sabato 13 giugno 2020

IL SIGNORE DI SAN FRANCISCO e altri racconti 
Ivan Bunin

IL SIGNORE DI SAN FRANCISCO
 Il signore di San Francisco – nessuno che ricordasse il suo nome, a Napoli o a Capri – era partito per un viaggio di due anni interi nel Vecchio Mondo con moglie e figlia, solo e soltanto per diletto. Era fermamente convinto di avere pieno diritto al riposo, allo svago, a un viaggio lungo e confortevole e a molto altro ancora. A motivo di tanta convinzione adduceva il fatto, in primo luogo, d’essere ricco e, in secondo, d’essersi appena affacciato alla vita nonostante i suoi cinquantotto anni. Sino a quel momento non aveva vissuto, ma solo campato – neanche troppo male, a onor del vero –, riponendo ogni speranza nell’avvenire. Sempre aveva lavorato sodo – i cinesi che assumeva a migliaia ben sapevano cosa significasse! – e quando finalmente si era reso conto che molto aveva fatto, uguagliando o quasi coloro che un tempo aveva preso a modello, si era deciso a tirare il fiato. Quelli come lui erano soliti iniziare a godersi la vita con un viaggio in Europa, India ed Egitto. Stabilì di fare altrettanto. Certo, era anzitutto se stesso che intendeva ricompensare per tanti anni di duro lavoro; nondimeno, era felice anche per la moglie e la figlia. La moglie non era mai stata una donna di facili entusiasmi, ma le americane di una certa età sono sempre e comunque viaggiatrici accanite. Quanto alla figlia, non più nel fiore degli anni e malaticcia, per lei il viaggio era perfino necessario: a non voler tirare in ballo quanto giovano alla salute, i viaggi non sono forse occasione di incontri fortunati? Siedi a tavola, ammiri un affresco, e ti ritrovi accanto un miliardario. L’itinerario elaborato dal signore di San Francisco era davvero considerevole. In dicembre e gennaio sperava di godersi il sole del Sud dell’Italia, le antiche rovine, la tarantella, le serenate dei cantori raminghi, nonché ciò per cui alla sua età si ha una sottile passione: l’amore, sia pure non del tutto disinteressato, delle giovani napoletane; il carnevale pensava di trascorrerlo a Nizza e Montecarlo, dove di norma in quei giorni si raduna la crème de la crème, coloro da cui dipende il meglio della vita civile – il taglio di uno smoking e la solidità di un trono, le dichiarazioni di guerra e la fortuna di un hotel – e dove alcuni si danno con fervore alle gare d’auto e di vela, altri alla roulette, altri a quanto è costume chiamare flirt, altri ancora al tiro ai colombi che dai giardini si librano graziosamente sullo smeraldo dei prati e sullo sfondo di un mare color non-ti-scordar-di-me per poi schiantarsi a terra come piccole palle bianche; i primi giorni di marzo intendeva consacrarli a Firenze, per arrivare a Roma nella Settimana Santa, così da ascoltarvi il Miserere; rientravano nei suoi piani anche Venezia, Parigi, Siviglia e la corrida, i bagni nelle isole inglesi, e ancora Atene, e Costantinopoli, e la Palestina, e l’Egitto; persino il Giappone – ma sulla via del ritorno, s’intende... Da principio tutto andò a meraviglia. Era la fine di novembre; sino a Gibilterra dovettero navigare in una foschia gelida e cupa o in mezzo a tormente di neve bagnata, ma il viaggio per mare fu comunque un piacere. I passeggeri erano tanti, il piroscafo – il famoso Atlantide – sembrava piuttosto un enorme hotel con tutti gli agi – il night club, il bagno turco, un proprio giornale – e la vita a bordo trascorreva ben scandita: ci si alzava presto, agli squilli di tromba che risuonavano bruschi nei corridoi in penombra, nell’ora in cui, lento e scorbutico, il giorno sorgeva sul deserto d’acqua grigio-verde che s’agitava pesante nella nebbia; con ancora addosso il pigiama di flanella, gli ospiti prendevano il caffè, la cioccolata calda o il latte col cacao, poi si accomodavano nelle vasche da bagno di marmo, facevano un po’ di ginnastica per ridestare l’appetito e il buonumore, e quindi, perfezionati gli ultimi dettagli della toilette quotidiana, si presentavano alla prima colazione; fino alle undici, poi, toccava passeggiare di gran lena sui ponti del piroscafo per respirare la frescura dell’oceano, oppure giocare a shuffleboard e ad altri giochi per stuzzicare nuovamente l’appetito, e alle undici in punto era tempo di rinfrancarsi con qualche panino e un brodo caldo; così rinfrancati, si davano beatamente alla lettura dei giornali nell’attesa serena della seconda colazione, ancora più sostanziosa e varia della prima; le due ore seguenti erano consacrate al riposo: i ponti si riempivano allora di chaise-longue, su cui i viaggiatori si sdraiavano al caldo dei plaid a osservare le nuvole in cielo e le gobbe schiumose delle onde che baluginavano fuori bordo, oppure a sonnecchiare con gusto; dopo le quattro, freschi e allegri, si vedevano servire un buon tè con i biscotti, forte e profumato; alle sette gli squilli di tromba annunciavano lo scopo ultimo, il coronamento della loro esistenza... E allora, fregandosi le mani per le energie che sentiva montare, il signore di San Francisco s’affrettava verso la sua sontuosa cabina di lusso: era tempo di cambiarsi d’abito. La sera i vari piani dell’Atlantide si accendevano nel buio come una schiera d’occhi di brace, mentre un gran numero di servitori faticava nelle cucine lavando stoviglie o fra i vini nel magazzino. Oltre le murate l’oceano faceva paura, ma nessuno ci pensava: tutti confidavano fermamente nella capacità di dominarlo del comandante, un uomo fulvo, di stazza e altezza mastodontiche, sempre come assonnato, il quale, nella sua uniforme dagli ampi galloni dorati, pareva un enorme idolo che assai di rado lasciava il suo antro misterioso per concedersi alle genti; sul castello di prua la sirena ululava di continuo, lugubre e sinistra, lanciando le sue grida con astio furibondo, ma pochi fra i commensali la sentivano, soffocata com’era dalle note della magnifica orchestra d’archi che, instancabile e raffinata, suonava tra i marmi del salone circondato da finestre e foderato dal velluto dei tappeti, festosamente inondato di luci, gremito di dame scollate e cavalieri in smoking e frac, di camerieri alti e snelli e maître sussiegosi, fra i quali uno, incaricato di prendere unicamente l’ordine dei vini, portava al collo un catenone che ricordava quello dei Lord Mayor. Lo smoking e la camicia inamidata levavano un bel po’ d’anni al signore di San Francisco. Asciutto, non troppo alto, prestante ma non proprio aggraziato, tirato a lucido e moderatamente allegro, se ne stava seduto nel lucore oro-perlaceo del salone davanti a una bottiglia di johannisberg color ambra, a calici d’ogni dimensione e del vetro più fine, e a un mazzo ricciuto di giacinti. Il viso giallastro con i baffi d’argento ben curati aveva un che di mongolo, i bei denti grandi rilucevano dell’oro delle otturazioni, di vecchio avorio la robusta testa pelata. Sfarzosa, ma comunque consona all’età, era la mise della moglie, donna in carne, abbondante e pacata; lambiccato, ma leggero, trasparente e con caste nudità, era l’abito della figlia, alta e sottile, con gli splendidi capelli magnificamente raccolti, col suo respiro profumato di petali di viola e col rosa tenue dei foruncoletti che aveva intorno alle labbra e fra le scapole appena incipriate... La cena durava un’ora abbondante e, dopo la cena, nel salone si aprivano le danze, durante le quali gli uomini – ivi compreso, s’intende, il signore di San Francisco –, accavallate le gambe, decidevano i destini del mondo sulla base delle ultime notizie di borsa, si intossicavano di sigari cubani fino a diventare color cremisi, e al bar tracannavano liquori serviti da negri in livrea rossa e con gli occhi del bianco di un uovo sodo sgusciato. Con le sue nere montagne d’acqua, l’oceano scivolava fragorosamente oltre la murata, la bufera di neve mandava fischi robusti tra il sartiame appesantito, e il piroscafo tremava tutto mentre cercava di avere la meglio su montagne e bufere – fendendo come un aratro la loro fluida mole che ribolliva e levava alte le sue code di schiuma; soffocata dalla nebbia, la sirena gemeva di un’angoscia mortale, i marinai di vedetta bubbolavano dal freddo, smaniando per la fatica estenuante di tanta concentrazione, mentre sotto il livello dell’acqua – là dove gracidavano sorde le gigantesche caldaie che con le loro fauci arroventate divoravano i mucchi di carbone, ingozzate con grande strepito da uomini nudi fino alla cintola, zuppi di un sudore acre e sozzo e che le fiamme rendevano paonazzi – il ventre della nave somigliava alle viscere tetre e torride dell’inferno, al suo nono e ultimo cerchio; al bar, invece, con le ginocchia beatamente poggiate contro i braccioli delle poltrone, si sorbivano cognac e liquori fra volute di fumo dall’aroma pungente; nella sala da ballo tutto splendeva ed effondeva luce, gioia e calore, le coppie ora volteggiavano in un valzer ora si piegavano flessuose in un tango, mentre caparbia, malinconicamente impudica e soave, la musica implorava una cosa soltanto, sempre la stessa... C’era in quella folla fulgida un uomo ricchissimo che, alto e rasato in maniera impeccabile, ricordava un prelato e indossava sempre un frac d’altri tempi; c’era un celebre scrittore spagnolo; c’era una donna la cui bellezza era nota in tutto il mondo; e c’era un’elegantissima coppia di innamorati che tutti osservavano curiosi e che non faceva mistero della propria felicità: lui ballava soltanto con lei, e ogni loro gesto era talmente soave e incantevole che solo il comandante li poteva sapere assunti dalla Lloyd dietro lauto compenso, ormai da qualche tempo, per recitare la commedia dell’amore sull’uno o sull’altro piroscafo. A Gibilterra il sole allietò tutti quanti con quella che sembrava una primavera precoce; a bordo dell’Atlantide comparve un nuovo passeggero che risvegliò l’interesse generale: si trattava dell’erede al trono di un qualche Stato asiatico che viaggiava in incognito, un ometto impettito, col viso largo, gli occhi stretti, gli occhiali d’oro, vagamente sgradevole per i baffoni neri ormai radi come quelli di un morto, ma tutto sommato una cara persona, semplice e discreta. Sul Mediterraneo l’odore dell’inverno tornò prepotente, i cavalloni erano iridescenti come code di pavone e finivano dispersi dalla tramontana che si faceva loro incontro con furiosa allegria, nella luce vivida di un cielo tersissimo... Il secondo giorno il cielo cominciò a impallidire e l’orizzonte a velarsi di nebbia; la terra si avvicinava, in lontananza già spuntavano Ischia e Capri, e nel binocolo, come una spruzzata di zucchero alle pendici di una mole grigio-azzurra, ecco Napoli... Fra le ladies e i gentlemen, in diversi avevano indossato pelliccette leggere; i boys cinesi – ragazzini mansueti che parlavano sempre sottovoce, adolescenti dalle gambe storte con la treccia color della pece lunga fino alle caviglie e folte ciglia da fanciulla – già trascinavano verso le scalette plaid, bastoni da passeggio, valigie, nécessaire... La figlia del signore di San Francisco era in piedi sul ponte accanto al principe – fortuna volle che gliel’avessero presentato giusto la sera prima – e fingeva di fissare quanto lui le indicava, lontano, spiegandole e raccontandole chissà cosa a mezza voce, spedito; per statura, fra gli altri il principe sembrava un ragazzino ed era poco bello davvero, per non dire strano: occhiali, bombetta, cappotto inglese, i peli dei baffi radi che parevano crine di cavallo e il viso piatto con la pelle scura e sottile – troppo tesa, lucida come per una mano di vernice; lei lo ascoltava, ma per l’emozione nulla capiva di ciò che lui le diceva; quando gli era vicino, il cuore le batteva di un incomprensibile entusiasmo; tutto in lui, tutto quanto, era diverso rispetto agli altri: le mani secche, la pelle perfetta sotto cui scorreva antico sangue di re, persino gli abiti all’europea, semplicissimi ma particolarmente curati, celavano un’inspiegabile malia. Quanto al signore di San Francisco, con le ghette grigie sulle scarpe di vernice, non smetteva di sbirciare la bellissima celebrità che gli stava accanto, una donna bionda, alta e di splendida costituzione, con gli occhi pitturati all’ultima moda di Parigi e, alla catena d’argento del guinzaglio, un minuscolo cagnolino gibboso e spelacchiato con cui non smetteva un attimo di conversare. Imbarazzata, la figlia si sforzava di ignorarlo. In viaggio il signore di San Francisco era assai munifico, dunque confidava pienamente nella sollecitudine di tutti coloro che gli servivano da mangiare e da bere, che lo accudivano da mane a sera prevenendo ogni suo pur piccolo desiderio, che custodivano il suo lindore e il suo riposo, che trasportavano le sue cose, che per lui chiamavano i facchini e gli facevano trovare i bauli negli alberghi. Così era accaduto ovunque, così era sulla nave e così sarebbe stato anche a Napoli. Napoli si faceva via via più grande e vicina; fra i bagliori d’ottone degli strumenti, i musicisti che già affollavano il ponte assordarono di colpo tutti quanti con gli squilli trionfali di una marcia; in grande uniforme, il gigantesco comandante si mostrò sul ponte, clemente divinità pagana, per elargire cenni di saluto ai passeggeri –, e così come tutti gli altri, anche il signore di San Francisco ebbe l’impressione che la marcia dell’America orgogliosa risuonasse solo per lui, e che solo con lui il comandante si felicitasse per l’imminente approdo. Quando infine l’Atlantide entrò in porto, attraccò alla banchina i tanti piani della sua mole formicolante di passeggeri e si udì il clangore delle passerelle, quanti concierge scortati dai loro assistenti col berretto bordato d’oro, quanti intermediari d’ogni sorta, e ragazzetti sfaticati, e accattoni robusti e pasciuti con in mano fasci di cartoline colorate si avventarono incontro al signore di San Francisco per offrire i propri servigi! A quegli stessi accattoni lui sorrideva sprezzante, puntando verso l’automobile di un hotel dove avrebbe potuto soggiornare anche il principe, sibilando tranquillo, ma a denti stretti, in inglese e in italiano: «Go away! Via!».1 La vita a Napoli seguì da subito una routine assai rigorosa: colazione di buonora in una sala semibuia, con il cielo nuvoloso che poco prometteva e una torma di guide all’ingresso della hall; poi i primi sorrisi di un sole caldo e rosastro, e dal terrazzino appeso nell’aria la vista del Vesuvio avvolto fino alle pendici nei vapori lucenti del mattino, del golfo increspato d’argento e madreperla, del profilo di Capri all’orizzonte, degli asinelli minuscoli più in basso, sulla riva scivolosa, attaccati ai birocci, e delle schiere minute di soldati che marciavano diretti chissà dove al suono di una musica gagliarda e insolente; poi l’uscita in macchina, avanzando lenti lungo i corridoi stretti, umidi e affollati delle vie, fra case alte e piene di finestre; poi le visite a musei di un nitore funereo, perfettamente, gradevolmente – ma noiosamente – illuminati da un candore di neve, o a chiese fredde e odorose di cera in cui trovare sempre le medesime cose: un ingresso maestoso chiuso da un pesante sipario di cuoio e, all’interno, un vuoto enorme, il silenzio, le fiammelle del candelabro a sette bracci, mute e di un bel rosso vivo sullo sfondo dell’altare coperto di trine; una vecchina solitaria fra i banchi di legno scuro, lapidi sdrucciolevoli sotto i piedi e una qualche Deposizione, inevitabilmente celeberrima; l’una era l’ora della seconda colazione a San Martino, dove già per mezzogiorno si radunavano non pochi ospiti di primissimo rango, e dove una volta la figlia del signore di San Francisco fu lì lì per avere un mancamento: le era parso di vedere in sala il principe, che dai giornali, invece, sapeva a Roma; alle cinque c’era il tè in albergo, nell’elegante salone, al calore dei tappeti e dei camini accesi; poi, di nuovo, ci si preparava al desco: possente, poderoso, di nuovo il gong rimbombava per i piani, di nuovo teorie di dame scollate frusciavano di seta lungo le scale cercandosi negli specchi, di nuovo le porte della sala da pranzo spalancate e accoglienti, e le giacchette rosse dei musicisti sul palco, e la calca nera dei camerieri intorno al maître, che con somma maestria versava nei piatti una densa minestra rosa... Le cene, di nuovo, erano un tale tripudio di pietanze, e di vini, e d’acque minerali, e di dolci, e di frutta, che per le undici di sera fra le stanze era tutto un viavai di cameriere con le boule dell’acqua calda per riscaldare le viscere. Tuttavia, quell’anno dicembre non fu un gran mese: alle domande sul tempo, i concierge rispondevano con un’alzata di spalle, contriti, e farfugliavano di non avere memoria di un anno simile – sebbene non fosse il primo anno che si trovavano a farfugliarlo e chiamavano a testimoni «le cose tremende» che accadevano ovunque: burrasche e acquazzoni mai visti in Costa Azzurra, neve ad Atene, l’Etna imbiancato, pure lui, che brillava di notte, turisti in fuga da Palermo dove battevano i denti... Il sole del mattino li ingannava ogni giorno: dal primo pomeriggio il cielo si tingeva immancabilmente di grigio, cominciava a scendere un’acquerugiola via via più fitta e più fredda, e allora le palme all’ingresso dell’hotel mandavano riflessi di lamiera, la città pareva più sporca e angusta che mai, i musei troppo uguali, insopportabilmente fetidi i mozziconi di sigaro dei vetturini pasciuti con le mantelline di gomma che aprivano le ali al vento, palesemente fasullo il vigoroso schioccare delle fruste sui loro ronzini smunti, orrende le scarpe dei signori2 che spazzavano i binari dei tram, mostruosamente corte di gambe le donne che scalpicciavano nel fango, sotto la pioggia e senza niente in testa; dell’umidità e del lezzo di pesce marcio che salivano dal mare schiumante contro la riva è persino inutile dire. Il signore e la signora di San Francisco presero a bisticciare fin dal mattino presto; la figlia o s’aggirava pallida e con un gran mal di capo, o si accendeva di entusiasmo per ogni cosa, ed era allora affettuosa e splendida, perché splendidi erano i sentimenti teneri e lambiccati che risvegliava in lei ogni incontro con quell’uomo poco bello in cui scorreva sangue non comune; del resto, alla fine poco importa che cosa accende il cuore di una fanciulla, se i soldi, la fama o i nobili natali... Tutti garantivano che Sorrento o Capri erano diverse: là faceva più caldo, il sole splendeva, i limoni fiorivano, la gente era più onesta e più schietto era anche il vino. Dunque la famiglia di San Francisco decise di partire armi e bagagli per Capri; da lì, dopo un giro della città, una passeggiata sulle pietre dove un tempo sorgevano i palazzi di Tiberio, un’occhiata agli anfratti fiabeschi della Grotta Azzurra e l’ascolto fugace degli zampognari abruzzesi che si aggiravano sull’isola già un mese prima di Natale levando inni alla Vergine, si sarebbero trasferiti a Sorrento. Il giorno della partenza – fatidica per la famiglia tutta! – il sole non si mostrò neppure al mattino. Bassa e grigia sull’increspatura plumbea del mare, una nebbia pesante nascondeva il Vesuvio fino alle pendici. Capri non si distingueva nemmeno – quasi che neanche esistesse. E il battello che vi faceva rotta dondolava tanto, di qua e di là, che la famiglia di San Francisco era prostrata sui divani della modesta saletta comune con le gambe avvolte nei plaid e gli occhi chiusi per la nausea. Più degli altri – o così credeva lei – soffriva la Missis; diede di stomaco più volte ed era certa di morire, mentre la cameriera che le porgeva la bacinella – e che da tanti anni, ogni giorno, veniva sbatacchiata su quelle onde con la canicola e col gelo, comunque instancabile – non faceva che ridere. La Miss era pallida da fare spavento e stringeva fra i denti una fettina di limone. Coricato sulla schiena, col suo cappotto ampio e l’imponente berretto con la visiera, il Mister non disserrò le mascelle per tutto il viaggio; aveva il viso scuro, i baffi bianchi e un gran mal di capo: ultimamente, e grazie al brutto tempo, spesso la sera aveva bevuto troppo e troppo si era goduto la vista di certi tableaux vivants nelle bettole locali. Intanto la pioggia sferzava i vetri, dai vetri colava sui divani, il vento si abbatteva fischiando contro gli alberi, talvolta insieme all’onda che alzava e piegava il battello su un fianco, e allora qualcosa rotolava a terra con gran rumore. Durante le soste a Castellammare e a Sorrento andò un po’ meglio; ma anche lì si beccheggiava parecchio: come su un’altalena, oltre l’oblò la riva andava su e giù con i suoi dirupi, i parchi, i pini, gli alberghi rosa e bianchi e i monti nebbiosi e ricciuti di verde; alcune barchette urtavano contro le murate, in terza classe tutti urlavano come furie e, forse schiacciato dalla calca, un bambino diede un grido soffocato; il vento umido si infilava nelle porte, mentre dal gozzo tremolante con la bandiera dell’albergo Royal un ragazzino bleso cercava di allettare i viaggiatori gridando stridulo, senza un attimo di requie: «Kgoya-al! Hotel Kgoya-al!...». E il signore di San Francisco, che si sentiva come doveva sentirsi, vale a dire un povero vecchio, già pensava con astio e fastidio ai vari Royal, Splendid, Excelsior e ai soliti ometti rapaci, gli italiani, che sempre puzzavano d’aglio; durante una sosta, aperti gli occhi e tiratosi su dal divano, scorse sotto uno scoglio a picco sul mare un mucchietto di casupole in pietra misere e ammuffite, appiccicate l’una all’altra a ridosso dell’acqua accanto a vecchie barche, stracci, lamiere e reti marrone, si rese conto che quella era l’Italia autentica che era venuto a godersi e fu preso dallo sconforto... Finalmente, fra le tenebre che già calavano, l’isola cominciò a offrire la sua mole nera trafitta alla base dal rosso delle luci, il vento si quietò un pochino, si fece più caldo e odoroso, e sulle onde che andavano anch’esse placandosi, cangianti come nafta, si allungarono le serpi dorate dei lampioni sul molo... Poi, d’un tratto, si udirono lo scatenacciare dell’ancora, il suo tonfo nell’acqua e le grida furibonde dei barcaioli che si rincorrevano da ogni dove; e di colpo il cuore trovò pace, la sala si riempì di luce, e tornò anche la voglia di mangiare, bere, fumare, muoversi... Dieci minuti dopo la famiglia di San Francisco saliva su un bel gozzo grande, dopo quindici metteva piede sulle pietre del lungomare e di lì a poco prendeva posto sul vagoncino chiaro che si arrampicò ronzando su per la collina, fra i pali delle vigne, i recinti di pietra mezzo ceduti, gli aranci bagnati, nodosi e coperti qua e là da cannicci che scivolavano giù per la discesa, oltre i finestrini aperti della funicolare, in tutto lo splendore dei loro frutti arancione e del fitto fogliame lustro... Dopo la pioggia la terra sa di buono, in Italia, e ogni isola ha il suo profumo. Capri era umida e scura, quella sera. Poi per un attimo prese vita, si illuminò. In cima al monte, sulla piazzola della funicolare, trovarono di nuovo la folla di coloro cui spettava accogliere degnamente il signore di San Francisco. C’erano anche altri forestieri, che però non meritavano le medesime attenzioni: certi russi che a Capri si erano stabiliti, sciatti e trasandati, con gli occhiali, le barbe lunghe e il bavero dei vecchi paltò ben rialzato, e un gruppetto di giovani tedeschi gamba-lunga e testa-tonda, in abiti tirolesi e con gli zaini di tela in spalla, che non avevano bisogno di niente e di nessuno, che ovunque si sentivano a casa propria e sempre spendevano controvoglia i loro soldi. Placido e in disparte dagli uni e dagli altri, il signore di San Francisco fu subito adocchiato. Solerti, lo aiutarono a scendere insieme alle sue signore e a tutti e tre fecero strada, precedendoli, mentre i soliti ragazzini e le solite robuste comari capresi che si caricano sulla testa i bauli e le valigie dei turisti di riguardo li stringevano d’assedio. I loro zoccoli attaccarono a scalpicciare su quella piazzola così piccola da sembrare il palcoscenico di un’opera, con il vento umido che scuoteva il globo della luce elettrica, mentre la torma dei ragazzini fischiettava e frullava dintorno come un nugolo d’uccelli; e come su un palcoscenico il signore di San Francisco passò in mezzo a loro e procedette verso una sorta di arco medioevale che si apriva fra case fuse l’una nell’altra, oltre il quale una stradina scoscesa e piena di echi, con il ciuffo di una palma che sbucava dai tetti piani sulla sinistra e con le stelle azzurre nel nero del cielo, conduceva all’ingresso dell’hotel, illuminato a giorno. E di nuovo sembrò che soltanto in onore degli ospiti di San Francisco l’umida cittadina di pietra su quello scoglio nel mar Mediterraneo si fosse risvegliata, che loro e solo loro facessero la felicità e la gioia del proprietario dell’hotel, che il gong cinese avesse atteso solamente loro per risuonare in ogni piano, chiamando alla cena non appena misero piede nella hall. Il proprietario, un giovane di un’eleganza sopraffina che li accolse con un inchino cortese e squisito, lasciò per un attimo perplesso il signore di San Francisco: vedendolo, egli rammentò di colpo che la notte prima, nella baraonda che infestava il suo sonno, aveva sognato un tale perfettamente identico a lui, con lo stesso tight a falde arrotondate e la stessa testa impomatata a specchio. Poco mancò che si bloccasse dov’era, stupefatto. Ma poiché nel suo cuore, da tempo immemore, ormai non rimaneva neanche un granello di senapa di quanto va sotto il nome di misticismo, il suo stupore svanì com’era venuto, e di quella strana coincidenza fra sogno e realtà addirittura scherzò con moglie e figlia lungo il corridoio dell’albergo. Proprio in quel momento, tuttavia, la figlia lo cercò con gli occhi, spaventata: di colpo, su quell’isola cupa e straniera sentiva come un groppo di malinconia, come un senso di tremenda solitudine... Era appena ripartito da Capri un ospite d’alto lignaggio, il diciassettesimo principe di Reuss. Agli ospiti di San Francisco vennero riservati i medesimi appartamenti. Ebbero a disposizione la governante più graziosa e capace, una belga con un corsetto che le faceva la vita dritta e sottile e una cresta inamidata a guisa di coroncina; il maggiordomo di miglior presenza, un siciliano nero come il carbone e dagli occhi di brace; e il più sveglio fra i camerieri, quel Luigi grasso e basso che in vita sua di lavori simili ne aveva già cambiati diversi. Un attimo dopo alla porta del signore di San Francisco bussò delicatamente il maître francese, presentatosi per sapere se i signori ospiti desideravano cenare e, nell’eventualità di una risposta affermativa – di cui, fra l’altro, non si sentiva di dubitare –, per riferire che quel giorno il menù prevedeva aragosta, roast beef, asparagi, fagiano e via discorrendo. Il pavimento ancora ballava sotto ai piedi del signore di San Francisco – tanto lo aveva sballottato l’italica bagnarola –, che però, senza fretta, andò comunque e personalmente, pur se con qualche goffaggine dovuta all’inesperienza, a chiudere la finestra che aveva sbattuto all’ingresso del maître e da cui gli giunsero gli odori della cucina lontana e i profumi dei fiori bagnati del giardino; quindi, scandendo adagio, rispose che sì, desideravano cenare, che volevano un tavolo il più lontano possibile dalla porta, proprio in fondo alla sala, e che avrebbero bevuto vino del luogo; a ogni sua parola il maître faceva eco con tutte le variazioni sonore del suo assenso, le quali, tuttavia, avevano l’unico scopo di confermare che sui desideri sacrosanti del signore di San Francisco non c’era né poteva esserci dubbio alcuno, e che tutti sarebbero stati esauditi puntualmente. Da ultimo chinò la testa e domandò con garbo: «È tutto, sir?». Ottenuto in risposta un pigro «yes», aggiunse che quella sera nella hall ci sarebbe stata la tarantella: avrebbero danzato Carmela e Giuseppe, famosi in tutta Italia e «fra i turisti tutti». «Lei l’ho vista sulle cartoline» disse il signore di San Francisco con una voce che non tradiva emozioni. «Quel Giuseppe è il marito?». «Il cugino, sir» rispose il maître. E dopo qualche momento e qualche pensiero che non divenne parola, il signore di San Francisco lo congedò con un cenno del capo. Quindi ricominciò a prepararsi come neanche per un matrimonio: ovunque accese le lampadine elettriche, riempì gli specchi del riflesso di luci e bagliori, di mobilia e bauli spalancati, e prese a radersi, a lavarsi e a suonare il campanello a ogni istante, mentre dal corridoio, dagli appartamenti della moglie e della figlia, altri trilli impazienti si inframmezzavano ai suoi. Nel suo grembiule rosso e con l’agilità tipica di molti grassoni, fra smorfie di terrore che facevano ridere fino alle lacrime le cameriere che gli passavano accanto con le bacinelle di coccio in mano, Luigi frullava come una trottola a ogni scampanellata e, dopo avere bussato alla porta con le nocche, con finta soggezione e un tono talmente ossequioso da parere idiota domandava: «Ha sonato, signore?».3 Da dietro la porta si udiva allora una voce posata e stridula, fastidiosamente garbata: «Yes, come in...». Che cosa sentiva, che cosa pensava il signore di San Francisco in quella sera fatidica? Come chiunque abbia avuto esperienza di beccheggio, aveva solo una gran fame, godeva a immaginarsi la prima cucchiaiata di minestra e il primo sorso di vino, e compiva il rito della vestizione con una foga che non lasciava tempo a pensieri e sensazioni. Lavato, rasato, sistemati come si deve alcuni denti finti, in piedi davanti allo specchio inumidì e spianò con la spazzola d’argento quanto dei suoi capelli color madreperla restava intorno all’ocra del cranio, infilò sul vecchio corpo robusto e sulla vita arrotondata dal troppo cibo la biancheria di seta color avorio, e ai piedi magri e piatti le calze di seta nera e gli scarpini da ballo; chino, si aggiustò i pantaloni neri che le bretelle di seta tiravano fin troppo e la camicia candida che gli metteva in evidenza il petto, infilò i gemelli nei polsini lustri e cominciò a penare alla caccia del bottone dietro al colletto rigido. Sotto di lui il pavimento ancora ballava, le punte delle dita gli dolevano, ogni tanto il bottone gli pungeva la pelle flaccida nella cavità sotto il pomo d’Adamo, ma lui non si diede per vinto e alla fine, con gli occhi lucidi per lo sforzo, cianotico per quel colletto troppo duro che gli stringeva la gola, portò a termine l’impresa e si chinò stremato di fronte al trumeau, specchiandosi per intero e riflettendosi negli specchi vicini. «Che orrore!» bofonchiò abbassando la robusta testa pelata, ma senza provare a capire, senza neanche pensare a cosa si riferiva di preciso; poi, con la cura data dall’abitudine, osservò le dita corte con le giunture indurite dalla gotta e le unghie grandi e curve color mandorla, e di nuovo ripeté, convinto: «Che orrore...». A quel punto, stentoreo come in un tempio pagano, il secondo gong rimbombò per tutto l’edificio. Alzatosi in fretta e furia, il signore di San Francisco strinse ancora di più la cravatta intorno al colletto e il panciotto sul ventre, infilò la giacca dello smoking, sistemò i polsini e si guardò un’ultima volta allo specchio... «Quella Carmela… Con la sua pelle scura da mulatta, lo sguardo fasullo e il costume sgargiante dove l’arancio la fa da padrone, vedrai come ballerà, sarà straordinaria...» pensò. Uscì baldanzoso dalla stanza, seguendo il tappeto si avvicinò a quella accanto, che era della moglie, e chiese a piena voce se erano pronte. «Cinque minuti ancora!» rispose allegra e sonora una voce di fanciulla da dietro la porta. «Ottimo» disse il signore di San Francisco. E senza fretta, lungo scale e corridoi coperti di tappeti rossi, si avviò di sotto, in cerca della sala di lettura. Gli inservienti che incontrava erano lesti a stringersi contro le pareti per fargli strada, ma lui non sembrava nemmeno notarli. In ritardo per la cena, una vecchia già curva e con i capelli color del latte, ma comunque scollata nel suo abito di seta grigio chiaro, si affrettava al suo meglio, risultando però buffa, una gallina quasi, e lui la superò agilmente. Accanto alla porta a vetri della sala da pranzo, dove già tutti si erano riuniti e avevano iniziato a mangiare, il signore di San Francisco si fermò davanti a un tavolino ingombro di scatole di sigari e sigarette egiziane, prese un grosso manila e lasciò tre lire sul tavolo; nel giardino d’inverno sbirciò di sfuggita fuori dalla finestra aperta: il buio gli alitò addosso un refolo d’aria, mentre la cima della vecchia palma alzava verso le stelle le sue grandi foglie, che a quel modo parevano gigantesche, e il mare sciabordava monotono, lontano... Nella sala di lettura, confortevole, silenziosa e con qualche macchia di luce giusto sui tavoli, un tedesco canuto che somigliava a Ibsen se ne stava in piedi a sfogliare i giornali, con gli occhialini tondi d’argento e gli occhi sgranati di un pazzo. Il signore di San Francisco lo squadrò algido e si accomodò nella bergère di pelle che c’era in un angolo, accanto a una lampada col paralume verde, inforcò il pince-nez e, allungata la testa per via di quel colletto che lo soffocava, si nascose dietro alle pagine di un giornale. Scorse rapidamente i titoli di alcuni articoli, lesse qualche riga sulla guerra nei Balcani che non accennava a finire e voltò pagina con gesto consueto, quando all’improvviso le righe gli esplosero dinanzi agli occhi in un bagliore vitreo, il collo si irrigidì, gli occhi gli uscirono dalle orbite, il pince-nez volò via dal naso... Di scatto si protese in avanti in cerca d’aria, ma gli uscì un rantolo spaventoso; la mandibola si aprì illuminando la bocca dell’oro delle otturazioni, la testa ricadde su una spalla e cominciò a sussultare, lo sparato della camicia si staccò e tutto il corpo scivolò a terra, raspando coi tacchi il tappeto e contorcendosi in una lotta disperata. Se il tedesco non fosse stato anche lui nella sala di lettura, in albergo sarebbero riusciti presto e bene a nascondere l’increscioso evento, avrebbero preso il signore di San Francisco per i piedi e la testa e l’avrebbero trascinato via in un attimo per le porte di servizio, e non un’anima fra gli ospiti avrebbe saputo cos’aveva combinato. Il tedesco invece era corso fuori urlando, aveva messo in allarme l’intero edificio, la sala da pranzo tutta. Molti erano balzati in piedi rovesciando le sedie e lasciando lì le pietanze, ed erano corsi, pallidi, nella sala di lettura, mentre una domanda riecheggiava in tutte le lingue – «Cos’è successo? Cosa?» – senza che nessuno sapesse dare una risposta sensata e, anzi, senza che nessuno capisse, dato che a tutt’oggi non c’è nulla che stupisca gli uomini più della morte, nulla in cui essi si ostinino tanto a non credere. Il proprietario si affannava da un ospite all’altro inventandosi frettolose rassicurazioni per tranquillizzare chi scappava: è cosa da poco, diceva, quel tale di San Francisco ha avuto un lieve mancamento... Nessuno però gli dava retta, poiché in molti vedevano camerieri e inservienti che gli allentavano la cravatta, gli sbottonavano il panciotto e la giacca spiegazzata dello smoking, e – chissà perché – gli sfilavano gli scarpini da ballo dai piedi piatti avvolti nella seta nera. Lui, intanto, non smetteva di contorcersi. Lottava tenacemente con la morte, a nessun costo voleva arrendersi a colei che l’aveva assalito con tanta, inattesa brutalità. Scuoteva la testa, rantolava come se lo stessero sgozzando, rovesciava gli occhi come un ubriaco... Quando lo presero e lo portarono di gran lena sul letto della stanza 43 – la più piccola, la più brutta, la più umida e fredda, in fondo al corridoio di sotto –, la prima ad accorrere fu la figlia, con i capelli sciolti e la vestaglia aperta sul seno scoperto e stretto dal busto, poi arrivò la moglie, grassa, grossa e già vestita di tutto punto per la cena, a bocca aperta per lo spavento... A quel punto, però, la testa aveva smesso di sussultare. Di lì a un quarto d’ora, in albergo tutto era tornato come prima. Ma la serata era rovinata senza rimedio. In sala da pranzo qualcuno finiva comunque di cenare in silenzio, risentito, mentre il proprietario si avvicinava ora a un tavolo ora all’altro, stringendosi nelle spalle con aria di rassegnata e composta irritazione, lui che non aveva colpa alcuna, cercando di spiegare a tutti quanto bene capisse che la situazione risultava assai «sgradevole» e promettendo di fare «quanto nelle sue possibilità» per riparare all’inconveniente; si dovette rimandare la tarantella, qualche lume di troppo fu spento e buona parte degli ospiti si spostò al bar; il silenzio era tale che si sentiva ticchettare distintamente l’orologio della hall, dove solo un pappagallo borbottava impettito girellando nella gabbia prima di dormire, provando a prendere sonno con una zampetta goffamente aggrappata al trespolo più alto... Il signore di San Francisco giaceva su una branda di ferro da poco prezzo, sotto coperte di lana ruvida rischiarate da una lampadina fosca appesa al soffitto. La borsa del ghiaccio gli scivolava sulla fronte madida e fredda. Il viso morto, cianotico, perdeva pian piano calore, e andava spegnendosi anche il gorgoglio roco che si sprigionava dalla sua bocca aperta, luccicante di bagliori d’oro. A rantolare non era più lui, ormai, quel signore di San Francisco che aveva smesso di esistere, ma qualcun altro. La moglie, la figlia, il dottore, i camerieri lo fissavano, in piedi. D’un tratto, quello che tutti si aspettavano e temevano accadde: il rantolo s’interruppe. E lentamente, molto lentamente, sotto i loro occhi il pallore conquistò il viso del defunto e i suoi lineamenti si affilarono, illuminandosi di una bellezza che da tempo, ormai, gli si addiceva... Entrò il proprietario. «Già è morto»4 gli disse il dottore in un sussurro. L’altro diede un’alzata di spalle, impassibile. Con le lacrime che le scendevano silenziose lungo le gote, la Missis gli andò vicino e gli fece presente, timorosa, che ora andava riportato nella sua stanza. «Oh no, Madame» obiettò sbrigativo, educatamente ma senza traccia di cortesia, in francese e non in inglese, quel proprietario cui nulla importava, ormai, dei pochi spiccioli che potevano ancora lasciare nelle sue casse i forestieri di San Francisco. «È assolutamente impossibile, Madame» disse; teneva molto a quegli appartamenti, aggiunse per spiegarsi, e se avesse esaudito il suo desiderio, tutta Capri l’avrebbe scoperto e i turisti non avrebbero più voluto saperne di occuparli. La Miss, che l’aveva guardato in modo strano per tutto il tempo, si sedette su una sedia e scoppiò a piangere, tappandosi la bocca con un fazzoletto. Le lacrime della Missis, invece, si asciugarono di colpo e il suo viso si tinse di un rosso acceso. Di colpo si alzò anche il tono della sua voce e, questa volta nella sua lingua, la signora si diede a pretendere ciò che prima aveva semplicemente chiesto, incapace di credere che il rispetto nei loro confronti fosse ormai cosa perduta. Il proprietario la freddò con garbato rigore: se Madame non gradiva le regole dell’hotel, non l’avrebbe certo trattenuta. Le annunciò poi, risoluto, che il corpo andava portato via quel giorno stesso alle prime luci dell’alba, che la polizia era stata informata e un suo rappresentante sarebbe giunto a momenti per sbrigare le formalità necessarie... A Capri era dato trovare una bara già pronta, anche semplice?, domandò Madame. Purtroppo no, non c’era modo, e neanche avrebbero fatto in tempo a costruirgliela. Bisognava pensare a un’alternativa... L’acqua di soda, per esempio; la ricevevano in casse lunghe e grandi... Potevano togliere i tramezzi da una di quelle... Era notte, l’albergo dormiva. Nella stanza 43 aprirono la finestra – si affacciava su un angolo del giardino dove, sotto un alto muro di pietre con una cresta di vetri rotti, cresceva un banano smunto; spensero la luce elettrica, chiusero a chiave la porta e se ne andarono tutti. Il morto rimase al buio, con le stelle turchine a fissarlo dal cielo e un grillo che attaccò a frinire dal muro con mesta noncuranza... Nel corridoio male illuminato, due cameriere rammendavano sedute accanto al davanzale. Arrivò Luigi con una bracciata di panni e le scarpe ai piedi. «Pronto?»5 domandò impensierito in un bisbiglio squillante, indicando con gli occhi la terribile porta in fondo al corridoio. E con la mano libera fece un mezzo gesto in quella direzione. «Partenza!»6 gridò in un sussurro, come a salutare un treno e come si è soliti gridare nelle stazioni italiane quando i treni ripartono. Le cameriere strozzarono in gola le risa, chinando il capo l’una sulla spalla dell’altra. Poi, a piccoli balzi leggeri, Luigi corse verso la porta in questione, bussò appena e, piegata la testa da un lato, a mezza voce, domandò con sussiego: «Ha sonato, signore?».7 E con una mano premuta sulla gola, protendendo la mandibola, si rispose da solo con voce stridula, lenta e triste, come da dietro la porta: «Yes, come in...». All’alba, mentre il cielo schiariva oltre la finestra della stanza 43 e il vento umido faceva frusciare le foglie lacere del banano, mentre l’azzurro del mattino si alzava e si dispiegava sull’isola di Capri e la cima tersa e netta del monte Solaro si tingeva d’oro contro il sole che sorgeva dietro le lontane vette turchine dell’Italia, mentre i selciai che sistemavano i sentieri per i turisti andavano al lavoro, nella stanza 43 portarono una lunga cassa che aveva contenuto bottiglie di soda. Di lì a poco era diventata molto pesante e schiacciava con forza le ginocchia dell’aiuto concierge che, sul biroccio tirato da un solo cavallo, la portava svelto sulla strada bianca avvitata lungo i pendii di Capri, fra i muretti di pietra e le vigne, giù, sempre più giù, fino al mare. Il vetturino, un pelandrone con gli occhi rossi, una vecchia giacchetta con le maniche troppo corte e le scarpe scalcagnate, era fresco di sbornia – aveva giocato tutta la notte a dadi in trattoria – e frustava continuamente il bel cavallo robusto bardato alla siciliana che risuonava frettoloso dei tanti campanellini attaccati ai finimenti pieni di pompon di lana colorata e alle punte del dorsale di rame, mentre la lunga penna d’uccello che sporgeva dalla frangia della criniera ondeggiava al passo. Il vetturino taceva, avvilito dalla sua stessa sregolatezza, dai suoi vizi, dall’avere perduto, quella notte, fino all’ultima delle monete che aveva in saccoccia. Ma la giornata era fresca, e con quell’aria, in mezzo al mare, sotto il cielo del mattino, la sbornia avrebbe fatto presto a svanire e presto avrebbe fatto a tornare la spensieratezza, tanto più che a rincuorarlo c’era anche il guadagno inatteso procuratogli da quel tale di San Francisco la cui testa morta ciondolava nella cassa alle sue spalle... Il battello – uno scarabeo, giù, lontano, nell’azzurro delicato e lucente che riempiva fitto il golfo di Napoli – già lanciava gli ultimi colpi di sirena, che riecheggiavano gagliardi per tutta l’isola, e non c’era ansa, crinale o rupe che non fosse nitido e visibile da ogni dove, come se l’aria non ci fosse affatto. Vicino al molo l’aiuto concierge raggiunse il suo superiore, che aveva accompagnato in macchina la Miss e la Missis, pallide e con gli occhi scavati dalle lacrime e dalla notte insonne. Dieci minuti dopo, il battello filava di nuovo verso Sorrento e Castellamare, facendo scrosciare l’acqua dintorno e portando via per sempre da Capri la famiglia di San Francisco... E la pace e la quiete tornarono a regnare sull’isola.