grato a chi ti ha allevato con le sue mani».


La signora Hubble scuoteva la testa e, contemplandomi tristemente con uno sguardo pieno di presagi sul mio fosco futuro, chiedeva: «Ma perché i giovani non sono mai grati?». Quell’enigma morale sembrava fuori della portata di tutti, sinché Hubble non lo risolveva lapidariamente: «Bacati ci nasciono». «Vero!» mormoravano tutti, guardandomi in modo particolarmente sgradevole e ostile.


In presenza di ospiti, la posizione e l’influenza di Joe erano un po’ più deboli (se possibile) di quando eravamo soli. Ma non appena poteva, mi offriva aiuto e conforto in un qualche suo modo, che a pranzo consisteva sempre nel darmi della salsa, se ce n’era. Essendovene in abbondanza quel giorno, giunti a quel punto del pranzo, me ne versò a cucchiaiate una mezza pinta sul piatto.


Un po’ dopo, Wopsle recensì il sermone con una certa severità e lasciò capire, nella solita ipotetica eventualità di uno «spalancamento» della Chiesa, che tipo di sermone avrebbe predicato lui. Gratificatili con alcuni capoversi della sua predica, disse di considerare l’argomento dell’omelia di quel giorno una scelta sbagliata; il che era ancor più ingiustificabile, aggiunse, vista la quantità di argomenti «in giro».


«Vero anche questo,» disse zio Pumblechook. «Avete fatto centro, signore! Un mucchio di argomenti in giro, a disposizione di chi gli sa mettere il sale sulla coda. Ecco cosa ci vuole. Non c’è bisogno di andar lontani per cercare un argomento, se si ha pronto il barattolo del sale». Dopo una breve pausa di riflessione aggiunse: «Prendete il maiale, per esempio. Che argomento! Se vi serve un argomento, prendete il maiale!».


«Giusto, signore. Che morale per i giovani», rispose Wopsle, e prima ancora di sentirglielo dire, sapevo che mi avrebbe tirato in ballo, «si potrebbe ricavare da quel testo».


(«E tu sta a sentire», disse mia sorella in una severa parentesi.)


Joe mi versò dell’altra salsa.


«Porco», proseguì Wopsle con la sua voce più profonda, puntando la forchetta sui miei rossori, come se mi stesse chiamando per nome. «Porci erano i compagni del prodigo. L’ingordigia del porco ci è presentata come esempio per i giovani (parole appropriate in bocca sua, pensai, dopo aver magnificato la carne grassa e succulenta del maiale). «Ciò che è riprovevole in un porco, lo è molto di più in un ragazzo».


«O una ragazza», suggerì Hubble.


«Naturalmente, o una ragazza», assentì Wopsle con una certa irritazione, «ma qui, di ragazze, non ne vedo».


«E poi», disse Pumblechook, girandosi bruscamente verso di me, «pensa ai motivi che hai di esser grato. Se fossi nato urlando come un porcello...».


«Se mai bambino l’ha fatto, quello è stato lui», disse mia sorella con grande enfasi.


Joe mi versò dell’altra salsa.


«Sì, ma io dicevo uno a quattro zampe», disse Pumblechook. «Se fossi nato porcello, saresti qui adesso? Certo che no».


«Tranne che in quella forma», disse Wopsle, accennando con la testa al piatto.


«Ma io non dicevo in quella forma, signore», ribatté Pumblechook, che si infastidiva per le interruzioni; «dicevo, divertendosi in compagnia dei grandi, e imparando dalla loro conversazione, e sguazzando in grembo all’abbondanza. Tutto questo, l’avrebbe avuto? No, che non l’avrebbe avuto. E cosa ti sarebbe toccato?» rivolgendosi di nuovo a me. «Saresti stato venduto a un tanto al chilo, a seconda del prezzo di mercato, e il macellaio Dunstable ti si sarebbe avvicinato mentre stavi steso sulla paglia, t’avrebbe tenuto fermo sotto il braccio sinistro, mentre col destro si sarebbe tirato su il grembiule per prendere un coltellino dalla tasca del panciotto, e t’avrebbe cavato il sangue e t’avrebbe preso la vita. Altro che essere allevato con le sue mani! Neanche l’ombra!»

Joe mi offrì dell’altra salsa, ma non osai prenderla.

«Vi è costato un mondo di fatica, signora», disse la signora Hubble commiserando mia sorella.

«Fatica?» le fece eco, «fatica?» e diede l’avvio a uno spaventoso catalogo di tutte le malattie di cui mi ero reso colpevole, e di tutti gli atti insonni di cui mi ero macchiato, di tutti i luoghi da cui ero ruzzolato giù e di quelli in cui ero ruzzolato dentro, di tutti i malanni che mi ero procurato, e di tutte le volte che m’avrebbe voluto vedere nella tomba e m’ero ostinatamente rifiutato d’andarci.

Penso che i Romani, con quei loro nasi aquilini, dovessero irritarsi enormemente l’uno con l’altro; e forse fu per questo che diventarono il popolo irrequieto che sappiamo. In ogni caso, il naso di Wopsle irritò talmente me durante l’enumerazione dei miei misfatti, che avrei voluto tirarglielo fino a farlo ululare. Ma tutte le pene patite sino ad allora erano niente in confronto alla tremenda apprensione che si impossessò di me, quando si spezzò la pausa seguita all’elencazione di mia sorella, durante la quale tutti mi avevano fissato (ne ero penosamente consapevole) con indignazione e disgusto.

«Comunque», disse Pumblechook riconducendo gentilmente la compagnia al tema da cui aveva deviato, «il maiale – quello cotto, dico – è anche buono, no?»

«Un po’ di acquavite, zio?» disse mia sorella.

O Dio, c’eravamo! Gli sarebbe sembrata troppo leggera, l’avrebbe detto, e io ero perduto! Sotto la tovaglia, mi aggrappai con tutt’e due le mani alla gamba del tavolo e aspettai la mia sorte.

Mia sorella andò a prendere l’orcio, lo portò in tavola e gli versò da bere; nessun altro ne volle. Il disgraziato giocherellò col bicchiere – lo alzò, lo guardò controluce, lo rimise giù – prolungando la mia tortura. Intanto Joe e mia sorella si sbrigavano a sparecchiare per portare in tavola dolce e budino.

Non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso. Sempre stretto al tavolo con mani e piedi, vidi la misera creatura tastare il bicchiere con fare scherzoso, alzarlo, sorridere, rovesciare indietro la testa e bere d’un fiato. La compagnia fu colpita all’istante da costernazione inenarrabile, vedendolo scattare in piedi, girare più volte su se stesso in una spaventosa e spasmodica danza della tosse, e schizzare fuori dalla porta; divenne poi visibile dalla finestra, che si piegava violentemente in avanti e sputava, facendo orrende smorfie, apparentemente fuori di senno.8

Rimasi aggrappato al tavolo mentre Joe e mia sorella si precipitavano da lui. Ero sicuro di averlo assassinato, anche se non sapevo come. Nello stato tremendo in cui mi trovavo, fu un sollievo quando lo riportarono dentro; scrutando i presenti come se sullo stomaco gli fossero rimasti loro, si abbandonò sulla seggiola con un unico significativo rantolo, «Catrame!»

Avevo usato la brocca di catramina per riempire l’orcio. Sapevo che tra non molto si sarebbe sentito peggio. Smossi il tavolo con la forza esercitata dalle mie mani nascoste, come un medium dei nostri giorni.

«Catrame!» gridò stupefatta mia sorella. «Ma come è mai possibile che ci sia finito del catrame, lì dentro?»

Ma zio Pumblechook, signore assoluto di quella cucina, non volle sentir menzionare la parola né discutere l’argomento; imperiosamente spazzò via tutto con un gesto della mano, e chiese del gin caldo con acqua. Mia sorella, che era caduta in un’allarmante meditazione, dovette darsi da fare per preparare e mischiare gin, acqua calda, zucchero, scorza di limone. Ero salvo, almeno per il momento. Ero ancora aggrappato alla gamba del tavolo, ma la stringevo a quel punto col fervore della gratitudine.

Gradualmente mi sentii calmo abbastanza da mollare la presa e mangiare il budino. Ne prese anche zio Pumblechook e ne presero anche gli altri. Il budino finì e Pumblechook aveva cominciato a illuminarsi sotto il generoso influsso del gin. Già cominciavo a pensare che per quel giorno me la sarei cavata, quando mia sorella disse a Joe: «Piatti puliti – freddi».

Riafferrai immediatamente il tavolo e me lo strinsi al petto come fosse il compagno della mia giovinezza, l’amico più caro. Presagivo gli eventi futuri e sentii che a quel punto ero davvero perduto.

«Dovete assaggiare», disse mia sorella rivolgendosi agli ospiti coi suoi modi più affabili, «per finire, dovete assaggiare una prelibatezza, uno squisito regalo di zio Pumblechook!»

Dovevano! Che non ci sperassero, di assaggiarlo!

«Dovete sapere», disse mia sorella alzandosi, «che è un pasticcio; un gustoso pasticcio di maiale».

Vi furono mormorii di plauso. Zio Pumblechook, conscio di essersi reso meritevole agli occhi del prossimo, disse – tutto sommato, con una certa vivacità: «Vuol dire, signora, che faremo del nostro meglio; proviamo un po’ a tagliarlo, questo pasticcio». Mia sorella andò a prenderlo. Sentii i passi che si avvicinavano alla dispensa. Vidi Pumblechook che faceva oscillare il coltello. Vidi ridestarsi l’appetito nelle narici aquiline di Wopsle. Sentii Hubble osservare che «non importa cos’hai mangiato, ma un buon boccone di pasticcio di maiale ci sta sempre bene, sopra, e non fa mai male», e sentii Joe dire: «Ne mangerai anche tu, Pip». Non ho mai saputo con certezza se il mio urlo di terrore fosse puramente immaginario oppure se raggiungesse realmente le orecchie dei presenti. Sentii di non farcela più e di dover scappare. Mollai il tavolo e mi misi in salvo a gambe levate.

Non riuscii però a oltrepassare la porta d’ingresso, dove precipitai addosso a un drappello di soldati armati di moschetto; uno di loro tendeva verso di me un paio di manette dicendo: «Oh, eccoti! Svelto! Vieni qua!».

V

RICORDI: SCARPE Estratto da "Il treno dei bambini" Viola Ardone



RICORDI: SCARPE 
Estratto da "Il treno dei bambini"
Viola Ardone
1946
Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei Quartieri spagnoli mia mamma cammina veloce: ogni passo suo, due miei. Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe : zero punti. Scarpe nuove: stella premio. Io scarpe mie non ne ho avute mai, porto quelle degli altri e mi fanno sempre male. Mia mamma dice che cammino storto. Non è colpa mia. Sono le scarpe degli altri. Hanno la forma dei piedi che le hanno usate prima di me. Hanno pigliato le abitudini loro, hanno fatto altre strade, altri giochi. E quando arrivano a me, che ne sanno di come cammino io e di dove voglio andare? Si devono abituare mano mano, ma intanto il piede cresce, le scarpe si fanno piccole e stiamo punto e a capo..[...]

venerdì 8 marzo 2024

LA CRISI DELLA NARRAZIONE Byung-chul Han



LA CRISI DELLA NARRAZIONE

 Byung-chul Han

Informazione, politica e vita quotidiana

[...]Da un lato l’informatizzazione della società accelera la sua de-narrativizzazione. Dall’altro, all’interno dello tsunami dell’informazione, cresce il bisogno di senso, identità e orientamento, cioè il bisogno di illuminare la selva oscura dell’informazione nella quale rischiamo di perderci[...]

Prefazione

Oggi tutti parlano di narrazioni. Eppure, paradossalmente, proprio il fatto che in ogni ambito vengano usate delle narrazioni è il segnale di una crisi dell’esperienza narrativa. Al cuore di questo storytelling rumoroso domina un vuoto narrativo che si manifesta come mancanza di senso e perdita dell’orientamento. Né lo storytelling, né tanto meno la svolta narrativa, sono in grado di innescare un ritorno del racconto. Il fatto che un certo paradigma diventi un tema esplicito e sia, inoltre, diventato di moda farne un oggetto di ricerca, è possibile solo in virtú di una profonda alienazione rispetto a esso. Questo richiamo insistente alle narrazioni allude proprio a una loro disfunzionalità.


Fino a quando i racconti sono stati il nostro punto di ancoraggio all’essere, ci hanno assegnato un luogo e grazie a essi il nostro essere-nel-mondo è stato un essere-a-casa, fino a quando hanno dato un senso, un sostegno e un orientamento alla vita, il che significa finché il vivere stesso era un narrare, non si parlava affatto né di storytelling né di narrazioni.

L’uso di tali concetti si è inflazionato proprio quando le narrazioni hanno perso la loro forza originaria, gravitazionale, il loro segreto e la loro magia.

Nel momento in cui le narrazioni vengono viste come un qualcosa che può essere costruito seguendo delle regole di composizione, viene meno il loro momento di verità interno. Le narrazioni sono percepite come contingenti, sostituibili a piacimento e modificabili. Ciò che ci vincola fiduciosamente e ciò che ci lega non proviene piú da esse. Non ci ancorano piú all’essere. Nonostante l’hype riscosso oggigiorno dai modelli narrativi, viviamo un’epoca post-narrativa. Parlare di «coscienza narrativa» e, ancora, dire che essa potrebbe essere scaturita da un’ipotetica costituzione narrativa del cervello umano, è possibile solo in un’epoca post-narrativa, cioè al di fuori dell’incantesimo narrativo.

La religione è un caso esemplare di narrazione con un momento di verità interno. Narrando, essa spazza via la contingenza. La religione cristiana è una metanarrazione che cattura ogni aspetto della vita e le dà un ancoraggio all’essere. Il tempo stesso viene caricato di aspetti narrativi.

Il calendario cristiano fa apparire ogni giorno come significativo. Nell’epoca post-narrativa il calendario è de-narrativizzato e diventa un’agenda svuotata di senso. Le festività religiose sono momenti culminanti e rilevanti all’interno di un racconto. Senza racconto non si dà alcuna festività, nessun tempo di festa, nessun sentimento di celebrazione, cioè nessuna intensificazione emotiva dell’essere. Di contro si dànno solo il tempo del lavoro e il tempo libero, il tempo della produzione e quello del consumo.

In un’epoca post-narrativa le feste diventano merci, assumendo la forma di eventi e spettacoli. Anche i rituali sono pratiche narrative. Essi sono sempre incorporati all’interno di un contesto narrativo. Nel loro essere tecniche simboliche per abitare il mondo, i riti trasformano l’essere-nel-mondo in un essere-a-casa.

Una narrazione capace di trasformare e di aprire un mondo non può nascere dal capriccio di una singola persona. Essa, piuttosto, emerge e prende forma grazie a un processo complesso, al quale prendono parte diverse forze e attori. Essa è, in definitiva, espressione di una tonalità emotiva del tempo. Racconti di questo tipo, che hanno un loro momento di verità interno, sono il contrario delle narrazioni deboli, interscambiabili, diventate a loro volta completamente contingenti, cioè delle micronarrazioni che caratterizzano il presente. A queste ultime manca completamente ogni forza di gravità, ogni momento di verità.

Un racconto, come un sillogismo, è una forma che giunge a una conclusione [Schlussform]1 che dà forma a un ordine chiuso e offre senso e identità. Nell’epoca tardo-moderna, caratterizzata dall’apertura e dalla dissoluzione dei confini, le forme del concludere e del precludere subiscono un processo di degradazione. Allo stesso tempo, al cospetto dell’incremento sempre maggiore di permissività si rafforza il bisogno di forme narrative di chiusura. I modelli narrativi populisti, nazionalisti, di estrema destra o tribali, inclusi i modelli narrativi complottistici, rispondono proprio a questo bisogno. Essi fanno presa proprio perché si presentano come offerte a buon mercato di senso e identità. Tuttavia, in quest’epoca post-narrativa segnata da una crescente esperienza della contingenza, i modelli narrativi non sviluppano alcun potere di coesione.

I racconti rendono possibile l’emergere di una comunità. Lo storytelling, di contro, dà forma solo a una community, che è la versione mercificata della comunità. La community è composta da consumatori. Nessuno storytelling sarebbe in grado di accendere nuovamente quel fuoco attorno al quale gli esseri umani si raccolgono per raccontarsi l’un l’altro delle storie. Il fuoco si è spento da tempo. Esso è stato sostituito dagli schermi digitali, che isolano gli esseri umani facendone dei consumatori. I consumatori sono solitari. Non dànno forma ad alcuna comunità. Le stesse Storie condivise sulle piattaforme social non sono in grado di rimuovere il vuoto narrativo. Esse non sono nient’altro che una pornografica esibizione o promozione di sé stessi. Postare, mettere like e condividere, proprio perché sono pratiche consumistiche, non fanno altro che intensificare la crisi dell’esperienza narrativa.

Grazie allo storytelling il capitalismo si appropria della prassi narrativa e la sottomette alle regole del consumo. Lo storytelling produce racconti che hanno la forma di oggetti di consumo. Con il supporto dello storytelling i prodotti si caricano emotivamente, cosí da promettere esperienze uniche.

E cosí ci troviamo a comprare, vendere, consumare racconti ed emozioni. Le storie vendono. Raccontare storie coincide con il vendere storie [Storytelling ist Storyselling]2.

Racconto e informazione sono forze contrapposte. L’informazione intensifica l’esperienza della contingenza, mentre il racconto la attenua, nella misura in cui rende ciò che è accidentale una necessità. All’informazione manca la stabilità dell’essere. A tal proposito Niklas Luhmann nota con lucidità: «La loro cosmologia [delle informazioni] non è una cosmologia dell’essere, ma della contingenza»3. Essere e informazione si escludono a vicenda. È connaturata alla società dell’informazione una mancanza di essere, un oblio dell’essere. L’informazione procede per addizione e accumulo. Essa non è portatrice di senso, mentre nel racconto il senso transita. «Senso» significa, originariamente, «direzione».

Oggi, dunque, siamo meglio informati ma completamente privi di orientamento. L’informazione, inoltre, frammenta il tempo rendendolo una mera sequenza di momenti presenti. Il racconto, invece, fa emergere un continuum temporale, che significa: una storia.

Da un lato l’informatizzazione della società accelera la sua de-narrativizzazione. Dall’altro, all’interno dello tsunami dell’informazione, cresce il bisogno di senso, identità e orientamento, cioè il bisogno di illuminare la selva oscura dell’informazione nella quale rischiamo di perderci. L’attuale profluvio di modelli narrativi effimeri, incluse le teorie complottistiche, e lo tsunami dell’informazione sono, in ultima analisi, due facce della stessa medaglia. All’interno del mare di informazioni e di dati andiamo alla ricerca di un ancoraggio narrativo.

Al giorno d’oggi, nella vita quotidiana, ci raccontiamo l’un l’altro sempre meno storie. La comunicazione nella forma dello scambio di informazioni porta la pratica di raccontare storie a una battuta di arresto. Sulle piattaforme social, inoltre, non vengono quasi per nulla raccontate delle storie. Le storie congiungono le persone le une alle altre, favorendo la capacità di empatizzare. Da esse emerge una comunità. La perdita di empatia che caratterizza l’èra degli smartphone è un chiaro segno che lo smartphone non è un medium narrativo. Ed è proprio il suo dispositivo tecnico a ostacolare la pratica di raccontare storie. Cliccare o scorrere non sono gesti narrativi. Lo smartphone permette solo uno scambio sempre piú veloce di informazioni. Raccontare presuppone, di contro, un restare in ascolto e un’attenzione profonda. La comunità narrativa è una comunità i cui partecipanti restano in ascolto. Noi, però, perdiamo a vista d’occhio la pazienza necessaria per restare in ascolto, cioè la pazienza necessaria per raccontare.


Nell’attuale tempesta della contingenza, proprio nel momento in cui ogni cosa diventa arbitraria, effimera e accidentale e ciò che genera vincolo, legame e fiducia si dissolve, lo storytelling alza la voce. L’inflazione dei modelli narrativi tradisce il bisogno di fronteggiare la contingenza. Ma lo storytelling non è capace di trasformare la società dell’informazione, priva di orientamento e vuota di senso, e di riportarla a essere una comunità narrativa. Lo storytelling si presenta, piuttosto, come un sintomo della patologia che caratterizza il presente. La crisi dell’esperienza narrativa ha una lunga preistoria. Intento di questo saggio è seguirne le tracce.

1.


Dal racconto all’informazione

Hippolyte de Villemessant, fondatore del quotidiano francese «Le Figaro», ha espresso l’essenza dell’informazione con la formula: «Per i miei lettori […] è piú importante l’incendio di un solaio nel Quartiere Latino che una rivoluzione a Madrid»1. Per Walter Benjamin questa osservazione rende palese che «ciò che trova ora piú facilmente ascolto non è piú la notizia che viene da lontano, ma l’informazione che offre un aggancio immediato»2. L’attenzione del lettore di quotidiani non va mai al di là di ciò che è strettamente immediato. Essa si contrae diventando mera curiosità. Il lettore moderno di quotidiani salta da una novità a un’altra, anziché lasciar spaziare lo sguardo verso ciò che è lontano e indugiare in esso. Egli ha perso lo sguardo lungo, lento, che sa indugiare.


Una notizia, che si trova inserita sempre all’interno di una storia, presenta una struttura spaziotemporale completamente differente rispetto a un’informazione. Essa viene «da lontano». La lontananza è il suo tratto distintivo. Il progressivo abbattimento della lontananza è un tratto caratteristico della modernità. Essa svanisce e viene sostituita con la perdita di qualunque intervallo di separazione. L’informazione è uno dei modi peculiari in cui si palesa questa assenza di un intervallo di separazione, che rende tutto a portata di mano. La notizia [Kunde], nel suo essere un venire a conoscenza di qualcosa, è caratterizzata, di contro, da una lontananza che non la rende completamente disponibile. Essa annuncia un evento storico che si sottrae all’accessibilità immediata e alla prevedibilità. Noi ci troviamo come consegnati a essa, come se fosse una forza del destino.


L’informazione non sopravvive oltre l’attimo stesso in cui viene annunciata: «L’informazione si consuma nell’istante della sua novità. Vive solo in quest’attimo, a quest’attimo deve interamente consegnarsi e spiegarsi senza perder tempo»3. È propria della notizia, di contro, un’estensione temporale che oltrepassa l’attimo presente e che la rimanda anche a ciò che è da venire. La notizia è portatrice di una storia. Al suo interno abita una vibrazione narrativa.


L’informazione è il medium del reporter che gira il mondo in lungo e in largo alla ricerca di novità. Il narratore è il suo antagonista. Il narratore non informa, né fornisce spiegazioni. L’arte di narrare comporta proprio la capacità di nascondere le informazioni: «È, infatti, già la metà dell’arte di narrare, lasciare libera una storia, nell’atto di riprodurla, da ogni sorta di spiegazioni»4. L’informazione nascosta, cioè la spiegazione mancante, aumenta la tensione narrativa.


L’assenza di un intervallo di separazione distrugge tanto la vicinanza che la lontananza. La vicinanza non è identica all’assenza di un intervallo di separazione, poiché la lontananza ne è una parte costitutiva. Vicinanza e lontananza si presuppongono e si animano vicendevolmente. È proprio questa interazione tra vicinanza e lontananza a far emergere l’aura: «La traccia è l’apparizione di una vicinanza, per quanto possa essere lontano ciò che essa ha lasciato dietro di sé. L’aura è l’apparizione di una lontananza, per quanto possa essere vicino ciò che essa suscita»5. L’aura è narrativa proprio perché intrisa di lontananza. L’informazione, di contro, toglie al mondo ogni aura e ogni incanto nel momento stesso in cui abolisce la lontananza. L’informazione fissa il mondo e cosí facendo lo rende a portata di mano. Anche la «traccia», che rimanda a un che di lontano, è ricca di allusioni e induce al racconto.


Bisogna ricondurre la crisi dell’esperienza narrativa che caratterizza la modernità al fatto che il mondo è sommerso da informazioni. Lo spirito della narrazione è soffocato da una marea di informazioni. Benjamin constata: «Se l’arte di narrare si è fatta sempre piú rara, la diffusione dell’informazione ha in ciò una parte decisiva»6. Le informazioni rimuovono quegli avvenimenti che non possono essere spiegati, ma solo raccontati. Molto spesso i racconti sono avvolti da un alone inconsueto ed enigmatico. Non hanno punti di contatto con le informazioni, le quali non hanno proprio nulla di misterioso. Spiegare e narrare si escludono a vicenda: «Ogni mattino ci informa delle novità di tutto il pianeta. E con tutto ciò difettiamo di storie singolari e significative. Ciò accade perché non ci raggiunge piú alcun evento che non sia già infarcito di spiegazioni. In altri termini: quasi piú nulla di ciò che avviene torna a vantaggio della narrazione, quasi tutto a vantaggio dell’informazione»7.


Per Benjamin, Erodoto è il venerando maestro del racconto. Per esemplificare la sua arte di narrare si serve della storia di Psammetico. Quando il re d’Egitto Psammetico viene catturato dopo esser stato sconfitto dal re di Persia Cambise, questi lo umilia costringendolo ad assistere alla processione trionfale dei persiani. Cambise fa in modo che Psammetico possa vedere sua figlia, fatta prigioniera, trattata come una serva. Mentre tutti gli egizi, che assistono lungo il ciglio della strada, levano alte grida di lamento, Psammetico resta muto e immobile, con gli occhi fissi a terra. Quando, poco dopo, vede suo figlio che viene condotto al patibolo, egli resta ancora immobile. Ma non appena riconosce tra i prigionieri uno dei suoi servitori, vecchio e gracile, egli si percuote il capo con i pugni dando sfogo al suo profondo dolore. Benjamin crede di poter riconoscere, all’interno di questa storia di Erodoto, in che cosa consiste il vero racconto. Ritiene che qualsiasi tentativo di spiegare perché il re egizio avesse iniziato a disperarsi solo alla vista del servo distruggerebbe la tensione narrativa. Proprio l’omissione di tale spiegazione è essenziale per il vero racconto. Il racconto si astiene dal fornirla: «Erodoto non spiega nulla. La sua narrazione è asciutta all’estremo. Ecco perché a distanza di millenni questa storia dell’antico Egitto è ancora in grado di scatenare meraviglia e riflessioni. Assomiglia a quei semi rinchiusi per migliaia d’anni senz’aria nelle camere delle piramidi, che hanno mantenuto il loro potere di germinazione sino al giorno d’oggi»8.


Secondo Benjamin il racconto «non si esaurisce. Esso conserva la propria forza raccolta e sa dispiegarsi anche dopo lungo tempo»9. Le informazioni hanno una temporalità differente. In virtú del loro ristretto margine di attualità, si esauriscono molto velocemente. Le informazioni producono solo effetti istantanei. Non sono semi di mais, la cui forza germinativa permane nel tempo, ma sono come granelli di polvere. La forza del germoglio gli manca completamente. Una volta che si è preso atto di esse, le informazioni sprofondano nell’insignificanza, come messaggi accumulati nella segreteria telefonica.


Secondo Benjamin il primo sintomo del processo di decadenza della prassi narrativa è la nascita del romanzo all’inizio dell’epoca moderna. La prassi narrativa si nutre di esperienza e la passa in consegna da una generazione all’altra: «Il narratore prende ciò che narra dall’esperienza – dalla propria o da quella che gli è stata riferita –; e lo trasforma in esperienza di quelli che ascoltano la sua storia»10. Con il suo ricco bagaglio di esperienza e di saggezza, la storia sa dare consiglio ai viventi. Il romanzo, di contro, attesta «il profondo disorientamento del vivente»11. Mentre la prassi narrativa dà forma a una comunità, il romanzo è la sala parto dell’individuo con la sua solitudine e il suo isolamento. In contrapposizione al romanzo, che mette all’opera la psicologia e l’interpretazione, la prassi narrativa procede in modo descrittivo: «Lo straordinario, il meraviglioso, è riferito con estrema precisione, ma il nesso psicologico degli eventi non è imposto al lettore»12. Tuttavia non è l’avvento del romanzo, ma l’avvento dell’informazione all’interno del capitalismo a sferrarle il colpo mortale: «D’altra parte possiamo vedere che col dominio sviluppato della borghesia, fra i principali strumenti del quale, nel capitalismo avanzato, è la stampa, appare una forma di comunicazione che, per quanto remota possa essere la sua origine, non aveva mai esercitato un influsso decisivo sulla forma epica: ciò che comincia a fare ora. E che essa si oppone alla narrazione in forma non meno estranea, ma assai piú pericolosa del romanzo […]. Questa nuova forma di comunicazione è l’informazione»13.


Raccontare richiede uno stato di distensione. Benjamin eleva la noia a punto piú alto di distensione spirituale. La noia è l’«uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza»14, «un caldo panno grigio, rivestito all’interno di una fodera di seta dai piú smaglianti colori. In questo panno ci avvolgiamo quando sogniamo»15. Il ronzio dell’informazione, il «minimo rumore nelle frasche»16 lo mette in fuga. Nelle frasche «non si tesse e non si fila piú»17. Ci sono solo informazioni che, come stimoli, vengono prodotte e consumate.


Narrare e restare in ascolto si co-appartengono. La comunità narrativa è una comunità che resta in ascolto. Nel restare in ascolto abita una peculiare forma di attenzione. Colui che resta in ascolto dimentica sé stesso, sprofonda in ciò che ascolta: «Quanto piú dimentico di sé l’ascoltatore, tanto piú a fondo s’imprime in lui ciò che ascolta»18. Il dono del restare in ascolto ci sta sempre piú abbandonando. Noi produciamo noi stessi, ci spiamo a vicenda anziché, dimenticando noi stessi, donarci ascolto e restare in ascolto l’uno dell’altro.


Nel fruscio digitale di Internet non c’è piú alcun nido per l’uccello incantato. I cacciatori di informazioni lo hanno scacciato via. Nell’odierna iperattività, nella quale vige la regola di non lasciare alcuno spazio perché la noia possa emergerne, non perveniamo mai alla condizione di una profonda distensione spirituale. Con la società dell’informazione inizia un’epoca di crescente tensione spirituale, poiché il fascino della sorpresa19 è l’essenza dell’informazione. Lo tsunami dell’informazione genera una condizione in cui i nostri organi percettivi risultano costantemente stimolati. Essi non sono piú in grado di passare a una modalità di percezione contemplativa. Lo tsunami dell’informazione frammenta l’attenzione. Impedisce l’indugiare contemplativo che è costitutivo tanto del raccontare che del restare all’ascolto.


La digitalizzazione mette in moto un processo che Benjamin, condizionato dal suo tempo, non avrebbe potuto assolutamente prevedere. Egli mette in connessione l’informazione con la stampa. Essa sarebbe una forma di comunicazione accanto alla prassi narrativa e al romanzo. Nel processo di digitalizzazione l’informazione perviene a uno stadio completamente differente. La realtà stessa prende la forma dell’informazione e dei dati. Essa viene informatizzata e datizzata [datafiziert]. Noi ormai percepiamo la realtà, in primo luogo, in risposta alle, oppure attraverso le, informazioni. L’informazione è una rappresentazione, cioè una ri-presentazione. L’informatizzazione della realtà ha come conseguenza che l’immediata esperienza del presente viene distorta. Attraverso la digitalizzazione in quanto informatizzazione la realtà viene appiattita.


Cento anni dopo Benjamin l’informazione è progredita in una nuova forma di esistenza, cioè in una nuova forma di dominio. Intrecciandosi con il neoliberismo si afferma un regime dell’informazione, il quale non opera in modo repressivo ma seduttivo. Esso assume una forma smart. Non opera piú attraverso obblighi e divieti. Non ci impone alcun silenzio. Tale dominio smart, piuttosto, pretende da noi che comunichiamo senza sosta le nostre opinioni, i nostri bisogni e le nostre preferenze. Ci chiede di raccontare le nostre vite, di postare, condividere, mettere like. La libertà in questo caso non viene repressa ma interamente sfruttata. Essa si ribalta in controllo e manipolazione. Il dominio smart è altamente efficiente, dato che non ha bisogno di apparire come tale. Esso si nasconde nell’apparenza della libertà e della comunicazione. Mentre postiamo, condividiamo e mettiamo like, ci sottomettiamo alla cornice di questa forma di dominio.

Ci troviamo, oggi, storditi dalla frenesia dell’informazione e della comunicazione. E perciò non siamo piú padroni della comunicazione. Siamo, al contrario, esposti a uno scambio accelerato di informazioni che sfugge al nostro controllo cosciente. La comunicazione viene sempre piú pilotata dall’esterno e sembra obbedire a un processo automatico, meccanico, controllato da algoritmi, un processo del quale noi non siamo coscienti. Siamo in balia della scatola nera algoritmica. Gli esseri umani vengono ridotti a un insieme di dati che possono essere controllati e sfruttati.

All’interno del regime dell’informazione valgono ancora le parole di Georg Büchner: «Siamo marionette tenute al filo da forze sconosciute; non siamo niente, per noi stessi, niente!»20. La forza che muove i fili è diventata cosí sottile e impercettibile che noi non ne siamo piú coscienti. Addirittura la confondiamo con la libertà. Il film di animazione Anomalisa di Charles Kaufman illustra la logica del potere smart. La pellicola presenta un mondo nel quale tutti gli esseri umani hanno lo stesso aspetto e parlano con la stessa voce. Un mondo che rappresenta l’inferno neoliberista dell’Uguale, in cui paradossalmente la creatività e l’autenticità vengono sollecitate. Michael Stone, il protagonista, è un motivatore di successo che, un giorno, prende coscienza di essere una marionetta. La bocca gli cade dal viso e lui si trova a tenerla tra le mani. Quando la bocca, che si è staccata ed è caduta, continua a blaterare da sé, è terrorizzato.

giovedì 7 marzo 2024

GOLDA Elisabetta Fiorito



 GOLDA

Elisabetta Fiorito

Storia della donna che fondò Israele

1

Kiev, Milwaukee, Eretz

Kiev, 1898-1902

Il rumore del martello che inchioda le assi di legno della porta di casa a Kiev provoca paura, ma non è quella di una bambina quando viene sgridata dai genitori. È un terrore diffuso che arriva dall’esterno, verso il quale si è impotenti. Golda Mabovič ha quasi quattro anni, come tutte le ragazzine di quell’età la possiamo immaginare con i vestiti inzaccherati di fango, gli stivaletti slacciati. Una foto dell’epoca la ritrae con i capelli ricci difficilmente governabili da un fiocco e lo sguardo sveglio. È seduta sulla scala di casa insieme ad un’amichetta, si stringono le mani, le due famiglie abitano nello stesso edificio. I cosacchi stanno arrivando, fuori si sentono le grida di chi inneggia agli assassini di Cristo. Golda guarda il padre che si affanna a inchiodare le assi di legno, l’unica cosa che può fare per proteggere la famiglia. Il pogrom per fortuna non ci sarà, ma Golda resterà traumatizzata per tutta la vita con una certezza: tutto questo avviene perché sono ebrei.


La vita nell’ex impero russo è dura per tutti ma soprattutto per gli ebrei. Povertà e persecuzioni sono il pane quotidiano, il semolino è un vero lusso, ricorderà Golda nelle sue memorie, e protesterà verso le nostalgiche rappresentazioni del mondo yiddish: non ci sono romantici violinisti sul tetto che intonano arie sentimentali, gli shtetl sono miseri villaggi in cui ci si affanna a campare e dove la mortalità infantile è all’ordine del giorno. La madre mette al mondo otto bambini, ne sopravvivono soltanto tre: Sheyna, Golda e Zipke. Contrariamente alle usanze dell’epoca, sono figlie di un matrimonio d’amore. Originari di Pinsk, oggi in Bieolorussia, il padre, Moshe, vede la madre, Bluma, s’innamora, si dichiara e la sposa, senza l’aiuto di una sensale, un piccolo scandalo dei tempi che cambiano. Subito dopo il matrimonio, forse per evitare i rimbrotti del suocero, Moshe tenta la fortuna a Kiev, ma l’attuale capitale dell’Ucraina è un luogo tutt’altro che amichevole, paradossalmente è vietata agli ebrei malgrado si trovi al centro della zona di residenza dove invece sono costretti a vivere dall’impero russo. Moshe è uno dei fortunati ad avere la delega per abitarci. Suo padre è stato coscritto nell’esercito zarista, prelevato a forza a tredici anni e, trattenuto per altri tredici, riesce a resistere alla conversione durante la leva nutrendosi unicamente di pane e verdure crude, così da evitare il cibo non kasher. Quando finalmente lascia l’esercito zarista, sposa un’ebrea e per anni dorme sul banco della sinagoga priva di riscaldamento per espiare il peccato di avere possibilmente infranto la legge mosaica senza volerlo.


Pinsk, 1903

Ma le cose a Kiev non funzionano e la famiglia Mabovič torna a Pinsk. In questa città, a differenza della capitale ucraina, la popolazione è costituita per due terzi da ebrei, una sorta di zona franca, uno shtetl allargato dove svolgono tutti i mestieri: pescatori, scaricatori di porto, facchini che trasportano il ghiaccio d’inverno; posseggono fabbriche di chiodi, legno, fiammiferi che impiegano decine di operai. Ma, appena si mette piede fuori dallasi mette piede fuori dallasi mette piede fuori dalla città, iniziano i pericoli. Pinsk è circondata dalle Pinsker blotte, le paludi nere, da evitare come la peste, oceani di fango abitati dai cosacchi, il braccio armato dello zar e della religione cristiano-ortodossa, che passano al galoppo sopra i corpi di chiunque si trovi sulla loro strada e di certo non si fanno scrupolo se sono bambini ebrei. Succederà anche a Golda, che per fortuna scampa al pericolo.


A Pinsk la miseria continua a perseguitare i Mabovič e Moshe prende la decisone di partire per la Goldene Medineh, l’America, la famiglia lo raggiungerà in seguito, ma passeranno tre anni prima che si ritrovino. È un’epoca di fermento quella che si vive nell’impero russo, spira un vento nuovo, si parla di socialismo, di equità, di lotta di classe. Per gli ebrei è la speranza della fine delle persecuzioni, la maggior parte si raccoglie nel Bund, il sindacato dei lavoratori ebrei di Lituania, Polonia e Russia fondato nel 1897, convinti che, con il sovvertimento del regime zarista, l’antisemitismo cesserà d’esistere. Soltanto una piccola minoranza aderisce al movimento sionista, accusato dai membri del Bund di seguire un’utopia borghese, quella della fondazione di uno stato ebraico in Palestina. Ma è la strada che Sheyna, la sorella maggiore di Golda ormai quattordicenne, decide di seguire. I rischi sono molti, capillari i controlli della polizia zarista, le preoccupazioni della madre Bluma incessanti quando Sheyna non rincasa la sera o quando organizza riunioni clandestine mentre è in sinagoga durante lo Shabbat. Ed è in uno di questi incontri che conosce Shamai, suo futuro marito. Dopo il fallimento della prima Rivoluzione russa nel 1905, una nuova ondata di pogrom colpisce Kiev, Kishinev, Odessa e Minsk. Sheyna rischia di essere arrestata da un momento all’altro, Bluma sa che c’è solo un modo per salvarsi: raggiungere Moshe in America.


Milwaukee, 1906

Come se fosse facile. Tre anni prima, Moshe è riuscito a partire grazie ai falsari di documenti, come racconta Francine Klagsbrun in Lioness. Ha ottenuto un biglietto gratis, pagato da una donna in attesa di raggiungere il marito in America. In cambio, ha dovuto dichiarare che colei con cui viaggia è sua moglie e i ragazzi suoi figli. La conseguenza è che ora Bluma e le figlie non hanno i documenti per partire e devono emigrare clandestinamente. È da poco passato Pesach, la Pasqua ebraica, la famiglia si mette in viaggio a piedi per raggiungere il confine con la Galizia. Ripetono a memoria i nomi falsi scritti sui passaporti e per passare il confine Bluma paga una mazzetta alla guardia di frontiera. Poi via in treno fino a Vienna e Anversa, dove si imbarcano su una nave zeppa di immigrati russi, pallidi ed esausti. Stipate in una cabina buia e angusta insieme ad altre quattro persone con cuccette prive di lenzuola, tra mal di mare, vomito e fila per la zuppa, trascorrono due settimane fino a quando sbarcano a Québec City in Canada per evitare le maglie strette dell’immigrazione di New York a Ellis Island. Da lì di nuovo in treno per raggiungere Milwaukee in Wisconsin. Al contrario della maggior parte della popolazione ebraica che si trova nel sovrappopolato e povero Lower East Side di Manhattan, Moshe ha scelto una città di provincia, probabilmente spinto dall’Industrial Removal Office, l’Ufficio ebraico per il ricollocamento che cerca di integrare gli ebrei alla vita americana.


Alla stazione Bluma si trova davanti un uomo che stenta a riconoscere: senza barba, si fa chiamare Morris e guarda con una punta di disprezzo la famiglia che sembra provenga da un altro secolo. Sheyna è addirittura vestita con l’abito nero dal colletto alto tipico delle rivoluzionarie bolsceviche. L’automobile con cui le va a prendere è la prima su cui Golda sia mai salita e, mentre osserva il nuovo mondo di tram, vetture, biciclette, appare davanti ai suoi occhi un edificio di ben cinque piani, quello dei magazzini Schuster, il primo così alto che abbia mai visto in vita sua.


Ma la famiglia non se la passa bene nemmeno a Milwaukee. Morris lavora soltanto saltuariamente nelle officine delle ferrovie, Bluma per sbarcare il lunario apre un negozio nel locale sotto casa, prima una latteria poi una drogheria. Golda deve aiutarla al banco, un incubo che la accompagnerà durante l’adolescenza, mentre vorrebbe concentrarsi negli studi. È sveglia e impara presto l’inglese, fondamentale per la sua vita futura. Sheyna continua a frequentare i socialisti, trova lavoro come occhiellaia, impiego che odia ma che la fa sentire parte del proletariato, lontano da Shamai che sogna di raggiungerla negli Stati Uniti. Trascorreranno cinque anni prima che ci riescano. Sheyna si ammala di tubercolosi, guarisce, si riunisce con Shamai, lo sposa nonostante il parere contrario della famiglia e va a vivere a Denver. Golda rimane sola, si diploma a quattordici anni, è tra le prime della classe, vuole diventare insegnante. Per la madre non se ne parla neppure, bisogna che si trovi un marito e metta su famiglia. Golda non ha scelta, progetta la fuga e, grazie all’amica Regina, raggiunge la sorella a Denver.


1913-1916 Non è bello ma ha una bellissima anima

A Denver, Sheyna continua a perseguire il sogno sionista, il suo appartamento è diventato un centro dove si incontrano gli ebrei russi. Si discute di politica, di socialismo, di sionismo e il sogno di una patria ebraica coinvolge anche Golda che condivide l’idea di un luogo dove gli ebrei possano finalmente vivere liberi. Inizia a sognare i kibbutz e la Palestina. In una di queste riunioni, conosce Morris Meyerson, di cinque anni più grande, un uomo timido e stempiato. Sono due persone agli antipodi: Golda è interessata alla politica, al socialismo, alla creazione di una società nuova, Morris è attratto dall’arte, dalla letteratura, dalla musica e dalla poesia. La porta ai concerti, alle mostre, a teatro e riesce a conquistare il suo cuore rispetto ai molti pretendenti che le ronzano attorno. È una ragazza vivace, intelligente, carina e, secondo l’amica del cuore Regina, fa innamorare chiunque incontri.


Ma di sicuro non è una che si fa mettere i piedi in testa, nemmeno da sua sorella che la vuole controllare e la rimprovera ogni giorno di più: è venuta a Denver per studiare non per andare ai concerti. Golda fa i bagagli, va a vivere da sola e trova lavoro in un negozio dove prende le misure delle fodere degli abiti. Ricorderà in seguito che anche da primo ministro non potrà fare a meno di controllare gli orli delle gonne. Lavorare e studiare insieme, però, non è possibile, suo padre la prega di rientrare a casa se ha a cuore il benessere di sua madre, le promette che stavolta potrà continuare a studiare. Golda decide di tornare a Milwaukee, ma la sera prima di partire Morris, per paura di perderla, le chiede la mano. “Non è bello – scrive di getto a Regina – ma ha una bellissima anima”. Tornata in famiglia, frequenta finalmente le magistrali.


1917-1921 Matrimonio, Balfour, Eretz

La storia d’amore va avanti a distanza. I due fidanzati si scrivono in inglese affinché Bluma non capisca le lettere della figlia anche se cerca di farsele tradurre dalla figlia minore Zpike, che in America gli insegnanti hanno ribattezzato Clara. La casa dei genitori è cambiata, è diventata un via vai di persone, con lo scoppio della Prima guerra mondiale i Mabovič ospitano molti ebrei di passaggio che vorrebbero andare a combattere in Palestina sotto l’egida dell’Impero britannico per scacciare i turchi. In casa arrivano anche primi membri dello yishuv, la comunità ebraica in Palestina, proprio per reclutare soldati per la Legione ebraica. Sono due personaggi che faranno la storia d’Israele: Yitzhak Ben Zvi, secondo presidente dello Stato ebraico, e David Ben Gurion, il padre della patria. Malgrado la collaborazione e l’amicizia a venire, nelle sue memorie Golda lo descriverà come un uomo impermeabile e senza ironia.


Quei tempi, però, sono ancora lontani. Durante la Prima guerra mondiale Chaim Weitzmann, un cittadino naturalizzato britannico (futuro primo presidente d’Israele), e Lord Rothschild si appellano al governo britannico per il via libera a una patria ebraica. La risposta arriva il 2 novembre 1917 quando il segretario agli affari esteri britannico Lord Arthur Balfour redige la famosa dichiarazione in cui c’è scritto che il governo di sua maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale del popolo ebraico. È la svolta.


Israele, però, è ancora una nebulosa per Golda che in quello stesso anno, il 24 dicembre 1917, convola a nozze con Morris. I due sono riusciti a vincere le resistenze dei genitori; Bluma, però, la spunta sul matrimonio religioso, malgrado gli sposi preferirebbero una cerimonia laica. Golda e Morris sono uniti sotto la chuppà, il baldacchino nuziale, dal rabbino ortodosso Solomon Isaac Scheinfeld. Nel certificato di nozze, la professione di Morris è disegnatore d’insegne per negozi, non c’è riferimento al mestiere di Golda, sempre più impegnata in politica con un ménage che si ripeterà in futuro: Morris l’aspetta a casa mentre lei vaga tra un congresso laburista e l’altro. Sono gli anni in cui si discute sulla lingua da adottare nella nuova patria, se l’yiddish o l’ebraico, tesi sostenuta da Eliezer Ben Yehuda. Golda è contraria, sostiene l’esperanto degli ebrei dell’Europa dell’Est, nelle biografie future i maligni adombreranno la difficoltà di un ebraico ancora stentato rispetto all’inglese e all’yiddish. Tutte le discussioni, tutti i congressi ai quali partecipa la convincono sempre di più che l’unica possibilità per essere liberi è emigrare in Palestina, deve soltanto convincere Morris. Al marito, la politica non interessa granché, nemmeno il sionismo, ha piuttosto una concezione anarcopacifista del mondo, ma un carattere mite come il suo non riesce a resistere a lungo a un ariete come Golda. La decisione è presa, bisogna soltanto attuarla, si forma un gruppo pronto a partire: Regina, il marito, la sorella Sheyna e i figli, Shamai li raggiungerà in seguito, e ovviamente Golda e Morris. Si trasferiscono a New York con l’intenzione di imbarcarsi quanto prima.


Fervono i preparativi con alcuni malintesi dall’aspetto comico. Immaginando di andare a vivere in un clima desertico, decidono di vendere tutti i vestiti invernali, ma di portare un giradischi a manovella per allietare le notti in tenda. Sul molo del porto, mentre la primavera newyorkese esplode, nel maggio 1921, il gruppo individua l’imbarcazione su cui viaggeranno: la Pocahontas, una carretta del mare, talmente malmessa che l’equipaggio entra in sciopero prima della partenza. Per percorrere il tratto New York-Boston ci impiegano una settimana, poi riescono a prendere la via dell’oceano, ma la traversata dell’Atlantico è un vero incubo. Quando attraccano a Porto Delgado nelle Azzorre, la nave è talmente in cattive condizioni che devono fermarsi una settimana per le riparazioni. Nell’ultimo tratto di viaggio il frigorifero è fuori uso, possono cibarsi soltanto di riso, un passeggero muore, il fratello del comandante impazzisce e viene incatenato, mentre lo stesso comandante, Daniel Prendergast, si suicida poco prima di arrivare a Napoli, anche se è più probabile un omicidio da parte dell’equipaggio visto che il cadavere viene ritrovato in mare con le mani legate.


Il viaggio prosegue via terra per Brindisi dove il gruppo prende di nuovo il mare con destinazione Alessandria. Nella Palestina mandataria, è possibile scendere a terra su scialuppe davanti a Jaffa, ma gli arabi si rifiutano di far sbarcare gli ebrei. Sulla nave, Golda incontra dei veri pionieri che vengono dalla Lituania, dormono sul ponte e guardano con diffidenza gli americani che hanno in mano biglietti per le cabine, li accusano di non essere autentici sionisti. Per non essere da meno, Golda impone al gruppo di dormire sul ponte, ma Sheyna si assicura che i bambini riposino in cabina. Arrivati in Egitto, viaggiano in treno per El Qantara in carrozze malmesse sommerse dalla polvere e dall’afa. Finalmente il 14 luglio 1921, giungono a Tel Aviv nel pieno di un’ondata di caldo, 40 gradi sono difficili da sopportare per chi è nato a Kiev ed è vissuto a Milwaukee, nella fredda regione dei Grandi Laghi. «Ecco Golda, siamo arrivati in Palestina, adesso che l’abbiamo vista possiamo anche tornare indietro», sarà la battuta memorabile di un componente del gruppo appena arrivati.


1921, Vita in kibbutz

Lungi dall’essere la città piena di grattacieli e di vita di oggi, all’epoca Tel Aviv è un villaggio tra le dune. Il sindaco, il leggendario Meir Dizengoff, ha fondato il primo insediamento in mezzo al deserto grazie a una lotteria in cui sessantasei famiglie, compresa la sua, si sono divise gli appezzamenti di sabbia a nord di Jaffa nel 1901. Vaga per il centro della città in sella a un cavallo bianco, mentre si costruisce a cielo aperto. Tel Aviv non è, però, la scelta di una socialista, non è per questo che Golda è arrivata in Palestina, ma per assaporare la vita collettiva del kibbutz dove non ci sono proprietà private, tutti sono uguali e mangiano alla stessa mensa. Un vecchio amico le ha indicato un posto che potrebbe fare al caso suo: Merhavia, nel nord, vicino a Nazareth. Più che un kibbutz vero e proprio è un insediamento di confine in mezzo a una palude infestata dalla malaria, sotto il fuoco costante dei cecchini arabi. Una delle prime raccomandazioni quando lei e Morris arrivano è quella di non indossare abiti bianchi di notte perché si diventa facili bersagli. La vita è tutt’altro che un lusso, ma a lei sembra di stare in paradiso. Quel poco da mettere sotto i denti ha un sapore atroce, Golda decide di intervenire per migliorare il menù e qui avviene il primo scontro con le istanze femministe, un leitmotiv che si ripeterà per tutta la sua vita come descrive Pnina Lavah nel suo The only woman in the room. Le altre donne si sentono sminuite a cucinare, non sono venute in Palestina per essere sottomesse agli uomini, ma per diventare loro pari. Golda non bada alle recriminazioni, se il cibo è pessimo si sta male tutti, elimina le aringhe in scatola definite paradossalmente fresche sull’etichetta, l’olio non raffinato che causa problemi intestinali e a colazione impone farina d’avena, energetica e digeribile per chi deve affrontare il duro lavoro dei campi. Il venerdì sera propone che la tavola sia apparecchiata con un vaso di fiori. Una borghese, per i duri e puri del kibbutz, ma con i suoi suggerimenti la salute migliora e Golda viene eletta rappresentante della piccola comunità. È felice, vorrebbe vivere per sempre lì, ma non lo è Morris. Malaria, clima, cibo, lavoro nei campi sono troppo per lui e se Golda vuole avere un bambino, non potrà mai accettare che cresca insieme agli altri bambini in una sorta di comune. Dopo due anni e mezzo, Golda è costretta a lasciare il kibbutz per salvare il matrimonio, una scelta che rimpiangerà tutta la vita.

venerdì 1 marzo 2024

ENDIMIONE A LATMO Estratto da "Storia della notte Di Jorge Luis Borges


ENDIMIONE A LATMO

Estratto da "Storia della notte

Di Jorge Luis Borges

 [...] era bello il mio corpo, che gli anni hanno gualcito [...]Mi piacevadormire per sognare e per quel sonno lustrale in cui eludiamo la memoria e ci purifichiamo dal gravame d’essere quel che siamo sulla terra[...]


ENDIMIONE A LATMO

Dormivo sulla vetta ed era bello
il mio corpo, che gli anni hanno gualcito.
L’alto centauro, nella notte ellenica,
rallentava la sua quadrupla corsa
per spiare il mio sonno. Mi piaceva
dormire per sognare e per quel sonno
lustrale in cui eludiamo la memoria
e ci purifichiamo dal gravame
d’essere quel che siamo sulla terra.
Diana, la dea, che al contempo è la luna,
mi vedeva dormire in mezzo ai monti
e lentamente offrì alle mie braccia
oro e amore nell’infiammata notte.
Io stringevo le palpebre mortali,
volevo non vedere il soave volto
che le mie labbra, polvere, oltraggiavano.
Aspirai la fragranza della luna:
disse il mio nome, con voce infinita.
Oh quelle guance pure che si cercano,
oh fiumi dell’amore e della notte,
oh bacio umano, oh arco che si tende.
Non so quanto durò la mia fortuna;
non ogni cosa si misura in grappoli,
né in petali, né in neve delicata.
La gente mi evita. Le fa paura
l’uomo che è stato amato dalla luna.
Sono passati gli anni. Un’inquietudine
tormenta la mia veglia. Mi domando
se quel tumulto d’oro in mezzo ai monti
sia stato vero o se fu solo un sogno.
Inutile ripetermi che sono
la stessa cosa i sogni ed i ricordi.
Nella mia solitudine percorro
strade qualunque sulla terra, eppure
nella notte dei numi cerco sempre
l’indifferente luna, la figlia di Zeus.


Endimione dormiente 
Antonio Canova