sabato 27 giugno 2020

A COLPI D'ASCIA
Thomas Bernhard
Quest'anno ricorre il trentennale della prima  pubblicazione italiana  da parte di Adelphi di "A colpi d'ascia" di Thomas Bernhard. Il Romanzo più spietato di questo scrittore.

A COLPI D'ASCIA
Mentre tutti aspettavano l’attore che aveva promesso di arrivare alla loro cena nella Gentzgasse verso le undici e mezzo, dopo la rappresentazione dell’Anitra selvatica, io osservavo i coniugi Auersberger dalla stessa bergère in cui stavo seduto quasi ogni giorno nei primi Anni Cinquanta, e pensavo che accettare l’invito degli Auersberger era stato un errore denso di conseguenze. Ho incontrato al Graben gli Auersberger, che non vedevo da vent’anni, proprio il giorno della morte della nostra comune amica Joana e ho accettato, senza tante cerimonie, l’invito alla loro cena artistica, come i coniugi Auersberger hanno chiamato quel loro pranzo serale. Per vent’anni non ho più voluto sapere niente dei coniugi Auersberger, e per vent’anni non ho mai più visto i coniugi Auersberger, e in questi vent’anni il solo fatto che qualcuno pronunciasse il nome dei coniugi Auersberger mi ha sempre provocato il voltastomaco, pensavo nella bergère, ed ecco che ora i coniugi Auersberger mi mettono a confronto con i loro e con i miei Anni Cinquanta. Per vent’anni ho evitato i coniugi Auersberger, per vent’anni non li ho incontrati nemmeno una volta, e proprio adesso dovevo imbattermi in loro al Graben, pensavo; che era stata davvero una funesta idiozia andare al Graben oggi, in questo giorno, e per di più, pensavo, cosa che a dire il vero è diventata mia abitudine da quando ho lasciato Londra e son tornato a Vienna, camminare a lungo su e giù per il Graben, dove dovevo immaginarlo che prima o poi avrei finito inevitabilmente per incontrare gli Auersberger, e non solo gli Auersberger, ma anche tutte le altre persone che negli ultimi decenni ho ripudiato e con le quali ho avuto, negli Anni Cinquanta, quello che gli Auersberger solevano definire un intenso commercio artistico; questo commercio, comunque, io l’ho interrotto ormai da un quarto di secolo, da quando, cioè, sono fuggito dagli Auersberger per stabilirmi a Londra, e ho rotto i ponti, come si suol dire, con tutta la gente della Vienna di allora che non volevo più vedere e con la quale non volevo avere più niente a che fare. Andare al Graben non significa altro che entrare direttamente nell’inferno della società viennese e incontrare proprio quelle persone che non ho nessuna voglia di incontrare e la cui comparsa basta ancora oggi a provocarmi ogni possibile crampo fisico e spirituale, pensavo seduto nella bergère, e per questo motivo durante le visite che negli ultimi anni mi hanno portato da Londra a Vienna ho evitato il Graben scegliendo di percorrere altre strade, e ho evitato anche il Kohlmarkt e naturalmente la Kärntnerstrasse, e ho evitato anche la Spiegelgasse, e così pure la Stallburggasse e la Dorotheerstrasse, e la Wollzeile di cui ho sempre avuto paura, e la Operngasse, dove tante volte sono caduto in balìa proprio di quelli che odiavo di più. Ma nelle ultime settimane, pensavo nella bergère, avevo ad un tratto sentito un grande bisogno di andare al Graben e nella Kärntnerstrasse, a causa dell’aria buona e del mattutino viavai la cui animazione mi appariva ad un tratto gradevole, avevo sentito il bisogno di recarmi al Graben, sì, al Graben e nella Kärntnerstrasse, forse perché finalmente volevo con tutte le mie forze sfuggire alla solitudine del mio appartamento di Währing, solitudine che durava da mesi, e insomma perché volevo sottrarmi a quell’isolamento che in effetti mi stava rendendo ottuso. Nelle ultime settimane ho sempre avuto la sensazione che percorrere il Graben e la Kärntnerstrasse, e dunque camminare avanti e indietro lungo il Graben e la Kärntnerstrasse, avesse l’effetto di placarmi nel corpo e nello spirito; alla mia mente questo continuo andirivieni ha fatto bene non meno che al mio corpo; e così, come se quell’andare su e giù per il Graben e la Kärntnerstrasse mi fosse diventato negli ultimi tempi più necessario di ogni altra cosa al mondo, nelle ultime settimane io andavo quotidianamente su e giù per il Graben e la Kärntnerstrasse. Tutt’a un tratto, dopo mesi e mesi di debilitazione fisica e spirituale, al Graben e nella Kärntnerstrasse, diciamolo apertamente, avevo ripreso la mia forma, ero tornato a essere padrone di me stesso; andare su e giù per il Graben e la Kärntnerstrasse e poi tornare di nuovo sui miei passi mi dava un senso di ristoro. È soltanto un andare su e giù, ho pensato ogni volta in quei momenti, e tuttavia è stato anche qualcosa di più; è soltanto un andare su e giù, continuavo a ripetermi, eppure è proprio ciò che in effetti mi ha fatto riprendere a pensare e a filosofare, è ciò che mi ha permesso di tornare a occuparmi di filosofia e di letteratura, cose che in me erano ormai da lungo tempo represse, addirittura uccise. Proprio questo lungo e ammorbante inverno, che io per mia disgrazia, come ora penso, ho trascorso a Vienna anziché a Londra come gli inverni passati, proprio questo inverno ha ucciso a poco a poco in me ogni traccia di letteratura e di filosofia, pensavo nella bergère; e proprio quell’andare su e giù per il Graben e la Kärntnerstrasse ha permesso che tutto ciò ridiventasse possibile per me, e in effetti ho attribuito alla terapia Graben-Kärntnerstrasse, che io stesso mi ero prescritto a partire dalla metà di gennaio, quella mia condizione spirituale viennese che ora, ad un tratto, potevo definire in un certo senso come la condizione spirituale del sopravvissuto. La stessa Vienna, pensavo, questa stessa tremenda città che mi ha gettato nella disperazione più profonda, che ancora una volta mi ha precipitato in una situazione senza via d’uscita, è diventata di colpo il motore che di nuovo fa pensare la mia mente, che di nuovo fa reagire il mio corpo come un corpo vivo; giorno dopo giorno osservavo nella mia mente e nel mio corpo il progressivo risveglio di ciò che per tutto l’inverno era rimasto atrofizzato; se durante tutto l’inverno avevo dato a Vienna la colpa della mia atrofia fisica e spirituale, adesso era ancora Vienna, la stessa Vienna, che dovevo ringraziare per la mia rinascita. Sedevo nella bergère e lodavo dunque la Kärntnerstrasse e il Graben, attribuendo il mio risanamento fisico e spirituale soltanto alla terapia Graben-Kärntnerstrasse, e mi dicevo che com’è ovvio un prezzo doveva essere pagato per quella terapia coronata da successo, e pensavo che il prezzo da pagare per quella terapia così ben riuscita fosse l’incontro con i coniugi Auersberger al Graben, e che, pur trattandosi di un prezzo assai elevato, avrei anche potuto pagare un prezzo più elevato ancora, perché al Graben avrei potuto incontrare persone assai più spiacevoli degli Auersberger, dal momento che, tutto considerato, gli Auersberger non sono le persone più spiacevoli che uno possa incontrare, o quanto meno non sono le più spiacevoli in assoluto; anche se il fatto di avere incontrato al Graben proprio gli Auersberger è spiacevole quanto basta, pensavo nella bergère. Un uomo forte, e così pure un carattere forte, pensavo, avrebbe rifiutato il loro invito, ma io non sono né un uomo forte né un carattere forte, al contrario, sono un uomo debole, io, debolissimo anzi, e ho un carattere debolissimo che è continuamente in balìa del mondo intero. E pensavo ancora una volta che era stato davvero un errore denso di conseguenze aver accettato l’invito degli Auersberger, perché per tutta la mia vita non volevo avere più niente a che fare con i coniugi Auersberger, e invece me ne vado al Graben dove gli Auersberger mi rivolgono la parola, mi domandano se ho saputo della morte di Joana, che Joana si è impiccata, e io dico di sì, e accetto il loro invito. Per un attimo, pensavo, sono diventato sentimentale nella maniera più spudorata, e subito gli Auersberger hanno approfittato del mio sentimentalismo, e inoltre pensavo che avevano letteralmente approfittato del suicidio della nostra comune amica Joana per rivolgermi subitaneamente il loro invito, che io ho accettato in maniera altrettanto fulminea, mentre certo sarebbe stato più ragionevole declinare quell’invito. Ma me ne era mancato il tempo, pensavo nella bergère, gli Auersberger mi avevano rivolto la parola da dietro e mi avevano detto, cosa che io già sapevo, che Joana si era impiccata a Kilb nella casa dei suoi genitori, e che loro mi invitavano a cena, una cena artistica di soli artisti, come i coniugi Auersberger sottolinearono espressamente, tutti amici dei vecchi tempi, dissero. Quel loro invito, in effetti, l’avevano formulato mentre si stavano congedando, pensavo, e infatti gli Auersberger si erano già allontanati di qualche passo quando io ho pronunciato il sì con cui ho accettato di intervenire alla loro cena nella Gentzgasse, in quella casa orrenda. Dalle braccia dei coniugi Auersberger pendevano molti pacchetti avvolti nella carta di famosi negozi del centro, e gli Auersberger indossavano gli stessi cappotti inglesi che indossavano già trent’anni fa quando facevano acquisti in centro, tutto in loro era, come si suol dire, signorilmente consunto. In effetti al Graben è stata solo lei, la Auersberger, che mi ha rivolto la parola, suo marito invece, il compositore nella scia di Webern, come si suol dire, non ha aperto bocca per tutto il tempo, ma di sicuro con il suo silenzio mi ha voluto ferire, pensavo ora nella bergère. Non sapevano ancora nulla, dissero, sulla data del funerale di Joana a Kilb. Quanto a me, quel giorno stesso, poco prima di uscire di casa, ero stato informato dall’amica d’infanzia di Joana a Kilb che Joana si era impiccata; all’inizio questa amica, una negoziante di generi vari, non voleva dirmi al telefono che Joana si era impiccata, Joana è morta, aveva detto la sua amica al telefono, ma io le avevo risposto bruscamente che Joana non era morta, bensì si era uccisa, e in che modo lei, la sua amica, lo sapeva di certo, solo che non voleva dirmelo; quelli che vivono in campagna hanno un’inibizione ancora più forte di quelli che vivono in città a dire apertamente che una persona si è uccisa, e la cosa che gli riesce più difficile è dire in che modo lo abbia fatto. Io avevo subito pensato che Joana si era impiccata, e in effetti l’avevo detto al telefono alla negoziante di generi vari che Joana si era impiccata, e ciò aveva gettato nello sgomento la negoziante di generi vari che si era limitata a rispondere sì. La gente come Joana si impicca, avevo detto al telefono, non si getta in un fiume o giù dal quarto piano, si procura una corda, fa un bel nodo, si infila nel cappio e si lascia penzolare. Ballerine e attrici, avevo detto alla negoziante di generi vari, si impiccano a una corda. Da tanto tempo non avevo più notizie di Joana, pensavo nella bergère, e quel lungo silenzio mi aveva fatto sospettare che lei un giorno o l’altro si sarebbe suicidata, Joana, la tipica donna ingannata, abbandonata, derisa, ferita a morte, avevo pensato spesso negli ultimi tempi. Al Graben, però, di fronte agli Auersberger, avevo fatto finta di non sapere nulla del suicidio di Joana e in loro presenza avevo simulato uno stupore assoluto unito a sgomento, sebbene lì, al Graben, io non provassi, alle undici del mattino, né stupore né sgomento per quel suicidio di cui ero venuto a conoscenza già alle sette del mattino, e anzi, proprio grazie a quel continuo andirivieni lungo il Graben e la Kärntnerstrasse io ero in effetti riuscito a sopportare, a tollerare il suicidio di Joana nell’aria fresca del mattino al Graben. In effetti sarebbe stato meglio che io avessi neutralizzato l’effetto sorpresa della comunicazione dei coniugi Auersberger riguardo al suicidio di Joana, che io gli avessi detto subito che già da molte ore sapevo che Joana si era ammazzata, e anche come si era ammazzata avrei dovuto dirgli, davanti a loro avrei dovuto dire le circostanze precise di quel suicidio, pensavo, privandoli così seccamente del trionfo di quella loro comunicazione, trionfo che in effetti gli Auersberger hanno sfruttato nel modo più infame, e cioè assaporandolo, come potei constatare di fronte alla sartoria Knize che era aperta; questo avrei dovuto fare, pensavo, perché facendo finta invece di non sapere assolutamente nulla della morte di Joana, recitando la parte di chi è rimasto sbalordito, colpito, annichilito dalla tremenda notizia, ho mandato in visibilio quegli uccelli del malaugurio che sono gli Auersberger, ciò che naturalmente non era affatto nelle mie intenzioni, ma di cui mi ero reso colpevole in prima persona per la mia inettitudine nel momento in cui, avendo incontrato i coniugi Auersberger, gli avevo fatto credere di non avere la più pallida idea della morte di Joana; per tutto il tempo in cui mi ero trattenuto con i coniugi Auersberger avevo simulato l’ignoranza più totale, mentre in effetti sapevo già più o meno tutto riguardo al suicidio di Joana. Non sapevo come gli Auersberger fossero stati informati del fatto che Joana si era impiccata, anche nel loro caso, probabilmente, la fonte era stata la negoziante di Kilb e di sicuro quell’amica di Kilb aveva detto loro le stesse cose che aveva detto a me, ma non tutto ciò che aveva detto a me, pensavo, perché in tal caso gli Auersberger mi avrebbero detto sul suicidio di Joana molto di più di quel che mi hanno detto. Che loro naturalmente sarebbero andati a Kilb per il funerale, aveva detto la Auersberger, pensavo, e l’aveva detto come se per me, invece, non fosse affatto ovvio partecipare al funerale di Joana, come se già da quel preciso istante lei mi rimproverasse perché io, sebbene fossi stato, come lei del resto, per così tanti anni, anzi per decenni un amico intimo di Joana, forse al funerale di Joana non ci sarei andato, perché in effetti sarei stato capace, per ragioni di comodo, di sottrarmi al funerale di quella Joana che era stata amica di tutti noi, e il modo in cui la Auersberger mi aveva detto quello che mi aveva detto, pensavo, era stato in effetti veramente offensivo, come pure era offensivo, dato che la Auersberger mi avrebbe visto di sicuro al funerale di Joana a Kilb, l’avermi invitato, indipendentemente da quella circostanza, già in quel momento lì al Graben per il martedì successivo, e cioè per il giorno del funerale di Joana, alla loro cosiddetta cena artistica. A dire il vero è stato proprio l’Auersberger che più di trenta anni fa mi ha fatto conoscere Joana alla festa di compleanno del marito di Joana nel Sebastiansplatz che si trova nel terzo distretto di Vienna; fu a una festa cosiddetta di atelier alla quale erano presenti quasi tutti gli artisti di grido della città. Il marito di Joana era un cosiddetto artista degli arazzi, uno che tesseva arazzi, in origine era stato un pittore e a metà degli Anni Sessanta per uno dei suoi arazzi aveva ottenuto il gran premio della Biennale di São Paulo. Tutto si sarebbero aspettati da Joana, dissero i coniugi Auersberger, tutto fuorché il suicidio, mi dissero al Graben, e prima di proseguire con i loro pacchetti aggiunsero che si erano comprati tutto Ludwig Wittgenstein con l’idea di occuparsi di Wittgenstein nell’immediato futuro. Probabilmente Wittgenstein lo tengono nel più piccolo dei loro pacchetti, in quello che pende dall’avambraccio della Auersberger, pensavo. E pensavo anche che accettare l’invito dei coniugi Auersberger era stato davvero un errore denso di conseguenze, dal momento che io detesto tutti gli inviti di questo genere e già da molti anni rifuggo queste serate troppo artistiche poiché fino all’età di quarant’anni le ho frequentate fino alla nausea imparando a conoscerle a fondo, e non c’è quasi nulla che io ritenga più ripugnante. In effetti questi inviti degli Auersberger non sono cambiati, pensavo, seduto nella bergère, è come negli Anni Cinquanta, come trent’anni fa, quando questi inviti hanno finito per annoiarmi terribilmente e addirittura mi hanno fatto quasi impazzire. Per vent’anni hai odiato i coniugi Auersberger, pensavo nella bergère, e poi li incontri al Graben, accetti il loro invito e in effetti vai nella Gentzgasse all’ora stabilita. Conosci tutti gli invitati a quella serata e tuttavia ci vai. E pensavo che sarebbe stato meglio passare la serata, e per quanto mi riguarda anche tutta la notte, a leggere Pascal o Gogol’ o Dostoevskij o Čechov, piuttosto che andare a quella ripugnante cena artistica nella Gentzgasse. I coniugi Auersberger hanno distrutto la tua esistenza, la tua vita intera, all’inizio degli Anni Cinquanta ti hanno precipitato in una condizione fisica e spirituale terrificante, nella tua catastrofe esistenziale, nella estrema disperazione che allora ti ha portato addirittura allo Steinhof, e tu ciò nonostante vai da loro. Se tu non gli avessi voltato le spalle nel momento decisivo, loro, pensavo, ti avrebbero distrutto. Ti avrebbero prima distrutto e poi annientato completamente se tu non fossi fuggito da loro nel momento decisivo ed estremo. Se io fossi rimasto solo un paio di giorni ancora nella loro casa di Maria Zaal, pensavo nella bergère, la mia morte sarebbe stata sicura. Ti hanno spremuto, pensavo nella bergère, per poi gettarti via. E tu li incontri al Graben, quei tuoi orribili distruttori e assassini, e per un attimo diventi sentimentale e ti fai invitare nella Gentzgasse e ci vai perfino, nella Gentzgasse, pensavo nella bergère. Sarebbe stato meglio, pensavo di nuovo, leggere il mio Pascal o il mio Gogol’ o il mio Montaigne, o suonare Satie o lo stesso Schönberg sul mio vecchio pianoforte scordato. Vai a passeggio al Graben per respirare aria buona e riprendere le forze, e finisci in balìa di coloro che un tempo ti hanno distrutto e annientato. E come se non bastasse, arrivi a dirgli che ti fa un gran piacere l’idea della loro serata, della loro cena artistica, che pure non potrà essere altro che una serata di pessimo gusto, come tutte le serate, come tutte le cene in casa loro di cui conservi un ricordo. Solo un debole e un cretino può accettare un simile invito, pensavo nella bergère. Sono passati trent’anni da quando hanno cercato di attirarti nella loro trappola e tu in questa trappola ci sei cascato, pensavo nella bergère. Sono passati trent’anni da quando ti hanno umiliato, giorno dopo giorno, e tu hai accettato di sottometterti a loro nella maniera più miserabile, pensavo nella bergère, trent’anni da quando ti sei più o meno venduto a loro nella maniera più meschina. Trent’anni da quando ti sei trasformato nel loro buffone, pensavo nella bergère. E sono passati esattamente ventisei anni da quando (all’ultimo momento) gli sei sfuggito di mano. Per vent’anni non li hai più rivisti e ad un tratto, ignaro di tutto, finisci al Graben in loro balìa e ti fai invitare nella Gentzgasse, e arrivi a dire che ti rallegri all’idea della loro cena artistica, pensavo nella bergère. La Auersberger parlava ininterrottamente dell’attore grandioso che con quest’Anitra selvatica aveva raggiunto il vertice della sua carriera e intanto intratteneva gli ospiti, i quali erano già arrivati due ore prima della mezzanotte, vuotando ogni quarto d’ora una nuova bottiglia di champagne nei bicchieri che le venivano porgendo tutti quegli individui più o meno disgustosi. Indossava un vestito giallo che io già conoscevo, probabilmente l’aveva indossato per me, pensavo, perché trent’anni fa le facevo sempre i complimenti per quel vestito giallo che allora mi piaceva in modo straordinario mentre adesso non mi piaceva assolutamente più, anzi quel vestito, che aveva ora un colletto di velluto nero al posto del colletto di velluto rosso di trent’anni fa, mi sembrava in effetti un vestito di pessimo gusto. La Auersberger continuava a ripetere le parole attore grandioso e trascinante Anitra selvatica con quella stessa voce che già trent’anni fa mi dava sui nervi, solo che allora, trent’anni fa, credevo che quella voce che mi dava sui nervi fosse una voce interessante, mentre ora la trovavo soltanto una voce volgare e disgustosa. Il modo in cui la Auersberger diceva l’attore più importante in assoluto e il più grande degli attori viventi mi appariva semplicemente ripugnante. Non avevo mai potuto sopportare la sua voce, ma ora che per di più era vecchia, stridula e aveva acquistato un persistente tono isterico e in effetti, come si suol dire, si era molto sciupata e logorata con l’uso, più sentivo quella voce più la trovavo insopportabile. Un tempo con quella voce la Auersberger ha cantato Purcell, pensavo, i Lieder del Klavierbüchlein für Anna Magdalena Bach, e suo marito, il mio amico compositore nella scia di Webern, come gli esperti lo hanno sempre definito, la accompagnava allo Steinway in un modo che a dire il vero mi commuoveva fino alle lacrime. Avevo ventidue anni, allora, ed ero entusiasta di tutto ciò che succedeva a Maria Zaal e nella Gentzgasse e scrivevo poesie. Adesso invece mi veniva la nausea di fronte a quei quadretti disgustosi dei quali trent’anni fa io stesso facevo parte senza vergognarmene affatto. A quell’epoca, ogni due settimane mi trasferivo con i coniugi Auersberger da Maria Zaal nella Gentzgasse e viceversa, e così è stato per anni, fino al limite estremo, pensavo nella bergère, avendo già bevuto in pochissimo tempo molte coppe di champagne. Mentre osservavo la Auersberger dalla mia bergère, pensavo che al Graben era stata lei a parlare, non suo marito, e tu, pensavo, tu hai subito accettato quell’invito. Loro ti hanno rivolto la parola da dietro, pensavo, probabilmente ti stavano osservando da dietro già da un po’ di tempo e ti hanno seguito tenendoti d’occhio per poi rivolgerti la parola in modo subitaneo e nel momento decisivo. Anch’io anni fa, pensavo nella bergère, ho osservato con insistenza l’Auersberger, che ormai da trent’anni non è altro che un beone, mentre, in compagnia di una donna a me sconosciuta di circa quarant’anni, una donna sciupata, anzi assolutamente, palesemente sfasciata, con lunghi capelli neri e logori stivali di pelle, camminava per la Rotenturmstrasse, sono stato a osservare come l’Auersberger seguiva i passi di lei, ho osservato più o meno tutto dell’Auersberger e della sua accompagnatrice e per tutto il tempo ho continuato a pensare se dovessi o no rivolgergli la parola e alla fine non gli ho rivolto la parola, tu non devi rivolgergli la parola, mi ha suggerito l’istinto, perché se gli rivolgi la parola, lui farà di certo un commento ignobile che ti rovinerà l’intera giornata, no, la parola non gliel’ho rivolta, mi sono trattenuto e sono rimasto a osservarlo mentre scendeva fino allo Schwedenplatz dove è scomparso con quella donna in una vecchia casa fatiscente. Per tutto il tempo ho continuato a osservare la mostruosità delle sue gambe infilate nei grigi calzettoni tirolesi di lana grezza, la sua andatura che seguiva solo il ritmo della sua perversione, il suo occipite calvo. Era davvero perfetto in compagnia di quella donna in totale disfacimento, con ogni probabilità un’artista, una cantante spompata, un’attrice di varietà senza lavoro, come allora pensai, pensavo nella bergère. Mi ritornava in mente, ora nella bergère, che quel giorno, quando quei due scomparvero nell’androne della casa fatiscente dello Schwedenplatz, io girai i tacchi in direzione dello Stephansplatz scosso da conati di vomito, essendo il mio ribrezzo di fronte a quei due giunto a un punto tale che fui costretto a girarmi verso il muro del Caffè Aida per vomitare; così facendo però finii per guardare in uno degli specchi del Caffè Aida nel quale vidi il mio volto disfatto e anche il mio corpo disfatto e così provai davanti a me stesso una nausea ancora più grande di quella che avevo provato davanti all’Auersberger e alla sua accompagnatrice, e allora girai di nuovo i tacchi e mi diressi a tutta velocità verso lo Stephansplatz da dove raggiunsi poi, attraverso il Graben e il Kohlmarkt, il Caffè Eiles per avventarmi lì su un mucchio di giornali e scordare l’incontro con l’Auersberger e la sua accompagnatrice. Questo trucco del Caffè Eiles funzionava sempre, per questo ci entrai, andai a prendermi una pila di giornali e riuscii a tranquillizzarmi. E non necessariamente doveva essere il Caffè Eiles, anche il Museum o il Bräunerhof hanno sempre agito in questo senso. Come c’è gente che va nel parco o tra i boschi, io per distrarmi e per tranquillizzarmi vado al caffè, ho sempre fatto così in tutta la mia vita. Prima di decidersi a rivolgermi la parola, i coniugi Auersberger mi avevano probabilmente osservato per molto tempo, pensavo nella bergère, proprio come me che quella volta avevo a lungo osservato l’Auersberger che camminava per la Rotenturmstrasse, e probabilmente mi avevano osservato con la stessa mancanza di rispetto, con la stessa infamia, con la stessa disumanità. Impariamo molte cose se osserviamo da dietro persone che non sanno che noi le stiamo osservando, e che, fino a quando ci è possibile, continuiamo a osservare da dietro e a cui, fino a quando ci è possibile, non rivolgiamo la parola, perseverando nella nostra indagine osservativa infame e priva di rispetto, pensavo nella bergère, impariamo molte cose se poi, per di più, riusciamo a dominarci del tutto e non rivolgiamo loro affatto la parola, e invece abbiamo la capacità di fare dietrofront e di allontanarci da loro nel vero senso del termine, come io allora, alla fine della Rotenturmstrasse e dunque nello Schwedenplatz, ho avuto la capacità e l’intelligenza di girare i tacchi e di allontanarmi. Questo specifico procedimento osservativo possiamo applicarlo sia alle persone che amiamo sia a quelle che odiamo, pensavo seduto nella bergère, mentre osservavo la Auersberger che guardava in continuazione l’orologio e intratteneva gli ospiti che per la cena erano costretti ad aspettare, pensavo, fino a quando non fosse arrivato l’attore del Burg. In effetti, molti anni fa mi è capitato, quell’attore tanto atteso, di vederlo recitare al Burgtheater in una di quelle stomachevoli farse di costume inglesi la cui stupidità è sopportabile solo per il fatto che si tratta di una stupidità inglese e non tedesca o austriaca, e che in questi ultimi venticinque anni vengono di continuo, con atroce regolarità, messe in scena al Burgtheater, dato che in questi ultimi venticinque anni il Burgtheater si è specializzato soprattutto nella stupidità inglese e ha abituato il suo pubblico, il pubblico del Burgtheater di Vienna, a questa particolare specialità, e in effetti quell’attore io lo ricordo come attore del Burg, come un vero e proprio attore dunque, un cosiddetto beniamino del pubblico viennese, un damerino del Burgtheater che possiede una villa a Grinzing o a Hietzing e che al Burgtheater è il giullare di quella idiozia teatrale austriaca che, già da anni, al Burgtheater è di casa, lo ricordo come uno di quegli urlatori dissennati che del cosiddetto Burg, in questi venticinque anni, hanno fatto, con la complicità di tutti i direttori che sono stati via via ingaggiati, un ente teatrale destinato all’annichilimento dell’autore e alle vociferazioni più scervellate. Il Burgtheater è artisticamente fallito da così tanto tempo ormai, pensavo nella bergère, che adesso non è più possibile appurare quando abbia avuto inizio questo fallimento artistico e da quando gli attori che recitano al Burgtheater siano in realtà diventati i bancarottieri che tutte le sere recitano al Burgtheater. Ma invitare a una cosiddetta cena artistica un tale urlatore drammatico, pensavo nella bergère osservando gli Auersberger e i loro ospiti, per una coppia come gli Auersberger della Gentzgasse rappresenta pur sempre un’austriaca grandiosità, ovvero una perversione peculiarmente austriaca, così pensavo nella bergère, e quale fosse la misura della grandiosità racchiusa per i coniugi Auersberger in questa serata, lo percepii dal fatto che la cena Auersberger si fece attendere per più di un’ora rispetto a quanto era stato annunciato, ovvero fino al momento in cui, a mezzanotte e mezzo, l’attore suonò alla porta e fece poi il suo ingresso nell’appartamento della Gentzgasse degli Auersberger con la sua spudorata tosse da attore del Burgtheater. In cuor mio gli attori io li ho sempre odiati, e gli attori del Burgtheater si sono sempre attirati un odio speciale da parte mia, tutti eccetto i grandissimi come la Wessely e la Gold, che ho invece amato dal più profondo del cuore e per tutta la vita, e l’attore del Burg che era stato invitato a quella serata nella Gentzgasse dai coniugi Auersberger è di sicuro uno degli attori più disgustosi che mi sia capitato di incontrare in vita mia. Quest’uomo, di origine tirolese, che nel corso di tre decenni ha toccato il cuore dei viennesi recitando Grillparzer, come qualcuno ha scritto su di lui, era per me l’incarnazione esemplare dell’antiartista, pensavo nella bergère, quell’uomo era per me il prototipo del commediante esagitato, privo assolutamente di fantasia e per conseguenza privo del tutto di spirito, uno che al Burgtheater, e dunque in Austria, è sempre stato venerato, uno di quegli orribili e patetici personaggi che tutte le sere si avventano al Burgtheater su ogni sorta di opera poetica scritta per il teatro, e quest’opera la fanno a pezzi, la distruggono con il loro perverso e provinciale gesticolare, e con la brutalità del loro linguaggio da trogloditi. Da decenni tutto viene distrutto al Burgtheater da questa gente con la brutalità dei gesti e della mimica, pensavo nella bergère, non solo il tenero Raimund, non solo il nervoso Kleist vengono da decenni fatti a pezzi e annientati al Burgtheater, perfino il grande Shakespeare è vittima dei macellai del Burgtheater, proprio qui, dove tutti si credono depositari per l’eternità di tutta quanta l’arte teatrale.

  Ma qui, in questo paese, pensavo seduto nella bergère, l’attore del Burg rappresenta in effetti il massimo, e conoscerne uno anche solo per così dire di sfuggita, o riceverlo in casa propria o averlo a cena, per un austriaco, ma in particolare per un viennese, è un evento straordinario e impareggiabile, e questo, come pensavo nella bergère, fa apparire ai miei occhi l’austriaco, e il viennese in particolare, ridicolo in modo ripugnante; il viennese è il tipo che va in giro a dire che conosce un attore del Burg, che un attore del Burg è intervenuto a una delle sue cene. Gli attori del Burg sono delle marionette piccolo-borghesi che non sanno assolutamente niente dell’arte teatrale e che da tempo hanno trasformato il Burgtheater in un cronicario per il loro dilettantismo drammatico. C’è una ragione ben precisa se già allora, negli Anni Cinquanta, io mi sono scelto questa bergère che oggi è ancora lì, nello stesso posto di allora, e la ragione è che da questa bergère, che nel frattempo gli Auersberger hanno fatto ritappezzare, io vedo tutto, sento tutto, niente mi può sfuggire, pensavo. Me ne stavo seduto in quel cosiddetto abito da funerale nero, diventato in verità assai troppo stretto, abito che mi ero comprato ventitré anni addietro a Graz durante un viaggio che mi portava a Trieste, e che oggi avevo indossato per il funerale di Joana finito a Kilb nel tardo pomeriggio, e intanto pensavo che ancora una volta stavo per agire contro le mie convinzioni nella maniera più bassa e più meschina, in quanto avevo accettato e non rifiutato l’invito degli Auersberger alla loro cena e in quanto per un attimo ero diventato tenero e debole al Graben, finendo così per rinnegare completamente me stesso, perché in questa serata e in questa nottata non ho soltanto capovolto il mio carattere, ma ho messo sottosopra tutto me stesso. Solo tenendo conto del suicidio di Joana, possiamo arrivare a comprendere come io sia potuto cadere vittima di quel colpo di testa per me assolutamente devastante, se non fossi stato annichilito e costernato per la notizia del suicidio di Joana, è ovvio che avrei rifiutato l’invito degli Auersberger, pensavo adesso nella bergère, quando al Graben i coniugi Auersberger mi hanno invitato con quel tono brusco e diretto e con quella sfacciataggine aggressiva che sempre mi ha urtato in loro. Quasi tutti quelli che erano intervenuti alla cena indossavano ancora gli abiti del funerale, pensavo nella bergère, solo due o tre si sono cambiati d’abito per la cena e, per conseguenza, quasi tutti erano arrivati vestiti di nero, in effetti erano tutti spossati quanto lo ero io per gli strapazzi patiti a Kilb, dove, proprio durante la cerimonia della sepoltura, c’era stato un violento scroscio di pioggia. E l’argomento delle loro conversazioni, delle quali io percepivo soltanto alcuni frammenti, era stato com’è ovvio il funerale di Joana, nient’altro che questo, l’infelicità esistenziale in cui l’aveva precipitata il marito che già sette o otto anni prima del suicidio di lei l’aveva lasciata per andare in Messico. Alcuni arazzi sparsi qua e là sulle pareti degli Auersberger, opera di quell’uomo che come tutti dicevano ha sulla coscienza il suicidio di Joana, rabbuiavano la scena, ch’era comunque scarsamente illuminata da deboli lampade stile Impero, e accusavano il loro artefice. Proprio con la migliore amica di sua moglie, sentii dire più volte nella penombra della Gentzgasse, se l’è filata in Messico l’arazziere, e ha lasciato completamente sola quella infelice di Joana. Proprio in Messico e proprio nel momento in cui ciò per Joana, sarebbe stato di sicuro un colpo mortale. Ha lasciato sola una donna di cinquantadue anni nell’atelier del Sebastiansplatz, una donna che non ha il minimo sostegno finanziario e che è rimasta più o meno senza un soldo. Più volte fu detto che era davvero strano che Joana non si fosse già impiccata nell’atelier del Sebastiansplatz, ma a Kilb nella casa dei suoi genitori, non in città, cioè, ma in campagna. La nostalgia per la casa paterna l’ha portata a Kilb, sentii dire ripetutamente, via da Vienna e verso Kilb, via dalla palude della grande città e verso l’idillio della campagna. In effetti avevo sentito dire le parole palude della grande città e idillio della campagna non senza una vibrazione perversa, credo che fosse stato l’Auersberger a pronunciare ripetutamente quelle parole, mentre io, nella bergère, osservavo come sua moglie scoppiava di tanto in tanto nella sua isterica risata cercando di rallegrare l’atmosfera in attesa che arrivasse l’attore del Burg. L’appartamento della Gentzgasse si trova al terzo piano ed è un appartamento di sette o otto stanze tutte piene di mobili dell’epoca giuseppina e Biedermeier in cui hanno vissuto i genitori della Auersberger; il padre di lei era un medico con poco cervello originario di Graz, che qui, nella Gentzgasse, aveva anche il suo ambulatorio e che tuttavia non è mai riuscito a fare come medico la benché minima carriera, mentre la madre della Auersberger, originaria della Stiria, era una donna informe, una paffuta figlia della piccola nobiltà terriera che in seguito a una terapia contro l’influenza prescrittale dal marito, già all’età di quarant’anni aveva perso per sempre tutti i capelli, ragione per cui si era precocemente astenuta da ogni tipo di vita sociale. In sostanza, i genitori della Auersberger erano vissuti nella Gentzgasse del patrimonio di lei, la moglie, la quale aveva ereditato i beni che i suoi genitori possedevano in Stiria. A provvedere a tutto era la moglie, perché lui, il marito medico, non guadagnava un soldo. Era un uomo di mondo, il marito, un cosiddetto bellimbusto che a carnevale interveniva a tutti i balli più importanti di Vienna e che fino alla fine dei suoi giorni aveva avuto la capacità di nascondere la sua imbecillità dietro e sotto una figura snella e aitante. Per tutta la sua vita, la madre della Auersberger non aveva avuto da divertirsi con quel suo marito e si era accontentata di un ruolo modesto, che più che aristocratico era stato sotto ogni aspetto piccolo-borghese. A un tratto mi venne in mente nella bergère che suo genero, quando era in vena, le nascondeva, non importa se nella Gentzgasse o nella stiriana Maria Zaal, la sua parrucca, così che la poveretta non poteva più uscire di casa. Nella foga di organizzare questa caccia al tesoro con le parrucche, l’Auersberger si divertiva a far uscire dai gangheri, come si suol dire, la suocera e, segno perverso del suo infantilismo, nascondeva le parrucche della suocera, la quale se n’era procacciate parecchie, anche dopo aver raggiunto i quarant’anni. Anch’io ero stato più volte testimone di questa caccia al tesoro a Maria Zaal o nella Gentzgasse e, a dire il vero, a questo gioco mi sono divertito e non ho provato la benché minima vergogna. Era soprattutto in occasione delle ricorrenze e delle feste solenni che la suocera dell’Auersberger era costretta a rimanere in casa perché suo genero le aveva nascosto tutte le parrucche. Le parrucche che aveva precedentemente nascosto, l’Auersberger le gettava in faccia a sua suocera solo quando gli pareva e piaceva. Quell’uomo aveva bisogno dell’umiliazione di sua suocera, pensavo adesso seduto nella bergère senza smettere di osservarlo in fondo alla sala da musica, così come aveva bisogno del proprio trionfo che otteneva in quel modo diabolico. Mi urtava come l’Auersberger, seduto al pianoforte, eseguiva un piccolo esercizio, sollevando verso l’alto la sua faccia pallida, resa vitrea e ottusa dall’alcol, e facendo spuntare appena la lingua dalla sua boccuccia bluastra. Per questo attimo di perversione ha scelto Giovanni Gabrieli, pensavo. E pensavo inoltre che, nel periodo in cui la mia amicizia con i coniugi Auersberger era stata intima e addirittura profonda, spesso io mi sono seduto allo Steinway di casa Auersberger per cantare arie italiane, tedesche e inglesi, in quella che ora mi appare una perversa sopravvalutazione di me stesso, forte del fatto, allora, di essermi diplomato al Mozarteum, la cosiddetta Accademia per la Musica e le Arti Figurative di Salisburgo, benché in seguito io non abbia mai sfruttato questa circostanza, perché anzi mi sono diplomato al Mozarteum come basso baritono senza la minima speranza, senza che mai in seguito mi sia passato per la mente di esercitare la professione del musicista. Ma i pomeriggi a Maria Zaal erano lunghi, come del resto i pomeriggi e le notti nella Gentzgasse, e allora, più o meno ogni giorno, l’Auersberger si sedeva al pianoforte a coda e io con lui, e così abbiamo fatto musica, scorrazzando avanti e indietro per settimane intere, come adesso mi veniva in mente nella bergère, in tutta la letteratura classica delle arie italiane, tedesche e inglesi. L’Auersberger, che una volta ho soprannominato Novalis delle note, è sempre stato un pianista di prim’ordine, pensavo adesso nella bergère, e ancora oggi, perfino quando è ubriaco, gli basta sedersi due o tre minuti allo Steinway per dar prova della sua arte. Ma ormai si è rovinato, in tutti questi anni di patologico alcolismo ha sprecato ciò che aveva, perfino il suo talento musicale che un tempo era in lui la cosa più alta, pensavo nella bergère. Possiamo sapere per decenni che un essere umano vicino a noi è un essere ridicolo, ma solo dopo decenni di punto in bianco lo vediamo per la prima volta, come ora, tutt’a un tratto, io vedo con estrema chiarezza che l’Auersberger, un compositore nella scia di Webern, per così dire, è un essere ridicolo, e come l’Auersberger perennemente ubriaco è, a suo modo, un essere ridicolo che probabilmente è sempre stato così, pensavo adesso nella bergère, anche sua moglie è ridicola oggi com’è sempre stata, in tutta la sua vita. Un tempo tu sei stato innamorato di queste persone ridicole, andavi addirittura pazzo, dicevo adesso a me stesso nella bergère, per queste persone ridicole e meschine e infami che hai rivisto ad un tratto al Graben per la prima volta dopo vent’anni, e precisamente il giorno in cui si è uccisa Joana, e queste persone ti hanno rivolto la parola per invitarti nella Gentzgasse alla loro cena artistica con il famoso attore del Burg. Che gente ridicola, che gente meschina, pensavo seduto nella bergère, e subito dopo, meschino e ridicolo sono io stesso, pensavo, io che ho accettato il loro invito e che, con estrema disinvoltura, mi sono seduto nella loro bergère della Gentzgasse e, come se nulla fosse successo, ho accavallato le gambe dopo averle distese, e di sicuro mi sono già scolato la terza o quarta coppa di champagne, sono io il meschino e l’infame, pensavo, più di quegli Auersberger che mi hanno abbindolato con quell’invito che io ho accettato. Era chiaro che loro, benché stessero aspettando l’attore, erano dominati dal suicidio di Joana, il funerale della quale non era passato su di loro senza lasciare traccia. Nella bergère, più o meno per tutto il tempo in cui ero stato intrattenuto dai coniugi Auersberger, come del resto tutti gli altri ospiti, non avevo fatto che pensare al funerale di Joana, alle circostanze che avevano portato a quel tremendo funerale, e alle cause di una fine così profondamente disperata. In effetti ero sempre stato lasciato in pace nella bergère, in quanto la bergère si trovava dietro la porta da cui entravano gli ospiti e inoltre, per la precisione, era immersa in una penombra in cui la mia immaginazione e i miei pensieri già da sempre potevano concentrarsi ed espandersi al meglio sugli argomenti all’ordine del giorno; gli ospiti entravano e non mi potevano vedere se non quando già mi erano passati accanto e anche in tal caso solo se si voltavano verso la porta, ciò che facevano solo in pochissimi; quasi tutti attraversavano subito velocemente l’anticamera, dove io mi trovavo, seduto nella bergère, per raggiungere la cosiddetta sala da musica la cui porta rimaneva sempre aperta; per quanto io possa ricordare, infatti, la porta che separava l’anticamera dalla cosiddetta sala da musica non veniva mai chiusa, anche quando io ero solo con i coniugi Auersberger, loro, per quanto ricordo, non chiudevano mai questa porta della sala da musica; la ragione di ciò risiedeva certo nell’acustica assolutamente eccezionale che si creava tenendo aperta la porta della sala da musica, acustica a cui l’Auersberger doveva tenere molto, cosa comprensibile per un compositore. Seduto nella bergère, io vedevo tutte le persone che si trovavano nella sala da musica, mentre gli ospiti, al contrario, dalla sala da musica non potevano vedere me. Tutti entravano nell’appartamento e raggiungevano subito la sala da musica, succedeva sempre così, e questa sera, mi sembrava, gli ospiti entravano nell’appartamento con veemenza precipitandosi addirittura dall’anticamera nella sala da musica dove c’era ad accoglierli a braccia aperte la Auersberger, come se fosse lei a dover ricevere le condoglianze per la morte di Joana, come se adesso, in occasione di questo ricevimento serale, fosse lei a sfruttare la morte di Joana per suoi fini particolari. Dato che quasi tutti si erano già visti nel pomeriggio a Kilb, a quasi tutti bastò un breve abbraccio prima di lasciarsi cadere su una delle poltroncine della sala da musica con in mano una coppa di champagne. Mentre la Auersberger continuava a parlare del grande e sommo e originalissimo e geniale attore che stava per arrivare, dalla bocca degli ospiti si sentiva pronunciare più o meno per tutto il tempo solo il nome Joana, veramente un nome con un bel suono, che era in effetti il nome d’arte di Elfriede Slukal di Kilb, e che però non è servito a nulla dal momento che Elfriede Slukal voleva certo fare carriera a Vienna con il nome Joana, ma non è mai riuscita a fare carriera neanche con quel nome; una coreografa e ballerina di allora, che una volta aveva fatto perfino una coreografia per un balletto della Staatsoper, aveva consigliato a Elfriede, arrivata a Vienna da Kilb completamente ignara di tutto, ma con la voglia di fare teatro e alla fin fine di danzare, di adottare in ogni caso a Vienna un nome esotico, consiglio che la piccola Elfriede, come sempre la chiamava sua madre, aveva subito seguìto nella speranza di poter fare carriera come Joana, cosa che le sarebbe stata impedita come Elfriede, e ancora di più come Elfriede Slukal. Ma si era completamente sbagliata, pensavo nella bergère, anche col nome Joana Elfriede Slukal non ha fatto nessuna carriera, come si è visto, ma ora qui, durante questa serata nella Gentzgasse, gli intervenuti alla cena artistica hanno pronunciato continuamente il nome Joana, come se dietro questo nome si nascondesse una creatura assolutamente straordinaria. Tutti parlavano, per quanto mi era possibile sentirli dalla mia bergère, della morte di Joana, nessuno del suo suicidio, e le parole impiccata o appesa io non le ho sentite pronunciare nemmeno una volta. Le sedici o diciassette persone che nel frattempo erano arrivate per questa cena artistica, pensavo nella bergère, io le conoscevo quasi tutte, e le avevo salutate con un semplice cenno del capo rimanendo seduto nella bergère, solo cinque o sei non sapevo chi fossero, ma due di loro, a giudicare dall’aspetto, dovevano essere giovani scrittori. Io possiedo il dono di sapermi comportare in modo tale da riuscire a restar solo ogni volta che lo desidero, e quella sera, seduto nella bergère, padroneggiavo splendidamente questa arte di restare solo con me stesso; alcuni mi riconobbero nella penombra dell’anticamera e vollero intavolare con me una qualche conversazione, ma io gli feci subito cambiare idea rimanendo semplicemente seduto nella mia bergère, e comportandomi come se non capissi che cosa quelli mi stavano dicendo, e fissando il pavimento anziché il volto dei parlanti proprio nel momento cruciale, insomma, durante tutta la serata mi comportai semplicemente come se in effetti fossi ancora sotto l’impressione del suicidio di Joana, e adottai un atteggiamento di promettente svagatezza continuando a restare seduto nella mia bergère non appena si profilava il pericolo che a uno degli ospiti venisse in mente di offrirmi la sua compagnia, cosa che durante questa serata io cercai comunque di evitare. Contavo anche sul fatto che la gente mi considerava non solo, come si dice a Vienna, scortese, ma perfino scostante, se non addirittura ripugnante; è del tutto contro la mia natura comportarmi da maleducato in società, ma in questa serata mi comportai veramente da individuo maleducato, intrattabile, offensivo, questo devo ammetterlo. La mia singolarità, la mia stranezza, la mia bizzarria, addirittura la mia pericolosa eccentricità erano ormai giunte all’orecchio di alcuni ospiti di questa serata che avevano considerato la mia permanenza a Londra una follia veramente fastidiosa, come un giorno mi era stato detto, e questi ospiti odiavano me e i miei scritti, e tuttavia, non appena mi vedevano, si mettevano a farmi la corte in un modo assolutamente ignobile. Ma fin da quando avevo lasciato Londra per tornare a Vienna, io mi difendevo da gente simile e, in generale, da tutte le persone del mio passato, ma soprattutto da quelli che appartenevano al cosiddetto ambiente artistico degli Anni Cinquanta, e in particolare da coloro che erano qui, da quelli che erano intervenuti a questa cena artistica nella Gentzgasse. La gente che entrava finiva più o meno tutta per cadere nella mia trappola, perché entrando quasi tutti si comportavano come se io non li stessi affatto osservando dal mio posto a sedere nella bergère, mentre in realtà io li osservavo con grande insistenza. Gli ospiti raggiungevano la Auersberger che li aspettava sotto l’arco della porta aperta della sala da musica e dalla Auersberger si facevano abbracciare. Tutti, senza eccezioni, erano degli ottimi teatranti che avevano capito come sfruttare nel modo migliore il caso Joana. I coniugi Auersberger sono sempre stati considerati dei cosiddetti buoni padroni di casa, e tali erano in effetti per tutto ciò che concerne l’immagine esteriore, mai secondi a nessuno nella spudorata prodigalità, nella smania mondana, nell’indefesso presenzialismo artistico e culturale, che dunque in continuazione e spudoratamente li induceva a dare la caccia a personaggi noti e famosi. Naturalmente, questo bisogna dirlo, pur nella loro ripugnante indecenza, non mancavano di un certo fascino, di charme austriaco, come viene chiamato. Tuttavia, pensavo nella bergère, non è stato lo charme austriaco ciò che mi ha indotto ad accettare l’invito, degli Auersberger, ma soltanto la sfacciata fulmineità con cui essi mi hanno detto al Graben di andare a casa loro, pensavo nella bergère mentre osservavo l’Auersberger allo Steinway il quale, a causa della sua miopia, si piegava molto in avanti per sfogliare uno spartito che alla fine risultò quell’Antonvonwebernalbum che io conoscevo a menadito; l’Auersberger preparava lo spartito per una breve esibizione di canto di sua moglie. Stranamente la mia vista è rimasta acuta fino a questa età, caratterizzata perlopiù da una forte e progressiva presbiopia, pensavo nella bergère, la gente tra i quaranta e i cinquant’anni incomincia di solito a non vederci più bene, a dover allontanare di mezzo metro il giornale per poterlo leggere, mentre a me finora questo indebolimento della vista è stato risparmiato, la mia vista, così pensavo, era adesso più forte che mai, più acuta che mai, più spietata che mai; insomma, io vedevo il mondo con occhi londinesi, penso. Non è uno champagne di primissima categoria, pensavo nella bergère, quello che gli Auersberger stanno offrendo questa sera, ma è comunque uno dei tre o quattro più costosi sul mercato, come si conviene, devono aver pensato, per l’arrivo di un attore del Burg. Naturalmente, durante il funerale di Joana avevo sudato molto e, poiché avevo preferito non cambiarmi d’abito per questa cena artistica, mi ero spruzzato addosso dell’acqua di colonia, troppa, pensai in quell’istante, puzzare di acqua di colonia mi ha sempre fatto schifo e l’ho sempre considerata una cosa imperdonabile. Ma questa sera nessuno si accorgerà del mio cattivo odore perché, come pensavo, tutti si erano versati troppo profumo sugli abiti e tutto l’appartamento degli Auersberger era impregnato di quell’odore. Di tanto in tanto la cuoca degli Auersberger sporgeva la testa attraverso uno spiraglio della porta della cucina, e guardava verso la sala da musica, come io potevo osservare, per capire se era giunto il momento di servire la cena, ma l’attore del Burg non c’era, non era ancora arrivato. La Auersberger intratteneva gli ospiti seduta su una graziosa poltroncina stile Impero, il cui schienale era costituito da una lira in legno di noce artisticamente intagliata. Quasi tutti fumavano e, come me, bevevano champagne sgranocchiando dei biscotti che la Auersberger aveva sistemato in vecchie ciotoline in porcellana di Herend disseminate per tutto l’appartamento; anche accanto a me c’era una di queste ciotoline in porcellana di Herend, ma io ho sempre odiato la porcellana di Herend e tutto quello sgranocchiare, e infatti non sgranocchio mai, i biscotti non mi sono mai piaciuti, e neanche i salatini giapponesi che in questi anni sono di gran moda in tutti i ricevimenti di Vienna. In fondo è una vera indecenza, mi dicevo, costringere gli ospiti ad aspettare l’attore, trasformare tutti gli ospiti, me compreso, grazie a questo aspettare-l’attore, in un fondale scenografico per l’attore del Burg, che è come dire degradarli completamente. L’Auersberger disse di punto in bianco che lui odiava il teatro, sempre, quando l’Auersberger beveva più di quanto gli era permesso dalla moglie, ad un tratto veniva alla luce come un fulmine, questo devo ammetterlo, la sua anima segreta, e quindi di colpo lui se la prese quel giorno con l’attore che non era ancora arrivato, e, a ragion veduta, devo dire, definì il Burgtheater un porcile, e quell’attore tanto atteso un megalomane dicitore di luoghi comuni, ma subito sua moglie, la Auersberger, lo redarguì severamente; che si sedesse al pianoforte, era quello il suo posto, e si mettesse tranquillo, gli disse lei, facendo, come si suol dire, tanto d’occhi. Gli Auersberger non sono cambiati, pensavo nella bergère, lei trema per l’armonia della sua cena artistica e lui minaccia di mandarla a rotoli, questa cena artistica. Tirano la stessa fune, la fune della mondanità, pensavo, ma lui inscena la fuga, ricordandosi a tarda ora, dopo un paio, si fa per dire, di coppe di champagne, della propria personalità di artista. Entrambi, in fondo, non hanno altro in testa che la vita di società di cui hanno bisogno per poter sopravvivere, e si tratta sempre, per loro, di frequentare la cosiddetta migliore società, non avendo mai raggiunto la vera alta società, senza peraltro rinunciare alla loro artisticità, e dunque ai Webern, ai Berg e agli Schönberg, e infatti nel loro inguaribile delirio mondano, che ha preso le forme di un’autentica follia, di questa artisticità e di questi artisti non possono fare a meno di vantarsi sempre e in ogni occasione col più grande trasporto. Joana non era la migliore amica dell’Auersberger, come all’epoca si era detto spesso, ma di sicuro l’amica più artistica, pensavo nella bergère, e io comunque l’ho conosciuta attraverso di lui, come ho già ricordato, nell’atelier del Sebastiansplatz. Joana era una bimba di campagna che la sua mamma, sposata a un ferroviere di Kilb, viziava moltissimo, Joana era una bimba alla quale i genitori leggevano, per così dire, in faccia ogni minimo desiderio che poi cercavano di esaudire, ciò che è stata di sicuro una delle ragioni che hanno portato Joana a suicidarsi, come ora pensavo, quelle continue coccole di campagna che si usano nelle famigliole dei comuni rurali, soprattutto nella Bassa Austria. Che bel paesino è Kilb, pensavo, io ci ho passato molti pomeriggi, molte sere e perfino alcune notti nella piccola casa a piano terra dove abitavano i genitori di Joana, non spesso, però, nella casa umida ma confortevole degli Slukal ci ho dormito di rado perché non c’era posto, e allora pernottavo alla locanda Mano di ferro, a Kilb passeggiavo per ore con Joana, parlando con lei soprattutto del suo laboratorio sul movimento di Vienna, ossia dell’arte della danza. Fin dall’infanzia, quando ancora andava alle elementari, Joana voleva diventare un’attrice o una ballerina famosa, ma non aveva mai capito del tutto se per lei sarebbe stato meglio fare l’attrice oppure la ballerina; alla fine si era definita coreografa e aveva realizzato la messa in scena di alcune fiabe rappresentate in diversi piccoli teatri viennesi, aveva ottenuto un grande successo di critica con i cosiddetti spettacoli di ombre cinesi e infine aveva tenuto al Burgtheater un Corso di movimento. Ma, com’è ovvio, era del tutto assurdo credere che Joana potesse insegnare davvero come muoversi agli attori del Burgtheater che non sanno muoversi, perché nessuno può insegnare agli attori del Burg come muoversi, così come nessuno può insegnare loro come parlare. Grazie ai buoni uffici di un alto funzionario dell’amministrazione dei cosiddetti teatri federali, Joana aveva firmato, a metà degli Anni Cinquanta, un contratto per poter insegnare il movimento agli attori del Burg. Il suo corso fallì per il totale disinteresse degli attori del Burg e alla fine anche per il suo stesso disinteresse. Ma Joana aveva comunque ricevuto per un anno intero uno stipendio rispettabile. In fondo Joana non è mai stata in grado di decidere se il suo vero desiderio era quello di diventare attrice o ballerina; così, per tutta la sua infanzia, aveva recitato e danzato e poi era andata a Vienna dove in effetti aveva portato a termine con tanto di diploma gli studi superiori di arte drammatica al Seminario Reinhardt, anche se poi nessuno l’ha mai scritturata. Al culmine della sua indecisione, che lei definiva di continuo come crisi artistica, aveva sposato l’artista degli arazzi, l’arazziere, come lei lo chiamava, pensavo nella bergère. Per più di dieci anni Joana e il suo arazziere erano vissuti insieme, nel terzo distretto, in una casa patrizia del milleottocentoottantotto. Nel Sebastiansplatz, e precisamente in un grande atelier a mansarda di trecento metri quadrati, sotto tre cupole enormi di vetro che videro nascere gli arazzi che col passare del tempo resero celebre l’arazziere anche oltre i confini dell’Europa. Il pittore, che veniva da un’antica famiglia di origine ebraica e per il quale l’arte della tessitura, cioè l’arte del Gobelin, aveva rappresentato la salvezza, come lui stesso non si stancava di ripetere, aveva incrociato Joana al momento giusto, poiché la spontaneità e la bellezza di lei avevano reso in breve tempo l’atelier del Sebastiansplatz un luogo di ritrovo artistico per tutta la società viennese; lui tesseva arazzi e lei li vendeva. Lo charme di Joana ha reso famosi gli arazzi del suo arazziere prima a Vienna, poi in Europa e infine anche in America, pensavo nella bergère, e l’arazziere quando aveva raggiunto il culmine della sua celebrità (di cui era senz’altro debitore a Joana!), se l’era filata, come si suol dire, in Messico con la migliore amica di Joana. Quest’amica l’arazziere l’aveva poi sposata a Città del Messico per separarsene dopo un anno soltanto e impalmare una messicana (la figlia di un ministro messicano!) della quale è tuttora il marito. In effetti Joana era stata dall’inizio alla fine della sua vita una creatura sfortunata, pensavo nella bergère. Proprio il giorno in cui Joana si è uccisa io sono andato al Graben e ho incontrato i coniugi Auersberger, e non credo affatto che si sia trattato di un caso, pensavo nella bergère. Per più di dieci anni non mi sono più interessato a Joana, per anni l’avevo del tutto persa di vista e non avevo sentito più nulla di lei. Ora, a Kilb, sono venuto a sapere che negli ultimi anni di vita Joana aveva avuto accanto a sé un cosiddetto compagno, dunque si era di nuovo trovata un compagno, e io questo compagno, pensavo, l’ho visto per la prima volta alla Mano di ferro, era un tipo che veniva dalla più oscura provincia di Salisburgo e che si sforzava continuamente di parlare un tedesco molto nobile, mentre ciò che usciva dalla sua bocca era quanto di più infelice io avessi mai udito in vita mia. Per il funerale della sua compagna quell’uomo aveva indossato un cappotto nero lungo fino alle caviglie e si era messo un cosiddetto cappello floscio che oggi è tornato di gran moda, soprattutto tra gli attori di provincia. Naturalmente non si possono giudicare gli uomini soltanto dall’aspetto esteriore, pensavo, io questo errore non l’ho mai commesso, ma fin dall’inizio nel compagno di Joana, che se non sbaglio ha vissuto insieme a lei per otto anni, tutto mi ha urtato, il suo modo di parlare, quello che diceva, come camminava, ma soprattutto il suo modo di mangiare alla Mano di ferro. Ero scosso dal fatto che Joana fosse incappata in un uomo così malconcio che alla fine, dopo aver recitato in un piccolo teatro del quartiere di Josefstadt, ha cominciato a girare per la zona come rappresentante di orecchini da poco prezzo fabbricati a Hong Kong; perfino come rappresentante faceva un’impressione meschina, sembrava un ambulante della categoria più infima, o di quelli che si incontrano ai mercatini rionali. Il modo in cui alla Mano di ferro ha detto alla cameriera patate in insalata mi ha fatto quasi venire da vomitare, pensavo nella bergère in cui ero seduto e dalla quale stavo osservando gli ospiti nella sala da musica i quali gesticolavano come sul fondo di un palcoscenico, simili a una fotografia in movimento che si delineava al di là della cortina di fumo sollevata nel frattempo dagli stessi ospiti che fumavano ininterrottamente. Gli Auersberger dissero ad un tratto che per la cena c’era da aspettare non più di un quarto d’ora, al massimo fino a mezzanotte e mezzo, così disse la Auersberger alla scrittrice Jeannie Billroth, una donna diventata nel frattempo tonda, grassa e orrenda con cui la Auersberger stava parlando già da un po’, di Joana naturalmente, quella Jeannie Billroth che, pur essendosi sempre considerata la Virginia Woolf di Vienna, non è mai andata oltre un sentimentale e manierato chiacchiericcio e che sempre, quando ha messo qualcosa sulla carta, romanzi o racconti che fossero, ha creato soltanto prodotti di un kitsch assolutamente stomachevole.

  La scrittrice Jeannie Billroth, comparsa nella Gentzgasse con addosso un abito nero lavorato a maglia con le sue stesse mani, era pure un’amica di Joana, abitava nel secondo distretto del Comune di Vienna, vicinissimo al viale principale del Prater, viveva in effetti già da decenni nell’illusione di essere la più grande scrittrice, anzi la più grande poetessa austriaca, e anche in questa serata, o meglio in questa nottata nella Gentzgasse, non aveva dubitato neanche per un attimo di poter garantire alla Auersberger che nel suo ultimo romanzo era andata un passo oltre Virginia Woolf, affermazione che io potei sentire con le mie orecchie perché ho un udito molto fino io, specialmente di notte, il suo libro, disse lei accendendosi una sigaretta e accavallando le gambe, superava di molto Le onde di Virginia Woolf. Aveva intenzione, aggiunse, di andare a vedere una seconda volta questa Anitra selvatica così lodata dalla critica, questo Ibsen enigmatico, disse alla Auersberger, e in ogni modo il suo tentativo di procurarsi l’Anitra selvatica in una libreria di Vienna era fallito, non una sola delle librerie del centro aveva esposto negli scaffali l’Anitra selvatica, non era riuscita a scovarne un’edizione neanche nei tascabili Reclam. Ma lei, naturalmente, l’Anitra selvatica la conosceva già, lei amava Ibsen, soprattutto Peer Gynt, stava dicendo avvolta in quella nebbia che era lei stessa a produrre. Jeannie Billroth era una fumatrice accanita e anche la sua voce roca la doveva al fumo, mentre per quel suo viso gonfio doveva ringraziare una forte predilezione per il vino bianco. Nel periodo in cui ho frequentato assiduamente i coniugi Auersberger, ho passato anch’io molto tempo con la scrittrice Jeannie Billroth, davvero troppo tempo e con una intensità quasi suicida, come ora penso, sono stato nell’appartamento di proprietà del Comune in cui Jeannie Billroth viveva con un chimico di nome Ernstl che per più di un decennio non ha voluto sposare, a meno che non sia stato lui a non aver voluto sposare lei. Ernstl guadagnava i soldi e Jeannie ci metteva la reputazione, attirava artisti e pseudoartisti, anche scienziati e pseudoscienziati, portava, come spesso diceva Joana, un po’ di colore nello squallido appartamento di proprietà del Comune pieno zeppo di paccottiglia piccolo-borghese. Anche la scrittrice Jeannie Billroth non è altro che una piccolo-borghese, pensavo nella bergère. Dopo la morte del mio amico Josef Maria, che si è impiccato proprio come Joana, e che dopo la guerra, nei primi Anni Cinquanta, aveva fatto uscire in Austria la prima rivista letteraria ufficiale, era stata lei, Jeannie, ad assumere la direzione di questa Literatur in der Zeit e da quel momento in poi la rivista era diventata illeggibile, un foglio privo realmente di qualsiasi valore, e dunque dissennato, e dunque noioso dalla prima all’ultima pagina, che godeva delle sovvenzioni di questo Stato orribile, disgustoso, confuso, foglio nel quale venivano pubblicate solo le cose più idiote e di pessimo gusto ma, soprattutto e di continuo, le poesie della suddetta Jeannie Billroth che non solo credeva di essere una seguace di Virginia Woolf e addirittura di essere superiore a lei, ma era convinta perfino di essere una diretta seguace della Droste, e di esserle superiore, e di scrivere le più belle poesie di tutta l’Austria. E pensare che invece scriveva soltanto delle pessime poesie i cui sentimenti e pensieri erano del tutto privi del benché minimo valore letterario. Per quindici anni ha pubblicato quella rivista idiota chiamata Literatur in der Zeit finché qualcuno non gliel’ha tolta di mano con la promessa di concederle una rendita vitalizia. Ma non per questo si può dire che la rivista sia migliorata, pensavo, al contrario, l’attuale direttore della rivista è ancora più idiota e incompetente di lei. È stata una vera sfortuna che proprio quel quattordici marzo io sia andato al Graben con l’intenzione di comprarmi una cravatta al Kohlmarkt o nella Naglergasse (le cravatte io le ho sempre comprate al Kohlmarkt o nella Naglergasse) e che poi sia finito nelle braccia degli Auersberger, pensavo nella bergère. Probabilmente gli Auersberger non mi avrebbero rivolto la parola se non avessero avuto il pretesto di comunicarmi la morte di Joana, pensavo in quel momento, e anch’io non avrei mai accettato il loro invito a cena se quel giorno non fossi stato per così dire fuori fase a causa della morte di Joana. La negoziante di Kilb, naturalmente, al telefono non l’avevo riconosciuta subito, non avevo riconosciuto subito la sua voce perché prima di allora quella voce io l’avevo sentita soltanto a Kilb e per l’ultima volta almeno vent’anni prima alla Mano di ferro, dove eravamo andati io, Joana e la sua amica di Kilb, appunto, per mangiare un paio di salsicce all’aceto in un clima per così dire di sfrenata allegria, come ora, seduto nella bergère, ricordavo perfettamente. Joana dev’essersi impiccata tra le tre e le quattro del mattino, aveva detto al telefono la negoziante di generi vari, tanto che il medico aveva dovuto usare la forbice per liberarla personalmente dal cappio che Joana aveva assicurato a una trave del soffitto nel pianerottolo davanti a casa sua. I medici di campagna, pensavo, non sono schizzinosi. Quel medico, che avevo anche visto al cimitero di Kilb, era un amico d’infanzia di Joana. Il funerale era stato una vera buffonata. Io ero andato in treno fino a Sankt Pölten per poi cambiare e prendere il treno per Mariazell che è arrivato a Kilb alle dieci e mezzo. Ora, per arrivare alle dieci e mezzo a Kilb, il funerale era stato fissato per l’una e mezzo, mi ero dovuto trovare al Westbahnhof di Vienna già di primo mattino, e cioè alle sette e mezzo; avevo detto di no a tutti gli amici che mi avevano offerto un passaggio in automobile fino a Kilb; non c’è niente a cui io tengo di più che alla mia indipendenza e quasi niente che detesto di più che stare chiuso in una macchina insieme ad altre persone, perché questo mi costringe a essere legato a queste persone nella buona e nella cattiva sorte. Del paesaggio tra Sankt Pölten e Kilb io avevo un bel ricordo e nemmeno in questa triste circostanza quel paesaggio mi ha deluso. Naturalmente durante questo viaggio attraverso le colline della Bassa Austria riandai con la memoria alle mie prime visite a Joana, visite che per la maggior parte avevo fatto in compagnia di suo marito l’arazziere e dei coniugi Auersberger. Ma anche da solo ero stato spesso a Kilb, e avevo continuato ad andarci durante le mie visite in Austria che risalivano al periodo in cui risiedevo in Inghilterra; di questi miei viaggi da Londra a Kilb avevo conservato un ricordo molto piacevole. Viaggiare da solo, quale che sia la mia destinazione, mi piace più di ogni altra cosa, così come mi piace moltissimo camminare da solo. Ma la gioia più grande era sapere che alla fine del mio viaggio alla volta di Kilb avrei trovato Joana nella piccola casa paterna a piano terra. Le mie gite a Kilb le facevo sempre in primavera e in autunno, mai in estate e in inverno. Le ragazze di campagna, non appena sono in grado di pensare, anelano a Vienna, alla grande città, pensavo nella bergère, questo fino ad oggi non è cambiato, e Joana doveva andare a Vienna perché voleva a tutti i costi fare carriera. Joana moriva dalla voglia di prendere, una volta per tutte, per così dire, un treno per Vienna. Ma Vienna le ha portato più sfortuna che fortuna, pensavo nella bergère. I giovani si mettono in marcia verso la grande città e proprio nel luogo in cui avevano riposto tutte le loro speranze colano a picco nel vero senso della parola, perché la società che incontrano è disgustosa e brutale e perché la loro stessa natura non è adatta perlopiù ad affrontare quella grande città divoratrice di uomini che è Vienna. In fondo anche l’Auersberger aveva voluto fare carriera a Vienna, pensavo nella bergère, e a Vienna ha combinato poco; proprio come Joana, Auersberger ha rincorso a Vienna una carriera che fino ad oggi gli è continuamente sfuggita di mano. Ha preso le cose troppo alla leggera, pensavo nella bergère, così come in ultima analisi anche Joana ha preso le cose troppo alla leggera, poiché, per quanto riguarda la carriera, in una grande città niente succede da sé, e a Vienna ancora meno che in qualsiasi altra città. L’errore di entrambi, pensavo nella bergère, è stato quello di pensare che Vienna li avrebbe per così dire presi sottobraccio; una grande città non prende sottobraccio nessuno, al contrario, cerca continuamente di liberarsi di quegli sciagurati che sono arrivati fino a lei, di quelli che vogliono fare carriera, cerca di distruggerli, di annientarli, e ha distrutto e annientato Joana come l’Auersberger che un tempo ha creduto di poter diventare a Vienna un grande compositore, anzi un compositore importante, addirittura un compositore di importanza mondiale, mentre l’Auersberger, a dire il vero, non solo a Vienna non si è potuto espandere, ma è stato in effetti completamente rovinato; il genio della Stiria che c’era in lui trent’anni fa, stando a tutti gli indizi di allora, pensavo adesso, a Vienna si è in breve tempo atrofizzato, l’Auersberger ha preso un colpo in testa e poi si è atrofizzato, come è accaduto prima di lui a migliaia e migliaia di genii, soprattutto genii musicali. Vienna ha fatto in modo che si atrofizzasse fino a renderlo un cosiddetto epigono di Webern che poi è rimasto per sempre così, un epigono di Webern. E Joana ha sognato per tutta la vita la carriera di ballerina dell’Opera e alla fine voleva diventare un’acclamata attrice del Burg; ma Joana per tutta la vita è rimasta invece una dilettante della danza e della recitazione, una terapeuta del movimento che impartiva per così dire lezioni private. Sono passati venticinque anni, pensavo, da quando io ho scritto per Joana dei piccoli testi teatrali che poi lei mi recitava durante i nostri pomeriggi e le nostre serate nella sua torre della Simmeringer Hauptstrasse e che noi abbiamo anche inciso su nastro, in vista, per così dire, dell’eternità. Dozzine di testi teatrali, nel recitare i quali Joana cercava di dimostrare quanto fosse grande il suo talento e in cui io stesso volevo mettere alla prova i miei due talenti, quello di attore e quello di scrittore. Quei testi sono andati perduti, da un punto di vista letterario non valevano niente, ma per anni hanno tenuto in vita sia me sia Joana, come ora pensavo seduto nella bergère. Per anni, praticamente ogni due o tre giorni, dal mio appartamento del diciottesimo distretto sono andato di pomeriggio nella Simmeringer Hauptstrasse con il Settantuno per entrare nel negozio di liquori Dittrich, che si trovava di fronte alla torre di Joana, dove compravo due o tre bottiglioni da due litri del vino bianco più a buon mercato che c’era e con quei bottiglioni di vino bianco in mano entravo nella torre per poi raggiungere con l’ascensore l’appartamento di Joana all’undicesimo piano. Ci mettevamo a bere e ci esercitavamo in tutto il campo dell’arte drammatica, nell’arte dell’attore come in quella del drammaturgo, versandoci continuamente da bere dal bottiglione di vino bianco, fino allo sfinimento completo. Quando non eravamo più in grado di recitare, facevamo semplicemente scorrere i nastri appena incisi e ascoltavamo estasiati le nostre voci fino a notte fonda, fino al mattino. Nella mia evoluzione personale, pensavo nella bergère, il rapporto con Joana ha avuto un ruolo importante, è stata Joana che in effetti mi ha riportato al teatro del quale non volevo sapere più nulla dopo aver conseguito il diploma dell’Accademia, io ho lasciato l’Accademia, pensavo adesso, col mio diploma in tasca, e mentre ancora stavo scendendo le scale dell’Accademia il mio pensiero era stato che a quel punto avevo chiuso per sempre con gli studi teatrali, che non volevo più avere nulla a che fare con il teatro, mai più per tutta la mia vita. E in seguito non avevo avuto sul serio più nulla a che fare con il teatro, per anni, fino a quando non ho conosciuto Joana attraverso l’Auersberger. Joana, fin dal primo istante in cui l’ho incontrata, mi ha fatto venire la voglia di scrivere per lei dei piccoli testi teatrali, dei piccoli schizzi drammatici, per così dire, la sua era una voce perfetta per questo genere di cose. Non era stato il suo aspetto ad attrarmi, ma il suo modo di parlare. E in effetti l’incontro, e infine l’amicizia con Joana era stato ciò che in tutta semplicità, dopo un periodo così lungo di repulsione, mi aveva di nuovo messo in rapporto con l’arte e, in generale, con tutto ciò che è artistico. La sua persona e tutto ciò che la circondava rappresentavano per me la quintessenza del teatro, e suo marito dipingeva, e anche questo mi affascinava, mi aveva attratto fin dall’inizio, pensavo nella bergère. Circostanze fortunate avrebbero potuto fare di lei una grandissima artista, ballerina o attrice, pensavo ora nella bergère, se solo non fosse incappata nel suo artistico Fritz, il pittore poi diventato arazziere, se Joana, cioè, non avesse ceduto di fronte ai primi ostacoli di una certa importanza. D’altronde, le sue colleghe del Seminario Reinhardt che sono diventate attrici, e anche celebri attrici a Josefstadt o al Burg, non sono arrivate a essere altro che inutili comparse che una volta interpretano Nestroy e un’altra Grillparzer, e sicuramente sono tutte mille volte più stupide di quanto lo sia stata Joana in tutta la sua vita. Certo, questa cena artistica è stata pensata in onore dell’attore, mi dissi adesso, ma in fondo non è nient’altro che una specie di Requiem in onore di Joana; l’odore del funerale pomeridiano di Kilb tutt’a un tratto stagnava nella Gentzgasse, l’odore del camposanto di Kilb era qui, in casa dei coniugi Auersberger. In fondo questa cosiddetta cena artistica non è altro che un banchetto funebre, pensavo, e subito dopo pensai anche che tra tutti gli invitati alla cena l’unico a non conoscere Joana era proprio quell’attore del Burg che tutti aspettavano. La cena artistica era stata fissata prima che Joana si uccidesse, per prima cosa la si era concordata con l’attore, l’attore del Burg, una festa posticipata in onore della prima dell’Anitra selvatica all’Akademietheater, come i coniugi Auersberger avevano ripetuto diverse volte. A loro, agli Auersberger, la morte di Joana gli era capitata in seguito fra capo e collo. Agli invitati dicevano in onore dell’attore, in onore dell’attore del Burg, e aggiungevano poi, sia pure senza dirlo esplicitamente, in onore di Joana. L’attore, da parte sua, era sicuro che la cena artistica fosse stata organizzata per lui, questo bastava ai coniugi Auersberger che in ogni modo questa loro cena artistica, dato che ha avuto luogo il giorno del funerale di Joana, l’hanno organizzata soprattutto per Joana, pensavo nella bergère. D’altra parte, così mi venne in mente di punto in bianco, proprio il giorno prima io volevo dare un’occhiata all’Anitra selvatica per essere all’altezza dell’attore che avrei incontrato, e avevo creduto che mi sarebbe bastato cercare nella mia libreria per tirar fuori L’anitra selvatica, supposizione che si era rivelata errata; io non possedevo affatto L’anitra selvatica benché avessi la certezza assoluta di possederla, ma è ovvio che ho L’anitra selvatica, avevo pensato aprendo la mia libreria per tirar fuori L’anitra selvatica, perché L’anitra selvatica mi è capitato di leggerla diverse volte in vita mia, pensavo, e ricordavo anche con estrema esattezza in quali edizioni l’avevo letta, ma ora in effetti L’anitra selvatica non l’avevo e allora, come alla scrittrice Jeannie, mi era venuta voglia di andare in città per comprarmela, ma neanch’io l’avevo trovata. Mi ricordavo però nella bergère che nell’Anitra selvatica compare un vecchio Ekdal che ha un figlio, il giovane Ekdal, dunque, di professione fotografo. E che il primo atto del dramma si svolge nella casa di un console di nome Werle. L’atelier di Ekdal, la soffitta, dicevo tra me e me, e così a poco a poco quel testo mi tornava in mente e smisi di cercarlo. Che cosa può mai valere questa Anitra selvatica se è il Burgtheater a metterla in scena, pensavo nella bergère, e pensavo di nuovo alla Mano di ferro, dove sono andato con la negoziante di generi vari tutta vestita di nero subito dopo il mio arrivo a Kilb. Ero entrato un attimo nel suo negozio di generi vari per dirle che ero lì e la negoziante di generi vari aveva indossato il cappotto nero ed era venuta con me alla Mano di ferro, che era, per così dire, la sede di comando tattico per tutte le operazioni concernenti il funerale di Joana. Alla Mano di ferro mi sono fatto portare una piccola porzione di gulasch, come la negoziante di generi vari del resto, e con lei ho aspettato il compagno di Joana. Verso le undici e mezzo questo compagno di Joana è entrato e si è seduto al nostro tavolo. Quando la gente si veste di nero sembra ancora più pallida, e così il compagno di Joana (la negoziante di generi vari l’aveva sempre e soltanto nominata come Elfriede) era talmente pallido in volto che sembrava sul punto di vomitare da un momento all’altro. A dire il vero, quando era giunto al nostro tavolo aveva appena vomitato: era infatti arrivato giusto in quel momento dalla camera mortuaria vicino alla chiesa, dove, come disse, già profondamente sconvolto da tutto ciò che aveva visto, gli era toccato addirittura di sopportare la vista di Joana infilata in un sacco di plastica, poiché il becchino, ch’era come di solito accade il più importante falegname del paese, non avendo ricevuto esplicite disposizioni riguardo alla funzione e al tipo di sepoltura, in attesa che lui, il compagno di Joana, arrivasse al mattino, aveva semplicemente, seguendo la procedura più economica, ficcato il cadavere in un sacco di plastica per poi distenderlo in una cosiddetta cassa da morto nella camera mortuaria della chiesa di Kilb. E lui, il compagno di Joana, alla vista del sacco di plastica si era sentito male, così disse lui stesso alla Mano di ferro, e aveva dato al sacrestano l’incarico di vestire il cadavere con un sudario e di deporlo in una bara, ciò che nel frattempo era avvenuto col suo stesso aiuto. Mentre mangiava come noi un gulasch, il compagno di Joana disse che non ce la faceva a descrivere come era andata la faccenda, e cioè come il cadavere era stato tirato fuori dal sacco di plastica per essere poi infilato in un sudario, il tutto, disse, era stato davvero troppo raccapricciante. Alla fine aveva scelto per Joana la bara più costosa che il falegname del paese aveva in magazzino. Dopo aver mangiato la metà del suo gulasch, il compagno di Joana andò alla toilette della locanda per lavarsi le mani; quando tornò mi accorsi che aveva le lacrime agli occhi. Ormai Joana non aveva più neanche un parente, disse, tutti se ne erano andati da tempo, e così tutto ciò che riguardava il funerale era caduto sulle sue spalle, così disse il compagno di Joana. Lui aveva pensato che la negoziante di generi vari si sarebbe occupata di Joana da morta e di tutte le conseguenze del suo suicidio, ma la negoziante di generi vari si era limitata a scuotere il capo quando si era parlato di questo argomento e aveva detto che non poteva lasciare neanche per un’ora il suo negozio e che aveva creduto che lui, il compagno di Joana, avrebbe per così dire preso in mano la faccenda. Ma tant’è, la cosa non aveva importanza. Il compagno di Joana aveva mangiato con una furia tale che aveva già finito quando io ero ancora a metà del mio gulasch. Si era macchiato la sua bianca camicia inamidata schizzandola con il gulasch, cioè, in effetti, aveva schizzato con il gulasch il suo sparato bianco inamidato perché non portava la camicia, ma solo uno sparato sopra una maglietta di lana, come io avevo potuto notare, pensavo nella bergère. Questo sparato inamidato schizzato di gulasch convalidava più o meno l’impressione che il compagno di Joana fosse un uomo veramente malconcio, pensavo nella bergère. Dopo aver mangiato il suo gulasch, egli aspettò impaziente che la negoziante di generi vari e io smettessimo di mangiare, ma al pari di me la negoziante di generi vari non era in grado di mangiare più velocemente di quanto mangi una persona che mangia assai lentamente. Alla fine io lasciai nel piatto quasi la metà del mio gulasch, mentre la negoziante di generi vari ingollò tutto il suo gulasch. Se nessuno si fa avanti, disse il compagno di Joana, il cadavere viene semplicemente ficcato in un sacco di plastica. E per conseguenza, disse lui, la camera mortuaria puzzava tremendamente. Dalla finestra della locanda vidi passare molte automobili piene di gente che conoscevo, tutti palesemente arrivati a Kilb per il funerale di Joana e tutti diretti al camposanto. Meno male che ho portato il mio ombrello inglese, avevo pensato, e subito incominciò a piovere. La strada si fece buia, e più ancora la sala della locanda. Fuori passava la scrittrice Jeannie Billroth con il suo seguito, tutti giovani sotto i vent’anni. In effetti ho visto Joana per l’ultima volta nella torre, aveva la faccia congestionata e le gambe di un gonfiore malsano, mi ero detto alla Mano di ferro, pensavo nella bergère. Una voce da avvinazzata, come chiunque avrebbe detto. Sul suo letto un arazzo completamente coperto di polvere e tessuto dal suo ex marito rammentava che un tempo Joana con quell’uomo era stata felice. Tutta la sua casa puzzava ed era piena di biancheria sporca. Il registratore che teneva vicino al letto, letto in cui, come potei vedere, Joana stava sdraiata quasi tutto il giorno, era rotto. La polvere si posava dappertutto. Sul pavimento erano sparse, in piedi e rovesciate, diverse dozzine di bottiglie di vino bianco vuote. Io avrei voluto risentire la breve scena in cui recitavo la parte di un re e Joana quella di una principessa, scena che risaliva a quattro o cinque anni prima della mia improvvisa visita a Joana nella sua torre, ma non si riusciva più a trovarla quella cassetta, e comunque trovarla non sarebbe servito perché il registratore era rotto e dunque non l’avremmo potuta sentire. Naturalmente una principessa nuda, avevo detto a Joana che era distesa sul suo letto. E tu un re nudo, aveva risposto lei, cercando di ridere senza riuscirci. La mia visita non fu affatto commovente, non aveva niente di sentimentale, mi ha provocato semplicemente disgusto, pensavo nella bergère. Già allora era possibile scoprire delle tracce del compagno di Joana, qui un pacchetto di sigarette, là una vecchia cravatta, un calzino sporco e così via. Che l’avevo delusa me lo disse diverse volte, a malapena riusciva a drizzarsi sul letto, aveva tentato di farlo più volte ed era subito ricaduta. Delusa, delusa, aveva continuato a ripetere. Negli ultimi anni aveva vissuto della vendita di quei tappeti, o meglio arazzi, che suo marito Fritz le aveva lasciato. Tra l’altro non aveva sentito più nulla del suo Fritz. E neppure degli altri, del gruppo degli artisti, intendeva lei, aveva sentito più niente, più niente di nessuno. Mi pregò di scendere da Dittrich a prendere due bottiglioni da due litri di vino bianco. Vai, aveva detto, come una volta. Vai!, Vai! Mi ordinò di scendere e io le ubbidii come venti, venticinque anni prima. Quando risalii dopo essere stato da Dittrich, misi i due bottiglioni da due litri vicino al suo letto e la salutai. Non avrebbe avuto alcun senso scambiare con lei nemmeno una parola, mi dicevo nella bergère. Avevo pensato che ormai era arrivata alla fine. Ma Joana è vissuta ancora per molti anni, soprattutto questo mi sconcertava. Quando mi è arrivata la notizia della sua morte, io ero convinto che lei fosse morta già da molto tempo, da molti anni, la verità è questa. Non avendo saputo più nulla di lei per così tanti anni e non avendola più vista, semplicemente l’avevo dimenticata, dimenticata del tutto, pensavo nella bergère. Con alcune persone abbiamo un rapporto talmente profondo che siamo convinti di aver stabilito con loro un legame per tutta la vita, ma poi quelle persone dalla sera alla mattina le perdiamo di vista e ci sfuggono dalla memoria, la verità è questa, pensavo nella bergère. Gli attori sono abituati a cenare verso mezzanotte, mi dicevo nella bergère degli Auersberger, spesso anche dopo mezzanotte, e chi vuole stare in loro compagnia deve farsi carico di questo fatto atroce. Quando ceniamo al ristorante con degli attori, al più presto la minestra ci viene servita a tavola alle undici e mezzo e il caffè verso l’una e mezzo. L’anitra selvatica è in effetti un dramma relativamente breve, mi dicevo, ma dall’Akademietheater fino alla Gentzgasse c’è comunque una mezz’ora di strada, e se la rappresentazione finisce alle dieci e mezzo ci vuole un’altra mezz’ora prima che gli attori, i quali alla fine della rappresentazione devono pure inchinarsi e ringraziare, si siano tolti il trucco, e per di più, da quanto ho sentito, L’anitra selvatica sta riscuotendo un grande successo e di sicuro per la loro interpretazione gli attori ricevono una lunga ovazione, ragion per cui l’attore in onore del quale è stata data questa cena artistica non può arrivare nella Gentzgasse prima di mezzanotte e mezzo. I coniugi Auersberger hanno invitato i loro ospiti per le dieci e mezzo, e questa è una vera cafonata, mi dicevo nella bergère, perché i coniugi Auersberger dovevano sapere che L’anitra selvatica dura fino alle undici e che il suo Ekdal non poteva essere nella Gentzgasse prima di mezzanotte e mezzo. Se io avessi riflettuto bene su quando esattamente sarebbe potuta iniziare questa cena artistica, di sicuro non sarei venuto nella Gentzgasse, pensavo. Tutto per aver cercato, naturalmente senza trovarla, una cravatta al Graben, e per aver incontrato gli Auersberger nel momento meno propizio. È come se il tempo si fosse fermato, pensavo, considerando il fatto che tutti gli invitati a questa cena artistica nella Gentzgasse sono gli stessi di trent’anni fa, gli stessi intimi amici della coppia Auersberger negli Anni Cinquanta, e tutti questi amici, come ora si può vedere, non hanno fino ad oggi mai interrotto la loro amicizia con i coniugi Auersberger, e anzi hanno coltivato, come si suol dire, questa loro amicizia con gli Auersberger per tutti questi venti o trent’anni durante i quali io con i coniugi Auersberger non ho più avuto il benché minimo contatto. Tutt’a un tratto mi sembrò di essere un rinnegato, un traditore degli Auersberger e di tutto ciò che per me ha a che fare con gli Auersberger, pensavo, e gli Auersberger stessi, come del resto i loro ospiti, dovevano aver pensato la stessa cosa, pensavo. Ma ciò non mi disturbava, anzi, proprio nel momento in cui ero seduto nella bergère del loro appartamento, i coniugi Auersberger mi ripugnavano profondamente, come del resto i loro ospiti, e anzi questi ultimi io li odiavo perché essi rappresentavano il mio opposto in tutto e per tutto ciò che esiste al mondo e io, mentre ero lì seduto nell’appartamento degli Auersberger e cercavo di trarmi d’impaccio facendomi stordire da un paio di coppe di champagne, avevo l’impressione che il ribrezzo che provavo nei loro confronti già da sempre in realtà era stato odio, odio per tutto ciò che li riguardava. Noi siamo intimi amici di certe persone e crediamo, in effetti, che lo saremo per sempre e quando un giorno veniamo delusi proprio dalle persone che consideravamo superiori a tutte le altre, persone che ammiravamo, che in fondo addirittura amavamo, allora le detestiamo, queste persone, e le odiamo, e non vogliamo avere più niente a che fare con loro, pensavo nella bergère; dato che non le vogliamo perseguitare per tutta la vita con il nostro odio, come in origine facevamo con la nostra simpatia e con il nostro amore, semplicemente le cancelliamo dalla nostra memoria. In effetti son riuscito a sfuggire per più di due decenni ai coniugi Auersberger, ce l’ho fatta a sottrarmi al pericolo di incontrarli perché già allora si trattava di una vera e propria strategia che avevo ideato ed elaborato con assoluta precisione per non dover più stare con quegli esseri mostruosi, come in cuor mio li qualificavo, e dunque non per caso ero sfuggito loro per più di vent’anni, pensavo nella bergère; è solo colpa del suicidio di Joana se ad un tratto, e del tutto inopinatamente, ho incontrato i coniugi Auersberger al Graben. Quell’invito così repentino alla loro cena in onore dell’artista dell’Anitra selvatica e il mio sì altrettanto repentino al loro invito, è stato un classico colpo di testa, pensavo. In fin dei conti avrei potuto benissimo non onorare l’invito che pure avevo accettato, tanto più che in fatto di visite non ero mai stato particolarmente solerte nel mantenere le promesse, pensavo. In effetti, durante i giorni ch’erano intercorsi tra l’invito alla cena artistica e la sera in cui questa cena doveva di fatto aver luogo, io avevo continuato a rimuginare se dovessi davvero andare dagli Auersberger, sì che ci vado, pensavo, no che non ci vado, pensavo, vado dagli Auersberger, mi dicevo in cuor mio, non vado dagli Auersberger, mi dicevo in cuor mio, vado, non vado, vado, non vado, e per tutti quei giorni era stato come se nel mio cervello si svolgesse un gioco di parole che mi stava praticamente facendo impazzire, e perfino la sera della cena, ossia poco prima che in effetti mi dirigessi verso la Gentzgasse, ancora non mi era del tutto chiaro se sarei andato o meno nella Gentzgasse. Dato che gli Auersberger sono disgustosi, oggi non meno che in passato, come di nuovo hai avuto modo di constatare già durante il funerale a Kilb, ancora pochi minuti prima che io decidessi di andare nella Gentzgasse, è naturale, ho pensato, tu non ci vai nella Gentzgasse, i coniugi Auersberger sono individui esecrabili, sono stati loro a tradire te e non tu a tradire loro, ho continuato a pensare per tutto quel tempo mentre in bagno cercavo di rinfrescarmi facendo scorrere dal rubinetto acqua ghiacciata sui polsi e mettendo una volta anche la faccia sotto il getto dell’acqua in cerca di refrigerio; in questi vent’anni i coniugi Auersberger, dovunque e in ogni circostanza, non appena ne hanno avuto la possibilità ti hanno denigrato, stroncato, hanno contraffatto tutto ciò che ti riguardava, ti hanno, più o meno sempre e in ogni occasione, calunniato, pensavo, hanno raccontato su di te storie non vere, hanno messo in giro menzogne, infami menzogne, un numero sempre più grande di menzogne, come tu ben sai, cento, mille menzogne hanno diffuso i coniugi Auersberger sul tuo conto in questi vent’anni, per esempio che sei stato tu a sfruttarli a Maria Zaal e non viceversa, che sei stato tu lo spudorato e non loro, che sei stato tu a calunniarli e non viceversa, che sei stato tu a tradirli e non loro a tradire te, eccetera eccetera.

  Avevo valutato tutto ciò che si opponeva a una visita agli Auersberger, nulla aveva parlato in favore di una tale visita dopo vent’anni di mancanza di rapporti, e alla fine, ciò nonostante, provando in effetti la più grande avversione, anzi il più grande odio nei loro confronti, ho preso la decisione di andarli a trovare e mi sono infilato il mio cappotto per venire qui, nella Gentzgasse. Sono venuto nella Gentzgasse, sebbene qui, nella Gentzgasse, non ci volessi venire per nessun motivo, mi dicevo nella bergère, tutto era contrario a una visita nella Gentzgasse, tutto era contrario a una simile ridicola cena artistica nella Gentzgasse, eppure alla fine ci sono venuto, e ancora per la strada, mentre andavo nella Gentzgasse, mi sono detto per tutto il tempo, io sono contro questa visita nella Gentzgasse, sono contro gli Auersberger, sono contro tutta la gente che partecipa a questa cena, li odio, li odio tutti, ma ho continuato a dirigermi verso la Gentzgasse, mi sono in essa inoltrato per un buon tratto e alla fine ho suonato alla porta di casa Auersberger. Tutto era contro la mia comparsa nella Gentzgasse e tuttavia io sono comparso nella Gentzgasse, mi dicevo nella bergère. E pensavo di nuovo che sarebbe stato meglio leggere il mio Gogol’ e il mio Pascal e il mio Montaigne o suonare Schönberg o Satie, oppure anche soltanto fare una camminata per le strade di Vienna. E in effetti gli Auersberger si sono stupiti della mia comparsa nella Gentzgasse più ancora di quanto mi sia stupito io stesso, pensavo, e questo l’ho visto dal modo in cui mi ha accolto la Auersberger, e ancora di più dal modo in cui mi ha accolto suo marito. Non saresti dovuto venire nella Gentzgasse, mi sono detto nel preciso momento in cui mi sono trovato in piedi di fronte alla Auersberger, è stata una follia, mi sono detto mentre volevo porgere la mano all’Auersberger e lui non l’ha presa, non saprei dire se perché ubriaco e/o per volontà di comportarsi nella maniera più ignobile possibile, pensavo nella bergère. Che quei due avevano formulato il loro invito davanti a me al Graben, convinti che in nessun caso lo avrei accettato, pensavo nella bergère, e che loro stessi non sapevano in verità per quale ragione mi avevano invitato a questa cena che loro, tra l’altro, gli Auersberger intendo, hanno subito, fatalmente chiamato cena artistica e che con questo, pensavo, si sono resi ridicoli ai miei occhi. Gli Auersberger avrebbero potuto evitare di rivolgermi la parola al Graben, pensavo, mi avrebbero potuto ignorare come mi avevano ignorato per decenni e come anch’io, del resto, li avevo ignorati per decenni, pensavo nella bergère. Responsabile di questo invito è Joana, è stata lei la causa del mio colpo di testa, è la defunta che ha sulla coscienza questa disgustosa fatalità, pensavo, e intanto pensavo anche a com’era stupido quel pensiero che non riuscivo a togliermi dalla mente, sempre mi veniva in mente quel pensiero assurdo che la defunta Joana era responsabile del mio colpo di testa al Graben che, alla fin fine, mi aveva costretto, contro tutto me stesso, a intervenire a questa cena artistica nella Gentzgasse. A causa della morte di Joana i coniugi Auersberger, nel momento stesso in cui mi avevano visto al Graben, erano riusciti con la massima disinvoltura a cancellare i venti anni della nostra assoluta mancanza di rapporti e avevano espresso il loro invito che io avevo a mia volta accettato a causa della morte di Joana. Aggiungiamo che i coniugi Auersberger avevano detto che si trattava di un invito in onore dell’attore del Burg che celebrava il suo trionfo nell’Anitra selvatica, così avevano detto gli Auersberger al Graben, e che io avevo accettato. In questi ultimi dieci o quindici anni non ho mai accettato un invito a una cena alla quale fosse stato invitato anche un attore, pensavo nella bergère, mai e poi mai sono andato in un posto dove c’era un attore, ed ecco che a un tratto si parla di un attore e per di più si dice che un attore del Burg interviene a una cena in casa Auersberger nella Gentzgasse, e io vado in questa casa nella Gentzgasse. Non aveva alcun senso mettersi le mani nei capelli. In effetti io non nascondo affatto la mia avversione nei confronti di tutte queste persone, Auersberger compresi, mi dicevo nella bergère, al contrario, tutti capiscono che io li detesto, che li odio profondamente. Vedono che li odio, sentono che li odio. Nello stesso tempo avevo anche la sensazione opposta, ossia che tutti quelli che si trovavano lì mi fossero contro in tutto, in tutto ciò che vedevo in loro e in tutto ciò che essi dicevano c’era dell’avversione nei miei confronti, sicuramente perfino dell’odio. I coniugi Auersberger mi odiavano, perché una cosa avevano capito: io rappresentavo l’elemento esteticamente sbagliato di quella cena alla quale troppo precipitosamente ero stato invitato, e loro tremavano al pensiero del momento in cui l’attore del Burg sarebbe arrivato e loro avrebbero pregato tutti gli ospiti di mettersi a tavola per dare inizio alla cena. Lo vedevano bene: io sono quello che li osserva, l’essere disgustoso che si è accomodato nella bergère e, protetto dalla penombra dell’anticamera, porta avanti il suo gioco abominevole che consiste nel fare più o meno a pezzi, come si suol dire, gli ospiti di casa Auersberger. Questo mi avevano sempre rimproverato, che in ogni occasione li ho fatti a pezzi, senza mai, in effetti, farmi degli scrupoli, eppure un’attenuante l’avevo, pensavo, perché in realtà sono sempre stato il primo a fare a pezzi me stesso con ferocia ancora maggiore, non mi sono mai tirato indietro, al contrario, in ogni occasione mi sono analizzato in ogni singola componente, come loro direbbero, mi dicevo nella bergère, con la stessa noncuranza, con la stessa perfidia, con lo stesso procedimento assolutamente irriguardoso. E sempre, alla fine, è rimasto di me molto meno di quanto è rimasto di loro. Avevo però una consolazione: non ero il solo a maledire il fatto di essere venuto nella Gentzgasse, di aver commesso questa idiozia, di essere incorso in questa mancanza di carattere, anche gli Auersberger si maledicevano per avermi invitato. Trent’anni fa stavo in questo appartamento con loro come se fossi a casa mia, entravo e uscivo tranquillamente da questa casa, pensavo seduto nella bergère, e intanto osservavo ciò che accadeva nella sala da musica la quale era illuminata così bene che niente poteva sfuggirmi, mentre io invece ero rimasto completamente al buio per tutto quel tempo, e cioè nella posizione che per me era ancora la migliore, considerando la situazione disgustosa in cui mi trovavo, e cioè considerando che gli ospiti intervenuti a questa cena artistica, come i coniugi Auersberger, del resto, io li conoscevo tutti più o meno da decenni, tutti tranne i giovani e in particolare i due giovani scrittori che però non mi interessavano affatto, quei due in realtà io non li conoscevo né avevo alcun motivo per occuparmene, al di là del semplice fatto che li stavo osservando, non avevo sentito una sola volta il bisogno di alzarmi e di andare da loro, di intrattenermi con loro, di spingerli a una conversazione, magari a una disputa, probabilmente ero troppo debole per farlo dato che le fatiche del funerale mi avevano completamente esaurito, tutto ciò che avevo dovuto sopportare a Kilb in relazione a Joana, tutte le atrocità verificatesi soprattutto dopo il funerale, pensavo, sono state talmente incredibili che io stesso arriverò a comprenderle veramente soltanto col passare del tempo, la mia mente non aveva ancora raggiunto la chiarezza necessaria per comprendere simili atrocità e io pensavo che prima di tutto avevo bisogno di una buona dormita per riuscire a raggiungere la chiarezza necessaria, e già nella bergère pensavo che una volta a casa sarei andato subito a letto e non mi sarei più alzato per tutto il giorno, nemmeno la notte seguente mi sarei alzato, e forse nemmeno il giorno dopo mi sarei alzato, da tanto che ero esaurito, anzi davvero sfinito, già adesso nella bergère. Crediamo di avere ancora vent’anni e ci comportiamo di conseguenza, mentre in verità abbiamo superato i cinquanta e siamo completamente esauriti, pensavo, ci comportiamo con noi stessi come se avessimo vent’anni e ci roviniamo, e anche con tutti gli altri ci comportiamo come se avessimo vent’anni mentre ne abbiamo cinquanta, e la verità è che non abbiamo più resistenza e che ci dimentichiamo anche di avere dei dolori, non un solo dolore, molti dolori contemporaneamente, le cosiddette malattie mortali con le quali conviviamo da lunghissimo tempo, cosa che però ignoriamo e che per lunghissimo tempo non vogliamo ammettere, eppure le cose stanno davvero così, costantemente, per tutta la vita, e un giorno questa situazione ci uccide, è proprio vero che noi ci comportiamo verso noi stessi come se avessimo ancora le forze che avevamo trent’anni fa, mentre non abbiamo più nemmeno un briciolo di quelle forze, non abbiamo più niente delle forze di un tempo, pensavo nella bergère. Trent’anni fa infatti non avrei avuto alcuna conseguenza per il fatto di rimanere alzato due o tre notti di seguito a bere quasi ininterrottamente, non importa che cosa, e a esibirmi nelle vesti di macchina da intrattenimento, insomma non avrei avuto alcun danno se per diverse notti di fila avessi fatto il buffone fino alle ore piccole, come si suol dire, con individui di ogni risma e specie, che all’epoca tra l’altro erano tutti amici miei, e in effetti per molti anni, così pensavo adesso, non sono tornato a casa prima delle tre o delle quattro del mattino, e cioè sono andato a letto con il canto degli uccellini, senza che questo mi recasse il benché minimo pregiudizio. Per anni ho frequentato l’Apostelkeller e tutti i possibili locali sotterranei del centro di Vienna entrandovi verso le undici di sera per non lasciarli mai prima delle tre o delle quattro del mattino, e durante quelle nottate mi sono dato senza riserve, ossia mi sono speso, consumato completamente, come forse si può dire, con quella estrema irriguardosità che a quel tempo mi era caratteristica e che a quell’epoca, come penso adesso, non mi ha assolutamente danneggiato. Ed è proprio con Joana che ho passato così tante notti chiacchierando e bevendo che certo sarebbe impossibile contarle tutte, pensavo nella bergère. Allora, in effetti, non avevo denaro, non possedevo assolutamente niente, e tuttavia posso dire che per anni ho discusso, ho bevuto, ho vaneggiato e ho ballato fino allo sfinimento, proprio con Joana, con suo marito, e con Jeannie Billroth, ma soprattutto, continuamente, con i coniugi Auersberger. A quell’epoca ero in possesso di tutte le forze che deve possedere un giovane e non ho avuto scrupoli a farmi mantenere da chiunque avesse qualche soldo, pensavo nella bergère. Non avevo niente in tasca e tuttavia mi sono potuto concedere ogni cosa, pensavo nella bergère mentre osservavo gli ospiti nella sala da musica. E così, per molti anni, devo dire, sono andato giorno dopo giorno da Joana nella Simmeringer Hauptstrasse già nel tardo pomeriggio non senza però esser prima regolarmente passato da Dittrich a prendere quei bottiglioni di vino bianco che poi portavo su da Joana tenendoli fra le braccia, e con lei rimanevo fino all’alba, e alla fine tornavo in città con il primo Settantuno, oppure semplicemente rifacevo a piedi, in direzione opposta a quella seguita prima, la Simmeringer Hauptstrasse, e poi, scendendo lungo il Rennweg attraversavo lo Schwarzenbergplatz fino a raggiungere Währing. Quella era l’epoca, pensavo nella bergère, in cui i carri trainati dai cavalli si fermavano di notte di fronte ai negozi dei lattai, e io potevo camminare al centro del Rennweg, e attraversare in diagonale lo Schwarzenbergplatz, e camminare fino a casa lungo il Ring completamente deserto senza paura di essere investito. Ammesso e non concesso che incontrassi qualcuno, si trattava di individui come me, e cioè di ubriachi, ed era rarissimo, allora, vedere un’automobile sfrecciare nella notte per la città. In vita mia non mi è più capitato di cantare così tante arie italiane come ho fatto allora percorrendo la Simmeringer Hauptstrasse in direzione Währing passando per il Rennweg e attraversando lo Schwarzenbergplatz, pensavo nella bergère. A quel tempo avevo la forza di camminare e di cantare, pensavo nella bergère, oggi non ho più la forza di camminare e di parlare, questa è la differenza. Sono passati trent’anni da quando, come se niente fosse, io facevo in piena notte i miei quindici chilometri a piedi per arrivare a casa, pensavo nella bergère, e intanto cantavo, con l’entusiasmo di allora, Mozart e Verdi, dando libero sfogo alla mia ebbrezza. Sono passati trent’anni, pensavo nella bergère, da quando in questa maniera ho vissuto la storia dell’opera, trent’anni sono passati. Ma senza Joana, pensavo adesso nella bergère, avrei preso un’altra strada, e a voler risalire con il pensiero ancora più indietro nel tempo, avrei scelto la strada opposta se non avessi incontrato gli Auersberger. Perché aver conosciuto gli Auersberger significò in definitiva la svolta verso l’artistico dal quale io già subito dopo il diploma del Mozarteum mi ero completamente e, come allora pensavo, definitivamente distolto; allora, lasciato il Mozarteum, tutt’a un tratto non avevo voluto aver più niente a che fare con il cosiddetto artistico, avevo scelto il contrario di ciò che definivo l’artistico, mentre l’incontro con gli Auersberger, come adesso pensavo ancora una volta nella bergère, aveva di nuovo provocato in me un radicale dietrofront. E in primo luogo l’aveva provocato l’incontro con Joana, con quel particolare modello di artista che lei incarnava, pensavo. Per l’artistico, non per l’arte, mi ero deciso a quell’epoca, trent’anni fa, intendo, sempre e soltanto per l’artistico, non importa, pensavo nella bergère, che non sapessi affatto che cosa fosse l’artistico, in ogni caso mi ero deciso per l’artistico, pur non sapendo esattamente di quale artistico si trattasse. Semplicemente mi ero deciso per l’Auersberger, per quell’Auersberger che è stato a quell’epoca, trentacinque, trentaquattro anni fa, anche trentatré anni fa, l’artistico Auersberger. E per Joana, l’artistica Joana fino al midollo. E per Vienna. E per il mondo artistico, pensavo nella bergère. Devo all’Auersberger se ho compiuto la svolta verso il mondo artistico, pensavo adesso nella bergère, lo devo a lui e a Joana e a tutto ciò che allora, ossia trentacinque e anche trentadue anni fa, era legato a loro due, all’Auersberger e a Joana, la verità è questa, pensavo nella bergère. Ripetei più volte fra me e me le parole il mondo artistico, e anche la vita artistica, ma in realtà queste parole le dissi ad alta voce e in modo tale che le persone nella sala da musica non potevano non sentirmi, e in effetti mi sentirono perché a un tratto guardarono verso di me, ossia guardarono dalla sala da musica verso l’anticamera senza in effetti potermi vedere, in quanto loro mi avevano sentito dire, e poi ripetere più volte, le parole la vita artistica e il mondo artistico, e io intanto pensavo che cosa hanno significato per me allora, e che cosa, in fondo, significano ancora oggi questi concetti di mondo artistico e di vita artistica, più o meno tutto, pensavo adesso nella bergère, e com’è di cattivo gusto, da parte degli Auersberger, chiamare la loro cena, o meglio il loro pranzo serale, come si dice a Vienna, cena artistica. Come sono caduti in basso gli Auersberger e i loro simili, pensavo nella bergère, questi Auersberger che da tempo ai miei occhi, da decenni ormai, hanno fatto bancarotta sul piano artistico e, in generale, sul piano intellettuale, e dunque, in effetti, anche sul piano umano. Eppure tutte quelle persone nella sala da musica avevano certamente sentito quando io avevo detto mondo artistico e vita artistica, ma l’avevano sentito come se io avessi detto cena artistica alla maniera degli Auersberger, e a prescindere dal tono di voce con cui avevo detto mondo artistico e vita artistica, quelle persone non avevano notato nient’altro, non avevano capito niente del significato che aveva avuto per me pronunciare le parole vita artistica e mondo artistico nel momento in cui le avevo pronunciate. Tutte quelle persone, in effetti, erano un tempo artisti o quanto meno talenti artistici, pensavo adesso nella bergère, mentre ora non sono altro tutti quanti che un’unica marmaglia artistica che non ha più niente in comune con l’arte e dunque con l’artistico, proprio come la cena dei coniugi Auersberger. Tutti quegli individui che in effetti un tempo sono stati artisti o quanto meno esseri artistici, pensavo nella bergère, adesso non sono nient’altro che larve e gusci di quello che sono stati un tempo; mi basta ascoltare quello che dicono, mi basta guardarli in faccia, mi basta entrare in contatto con le loro creazioni, e sento la stessa cosa che sento adesso nei confronti di questo pranzo serale, di questa cena artistica di pessimo gusto. Che cosa è venuto fuori da tutte quelle persone in questi trent’anni, pensavo, che cosa hanno fatto di se stessi tutti quegli individui in questi trent’anni. E che cosa ho fatto io di me stesso in questi trent’anni, pensavo. In ogni caso è deprimente ciò che quelle persone hanno fatto di se stesse in questi trent’anni, e altrettanto deprimente è ciò che ho fatto io di me stesso, pensavo, da tutto quell’insieme di fortunate circostanze e situazioni di allora tutte quelle persone hanno tratto circostanze e situazioni deprimenti, pensavo nella bergère, tutto esse hanno trasformato in qualcosa di profondamente e interamente deprimente, tutta la loro fortuna in una depressione unica, pensavo nella bergère, così come io stesso della mia fortuna ho fatto una depressione unica. Perché senza dubbio tutte quelle persone sono state un tempo, ciò significa allora, ossia trenta o vent’anni fa, persone fortunate, e ora invece sono soltanto persone deprimenti, così come anch’io in ultima analisi sono ormai soltanto una persona deprimente e sfortunata, pensavo nella bergère. Hanno trasformato una fortuna unica in una catastrofe unica, pensavo nella bergère, una grande speranza in una grande disperazione. Perciò, guardando nella sala da musica, non guardavo nient’altro che la disperazione, pensavo nella bergère, nient’altro che una disperazione esistenziale, e nient’altro, per così dire, che una disperazione artistica, la verità è questa. Tutte quelle persone, negli Anni Cinquanta, ossia trenta e anche quarant’anni fa, erano arrivate a Vienna nella speranza, come si suol dire, di diventare qualcuno a Vienna, ma in effetti a Vienna non sono diventate nient’altro che artisti di provincia con decorazioni più o meno importanti, e a questo punto la questione è se in un’altra cosiddetta grande città queste stesse persone sarebbero riuscite a diventare qualcuno, probabilmente quelle lì non sarebbero diventate qualcuno in nessun posto, pensavo. Ma quando penso che a Vienna non sono diventate nessuno, lo penso con la consapevolezza che quelle persone, da parte loro, non sanno affatto di non aver combinato assolutamente niente, al contrario, pensavo, tutte si comportano come se avessero la convinzione di aver combinato qualcosa a Vienna, come se fossero diventate qualcuno a Vienna, ossia, quelle persone pensano che Vienna abbia realizzato tutte le speranze che loro avevano riposto in essa, pensavo, o quanto meno credono pervicacemente per la maggior parte del tempo di aver combinato qualcosa e credono pervicacemente per la maggior parte del tempo di essere diventate qualcuno, sebbene non siano diventate assolutamente nessuno, come ora penso. Quelle persone credono, poiché si sono fatte un nome e hanno ricevuto molti premi e pubblicato molti libri e venduto quadri a molti musei e pubblicato i loro libri presso le migliori case editrici e sistemato i loro quadri nei migliori musei, poiché questo Stato disgustoso ha concesso loro tutti i possibili premi e ha appeso al loro petto ogni possibile medaglia e decorazione, quelle persone credono per questo di essere diventate qualcuno, e invece, pensavo, non sono diventate nessuno. Tutti costoro sono, come si suol dire, persone note o meglio artisti di fama e siedono in qualità di senatori in quello che viene detto Senato dell’Arte e sono chiamati professori e hanno ogni possibile cattedra nelle nostre accademie e sono invitati una volta da questa una volta da quell’altra scuola superiore o università e parlano una volta in questo una volta in quell’altro simposio e vanno una volta a Bruxelles e un’altra a Parigi e una volta a Roma e un’altra negli Stati Uniti d’America e in Giappone e in Russia o in Cina, dove tutti, col tempo, vengono invitati, e tengono conferenze su se stessi e inaugurano mostre dei loro quadri, e tuttavia, come ora penso, non sono diventati assolutamente nessuno. Semplicemente tutti costoro non hanno raggiunto il vertice e solo questo vertice, penso, è la vera soddisfazione. Le composizioni dell’Auersberger non sono affatto ineseguite, pensavo adesso nella bergère, il compositore Auersberger epigono di Webern non è affatto misconosciuto, pensavo, al contrario, tutti i momenti c’è qualcuno che canta qualcosa di suo, che lo fischietta, lo strimpella (a questo ci pensa già lui!), tutti i momenti c’è qualcuno che suona qualcosa di suo col tamburo o col violino, una volta a Basilea e un’altra a Zurigo, una volta a Londra e un’altra a Klagenfurt (a questo ci pensa già lui!), un duetto qui, un terzetto là, qui un coro di quattro minuti, là un’opera di dodici minuti, qui una cantata di tre minuti, là un’opera di pochi secondi, qui un Lied di un minuto, là un’aria di due o quattro minuti; lui si assicura una volta interpreti inglesi, un’altra francesi, un’altra ancora italiani, una volta un suo pezzo è suonato da un violinista polacco e un’altra da un violinista portoghese, una volta da una clarinettista cilena e un’altra da una clarinettista italiana. È appena arrivato in una città e già pensa alla prossima, il nostro infaticabile compositore epigono di Webern, così penso, il nostro trotterellante viaggiatore Auersberger, il nostro infaticabile imitatore di Webern e di Grafen, il nostro bellimbusto, il nostro pretenziosissimo scrittore di musica originario della Stiria. Come Bruckner è insopportabilmente monumentale, così Webern è insopportabilmente misero, e cento volte più misero ancora del misero Anton von Webern è Auersberger che io, così come i letterati nella loro ottusità definiscono Paul Celan un poeta quasi senza parole, non posso a mia volta fare a meno di definire un compositore quasi senza note. L’epigono stiriano non è affatto ineseguito, penso, eppure già trent’anni fa, dunque già a metà degli Anni Cinquanta, è rimasto fermo alla scuola di Webern, non ci sono tre note che siano davvero opera sua, da lui non è venuto fuori assolutamente niente. Alle composizioni di Auersberger manca Auersberger, penso, la sua cosiddetta musica aforistica (questa è la definizione che diedi per le scopiazzature in forma di composizioni che egli faceva negli Anni Cinquanta) non è altro che un’insopportabile imitazione di Webern, il quale, del resto, non è stato a sua volta, come ora so bene, un genio, ma ha soltanto rappresentato un improvviso momento di debolezza, sia pure geniale, all’interno della storia della musica. In verità, così penso adesso vergognandomi di me stesso nella bergère degli Auersberger, Auersberger non è mai stato un genio, sebbene negli Anni Cinquanta io fossi convinto più che mai della sua genialità, Auersberger era fin da allora solo un misero borghesuccio con un certo talento che a Vienna, già fin dalle prime settimane della sua permanenza in questa città, si è giocato il suo talento nel vero senso della parola. Vienna è un’atroce macchina annientatrice di genii, pensavo nella bergère, un’impresa terrificante di demolizione di talenti. Tutti quei genii e talenti annientati e uccisi, che ora osservavo attraverso il velo del fumo disgustoso prodotto dalle loro stesse sigarette, sono arrivati a Vienna trenta e trentacinque anni fa nella speranza di diventare qualcuno, e in realtà sono stati annientati e uccisi da Vienna, tutti quei genii e quei talenti che ogni anno nascono a centinaia, se non a migliaia, in territorio austriaco. Loro, certo, possono anche pensare di aver combinato qualcosa, ma io nella bergère pensavo che non hanno combinato niente perché sono rimasti a Vienna e si sono accontentati di Vienna e non hanno abbandonato Vienna per andare all’estero nell’unico momento decisivo in cui sarebbero dovuti andar via come hanno fatto quelli che essendo andati all’estero sono in effetti diventati qualcuno; tutti quelli rimasti a Vienna non sono diventati assolutamente nessuno, tutti quelli che sono andati all’estero, invece, sono diventati qualcuno, questo posso dirlo senz’altro. Poiché Vienna a loro bastava, non sono diventati assolutamente nessuno, a differenza di quelli a cui Vienna non è bastata e che nel momento decisivo hanno lasciato Vienna per andare all’estero, pensavo nella bergère. Non voglio affrontare la questione di che cosa sarebbe venuto fuori da tutte le persone che stavano nella sala da musica ad aspettare l’attore, e dunque la cena artistica, se tutte queste persone fossero andate via da Vienna in quello che per loro è stato il momento decisivo. Un piccolo successo, ossia la comparsa sul giornale di una piccola recensione positiva del suo primo romanzo è bastato alla scrittrice Jeannie Billroth per non muoversi da Vienna, l’acquisto di due quadri da parte del Museo Nazionale è bastato al pittore Rehmden per non muoversi da Vienna, un paio di stupidi elogi sul «Kurier» o sulla «Presse» sono bastati all’attrice che vedo laggiù per non muoversi da Vienna. Laggiù, nella sala da musica, c’è tutta gente che non s’è mossa da Vienna, pensavo nella bergère, tutta gente che è rimasta a Vienna soffocata dall’agiatezza piccolo-borghese, gente che ha seguito la bara di Joana a Kilb, pensavo. Che impressione deprimente mi ha fatto il funerale di Joana a Kilb già soltanto per questo motivo, pensavo nella bergère osservando appunto tutte queste persone, ciò che più mi ha depresso non è il fatto che Joana venisse sepolta ma che dietro alla bara di Joana ci fossero andati tutti quei cadaveri artistici, tutti quei falliti, falliti qui, a Vienna, cadaveri di artisti, scrittori, pittori, attori, ballerini, tutti quanti con il loro seguito, cadaveri ambulanti, cadaveri ambulanti di artisti ancora viventi, e per di più ridotti a esseri penosi e addirittura ridicoli dalla pioggia che li frustava scrosciando incessantemente. La loro vista era più stomachevole che triste, pensavo. Queste orribili, ipocrite, fallite nullità d’artisti, avevo pensato per tutto il tempo, che arrancano dietro la bara, che camminano a fatica nella melma del cimitero in un disgustoso atteggiamento di contrizione luttuosa, mi dicevo nella bergère. A Kilb mi ha nauseato meno il funerale in sé dell’apparire di questi ospiti del lutto che sono arrivati da Vienna a bordo delle loro vistose automobili. Non è stata la defunta Joana a rendermi a Kilb talmente agitato che ho dovuto prendere un certo numero di pastiglie per il cuore, ma il modo in cui si sono presentati a Kilb quegli artisti in qualità di finti artisti, pensavo, e pensavo anche che la mia stessa comparsa a Kilb è da definire non meno disgustosa, disgustosa sotto ogni aspetto. Già il fatto che avessi indossato l’abito scuro era stata una cosa disgustosa, dicevo ora a me stesso, così come il modo in cui ho mangiato il mio gulasch alla Mano di ferro e in cui ho parlato alla Mano di ferro con il compagno di Joana; avevo agito come se io fossi l’unico che in effetti era stato vicino a Joana, come se io soltanto avessi dei diritti su Joana. Ripensando al funerale di Joana, venivano alla luce solo cose disgustose (da parte mia), tutto, sia il risultato delle mie riflessioni sia ciò che per così dire richiamavo alla mia memoria, era fonte di disgusto. Avendo trovato gli altri disgustosi, era naturale che fossi costretto a trovare disgustoso anche me, pensavo, e tanto più mi sembrava di esserlo, disgustoso, nel momento in cui mi mettevo a passare in rassegna tutto ciò che aveva a che fare con il funerale di Joana. Era stata una cosa davvero disgustosa andare da solo a Kilb, sebbene, a dire il vero, mi fosse stato più volte proposto di andare a Kilb in compagnia di qualcuno, pensavo, una cosa disgustosa essermi comportato con la negoziante di generi vari amica di Joana come se fossi stato io l’essere umano più vicino a Joana, una cosa disgustosa, inoltre, il non avere lasciato alla negoziante di generi vari il tempo di occuparsi delle altre persone che erano arrivate a Kilb per il funerale, poiché io, per così dire, l’avevo fin dall’inizio sequestrata e tenuta per me solo senza il minimo riguardo, pensavo. A Kilb mi sono autoincoronato re del funerale, mi dicevo, e questo era disgustoso, pensavo adesso. Avevo declassato il compagno di Joana, pensavo adesso, avevo declassato tutti quelli che erano intervenuti al funerale di Joana e avevo innalzato me stesso, pensavo, e questa era stata un’infamia. Peraltro, durante il funerale avevo creduto di essermi comportato correttamente, durante il funerale non mi ero affatto sentito in colpa, solo ora nella bergère stavo attingendo, per così dire, il mio senso di colpa riguardo al funerale di Kilb. La morte di Joana, il suicidio di Joana a Kilb, non mi hanno rattristato, pensavo nella bergère, ma in compenso mi hanno provocato irritazione nei confronti dei suoi amici senza che riuscissi a comprenderne il perché. In verità la telefonata con cui la negoziante di generi vari mi ha comunicato il suicidio di Joana non mi ha affatto scosso, ho fatto finta di essere scosso, pensavo adesso, ma non lo ero, ero curioso ma non scosso, per quanto mi riguarda, alla negoziante di generi vari ho dato solo a intendere di essere scosso mentre in verità ero soltanto curioso e dalla negoziante di generi vari ho voluto subito sapere tutto del suicidio di Joana, dimostrando una mancanza di rispetto senza eguali, solo questo, adesso nella bergère, mi sconvolgeva, il fatto che non mi fossi rattristato, ma avessi provato curiosità e fossi riuscito a spremere dalla negoziante di generi vari più di quanto lei avrebbe voluto dire, perché lei aveva della decenza a differenza di me, che in quel momento al telefono non ho dimostrato la benché minima decenza. Naturalmente Joana, in così tanti anni in cui non ci eravamo più visti, era diventata per me una persona così distante che la telefonata della negoziante di generi vari non poteva, come si è detto, essere uno shock e quindi, per quanto mi riguarda, non poteva avere come conseguenza immediata un senso di tristezza, ma solo di curiosità, ed era stato per curiosità che avevo subito spremuto dalla negoziante di generi vari tutto ciò che la negoziante di generi vari poteva dire riguardo al suicidio di Joana. Mi interessavano le circostanze, non il fatto in sé. Solo dopo la fine di quella telefonata diventai consapevole della portata di quella telefonata, a un tratto non ero più curioso, ero triste. Ero triste davvero e in questo stato di tristezza mi ero messo a girare per la città, ero andato al Graben, nella Kärntnerstrasse, al Kohlmarkt, per la Spiegelgasse fino al Bräunerhof dove, ubbidendo a un’abitudine che avevo ormai da molti anni, ho dato un’occhiata al Corriere, a Le Monde, alla Zürcher Zeitung, nonché alla Frankfurter, per poi, disgustato da quei fogli immondi, tornare al Graben con l’intenzione di comprarmi una cravatta, e invece di comprarmi una cravatta ho incontrato i coniugi Auersberger che, a loro volta, mi hanno comunicato il suicidio di Joana. In quel momento sul suicidio di Joana io sapevo molto di più dei coniugi Auersberger, e tuttavia di fronte ai coniugi Auersberger mi ero comportato come se non sapessi nulla, come se di quel suicidio non avessi la più pallida idea; di fronte a loro avevo assunto l’atteggiamento di chi è assolutamente all’oscuro di tutto, tanto che i coniugi Auersberger devono aver avuto l’impressione che io fossi sotto shock per il suicidio di Joana, mentre lo shock per il suicidio di Joana di fronte ai coniugi Auersberger al Graben io l’avevo soltanto recitato, pensavo adesso nella bergère. Ero andato camminando su e giù per la città in uno stato di effettiva tristezza per il suicidio di Joana e a un tratto, senza alcun pudore, avevo dato a intendere ai coniugi Auersberger un terribile shock per il suicidio di Joana. Dato che il mio stato di shock era solo una recita, avevo recitato altresì di accettare l’invito della Auersberger alla sua cena artistica perché per me quella di fronte agli Auersberger al Graben era stata tutta una recita, e nella bergère pensavo di aver recitato per loro uno shock causato dal suicidio di Joana e che dunque era stata una recita anche la mia promessa di intervenire alla loro cena artistica. Con loro era stata tutta una recita. La mia promessa di intervenire al loro invito io l’avevo soltanto recitata davanti a loro, pensavo adesso, e tuttavia ho onorato questa promessa, il pensiero è grottesco, pensavo, e a questo pensiero mi divertivo già mentre lo stavo pensando. In fondo, pensavo nella bergère, è stata tutta solamente una recita quella che ho fatto di fronte ai coniugi Auersberger e adesso me ne sto seduto nella loro bergère e continuo di nuovo a recitare per loro su tutta la linea; io in realtà non mi trovo qui nella Gentzgasse, sto solo recitando per loro di essere nella Gentzgasse e dunque di essere da loro, nel loro appartamento, mi dicevo. Tutto con loro è sempre stato una recita, mi dicevo. Ogni cosa con tutti è sempre stata una recita, la mia vita l’ho solamente simulata e recitata, mi dicevo nella bergère, io non vivo una vita effettiva, reale, io vivo ed esisto solamente in una recita, ho sempre soltanto recitato la mia vita, non ho mai avuto una vita effettiva, reale, mi dicevo, e ho spinto talmente avanti questa mia idea che ho finito per credere a questa idea. Inspirai profondamente, dicendo poi a me stesso, ma in verità in modo tale che le persone della sala da musica non potevano non sentirmi, tu hai vissuto soltanto una vita recitata, non una vita vera, solo un’esistenza recitata, non un’esistenza effettiva, tutto ciò che ti riguarda e tutto ciò che sei è sempre stato soltanto una recita, mai qualcosa di effettivo e di reale. Ma ho dovuto smetterla con queste speculazioni per non diventare pazzo, come pensavo nella bergère, e allora ho bevuto di nuovo un bel sorso di champagne dal mio bicchiere. Mentre io, per quanto mi riguarda, ho continuato per tutto quel tempo a bere champagne, le persone nella sala da musica, a un certo punto, come ho potuto notare, si sono accontentate di sherry o di semplice acqua, perché prima della cena, della cosiddetta cena artistica, non volevano sbronzarsi senza ritegno come l’Auersberger, mentre io, invece, non avendo affatto paura di bere troppo ho seguitato a bere champagne. Naturalmente, però, non tracannavo alcol senza freni inibitori come l’Auersberger, poiché altrimenti sarei stato già ubriaco come lui, certo, bevevo anch’io, ma solo un sorso ogni dieci, quindici minuti, la verità è questa; non avevo più vent’anni, peraltro, ne avevo ormai cinquantadue, ciò che non ho dimenticato durante quella serata nella Gentzgasse. A Kilb tutte quelle persone del mondo artistico mi erano sembrate grottesche, a me quanto meno avevano fatto l’impressione di essere come sfigurate dai loro progetti artistici, dalla loro attività artistica, avevano un modo di camminare artefatto e una voce artefatta, tutto in loro era artefatto al contrario del camposanto di Kilb che a me era sembrato il luogo più naturale del mondo. Se si piegavano in avanti si piegavano troppo profondamente in avanti, se si risollevavano, si risollevavano troppo presto (oppure troppo tardi), se si mettevano a sedere, si mettevano a sedere troppo tardi (oppure troppo presto), se cominciavano a cantare, cantavano troppo presto (oppure troppo tardi), se si toglievano il copricapo, se lo toglievano troppo presto (oppure troppo tardi), se avevano detto qualcosa al parroco, lo avevano detto troppo presto (oppure troppo tardi). Al contrario della popolazione di Kilb che è intervenuta, come si suol dire, numerosa al funerale di Joana, e ha fatto tutto con naturalezza, ha detto tutto con naturalezza, ha cantato tutto con naturalezza, ha camminato sempre con naturalezza e si è alzata con naturalezza e si è messa a sedere con naturalezza e tutto ciò che ha fatto non lo ha mai fatto né in ritardo né in anticipo, né per un tempo troppo breve né per un tempo troppo lungo. E mentre la gente del mondo artistico di Vienna si era vestita per quel funerale nella maniera più grottesca, la popolazione di Kilb era vestita in modo assolutamente adeguato, pensavo nella bergère. La popolazione di Kilb andava bene per Kilb e per il camposanto di Kilb, la gente del mondo artistico di Vienna non andava bene né per Kilb né per il camposanto di Kilb. Ciò che c’era di metropolitano nei viennesi che partecipavano a quel lutto non andava bene per il camposanto di Kilb, avevo pensato mentre anch’io prendevo parte al lungo corteo funebre. A Kilb ogni partecipe al lutto proveniente da Vienna è un corpo estraneo, avevo pensato mentre seguivo la bara tra la negoziante di generi vari e lo sfortunato compagno di Joana, il quale, per tutto il tragitto dalla chiesa al camposanto, due chilometri abbondanti, ha tossito in modo tale da sembrare un tisico. Il fatto che il compagno di Joana, che camminava al mio fianco, potesse essere tisico mi irritava e ogni volta che lui tossiva io trattenevo il respiro per non essere contagiato, fino a quando tutt’a un tratto ho pensato che anch’io sono tisico e probabilmente molto più tisico del compagno di Joana e a un tratto ho cominciato a tossire assai più forte del compagno di Joana che camminava al mio fianco e che aveva smesso con la sua tosse non appena io avevo incominciato con la mia, come se avesse capito che ero io il tisico della situazione e che io potevo contagiare lui, e infatti non appena io avevo incominciato a tossire lui si era messo un fazzoletto di carta davanti al naso e aveva preso a camminare con la faccia girata dall’altra parte rispetto a me. La negoziante di generi vari portava un impermeabile grigio che era il capo di abbigliamento più sensato che io abbia visto indossare a quel funerale, pensavo nella bergère. Tutti gli abitanti di Kilb avevano comunque un abbigliamento sensato, al contrario della gente arrivata da Vienna che tra l’altro si è tutta bagnata, per non parlare di quelli arrivati in pelliccia credendo che facesse freddo mentre il clima era ancora tiepido, i quali non solo si erano resi grotteschi e ridicoli per via di quelle pellicce pomposamente ostentate, ma si erano anche in pochissimo tempo tutti impiastricciati per via della pioggia; una salsa vischiosa si era infatti formata e scorreva inesorabilmente su tutte quelle loro pellicce. I loro ombrelli aperti erano stati rivoltati, rotti e resi inservibili da una raffica di vento che calata dalle montagne si era abbattuta sulle tombe non appena il corteo aveva raggiunto il camposanto. Come sempre in queste occasioni, pensavo nella bergère, il parroco fece un discorso nauseante. Eppure i tempi sono cambiati, così avevo pensato davanti alla tomba aperta, pensavo nella bergère, perché quanto meno un parroco teneva un discorso per Joana, in nessun cimitero austriaco dieci o dodici anni fa si sarebbe trovato un solo parroco disposto a tenere un discorso davanti alla tomba aperta di un suicida. Il discorso era rozzo come tutti i discorsi che finora ho sentito fare di fronte a una tomba aperta e la sgradevole voce del parroco, che soffriva evidentemente di una lesione alla faringe, diventava talmente stridula nei toni acuti che le orecchie mi facevano male. Purtroppo il discorso rimase comprensibile, tuttavia, ed era infarcito di tutte quelle ipocrite menzogne che in casi simili a questo la Chiesa cattolica è in grado di sfoderare. Dopo aver finito il suo discorso, il parroco disse che da bambino aveva frequentato insieme a Joana la scuola comunale di Kilb e che ricordava con piacere la graziosa ragazzina di Kilb. Il periodo viennese di Joana, lui lo aveva definito con l’espressione palude della metropoli. Aveva una faccia da piccolo impiegato di un paese di campagna, non certo la faccia tipica del contadino; anche quando entriamo in un negozio di un paese di campagna per cercare un martello, un paio di stivali di gomma, uno strofinaccio, ci troviamo di fronte a facce simili a questa, pensavo nella bergère, facce scaltre e diffidenti che osiamo guardare soltanto per un tempo brevissimo. Tutta quella gente appartenente alla società artistica di Vienna, pensavo nella bergère, si era sottomessa, nel camposanto di Kilb, a un cerimoniale cattolico che non padroneggiava più (o non aveva mai padroneggiato) e che, in effetti, le era del tutto sconosciuto o le era diventato del tutto sconosciuto con il passare del tempo, come a me, del resto, che già da molti decenni non ho più alcun rapporto con quel cerimoniale, che non a caso perciò mi faceva l’effetto di qualcosa di così bugiardo; quella società artistica si comportava come se sapesse quando ci si deve alzare e quando no, quando si deve pregare e quando cantare, sebbene, proprio come me, non avesse di tutto ciò la più pallida idea. Così questa società artistica di Vienna pregava solo a mezza voce e in modo incomprensibile, come pure cantava a mezza voce e in modo incomprensibile, e si metteva a sedere un secondo dopo quelli di Kilb e si alzava in piedi un secondo dopo di loro, e così via dicendo. La società artistica di Vienna muoveva soltanto la bocca ottenendo perciò un effetto teatrale e nient’altro, pensavo, così come anch’io ho ottenuto soltanto un effetto teatrale al camposanto di Kilb. Oppure nemmeno quello, ma non ha importanza. Durante tutto il funerale di Joana io avevo continuato a pensare a quale potesse essere in effetti il contenuto della bara di Joana, quale il suo aspetto.