sabato 27 giugno 2020



IL SIGNORE DELLE ANIME
Irène Némirovsky. 

Nota
Rifiuto del  métèque..aiuto invasione!!!

Il 18 maggio 1939 «Gringoire», «settimanale politico e letterario parigino», pubblica la prima puntata
delle Échelles du Levant (titolo nella edizione italiana "Il signore delle anime") ultimo romanzo di Irène Némirovsky.  Gli «scali del Levante» sono le città e i porti commerciali del Medio Oriente, che da sempre fungono da cerniera tra l'Europa e l'Asia, crocevia di spezie, di seta, di miseria e di pogrom. Nel periodo tra le due guerre, quando l'immigrazione in Francia è più forte che mai per l'afflusso di profughi provenienti da tutta l'Europa orientale e dalla Spagna, gli «scali» diventano il simbolo di una infiltrazione demografica che scatena nuove forme di xenofobia, inoculando nel vecchio antisemitismo cristiano un più generale rifiuto del métèque, dell'immigrato. Questo termine si era affermato nella sua accezione spregiativa alla fine dell'Ottocento, sull'onda dello scandalo di Panama e dell'affare Dreyfus, e viene usato come sinonimo di straniero, apolide, ebreo. Il protagonista del "Signore delle anime" ne è un tipico esempio.

IL SIGNORE DELLE ANIME
Traduzione di Marina Di Leo
Con un saggio di Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt 
ADELPHI EDIZIONI
 titolo originale: Le maitre des ämes 
© 2005 ÉDITIONS DENOE'L
© 2011 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO
www.adelphi.it 
ISBN 978-88-459-2627-3
«Appartengo a una razza levantina, oscura, c'è in me un miscuglio di sangue greco e italiano: sono uno di quelli che voi francesi chiamate metechi, immigrati», dice, a una donna in cui vede l'immagine stessa della purezza, Dario Asfar, giovane medico che negli anni successivi alla prima guerra mondiale conduce un'esistenza miserabile nel Sud della Francia. E con sorprendente chiaroveggenza conclude: «Io credo che esista una fatalità, una maledizione. Credo che il mio destino era di essere un mascalzone, un ciarlatano ... Non si sfugge al proprio destino». Anche quando, molti anni dopo, non sarà più il «medicastro» che con il suo aspetto «miserabile e selvatico» e il suo accento straniero ispira solo diffidenza, anche quando sarà diventato ricco e famoso, e l'alta società parigina andrà umilmente a chiedergli di guarirla da quelle malattie dell'anima, da quelle «turbe psichiche», da quelle «fobie inspiegabili» che solo lui, il Master of souls (come viene definito da chi lo accusa di sfruttare la credulità del prossimo), è in grado di curare -, anche allora il dottor Asfar si porterà dietro il marchio indelebile del suo destino, delle sue origini, del suo sangue. E quegli angiporti dell'Oriente da cui proviene, e che ha cercato di lasciarsi alle spalle, gli rimarranno per sempre negli occhi.
«Il mio metodo» disse Dario «è simile a quello di cui si servono per istinto i poeti e gli artisti, che traspongono le loro vili passioni su un registro più elevato, finendo col trarne maggiore forza spirituale.
Possiamo applicare lo stesso procedimento alla psiche. Vuole affidarsi a me?». «Sì» disse Wardes stanco. In cuor suo disprezzava, irrideva Dario, così come disprezzava e irrideva se stesso, ma un'incontenibile speranza si era impadronita di lui. Forse, ora che aveva compiuto il primo passo e pronunciato le parole più difficili, pregustava il piacere della confessione e il piacere, ancora più intenso, di nascondere, di mascherare i suoi segreti.
Uscito a puntate su «Gringoire» tra maggio e agosto 1939, Il signore delle anime è apparso in volume solo nel 2005. Tutte le opere di Irène Némirovsky (Kiev, 1903-Auschwitz, 1942) sono in corso di pubblicazione presso Adelphi; il titolo più recente è Il vino della solitudine (2011).
In copertina: Donna con le carte (1930). Foto di Florence Henri. ©
GALLERIA MARTINI & RONCHETTI, GENOVA
ISBN 978-88-459-2627-3
CAPITOLO 1
«Ho bisogno di soldi!».
«Le ho detto di no».
Dario tentava invano di mantenere la calma. Quando si alterava, la voce gli diventava stridula. Gesticolava. Aveva la tipica fisionomia levantina: l'aria smaniosa e affamata dei lupi, quei lineamenti che non sono della gente di qui e che sembrano plasmati in fretta con mano febbrile.
«Lei presta soldi, lo so!» esclamò con rabbia.
Tutti gli dicevano di no quando li pregava umilmente. Serviva un altro tono. Pazienza! Avrebbe saputo ricorrere di volta in volta all'astuzia e alle minacce. Non sarebbe indietreggiato di fronte a niente. Avrebbe mendicato o strappato con la forza i soldi alla vecchia usuraia. Sua moglie e il bambino appena nato avevano solo lui al mondo, Dario, che potesse sfamarli.
La donna scrollò le spalle robuste. «Certo, faccio prestiti su pegno! Lei ha qualcosa da darmi in cambio?».
Ah, così andava meglio! Aveva fatto bene a non perdere le speranze. A volte chi viene pregato risponde «no», ma il suo sguardo dice «sì». Insisti. Offrimi un servigio, un favore, una complicità. Non mi supplicare, è inutile. Compra. Ma che cosa poteva darle, lui? Non possedeva niente. Quella donna era la sua padrona di casa; da quattro mesi Dario aveva preso in affitto un alloggio libero al primo piano del villino che la vecchia aveva trasformato in una pensione familiare per esuli.
«Chi non ha bisogno di soldi? Sono tempi duri» disse lei agitando il ventaglio. Indossava un vestito di tela rosa. Il suo viso largo e rubizzo era impassibile.
«Che creatura orrenda!» pensò Dario.
La donna fece per alzarsi. Lui si affrettò a fermarla. «No, aspetti! Non se ne vada!». Che cos'altro poteva dirle? Supplicarla? Inutile! Prometterle qualcosa? Inutile! Mercanteggiare? E come? Non ne era più capace. Alla scuola dell'Europa, lui, Dario Asfar, misero levantino cresciuto nei porti e nelle bettole, si era illuso di aver acquisito il senso del decoro e dell'onore. E adesso doveva dimenticare i quindici anni trascorsi in Francia, la cultura francese, il titolo di medico strappato con tanta fatica all'Occidente, non come un dono ricevuto dalla propria madre, ma come un pezzo di pane rubato a un'estranea. Inutili smancerie europee, che non gli avevano dato da mangiare! Lì a Nizza, nel 1920, a trentacinque anni, faceva la fame, e aveva le tasche vuote e le suole bucate come quando era ragazzo. Si disse con amarezza che quelle nuove armi - la dignità, l'orgoglio - lui non sapeva maneggiarle, e che doveva ricorrere alle preghiere e al baratto, alle vecchie e sperimentate abitudini. «Gli altri avanzano in branco, protetti, guidati» pensò. «Io sono solo. Vado a caccia da solo, per mia moglie e per mio figlio!».
«Come faccio a campare, secondo lei?» esclamò. «Non mi conosce nessuno in questa città. Sono quattro mesi che vivo a Nizza. Ho affrontato sacrifici di ogni genere per stabilirmi qui. A Parigi il successo era dietro la porta. Bastava aspettare».
Mentiva. Voleva convincerla a tutti i costi. «A Nizza, invece, curo soltanto russi. Conosco soltanto esuli morti di fame. I francesi non mi chiamano. Non si fidano. Colpa della mia faccia, del mio accento, che ne so...» disse, passandosi la mano sui capelli corvini, sulle guance brune e scarne, sulle palpebre orlate di lunghe ciglia femminili dietro le quali si intravedeva uno sguardo duro e inquieto. «La fiducia non può essere imposta, Marta Aleksandrovna. Lei è russa, lo sa che cosa significa vivere da emarginati. Io mi sono laureato in medicina in una università francese, conosco gli usi francesi e ho ottenuto la cittadinanza francese, eppure vengo trattato da straniero, e mi sento straniero. Bisogna aspettare. Glielo ripeto: la fiducia non può essere imposta, occorre ispirarla, conquistarsela a poco a poco. Ma, nel frattempo, bisogna pur vivere. E' nel suo interesse aiutarmi, Marta Aleksandrovna. Io sono suo inquilino. Le devo già degli arretrati. Mi caccerà via. E io sarò nei guai. Ma lei che cosa ci avrà guadagnato?».
«Anche noi» sospirò la donna «siamo poveri esuli. I tempi sono duri, dottore... Che cosa posso fare io per lei? Niente».
«Quando mia moglie tornerà a casa, lunedì, ancora debole, con un neonato, come farò a sfamarli, Marta Aleksandrovna? Dio li protegga! Che ne sarà di loro? Mi presti quattromila franchi, Marta Aleksandrovna, e mi chieda in cambio qualunque cosa».
«Ma che garanzie può darmi, povero lei? Ha titoli di borsa?».
«No».
«Gioielli?».
«Niente. Non ho niente».
«Tutti mi lasciano in pegno almeno un gioiello, dell'argenteria, una pelliccia. Lei non è un bambino, dottore, capirà che non posso distribuire denaro senza nessuna garanzia. Sono spiacente, mi creda. Non ero nata per questo mestiere, per prestare soldi a interesse. Sono la moglie del generale Mouravine, io, ma che c'è da fare quando le necessità della vita ti prendono qui?» disse portandosi le mani alla gola con un gesto che ai tempi della sua giovinezza, quando faceva l'attrice in provincia, aveva riscosso gli applausi del pubblico, il vecchio generale, in effetti, l'aveva sposata soltanto in esilio, dopo aver riconosciuto il figlio avuto da lei. La donna parve stringersi un invisibile monile intorno al collo bianco e grassoccio. «Eh, caro il mio dottore, siamo tutti quanti strozzati dalla miseria! Se lei sapesse che cos'è la mia vita!» disse, ricorrendo alla consueta tattica di chi, sollecitato a concedere un prestito, si piange addosso per meglio rifiutare. «Sgobbo come una serva. E mi tocca mantenere il generale, mio figlio e mia nuora. Vengono tutti a chiedere aiuto a me, ma io non posso contare sull'aiuto di nessuno».
Prese il fazzoletto di cotone rosa infilato nella cintura e si asciugò gli angoli degli occhi. La sua faccia rossa dai tratti grossolani, sciupata dall'età, ma che nel disegno del naso sottile e aquilino e nel taglio delle palpebre conservava le vestigia di un'antica bellezza ormai in rovina, si coprì di lacrime. «Io non ho un cuore di pietra, dottore».
«Piange, ma mi caccerà di casa lo stesso» si disse Dario, disperato. Ogni suo pensiero dava la stura a un flusso di ricordi. Quando rimuginava: « Ci caccerà di qui. Dovremo andarcene. Non avremo più un tetto. Non sapremo dove rifugiarci», le scene che gli venivano in mente non erano frutto solo della sua immaginazione, ma generate dalla sua carne che aveva patito il freddo, dai suoi occhi arrossati per la stanchezza dopo una lunga notte trascorsa a vagabondare. Più di una volta, non sapendo dove dormire, aveva errato senza meta per le strade, messo alla porta dagli albergatori. E sebbene tutto ciò gli fosse parso normale durante l'infanzia, l'adolescenza e i primi duri anni di studio, ora avrebbe preferito morire piuttosto che sottoporsi a una simile umiliazione. L'Europa l'aveva viziato, eccome!
Guardò l'appartamento, i mobili. Tre misere stanzette al primo piano della pensione familiare, il pavimento di piastrelle rosse coperto a malapena da logori tappeti; nel salotto due poltrone di velluto giallo, sbiadito dal sole, e nella camera matrimoniale un bel letto francese dove si dormiva così bene. Come gli piaceva tutto questo! Pensò che avrebbero piazzato la carrozzina del figlio sul balconcino: la brezza del mare, oltrepassando i tetti della rue de France, sarebbe arrivata fino a lui, e la mattina il piccolo avrebbe sentito le grida provenienti dal vicino mercato: «Sardine, belle sardine...».
I suoi polmoni avrebbero respirato l'aria frizzante, e in seguito il bimbo avrebbe potuto giocare al sole. Bisognava restare là e ottenere un prestito da quella donna. Con un misto di angoscia, di rabbia e di speranza, Dario guardava ora le pareti, ora i mobili, ora il viso della moglie del generale. Stringeva le labbra convinto di assumere un'aria impassibile, ma il suo sguardo ansioso, eloquente e disperato lo tradiva. «Non mi rovini, Marta Aleksandrovna. Quattromila franchi... Li troverà quattromila franchi per me, vero? E per i tre mesi di pigione arretrata aspetterà. Non mi caccerà via. Pazienti un anno. In un anno posso fare grandi cose. Con quattromila franchi mi comprerò dei vestiti decenti. Come faccio, conciato così, a varcare la soglia di un grande albergo? Chi mi lascerebbe entrare? Trasudo miseria... Parecchi concierge di Nizza, di Cannes, di Cimiez hanno promesso di mandarmi a chiamare se dovesse servire un medico.
« Ma guardi queste scarpe che imbarcano acqua, guardi questa giacca» disse mostrando la stoffa lisa che riluceva al sole. «Parlo nel suo interesse, Marta Aleksandrovna. Lei è una donna, sa riconoscere un carattere ardito, pieno di zelo e di buona volontà. Quattromila franchi, Marta Aleksandrovna... Tremila! 
In nome di Dio!».
Lei scosse la testa. «No». Poi, a voce più bassa, ripeté: «No».
Ma Dario non badava tanto a quel che diceva, bensì a come lo diceva: le parole non significavano niente, solo il tono contava... La vecchia aveva forse mormorato «no» con impazienza? L'aveva esclamato con rabbia? Se davvero il rifiuto fosse stato senza remissione, senza appello, si sarebbe messa a gridare e l'avrebbe cacciato via su due piedi. Quel «no», quell'inflessione più dolce, quelle lacrime, e al contempo lo sguardo duro dei suoi occhi glauchi, che diventava ancora più duro, ostinato e penetrante... Tutto ciò voleva dire che bisognava contrattare, e nessuna contrattazione doveva spaventarlo. Finché si trattava di mercanteggiare, discutere, comprare o vendere, niente era perduto.
«Marta Aleksandrovna,» disse Dario «c'è qualcosa che posso fare per lei? Sa quanto sono discreto e fidato. Ci pensi su. Mi sembra preoccupata, Marta Aleksandrovna, abbia fiducia in me...».
«Dottore...» cominciò lei.
Tacque. Attraverso l'assito sottile giungevano fino a loro i rumori della pensione familiare; lì vivevano, litigavano, piangevano e ridevano esuli che davano fondo ai loro ultimi risparmi, che si odiavano o si amavano. Echeggiarono voci, passi rapidi e spediti di ragazze, lo scalpiccio stanco e senza scopo di vecchi chiusi fra quattro mura tristi. Quanti intrighi fra quella gente! Quanti drammi! La moglie del generale doveva essere al corrente di tutto... Aveva bisogno di lui. E lui non si sarebbe tirato indietro di fronte a niente. Provava quel panico interiore che dilaga nell'animo come un fiotto selvaggio. Innanzitutto, vivere! Al diavolo gli scrupoli, le paure vigliacche! Innanzitutto, continuare a respirare, a nutrirsi, salvarsi la pelle, proteggere la moglie e l'amato figliolo! La donna emise un profondo sospiro.
«Venga qui, dottore... Dottore, lei conosce mia nuora, Elinor, quell'americana che mio figlio ha voluto sposare? Dottore, le parlo da madre disperata... Sono ragazzi, hanno commesso una stupidaggine, una follia...».
Gualcì il fazzoletto tra le mani e si asciugò la fronte e le labbra. Il sole, prima di tramontare, baluginò per un istante sui tetti e irruppe nella stanza. Era una delle prime belle giornate di una primavera burrascosa. La moglie del generale aveva molto caldo, ansimava un po' e sembrava più umana, piena di rabbia e di paura. «Mio figlio è un bambinone, dottore... Mia nuora, invece, mi dà l'idea di essere molto più navigata. Ma il fattaccio è successo. Finora non mi avevano detto niente... Dottore, noi non possiamo permetterci un'altra bocca da sfamare... Non ce la faccio più a reggere il peso di tutti quelli che si aggrappano a me aspettando il pane dalle mie mani. Un altro bambino... Impossibile, dottore».
CAPITOLO 2
La moglie di Dario, Clara, era a letto, con accanto la culla del figlio, in una linda cameretta dell'ospedale Sainte-Marie. La finestra era socchiusa e una calda coperta le avvolgeva le gambe. Ogni volta che la suora le chiedeva come stava Clara si girava con gratitudine verso di lei, guardava sorridendo la cornetta bianca e rispondeva con timido orgoglio: «Come potrei star meglio? Non ho forse tutto quel che mi occorre?».
Era sera. Stavano chiudendo le porte. Clara non vedeva Dario dal giorno prima, ma sperava ancora nel suo arrivo; le suore sapevano che era un medico e lo lasciavano entrare anche oltre l'orario di visita. A Clara spiaceva che Dario non avesse voluto farla stare in corsia. Lei non aveva mai avuto amiche. Non aveva mai legato con un'altra donna. Era schiva, guardinga... Tutto la riempiva di stupore, in quelle città straniere. Aveva imparato a fatica il francese. Adesso lo parlava, benché con un pessimo accento, ma continuava a vivere isolata. Quando era con Dario non aveva bisogno di nessuno; lì, in ospedale, il bambino avrebbe dovuto bastarle, eppure a volte le capitava di desiderare una presenza femminile al fianco. Sentiva le risate delle donne ricoverate in corsia... Che bello doveva essere far confronti tra il proprio figlio e quello delle altre mamme! Nessun bambino poteva essere più bello del suo, di suo figlio, del suo Daniel, né poppare così in fretta e con tanto vigore, né avere un corpicino così ben fatto, gambette così agili, manine così perfette. Ma Dario voleva per lei una camera singola, comoda, tranquilla, lussuosa. Caro Dario, come la viziava! Credeva forse di dargliela a bere? Lei sapeva quante difficoltà doveva affrontare. E intuiva la stanchezza che si celava nei suoi movimenti convulsi, nella sua voce, nel rapido gesticolare delle sue mani tremanti. Ma la nascita del bambino le colmava il cuore di pace.
Non sapeva perché, eppure non si preoccupava più. Era troppo riconoscente a Dio per essere ancora preoccupata. A volte si sporgeva un po' dal letto e attirava a sé - più vicino, sempre più vicino - la culla, trattenendola con la mano. Non vedeva il bambino, ma lo sentiva respirare. Allora, dolorante com'era, si girava con precauzione su un fianco. Lasciava andare la culla e incrociava le braccia sul petto gonfio di latte, che a quell'ora montava come una marea, martellandola di pulsazioni simili a quelle della febbre. Era così minuta che i fianchi, il seno e le ginocchia magre sollevavano appena il lenzuolo.
Il viso sembrava al contempo troppo giovane e troppo vecchio per la sua età: Clara aveva superato la trentina. Alcuni tratti - la fronte piccola e bombata, senza rughe, le palpebre intatte, il sorriso dai denti bianchi, regolari, magnifici, suo unico vero dono - le davano le sembianze di una bella ragazza, quasi di un'adolescente, ma qua e là fra i capelli crespi e trascurati cominciava a spuntare qualche ciocca grigia; i suoi occhi scuri erano tristi, avevano pianto, vegliato, scrutato la morte sul volto di persone care, atteso con speranza, guardato con coraggio; la bocca, nei momenti di riposo, tradiva spossatezza, ingenuità, sconforto.
Usciti gli ultimi visitatori, cominciò l'andirivieni dei carrelli che si fermavano davanti a tutte le porte distribuendo pasti leggeri. Le puerpere che allattavano i figlioletti si preparavano alla poppata serale. I piccoli, appena svegliati, strillavano. La suora entrò nella camera di Clara, l'aiutò a sedersi sul letto e le porse il bambino. Era una donna robusta, dal viso ordinario, roseo e paffuto. Per qualche istante rimasero entrambe a osservare in silenzio il neonato che girava da una parte all'altra la testolina morbida e calda, piagnucolando alla ricerca del seno, ma il piccolo si acquietò presto, e le due donne sentirono il ciangottio confuso dei poppanti sazi, soddisfatti, che succhiano il latte e a poco a poco cadono nel sonno. Allora presero a chiacchierare sottovoce: «Suo marito non è venuto oggi?» chiese la suora. Aveva l'accento melodioso di Nizza.
«No» rispose Clara un po' rattristata. Sapeva che Dario non si era dimenticato di lei. Chissà, forse non aveva i soldi per il tram... L'ospedale era piuttosto lontano dal centro della città.
«E' un buon marito» disse la suora chinandosi sul bambino addormentato. Fece per prenderlo e posarlo sulla bilancia, ma il piccolo aprì subito gli occhi e agitò le manine.
Clara lo strinse a sé. «Aspetti. Me lo lasci. Ha ancora fame».
«Un buon marito e un buon padre» aggiunse la suora. «"Hanno tutto quel che occorre? C'è bisogno di qualcosa?" mi chiede tutti i giorni. Oh, la ama davvero... Ma basta adesso!» disse alzandosi e prendendo il bambino dalle braccia di Clara.
Clara glielo lasciò portare via, ma solo dopo un movimento istintivo per tenerselo ancora stretto che fece sorridere la suora. «Gli dà troppo latte. Lo farà ammalare, questo bambino!».
«Oh, no, signora!» disse Clara - non si era mai abituata a chiamare «sorella» la religiosa che la accudiva. «Ma sono felice di farlo mangiare a sazietà; il mio primo figlio è morto perché non avevo abbastanza latte per sfamarlo né soldi per comprarne».
La suora scosse leggermente la testa, con un'espressione cordiale, compassionevole e sprezzante, che significava: «Non sei l'unica, sai, povera cara! Ne ho vista tanta, io, di miseria...».
E a quel cenno del capo, a quello sguardo lanciato da sotto la cornetta, Clara si sentì come liberata dall'amarezza e da quella specie di vergogna che fa tutt'uno con la disgrazia. Non aveva mai parlato con nessuno del primo figlio. Allora, con voce rapida e sommessa, disse:
«Prima della guerra, mio marito mi aveva lasciata sola a Parigi. Era andato nelle colonie francesi, sperando di trovare lavoro laggiù. I viaggi e le separazioni non ci fanno paura: siamo stranieri, noi. Mi aveva detto: "Parto, Clara. Qui moriamo di fame. Non ho i soldi per il tuo biglietto. Mi raggiungerai tra qualche tempo". La nave aveva appena preso il largo che io ho cominciato ad avvertire i primi malesseri e ho capito di essere incinta. Ero priva di mezzi. Persi anche il modesto impiego che mi consentiva di sopravvivere. In seguito mi hanno detto: "Doveva rivolgersi a questo e a quello...". Ma io non ne sapevo niente. Non conoscevo nessuno. Il bambino è morto, forse di fame» concluse abbassando gli occhi. Tormentava con gesti febbrili le frange di lana che bordavano il suo scialle.
«Su, su, questo vivrà» disse la suora.
«E' un bel bambino, vero?».
«Certo». La suora infilò la mano sotto la coperta di Clara. «Ha i piedi gelati, ragazza mia. Le preparo una borsa d'acqua calda. Si copra bene. Dimentichi i giorni tristi. Suo marito è tornato e si prenderà cura di lei».
«Oh!» esclamò Clara con un debole sorriso. «Ma io non sono più un'ochetta, sono vecchia ormai. E vivo in Francia da quindici anni. Ho smesso di avere paura. All'epoca mi sentivo sperduta, qui. Ero...». Tacque di colpo. A che scopo parlarne? Chi l'avrebbe capita? Con ogni probabilità la suora aveva assistito tante povere ragazze che avevano lasciato i loro paesini di provincia per fare la fame nelle strade di Nizza, ma Clara non poteva impedirsi di pensare che per lei era stato peggio; veniva da così lontano, e ogni pietra sembrava respingerla, ogni porta, ogni casa sembravano dirle: «Vattene! Torna fra i tuoi simili! Noi abbiamo già i nostri poveri da soccorrere, straniera!».
La suora le piazzò la borsa dell'acqua calda sotto i piedi, le sorrise e si avviò alla porta. «Vado a prenderle la cena» disse già sulla soglia. «Ecco suo marito, cara!».
Clara tese le braccia. «Dario! Finalmente!». Gli afferrò la mano e se la portò alla guancia, alle labbra. «Non speravo più di vederti stasera. Ma perché sei venuto? E' così tardi, e tu sei così stanco!» esclamò.
Benché Dario non avesse detto niente, lei sapeva che era sfinito. Gli cinse la vita, lo abbracciò con tutte le sue forze e, quando lui si sedette sul letto, gli appoggiò la testa sulla spalla. «Stai bene? E il bambino sta bene? E' successo qualcosa? Qualcosa di brutto?».
«No, niente, perché?».
Parlavano un po' in francese, un po' in greco e un po' in russo, mescolando le tre lingue. Clara gli accarezzò le dita. «Perché, tesoro?».
Dario non rispose.
«Ti tremano le mani» disse lei. Ma non insistette. Continuò a tenergli le mani strette fra le sue, e a poco a poco il tremito si placò.
«Stai bene?» ripeté Dario in tono ansioso.
«Sto bene. Mi sembra di essere una regina. Ho tutto quel che posso desiderare, ma...».
«Ma?».
«Vorrei essere già a casa, vorrei tornare accanto a te al più presto».
Guardò il viso affaticato, stravolto del marito, la sua camicia gualcita, la cravatta annodata male, la giacca che non era stata spazzolata e a cui mancava qualche bottone. «Dario, è vero quel che mi hai detto? Che avevi molti pazienti e che non ti serviva niente?».
«E' vero».
La suora tornò con il vassoio.
«Mangia» disse Dario. «Guarda che buona minestra. Su, mangiala subito, prima che si raffreddi».
«Non ho fame».
«Devi mangiare, se vuoi che il tuo latte sia nutriente».
Clara, costretta dal marito che la imboccava ridendo, mandò giù qualche cucchiaiata; e, una volta stuzzicato l'appetito, vuotò il piatto. «E tu? Hai cenato?» chiese.
«Sì».
«Prima di venire qui?».
«Sì».
«Ah, è per questo che sei arrivato così tardi?».
«Sì. Sei più tranquilla ora?».
Lei sorrise. Dario prese dal vassoio un pezzo di pane che la moglie aveva lasciato, e lo nascose nel pugno. Per non affaticare la puerpera, avevano schermato la lampada con un foglio di carta azzurra. La camera era in penombra, ma Clara notò la mossa furtiva del marito e l'avidità con cui divorava il pezzo di pane. «Hai ancora fame?».
«No, no...».
«Dario, tu non hai mangiato!».
«Ma che cosa vai a pensare?» disse lui con voce carezzevole. «Sta' calma, Clara. Non devi preoccuparti. Non fa bene al bambino». Si chinò sulla culla, trattenendo il respiro. «Avrà i capelli biondi, Clara...».
«No, è impossibile. Siamo tutti e due così bruni... Ma i nostri genitori com'erano?».
Fecero uno sforzo di memoria. Lui, Dario, era rimasto orfano molto presto. Clara era fuggita dalla casa paterna a quindici anni per seguire il vagabondo di cui si era innamorata. Dalle profondità del passato, come quando al calar della sera scorgiamo in lontananza delle sagome pressoché indistinte, emersero alcune pallide figure quasi cancellate: una donna, invecchiata anzitempo, con il capo coperto da un ampio scialle nero calato fino alle sopracciglia; un'altra donna, sempre ubriaca, la bocca aperta a rovesciare imprecazioni e insulti sulla testa di un povero bambino terrorizzato; il padre di Clara con la fronte solcata di rughe e una lunga barba grigia che gli ricadeva sul petto; il padre di Dario, il greco, il miserabile venditore ambulante. Di quest'ultimo Dario si ricordava meglio, anche perché ne era il ritratto vivente. «I nostri genitori erano bruni come noi».
«E i nostri nonni?».
«Ah, quelli...».
Non li avevano conosciuti. I vecchi erano rimasti nei rispettivi paesi d'origine - la Grecia, l'Italia, l'Asia Minore -, quando i figli erano partiti sciamando lontano. Per i loro discendenti era come se non fossero mai esistiti. Forse, tra quei levantini dimenticati, ce n'era qualcuno che, nella culla, aveva avuto i capelli biondi, la carnagione chiara. Chissà... «Clara, ma come ti salta in mente che potremmo conoscere i nostri nonni? Credi forse di essere una borghese nata in Francia?».
Sorrisero. Si capivano al volo. Erano uniti, corpo e anima, dall'amore, ma non solo: essendo nati nel medesimo porto della Crimea, parlando la medesima lingua, si sentivano anche fratelli; avevano bevuto alla stessa fonte, diviso lo stesso pane amaro. «Dopo la nascita del bambino è venuta a trovarmi la madre superiora. Mi ha chiesto se le nostre famiglie erano contente. E dalle camere vicine, durante l'orario delle visite, mi giungono le voci di nonni e zie che esclamano: «Somiglia al nonno, al cugino Jean, a quel tuo zio morto nel ' 14».
Non avevo mai sentito nulla del genere. Arrivano carichi di pacchetti infiocchettati. La suora mi ha detto che dentro ci sono bavaglini, vestitini, giocattoli, pellicciotti. E sai, Dario, usano le vecchie lenzuola per farne camiciole...» disse sottovoce. Era stanca. Parlava lentamente, si fermava, respirava a fatica. Non riusciva a trovare le parole per esprimere il suo stupore, la sua meraviglia, quando immaginava quelle famiglie chine intorno a una culla, quelle lenzuola consumate dallo sfregamento dei corpi, notte dopo notte, per una vita intera, quelle lenzuola da cui poi ricavavano camiciole e pannolini da neonato. «Alla suora che mi assiste dico: "Noi non abbiamo parenti. Nessuno si cura di noi. Nessuno gioirà per la nascita di questo bambino. Nessuno ha pianto per la morte dell'altro bambino". Lei sta a sentirmi. Ma non capisce».
«Come vuoi che capisca?» disse Dario scuotendo la testa.
Si preoccupava vedendo Clara così stanca e turbata. Voleva dirle di tacere. Ma lei, parlando, si era addormentata con la testa sul braccio del marito. Entrò la suora e chiuse senza rumore le persiane e la finestra; all'ospedale Sainte-Marie temevano l'aria della notte.
Clara aprì gli occhi di colpo e balbettò con voce angosciata: «Sei qui, Dario? Sei tu? Sei proprio tu? Il bambino vivrà? Crescerà bene? Non gli mancherà niente? Vivrà?». Ripeté ancora una volta: «Vivrà?» e si svegliò del tutto. Sorrise. «Dario, tesoro, perdonami, stavo sognando. Va', adesso. E' tardi. A domani. Ti amo».
Lui si chinò e le diede un bacio.
La suora, rimproverandolo amichevolmente, lo spinse verso la porta: erano le otto passate. Nei corridoi avevano spento le luci, sostituendole con le lampadine azzurre da notte, e qua e là, sotto i numeri delle camere in cui dormivano le pazienti appena operate e le malate gravi, una suora appendeva in bellavista i cartelli con la scritta: «Silenzio».
Fuori lo accolse una tiepida serata di primavera, e Dario respirò l'odore che gli era familiare sin dall'infanzia, un odore che si ritrova dalla Crimea al Mediterraneo: di gelsomino, di pepe, di vento salmastro.
CAPITOLO 3
La moglie del generale aveva promesso che gli avrebbe consegnato i soldi l'indomani. Quella sera Dario aveva ancora le tasche vuote. Percorse a piedi la strada dall'ospedale fino a casa. Davanti al portone vide una donna che tentava di leggere il numero civico alla fioca luce di un lampione a gas. Era a capo scoperto, con le spalle avvolte in uno scialle; aveva il fiato corto, sembrava impaziente e ansiosa. Scorgendo Dario, chiese: «Non abita un medico, qui?».
«Sì, sono io».
«La prego, venga subito con me, dottore. Il mio padrone sta male. E' urgente».
«Certo, la seguo» disse Dario, con il cuore colmo di speranza. Si avviarono lungo la strada deserta. Mentre camminava, Dario si sistemò la cravatta e si ravviò con la mano i capelli ispidi, rammaricandosi di avere la barba lunga.
A un tratto la donna si fermò; parve esitare, poi si avvicinò a Dario per osservarlo con più attenzione. «Ma lei è proprio il dottor Levaillant?».
«No» rispose lui a malincuore. «Sono anch'io un medico, ma...».
La donna lo interruppe. «Allora non è il dottor Levaillant!».
«Il dottor Levaillant abita più avanti, al numero 30. Se non dovesse trovarlo,» disse Dario, trattenendo per la manica la domestica che si stava già allontanando «io sarò a casa per tutta la sera. Il mio appartamento è quello sopra la pensione Mimosa's House. Chieda del dottor Asfar».
Ma la donna era già scomparsa. Aveva attraversato la strada di corsa e stava bussando a un'altra porta. Dario rincasò. Chiamarsi Levaillant, Massard o Durand... Che felicità doveva essere! Chi mai poteva avere fiducia in lui, Dario Asfar, con il suo aspetto e il suo accento da immigrato? Quel dottor Levaillant, il suo vicino, lui lo conosceva. Gli invidiava la barba grigia, l'espressione bonaria e tranquilla, l'utilitaria, il grazioso appartamento... Salì con lentezza le scale che conducevano al suo alloggio. Ritornò col pensiero a Clara, al bambino i suoi tesori, i suoi unici amori. Aveva un figlio, lui, Dario! Tentò di figurarsi un nume benefico, un dio da implorare, qualcuno a cui chiedere protezione per suo figlio. Ma non riusciva a provare il naturale orgoglio di un padre. Era angosciato, avvilito. Si passava di continuo la mano sul viso, con un gesto che gli era abituale. Sperava che il bambino non ereditasse i suoi tratti pronunciati, la sua carnagione scura, né quel suo animo tormentato. Aprì la porta. Era a disagio. Non si sentiva a casa sua, in quell'appartamento. Ma non si sentiva a casa sua in nessun posto. Accese la lampada e si sedette su una sedia. Era affamato. La fame lo perseguitava fin dal mattino. Il pezzetto di pane che aveva mangiato in clinica, lungi dal saziarlo, aveva acuito il suo desiderio di cibo. Aprì la credenza, i cassetti del tavolo, pur sapendo che non vi avrebbe trovato né carne né pane né soldi. Passava e ripassava davanti a un piccolo specchio appeso al muro, e si vergognava dello sguardo sfuggente che lo specchio gli rimandava, del suo pallore, della piega amara e disperata che aveva sulle labbra, delle mani che gli tremavano. «Una notte trascorre in fretta» disse sottovoce, tentando di rassicurarsi e di prendersi in giro da solo. «Non è mica la prima volta che hai fame, no? Forza, Dario, ricordati dei tempi andati!».
Ma i ricordi amplificavano come un'eco le difficoltà del presente, appesantendolo di uno strascico quasi insopportabile. «Sono proprio viziato!» si disse con disprezzo. «So che mangerò domani, questo non mi basta? Una volta...».
Ma una volta lui sapeva di essere soltanto un miserabile vagabondo, poteva mendicare, rubare. Pensò a quando aveva rovesciato, insieme ad altri ragazzini del porto, una carretta piena di cocomeri e poi era scappato stringendo sotto la camicia, contro la pelle nuda, un bel melone liscio e fresco... Sentiva ancora in bocca il sapore di quella polpa rosa, il crocchiare dei semi neri sotto i denti. E poi i furti nei mercati, le razzie negli orti... Sorrise, gemendo forte. Ora non poteva più chiedere la carità, elemosinare qualche spicciolo per comprarsi un tozzo di pane. Era più altezzoso, più esigente, più pusillanime. Prima di tutto doveva salvare la faccia, mantenere un'apparenza di benessere, di agiatezza, a costo di qualsiasi sacrificio, di qualsiasi menzogna. Così, da quando la moglie era in clinica, a volte, per gettare fumo negli occhi, stanco di aspettare invano che i pazienti bussassero alla sua porta, andava a farsi una passeggiata in campagna, con la borsa da medico sotto il braccio... In quegli ultimi giorni, così difficili, non aveva neanche tentato di procurarsi un po' di soldi vendendo questo o quell'oggetto, come faceva quand'era studente a Parigi. Avrebbe potuto provarci. Possedeva qualche libro. Ma gli sembrava che tutti gli abitanti di Nizza l'avrebbero riconosciuto. Era una città di provincia: le massaie spettegolavano, le portinaie si appostavano fin dal mattino sulla soglia dei portoni. I piccoli commercianti del quartiere lo seguivano con lo sguardo ogni volta che usciva di casa. Temeva persino le occhiate ironiche e penetranti dei vetturini che fingevano di dormire al sole, con un fiore in bocca, aspettando i clienti, mentre a pochi passi da loro i cavalli agitavano le lunghe orecchie sotto i cappellini di paglia. Sì, lo spiavano tutti, lì, e l'avrebbero smascherato. Non ci si sentiva isolati, a Nizza, misericordiosamente protetti dall'anonimato, come a Parigi. Tutti - pensava Dario - odiavano quel giovane malvestito, dall'accento straniero, quel disgraziato, quel poveraccio. Che cosa sarebbe accaduto se l'avessero visto gironzolare per le strade della città con un pacchetto sotto il braccio, mentre tentava di vendere un libro? «No, non posso farlo!» si disse. La notte era tiepida, un po' soffocante. Dario si tolse la giacca, si liberò del colletto e prese un giornale della sera, ma le lettere gli ballavano davanti agli occhi. La fame continuava ad aumentare e scavava nelle sue viscere quella sorta di galleria che arriva fin dentro l'anima trasportando un flusso di pensieri maligni, disperati, vi li. Tornava con la mente alla moglie del generale e a Elinor, e non solo non aveva alcun rimorso, ma anzi provava un compiacimento cinico e distaccato. Forse la Mouravine aveva ragione!
Perché rallegrarsi di aver messo al mondo un bambino? Sarebbe stato capace, lui, Dario, di sfamare quel figlio di cui andava tanto orgoglioso? Dall'altro lato della strada c'era un piccolo ristorante.
Dalla sua finestra Dario vedeva la sala illuminata e alcuni tavoli coperti di lunghe tovaglie bianche. Ogni tanto un cameriere si avvicinava alla finestra e prendeva i piatti pronti, esposti in vetrina per allettare i clienti. Pane dalla crosta dorata, un cesto di pesche, un astice freddo irto di antenne, alcuni fiaschi di vino italiano foderati di paglia intrecciata. Ecco un passante, con una donna sottobraccio, che si ferma, indica con il bastone da passeggio l'insegna del ristorante. Entrano. «Si faranno una bella mangiata» pensò Dario. Si è alzato, incolla il naso alla finestra, ma il vetro crea una barriera fra lui e l'immagine del cibo. Apre gli infissi, si sporge. Cerca di annusare l'odore che immagina filtri dalla vetrina illuminata, un odore senz'altro prelibato, di minestra calda, di burro squisito, di verdure cotte a fuoco lento e ben rosolate, di carne anche. Ma il ristorante era troppo lontano. Sentiva soltanto un profumo di fiori pesti, che lo prendeva alla gola e gli dava la nausea. Una coppia si baciava su una panchina immersa nell'oscurità, sotto la sua finestra. Nel corpo di Dario la fame si mescolava ad altri desideri. Bramava la carne e il vino, il pane e la donna, quei frutti morbidi sul loro letto di muschio, quel seno nudo che a tratti gli sembrava di veder baluginare nell'oscurità. Ma gli innamorati si alzarono e se ne andarono; camminavano abbracciati, incespicando come ubriachi. Dario imprecò sottovoce. Perché per gli altri la vita aveva un sapore raffinato e delizioso? A lui, invece, toccava un cibo amaro e scadente da procurarsi con fatica, da strappare a forza. A morsi, visto che era impossibile fare altrimenti. Perché?
CAPITOLO 4
Clara sarebbe stata dimessa l'indomani. Con i quattromila franchi di Marta Aleksandrovna, Dario aveva pagato i debiti più pressanti, quelli che lo assillavano dai tempi di Parigi, e quelli più recenti, contratti a Nizza. Poteva camminare a testa alta ora. Non passava più a capo chino, rasente i muri, davanti alla porta del panettiere, né davanti a quella della salumiera che troneggiava in mezzo a ghirlande di salsicce in una bottega adorna di specchi. Aveva anche comprato una carrozzina e una culla per il bambino e un cappotto per Clara, che possedeva soltanto gli abiti con cui era entrata in ospedale. Quanto a lui, Dario, aveva mangiato, bevuto e si era fatto fare un vestito nuovo, dando un anticipo al sarto; gli erano rimasti mille franchi, che aveva depositato in banca. Finalmente la fortuna stava girando: il giorno prima era stato chiamato da una coppia di giovani funzionari francesi arrivati a Nizza da ventiquattr'ore, il cui figlio si era improvvisamente ammalato durante la notte, tra le valigie disfatte e la paglia del trasloco ancora sparsa sul pavimento. Avevano accolto Dario come un salvatore. L'avevano ascoltato con gratitudine, devozione, rispetto. Come si era sentito buono, Dario, con loro! Con quanta amabilità li aveva rassicurati! Come era stato felice di rincuorarli, di lusingare la madre... «Non è niente, solo una laringite virale. Domani sarà guarito. Ma che bell'ometto! Un ometto robusto! Dorma tranquilla, signora. Si rassereni anche lei, signore. E' una sciocchezza! Una cosa da nulla!».
I genitori l'avevano ringraziato, accompagnato fino alla porta, gli avevano fatto luce per le scale. Non la finivano più di rallegrarsi per la fortuna che avevano avuto a trovare così, mentre erano in preda al panico, in quella città sconosciuta, un medico tanto bravo, tanto premuroso, tanto gentile.
«Allora è vero che i giorni peggiori sono passati?» si era detto Dario. «Sembravano eterni e invece si cancellano così in fretta! Perché ho ceduto alla disperazione? Perché ho agito male?».
La felicità, infatti, lo rendeva virtuoso. Elinor era rimasta a letto quarantott'ore e adesso stava a meraviglia. Era un'americana coriacea. Non doveva essere certo la prima volta per lei... Dario aveva cenato ed era andato a dormire. Era l'ultima notte di carnevale. Nel trambusto della folla sotto le sue finestre e nel fragore dei fuochi d'artificio, non sentì subito che qualcuno bussava alla sua porta. Poi gli giunsero all'orecchio grida concitate. Aprì e vide sulla soglia la moglie del generale spettinata, ansante, con uno scialle di seta scarlatta gettato sulla camicia da notte lunga e inamidata, all'antica, che le arrivava fino ai piedi.
«Presto, venga! Presto, dottore! In nome del cielo, mio figlio si è ucciso!».
Dario si rivestì in fretta e scese dietro di lei. Nel salotto della pensione il figlio del generale, un giovane alto e magro, con le spalle curve, il viso mal rasato, pallido, dall'espressione altezzosa e stupida come quella dei levrieri, si era tagliato le vene con un temperino e perdeva sangue, steso sul divano di tela grigia. Elinor, sua moglie, era l'unica a non essere presente.
Tutti i pensionanti, ormai svegli, facevano cerchio attorno al divano.
Il pavimento era cosparso di asciugamani bagnati, sui mobili c'erano catini pieni d'acqua. Il divano, che la notte fungeva da letto, era stato spinto al centro della stanza, e le lenzuola, strappate e intrise di sangue, giacevano in un angolo. Abbandonato per terra c'era anche il temperino usato dal ferito, ancora aperto, e a turno qualcuno metteva un piede sulla lama, si tagliava, e urlando di dolore lo spingeva lontano con un calcio; gli spettatori erano talmente interessati alla scena che si svolgeva sotto i loro occhi che nessuno pensava a raccattarlo dal pavimento. Con vera prodigalità russa, avevano acceso le luci non solo nel salotto, che era illuminato da un grande lampadario antico a tre ordini grigio di polvere, ma anche sui tavoli e perfino nelle stanze vicine, ovunque ci fosse una lampada. Le finestre erano chiuse, e lì dentro si soffocava. Intorno a Dario si era radunato un capannello di donne sommariamente vestite. Una di loro, alta e magra, con gli occhi infossati, in camicia da notte, a piedi scalzi, un velo di garza svolazzante sui lunghi capelli e una sigaretta accesa tra le labbra, tirava Dario per la manica ripetendo in tono autoritario: «Bisogna trasportarlo nella sua camera».
«Ma no, principessa, sa bene che non è possibile» gridava un'altra. «Non c'è una camera per lui. La sua l'hanno affittata alla baronessa, che ora è a letto con un francese!».
«Bisogna farli alzare!».
«Un francese? Non si alzerà mai! Che cosa vuole che capisca, un francese?».
La moglie del generale, sostenuta dalla suocera - una vecchia con un corpetto da contadina di lana nera, i capelli grigi, la bocca semiaperta e tremante -, si teneva aggrappata con entrambe le mani al bracciolo del divano e non voleva lasciare la presa.
Il marito era seduto in un angolo, su una sedia, e stringeva al petto un bulldog dal pelo rossiccio. Era un vecchietto magro e canuto, con una barbetta rada sul mento. Piangeva in silenzio, abbracciando il cane, che emetteva lunghi guaiti lamentosi.
«Il cane abbaia alla morte!» gridò la moglie del generale. «Mio figlio sta morendo! Morirà!».
«Fate largo!» disse Dario. Ma nessuno lo ascoltava.
«Calma, Marta Aleksandrovna! Per l'amor del cielo, si controlli!» esclamò una pensionante, con voce un po' isterica. «Bisogna stare calmi!».
«Dov'è la moglie? Dov'è Elinor?» chiese Dario.
«L'ha ammazzato lei!» proruppe Marta Aleksandrovna. «È tutta colpa di quella poco di buono, di quella donnaccia, di quell'americana venuta dal niente, che si è fatta sposare da mio figlio. Se n'è andata stamattina! L'ha lasciato! E così Mitenka si è messo in testa di morire!».
«Che guaio! Che vergogna!» singhiozzava la vecchia col corpetto nero. «Mitenka, tesoro mio, tesoro della nonna! Sta morendo! Ho già perso mio marito e due figli per mano dei bolscevichi. Mitenka, amore della nonna, mi sei rimasto solo tu!».
«Glielo dicevo io: "Non sposarla..."» gemeva la madre, la cui voce di contralto sovrastava senza sforzo il baccano. «Un Mouravine non sposa una ragazza raccattata dai marciapiedi di Chicago. E che ne so, io, da dove veniva? E andata a letto con tutta la città, prima che se la prendesse lui! Un'americana dal cuore di pietra. Come poteva capirlo, una così? Come poteva apprezzare un animo nobile come il suo? Oh, Mitenka, Mitenka!».
Mitenka, intanto, grazie alle cure di Dario, aveva aperto gli occhi. La madre e la nonna, in ginocchio davanti a lui, gli coprirono la mano di baci.
Dario aprì la finestra; l'aria, in quella stanza chiusa, era diventata irrespirabile.
«Chiuda i vetri!» gridò la nonna. «E' nudo, prenderà freddo!».
Le donne più giovani, che fino a quel momento avevano occupato la scena entrando e uscendo dalla stanza con i catini in mano, scontrandosi, in preda all'agitazione, davanti alle porte e rovesciando tutta l'acqua in terra, la rassicurarono: «Ma no, Anna Efimova! Ci vuole aria! L'aria pura fa bene, non è dannosa!».
«Lo copra, allora, lo copra! Vede, sta svenendo di nuovo! Ha i brividi. Chiuda le finestre! Le chiuda!».
«Al contrario! Le apra! Le apra di più!» gridavano le altre.
Dario, stanco di supplicare: «Fate largo, lasciatelo in pace», afferrò i polsi della madre e la sospinse verso una poltrona.
«E' svenuta!» esclamarono le donne. «Un po' d'acqua, presto!».
Il generale si decise a sollevare la testa, che fino allora aveva tenuto china sul pelo del bulldog. «Lo salvi, dottore! Lo salvi!».
«Non si preoccupi, generale, è ferito in modo molto lieve».
«Dottore, lo salvi!» gridò Marta Aleksandrovna e, divincolandosi dalle braccia che la sostenevano, si precipitò di nuovo ai piedi del divano, prese la mano di Dario e la coprì di baci. «In nome di sua moglie! In nome del bambino che le è appena nato! Campassi cent'anni, non lo dimenticherò mai! Salvi mio figlio!».
«Ma non è niente, sono tagli superficiali. Lasciatelo tranquillo, e nel giro di ventiquattr'ore neanche si vedranno più».
«Mamma!» mormorò il ferito. Poi scoppiò a piangere. «Elinor!».
«Piccolo mio! Mitenka, tesoro!» gridò la nonna, mentre le lacrime, le rare e riarse lacrime della vecchiaia, le inumidivano gli angoli degli occhi e le colavano lungo le guance. «Sia benedetto, dottore, l'ha riportato in vita!».
«E' salvo? Me lo giura, dottore? Il mio bambino è salvo?».
La moglie del generale si gettò all'improvviso sul figlio, lo prese per le spalle e lo scosse, con gli occhi scintillanti di collera. «Stupido sciagurato! Non hai pensato a tua madre? A tuo padre? Alla tua povera nonna? Uccidersi per una sgualdrina! Uccidersi per una donna di strada, per quella maledetta americana!».
Le altre donne tornarono ad avvicinarsi. «Si calmi, Marta Aleksandrovna! Deve riguardarsi! E anche suo figlio! Vede com'è impallidito di nuovo? Dottore! Un calmante per la moglie del generale, dottore!». «Mamma, i vostri rimproveri mi straziano, ma io voglio Elinor!».
«Tornerà, tesoro mio, tornerà» disse la nonna.
«Sii uomo, figlio mio» mormorò il generale, mentre, turbato com'era, stringeva la testa del cane così forte che la povera bestia emise un guaito lacerante.
«Se torna,» gridò la moglie del generale «la caccio io, la strangolo con le mie mani! La ributto sul marciapiede da dove è venuta! Una sgualdrina che ho trattato come una figlia! Con tutto quello che ho fatto per lei... Vedevo ogni cosa, ma chiudevo gli occhi... per Mitenka! Cucinavo, io, la moglie del generale Mouravine, portavo fuori il secchio della spazzatura, rifacevo il letto di quella maledetta americana! Ho sborsato quattromila franchi per... Ma quei soldi li voglio indietro! Dovrà restituirmeli, ha capito?» disse a un tratto, girandosi furibonda verso Dario. «Domani! Non più tardi di domani! Rivoglio tutti i soldi che ho speso per quella là!».
Per fortuna crollò di colpo svenuta ai piedi del ferito, che aveva di nuovo perso conoscenza. Dario ne approfittò per mandar via le altre donne. Rimasto solo, portò la moglie del generale nella stanza accanto e le gettò un catino d'acqua in faccia.
La donna si riebbe. «Dottore, io non riconosco i debiti fatti da mia nuora» disse appena riaprì gli occhi. «La prego di restituirmi immediatamente quanto mi deve».
«Ma lei è pazza?» gridò a sua volta Dario. «E' colpa mia se sua nuora se n'è andata?».
«Non è colpa sua, ma non sia mai detto che quella donna uccida mio figlio e in più mi estorca quattromila franchi! Lo sa che cosa significano per noi quattromila franchi? Per darglieli ho dovuto vendere l'anello di fidanzamento e le icone sacre di un'amica che me le aveva lasciate in pegno. Piangeva, mi baciava le mani, mi supplicava di aspettare una settimana. Ho ridotto alla disperazione un'amica d'infanzia per colpa di quella donna! E magari il figlio non era neanche di Mitenka!».
«E' questo che le duole di più» pensò Dario soffocando a stento una risata nervosa. «Il bambino che ha ammazzato non era di Mitenka!».
«Ma neanch'io ho soldi» esclamò poi. «Mi lasci il tempo di procurarmeli. Dove vuole che li prenda? Ho pagato alcuni vecchi debiti. Mi rimangono solo mille franchi, e mia moglie e il bambino escono dall'ospedale domani! Del resto sono soldi miei! Me li sono guadagnati!».
La donna sogghignò. «Vuol far sapere a tutti come se li è guadagnati?».
«E lei?».
«Insomma, è un ricatto?» gridò furibonda la moglie del generale.
«Ma, povera pazza che è, non capisce dunque...».
«Capisco solo una cosa: che qui non mi paga nessuno! Campano tutti alle mie spalle. Mio marito, incapace com'è di guadagnarsi la pagnotta, è una nullità, e mio figlio non è da meno! Per mantenerli, lavoro senza un attimo di respiro! Io, una Mouravine, un'artista! Mi piangeva il cuore a darle quei soldi, dottore! Ma bisognava farlo. Per Mitenka! E ora che quella donna se n'è andata, mi toccherà vivere sapendo che lei e sua moglie ve la spassate coi miei soldi? Senta, dottore, manterremo il segreto su questa faccenda di famiglia, tutti e due, ma se lei non mi paga entro domani, può fare le valigie e andarsene altrove. Non solo: siccome mi deve tre mesi di affitto arretrato, trattengo come cauzione tutto quel che ha. Le sequestro i bagagli, e l'intera città saprà che lei è stato cacciato con ignominia da casa mia!».
Dario vide in un lampo la sua reputazione compromessa, il suo avvenire distrutto. Non osò ribellarsi. La vita non l'aveva preparato alla ribellione, ma alla caparbietà, alla pazienza, allo sforzo sempre frustrato, sempre rinnovato, alla rassegnazione apparente che moltiplica e concentra la forza d'animo. «Basta così, Marta Aleksandrovna,» disse «avrà i suoi soldi domani».
CAPITOLO 5
Dario capiva che la moglie del generale, come tutte le donne abituate a esercitare un potere tirannico su intere famiglie terrorizzate, non si sarebbe mai soffermata a valutare se una cosa era logica e possibile, ma avrebbe continuato a reclamare i suoi soldi con la testardaggine di un mulo fino a quando non li avesse ottenuti. Doveva trovarli quel giorno stesso. Quando si alzò dal letto, dove si era agitato per tutto il resto della notte senza dormire, era ancora l'alba. Bisognava uscire presto: di tentativo in tentativo, poteva andarsene anche l'intera giornata. E più tempo avesse avuto a disposizione, maggiori sarebbero state le probabilità di spuntarla! In realtà, si ritrovò in strada senza ancora sapere a chi rivolgersi. La sua mente sembrava aver acquisito di colpo una forza e un'agilità sorprendenti. Si slanciava in tutte le direzioni, cercava una via d'uscita, esplorando in un baleno ogni possibile scappatoia come una bestia braccata dal cacciatore. Pensò ai giovani funzionari che l'avevano chiamato per curare il figlio. No, impossibile.
«Se anche si lasciassero commuovere,» rifletté Dario «poi lo racconterebbero in giro. E allora nessuno si fiderebbe più di me. Nessuno mi chiamerebbe più. Nessuno sarebbe disposto a mettere la sua vita nelle mie mani». Gli mulinavano in mente sempre le stesse frasi: «Le tasche vuote, una moglie che non si è ancora rimessa dal parto, un figlio appena nato, e quattromila franchi da trovare entro mezzogiorno se domani, e nei giorni a venire, voglio campare tranquillo. Chi potrebbe aiutarmi? Chi?».
Gli sovvenne allora Ange Martinelli, il cui figlio era suo paziente. Ange faceva il maitre in un grande albergo costruito da poco accanto al casinò di Monte Carlo. Viveva a Nizza, in una casa dietro la chiesa di Sainte-Réparate, dove abitava con il figlio. Questi, un giovane sui vent'anni, era malato da tempo, e il padre si era rivolto a Dario per disperazione, come ci si rivolge a un guaritore, a uno stregone, quando non resta altro a cui aggrapparsi. Per Dario era l'unica speranza, perché Ange era ricco. Era troppo presto per presentarsi a casa Martinelli. Dario si fermò sotto il porticato. Da uno sfiatatoio della pasticceria Vogade fuoriusciva un odore di frutta candita che gli diede la nausea. Chissà, forse un giorno non lontano avrebbe di nuovo patito la fame, avrebbe fiutato l'odore del cibo come un animale affamato... La strada era fiancheggiata di negozi sulle cui porte erano incastonati degli specchi, e ognuno di essi gli rimandava l'immagine del suo viso ansioso e cupo, con le orecchie a punta, i denti lunghi. Non sopportava di assomigliare a tutti quei venditori di tappeti, di occhiali e di cartoline oscene che si aggiravano fra place Masséna e la promenade des Anglais. Anche a lui, certo, era stata assegnata in sorte fin dall'infanzia una vita di avventure e di espedienti, come a quella gente, quelle canaglie levantine di cui era fratello. Non c'era dunque nessuna differenza tra lui e loro? Avevano gli stessi lineamenti, lo stesso accento, le stesse spalle magre, gli stessi occhi scintillanti da lupo... Alla fine arrivò a casa di Martinelli, un appartamenti no assai modesto all'interno di un vecchio edificio scuro che si ergeva a ridosso di Sainte-Réparate. «Davvero encomiabile» pensò con amarezza Dario. «È ricco, ma vivrà sempre così. Una credenza di abete, un bicchiere di vino rosé, pesce fritto del Var in una ciotola sbreccata, mentre io... io devo bluffare sempre. Non posso mostrare la mia povertà, mi servono mobili, vestiti decenti, un'aria di rispettabilità, almeno una parvenza. Un maitre può permettersi di essere parco». Suonò il campanello. Sul pianerottolo comune a due appartamenti una ragazza a gambe nude aveva aperto un rubinetto e faceva scorrere l'acqua su un pesce rosso che teneva in mano. Dario le lanciò uno sguardo intenso e ardente. A volte, nei momenti più duri, si sentiva invadere da un improvviso desiderio di donne, come se tutta la feccia depositata in fondo alla sua anima risalisse a galla.
Martinelli gli aprì. «Lei, dottore? Entri».
«Com'è andata la notte?».
«Al solito. Aveva la febbre alta. Era agitato. Stamattina gli è scesa di colpo a trentasette». «Niente emottisi?».
«No».
Martinelli era in maniche di camicia. Aveva un fisico prestante, una faccia larga dal colorito acceso, capelli molto scuri, occhi vivacissimi; da sotto le palpebre socchiuse saettava lo sguardo solerte e impavido, lampeggiante, che accomuna chiunque presti servizio nei gradi più alti delle forze armate o delle cucine, uno sguardo che deve vedere tutto, giudicare tutto, non tralasciare niente. Ange sembrava leggergli i pensieri sul volto. «Doveva venire a visitarlo oggi, dottore?» gli chiese.
«Ho pensato che fosse meglio».
Martinelli lo fece entrare nella sala da pranzo. «Sta dormendo. Pensi che vita, la mia! Sono stanco morto. Ieri sera il galà Oro e Argento. Stasera il galà delle Perle. Peggio dei lavori forzati! Nessuno a cui appoggiarmi, e questo ragazzo...».
Strinse le labbra con forza. «Questo ragazzo... Un avvenire così promettente! Poteva diventare capocuoco quando voleva! Aveva il dono, il genio della cucina, e poi era sempre gentile, sempre premuroso... E' spacciato ormai, immagino...».
Guardò Dario con un'espressione di rabbia e di speranza insieme. «Spacciato, a vent'anni! Non dovrebbe essere permesso» esclamò con voce cupa e angosciata.
«Bisogna salvarlo, dottore! Provi ancora, tenti qualunque cosa» mormorò.
Il malato tossì.
«Lo guarirò, glielo prometto» disse Dario. «Ha già recuperato un po' di forze, lo vede anche lei. C'è un miglioramento notevole. E' giovane, lo stiamo curando come si deve, non perda le speranze».
Parlò così a lungo e in tono talmente persuasivo che il maitre gli disse riconoscente: «Non la ringrazierò mai abbastanza per quello che sta facendo per mio figlio, dottore».
«E' il momento giusto» pensò Dario, con la bocca secca. «Anch'io ho da rivolgerle, a mia volta, una preghiera. Mi presti dei soldi, Martinelli, mi salvi!».
No, non era questo che bisognava dire. A che serviva implorare pietà? Non si dà niente per niente! Lo sapeva bene, lui. Aveva vissuto abbastanza per impararlo e non dimenticarselo più. «Il denaro è il denaro, lo capisco. Ma perché non prova a scommettere su di me? Lei gioca alle corse, lo so. Mi consideri un cavallo che potrebbe fruttarle il doppio, il triplo di quanto ha puntato su di lui. Sono giovane e sano, ho una laurea, una solida competenza scientifica, una professione. Sono un buon medico. Vede come sto curando bene suo figlio? Solo che qui non mi conosce nessuno. Sono circondato da esuli russi che mi fanno perdere tempo senza pagarmi. Ho anche qualche altro paziente, persone perbene. Si fidano di me. Continueranno a chiamarmi, ma non posso chiedere soldi a loro, non ancora! I medici presentano la parcella due volte l'anno, e ciò è ammesso, accettato, ma mostrare troppa fretta, palesare così la propria miseria... Ohibò, questo offende mortalmente gli esseri umani, è una mancanza di pudore, un'impazienza indecorosa, e però io non ho niente, non ho più niente! Devo saldare entro stamattina un debito di quattromila franchi, ma neanche questa somma basterà... Senta, Martinelli, scommetta su di me! Punti su di me! Mi presti diecimila franchi, mi conceda un anno di tempo per restituirglieli, e mi chieda pure tutti gli interessi che vuole! Magari lei sta pensando: "Tra un anno sarà allo stesso punto", ma non è così! Ho forza, coraggio, determinazione! Non è colpa mia se mi serve tanto tempo per farcela; sono partito da così in basso... Abbia fiducia in me. Un anno. Le chiedo soltanto un anno. Che cosa posso fare per lei? Ci rifletta su. Potrei esserle utile. Mi presti quei soldi e, all'occorrenza, troverà in me l'amico più devoto, più discreto... Mi aiuti!».
Ange l'aveva ascoltato per tutto il tempo senza dire una parola. Il suo viso era una maschera impassibile, impenetrabile, la maschera dell'uomo a cui chiedi un prestito o un favore, e che ti lascerebbe morire sotto i suoi occhi senza fare un gesto per salvarti. A quella maschera, pensava Dario, bisognava abituarsi e non averne più paura! Bisognava intuire mediante quali astuzie, mediante quali insistenze, alla fine si arriva ad aprire una breccia in certe anime. Supplicando così, Dario si umiliava invano.
Era un'altra la strada da percorrere per arrivare al suo scopo. Riuscì a calmarsi. Cambiò espressione e assunse un'aria composta e dignitosa.
Ritrovò anche quello sguardo lucido e distaccato che i medici frappongono come uno schermo tra sé e i pazienti. «Non ne parliamo più. Se non è disposto a farmi questo favore, sarò costretto ad abbandonare Nizza. Ma - mi ascolti bene, Martinelli - se c'è qualcuno al mondo che può salvare suo figlio, quello sono io. Era in punto di morte. Ora sta meglio. E migliorerà ancora. La febbre sta scendendo. Riprenderà peso, si alzerà dal letto, lo vedrà guarito. Ma se io me ne vado, se lei mi lascerà andare via, e se poi...».
«Stia zitto» disse Martinelli con voce cupa. «Vuole darmela a bere, ma...».
«Però stai tremando» pensò Dario.
«Se non si trova il punto debole, l'avversario non cede, rimane fermo sulle sue posizioni. E il punto debole di Ange è la speranza!».
«Addio, Martinelli».
«Aspetti, Dio santo, lei...».
A partire da quell'istante, Dario si sentì tranquillo: avrebbe ottenuto ciò che voleva. Si sarebbe indebitato ancora di più. Di lì a un anno, la sua situazione sarebbe stata altrettanto difficile, ma per il momento aveva vinto. Avrebbe avuto i suoi diecimila franchi. Martinelli gli fece firmare un assegno postdatato al 31 marzo dell'anno successivo. Se entro dodici mesi Dario non avesse pagato, sarebbe stato perseguito per emissione di assegni a vuoto; ma chi ha sempre vissuto alla giornata non conosce la lungimiranza, virtù da ricchi, virtù da eroi. Dario firmò.
CAPITOLO 6
Era il momento, sul finire della notte, in cui il gioco si avvia alla conclusione, il momento migliore, agli occhi di Philippe Wardes. Durante l'ultima mano di una partita le vincite e le perdite, per l'enormità stessa delle somme in ballo, smettono di suscitare cupidigia, disperazione o invidia; in pratica, smettono di esistere. Il corpo non sente più la fame né la stanchezza; l'anima si libera dalle preoccupazioni. E si raggiunge la felicità. Toccato il limite estremo della tensione nervosa, sopravviene una fase di calma in cui si gioca e, al contempo, ci si vede giocare, con distacco, immersi in una pace profonda. Wardes era cosciente della propria calma. Pallido in volto, sapeva che la sua testa, imponente e ben fatta, si teneva dritta sulle spalle, che il suo collo non si piegava, non cedeva, che le sue mani, piccole e paffute come quelle di una donna, giravano le carte senza tremare. Grazie alla sua audacia, al suo coraggio, alla sua invulnerabilità, Wardes era padrone della situazione. Il piacere del rischio - piacere banale, nutrimento di anime mediocri - l'aveva superato da tempo. Per lui non c'erano rischi. Sapeva di essere in un momento fortunato. Sapeva che avrebbe vinto. E in effetti non perdeva un colpo. Era sempre così quando arrivava la giornata giusta: non appena il volgo dei giocatori senza arte né parte si disperdeva, lui, che aveva resistito più a lungo degli altri, che aveva disdegnato i consigli degli amici, i patetici appelli alla prudenza (che cosa dicevano il suo notaio, sua moglie, il suo medico? «Lei si sta rovinando, si sta uccidendo!». Bah, lasciali parlare!), alla fine veniva premiato. Momento soprannaturale, in cui la creatura umana misura le proprie forze e sente che niente l'abbatterà, niente la fermerà. Le carte gli obbedivano. Il suo cuore batteva tranquillo e regolare come quello di un bambino. Con la temerarietà di un sonnambulo in bilico sul cornicione, proseguiva la partita, assistito dalla fortuna cieca. Ancora un'ora! Ancora un istante! Non aveva più corpo, né peso, né calore umano. Poteva librarsi in aria. Camminare sulle acque. Indovinava le carte che aveva in mano prima di vederle, prima di stringerle fra le dita. Peccato soltanto che quella luce insistente di fronte a lui, quella lampada bianca e accecante gli ferisse gli occhi. Ebbe un gesto d'impazienza e, come il sonnambulo che viene fermato sull'orlo dell'abisso da un ostacolo improvviso, tornò in sé. Si avvide a un tratto che gli ultimi giocatori intorno a lui avevano messo via le carte e che qualcuno aveva scostato le tende, sicché dalle vetrate aperte sulla rada entrava la luce del mattino. Il momento era passato. La notte era finita da un pezzo.
Smarrita, confusa, tremante, la sua anima tornava a un corpo stanco, pesante, coperto di sudore, assetato, e allora Wardes si sovvenne di tutto il denaro che aveva perso prima di essere baciato dalla fortuna.
Se ne rammaricò: quel giocatore sfrenato, nella vita quotidiana era «attaccato ai soldi», come dicevano i suoi operai. Philippe Wardes, il grande industriale meccanico per il quale il gioco era al contempo una necessità pubblicitaria e un'abitudine tirannica, non aveva niente in comune con il semidio che aveva albergato in lui per qualche ora e che adesso si era come dissolto, lasciandolo debole e privo di risorse.
Quello spirito libero e selvaggio l'aveva abbandonato, e Wardes avvertiva il solito dolore alla nuca, le fitte, la schiena indolenzita, e tutto l'amaro di una bocca di quarant'anni bruciata dall'alcol e dal tabacco. Ciò nonostante, riscosse i soldi della vincita e se li mise in tasca, dopo aver lasciato una mancia agli impiegati dello Sporting.
Scese le scale del casinò, accompagnato dal consueto coro di commenti dei croupier, dei fattorini e delle prostitute di Monte Carlo. «Da non crederci... Che fegato... Come fa a resistere così? L'avete visto ieri? Oggi vince a volontà. Ieri perdeva. E con quanta flemma incassa... Che fortuna... Nessuno regge il confronto... E' uno dei maggiori industriali francesi di oggi...».
Wardes li sentiva, beandosi ancora un po' di quegli incensamenti. Quando era così stanco, una stanchezza che per lui non era soltanto fisica ma che sembrava insinuarglisi fin dentro l'anima, solo gli elogi avevano il potere di rasserenarlo.
Le parole di approvazione gli davano forza, sicurezza, erano l'unico appiglio reale in un mondo di finzione. Una donna che usciva dopo di lui dal casinò, in abito da sera, con il trucco ormai disfatto, gli passò accanto, lanciandogli l'ultima occhiata di quella notte - un'occhiata provocante, colma di trepida speranza. E come il pescatore deluso getta ancora una volta l'amo nel fiume, già in piedi sulla riva, già pronto ad andarsene, e pensa: «Chissà...», così lei, con un sorriso impudente, gli sussurrò in tono carezzevole: «E' bello per giunta!».
Lui gonfiò ancora di più il petto e sollevò la testa pesante ma dalle fattezze aristocratiche. Era alto e muscoloso come un atleta, i folti capelli neri gli incorniciavano la fronte e le tempie disegnando tre punte, la bocca dalle labbra strette e sottili gli dava un'aria severa, imperiosa, ma il viso aveva un colorito livido, gli occhi erano cerchiati, e lo sguardo non si posava mai su nessuno, era sempre sfuggente, si distoglieva subito, come alla spasmodica ricerca di qualcosa, mentre una lieve e costante pulsazione gli faceva fremere la palpebra sinistra. Wardes fece cenno alla donna di seguirlo e attraversò la strada per rientrare in albergo.
Benché la sua residenza ufficiale fosse alla Caravelle - una villa a poca distanza da Cannes, nella quale abitavano la moglie e la figlia -, in realtà Wardes viveva in un hotel di Monte Carlo, dove aveva un appartamento riservato da cui si allontanava soltanto per andare al casinò. Dallo Sporting uscivano gli ultimi giocatori, la vecchia guardia. Era l'ora in cui la folla di donnine allegre, di fioraie e di galoppini finisce col disperdersi in vista del meritato riposo. La strada cominciava a popolarsi di bimbi in carrozzina e di massaie con un mazzo di violette fresche in cima alla sporta della spesa. Wardes, infastidito dall'aria e dalla luce che gli feriva gli occhi, vacillava.
Salendo la scalinata dell'albergo, aveva l'impressione che le ginocchia gli cedessero a ogni passo. Entrò insieme alla donna. Nella sua camera le persiane erano chiuse, i pesanti tendaggi tirati. Certi appartamenti dell'albergo erano come circondati da una cortina di silenzio per proteggere il prezioso sonno dei clienti, sonno che si prolungava fino al tardo pomeriggio. Wardes trovò sul comodino un messaggio da parte della moglie, che gli aveva telefonato. Non aveva alcuna intenzione di richiamarla. Lei c'era abituata. Ripose al sicuro i soldi della vincita e tornò dalla donna, che lo aspettava esultante: beccare Wardes era stato un colpaccio. E lei era una donnina che amava i lavori ben fatti.
«Spenderà bene il suo denaro» pensava, con l'intimo compiacimento che nasce dalle migliori intenzioni. «Attenta, però: più soldi hanno, più spilorci sono» le aveva ripetuto spesso la madre. Ma lui non pretese granché. Di lì a poco la donna dormiva. Solo lei. Eppure, quella notte, Wardes aveva sperato di prendere sonno, cosa che a Parigi e nella casa di Cannes non gli riusciva. A volte, dopo aver giocato al casinò, quando meno se lo aspettava, quando già si era rassegnato all'insonnia e mentre ancora pensava: «Non dormo. Non dormirò», ecco che sprofondava, colava a picco nel vuoto fresco delle tenebre, ecco che moriva per poi ritornare alla luce, incredulo di aver dormito. Sospirò profondamente e strinse il guanciale con forza, come quando ci si aggrappa a un amico, come un bambino fra le braccia della nutrice, cercando il punto più fresco del tessuto, sprimacciandolo con le mani, premendovi la fronte e il resto del viso; poi chiuse gli occhi e aspettò con pazienza che si compisse il miracolo. Ma non riusciva ad addormentarsi. Si girò sul fianco, cercò a tastoni la bottiglia di Perrier ghiacciata e si versò da bere. Ogni sera gli lasciavano una scorta di acqua frizzante sul comodino: aveva sempre la gola arsa. Bevve, gettò a terra il guanciale e si distese sul dorso, seminudo, con le mani incrociate sul petto, come da bambino. Brutti ricordi per lui, quelli infantili... La casa tenebrosa di Dunkerque, dove era nato, il rumore della pioggia sui vetri, la gelida camera dal soffitto alto in cui suo padre lo costringeva a dormire... Era figlio di un industriale del Nord, di origine belga, e di una polacca che aveva abbandonato il marito per seguire un compatriota: l'amante della madre faceva il musicista in un teatro di provincia ed era passato da Dunkerque durante una tournée. Il marito tradito si vendicava della moglie colpevole perseguitando e punendo con durezza il bambino innocente. In quella camera di provincia, ampia e buia, in quel grande letto che scricchiolava e gemeva a ogni movimento, Wardes aveva maturato il suo odio per la solitudine, il suo bisogno di avere accanto durante la notte un essere vivente, uno qualunque, una donna o un cane, ma che lui potesse svegliare e cacciare via non appena quella presenza, quel corpo, quel respiro gli diventavano insopportabili. Lei, la donna che Wardes aveva raccolto per strada e che si era portato a letto, dormiva.
Giaceva al suo fianco, pesante e inerte come una pietra. Wardes tentò di imitarla costringendosi all'immobilità assoluta. Era sul punto di addormentarsi, si sarebbe addormentato. Sentiva il sonno fluire verso di lui come un'acqua quieta e profonda che gli si insinuava nelle vene sciogliendo quel grumo di paura, di rabbia e di angoscia che aveva nel petto. Sorrise; già gli scorrevano in mente immagini sfocate: il tavolo verde della sala da gioco, le luci che ora si ingrandivano e ora si dissolvevano in lontananza, alcuni volti pallidi chini su di lui. Li guardava uno per uno senza riconoscerli e pensava: «Ecco, mi sono addormentato. Se queste facce mi sono sconosciute, significa che non sono ricordi, ma visioni, sogni...». E invece si svegliò di colpo, come se qualcuno lo avesse strattonato. Si drizzò a sedere sul letto, accese la lampada e guardò l'orologio che aveva buttato sul pavimento insieme agli spiccioli, all'accendino, al fazzoletto e alle chiavi. Aveva dormito solo pochi minuti, cinque o dieci al massimo. Per un istante sperò che l'orologio si fosse fermato, ma no! Il sonno era svanito e non sarebbe tornato. Rimase immobile ancora per qualche secondo. Come gli batteva forte il cuore! Ascoltava quel battito accelerato e pensava: «No, non è possibile! Non posso sopportare ancora a lungo questa tortura... quest'insonnia... Morirò...». Ma pensare alla morte era orribile. Pensare alla morte era più orribile della morte stessa.
Respinse con un gesto brusco la coperta e si alzò. Andò in bagno e si spruzzò un po' d'acqua fredda sul petto e sul viso. Aveva acceso tutte le luci e ora osservava sgomento in ogni specchio quel volto che nessuno mai vedeva, quel volto segnato dalla fatica e dalla solitudine. Lo sguardo spaventato, la bocca tremante... Era questo, Wardes, il bel Wardes? Era facile vantare una resistenza fisica eccezionale, facile dire ai propri sottoposti: «Sapete, io ho dimenticato che cos'è il sonno. Non è più un problema per me. 
Mentre voi dormite, io lavoro».
Anche quella notte si disse animosamente: «Visto che non posso dormire, lavoriamo».
Prese alcune pratiche, si sedette al ridicolo scrittoio da signora che si trovava nel salottino attiguo alla camera da letto, scorse e annotò un paio di pagine, poi le mise da parte. Niente da fare: impossibile lavorare! Non riusciva a concentrarsi su quel che leggeva.
Aveva la mente altrove, i pensieri gli sfuggivano e, incuranti dei suoi sforzi sovrumani, se ne andavano liberi per la loro strada, una strada già percorsa mille volte. L'insonnia gli generava un'angoscia che sulle prime si traduceva in uno strano nervosismo, in una specie di malumore, poi in una incontenibile agitazione interiore che lo lasciava tremante e indifeso, e alla fine in paura. Che cosa temeva? L'ansia lo soffocava.
Adesso gli facevano male gli occhi; immaginò un afflusso di sangue alla retina, un calo della vista, il peggiorare dei sintomi, la cecità. Lo immaginò con tanta forza che le luci parvero sdoppiarsi, vacillare, velarsi al suo sguardo. Si passò una mano sulle palpebre. «Non è vero. Non è possibile! Perché ho paura? Non è possibile! E' un timore infondato, come se mi preoccupassi di vedere il soffitto aprirsi e i muri crollarmi addosso».
Finì col girarsi lentamente verso lo specchio. Che cosa avrebbe visto? Con ogni probabilità due occhi gonfi, tumefatti, da cui colavano lacrime di sangue. E invece no, nient'affatto! Erano occhi arrossati per la mancanza di sonno e per il denso fumo della sala da gioco: li scorgeva nello specchio, dilatati dal terrore ma intatti.
Qualche minuto dopo rifletté sul fatto che il fumo nuoceva non solo agli occhi ma anche ai polmoni. Spesso aveva come un peso sul petto. Lui, che un tempo batteva tutti i suoi amici nella corsa, ansimava salendo le scale! Si stava uccidendo. Aveva il cuore malandato. E stava sperperando le proprie energie. Ancora un anno, ancora sei o sette mesi, e si sarebbe ammalato, e... Ma a quel punto la sua mente si tirava indietro, si impennava come un cavallo spaventato. Il pensiero della morte apriva la strada a ciò che temeva di più in assoluto: il terrore puro, irrazionale, la sensazione di una minaccia sconosciuta dalla quale l'anima nuda e trafelata può difendersi solo con un vano sforzo disperato, con un atto di violenza, di follia, con un urlo, con un assassinio... Wardes corse fuori dalla camera e spalancò la finestra.
Era giorno fatto. Questo lo salvò. Non avrebbe potuto sopportare la notte, il silenzio, la profondità delle tenebre. La luce di mezzogiorno rendeva tutto più bello e amichevole; il vento che soffiava dalla rada lo calmò. Adesso che il peggio era passato, che la crisi era stata superata, poteva chiudere le persiane, tirare le tende e addormentarsi. Tornò nella sua camera e si buttò sul letto, ma ormai era troppo tardi. Si era abbandonato ai demoni. E loro, complice l'insonnia, gli si erano insinuati nell'anima. Si prendevano gioco di lui. Se lo lanciavano l'un l'altro come una palla. Lo catapultavano dall'angoscia a una rabbia omicida. Era perduto, indifeso, solo, alla deriva. Da bambino si svegliava di notte, e a poco a poco il suo panico cresceva al punto che poteva liberarsene soltanto emettendo suoni inarticolati, grida selvagge. E allora gridava, sapendo che il padre sarebbe venuto a picchiarlo. Aveva di nuovo sete; la bottiglia era vuota. Ne prese un'altra, predisposta in un secchiello del ghiaccio sul tavolo. Fece saltare il tappo verso il soffitto. Il rumore svegliò la donna, che gli disse qualcosa. Lui non rispose. Allora lei si stiracchiò e sorrise.
Quel moto di piacere, quel benessere... Avrebbe pianto dall'invidia. Si distese accanto a lei. Oh, addormentarsi, scivolare nell'incoscienza, assopirsi, fosse pure per un istante! Tenere sotto scacco quella belva feroce pronta a balzargli fuori dal petto. Sentiva montare dentro di sé, con forza irrefrenabile, una furia selvaggia, quasi folle. La donna gli aveva voltato le spalle e si era riaddormentata. Aveva il respiro irregolare, affannoso, sibilante, inframmezzato da sordi gemiti, come chi soffre di bronchite cronica. Quei deboli rantoli non sfuggivano all'orecchio esasperato di Wardes. Lui li aspettava, li sentiva arrivare, li commentava con un sogghigno e tornava ad aspettarli sospirando con astio: «Che puttana!».
Allora la svegliò e la spinse fuori dal letto.
La donna lanciò un urlo. «Che ti prende, tesoro? Stai male?».
«Fuori dai piedi!».
«Ma che vuoi? Non t'ho detto una parola! E che siamo, cani? Fuori dai piedi... Fuori dai piedi... Non ho fatto niente! Mica ti ho rubato dei soldi, o che so io... E poi non mi hai neanche pagato!».
Intanto si affrettava a rivestirsi; indossava una succinta sottoveste di seta rosa ricamata di farfalle nere che lasciava scoperti sulla schiena e sulle spalle i segni delle coppette per la cura della tubercolosi. Wardes scoppiò a ridere e mosse qualche passo verso di lei. Aveva un'espressione così minacciosa che la donna si parò il viso con il braccio, come un bambino che vuole proteggersi dagli schiaffi. Wardes vedeva il suo spavento e ne era felice, si sentiva il cuore leggero. «Su, più veloce!».
Si divertiva ad aumentare la sua confusione. Le gettò i vestiti fra le gambe. Insopportabile, quella donnaccia, quel miserabile ammasso di carne flaccida! Aveva dormito nel suo letto. Gli dava il voltastomaco. «E' l'ultima volta, non le lascerò mai più restare, dopo» pensava. Ma sapeva bene che stare da solo gli faceva paura. Le lanciò una manciata di banconote. Lei le raccattò.
Adesso Wardes non parlava più. Di colpo lei si mise a insultarlo. Lui afferrò la bottiglia vuota e gliela tirò in testa. Poi piombò in uno stato di semincoscienza al contempo reale e simulata. A tratti sentiva e vedeva. Percepiva le urla della donna. Vide entrare nella camera il direttore dell'albergo e, di lì a poco, anche Dario, chiamato su raccomandazione di Ange Martinelli. Era consapevole delle cure che gli prodigavano, ma in certi momenti gli rintronava in testa un suono di campane. Ogni cosa intorno spariva. Rimaneva soltanto un rumore sordo e ritmato proveniente dalle profondità del suo essere; Wardes lo ascoltava perplesso, finché non si rese conto che a battere così era il suo cuore affaticato. Si riebbe.
Era solo con Dario. «Chi ha avuto la bizzarra idea» si chiese «di chiamare questo medicastro sconosciuto, dal viso e dall'accento straniero, questo immigrato malvestito che non si è neanche fatto la barba?».
Lo respinse con un gesto brusco. «Sto meglio adesso... Non ho bisogno di niente. Se ne vada, per favore!».
Ma Dario disse: «Non è la prima volta che le succede, vero?».
A un tratto Wardes non lo trovò più così ridicolo. Sul suo viso passò un lieve fremito. Non rispose.
«Si sente come liberato, e non c'è prezzo troppo alto per questo, neanche un delitto...» mormorò il medico guardandolo negli occhi.
«Dottore...». Il medico si chinò su di lui, pronto a raccogliere le sue confessioni, a guidarlo, a sostenerlo. «Che cosa devo fare, dottore?».
Allora Dario ebbe paura: quell'uomo era troppo ricco. Lo avevano chiamato solo per soccorrere la donna ferita e medicare Wardes che si era procurato un paio di tagli profondi stringendo fra le mani le schegge di vetro, ma lui non era il suo medico curante. Temeva di urtare la suscettibilità di qualche luminare dando l'impressione di fargli concorrenza. Esitò.
«Non si è mai rivolto a uno specialista di malattie nervose?» chiese.
Wardes non rispose.
Dario aveva distolto lo sguardo. «La persona che era con lei è ferita in modo non grave» disse.
«Lo so. Mentre la colpivo facevo attenzione a non avvicinarmi troppo agli occhi né alla gola».
«Che cosa dice il suo medico?» chiese Dario.
Wardes rispose in tono secco: «"Non giochi. Non fumi. Si mantenga casto, tranquillo, sobrio". Ecco che cosa dice. Un imbecille mi ha consigliato di ritirarmi in campagna e di coltivare il mio giardino. Per ascoltarli dovrei avere un'altra anima e un altro corpo. Non ho bisogno di loro».
«Eppure, signor Wardes, bisogna scegliere fra una vita sregolata, che è un pericolo per il corpo e per l'anima, e una vita relativamente appagante, ma...».
Wardes si girò dall'altra parte con un'espressione stanca, annoiata. «Questa l'ho già sentita» sembrava dire. «È roba vecchia, risaputa, inutile, soprattutto inutile...».
«Quanto le devo, dottore?» disse a voce alta. Ricevuta la parcella, Dario se ne andò.
CAPITOLO 7
Da quando Dario gli doveva dei soldi, Martinelli l'aveva preso sotto la sua ala protettrice. Non solo lo raccomandava ai clienti dell'albergo, ma gli indicava anche quelli che potevano pagare. La sera Dario andava a sedersi in un bar di place Masséna. Là, per qualche spicciolo, un bicchierino o un pacchetto di sigarette, i fattorini degli alberghi di Nizza gli segnalavano di buon grado le risse e gli incidenti che si erano verificati negli hotel della zona.
E là Dario trovava anche i messaggi di Martinelli: «A tale orario, in tale camera, tale cliente...».
Così Dario partiva per Monte Carlo. Era l'ora in cui le donne tornano a casa per darsi una rinfrescata e riposarsi prima di cena, e di colpo si sentono vecchie, pesanti, stanche. In questi casi il medico ha la stessa funzione della massaggiatrice o del parrucchiere. Viene ben accolto. Una innocua pozione, qualche goccia in un bicchiere, e le pazienti si convincono di non aver bisogno d'altro. La notte trascorrerà serena. Niente insonnia. Niente incubi. Niente ricordi. Alcune sperano anche di sconfiggere l'età, di sentire il sangue tornare a scorrere rapido come un tempo, di ritrovare l'appetito e l'alito fresco dei vent'anni, di dimenticare gli affanni quotidiani - i rimorsi, i debiti, le ristrettezze, le preoccupazioni, gli amanti, i figli...
Dario non era uno di quei medici privi di tatto che dicono: «Deve riguardarsi, non è più una ragazzina, la vecchiaia arriva per tutti...».
Altre ancora, quelle giovani, felici, soddisfatte, lo mandavano a chiamare anche tre o quattro volte di seguito per una macchiolina sulla guancia, per il sospetto di una ruga incipiente, per cose da nulla, solo per sentirsi rassicurare.
«E' strano...» rifletteva Dario, bevendo una modesta birra scura. «C'è un mucchio di gente che vuole essere rassicurata! Uno dice: "Mia madre è morta di tisi, dottore... Non crede che...". Un'altra: "Lo vede questo gonfiore sul seno? Mi dica che non è grave, dottore!".
Evidentemente ci tengono alla vita, la trovano piacevole. E, nella maggior parte dei casi, la vita ricambia il loro attaccamento. Muoiono quasi sempre in età avanzata. Ma se i loro corpi sono solidi, sono macchine eccellenti, ben oleate, lucidate ogni giorno, le loro anime sono guaste. Un grande luminare li spaventerebbe, mettendoli di fronte a fantasmi orribili. Direbbe loro, come a Wardes: "Basta con le donne, basta con il gioco, basta con le droghe".
A che scopo? Non vogliono sentir parlare di rinunce, ma di come appagare i propri desideri. Vogliono vivere a lungo, ma senza sacrificare neppure un briciolo di piacere. Allora chiamano il medicastro straniero, che prescrive un calmante, dei "disintossicanti", e procura per una notte la pace del cuore in cambio di una banconota da cento franchi».
Comunque, da quando aveva un po' di soldi in tasca, Dario aveva smesso di pensare unicamente ai pazienti, a come trovare il pane per l'indomani. Poteva rasserenarsi, tirare il fiato. Clara e il bambino erano tornati a casa da tre settimane. Lui aveva risarcito la moglie del generale. Questa volta, però, con una mano aveva dato il denaro, e con l'altra aveva strappato la ricevuta! Ora, seduto a un tavolino all'aperto davanti a una birra, nonostante il suo aspetto umile e dimesso, cominciava a sentirsi più baldanzoso. Guardava le donne. Ma non le prostitute che aspettano passeggiando sotto i portici, - una di loro, con una giacca di satin bianco, sbucata dall'ombra di un portone, gli lanciò un'occhiata, gli sorrise e gli rivolse invano un cenno -, né le fioraie con le quali ci si può appartare sulla spiaggia di ciottoli a qualunque ora della notte. No, quelle le desiderava solo per brevi istanti, con loro non sarebbe andato di certo. Dario rimirava le signore eleganti, quelle che scendono da macchine lussuose, al braccio del marito o dell'amante, e che passano senza degnarti di uno sguardo. Quando era piccolo, nella cittadina della Crimea in cui era nato, capitava che le mogli degli ufficiali o dei ricchi mercanti attraversassero il porto, e lui si divertiva a farsi trovare sulla loro strada, a seguirle lungo le viuzze buie fino alla piazza deserta, davanti alla moschea, dove di colpo perdevano tutta la loro altera sicurezza, abbassavano finalmente lo sguardo su di lui, sbirciandolo preoccupate, si stringevano al petto la borsa, sollevavano un lembo della gonna e affrettavano il passo. Ma Dario non le insolentiva come gli altri monelli, non le prendeva in giro. Camminava il più a lungo possibile, in silenzio, nella loro scia.
Alcune erano belle, e i loro vestiti profumati sprigionavano nell'aria un odore stupendo... Non voleva spaventarle. In seguito aveva capito che gli piacevano proprio per la loro aria sprezzante, per quello sguardo di fredda indifferenza che lo accendeva di voluttà. Sospirava nella sera tiepida contemplando il viavai di donne in place Masséna. I tram sferragliavano. Ogni tanto passava un'orchestrina ambulante strimpellando una serenata. Quelle donne sconosciute e i loro bei volti popolavano i suoi sogni. Le immaginava istruite, gentili, raffinate nei modi e nel linguaggio, così come nel fisico e nell'abbigliamento. Le pazienti che vedeva e curava ogni giorno erano d'animo volgare, e l'umile Clara sembrava una regina in confronto a loro; eppure, suo malgrado, il cuore di Dario palpitava di speranza allorché si avvicinava a una donna bella e ricca. Ma ogni volta era una delusione.
CAPITOLO 8
Dario era seduto nella saletta del bar - il temporale che si era appena abbattuto in uno scroscio argenteo su Nizza l'aveva costretto ad abbandonare il tavolino all'aperto -, quando vide entrare Wardes con una donna. Il medico esitò. Doveva far vedere che l'aveva riconosciuto, doveva salutarlo? Ma Wardes si stava già dirigendo verso di lui con la mano tesa. Aveva il volto congestionato, quasi porpora, lo sguardo vacuo e al contempo acceso, sicché Dario capì subito che era ubriaco.
«Dottore, che ci fa qui? Tutti uguali, i medici. Predicano la temperanza, ogni sorta di virtù, e loro invece...».
Parlava a voce alta, scandendo le sillabe, forse perché temeva che la lingua gli si impigliasse nelle parole, e, come sempre, nascondeva il suo turbamento interiore dietro una maschera di tracotanza. «Non è lei il dottor... il dottor?».
Tentava invano di ricordarsi come si chiamasse. «Mi scusi, non ho memoria per i nomi! Neanche per le facce, del resto, ma la sua è inconfondibile. Una fisionomia levantina così spiccata... La riconoscerei tra mille...».
Scoppiò a ridere e gli diede una pacca sulla spalla. «Lei mi ha curato bene, dottore, dopo quello stupido incidente. Venga, beviamo qualcosa».
Si piazzarono davanti al bancone del bar. La donna che era entrata con Wardes si allontanò da loro e percorse la sala in tutta la sua lunghezza dirigendosi verso un tavolo in fondo. Quel locale, noto per la sua eccellente cucina provenzale, nelle ultime settimane era diventato un ritrovo alla moda, ma Dario non lo sapeva.
Seguendo con gli occhi la donna che gli era passata accanto, Dario chiese: «Quella signora... è sua moglie?».
«Sì».
La guardavano tutti, e tutti bisbigliavano il suo nome. Lei non ostentava l'aria di finta indifferenza delle donne in vista, che sembrano attraversare la folla come la prua di una nave fende l'acqua del mare, ma il cui sprezzo è simulato, una messa in scena per accrescere la loro popolarità e suscitare ammirazione. La signora Wardes era consapevole degli sguardi che si posavano su di lei e li accettava con evidente pacatezza e sovrana semplicità. Rispose a un paio di saluti con un cenno del capo e un sorriso; le altre donne potevano anche mantenere un volto di ghiaccio, ma i loro occhi mendicavano un atto d'omaggio; lei, invece, sembrava vicina alla gente e al contempo lontana da tutti, assorta in segrete fantasticherie, umana e insieme inaccessibile. Dario la contemplava in silenzio. La signora Wardes aveva un portamento eretto, indossava un vestito nero, era a capo scoperto e senza gioielli, fatta eccezione per un anello dalla pietra scintillante. Lei e il marito dovevano essere appena usciti dal casinò: era quasi mezzanotte.
«Non ho ancora cenato» disse Wardes. «Ho fame soltanto a tarda ora. Lei ha già provato la cucina di questo posto? No? Mio caro, alcuni dei loro piatti provenzali sono veri e propri capolavori. Non apprezza la buona tavola? Nemmeno bere le piace? Insomma, dottore, non gliene importa niente di niente, a lei? Eppure si direbbe un tipo che adora tutto ciò...».
«Che cosa glielo fa pensare?».
«Ha una piega all'angolo della bocca, la piega triste e affamata di chi ama i piaceri del mondo...». Rise di nuovo. «Ceni con noi. E' ospite mio».
«No, grazie, lei è molto gentile, ma non ho fame» fece Dario.
Moriva dalla voglia di accettare. Moriva dalla voglia, ma anche dalla paura. Non aveva mai avvicinato una donna come la signora Wardes. Non aveva mai parlato con una creatura simile. E in che modo doveva salutarla? In che modo doveva mangiare? In che modo doveva comportarsi davanti a lei?
«Non sono degna» mormorava l'anima sua.
«Su, venga». L'industriale si alzò e, senza neanche guardarlo, si diresse al tavolo dove era seduta la moglie.
Dario lo seguì.
Wardes pronunciò, o meglio buttò là qualche parola di presentazione. Alla fine si era ricordato come si chiamava il medico. Dario si sedette di fronte alla coppia. Non toccò cibo, era troppo intento a guardare la signora Wardes. Non sapeva che fosse bella. Fino allora era sempre stato attratto da donne così diverse da lei che ora si stupiva di trovare tanto fascino in quella bocca triste, quasi severa, in quei gestì misurati e in quella chioma scura ma già striata d'argento nei riccioli sulla fronte. Doveva essere sui trent'anni, ma non aveva la bellezza preservata delle donne che sembrano aver vissuto al riparo da tutto, dietro un vetro, come farfalle morte. La signora Wardes aveva subito i danni del tempo, della sofferenza. La sua pelle non aveva la levigatezza di porcellana alla quale Dario era abituato. Gli angoli degli occhi e della bocca mostravano le prime rughe. Il volto, incipriato appena, era pallido e quasi trasparente. Al suo confronto le altre donne, con il loro trucco pesante, luccicavano come idoli grossolanamente dipinti. I suoi lineamenti erano di una purezza perfetta.
CAPITOLO 9
Qualche settimana dopo, e senza aver più rivisto i Wardes, Dario fu chiamato alla Caravelle. «Sarà la tua fortuna, mio caro, ne sono certa» gli sussurrò tutta contenta Clara, baciandolo. Ma Dario non si illudeva che Wardes fosse ammalato sul serio - tutt'al più un attacco di malumore, capricci... Conosceva la Caravelle per averla scorta e ammirata da lontano. La casa, costruita su un'altura, si protendeva sul mare come una prua: di qui il suo nome. Dario non aveva mai visto nulla di altrettanto ricco e grandioso, ma quel giorno lo colpì l'aspetto ridente delle terrazze e del giardino. Il marmo e la pietra, illuminati dal sole, assumevano una tonalità dorata, calda e deliziosa che rallegrava il cuore. Dario fu introdotto subito nella camera di Wardes.
L'industriale era seduto sul letto, un po' chino in avanti, sostenuto da una pila di cuscini. Aveva il respiro affannoso. Ogni tanto si portava la mano al costato, con un gemito roco e tremulo.
Fece segno a Dario di avvicinarsi. «E' stato difficile rintracciarla, dottore» disse rispondendo a malapena al saluto di Dario. «Ma volevo proprio lei, nessun altro».
«Non ho il telefono» mormorò Dario stringendogli la mano, che poi trattenne un istante fra le sue: il malato aveva la febbre alta.
Wardes gli puntò gli occhi addosso. «Ho preso freddo in treno» mormorò con voce flebile e affannosa. «Sono tornato stamattina da un viaggio nell'Europa centrale. Già ieri, a Parigi, mi sentivo uno straccio, ero sfinito, ma stanotte...».
«Sono cominciati i brividi, vero?».
«Sì». Al ricordo Wardes rabbrividì di nuovo e incrociò le braccia sul petto con un movimento brusco. 
«Innanzitutto, dottore, sappia che domani devo essere in piedi».
«Vedremo».
«Non mi importa di quel che succederà dopodomani, non voglio pensarci. Basta che mi rimetta in piedi entro domani sera, per ventiquattr'ore».
«Se sarà possibile...».
«Possibile o no, così deve essere!».
«Intanto lasci che l'ausculti» insistette Dario, senza replicare a quegli che gli sembravano vaneggiamenti dovuti alla febbre.
Wardes si scoprì il torace glabro, pallido e vigoroso. Dario lo auscultò con grande attenzione e riconobbe i sintomi di una polmonite. Poi, mentre lo aiutava a riabbottonarsi il pigiama di seta, gli disse: «Non credo che potrà alzarsi domani, caro signor Wardes».
«Ma devo!» esclamò brusco l'altro.
«Rischia gravi complicazioni».
«Che cosa ho?».
Vedendo che Dario esitava, Wardes batté con irritazione la mano sulla sponda del letto. «Che cosa ho?» ripeté.
«Forse è meglio che glielo dica, così eviterà di commettere pericolose imprudenze» disse Dario in tono più secco di quanto avrebbe voluto. «Insomma, ha una polmonite! Andrà tutto bene, ne sono certo, ma alzandosi rischia innumerevoli complicazioni, dall'ascesso polmonare al collasso cardiaco». «In altri termini, rischio la morte?».
«La morte, sì».
«Morire mi è indifferente, dottore. Sono infelice. E rendo infelici quelli che mi circondano. Prima finirà e meglio sarà, per me e per... Ma domani devo alzarmi e andare a giocare. Per stanotte farò come dice lei. Ma domani... Sento che la fortuna sta arrivando. Sa com'è, ti passa accanto e devi afferrarla, costi quel che costì, perché non è detto che poi ripassi... E' questo l'importante... Il resto...». Parlava in fretta, a scatti, con voce soffocata. In certi momenti sembrava perdere conoscenza, poi si riscuoteva.
«Lei non sa quello che dice, signor Wardes, mi scusi» replicò Dario scrollando la testa. «Non posso guarirla con una parola, con un soffio. Non faccio miracoli, io».
«Le chiedo solo di drogarmi per ventiquattr'ore».
«In che modo?».
«Un suo collega, anche lui straniero, una volta, dieci anni fa, c'è riuscito. Mi ero buscato una malattia stupida... e grave, come adesso. Mi ha fatto un'iniezione, stricnina, caffeina, non lo so, affari suoi, una di quelle sostanze che si usano per drogare i cavalli. L'indomani ero in piedi».
«E due giorni dopo?».
«Non me lo ricordo più,» mormorò Wardes chiudendo gli occhi «ma non sono morto, come vede».
«Aveva dieci anni di meno» replicò Dario con calma. «In ogni caso, il mio dovere...».
«Basta, stia zitto!» esclamò Wardes con voce roca e sofferente. «Se l'ho fatta venire, è perché sapevo con chi avevo a che fare! Conosco Elinor Mouravine. Si stupisce? Non sa, dunque, che è la mia amante?».
Dario non rispose.
«Pagherò, dottore. Pagherò qualunque cifra. E un rischio per lei, lo capisco, ma anche l'aborto di Elinor lo era. Non si ottiene niente per niente a questo mondo, dottore».
«Non è possibile» mormorò Dario.
«Ah, però ha cambiato tono...».
«No, no, non è possibile!» ripeté Dario a voce più alta, scuotendo la testa con veemenza. Ma tra sé e sé pensava: «Un'iniezione, una qualunque, la più innocua possibile, lo placherebbe almeno per il momento, dandogli l'illusione che nel giro di qualche ora sarà in grado di alzarsi e di soddisfare la sua follia. Pagherà quanto vorrò e domani... Domani Clara, Daniel e io ce ne andremo, e potrò pure saldare il debito con Martinelli». A voce bassa, quasi suo malgrado, disse: «Non mi tenti...».
Wardes, con gli occhi chiusi, balbettò: «Deve drogarmi, dottore... Le chiedo solo ventiquattr'ore. Ma queste ventiquattr'ore qui mi servono...».
«Perché ha bisogno di me?» esclamò Dario. «Perché? Se vuole uccidersi, si alzi e si trascini al casinò, il diavolo l'aiuterà! Perché la sua morte devo averla io sulla coscienza?». Prese di furia il cappello e la borsa che aveva buttato sul letto quando era entrato, e si affrettò a uscire dalla camera, sentendo che non avrebbe resistito ancora a lungo alla tentazione. Scese di corsa le scale, vagò un po' nella galleria deserta, poi scorse il domestico che gli aveva aperto.
«Ho bisogno di parlare con la signora Wardes» disse. «Suo marito sta molto male».
Il domestico lo pregò di attendere. Dario si sedette sulla balaustra di marmo che circondava la terrazza. Era una afosa serata di maggio. Nel giardino crescevano magnifici pini secolari, l'aria era soffocante e profumata. Dario si asciugò la fronte sudata, guardando con ansia la finestra del malato. Wardes rischiava comunque la vita... Non era detto che un fisico come il suo, indebolito dall'alcol e dal gioco, superasse la malattia. «Chissà, forse potrei...». Ma no! No! Fino allora aveva commesso una sola cattiva azione, quel delitto, quel crimine, con Elinor -, ma era stato spinto dal bisogno, moriva di fame... Oggi le cose erano diverse! «Se imbocco questa strada,» pensò «sono perduto, non mi fermerò più davanti a niente».
Vide Sylvie Wardes uscire dalla casa e attraversare a passo rapido la terrazza. Indossava un vestito bianco. Aveva il volto pallido e preoccupato, ma Dario si sentì invadere di nuovo da quella strana sensazione di pace che aveva già provato in sua presenza, come se le mani fresche di lei gli si posassero lievi sulla fronte ardente. Ritrovata la calma, Dario le raccontò in modo abbastanza fedele la conversazione con Wardes.
«Torniamo nella sua camera» disse lei, quando Dario finì di parlare.
«Ma, signora, non ha paura che... Non può prendersi cura di lui. Suo marito è molto debole, ma può avere degli accessi di collera pericolosi per chi gli sta intorno. Ci si può aspettare di tutto. Lasci che le mandi un'infermiera per aiutarla».
«Vedremo. Intanto mi dica qual è la cura. In ogni caso non deve star solo».
Entrarono nella camera di Wardes. Il malato era scivolato in un sonno leggero e inquieto, inframmezzato da lunghi gemiti. Dario prescrisse le medicine necessarie, poi disse timidamente: «Non voglio lasciarla sola con lui, signora. Temo che si svegli in preda all'ira e che la sfoghi su di lei».
La signora Wardes sorrise. «Non ho paura di lui, quando siamo soli. Mi preoccupano molto di più» aggiunse dopo un istante di silenzio «le scenate in pubblico, che lo discreditano. Per sua fortuna, allorché le circostanze lo richiedono, ha la capacità di mostrarsi sotto tutt'altro aspetto. Questo giocatore impenitente è un uomo d'affari di grande audacia ma anche di grande prudenza, e qualcuno, lo so, pensa che reciti la parte del debosciato e dell'eccentrico solo per farsi pubblicità. Gli ho spesso sentito ripetere che l'uomo d'affari deve agire sull'immaginazione delle folle allo stesso modo di una stella del varietà o di un campione di boxe. Molti ritengono che lo faccia per calcolo, ed è questo che lo salva». Poi, a voce più bassa, chiese: «Dottore, crede davvero che sia... sano di mente?».
«E' sulla linea di confine tra la follia e la ragione».
Wardes aprì gli occhi, e la moglie disse precipitosamente: «Se ne vada, dottore, se ne vada. Mi farò portare quanto occorre per le prime cure, ed è meglio che mio marito non la veda adesso. Forse, sotto l'effetto della febbre e della debolezza, non si ricorderà più della sua stravagante richiesta. Se ne vada, ma... Ci sarà qualcuno che l'aspetta, no?» chiese, vedendo che Dario esitava.
Dario non ebbe neanche per un istante la tentazione di recitare con lei la parte del medico pieno di impegni, sovraccarico di responsabilità; si sentiva come obbligato a essere sincero. «Ho tutto il tempo che voglio, signora. Non sono famoso, ho pochi pazienti» rispose con umiltà e in pace con se stesso. «Allora sarebbe disposto a tornare domani, o stanotte, se la mandassi a chiamare?».
«Se suo marito è d'accordo...».
«No,» replicò lei «non si tratta più del suo capriccio, ma di una mia richiesta: sta troppo male».
La voce della signora Wardes, di solito tanto dolce, assumeva a volte un tono inflessibile, al contempo calmo e imperioso, che lo riempiva di ammirazione. Non avrebbe certo ammirato una creatura indifesa, pensò ancora una volta Dario. Salutandolo, la signora Wardes aggiunse con un accento più scherzoso: 
«Ma non rispondo di come la riceverà, dottore».
«Basta che lei mi chiami e io accorrerò» rispose Dario con fervore. Poi uscì.
CAPITOLO 10
Alla fine Wardes guarì. Dario sentiva di averlo salvato e ne era felice, benché nutrisse nei suoi riguardi un'avversione che a volte sconfinava nell'odio vero e proprio. Andava alla Caravelle due volte al giorno con l'auto di Wardes. Non poteva impedirsi di pensare al denaro che avrebbe incassato una volta guarito il paziente, ma si vergognava della sua avidità e dei suoi calcoli segreti. Vergogna e desiderio, erano questi i sentimenti che provava con maggiore intensità in quel periodo della sua vita. Vergogna di essere irrimediabilmente com'era, desiderio disperato di trasformarsi, di cambiare aspetto, condizione e anima. 
Come ammirava Sylvie Wardes! Come gli piaceva gravitarle intorno, ammaliato non solo dalla sua ricchezza, ma anche da altri beni preziosi che fino allora aveva conosciuto solo di nome: la dignità, il disinteresse, la gentilezza più signorile, la nobiltà d'animo che abolisce il male ignorandolo. «Questo ero venuto a cercare in Europa» si diceva Dario.
«Questo, non solo i soldi o il successo, non solo una vita più agiata, un buon letto, dei vestiti più caldi e la carne in tavola tutti i giorni» pensava. «Sì, voi che mi disprezzate, ricchi francesi, fortunati francesi, quel che volevo era la vostra cultura, la vostra morale, le vostre virtù, tutto ciò che è superiore a me, diverso da me, diverso dal fango in cui sono nato!».
E ora aveva conosciuto finalmente una donna vera, che incarnava i suoi sogni! Agli occhi di Sylvie Wardes Dario non esisteva, e aveva di ciò una così acuta consapevolezza che si proibiva di pensare a lei come un uomo pensa a una donna; a volte gli si accendeva in petto un desiderio carnale, appassionato, intenso, simile al calore ardente che promana da un fuoco coperto. Di quella bramosia segreta non poteva disfarsi, così come non avrebbe potuto disfarsi del proprio respiro, del proprio sangue, dei propri occhi; lo assaliva a tratti, simile a una impetuosa folata, e lo riempiva di orrore.
Una sera Wardes l'aveva trattenuto a lungo al suo capezzale; si era fatto tardi, e Sylvie lo invitò a restare a cena.
Dario, suo malgrado, mormorò: «Non ne ho il coraggio».
Lei non gli chiese perché. Intuiva la sua scontrosa timidezza: sembrava leggergli nel cuore. Si limitò a domandargli: «C'è qualcuno che l'aspetta?».
Lo aspettava Clara. Che cosa avrebbe pensato? Oh, ne sarebbe stata felice! Era un balzo in avanti per lui, un'opportunità da non perdere! I Wardes, nell'immaginazione di Dario e in quella di Clara, appartenevano a una sfera irraggiungibile.
«Non mi stupirebbe scoprire che Sylvie Wardes è di origini aristocratiche!» aveva detto a Clara con orgoglio. Accettò l'invito, memore delle serate di gioventù passate a leggere Balzac, disteso al fianco di Clara, sotto una coperta sottile, tremando di freddo nonostante il calore di quel corpo accanto al suo, nella stanza senza fuoco, e immaginando una vita brillante e colma di deliziose passioni. Ed ecco che ora entrava in una casa ricca e sedeva alla tavola di Sylvie Wardes! Era consapevole di essere malvestito, di avere la barba lunga: questa sensazione di vergogna non lo abbandonava mai. «Ma ciò che sto vivendo è troppo importante,» pensava «troppo intenso per lasciarmi sopraffare dalla vergogna. Troppo insperato... Come potevo immaginare che un giorno, io, Dario Asfar, sarei stato ricevuto qui come ospite? Che dico? Come benefattore. Perché sono stato io a salvare Wardes. E questo forse è solo l'inizio di una solida e onorata carriera, come in fondo la sognavo quando me ne sono andato di casa, quando sono partito in cerca di fortuna in un mondo sconosciuto...».
Seguì Sylvie Wardes al pianterreno, in una piccola sala da pranzo con la finestra aperta. Il crepuscolo era dolce e mite. Dario guardò la tavola apparecchiata. Tutto suscitava la sua meraviglia: i fiori, i piatti raffinati, il centrotavola con quattro statuette di terracotta raffiguranti ninfe e fauni danzanti, la tovaglia semplice ed elegante, i camerieri che servivano silenziosi, i gesti misurati di Sylvie Wardes. Mangiò poco, ma il vino, al quale non era abituato, un vino tiepido e inebriante di cui ignorava finanche il nome, gli diede subito alla testa, suscitandogli un intenso turbamento e un insolito benessere, quel lieve stato di ebbrezza in cui ogni cosa sembra sorridere amichevole, in cui la lingua misteriosamente si scioglie, e anche il cuore più inaccessibile palpita e si dischiude. «E' tutto così bello!» disse piano. Accarezzò il bicchiere di cristallo sottile, lo guardò alla luce, annusò il vino. Poi aggiunse a voce più bassa: «Non ho mai visto nulla di simile in vita mia...».
Lei si stupì che Dario, pur conoscendo l'inferno della sua vita con Wardes, la invidiasse. «Se tu sapessi» pensava «quante tristi cene ho consumato qui, da sola, sera dopo sera, e quante vane attese, quante notti interminabili, quante lacrime...».
Ma lui lo sapeva, per forza. La condotta scandalosa di Wardes consentiva a chiunque di immaginare le umiliazioni che le toccava subire, di spiare ogni suo sospiro, di sogghignare, di compatirla. Era questa la sofferenza maggiore, la più insopportabile: non poter accettare umilmente la sorte che le era riservata, non riuscire a soffocare nel suo cuore un colpevole orgoglio, continuare a fremere, a tremare ogni volta che qualcuno la osservava con curiosità o compassione. Eppure, nessuno l'avrebbe mai detto. Lei sopportava le battute sarcastiche, la pietà o il disprezzo con tanta apparente indifferenza! Ma era solo una finzione, un ennesimo trucco del suo orgoglio. Sylvie ammirava la capacità di Dario, quello sconosciuto, quello straniero invitato a cena per pura compassione, di consegnarsi a lei con tanta semplicità, di mostrare la sua miseria, di non avere vergogna né amaro pudore.
Intuendo che nessuna domanda sarebbe risultata indiscreta, e che anzi Dario l'avrebbe accolta con riconoscenza, felice di quel segno di attenzione nei suoi riguardi, Sylvie disse: «Lei non è sposato, mi pare».
«Invece sì, lo sono» disse Dario. «Capisco che possa sembrarle strano. Non ne ho l'aria, vero? Questi stracci da studente squattrinato e tutto il mio aspetto danno piuttosto l'idea di uno scapolo bohémien, lo so. Ma ho moglie. Sono sposato da un pezzo. E ho anche un figlio».
«Ah, mi fa piacere!» esclamò la signora Wardes. «Così potrò presentarle mia figlia, parlarle di lei. Solo chi è genitore riesce a interessarsi ai figli degli altri. Non so perché la credevo solo, senza una moglie, senza bambini».
Dario sentì a un tratto un desiderio disperato di confidarsi con lei, di farsi conoscere per quel che era, per quel che era stato, il desiderio che spinge un uomo a confessare i propri errori, non tanto per essere assolto, quanto per essere amato - colpevole, miserabile, ma sincero, autentico, come agli occhi di Dio. «Non so se riuscirò a spiegarle che cosa significa per me tutto questo» disse lentamente. Indicò con un vago gesto le pareti, il parco immerso nel buio dietro la finestra, le rose che ornavano la tavola. «E' vero che non ho mai visto niente di simile, ma sapevo che esisteva. E questo mi dava il coraggio di andare avanti, di elevarmi, a qualunque costo. Non parlo solo dell'arredamento, come può immaginare, e non parlo solo di una casa ricca e confortevole, né del lusso, ma di persone come lei, signora».
«Non frequenta nessun francese? Possibile?» chiese Sylvie.
«Mi è capitato di entrare in qualche interno borghese, di piccoli impiegati, ma - glielo ripeto - non è una questione di arredamento, bensì di anime. Suo marito non ha niente di straordinario ai miei occhi: ne ho incontrati altri come lui; ma una donna come lei, mai! Non deve offendersi, signora» aggiunse, vedendo che Sylvie sembrava sorpresa e irritata. «Non mi riferisco alla sua bellezza, né alla sua eleganza, l'avrà capito, ma a una vita che intuisco diversa da tutto ciò in cui mi sono imbattuto e mi imbatto tuttora».
«Ogni vita, se pienamente vissuta, contiene innumerevoli errori e peccati» disse lei con un accento di profonda sincerità che lo colpì. «Non denigri, dunque, il suo passato, né le persone che ha conosciuto, né se stesso».
«Ah, lei non sa... Lei non può sapere... Come spiegarle?» mormorò Dario. «Non è solo la miseria, il vizio o il crimine, ma la meschinità di tutto questo, la sua sordida bassezza... Mi perdoni! Sono importuno, la sto annoiando, le rubo tempo prezioso».
«Ho tutto il tempo che voglio» disse lei, scuotendo piano la testa. «Con Philippe c'è l'infermiera, e la bambina dorme».
«Ma non c'è nessuno che l'aspetta? Avrà così tanti amici, lei, e tanti parenti, familiari».
«Si sbaglia...» rispose Sylvie Wardes sorridendo. «No, non si faccia scrupoli. Non mi aspetta nessuno. Mai».
Avevano finito di mangiare e Sylvie, intuendo che Dario preferiva non essere guardato in faccia, si sedette su un divano piazzato in un angolo in penombra. Ma Dario, in piedi davanti a lei, era ammutolito.
«Non capisco,» mormorò poi con voce turbata «non capisco perché provo questo insensato desiderio di parlarle di me. Mai a nessuno - glielo giuro, signora - ho detto una parola riguardo alla mia vita, alle mie difficoltà o al mio passato. Probabilmente ho sempre percepito negli altri una indifferenza glaciale. Ma non è forse vero, signora, che nel suo cuore alberga la compassione e non il disprezzo, la solidarietà e non lo scherno nei confronti del prossimo? Non è vero?».
«Sì, è vero» rispose lei.
Per la prima volta in vita sua Dario era ubriaco, ma di una ubriachezza che lasciava saldo e tranquillo il corpo, e rendeva lo spirito più audace, più acuto e segretamente disperato. «Vengo da così lontano, da così in basso... E sono stanco. Oggi lei mi ha offerto una sosta ristoratrice».
Tacque per un istante. «Sono nato in Crimea» riprese a un tratto, spinto dal desiderio di rievocare davanti a lei un passato odioso, un passato di cui si vergognava; aveva l'impressione che, anche solo ascoltandolo, Sylvie Wardes l'avrebbe liberato. «Perché là e non altrove? Non lo so. Appartengo a una razza levantina, oscura, c'è in me un miscuglio di sangue greco e italiano: sono uno di quelli che voi francesi chiamate metechi, immigrati. Lei non conosce queste famiglie di vagabondi che sciamano dappertutto prendendo le strade più disparate, sicché nella stessa generazione, ma in luoghi diversi, alcuni vendono tappeti e noci al miele sulle spiagge d'Europa, mentre altri, a Londra o a New York, sono ricchi e istruiti. Non si sono mai incontrati fra loro. Portano lo stesso cognome, ma ignorano l'esistenza gli uni degli altri. E' solo un caso, dunque, se io sono nato in Crimea. Mio padre faceva il venditore ambulante, uno di quelli che avrà visto anche qui, magari proprio davanti al suo cancello, e qualche volta, a furia di insistenze, di pagliacciate, a furia di implorare il suo buon cuore, la sua compassione - sì, come me adesso -, riescono a sciorinarle il loro assortimento di pellicce e di gioielli dozzinali. Mio padre vendeva di tutto: tappeti, pietre del Caucaso, frutta. Era poverissimo, ma per molto tempo non ha perso la speranza. Diceva che per ogni essere umano arriva prima o poi l'ora della fortuna, bisogna solo aspettarla. Lui l'ha aspettata a lungo. La fortuna non è arrivata, ma in compenso ogni anno arrivava un figlio: ne nascevano sempre e ne morivano sempre. Tutta la mia infanzia - io ero il terzo figlio, e ce ne sono stati altri cinque dopo di me - è trascorsa fra le grida di dolore dei parti e gli insulti, le bastonate. Mia madre beveva...».
Si interruppe e si passò lentamente una mano sul viso. «E questo» riprese «per sei, otto, dieci anni, una vita intera, una vita vissuta, un periodo d'inferno che mi è parso durare più di tutto il resto della mia vita. Ma ora devo parlarle di Clara, mia moglie. Immagini la città in cui sono nato, un piccolo porto sulle rive del Mar Nero. Inutile che gliene dica il nome, un nome barbaro, impossibile da tenere a mente. Anche Clara viveva lì. Suo padre era un orologiaio ebreo. Per loro io ero un vagabondo, il Greco, lo straniero, l'infedele. Ma Clara mi amava. Eravamo bambini. Suo padre mi accoglieva in casa e voleva insegnarmi il mestiere di orologiaio, ma il mio sogno era quello di studiare e in seguito diventare avvocato o medico, avere un lavoro nobile, scrollarmi il fango di dosso. In questo sono stato fortunato, perché un insegnante del liceo mi aveva preso a cuore ed era riuscito a mettermi sotto. Poi ho compiuto diciotto anni, ed ero destinato a fare l'orologiaio. Volevo scappare da quel posto selvaggio e soprattutto non vedere più i miei». Dario cercò le parole.
Con gli occhi bassi, disse piano: «Odiavo quel fango. Allora... Oh, signora, perché raccontarle queste cose? Perché screditarmi così davanti a lei? Domani non vorrà più rivedermi, ma la grazia più grande che può farmi in questo momento è quella di continuare ad ascoltarmi. Un cuore amareggiato, colmo di odio, di fiele, indurito, chiuso da tanti anni, e che a un tratto si apre... Non riuscirò mai a dimostrarle tutta la mia riconoscenza, signora. Nessuno, finora, ha mai saputo niente di me, eccetto Clara. E Clara non può condannarmi né assolvermi; del resto, quel che le dirò adesso, Clara non lo sa. Lei mi amava. Io ho deciso di andarmene. Mi ha seguito. Non possedevamo niente. Ho rubato un po' di soldi a suo padre e siamo partiti. Clara aveva quindici anni, io diciotto».
Tacque. Sembrava essersi dimenticato di Sylvie. Lei non sapeva che cosa dirgli, ma era colpita dalla sua rude veemenza.
Si sforzò di assumere il tono più calmo, più pacato possibile e gli chiese: «E poi? Che cosa avete fatto?».
Dario rimase a lungo in silenzio. Stava tornando in sé e cominciava a provare una terribile vergogna. Che cosa avrebbe pensato Sylvie di lui, dopo quella confessione da ubriaco? Alla fine riuscì a dominarsi e a rispondere: «Poi ci siamo sposati. Siamo andati in Polonia, in Germania e alla fine in Francia. Non tenterò di spiegarle come siamo arrivati fin qui e in quale miseria abbiamo vissuto».
«Ma adesso tutto questo è passato! Adesso lei è felice, è sposato, è padre; ha la sua professione, un avvenire davanti a sé».
«Un avvenire?» disse Dario in tono cupo. «Io credo che esista una fatalità, una maledizione. Credo che il mio destino era di essere un mascalzone, un ciarlatano, e che così sarà. Non si sfugge al proprio destino».
Aspettò a lungo di sentire la voce di lei, ma Sylvie non diceva niente. Il suo bel viso era pallido e stanco. «Mi parli ancora di sua moglie,» lo pregò alla fine «e soprattutto del bambino. La maledizione a cui allude, ammesso che incomba su di lei, si estinguerà prima di toccare suo figlio, perché lui crescerà in un ambiente sereno, tra brava gente. Non proverà i suoi desideri, né i suoi rimorsi. Non le basta questo?».
Dario si chinò d'impulso, le prese la mano e gliela baciò. «Grazie, signora» disse sottovoce. Poi, senza salutarla, si precipitò fuori dalla stanza, fuori dalla casa, e scomparve.
CAPITOLO 11
Clara aveva messo a letto il bambino e aspettava il ritorno del marito.
Aveva acceso la lampada, ma, come tutte le sere, aveva lasciato la finestra e le persiane aperte. Così, quando Dario tornava a casa, mentre ancora era per strada, fra estranei, alzando gli occhi poteva scorgere quella luce e scaldarsi il cuore. In gioventù, allorché suo padre e sua madre si ritiravano al piano di sopra lasciandola sola al pianterreno dove le pendole, appese ovunque, scricchiolavano, gemevano e sospiravano nelle loro casse lunghe e strette -, Clara accendeva una candela, e a quel tenue chiarore cominciava a fare i compiti per l'indomani. Era una scolaretta di quindici anni, con un vestito marrone, il grembiule nero con la pettorina, due lunghe trecce sulla schiena, le guance lisce e pallide. Lui era un vagabondo, un povero apprendista orologiaio con le suole bucate. Clara piazzava il libro sul bancone del padre, fra tutti quegli orologi smontati, con i loro delicati ingranaggi fermi, privi di vita, e ripeteva sottovoce la lezione. La candela fumava, la stanza era fredda e buia. Clara sentiva il rumore delle onde che s'infrangevano sul molo, a volte anche il canto di qualche marinaio di ritorno dall'osteria o il rombo di un'automobile sul viale vicino, e altre volte ancora il baccano di una rissa al porto. Non appena nella camera al primo piano i genitori si addormentavano, lei spostava la candela sul bancone e la avvicinava alla finestra, affinché il suo fioco bagliore fosse visibile all'esterno, poi toglieva la catena e il lucchetto dalla porta. Era un momento terribile! A questo ricordo, dopo tanti anni, le batteva ancora il cuore... Lo stridio, il rumore degli anelli di ferro avrebbe svegliato i due vecchi che dormivano di sopra? Dario, dal canto suo, gironzolava in strada aspettando il segnale. E, allora come oggi, quando scorgeva la luce alla finestra sapeva che andava tutto bene, che erano fortunati: il padre non aveva visto niente, i vicini non avevano spettegolato. Poteva restare senza pericolo accanto a Clara fino al mattino. Sentendolo arrivare, lei spegneva la candela e si piazzava dietro la porta. Dario scivolava al suo fianco e la prendeva tra le braccia. Non li avevano mai scoperti. In Europa, appena Dario riconosceva, in mezzo alle mille luci della strada, la sua finestra illuminata, in uno squallido albergo del Quartiere Latino o nel minuscolo appartamento in cui avevano abitato a Saint-Ouen, si sentiva subito al sicuro, al caldo, e pensava: «Va tutto bene». Quando entrava, ancor prima che lui aprisse bocca, la moglie era pronta a sorridergli. E questo era un altro rito al quale Clara non avrebbe rinunciato per alcun motivo. Andava tutto a meraviglia adesso: avevano un tetto e cibo a sufficienza, ma lei non avrebbe mai dimenticato le sere in cui erano rimasti senza un tozzo di pane per sfamarsi, senza un po' di carbone per riscaldarsi. Quel sorriso, oggi come ieri, significava: «Vedi, è passato un altro giorno. Siamo ancora vivi e siamo insieme. Che cosa possiamo desiderare di più?». Nel momento stesso in cui l'avesse visto entrare, lei si sarebbe alzata e gli avrebbe servito la cena. Dario mangiava con lentezza, godendo fin dentro le ossa di quella sensazione di appagamento, di pace, che dà la fame saziata. E che felicità era per lei vedergli portare il cibo alla bocca, masticarlo con calma, e potersi dire finalmente che di pane ce ne sarebbe stato non solo per quella sera, ma anche per tutta la settimana, forse per tutto il mese.
Chissà... Dario continuava le sue visite quotidiane alla Caravelle: Wardes era guarito, ma sembrava che non potesse più fare a meno di lui, perciò Dario usciva ogni giorno per andare in quella casa così bella, di cui le aveva parlato tanto spesso e dove veniva ricevuto come un principe. Alla fine Clara sentì il cigolio del cancello e i passi del marito in giardino. Come camminava piano! E com'era tardi! Ma non si preoccupava: lui era lì, accanto a lei, vivo, e dunque niente di terribile, di veramente terribile, poteva capitare. Dario entrò. Si avvicinò alla moglie e la baciò. Poi si sedette al suo fianco e rimase in silenzio, con le mani ciondoloni. Ma lei si era già alzata per preparargli da mangiare.
Dario si sforzò di mandar giù qualche boccone, poi però respinse il piatto. «Non ho fame, cara. Ho cenato alla Caravelle».
«Davvero? Di nuovo? Sembravi così stanco!».
Lui non rispose.
Clara prese in braccio il bambino, che si era svegliato e strillava. Lo cullò stringendolo al petto, lo fece calmare e tornò a sedersi accanto al marito, sul baule coperto da una vecchia fodera. Si sentivano a disagio nelle poltrone, rigide, solenni, destinate agli ospiti, a familiari inesistenti, ai malati. Per loro due il duro baule che aveva visto tutte le stazioni d'Europa era il luogo del riposo, un rifugio sicuro. Clara appoggiò la testa sulla spalla di Dario. «Sì, sei stanco. Eppure nelle ultime settimane eri più contento, più sereno. Respiravi meglio. Non avevi più paura, lo sentivo. Quando sono tornata dall'ospedale, sembravi un animale braccato, una povera bestiola affannata, tremante, con le zampe insanguinate» mormorò sorridendo. Gli prese la mano e gliela baciò. «E oggi ti sento tremare di nuovo. E' paura, la tua? Che cosa hai fatto?».
«Non ho fatto niente» disse Dario con un certo sforzo. «E non ho paura. Sta' tranquilla, Clara».
«C'è qualcosa che ti rattrista?».
Le labbra pallide e tremanti di Dario si contrassero. Tacque un momento, ma finì col rispondere: «No».
«Ti sei trattenuto a lungo dai Wardes?».
«No, non molto, la signora Wardes è partita».
«Ma... ieri non ne sapevi niente? Sono partiti così, senza salutarti? E la tua parcella?».
«La mia parcella? Ah, è questo che ti preoccupa? No, no, rassicurati. Philippe Wardes è ancora qui. A Monte Carlo, almeno. Ma lei... lei se n'è andata».
«Lo dici con un tono strano. Se n'è andata, in che senso? Non ritornerà?». «No, non ritornerà».
«Mai più?».
«Mai più».
«E tu come fai a saperlo, Dario?».
Lui parve esitare, ma poi alzò le spalle. «Perché non dovrei dirglielo?» pensava. «Perché non dovrebbe capirlo, lei che è mia moglie, e che mi ama? E, del resto, che cos'ho da nascondere? Niente. Né a Clara, né a me stesso. Sylvie Wardes non era una donna alla mia portata». Cavò dalla tasca una lettera spiegazzata e la porse a Clara. «Guarda, l'ho ricevuta stamattina».
Lei lesse: «Caro dottore, «lascio per sempre la Caravelle. Durante la malattia di Philippe, ma anche dopo la sua guarigione e le sue nuove dissennatezze, lei si è dimostrato così disponibile e così fidato che il mio unico rammarico, andandomene, è di non averla salutata, di non averle stretto la mano. Questa partenza, che meditavo da tempo, si è resa urgente e necessaria a causa di una circostanza imprevista. Penso di stabilirmi a Parigi. Le scrivo in calce il mio indirizzo. Se dovesse aver bisogno di un'amica sincera, di un conforto, si ricordi di me. Sylvie Wardes»
Clara ripiegò con lentezza la lettera. «L'hai ricevuta stamattina? Ma allora che cosa sei andato a fare alla Caravelle?».
Dario sorrise debolmente. «Non lo so. E' ridicolo. Volevo rivedere la casa».
Poi, a voce più bassa, aggiunse: «Clara, non sarai gelosa, vero? Lo sai che amo solo te al mondo, ma quella donna non era come le altre. Fra lei e tutto ciò che ho conosciuto fino a oggi - eccetto te, Clara, te e nostro figlio - c'è la stessa distanza che separa il cielo dalla terra. È difficile da spiegare... Io non ho mai visto niente di simile. Una creatura senza civetteria, senza egoismo, senza avarizia, per la quale i soldi e i beni terreni non contano nulla. E, nello stesso tempo, una persona amabile e compassionevole, acuta e profonda! Forse ce ne sono tante, nel loro ambiente, anche se non credo, ma per me era senz'altro qualcosa di raro e di straordinario. E' per questo che mi ero affezionato a lei come a una sorella» disse sollevando lo sguardo verso Clara. «Le parlavo tutto il tempo di te, del bambino. E lei mi ascoltava sempre. Mi confortava sempre. Per mesi e mesi, quando Wardes era ammalato, e ancora di più da quando quell'essere ignobile è guarito, andavo a trovarla ogni giorno, e lei mi accoglieva con tanta bontà e tanta intelligenza che io mi ero affezionato a lei» ripeté disperato. «Ecco, Clara, non posso dirlo altrimenti... Non sei arrabbiata, vero?».
«No. So che ti mancano tante cose con me. Sono una donna semplice e ignorante, io».
«Tu hai tutte le qualità, moglie cara» disse Dario con tenerezza. «La differenza tra lei e te forse si riduce semplicemente a questo: Sylvie Wardes appartiene a una razza che per secoli è stata preservata dalla fame, che non ha dovuto procurarsi il cibo, come i nostri padri e come noi stessi, e che può permettersi il lusso di essere retta e magnanima - un lusso che a noi non è consentito» concluse con amarezza.
«Dario, perché se ne è andata? Io non avrei mai abbandonato mio marito».
«Tu non sai che essere ignobile è Wardes. Rimpiango con tutto il cuore di non averlo lasciato crepare come un cane. Senti, non te l'ho mai raccontato. È successo un mese fa. La figlia della signora Wardes, la piccola Claude, si era ammalata. È una bambina pallida e fragile - non assomiglia affatto al nostro bel Daniel» disse con orgoglio. «Aveva soltanto un raffreddore, niente di grave, ma la febbre, nonostante tutte le mie cure, non le passava, e Wardes non c'era. La madre era sfinita, preoccupata, sola, e io mi domandavo: "Che cosa farei io, se sapessi che il mio Daniel è malato e che Clara è sola?". Nulla potrebbe trattenermi. Pianterei tutto in asso e correrei da te. Ho chiesto allora dove fosse Wardes. Di nuovo a Monte Carlo. Ho deciso di andare a chiamarlo. Quando l'ho detto alla signora Wardes, lei ha sorriso, come se pensasse che ero un ingenuo, incapace di pensar male. Allora sono andato fino al casinò. Non potendo entrare nella saletta riservata, sono rimasto ad aspettare nel vestibolo» disse, ricordando che aveva dato a un fattorino del circolo il suo biglietto da visita sul quale aveva scritto di pugno: "Il dottor Asfar presenta i suoi omaggi". Era la stessa formula che usava per le parcelle, ma non ne aveva trovata una migliore. Sotto aveva aggiunto:
"Egregio signor Wardes, sono spiacente di informarla che la piccola Claude sta molto male e che la signora Wardes è sola. Mi permetto, dunque, di sollecitarla a tornare a casa, al fianco di sua moglie e di sua figlia".
«Ho aspettato due, tre, quattro ore... Ero fuori di me. Se avessi potuto mettere le mani su Wardes, credo che lo avrei trascinato a forza, ma lui non si è fatto vivo, e alla fine è riapparso il fattorino restituendomi il mio biglietto da visita. Nessuna risposta. Wardes è tornato solo quattro giorni dopo. La bambina era guarita, ma avrebbe anche potuto morire in sua assenza. È arrivato, si è cambiato d'abito, non ha detto una parola alla moglie, ed è ripartito per Parigi, con Elinor che lo aspettava in macchina. Ti ho già raccontato» continuò parlando in fretta, con espressione febbrile e stanca «che Wardes è l'amante di Elinor, l'ex moglie di Mitenka Mouravine. Il suo cognome da nubile è Bamett, e ora si fa chiamare di nuovo così».
«Io non ti avrei lasciato lo stesso» ripeté Clara.
«Ma lo sai che pretendeva di trascinarla nei postriboli, fra le prostitute? Sono cose di cui mi ripugna parlarti, Clara. Tu non conosci questi vizi, queste sordide dissolutezze. E lo sai qual è stata la "circostanza imprevista" che la signora Wardes menziona nella lettera? Me l'ha raccontata Ange 
Martinelli. Sì, niente di ciò che accade a Nizza e dintorni ha segreti per lui. Quando Wardes è tornato da Parigi, era in compagnia di quella donna, Elinor, e questa volta l'amante non si è limitata ad aspettare in macchina, è entrata in casa. Del resto, ne immagino il motivo: era una manovra per far andare via la moglie, per strapparle il divorzio che non aveva mai voluto concedergli; adesso, invece, Wardes potrebbe addurre a pretesto l'abbandono del tetto coniugale. Mi sembra impossibile che la signora Wardes non l'abbia intuito; lei vedeva tutto, capiva tutto» disse, richiamando alla mente gli occhi di Sylvie, quegli occhi profondi e penetranti che sembravano leggere nei cuori. «Ma in questo caso, probabilmente, è stata cieca».
«Perché non voleva divorziare? Lo ama ancora?».
«No, non lo ama più. Non lo ama più, ne sono certo! Ti dico che non lo ama più, è impossibile» esclamò Dario quasi con rabbia.
«Perché, allora? Non capisco».
«Forse perché è cattolica e devota».
A un tratto, con un impercettibile sospiro, Clara chiese: «E' molto bella?».
«Sì,» fece Dario con voce cupa «è bellissima».
«Allora sarà contenta di essere stata spinta a lasciare un marito indegno e che non ama più. Magari c'è un altro uomo che l'aspetta. Una donna non se ne fa niente di Dio. Soltanto l'amore la protegge».
«Lei non è come le altre» ripeté Dario. «Ma a indurla a sposare Wardes sarà stato l'amore o il desiderio di ricchezza, un sentimento umano, insomma, come per chiunque di noi! Quindi non è un angelo. E' una donna!».
«Preferisco...» disse Dario, sollevando la testa e guardandola con un lieve sorriso ironico e affettuoso. «Preferisco credere che sia un angelo, Clara». E, dopo un momento di silenzio, aggiunse: «Lei è lontana da me. Ha reazioni, pensieri diversi dai miei. Cerca altre cose nella vita. Quella che noi chiamiamo fortuna, per lei non è fortuna, e la nostra sfortuna non sarebbe la sua. Anche nella peggiore miseria, non penserebbe ai bisogni materiali, tenterebbe di salvare...». S'interruppe, non sapendo come definire quell'essenza divina, incorruttibile, che riconosceva in lei ma non in se stesso. «...tenterebbe di salvare la sua dignità, la sua coscienza. Non accetterebbe niente dagli altri, mai, né per se stessa, né per la figlia, né per un uomo».
«Allora non ama sua figlia».
«La ama, però lei non intende l'amore come noi. Qui sta il punto, è una creatura diversa».
Intanto pensava: «Anima... Sì, è questa la parola che cercavo, la parola di cui non avevo mai colto il vero significato prima di conoscere lei. Non ciò che viene comunemente chiamato "anima", quel debole lucore che riesce appena a rischiarare le opache masse di carne, ma una luce intensa e brillante». Disse invece: «Se si è rassegnata, non è per viltà, ma per orgoglio. Le privazioni non la spaventano, e poi...
Quando mi guardava, a volte...».
Si passò una mano sugli occhi e disse lentamente, con voce soffocata: «Provavo una sensazione di pace». Clara si alzò, mise a letto il bambino, gli rimboccò le coperte, e uscì dalla stanza. Quando tornò, Dario non si era mosso. Era seduto sul vecchio baule, con la fronte appoggiata al muro. A un tratto lei gli disse: «Ti ricordi quando, da bambino, tua madre ti ha costretto a rubare le posate d'argento di un ufficiale? Ti ricordi che quell'ufficiale ti ha picchiato quasi a morte e che tu, prima di consegnare a tua madre le posate rubate, avevi sottratto e nascosto un cucchiaino d'argento per regalarmelo? Io l'ho rifiutato, e allora tu l'hai venduto per un rublo, che poi hai speso in dolciumi. Te lo ricordi?».
«Ma perché mi parli di queste cose? Io odio il mio passato! Lo odio!».
«Te ne parlo perché il tuo passato sei tu, e tu sei il tuo passato, mio povero Dario. Non puoi cambiarti la pelle, il sangue, non puoi cancellare il tuo desiderio di diventare ricco, né il tuo desiderio di vendicarti per le offese subite. Un'altra donna, Dario, non ti amerebbe per quello che sei, e tu non potresti amarla nella vita reale».
«Non capisco».
«L'ammireresti, ma non l'ameresti. Una sorella, dici? Sono io tua sorella. Sì, molto più che tua moglie. 
Noi parliamo la stessa lingua. L'altra è una lingua straniera, che tu vorresti imparare...».
«Una lingua che farfuglio, che balbetto» disse Dario con amarezza. «Ma che non conoscerai mai!».
«Chissà...». Lei gli accarezzò i capelli. «Dario, è una grande fortuna quando marito e moglie parlano la stessa lingua, e hanno avuto fame insieme e sono stati umiliati insieme. Non ti pare?».
Senza aspettare la sua risposta, uscì di nuovo dalla stanza e andò a lavare i bicchieri in cucina. Canticchiava piano. Dario rimase per un bel po' ad ascoltare il rumore dell'acqua e quella canzone... Quante volte l'aveva sentita... In Crimea, nell'albergo di fronte al loro povero alloggio, i soldati la intonavano in coro durante le lunghe notti invernali. Quella melodia accendeva in lui un rimpianto misto a collera, come certi ricordi di cui ci vergogniamo ma che ci sono cari perché appartengono alla nostra vita, e sembrano scorrerci nelle vene insieme al sangue. Quando Clara tornò, Dario si era disteso sul letto senza spogliarsi, come faceva a volte; con la testa affondata nel guanciale e nascosta dal lenzuolo che si era tirato fin sugli occhi, fingeva di dormire.
CAPITOLO 12
La Caravelle era deserta. Dario pensava solo a partire, non tanto per raggiungere la signora Wardes, quanto per lasciare Nizza, dove la cercava di continuo, e dove, del resto, non era riuscito ad affermarsi.
Come se non bastasse, era la stagione morta, il mese di agosto: all'epoca, Nizza non era ancora diventata una località di villeggiatura alla moda, e i residenti fuggivano non appena arrivava il caldo. Partire era sempre stato per Dario l'unico rimedio efficace. Mentre altri si buttavano a capofitto nel lavoro o cercavano l'oblio nel vino e nelle donne, lui sognava treni rapidi e città straniere, pur sapendo che vi avrebbe trovato soltanto disagi e miseria - ma una miseria diversa, probabilmente. E questo era già tanto di guadagnato. Alla fine riuscì a mettersi d'accordo con un compatriota, un dentista, che gli propose di affittare un appartamento a Parigi, dove avrebbero abitato insieme, dividendo le spese. Tre mesi dopo era a Parigi. Aveva pagato il trasloco con i soldi della parcella di Wardes, per altro riscossa con difficoltà.
Dario aveva scelto un appartamento in un quartiere decoroso, per avere un indirizzo confacente sui biglietti da visita e sulla carta da lettere, ma l'affitto, molto caro, era un onere pesante. Si era illuso di avere subito molti pazienti. Il dentista prometteva una clientela brillante, ma - ahimè - non cambiava mai nulla. Il denaro e ancora il denaro, gli eterni calcoli, le speranze immancabilmente deluse, i soldi spesi prima di averli guadagnati, era questa la sua sorte! Addormentarsi la sera, sfinito dalla fatica, sapendo che l'indomani non andrà meglio, perché il meglio che ci si può aspettare è un'altra giornata simile a quella appena trascorsa, altrettanto cupa e amara. Aver paura di guardare davanti a sé. Aver paura di fare i conti. Incassare ogni tanto un po' di denaro, volerlo impiegare per mille cose insieme, e vederselo volatilizzare fra le mani. Andare da un paziente, curarlo bene, con coscienza, con zelo, rassicurarlo, confortare i familiari, tornare a casa, essere svegliato alle prime luci dell'alba da una telefonata disperata, venire definito un vero e proprio salvatore, presentare la parcella, non ricevere risposta, aspettare, scrivere di nuovo: «Il dottor Dario Asfar, come d'uso...», ricevere alla fine «un piccolo acconto - e il saldo quando sarà possibile», non vedere mai quel saldo, apprendere che i familiari si sono rivolti a un altro medico, perché lui, Dario Asfar, era troppo venale, li assillava con richieste di denaro, e per altro, non possedendo l'automobile, arrivava troppo spesso in ritardo. Questa era la sua vita. Prese allora l'abitudine di maggiorare la parcella di due o tre visite, in realtà non effettuate, per rifarsi così di ciò che gli spettava e che non avrebbe mai incassato. Il dentista e sua moglie erano rozzi, grossolani, indolenti; avevano tre bambini che, insieme a Daniel, facevano un baccano infernale. L'intera famiglia non smetteva un istante di gridare e di accapigliarsi. Dario e il dentista traevano qualche vantaggio dalla loro coabitazione. Quando riceveva un paziente, Dario diceva: «Dovrebbe curarsi i denti. Non riesce a masticare bene. I bruciori e l'acidità di cui soffre dipendono proprio da questo. Visto che è qui, le consiglio vivamente di consultare il mio collega. Abbiamo una convenzione grazie alla quale pratica prezzi speciali ai miei pazienti». Per ogni nuovo cliente che procurava al dentista, Dario intascava una percentuale sulla parcella, e il vicino gli mandava a sua volta altri pazienti; ma quando, scaduto il termine di pagamento, suonava l'adunata per i ritardatari, tutti e due spiavano l'arrivo del postino ed erano pronti a sbranarsi per una lettera assicurata indirizzata all'uno o all'altro. Il costante rovello dei conti inseguiva Dario finanche al capezzale dei malati. Non era ancora un medico così affermato da potersi permettere qualsivoglia atteggiamento con i pazienti. Spesso dimenticava di mostrarsi gioviale, dimenticava le rituali battute di spirito e la frase d'obbligo da pronunciare accomiatandosi dall'ignaro malato di cancro: «Suvvia, stia tranquillo, non è niente di grave», che induce il moribondo a pensare: «Chissà, forse...». Trascurava di prodigarsi in facezie, incoraggiamenti e lusinghe quando curava le donne. Non riusciva a disfarsi del suo accento straniero, del suo aspetto miserabile e selvatico. Quando tornava a casa, dopo una lunga giornata di lavoro, prima di riabbracciare Clara, gli capitava di attardarsi qualche istante davanti al portone. Era l'unico momento in cui poteva sgombrare la mente. Una volta varcata la soglia dell'appartamento, avrebbe trovato la bolletta del gas e della luce, avrebbe dovuto aggiornare l'elenco dei debiti, avrebbe visto gli occhi di Clara, gonfi e arrossati per il troppo tempo passato a cucire sotto la lampada la sera prima; si sarebbe ricordato che il bambino aveva bisogno di un paio di scarpe e che a lui occorreva un cappotto nuovo. Si concedeva un momento di respiro nella strada rumorosa, di fronte al ponte di ferro; distoglieva l'attenzione dagli alberi spogli, dalla nebbia autunnale, dal viavai di passanti che allungavano il passo con aria cupa e scontrosa; dimenticava quell'odore di malattia e di miseria di cui non riusciva a sbarazzarsi, un odore che gli aleggiava sempre intorno e gli impregnava i vestiti. Non pensava a niente... Raccoglieva le forze, come in una lotta impari nella quale, se la morte ineluttabile ci viene risparmiata ancora per un istante, impugniamo le armi, rievochiamo l'immagine di una persona cara e ci lanciamo nella mischia, avendo finito col capire che non abbiamo più nulla da perdere, avendo accettato di giocarci l'anima, se è questo il prezzo da pagare per la vita.
CAPITOLO 13
Poco prima di Natale, Parigi fu investita da un'ondata di pioggia e di freddo che durò una settimana. Adesso Sylvie Wardes abitava con la figlia presso una parente, in rue de Varenne. Era uscita a piedi, ed essendo quasi ora di pranzo si affrettava a tornare a casa, una casa rassicurante con le sue vecchie mura e i suoi camini che si stagliavano alti e quieti, un rifugio. Sylvie si era separata dal marito, e con ogni probabilità Wardes avrebbe chiesto e ottenuto il divorzio, visto che lei aveva abbandonato il tetto coniugale. In seguito Sylvie avrebbe ripensato a quei mesi in cui si era lasciata prendere dalla disperazione come al momento più triste della sua vita. Fino allora era sempre stata, bene o male, sicura della sua strada e sicura di sé. Adesso vagava nelle tenebre più fitte. Era quasi arrivata a casa quando scorse accanto al portone, tra la nebbia e la pioggia, la sagoma immobile di un uomo con le mani sprofondate nelle tasche e il cappello grondante.
Non appena la vide, l'uomo le andò incontro chiamandola per nome. Allora Sylvie lo ravvisò. «Dario Asfar» disse. Lui sorrise. «Mi riconosce, signora? Non mi ha dimenticato? Io... io passavo di qui, signora, mi scusi, e ho pensato che forse avrebbe acconsentito a ricevermi, come laggiù, come alla Caravelle. Ma esitavo, aspettavo...».
Non le disse che era rimasto per un pezzo nel fango gelato, pregando Dio di compiere il miracolo di fargliela vedere. E a un tratto lei era apparsa. Però, chissà, magari l'avrebbe mandato via. Le prese la mano. Si scusava in modo così confuso e parlava con tanta rapidità che sulle prime Sylvie stentò a capire quel che diceva. Ma a poco a poco Dario riacquistò la calma e alla fine mormorò: «Non so come ho trovato il coraggio di venire da lei. Era da tempo che desideravo farlo, ma non riuscivo mai a trovare una scusa decente».
«Sono felice di rivederla» disse Sylvie con dolcezza. «E non serve alcuna scusa. Venga, fa freddo qui, piove».
Dario la seguì. Era talmente turbato da non vedere niente, né il cortile del vecchio palazzo, né la galleria a vetri, né il grande salone buio e gelido che attraversarono. Alla fine Sylvie lo fece entrare in un accogliente salottino e lo lasciò solo. Andò a cambiarsi i vestiti gelati e intrisi di pioggia, e tornò di lì a poco con il vassoio del tè. Gliene riempì una tazza, e lui sorseggiò con piacere il liquido bollente. 
«Trema. Avrà avuto freddo...».
«Sono ancora un po' debole. Mi sono ammalato, e questo mi ha costretto a letto per più di un mese».
Lei gli chiese notizie della moglie e del figlio. Esitavano, non trovavano le parole. Sylvie non era cambiata, pensava Dario. Il vestito nero, le mani nude, il diamante al dito, i movimenti armoniosi e vivaci della bella testa eretta e del lungo collo, i capelli scuri spruzzati d'argento, la fronte bombata e pura, e quello sguardo profondo e saggio, pieno di luce...
Dario le prese la mano e, d'impulso, non osando sfiorarla con le labbra, se la portò al viso, alla guancia gelata. «Ho freddo,» disse poi «sono stanco. Intorno a me vedo soltanto infelici, malati, disperati. Io stesso sono alla disperazione. Ecco perché sono venuto».
«Che cosa posso fare per lei?».
«Niente! Niente!» esclamò inorridito. «Non le chiedo niente. Solo di non mandarmi via. Di accettare la mia presenza».
«Perché ha lasciato Nizza? Cominciava ad affermarsi, no? Ha pazienti qui? Guadagna bene?».
«No. Poco, pochissimo. Riesco appena a sbarcare il lunario. E la mia malattia ha peggiorato la situazione. Innanzitutto a causa dell'inattività forzata, e poi perché nel frattempo i pochi pazienti che avevo si sono rivolti a un altro medico. Sono perseguitato dalla sfortuna. E mi sento così responsabile delle pene di mia moglie che cerco di tenermi il più possibile lontano da casa».
«Responsabile?».
«Sì. Perché l'ho trascinata qui? Perché ho messo al mondo un figlio? Perché? Che diritto avevo? E mi davo pure delle arie, volevo vestire i panni del medico francese, io, sì, proprio io! Ma chi mi credo di essere? Fango, ecco che cosa sono. Ero nato per fare il venditore di torroni o di tappeti, non il medico. Ho cercato invano di elevarmi, e sono sempre ripiombato giù, ogni volta più in basso. Mi piacerebbe venire a dirle che le mie ricerche scientifiche hanno imboccato una buona pista,» disse tentando di sorridere «o a sottoporle un caso di coscienza, o ad annunciarle che ho scoperto un nuovo vaccino. Che cosa posso raccontarle invece? Sono senza soldi. No, taccia, non mi offra denaro. Il giorno in cui accetterò denaro da lei, potrà dire: "È finita. È divenuto quel che era destinato a essere fin dalla nascita, un mascalzone". Per il momento, resisto ancora, spero ancora. Ma che cosa sono io? Una creatura della terra, impastata di fango e di buio» disse con rabbia feroce. «Signora, le chiedo scusa con tutto il cuore. Non avrei dovuto importunarla. La ringrazio. Parlare con lei mi è stato di grande conforto». Si alzò. «Arrivederla, signora».
«Ha fatto qualcosa di male?».
Dario accennò un sorriso. «Conosco solo due persone al mondo lei e mia moglie - capaci di domandare una cosa simile senza ridere. No, non ho fatto nulla di male. Penso incessantemente a una scadenza che si sta avvicinando, che ho già rinviato due volte e che non posso rinviare oltre, eppure continuo a sperare contro ogni buonsenso, e a trepidare per i miei cari. Che ne sarà di mia moglie e di mio figlio senza di me? Sarei pronto a rubare, a uccidere, se necessario - glielo dico come davanti a Dio -, per poter essere finalmente tranquillo sul loro avvenire. Sono come un animale selvatico che si è allontanato dalla sua foresta. Nessuno procurerà da mangiare ai miei, se loro non strapperanno il cibo a morsi... Ma non sanno farlo; e come potrebbero? Mia moglie è fragile, sofferente... Il bambino è piccolo, è debole...». «Lasci che l'aiuti» insistette Sylvie. «Mi restituirà il denaro in seguito. Non si faccia scrupoli». «No, mai! Le proibisco di offrirmi denaro. Lei? A me? Oh, mi perdoni, signora, mi perdoni!» mormorò portandosi la mano alla fronte con espressione stanca e smarrita. «Ho ancora la febbre. Mi vergogno. Le mie pene sono così meschine. Preferirei confessarle un delitto».
«Non abbia tutti questi riguardi» proruppe Sylvie. «Non li merito. A volte mi tratta come se fossi una creatura celeste, e non terrena, come lei... Ho le mie colpe anch'io, e continuo miseramente a peccare e a commettere errori».
«No, non sono gli stessi errori, né le stesse tentazioni, né le stesse colpe. E questo mi fa piacere. Sono felice di sentirla tanto al di sopra di me. E in certi momenti la odio» disse a voce più bassa. «Ma più spesso la amo».
Sylvie non rispose.
«Accetterà di rivedere di tanto in tanto questo pazzo furioso?» chiese Dario con voce umile.
«Ogni volta che vorrà» disse lei. «Triste, malato, infelice, solo, si ricordi che io la riceverò, per ascoltarla e aiutarla, se me lo permetterà».
Dario si alzò di scatto e prese la vecchia borsa di cuoio nera che aveva lasciato su una sedia. «Grazie, signora. E' ora che vada: devo visitare un paziente prima di cena». Fece un goffo inchino. Sylvie gli porse la mano e lui osò appena prenderla e stringerla. Poi uscì.
CAPITOLO 14
Rivolta un'ultima occhiata a rue de Varenne, alla casa in cui abitava Sylvie e a quelle circostanti, Dario si allontanò a passo lento. Un tempo non si stancava mai di immaginare quelle belle stanze raccolte, tiepide, con le luci accese, dove i bambini giocavano su morbidi tappeti. Ora, per la prima volta, le aveva viste con i suoi occhi.
Guardava con invidia, attraverso lo spiraglio delle persiane, le guardiole dei portinai, i retrobottega, i laboratori degli artigiani.
Com'erano felici, tutti! Spesso gli dicevano: «Ma lei vive in Francia da così tanto tempo! E' quasi uno di noi ormai...». Quella parola, «quasi», conteneva per Dario un mondo di sentimenti inesplicabili, di esperienze amare. Lui non aveva amici, non aveva genitori né parenti. Non c'era nulla che lo facesse sentire in diritto di essere lì. Suo malgrado, si vedeva come una bestiola uscita dalla tana, che fiuta insidie dappertutto e che affila i denti e le unghie, sapendo di poter contare soltanto su quelle. Nel corridoio del métro, tra la folla che gli si accalcava intorno, si fermò un momento e cavò dalla tasca una lettera che rilesse con grande attenzione.
«Caro dottore, «in risposta alla sua pregiata lettera del 23 corrente mese, la informo che non mi è possibile accordarle un ulteriore rinvio per il saldo della somma che mi deve e che si è impegnato a pagare a mezzo assegno. Gli interessi che le ho chiesto sono ragionevoli. Mi auguro dunque che farà quanto necessario per coprire l'assegno entro la data stabilita. «Mio figlio ha abbandonato l'arte culinaria e ormai si è del tutto ristabilito. La degenza in sanatorio ha dato risultati eccellenti. Ma, come lei comprenderà, è stata molto costosa, e ora devo in qualche modo rifarmi delle spese. Intanto il ragazzo ha trovato lavoro in una fabbrica di scarpe, e si sta conquistando la stima dei superiori. «La stagione è buona. Abbiamo molti stranieri, benché, a causa del cambio, il livello dell'ambiente sia molto calato. Tra i nostri clienti c'è stata Elinor Bamett, convivente del signor Wardes, che lei conosce. La Bamett riuscirà a farsi sposare. Al momento risiede a Parigi. Le do il suo indirizzo, qualora, come le consiglio, volesse rivolgersi a lei: boulevard Bineau, 27 – Neuilly-sur-Seine. Suo devotissimo, Ange Martinelli»
Wardes aveva affittato per l'amante una casa con giardino a Neuilly.
«Aspettiamo molti ospiti oggi» disse il domestico, rivolgendosi a Dario in tono confidenziale e amichevole, - era il cameriere di Wardes e, conoscendo bene Martinelli, sapeva come e perché il medico aveva cominciato a frequentare la casa. «Abbiamo un cocktail dalle sette alle nove. La signora si sta vestendo».
«Per favore, chieda alla signora Bamett se può ricevermi» disse Dario stringendogli la mano. «Non la importunerò a lungo» aggiunse. No, non a lungo! Un sì o un no, e se ne sarebbe andato. E poi? Che cosa avrebbe fatto? Gli restavano soltanto quelle due risorse: Elinor o Sylvie... Elinor un aiuto glielo doveva. Se l'assegno scoperto veniva protestato, lui rischiava il disonore, la fine della carriera, la prigione. Eppure avrebbe preferito finire in prigione piuttosto che umiliarsi chiedendo inutilmente. «Ma non è a me solo che devo pensare» mormorò disperato.
Alla fine lo fecero accomodare nelle stanze di Elinor, in una specie di boudoir che doveva essere il suo spogliatoio; le pareti erano coperte di armadi e nell'aria aleggiava un vago odore di pellicce profumate. Dario rimase solo a lungo, poi entrò una cameriera, aprì un cassetto e tirò fuori da una scatola di marocchino un paio di scarpe dorate avvolte nella carta velina nera.
Dario la guardava con avida curiosità, tutt'intento a cogliere e a interpretare in modo favorevole ogni segno di ricchezza.
Apparve Elinor: era una giovane snella, dai muscoli d'acciaio che guizzavano sotto la pelle morbida, quasi trasparente; aveva i capelli rossi e un'espressione dura e vivace. Camminava limandosi le unghie; sembrava impaziente e preoccupata. «Sono lieta di vederla, dottore,» cominciò «ma...».
Lui la interruppe in modo brusco, quasi insolente. «Per l'amor del cielo, mi lasci parlare! Sono in una situazione disperata... della quale lei è involontariamente responsabile». Le raccontò quel che era successo. Lei lo ascoltò impassibile. «La supplico di prestarmi la somma che mi serve! Lei ormai è in una condizione...».
«Una condizione diversa da quel che immagina» disse Elinor.
«Senta, lei è la mia ultima speranza... Capisce che cosa significa? Un assegno scoperto, il disonore, la prigione. Non ho un soldo. Ho bussato a tutte le porte. Sono stato a lungo malato. Nessuno mi paga. E non solo non mi pagano, ma addirittura s'indignano perché oso reclamare quanto mi è dovuto. La mia clientela è composta di poveracci, è vero. Tutti promettono: "Il mese prossimo, dottore...". Ma a me quel denaro serve domani, domani! Solo lei può salvarmi!».
«Che cosa rischia?».
«La prigione».
«Una pena lieve, però».
«Lei crede?» chiese Dario guardandola con odio. «Felice, ricca, soddisfatta, dopo aver spogliato un'altra donna di tutti i suoi beni, si burla di me!» pensò lui. «Non muoverà un dito per aiutarmi. Non pronuncerà una parola! Non era così fiera quando portava in grembo il figlio di Mouravine!».
«La carriera distrutta» riprese poi «e mia moglie e mio figlio ridotti all'indigenza. Una pena lieve, può ben dirlo! Ma sbaglia a non venirmi incontro, glielo garantisco, Elinor. Posso essere un amico devoto o un nemico implacabile. Non si fidi della mia debolezza, della mia povertà attuale. Forse un giorno mi implorerà di aiutarla... come ho già fatto. Non dica di no! Non sa che piega potrebbe prendere la mia vita, né la sua... Lei è come me, è partita da molto in basso. Ma si può arrivare in cima, e lei conosce le scorciatoie. Un giorno potrei essere io a darle una mano. La strada su cui si è incamminata è scivolosa, piena di insidie, e lei è ancora lontana dalla meta. Non si faccia un nemico senza motivo».
Elinor scosse la testa con un sorriso reticente e duro.
«La preferisco così piuttosto che nei panni del questuante. Mi creda, dottore, apprezzo il servigio che mi ha reso e nutro per lei una sincera amicizia. Anche a Wardes ho cantato le sue lodi. E poi abbiamo alcuni ricordi in comune... Ricordi penosi, ma sono proprio quelli che legano di più le persone». Si avvicinò alla specchiera e si ritoccò il trucco sulle guance e sulle labbra. «Rammenta Mimosa's House? A fine mese servivano in tavola gli avanzi della settimana conditi con una salsa disgustosa... E le scenate con la moglie del generale? Ormai posso confessarglielo, dottore: l'unico uomo che allora mi interessava, anzi, che mi piaceva, era lei, sì, lei, con i suoi occhi da lupo affamato che ardevano come tizzoni quando si posavano su una donna. Può accettare il complimento in tutta tranquillità. So che non ne approfitterà per chiedermi soldi. Innanzitutto perché è troppo innamorato della moglie di Wardes...». «Stia zitta» la interruppe bruscamente Dario.
Lei continuò: «E poi perché sa...».
«Che questo non le farà sborsare un centesimo?» disse lui. «Lo so. La conosco».
«Io non ho soldi, mio caro Dario. Mi permette di chiamarla come a Mimosa's House? Sono l'amante di Wardes, non la moglie. E Wardes è l'uomo più egoista della terra, e il più avaro, nonostante le sue stravaganze. Per se stesso, sì, niente è troppo costoso! Ma per gli altri... Nulla di quel che vede qui mi appartiene, eccetto i vestiti. Né la casa, né i mobili, e nemmeno...». Elinor gli mostrò i gioielli. «Li riconosce? Sono quelli della signora Wardes. Li ha restituiti al marito prima di andarsene. E lui mi ricopre di questi monili, mi addobba come una vetrina, quasi fossi un'insegna vivente. Per Wardes rappresentano una buona pubblicità, il marchio della casa, ma sono suoi e, una volta conclusa la giornata o la notte di lavoro, li ripone in cassaforte. Se continuo a stare con lui...».
«E' per amore» disse Dario in tono ironico.
Elinor scosse la testa. «Parliamoci seriamente, caro mio. Se continuo a stare con lui è perché spero di farmi sposare, e allora... Lasci che io abbia la firma di Wardes e... Ma questo, per il momento, è solo un sogno. La realtà è che ho messo da parte a stento qualche migliaio di franchi, e non posso aiutarla in alcun modo».
«Va bene» fece Dario. «La saluto, me ne vado subito». Le strinse la mano; lei lo trattenne un istante. «Scotta ancora di febbre. Ha avuto una malattia grave? Che cosa farà? Non se ne vada. Dove andrebbe a quest'ora? E tardi. Nessuno la riceverà più stasera. Resti qui. Le spiegherò tra poco. Ho un piano, un progetto... E lei potrebbe essermi utile».
Dario scosse la testa. «Partecipare al suo cocktail? Non ci pensi neanche! Mi guardi!».
«Che cosa devo guardare? I suoi vestiti? Ma lo sa, lei, chi ricevo io? Non la noterà nessuno. Lei non la conosce, quella gente! Alcuni sono ubriachi fin dal primo mattino. Altri vengono qui, come ha fatto lei, nella speranza di trovare i mille franchi che gli mancano, l'amante ricca o il finanziatore. Rimanga, rimanga, mi creda».
«Ha bisogno di un favore?».
«Sì».
«Un favore per il quale... sarebbe disposta a pagare?».
«In contanti? No. Ma l'affare può essere vantaggioso tanto per lei quanto per me. Rimanga, dottore». Dario esitò un momento. «Va bene, aspetterò» disse.
CAPITOLO 15
Erano tutti là, tutti quelli che Dario aveva intravisto durante il suo breve soggiorno a Nizza, le stesse comparse, le stesse facce, con la stessa espressione e le stesse smorfie, che frequentano certi posti, anch'essi immutabili, per dieci, quindici, vent'anni, finché la morte o la prigione non se li porta via - e quando si tratta soltanto della prigione li si vede poi rispuntare, come cadaveri di naufraghi in balìa dei flutti che li inghiottono e li rigettano incessantemente sulla spiaggia. Dario li guardava, seminascosto da una tenda. Era ubriaco di fatica e stordito dallo champagne ghiacciato. Non aveva voglia di mangiare: l'angoscia gli serrava la gola, e tutto quel cibo in mostra sulla tavola, alla maniera russa - il primo matrimonio aveva lasciato in Elinor alcuni tratti slavi che formavano un bizzarro connubio con la sua mentalità americana -, gli dava la nausea. Wardes aveva affittato per Elinor, in boulevard Bineau, una casa arredata di tutto punto che con ogni probabilità era appartenuta a una famiglia francese espatriata o caduta in rovina. Nel disegno delle stanze, delle grandi portefinestre e della sala circolare, dove si svolgeva il ricevimento, Dario ravvisava nobili proporzioni e un'aria nel contempo accogliente e maestosa che gli ricordavano il salotto di rue de Varenne. Dario guardava immobile la folla di ospiti. Un ingenuo, un non iniziato, un francese avrebbe commentato: «Ecco della gente ricca che pensa solo a divertirsi, a ballare e a bere!». Ma nessuna di quelle persone era lì per spassarsela, bensì per cercare finanziatori - così aveva detto Elinor -, come lui, proprio come lui. Del resto, sulla maggior parte di quei volti Dario riconosceva la sua stessa espressione avida, sfrontata, ansiosa. Quanti suoi simili erano riuniti lì! Quanti fratelli! Con segreta ironia, con quell'amarezza virile e profonda che sola ci conforta allorché vediamo la nostra anima vergognosa e nuda, Dario pensava: «Sì, in effetti sono miei fratelli, venuti anche loro da uno di quei luoghi barbari di cui i francesi non immaginano nemmeno l'esistenza. Io, Dario Asfar, conosco tutto ciò. Mi sono rotolato nello stesso fango da cui sono usciti loro.
Ho mangiato lo stesso pane amaro. Ho versato le stesse lacrime, palpitato per gli stessi desideri». Sorrise. Aveva creduto di essere solo? Eccola, la sua famiglia! Quanti fratelli sconosciuti fino allora!
«Se dessi una pacca sulla spalla a quello lì? Trasalirebbe preoccupato, soffocherebbe un grido, già me l'immagino, perché... Perché è così che reagirei anch'io. Penseresti che sono venuti ad arrestarti. Sì, tu, tu che sembri così florido, così bene in carne, e che guardi la schiena di quella donna ingioiellata, senza alcuna bramosia sessuale, ma con un'umile e tenace speranza... Io ti conosco: sei di Salonicco. I nostri padri hanno lavorato insieme nei porti, trafficato nelle locande, bevuto nelle stesse bettole, barato con carte luride sui piccoli mercantili del Mar Nero. E tu? Da dove vieni, tu? Da Bucarest, da Kisinev, dalla Siria, dalla Palestina? A te, invece, t'ho incontrato a Varsavia, con le suole bucate, senza cappotto, sotto la neve, eri tu, o tuo fratello... Da allora ti sono rimaste le mani arrossate e gonfie per il freddo, nonostante il dolce tepore dei caloriferi, nonostante le minuziose manicure; sì, quelle mani e quelle povere spalle infreddolite e curve sotto il fine tessuto degli abiti, come quando vagavi sferzato dal vento gelido, io le riconosco! E tu, bel giovanotto, e anche tu, bella mora, se vi parlassi di Odessa e del quartiere delle prostitute vicino al porto, rivedreste lo scenario della vostra infanzia innocente... Tu, famoso uomo d'affari, amico di ministri, coperto di onorificenze, tu non dimenticherai mai che hai avuto fame! Tu, magnate del cinema, non dimenticherai che hai avuto paura, che hai rubato. I francesi vedranno in te una canaglia di successo, ma io, io ti conosco: sei una canaglia patetica e triste. Meriti soltanto di far arricchire quelli che sapranno sfruttarti, come tu hai sfruttato gli altri. A ciascuno la sua vittima, secondo la sua astuzia e la sua forza». Dario guardò i pochi ospiti francesi sparpagliati tra la folla: il drammaturgo cocainomane e donnaiolo, che sa di non essere più in voga e che però, davanti ai rivali, deve fingere di essere ancora energico, prodigo e brillante affinché la gente dica: «Non è in declino, è lo stesso di un tempo!»; il giocatore professionista, costretto a vincere sempre, a ogni mano, perché se perdesse direbbero che la fortuna gli ha voltato le spalle, e per lui tanto varrebbe essere morto; guardò Wardes... E a un tratto pensò: «Ad accomunare tutte queste persone, a renderle simili, non è il bisogno di soldi, come crede Elinor, o il piacere, ma la necessità di resistere a ogni costo. Resistere più a lungo dell'avversario.
Nascondere le proprie debolezze, le proprie ferite. Perché l'unico capitale di cui dispongono per tirare avanti è la forza dei loro nervi.
Quante malattie, quante angosce, quante inspiegabili fobie insidiano questi infelici condannati al successo perpetuo! Ah, se avessi il coraggio... Ciò di cui hanno bisogno è un confessore, qualcuno che conosca i loro sordidi segreti, che li ascolti e li lasci andare con un Ego te absolvo, e che soprattutto permetta loro di assolvere se stessi senza rimorsi... Drogarli! Ecco che cosa ci vorrebbe» si disse ricordando le deliranti richieste di Wardes: «Deve drogarmi, dottore!».
«Sì, prima confessarli e poi drogarli. E' un mestiere sicuro» mormorò tra sé, pensando a un paio di nomi famosi. «Perché no? Continuare a vivere così? Far crescere mio figlio come un pezzente quale sono stato io? Perché?». Guardò la folla degli invitati di Elinor. «Credevo che non vi avrei mai più rivisti, quando ho lasciato il fango e la miseria della mia infanzia. Ed ecco che a Parigi, nel cuore di Parigi, vi ritrovo, e siete tra le persone più ricche e invidiate, anche disprezzate, forse, ma invidiate, nonostante tutto! Allora perché ho affrontato quel lungo e duro cammino, quegli sforzi vani, quegli studi, quelle letture, quella povertà, perché ho sopportato tutto ciò, e perché dovrei accettare a cuor leggero la stessa sorte per mio figlio? L'unica possibilità che mi riserva l'avvenire è quella di essere un ciarlatano, un ciarlatano che coltivi i vizi e le malattie dei ricchi quasi seminasse un campo» pensò.
«Con tutti i miei sforzi, le mie pene e i miei sogni, eccomi costretto ancora una volta a mendicare, a umiliarmi, a chiedere la carità come un tempo! Ma questa è l'ultima volta». Il caldo, la musica, quell'ininterrotto turbinio di facce accrescevano la sua angoscia e gli procuravano un'esaltazione artificiale che si spense di colpo non appena pensò: «Ma tutto questo resterà una chimera, una pura divagazione mentale, se continuerò ad avere come pazienti soltanto portinaie, merciai, impiegatucci e operai! Bisogna entrare nel giro di gente che c'è qui!». Ciò nonostante non si muoveva; guardava una bionda corpulenta, truccata, con i capelli scarmigliati, che ballava alla maniera russa in mezzo a un gruppo di uomini ubriachi, sola, con il fazzoletto in mano, e che, lanciate lontano le scarpe luccicanti, continuò a danzare scalza. Dario la riconobbe: l'aveva vista a casa Mouravine. La donna fingeva di essere brilla; anche lei era lì per guadagnarsi il pane irretendo il prossimo.
CAPITOLO 16
Alla fine Elinor si avvicinò a Dario e gli fece un cenno; lui la seguì e, fra una porta e l'altra, le disse: «Si è dimenticata di me, Elinor!».
«No, aspetti. Non mi sono dimenticata di lei. Senta, Dario, ho una proposta da farle. Innanzitutto, perché non ci siano equivoci tra noi, si metta in testa che per me prestarle soldi è fuori discussione. Li presterei a un amante, non a un amico. Lei non sa a quale scuola mi sono formata. Fare la fame sui marciapiedi di New York non insegna a nessuno l'altruismo e la generosità, e anche se, per miracolo, avessi conosciuto questi due sentimenti durante l'infanzia, il mio tirocinio a casa Mouravine sarebbe bastato a farmeli scordare. Vivere accanto a quella donna... Non so se lei si rende conto dell'educazione che ho ricevuto... Ma ormai ho completato gli studi. Ho la laurea, glielo assicuro! E sono in grado di insegnare a mia volta, perché queste lezioni, una volta imparate, non si dimenticano più! Comunque sono pronta a offrirle una via d'uscita, un affare che potrebbe essere vantaggioso per entrambi».
Aspettò un commento da parte di Dario. Lui ascoltava in silenzio, con la testa inclinata da un lato e l'espressione attenta di chi sta facendo i suoi calcoli. Provava quella strana calma che invade l'anima in certi momenti dell'esistenza, quando intravediamo il destino, felice o infelice, assegnatoci fin dalla nascita, e ci sembra di sentire echeggiare dentro di noi un sommesso avvertimento: «Ormai il dado è tratto. Chiudi gli occhi. Aspetta. Lascia fare».
«Come sa,» continuò Elinor «Wardes è malato di nervi. Si cura da anni senza risultati. Al suo capezzale si sono avvicendati tutti i ciarlatani del mondo, e ora lui è pronto ad andare dal primo medico che gli prometta un po' di sollievo, costi quel che costi! E' davvero possibile procurargli tale sollievo? Questo è affar suo. Io, se vuole, le propongo uno scambio. Sono stufa di vedere tutti i soldi di Wardes passarmi sotto il naso e finire in tasca ad altri. Ho la presunzione di riuscire a mandarlo da lei. Ma in cambio le chiedo di versarmi metà della sua parcella. Wardes è una miniera d'oro per i medici».
«Senta...» disse Dario con lo stesso tono misterioso, avido e cospiratorio con cui, vent'anni prima, avrebbe parlato il piccolo vagabondo dei porti, quello che non si era mai tirato indietro di fronte a un affare losco, quello che viveva di espedienti e che conosceva soltanto le vie tortuose. «Mi ascolti bene, Elinor! Wardes, da solo, non vale la pena, è poca cosa, non basterà a tirarmi fuori dai guai. Per ricco che sia, per pazzo che sia, non c'è granché da cavarne. Questo è un affare vantaggioso solo per lei. Senta, invece, che cosa le propongo io: non mi serve un paziente, ho bisogno di una vera clientela. E quei suoi amici, là dentro, sono un carniere eccellente. Perché non mi fa quanta più pubblicità possibile? Potrebbe dire che ha scoperto un medico ancora poco noto, giovane, povero, ma geniale... Queste malattie nervose, queste turbe psichiche, queste fobie inspiegabili, che di sicuro nessun dottore saprebbe guarire, rappresentano un campo di ampio, illimitato successo, ma mi occorre una sponda. Ho bisogno di qualcuno che dica: "Sa, mi ha guarito... Mi ha proprio salvato! Vada da lui, lo consulti...". Per ogni paziente ricco che mi manderà, le darò il cinquanta per cento della mia parcella, non appena l'avrò intascata io stesso».
«Sì, possiamo metterci d'accordo in questo modo» disse lei con lentezza. «E' così che di solito mi procuro i soldi. Se non mi facessi dare una percentuale dal sarto o dal gioielliere, dal fioraio o dal venditore di cravatte, se non speculassi sui gusti, sui vizi e sui mali di Wardes, finirebbe con l'avermi gratis! Ha un vero e proprio talento per sfruttare e tormentare chi è meno forte di lui. Lo chieda a Sylvie Wardes! Del resto, se fossi sua moglie, salvaguarderei i miei interessi. Ma sono soltanto la sua amante. Peggio per lui!».
Dario non l'ascoltava. Alla fine disse in tono implorante: «Elinor, lei non sa che cosa significa per me questo momento! Glielo chiedo ancora, la prego ancora, mi presti diecimila franchi sino al marzo prossimo. Non si tratta soltanto di mangiare o di sfuggire alla prigione; e non si tratta neanche di mia moglie e di mio figlio,» aggiunse sottovoce «ma di un vero e proprio naufragio, di una resa totale, di... 
No, lei non può capire... Mi aiuti, la supplico! Mi salvi!».
Lei scosse la testa in silenzio.
«No?».
«No, Dario».
«Sono un uomo finito» disse a voce così bassa che Elinor, più che sentire le sue parole, le intuì.
«No. Lei è più abile di quanto non creda. L'astuzia e la forza ce le abbiamo nel sangue! Anche nostro malgrado! Non ce ne possiamo disfare. Riuscirà a tirarsi fuori dai guai».
Dario la salutò. L'indomani andò da Sylvie Wardes; lei gli prestò diecimila franchi, e l'assegno di Martinelli venne coperto.
CAPITOLO 17
Wardes osservava la casa di Dario con un misto di collera, speranza e paura. Non si decideva ancora a varcarne la soglia. Guardava quella strada che Dario considerava borghese, decente, e che agli occhi di Wardes era povera e squallida. Possibile che quel medicastro, di cui quasi non si ricordava più, ma del quale Elinor diceva un gran bene, fosse proprio la persona che aspettava, il suo salvatore, colui che l'avrebbe condotto alla guarigione e restituito alla vita? Giacché di poter guarire, lui non aveva mai dubitato. Bisognava soltanto trovare l'uomo che ne possedeva l'arte, la formula, fosse pure un ciarlatano, un guaritore, un mago, un visionario! E quello straniero bilioso, dall'espressione febbrile - si ricordava adesso di averlo visto chino sul suo letto a Monte Carlo e alla Caravelle -, quell'immigrato, quello sconosciuto aveva una sua onestà. Si era rifiutato di assecondarlo in certe pratiche illecite. D'altra parte, non era neanche un imbecille, e sapeva assumersi le sue responsabilità, perché con Elinor... Wardes avrebbe parimenti diffidato di una canaglia matricolata e di un modello di virtù. I sapientoni, i benefattori dell'umanità, gli illustri professori integerrimi, pieni di soldi e di onorificenze, li temeva e li odiava. Di fronte a loro si sentiva debole, colpevole, umile. Un tipo come Dario Asfar, invece, lo capiva meglio. Forse era questo che lo rassicurava: non avrebbe provato vergogna davanti a un poveraccio. E proprio di uno così aveva bisogno. Riusciva a essere del tutto a suo agio soltanto con individui di rango inferiore. Ebbene, Dario offriva appunto la combinazione necessaria e auspicabile: di condizione modesta, possedeva la scienza - o l'arte divinatoria - in grado di aiutarlo.
Wardes varcò la soglia del portone con il cuore più leggero, ma quando chiese al portinaio: «A che piano abita il dottor Asfar?» l'ansia e lo sconforto ripresero il sopravvento. Quante altre volte era andato da questo o da quel medico? Quante speranze! Quante delusioni! Mentre l'ascensore saliva con lentezza, sbuffando, scricchiolando e gemendo l'edificio era vecchio -, Wardes, chiuso nel silenzio, si sentiva invadere da una nuova ondata di rabbia e di disperazione che lo soffocava. Si augurava di morire. Non di rado gli capitava di vagheggiare un atto violento e omicida, contro se stesso o contro gli altri, per sbarazzarsi di quel corpo che lo tradiva, come quando lanciamo lontano da noi un indumento che ha preso fuoco. Essere libero, Dio santo, essere forte, poter dormire, lavorare, godere! E questi beni preziosi lui li pretendeva da un povero medico di quartiere! Doveva essere pazzo... Ma Elinor... Si fidava dell'intelligenza di Elinor. Dura e scaltra com'era, non si sarebbe certo lasciata raggirare da un incapace! «E ha tutto da guadagnarci a vedermi guarito,» pensò «almeno finché non la sposo...». Lei non nascondeva di mirare a quello. Perché no? Wardes riconosceva il valore di Elinor. Una sgualdrina, ma con una mente fredda e lucida. Uscito dall'ascensore, si fermò ancora una volta sul pianerottolo, davanti alla porta con le due targhe di ottone che riportavano i nomi del dentista e del medico. Mentre ancora esitava a suonare, gli si affacciò alla mente un pensiero: avrebbe avuto di fronte qualcuno che già lo conosceva, che lo aveva visto malato e in salute, che lo aveva assistito durante una delle sue crisi. Che sollievo non dover spiegare niente! Non dover rivelare le sue tare! Non dover affrontare il lucido sguardo dell'uomo di scienza che giudica, che osserva con interesse o con distaccata pietà, a seconda dei casi. Gli sarebbe stato risparmiato quel momento atroce in cui, spogliandosi del proprio orgoglio e della maschera di persona soddisfatta, doveva affidarsi, nudo e indifeso, a uno sconosciuto. Si decise a suonare. Gli aprì Clara, ma, con la camicetta grigia e il bambino attaccato alle gonne, aveva un aspetto così dimesso che Wardes la scambiò per una domestica: le porse il cappello e si accomodò nel modesto salottino. Gli toccò aspettare. Non riusciva a star seduto. Andava da una finestra all'altra, da una parete all'altra. Stava facendo buio. La stanza era rischiarata da un piccolo lampadario polveroso con due lampadine fulminate. Alla fine Dario aprì la porta dello studio e gli fece intendere con un cenno che poteva entrare, che lo aspettava. Eccome se lo aveva aspettato! Ma poi arriva il momento in cui si viene baciati dalla fortuna. Dario sentiva in petto lo stesso fremito di gioia che prova il cacciatore quando, dopo una lunga attesa, vede cadere ai suoi piedi la preda anelata. Nel frattempo Wardes si era calmato. Si lasciò visitare e rispose alle domande di Dario. «Elinor ha molta fiducia in lei, dottore» disse. Dario aveva ripreso il suo posto, dietro la scrivania che lo separava dal paziente. Così, a una certa distanza da Wardes, con il viso in penombra, le mani incrociate davanti, il corpo immobile, lo sguardo attento, riusciva a creare intorno a sé un'aura di autorevolezza e di mistero; e la sua voce, dolce e persuasiva, di cui cominciava a sapersi servire, occultando con cura il timbro stridulo e straniero, quella voce placava Wardes. «Elinor» disse Dario «mi ha conosciuto in un periodo particolarmente duro della mia vita, durante il quale mi dedicavo, nell'ombra e quasi in miseria, a complesse e delicate ricerche, da cui è scaturita una teoria psicologica che ha alleviato le sofferenze di molti pazienti come lei. Forse Elinor gliene avrà parlato...». «Spero che non si riferisca al metodo psicoanalitico. L'ho già sperimentato senza successo». «No, no! Le ho detto che è una teoria elaborata da me! Come tutti i precursori, sono avversato dai miei colleghi, soprattutto da quelli di cui parla lei, i fautori delle teorie freudiane - in cui non tutto è da buttar via, intendiamoci... Io stesso ammetto di essermene servito come punto di partenza. Le lunghe e minuziose analisi sono necessarie per arrivare alla radice del problema, ma non credo affatto che, una volta individuate le cause, la guarigione sia immediata. La vera terapia, per me, comincia proprio da quel momento. Semplificando al massimo, per porre la questione in termini comprensibili a un profano, occorre quella che definisco "la sublimazione dell'io"».
Sul viso di Wardes si dipinse un'espressione che Dario non conosceva ancora, e che in seguito avrebbe visto sui volti di migliaia di disgraziati: una dolorosa incredulità mista a speranza, un sorriso amaro e forzato che significava: «Ingannami! Prendimi in giro!», mentre lo sguardo umile e bramoso supplicava: «Rassicurami! Abbi pietà!». «Ciò che lei definisce in cuor suo una tara, una vergogna, una malattia, è il germe benedetto da cui nascono le sue doti più preziose. All'origine delle sue sofferenze c'è un sistema nervoso eccezionale, e Dio la scampi dal renderlo - mediante farmaci, o un periodo di riposo, o abitudini più salutari - uguale a quello delle persone comuni, mediocri, senza lampi né guizzi. Lei non sarebbe più Philippe Wardes! Non sarebbe più se stesso! Lei è un individuo al di sopra della media, non può essere trattato come uno qualunque. Ha una capacità di lavoro quasi sovrumana, una volontà in grado di abbattere qualsiasi ostacolo. E' così, vero? Non mi sbaglio? I suoi accessi di violenza, le sue angosce, i suoi tormenti sono soltanto una manifestazione di quelle stesse prodigiose, geniali qualità che possiede. Bisogna trasformare il male in nuove forze. Sopprimere il senso di colpa legato a quella parte di sé che lei, per eredità, per educazione, per un residuo di morale religiosa, giudica cattiva. E' il senso di colpa a generare la sofferenza. Non è l'origine del male che conta, ma il sentimento di vergogna a cui si accompagna, ed è questo che dovremo annientare. Lavoro delicato, estenuante! Ricerche minuziose! Sappia che si tratta di una terapia di lunga durata. Solo a questo prezzo posso prometterle la guarigione. Ma pensi che con la pazienza e il coraggio riconquisterà la sua libertà interiore. Adesso lei è schiavo, è alla disperazione. Si affidi a me! Io posso aiutarla».
Wardes mormorò: «Questo continuo oscillare tra l'angoscia ingiustificata e il furore mi uccide, dottore. A volte mi capita di addormentarmi tranquillo e sereno - non le parlo della mia insonnia, quello è un capitolo a parte, è l'inferno -, e poi mi sveglio nel cuore della notte, in preda a un tale panico che, se non mi trattenesse un ultimo barlume di lucidità, scapperei in strada. Ho paura. Non so di che cosa. Di un alito di vento, di un chiarore, dei miei ricordi, dei miei sogni; neanche un assassino perseguitato dai rimorsi ha questi improvvisi soprassalti di terrore, quest'angoscia, quest'apprensione... Mi sembra di essere minacciato da un castigo per un qualche crimine che ho commesso e dimenticato. Poi l'angoscia si trasforma in furia, in una specie di rabbia interiore che mi dilania il petto e che trova sfogo solo riversandosi sugli altri; allora vengo colto da impulsi violenti che non riesco a dominare, e di cui anche lei è stato testimone. E la mia vita va avanti così. Ma non è vita, questa! Mi aiuti, dottore!».
Parlava con voce cupa, tremante, mostrando a Dario il volto disfatto; tuttavia, poiché gli restava ancora un po' di pudore, per ogni debolezza che confessava ne nascondeva un'altra, più vergognosa. «Il mio metodo» disse Dario «è simile a quello di cui si servono per istinto i poeti e gli artisti, che traspongono le loro vili passioni su un registro più elevato, finendo col trarne maggiore forza spirituale. Possiamo applicare lo stesso procedimento alla psiche. Vuole affidarsi a me?».
«Sì» disse Wardes stanco. In cuor suo disprezzava, irrideva Dario, così come disprezzava e irrideva se stesso, ma un'incontenibile speranza si era impadronita di lui. Forse, ora che aveva compiuto il primo passo e pronunciato le parole più difficili, pregustava il piacere della confessione e il piacere, ancora più intenso, di nascondere, di mascherare i suoi segreti.
Pensava: «Verrò qui un paio di volte. Chissà. Posso sempre mollarlo e provare un'altra cosa». Dario continuò, abbassando la voce e imponendosi un atteggiamento calmo, autorevole e pacato. «Per il momento procederemo come nell'analisi freudiana classica. Servirà a sondare il terreno. Poi, una volta acquisiti i primi elementi del trauma, la abbandoneremo. Si stenda sul sofà, qui, in penombra» disse Dario prendendo Wardes per mano e guidandolo verso un divanetto rivestito di tela grigia piazzato in un angolo della stanza. «Non si irrigidisca. Non abbia paura. Al primo accenno di stanchezza, ci fermeremo. Non mi guardi. Può chiudere gli occhi. Non si giri mai verso di me. Io le rivolgerò qualche domanda, ma sarò soltanto una voce, una presenza invisibile, un apparecchio ricevente che non darà né giudizi né ordini. Il mio metodo non si basa sulla costrizione, ma sulla libertà; non mira alla rinuncia, ma all'assoluzione. La libererà dal suo male. Abbia pazienza. Sia fiducioso». Ebbe così inizio la prima seduta.
CAPITOLO 18
Tredici anni dopo, Dario costava caro. Le donne ne andavano pazze.
Quando qualcuno cercava di metterle in guardia («E' un ciarlatano. E' in voga, piace, ma non si sa da dove venga»), loro pensavano: «La solita gelosia, le solite maldicenze dei colleghi...». Sotto il cappellino civettuolo, portato sulle ventitré o spinto all'indietro a mo' di aureola, secondo la moda della stagione, le signore della borghesia francese, abituate a fare i conti, valutavano a occhio l'arredamento e le rifiniture del palazzetto di Dario Asfar, in avenue Hoche; giudicavano l'altezza dei soffitti, l'estensione del giardino dietro la portafinestra, i quadri, lo spessore dei tappeti, e scuotevano la testa commentando fra loro: «Un simile tenore di vita presuppone un grosso patrimonio, non le pare?». «Il dottor Asfar non cura i corpi, ma le anime» aggiungevano. Ripetevano le parole di Dario, il titolo che lui stesso si era attribuito parlando con una di loro: «Posso essere definito un Master of souls». Aspettavano tutte che la porta dello studio si aprisse per loro. Era autunno. Indossavano tailleur marroni o neri e avevano le spalle e il petto cinti di volpi, sicché sfioravano con il mento le zampette pelose e i musi freddi. La maschera del trucco dava loro un aspetto levigato e indistruttibile ma, come il chiarore di un fuoco trapela all'esterno attraverso la fessura di una feritoia, così la loro anima si rivelava nello sguardo ansioso, cupo o smarrito. Di che cosa soffrivano? Di mille mali femminili. Di non godere. O di non godere più. La clientela di Dario era composta in prevalenza da donne. I pochi uomini presenti nella sala d'attesa non dicevano una parola, non si muovevano. Non sospiravano neanche. Aspettavano, pietrificati. Era un giorno di ottobre, freddo, scialbo, umido di pioggia. Ogni tanto lanciavano un'occhiata al bel giardino del dottore, con i suoi alberi e i suoi vialetti, poi tornavano ad abbassare lo sguardo. Era la prima volta che andavano da Dario. In certi momenti sembrava che il loro spirito avesse lasciato il corpo, come si abbandona un vestito vecchio.
Le loro menti vagavano lontano da quella stanza, lontano da quella giornata. Alcuni si concentravano sui piccoli grattacapi quotidiani, sugli appuntamenti della serata, sulle difficoltà domestiche, pensavano alle mogli o alle amanti. Altri rimuginavano su problemi di là da venire: la spartizione dell'eredità, le spese di successione, le pene eterne. Un uomo accostò le ginocchia l'una all'altra e, con espressione umile e malinconica, si sfregò a lungo gli occhi stanchi. Un altro fece per prendere una sigaretta, poi si rese conto del luogo in cui si trovava e gli tornarono in mente le raccomandazioni del medico: «Ha il cuore affaticato, non deve fumare»; strinse i denti con amarezza e lasciò ricadere la mano vuota. Un altro ancora muoveva piano le labbra, probabilmente ripetendo per la centesima volta le parole con cui avrebbe confidato al dottore il suo segreto. L'uomo seduto accanto a lui pensava con espressione truce: «E' un ciarlatano, lo so. Me l'hanno detto in tanti! Da domani mi affido anima e corpo a un grande medico, a un vero luminare... E se invece questo qui mi guarisse? Perché no? Ne succedono di cose strane...». Anche le donne simulavano un'aria impassibile. Ma con il passare delle ore - e le ore erano lunghissime - sembravano invecchiare, assumevano un'espressione dura, le loro dita si contraevano nervose sotto la pelle sottile dei guanti. «Non è neppure un bell'uomo...».
«Sì, ma ha una voce così suadente...». Cominciavano a bisbigliare. Gli uomini, sprezzanti, all'erta, non udivano più nulla. Il tempo scorreva. I pazienti, pallidi, abbattuti, chinavano il capo. Poi sentivano un rumore di passi dietro la porta che separava la sala d'attesa dallo studio di Dario e protendevano il collo, con il movimento ansioso, avido e impaziente degli animali da cortile che vedono sopraggiungere la massaia e sanno che di lì a poco pioverà una manciata di grano. Alla fine la porta si apriva, e sulla soglia appariva un uomo mingherlino, di bassa statura, con la carnagione olivastra, la fronte spaziosa, le orecchie troppo grandi e trasparenti, i capelli argentei. I pazienti scrutavano quella chioma folta, quella fronte nobile e quegli occhi stanchi. «Ha uno sguardo che sembra leggere nel più profondo dell'anima» pensavano le donne. Dario chinava il capo in un rapido cenno di saluto. Con la mano, ornata di un prezioso anello di platino che spiccava sulla pelle scura, scostava appena le pieghe della cortina di velluto rosso, accarezzando distrattamente il tessuto, e lasciava passare il paziente; poi la tenda si richiudeva. Nella sala d'attesa calava il silenzio, rotto soltanto dal rumore della pioggia e dal ticchettio dell'orologio. Uomini e donne aspettavano docili.
CAPITOLO 19
L'ultimo paziente se n'era appena andato. Erano le otto passate. Dario si concedeva un po' di riposo, seduto alla scrivania, con la fronte appoggiata a una mano. A furia di recitare il suo ruolo pubblico, di controllare ogni gesto, ogni sguardo, di ripetere come un attore le parole che doveva dire - le parole chiave, quelle che ispirano fiducia, quelle che suonano minacciose, quelle che assolvono -, aveva cominciato a sentirsi costantemente in scena, anche quando era solo. La posa stanca e malinconica, con la testa dai capelli grigi sorretta dalla bella mano curata e adorna di un prezioso anello, era proprio quella che piaceva agli altri e che si addiceva al suo personaggio. La stanza in cui si trovava era sobria, solenne, lussuosa. Libri antichi, accessori da tavolo intarsiati di bronzo e malachite, tappeti spessi, vetrine che custodivano una collezione di antichi vasi persiani, un fiore fresco per ingentilire l'austerità della scrivania, fra il telefono e l'agenda in cui erano annotati i nomi dei pazienti e le rispettive patologie.
L'arredamento era perfetto. Elinor, prima di sposarsi con Wardes e di diventare la naturale avversaria di Dario, quando ancora erano amici, complici, l'aveva guidato con i suoi consigli. Ma ormai Dario non aveva più bisogno di questo genere di aiuto. Sapeva conquistarsi tutto: soldi, oggetti, donne, reputazione. Conquistare? Il difficile era conservare.
La crisi economica affliggeva la gente perbene e i ciarlatani. I guadagni si erano assottigliati per Dario così come per l'oscuro medico di quartiere. Certi pazienti dichiaravano fallimento prima di pagare.
Altri rimandavano il pagamento delle parcelle di anno in anno. Molti guarivano di colpo. Non si poteva più contare su niente. Wardes stesso l'aveva tradito. Non si faceva vivo da cinque anni. I suoi affari sembravano non risentire dei tempi duri, e lui giocava meno che in passato. Dario doveva fare i conti anche con l'ostilità, sorda o dichiarata, dei medici francesi e degli psichiatri stranieri, che lo accusavano di aver plagiato i loro metodi e di essersene servito per sfruttare la credulità del prossimo. Ma per un paziente che se ne andava, che lo abbandonava, altri ne arrivavano. Dario aveva dalla sua l'abilità, l'esperienza e il prestigio che gli derivava dalle avventure amorose. Con l'avanzare dell'età, infatti, la sua fisionomia orientale aveva acquisito, grazie al contrasto fra i capelli grigi e la pelle scura, nonché allo splendore penetrante dello sguardo, una bellezza che piaceva alle donne. Per di più, era famoso e passava per ricco. Da quando aveva smesso di patire la fame, tutta la sua ardente e cupa bramosia si era concentrata sulle donne, che gli costavano sempre di più. Lo attraevano solo quelle che sembravano inaccessibili; ma anche loro, alla fine, erano facili da conquistare, e persino più facili da conservare. Il segreto era pagare, pagare e ancora pagare. E ogni cosa si collegava all'altra; le donne erano al contempo il suo piacere, la sua follia e un lusso necessario, come la casa di avenue Hoche, il giardino, la collezione di quadri. «A che cosa ci serve una collezione di quadri?» diceva Clara.
E lui, per tranquillizzarla, rispondeva: «Si può sempre vendere... Se un giorno avessimo bisogno di soldi». Ma non l'avrebbe fatto mai: uno come lui non poteva vendere la sua collezione di quadri, così come un falegname non può disfarsi della sua pialla, o un maniscalco della sua incudine. Dario giustificava l'esosità delle parcelle con il tenore di vita che conduceva, e d'altro canto, se avesse abbassato il tenore di vita, si sarebbero abbassati automaticamente anche i guadagni. Entrò la segretaria, un'ebrea di Jassy, magra, brutta, dagli occhi di brace, che gli porse la lista degli appuntamenti per l'indomani. Dario diede una scorsa al foglio, prese qualche appunto, lo ripiegò con un gesto stanco e lo restituì alla donna mormorando: «La ringrazio, signorina Aron. Può andare adesso».
Lei lo guardò adorante. Dario l'aveva salvata dalla miseria, aveva salvato lei, fra molte altre povere emigrate; e comunque trovava sempre un po' di denaro o un modo per aiutare quelli che morivano di fame in un paese straniero. Le strinse distrattamente la mano; la segretaria abbassò gli occhi e arrossì. Quando risollevò le palpebre, sospirando, era sola: Asfar era uscito dalla stanza con passo lieve e silenzioso, com'era sua abitudine, scivolando senza rumore sul tappeto, simile a un'ombra.
CAPITOLO 20
Già in frac, mentre aspettava Clara, che sarebbe stata pronta di lì a poco, Dario entrò nella camera del figlio. Daniel aveva ormai sedici anni, e ogni suo compleanno infondeva nel padre un sentimento di intimo trionfo e di fiducia nel futuro. Presto Daniel sarebbe diventato un uomo. E poteva aspirare a qualunque cosa. La sua bellezza e le sue doti lasciavano Dario sbalordito. Era forte. Era sano. Aveva coraggio, una grande resistenza fisica, un'amabile, innata modestia, muscoli solidi, spalle larghe e bei capelli biondi. Una infinità di volte Clara e Dario, parlando del figlio, avevano mormorato sorridendo: «Ma da dove salta fuori, questo qui? A chi assomiglia? Non è uno di noi. Sembra figlio di un principe». Che da bambino studiasse di buona lena e fosse sempre il primo della classe non li stupiva. Li colmava, invece, di ingenuo orgoglio il fatto che Daniel non avesse mai detto una bugia. Non aveva mai rubacchiato, né mancato di parola, né pianto di vergogna. La sua gaiezza era deliziosa. Un tempo, quando il piccolo Daniel giocava e rideva con Clara, a volte il padre si nascondeva dietro la porta della stanza e da lì contemplava il figlio: ascoltava le sue esplosioni di gioia, la sua vocina allegra. Ma se si faceva vedere, Daniel ammutoliva di colpo. Dario non aveva tardato ad accorgersi che il figlio lo temeva e che sembrava persino evitarlo, ma per molto tempo gli era bastato volergli bene anche senza ricevere nulla in cambio. Purché il bambino fosse bello, purché il bambino fosse felice... Non chiedeva altro.
Ancora adesso gli capitava di mettere in cima a tutto il sussulto di piacere, il lieto stupore che provava allorché, entrando nell'ampia stanza accogliente e luminosa, vedeva alzarsi e venirgli incontro un adolescente grazioso, dai bei lineamenti. Allora pensava: «Ecco mio figlio. Dai miei miseri lombi è nato questo bel corpo bianco e roseo.
Dalla mia stirpe affamata è nato questo fanciullo sazio». Come una donna, prima di andare al ballo, si fa ammirare in abito da sera, così Dario era felice di mostrarsi in frac, con una sfilza di onorificenze straniere appuntate sul petto, e di dire con noncuranza: «Tua madre e io usciamo, siamo invitati a cena dal Tal dei Tali...».
Un nome prestigioso, sinonimo di ricchezza... Ma Daniel lo ascoltava indifferente, con un lampo di ironia nello sguardo.
«Beh, è naturale!» pensava Dario. «Non puoi sapere, tu che hai trovato tutto questo nella culla, nascendo, non puoi sapere che cosa significa per me... Meglio così, figlio mio. Che la vita ti sia sempre facile...». Si sedette accanto a Daniel. «Che cosa stavi facendo? Leggevi, disegnavi? Continua pure. Non badare a me» disse. Ma Daniel mise da parte la matita e il foglio di carta che aveva in mano. «E' un ritratto della mamma?» chiese Dario, intravedendo la sagoma di una figura femminile.
«No» mormorò Daniel con aria imbarazzata e infastidita. Il padre fece per accarezzargli i capelli. Daniel si ritrasse appena. Detestava le lunghe dita da orientale del padre e, benché Dario non usasse profumi, il ragazzo aveva sempre l'impressione che quegli abiti troppo curati, quella pelle bruna, quella mano provvista di un vistoso anello emanassero «un odore di donna», come diceva tra sé con irritazione.
Dario pensò rattristato che a Daniel non era mai piaciuto essere preso in braccio, baciato. Certo, era un bene che fosse virile e di carattere chiuso e freddo. Quella, nella vita, era una carta vincente. «Papà,» disse a un tratto Daniel «oggi, alla lezione di disegno, una signora che era venuta a prendere la figlia, sentendo il mio nome, si è avvicinata e mi ha chiesto se ero il figlio del dottor Asfar...». «Ah sì?» fece Dario aggrottando leggermente la fronte.
«Si chiama Wardes».
«Possibile?» mormorò Dario. Tacque un momento, poi, con voce tremula ed emozionata, chiese al figlio: «Com'è? Non dev'essere più giovane. Era bellissima. Non la vedo da...». Fece un rapido calcolo degli anni. «Dieci... dodici anni... forse di più».
«Sì, me l'ha detto».
«Com'è adesso?» chiese di nuovo Dario.
«Ha un viso molto bello, con una ciocca grigia sulla fronte, una voce dolcissima...».
«E' suo il ritratto che stavi facendo?» domandò Dario tendendo la mano verso il disegno del figlio.
«No, papà».
Dario aveva ancora la mano tesa, come a chiedere il foglio di carta. Daniel lo strappò in piccoli pezzi e lo buttò nel posacenere.
CAPITOLO 21
La cena, lunghissima, si era conclusa. La serata si trascinava - un vero strazio per la povera Clara, che era fragile, sciupata, malaticcia. Non aveva nulla che facesse temere sul serio una morte imminente, ma tutti i suoi organi erano minacciati; qualche tempo prima era stata operata a un rene, i polmoni erano delicati, il cuore dava segni di affaticamento. Ma se la sua magrezza, le sue occhiaie, il suo colorito giallastro erano evidenti a chiunque, lei continuava a mostrarsi amabile e vivace come sempre. Quando si muoveva nell'orbita del suo brillante marito, quando blandiva i pazienti, gli amici, le amanti di Dario, quando aveva modo di essergli utile, quella donna scialba tirava fuori, non si sa da dove, prontezza di spirito e brio, colmando tutti di attenzioni e delle più delicate lusinghe. Ma a volte, a fine serata, si sentiva quasi svenire.
Quella sera, mentre aspettava accanto al marito di congedarsi dalla padrona di casa, se ne stava dritta, immobile, con un sorriso tirato e sofferente, pensando alla notte che l'attendeva, alla fine prossima. Gli altri, compreso Dario, che oltre a essere suo marito era anche il suo medico, non la credevano tanto malata. Clara, invece, si sentiva la morte dentro come quando si porta in grembo un figlio, nascosto nelle proprie viscere, ancora invisibile, dai lineamenti sconosciuti, ma destinato a venire alla luce nel giorno stabilito da Dio; la morte si annidava in lei, e nulla le avrebbe impedito di palesarsi allo scoccare della sua ora. Clara si era quasi dimenticata del luogo in cui si trovava. Le capitava sempre più spesso ormai. Era terribile per lei, abituata a stare costantemente sul chi vive, attenta a distinguere tra la folla colui, o colei, che un giorno sarebbe potuto diventare paziente di Dario. Con uno sforzo disperato raddrizzò la schiena. Ancora un momento di pazienza. La serata sarebbe finita. Clara, liberata, avrebbe potuto far ritorno alla freschezza e alla solitudine del suo letto.
Dario le sfiorò la spalla. Clara trasalì. Tornò ad animarsi in viso.
Anche le guance ripresero un po' di colore. Sorrise. Salutò la padrona di casa, fece qualche osservazione scherzosa e uscì, seguita da Dario.
Adesso erano in macchina. Si stringevano l'uno all'altro con affetto, come ai tempi in cui, nelle strade di una città straniera, spaventati dalla folla, correvano verso la loro misera camera, unico rifugio in mezzo a un universo ostile. A volte gli scossoni dell'auto strappavano a Clara un flebile gemito. Ma Dario vegliava su di lei, la sosteneva con dolcezza fra le braccia, la cullava. Di lì a poco l'avrebbe salutata per correre verso altri piaceri, ma quel momento apparteneva a Clara. «Si è adoperata per me sino alla fine» pensava guardandola commosso. «Ha indossato il vestito giallo, quel lo che le dona di più, che maschera il suo pallore; si è messa gli orecchini di perle; ha riso; ha sopportato senza battere ciglio, ancora una volta, la fatica di una lunga serata; e adesso, nonostante le palpitazioni, nonostante la febbre, nonostante il dolore alla schiena e alla gamba, nel punto in cui le iniezioni hanno lasciato una piaga sul suo corpo scarno, è contenta: sa di aver compiuto il suo dovere, ha servito l'uomo che ama di un amore non cieco, l'amore più bello...». Le prese la mano e gliela baciò. «Tesoro... Piccola mia... Clara mia...».
Lei sorrise. Quando le parlava così, era pronta a sacrificargli qualunque cosa. Ma non le restava più niente da dare. La sua stessa vita era di Dario. «Sei stata meravigliosa stasera».
«I Dalberg ci hanno invitati a cena».
«Davvero? E' molto importante, Clara!».
«Lo so...».
«Quando si terrà questa cena?».
«Il 18».
«Ma non è possibile! Così avrai tutte le sere impegnate. Dobbiamo disdire la cena del 17 a casa nostra; non puoi sobbarcarti tanta fatica» disse Dario con una espressione ammirata e colma di rispetto che parve galvanizzarla.
Clara si raddrizzò sul sedile. «Ah, non posso? Lo credi davvero? Vedrai... Non la conosci la tua vecchia moglie!». Sorrise, mentre gli occhi e i denti le brillavano nell'oscurità. Non era mai stata bella, tutt'altro, ma lui la trovava ancora affascinante, più affascinante, pensava, di molte altre donne. La guardò, non come un uomo innamorato - questo era impossibile -, ma con una specie di affetto paterno. Clara gli stava a cuore non meno di Daniel. «Ma, probabilmente, tutto questo non conta nulla per lei» pensò con triste lucidità. «Da me avrebbe voluto altro: il desiderio amoroso, colmo di disprezzo e di furiosa gelosia, che provo o che ho provato per...». Ma a che cosa serviva elencare i nomi. Clara li conosceva tutti. E lui lo sapeva. In mancanza di carezze, poteva tributarle ammirazione a parole, quei complimenti che ingannano la fame di una donna innamorata. «Sì, sei stata meravigliosa stasera... Arguta, affascinante... Nessun'altra reggeva il confronto».
«Figurati! Lo so... Lo so che, quando voglio, quando l'effetto dell'iniezione» aggiunse a bassa voce «è stato abbastanza forte da placare il dolore, posso essere, non dico bella ahimè, non sono mai stata bella, e ora sono anche vecchia! -, ma cordiale e socievole. So anche che questo può esserti utile. Ed è così che dev'essere... Io ne sono felice, è il mio ruolo...».
«Sei stanca, non dire più niente, riposati... Appoggia la testa qui» disse indicandole il proprio petto.
Ma lei non si dava ancora per vinta. «Non sono stanca» disse impallidendo. «Dobbiamo farci invitare dai Draga. Potremmo riuscirci tramite i Dalberg. E' questo che ti serve: una clientela internazionale. Di rado ti chiedono un consulto all'estero. Mi hanno parlato di un caso molto interessante». Si interruppe di colpo, lo guardò e chiese: «Tesoro... E' vero? Sono stata utile alla tua carriera? Al tuo successo?».
«Sì».
«Caro, tu sei un grande medico, un grand'uomo! Sono fiera di te. Sei stato così buono con me... Quando penso...».
Dario la cullava tra le braccia. Lei parlava lentamente, come in sogno. La macchina scivolava silenziosa sull'asfalto. Ma ogni tanto un sobbalzo strappava a Clara un gemito rauco. «Ero una povera ragazza, priva di istruzione, di attrattive...».
«E io, allora?» disse Dario sorridendo.
«Per te è un'altra cosa... Gli uomini si elevano più in fretta, più facilmente di noi... Ti ricordi i primi tempi? Io non sapevo stare a tavola, né entrare in un salotto. Tu, invece, sembravi conoscere tutte le regole, per istinto. Non ti sei mai vergognato di me?».
Lui le accarezzò il collo e i capelli. «Vuoi sapere che cosa sei stata per me? Sei l'unica che ho amato» affermò, consapevole di dire la verità e, al contempo, di non dire tutta la verità, e neppure quasi tutta la verità. Di quella verità totale, incomunicabile, aveva detto soltanto una piccola parte, ma la più preziosa. Arrivati a casa, Dario aiutò la moglie a spogliarsi e a mettersi a letto. Rimase accanto a lei finché non si fu assopita - o almeno finché non simulò di esserlo. Poi, in punta di piedi, si diresse alla porta. Allora Clara aprì gli occhi e lo chiamò con un filo di voce: «Dario!».
«Sì?» fece lui, tornandole accanto.
«Daniel ti ha detto che ha incontrato la signora Wardes?».
«Ah, è questo, dunque, che ti tormenta!» pensò Dario.
«E' da tempo che conosce la piccola Claude, lo sapevi?».
«Sì».
«Dario, dimmi la verità come davanti a Dio! Hai avuto una relazione con la signora Wardes?». «Ma che cosa dici?» esclamò Dario. «Mai e poi mai!».
Clara non rispose.
«Mi credi, vero?».
«Sì, ma... L'hai amata?».
«No, Clara!».
«Però hai cambiato tono...».
«Ma che cosa vai a inventarti? Dormi. Sei esausta, tesoro. Ti giuro sulla vita di Daniel che non ho mai sfiorato... la signora Wardes...».
«E perché hai smesso di vederla? Che cosa c'è stato fra voi?».
«Che cosa c'è stato? Diecimila franchi, Clara, nient'altro. I soldi per pagare il debito con Martinelli. Mi vergognavo. Non volevo che prendesse per una infame commedia...».
«...tutto il tuo amore per lei» concluse Clara con voce tremula.
«Tutta la mia devozione, tutta la mia amicizia, Clara».
«E ora la rivedrai? Daniel tiene molto ad andare a trovarla. Come impedirglielo?».
«Perché impedirglielo?».
«E se si innamora pure lui?».
«Tu vaneggi, povera Clara!».
«Mi è rimasto solo Daniel...» mormorò lei. Poi chiese di nuovo: «La rivedrai?».
«No, non farò nulla per incontrarla».
Clara sussultò di gioia. «Davvero?».
«Potrei dirti che è un riguardo nei tuoi confronti. Ma c'è di più: Sylvie Wardes è stata per me qualcosa di così particolare» sussurrò «che non vorrei rivederla con altri occhi. Temo di non saper più guardare con innocenza una donna, Clara! Non posso più avvicinarmi a un essere umano senza cercare di scoprire le pecche e i vizi della sua anima. Mi restano così poche illusioni, Clara, su questo mondo occidentale, un mondo che ho voluto conoscere, che ho conosciuto, forse per mia sventura e per sventura degli altri...».
«Degli altri? Che cosa dici?».
«Perché, che cosa ho detto, Clara? E' tardissimo. Voglio, esigo, che tu smetta di parlare e che ti addormenti. Guarda, hai tutto quel che ti serve. La tua medicina per la notte, un libro, il lume. Dammi un bacio e cerca di riposare».
Lasciò la stanza. Passò davanti alla porta di Daniel. La luce era spenta. Uscì di casa. Adesso aveva inizio quella parte di vita che a poco a poco era diventata la sua vera vita; lavorava tutta la giornata in modo estenuante per riservarsi quelle poche ore preziose, nel cuore della notte, che fuggivano in fretta. Stava andando da una giovane amante, una russa, Nadine Souklotine. Se ne sarebbe stancato presto.
L'avrebbe rimpiazzata con un'altra. E con l'avvento di quest'altra si sarebbe invischiato, ancora una volta, in un groviglio inestricabile di debiti per procurarsi il denaro necessario a garantire il lusso del suo «harem», come lo chiamavano a Parigi. Che cosa potevano capire tutti quei francesi dal sangue tiepido? Le donne cambiavano, ma il piacere rimaneva fedele.
CAPITOLO 22
La moglie del generale Mouravine venne fermata sulla soglia di casa Asfar, in avenue Hoche, da un domestico di aspetto austero e solenne come l'edificio e il giardino. «Oggi non è giorno di visite per il dottore».
«Ma il dottore è in casa, e mi riceverà» disse Marta Aleksandrovna scansando il domestico. «Gli dica che vengo da parte della signorina Nadine Souklotine».
Il domestico la fece entrare nel salottino riservato ai pazienti in terapia psicologica che non desideravano essere visti. La Mouravine era dimagrita e aveva i capelli bianchi. Aspettò a lungo. Con le sopracciglia inarcate, passò in rassegna i quadri, gli alti soffitti e le vetrine. Si alzò, andò alla finestra, e parve misurare con lo sguardo l'estensione del giardino. Certo, Dario Asfar guadagnava moltissimo. Ma quante spese folli! In quel momento la porta si aprì, e Marta Aleksandrovna entrò nello studio di Dario. «Sono felice di rivederla, dottore». Dario mormorò qualche parola di benvenuto e aggiunse con cortesia: «Immagino che non sia qui in veste di paziente. Ha un'ottima cera, e oggi non è il mio giorno di visite. In ogni caso, sono lieto di ritrovare una vecchia amica».
«Sì, dottore, un'amica che ha sempre avuto per lei la più sincera simpatia».
«Posso chiederle come sta il generale?».
«Dio me l'ha tolto nel 1932, durante il Natale ortodosso».
«Oh, davvero? E Mitenka?».
«Mitenka se la cava. Ha trovato la sua strada. Ange Martinelli, che lei conosce bene, ha aperto da poco un locale di varietà a Nizza, e mio figlio fa il direttore artistico».
«Mi congratulo. Mimosa's House non esiste più?».
«Dopo la morte del generale mi sono data soprattutto agli affari... Affari di ogni tipo... I più diversi. E questi affari mi hanno indirettamente portata a lei, dottore».
«Sentiamo...» mormorò Dario. Sembrava impassibile. Incrociò con calma le mani sul tavolo e prese a osservare il prezioso anello che portava al dito. La pietra gli parve opaca. Soffiò con delicatezza sulla superficie sfaccettata. «Ha fatto un nome al domestico...».
«Quello della signorina Nadine Souklotine».
«In effetti nutro un certo interesse per quella ragazza».
«Si sarà stupito di vedermi, ma...».
Dario la interruppe. «Non mi sono stupito affatto. Ho sentito parlare di lei. So bene che si occupa di affari di ogni tipo e che, fra l'altro, le capita ancora adesso di... di procurare capitali a persone in momentanea difficoltà; del resto, lei aveva già mosso i primi passi in questa professione all'epoca in cui ho avuto il piacere di fare la sua conoscenza. Spero tuttavia che ora applichi a tali transazioni garanzie più... vantaggiose per il debitore».
Lei alzò le spalle. «Suvvia, dottore! Un tempo prestavo soldi miei. E alla roba nostra ci teniamo tutti. Ci siamo attaccati, e non ce ne separiamo volentieri. Ma adesso lavoro perlopiù come intermediaria di un gruppo che ripone in me la massima fiducia. Sono, diciamo, agente per conto terzi, o anche procacciatore. Faccio da tramite fra chi si trova in momentanea difficoltà, per usare la sua espressione, e chi dispone di capitali. Ma non mi occupo solo di questo genere d'affari, glielo ripeto; a volte vengo incaricata di missioni delicate».
Aspettò che l'interlocutore dicesse qualcosa. Ma Dario taceva. Si era tolto l'anello e lo osservava controluce.
Alla fine Marta Aleksandrovna riprese: «Per essere più precisi, non vengo a nome di Nadine
Souklotine in persona... ma della sua famiglia. La ragazza ha diciotto anni, dottore. E un po'... un po' giovane... Non trova?».
«No, non trovo» rispose Dario con un sorriso, rievocando mentalmente il corpo stupendo e gli occhi verdi di colei che da cinque mesi era la sua amante. «Dato che conosce la famiglia, saprà anche lei che a quindici anni Nadine era già in circolazione, se così si può dire...».
«Dottore, sta parlando della figlia di un uomo rispettabile, che faceva il notaio a San Pietroburgo».
«E' possibile» disse Dario con indifferenza.
«Che intenzioni ha riguardo a quella piccina?».
«Senta, cara signora, non sarebbe più semplice dirmi che cosa vuole la famiglia per non far scoppiare uno scandalo?».
«Chiede una certa somma come risarcimento per la ragazza che lei ha sedotto».
«Lo sa quanto mi è costata Nadine in cinque mesi, Marta Aleksandrovna?». «Ma lei è così ricco, dottore...».
Tacquero.
«Quanto?» chiese lui appoggiando la guancia alla mano.
«Un milione».
Dario emise un leggero fischio.
La Mouravine avvicinò la poltrona a quella del medico e disse d'un fiato, in tono confidenziale: «Dottore, lei è un terribile dongiovanni! Non era così un tempo! Quando l'ho conosciuta, era il più fedele dei mariti, il più amorevole dei padri... Ah, se penso al Dario Asfar che viveva a Mimosa's House e lo confronto con quello che vedo adesso, mi sembra di sognare... Da allora ho sentito parlare molto di lei, dottore. Mi hanno detto che ha guadagnato somme incredibili prima della crisi. E ha comprato la Caravelle, la più bella tenuta di Nizza. E che cosa se ne fa? Ci abita due mesi l'anno. Le spese di manutenzione sono esorbitanti».
Dario non rispose. Strinse le labbra. L'incantevole sensazione che aveva provato varcando la soglia della Caravelle, sedici anni prima, non si era ancora cancellata dal suo cuore. Era vero che vi trascorreva soltanto qualche settimana l'anno, benché vi mandasse Daniel ogni volta che gli sembrava sciupato o che il clima parigino diventava troppo piovoso. Ma, anche solo per quell'istante in cui entrava nella casa di Sylvie da padrone, avrebbe pagato una fortuna. E la pagava. Mantenere la Caravelle gli costava troppo. Aveva dovuto ipotecarla, come la casa di Parigi. Santo cielo, quando avrebbe smesso di trovarsi con le spalle al muro, di rincorrere sempre il denaro che gli sfuggiva? E quando avrebbe smesso di pensare al denaro? La Mouravine lo guardava con l'attenzione professionale, gelida e penetrante degli usurai, degli avvocati, dei medici, di tutti quelli che vivono a spese degli altri.
Disse sottovoce: «So pure che, con la crisi, i suoi guadagni sono molto diminuiti, come per tutti noi, dottore, come per tutti noi,» ripeté sospirando «mentre i bisogni aumentano sempre. Ora Nadine Souklotine...».
«Mi piacciono queste sgualdrine dal viso d'angelo» mormorò Dario. «Che orrore! Ma che orrore! Non voglio neanche ascoltarla».
«Visto che la faccenda è nelle sue mani, Marta Aleksandrovna, le spiacerebbe impegnarsi a trattare per una cifra più ragionevole? Saprò ripagare il suo impegno, può starne certa...».
«Ma non ci pensi neanche, dottore. Ho accettato di compiere questo passo in nome della vecchia amicizia che mi lega alla famiglia Souklotine, una famiglia di persone perbene! Così virtuosi, così uniti, capaci di sopportare le sventure con grande dignità. Hanno altri quattro figli più piccoli di Nadine. Ma di qui a speculare sull'onore oltraggiato di un padre, sulle lacrime di una madre... Ohibò, per chi mi prende, dottore?».
Dario alzò le spalle e disse piano: «Non ho mai conosciuto una donna, in qualsivoglia situazione imbarazzante o disonorevole, che non abbia preteso i dovuti riguardi. Ma lei è libera di rifiutare. Proporrò questa negoziazione e la relativa ricompensa a qualcun altro». «Perché mi tratta da nemica, dottore?». «Io?».
«Ma sì, lei. Di certo sapeva - Nadine gliel'avrà detto più volte, come l'avevo pregata - che mi occupavo di prestiti. E io sapevo che lei aveva bisogno di soldi. Non poteva rivolgersi a me?».
«I nostri primi rapporti in tal senso non sono stati coronati dal successo, Marta Aleksandrovna». «All'epoca lei era un ragazzo povero. Ora è uno dei re di Parigi. Su, dottore, mi dica con franchezza, come a un'amica, che tasso d'interesse le è stato praticato l'ultima volta che ha ottenuto un prestito, dieci mesi fa?».
«Non si può nascondere niente» disse Dario accennando un sorriso. «E' il mio mestiere. Visto che si è rivolto a degli strozzini, scommetto che le hanno chiesto il dodici per cento».
«L'undici».
«Io potrei farle ottenere un congruo prestito al dieci per cento. Avrà bisogno di denaro fresco per questa disgraziata faccenda Souklotine. D'altra parte, sappiamo che, se vuole, può concludere un ottimo affare, grazie al quale lei si rimetterà in sesto e noi, di conseguenza, recupereremo la somma anticipata».
«Dove vuole arrivare?» chiese perplesso Dario.
«A quanto pare, Marta Aleksandrovna, la sua visita ha scopi molteplici».
«Sono tutti collegati fra loro».
«Tagliamo corto, lei è una donna troppo in gamba per farmi perdere tempo. A quanto stima - l'ultimo prezzo! l'onore familiare dell'ex notaio di San Pietroburgo?».
«Mi impegno a trovare un accordo per ottocentomila franchi. Quanto a me, in considerazione della nostra vecchia amicizia, chiederò solo cinquantamila franchi, a titolo di commissione. Le farò prestare questa somma al dieci per cento, un tasso più ragionevole. C'è dell'altro... Una persona mi ha chiesto la cortesia di farle il suo nome. Questa persona l'ha aiutata in passato, e le manda a dire che potrebbe aiutarla ancora, se lei volesse curare certi interessi, assecondare certi progetti».
Dario fece scorrere la punta delle lunghe dita sulle palpebre appesantite. «Parla di Elinor Wardes, vero? Ma dopo il suo matrimonio ha cominciato a considerarmi un nemico».
«Attingevate tutti e due alla stessa fonte» sospirò la Mouravine. «Da quando Elinor è diventata la moglie legittima di Wardes, è cambiato tutto».
«E che cosa vuole da me? Sentiamo» disse Dario con simulata indifferenza.
«Come faccio a saperlo, dottore? Come faccio a saperlo? Vada a trovarla. È una donna di notevole intelligenza. Devo ammettere che, quando faceva parte della mia famiglia, avevo molti pregiudizi nei suoi riguardi; ora però si sono dissipati. Riconosco le sue qualità. La moglie di Wardes, pensi... E lo sa che ormai Elinor ha in mano tutto? Wardes è sempre più malato e trascorre lunghi periodi in Svizzera per curarsi. Non si occupa di nulla. Purtroppo a volte gli torna il pallino degli affari. Vuole dimostrare di essere sempre Wardes, il grande Wardes, e allora combina tanti di quei guai che la povera Elinor deve fare una fatica enorme per rimediare ai danni».
«Ma questa intimità fra voi due è davvero commovente! Mi pare di ricordare una certa antipatia...».
«C'era di mezzo Mitenka, la luce dei miei occhi. Ora mio figlio si è risposato e ha due bei bambini. Tra me ed Elinor non ci sono più rivalità affettive, gelosie. Ci scambiamo dei favori, se capita... Io sono una donna umile, ma anche una gran lavoratrice. Non c'è fatica, non c'è passo che non sia disposta a compiere per riconciliare due vecchi amici o per condurre in porto una transazione delicata... Elinor ne ha avuto sentore, e mi ha reclutata a più riprese, la prima volta in occasione del suo matrimonio. Sì, gran lavoratrice e fidata, ecco la reputazione che ho, e che merito. Sono una povera vedova. Mi prodigo senza risparmio, nonostante l'età, nonostante gli acciacchi» disse portandosi entrambe le mani alla base del collo con un sospiro rauco. «Le crisi d'asma mi uccidono, dottore. Un giorno tornerò a trovarla come paziente. Ma lei non si occupa più di medicina generale? Me ne vado, caro dottore, a presto. E sua moglie sta bene? Suo figlio? Già sedici anni? Dio mio, come passa il tempo! Ah, i figli, croce e delizia di noi miseri mortali!».
CAPITOLO 23
Quando il passato riappare nella vita di una persona, non lo fa mai sotto le sembianze di un solo viso, ma trascina con sé tutta una catena di amici, di amori, di rimorsi dimenticati. Era stato il nome di Sylvie, pensava Dario, a far risorgere tutti i testimoni e i protagonisti degli anni difficili. Difficili? Meno di adesso, forse... Ancora una volta era pieno di debiti, con le spalle al muro, e in una situazione tale, accerchiato da nemici e rividi - che poteva resistere solo con la forza del prestigio, e il prestigio si acquista col denaro, e il denaro... Il giorno precedente Dario aveva chiesto un appuntamento a Elinor Wardes. E ora stava andando da lei. «La cosa più seccante» pensava «è che bisognerà trattarla con i guanti. Una come Elinor, che un tempo era franca e brusca, oggi si sentirà in dovere di ricorrere a giri di parole, di mentire. Il diavolo se le porti, queste donne!». Cosa strana, lui, che non aveva mai pensato a Elinor con desiderio, adesso era spinto verso di lei non solo da questioni d'interesse, ma anche da una certa curiosità. Ormai era talmente ossessionato dalla bramosia sessuale che qualunque donna risvegliava in lui una scura smania, forse il bisogno di dimostrare a se stesso il proprio potere. Elinor lo ricevette subito.
Indossava una lunga vestaglia viola: era il suo colore preferito, perché le metteva in risalto i capelli rossi, acconci in riccioli che le ricadevano sulla fronte in stile belle epoque, come dettava la moda. Era dimagrita. I tredici anni trascorsi l'avevano invecchiata. Sembrava meno insolente e più sicura di se. Non rideva quasi mai, ma aveva mantenuto il suo fugace e bizzarro modo di sorridere, con le labbra sottili e dipinte che si sollevavano da un sorriso alla bocca facendo baluginare i lunghi denti aguzzi.
«Caro dottore, l'ho chiamata per parlarle di Philippe» disse stringendogli la mano. «E' tornato dalla Svizzera piuttosto depresso. Mi rincresce molto per quello screzio che c'è stato fra voi».
«Non lo chiamerei screzio» disse Dario sorridendo. «Sarebbe più conforme alla realtà definirlo un brusco abbandono. Un bel giorno mi ha piantato. Lo aspettavo per la settimana seguente. Scomparso».
«Povero Philippe! Li conosce i suoi capricci.».
Quasi senza accorgersene, e benché avesse deplorato in anticipo le maniere ipocrite di Elinor Dario cominciava a trovare in quella conversazione il piacere quasi agonistico di condurre il gioco secondo certe regole, di svelare la verità a poco a poco, con precauzione, di farla balenare per poi dissimularla di nuovo. Era la tattica orientale - contrattazioni, baratti, scambi, di cui si era sempre servito. «Sì, povero Philippe! E ora come sta, signora.».
«A essere sinceri, mi preoccupa». «Sono ricominciati gli attacchi di panico.» «Non sono mai finiti, ahimè!».
«Però, quando l'avevo in cura io, le sue condizioni erano di gran lunga migliorate-»
«Dottore, io sono una profana, una povera donna ignorante. Nutro una profonda ammirazione per lei, glie lo assicuro. Non pretendo di giudicare, e nemmeno di capire il suo metodo terapeutico, la celebre teoria di cui lei è il padre fondatore (i suoi colleghi la criticano aspramente, non le dico nulla di nuovo -, ma io non ne nego affatto la genialità). Tredici anni fa, quando lei era ancora all'inizio della carriera, non sospettavo certo di trovarmi davanti a un precursore. L'altro giorno ho incontrato Florence de Leyde e Barbara Green, che sono sue fanatiche sostenitrici... Ma, per tornare a mio marito, non pensa che il riposo, il semplice riposo fisico, gli sarebbe altrettanto utile di quella terapia psicologica che lei chiama, mi pare, sublimazione dell'io? Lei non ha mai proibito a Philippe né l'alcol né il gioco né le donne...».
Dario socchiuse gli occhi. «La vita dissoluta, le forti emozioni del gioco sono, per così dire, l'"ascesso di fissazione" di un'anima malata. Questo, a un profano, può apparire paradossale, addirittura immorale. Ma, a onor del vero, l'efficacia di una terapia si può valutare solo se tale terapia viene seguita in modo regolare, dall'inizio alla fine. Che cosa ha fatto invece Philippe? Non occorre che glielo dica io. Si è sottoposto, controvoglia, a qualche settimana di trattamento all'anno, mentre per estirpare radicalmente il suo male occorrevano cure costanti distribuite nell'arco di diversi anni, senza interruzione! E' questo il caposaldo della mia dottrina. Ma suo marito ha fatto tutto il contrario. Si presentava all'improvviso, supplicandomi di guarirlo, di liberarlo dalle sue ossessioni, dai suoi incubi. Dopo qualche tempo - tre o quattro settimane, mai di più! - accampava la scusa degli affari o delle obiezioni che lei, Elinor, avanzava nei miei confronti, e spariva per un altro anno. Già solo questa indisciplina bastava ad annientare i frutti del mio lavoro e della sua limitata pazienza. Secondo la mia teoria, il paziente deve affidarsi al medico e mettere la propria anima nelle sue mani. Lo ripeto, soltanto una terapia lunga e ininterrotta può essere efficace».
«Dottore, qui non serve un trattamento come quelli che lei pratica di solito, basati sulla piena libertà del paziente».
Dario inclinò la testa. Con l'età, la sua espressiva fisionomia levantina aveva acquisito a poco a poco la calma, l'impassibilità di una maschera. Neanche le labbra fremevano. Incrociò le mani e congiunse la punta delle dita, appoggiandovi il mento. Socchiuse gli occhi. Elinor parlava con voce tranquilla e inalterata, ma le goccioline di sudore che le imperlavano le tempie, sotto il trucco, la tradivano.
«Dottore, lei sa che mio marito rappresenta interessi considerevoli. Nel 1920 una grande industria poteva essere diretta da un uomo come Philippe... Un uomo geniale e folle... Ma nel 1936? Ai tempi del benessere tutto ciò che gli faceva pubblicità, anche scandalosa, gli tornava utile. Ma oggi... Per molti anni mio marito non ha più fatto parlare di sé. Se ricominciasse con le sue stravaganze, ci condurrebbe alla rovina. L'azienda, - un medico è come un confessore, e io mi fido di lei -, è già abbastanza compromessa. Solo un lavoro accanito potrebbe risanarla. E Philippe non ne è in grado».
«Ammiro la sua competenza, signora».
«Quando il marito è debole, malato, tocca alla moglie sostituirsi a lui per quanto glielo consentono le sue forze».
«Lei è molto forte, Elinor».
«Lo pensa davvero, Dario? In fondo, una donna chiede soltanto di essere sostenuta, guidata. Non è colpa mia se Philippe... Ma non si tratta di questo, dottore. Le spiego la situazione con la massima franchezza. Il mio povero marito non può più occuparsi di persona dei suoi affari. Se si rassegnasse all'inattività, tutto potrebbe ancora essere salvato. Ma l'amministratore legale è lui. Allora ecco che cosa succede: Philippe sparisce, va a farsi curare in Svizzera o altrove, un bel giorno torna, riprende le redini dell'azienda e manda ogni cosa in malora. Lei, mediante la sua terapia, può riuscire a convincerlo a tenersi fuori dagli affari?».
«E' difficile».
«Potrebbe fargli accettare l'idea di un ritiro prolungato?». 
«Prolungato, forse. Definitivo, no!».
«Dottore, non le pare che in certe circostanze si imponga il dovere di prendere decisioni dolorose?».
Dario si lasciò andare all'indietro e appoggiò la testa allo schienale della poltrona. Per un istante gli aleggiò sulle labbra un sorriso stanco, simile a un'increspatura sull'acqua. Poi il suo viso tornò impenetrabile e calmo come prima. «Ha pesato bene le parole? Lo sa che cosa mi sta chiedendo, Elinor?».
«Philippe è pazzo».
«In ogni caso è possibile comportarsi come se lei lo credesse».
«Con il suo aiuto, dottore...».
«A condizione che Philippe rimanga sotto la mia vigilanza».
Elinor impallidì lievemente ma non obiettò.
«Purtroppo» fece Dario con un sospiro «non dispongo di una casa di cura adeguata!».
«Non ha la Caravelle?» replicò Elinor sorridendo. «Ho saputo che l'ha comprata. Non dimenticherò mai la prima volta che ho messo piede in quella villa. Wardes era ubriaco. La moglie se ne andò di casa la sera stessa. Non ho mai visto nessuno affrontare la disfatta con maggiore dignità. La Caravelle si confaceva più a Sylvie che a me o a lei, mio caro. Quando ho appreso che aveva rilevato la tenuta, mi sono detta: "In fondo, nessuno conosceva il dottor Asfar". Lei è un sentimentale, amico mio. E' ancora l'amante della signora Wardes?».
«Se lo fossi, non sarei qui» rispose Dario con durezza.
Elinor alzò le spalle. «Torniamo a Philippe... Non le pare che la Caravelle si presti molto bene a essere utilizzata come casa di cura?».
«Temo che sarò costretto a venderla».
«Sul serio? Perché?».
«Ho urgente bisogno di soldi. In effetti, avevo pensato di trasformarla in clinica, ma il mio era un progetto filantropico. Mi proponevo di metterla a disposizione dei pazienti meno facoltosi. Non si pensa mai abbastanza alla classe media, alla encomiabile borghesia di questo paese. Ho cercato invano di procurarmi capitali e appoggi presso istituzioni pubbliche e private».
«Ma qualche mecenate si potrebbe trovare, dottore. Quanto servirebbe?». «Un milione» disse Dario.
CAPITOLO 24
L'anno seguente, durante le vacanze di Pasqua, Daniel partì da solo per la Caravelle. Aveva compiuto diciassette anni; era cresciuto troppo in fretta. Dario voleva che si concedesse tre settimane di riposo. Né il padre né la madre potevano accompagnarlo: Dario era preso dal lavoro e dai suoi amori, Clara era convalescente. Da qualche tempo Daniel preferiva la solitudine. Stava diventando introverso e taciturno, pensava Dario, pur sapendo che il figlio vedeva quasi ogni giorno Claude e Sylvie Wardes. Daniel aveva fatto il viaggio con un amico, che lo lasciò davanti al cancello della Caravelle per poi proseguire alla volta del paesino italiano dove lo aspettavano. Daniel s'incamminò con il suo leggero bagaglio lungo la salita che conduceva alla villa. Aveva piovuto. Passando sotto i vecchi pini e le magnolie, gli cadde qualche goccia sul collo e sul capo scoperto. Pensava che Sylvie doveva aver passeggiato spesso in quel viale e nel roseto antistante alla casa. Dio santo, perché non l'aveva conosciuta da giovane? Claude era deliziosa, ma niente era paragonabile all'avvenenza, al fascino di Sylvie, che pure aveva l'età di Clara. Sì, ai suoi occhi, Sylvie era una donna anziana. Ma Daniel aveva per lei una venerazione quasi religiosa, era sensibile a quella bellezza, a quella nobiltà di tratti e di atteggiamenti, a tutto ciò che aveva sedotto suo padre prima di lui, benché lui non potesse saperlo. Ammirava Sylvie con il trasporto di un figlio e di un innamorato al tempo stesso. Era nell'età in cui l'uomo è ancora così malleabile, così femmineo, così acerbo nella personalità da volere innanzitutto obbedire, rispettare, sottomettersi a qualcuno, sia esso un amico, un maestro o una donna. Solo i genitori non hanno alcun potere sull'anima di un adolescente. Ma le parole di Sylvie, e il suo esempio, la dignità che mostrava in ogni circostanza, i suoi gusti erano per Daniel un nutrimento insostituibile che appagava il suo bisogno di tributare reverenza e ammirazione. In fin dei conti, Claude assomigliava alla madre.
Daniel poteva dire a se stesso, senza sentirsi né ridico lo né sacrilego, che amava Claude, ma si sforzava di guardare il mondo con gli occhi di Sylvie, di vivere secondo i rigorosi princìpi morali di Sylvie; il che, oltre a risultargli facile, gli consentiva di dar sfogo al suo oscuro risentimento verso il padre. Dario attribuiva grande importanza alla ricchezza, alla vanità, tutte cose che per Sylvie non avevano alcun valore; sicché Daniel, riconoscendo la superiorità morale della signora Wardes, assecondava al contempo la propria coscienza e quella muta avversione, quel fastidio sprezzante che provava per il padre fin dalla nascita, come una goccia di veleno instillata nel suo sangue.
Aveva nascosto in valigia alcuni libri donatigli da Sylvie e una fotografia che la ritraeva insieme a Claude.
Giunse davanti alla casa; le luci erano spente, la porta chiusa. Suonò. Erano passati tre anni dall'ultima volta che era stato alla Caravelle. Non riconobbe il domestico che gli aprì, né l'uomo massiccio, dai lineamenti marcati e il colorito acceso, che apparve dietro di lui.
«Il signorino Daniel? Non abbiamo sentito la macchina, voglia scusarmi... L'ha lasciata ai piedi del vialetto?».
«Sì, ero con un amico che aveva fretta e non poteva salire fin quassù» rispose Daniel.
«Desidera stare nella sua vecchia camera, signorino Daniel?».
«Sì. Non mi pare che lei fosse qui, quando sono venuto tre anni fa» disse il ragazzo.
«Sono in servizio alla Caravelle soltanto da un anno. Il dottor Asfar, che mi conosceva, ha avuto la bontà di assumermi come amministratore della tenuta e uomo di fiducia. Mi chiamo Ange Martinelli. Per molto tempo ho lavorato come maitre nei migliori alberghi della zona. Poi mi sono ritrovato in difficoltà e allora ho fatto appello al buon cuore di suo padre. Ha tutto quel che le occorre, signorino Daniel?» chiese Ange, dopo aver accompagnato il giovane nella sua camera.
«Sì, la ringrazio».
Daniel aveva aperto la finestra. Ascoltava e riconosceva i rumori caratteristici delle sue vacanze alla Caravelle: il respiro profondo e cadenzato del mare, il fischio lontano del treno.
La prima settimana trascorse placida e serena. Daniel si faceva il bagno, poi si riposava sulla spiaggetta privata in fondo al parco. A volte portava con sé uno spuntino e lo mangiava disteso al sole già caldo e splendente; giocherellava con i ciottoli facendoli rimbalzare sull'acqua; abbandonava i suoi libri per una nuotata, poi tornava a leggere e a sonnecchiare. Verso sera faceva lunghe passeggiate in campagna, sempre solo con i suoi cani, ingenuamente fiero di quella vita solitaria, e lanciava occhiate sprezzanti alle macchine e alle donne che incrociava sulla strada. Dopo cena, si chiudeva in camera e scriveva a Claude e a Sylvie.
Agli inizi della sua seconda settimana alla Caravelle il tempo, fino allora magnifico, si guastò. Il primo giorno di pioggia Daniel andò a passeggiare in città. Fece merenda a Nizza, in una piccola pasticceria inglese immersa nella penombra, in cui aleggiava l'odore dello zenzero e il delicato aroma del tè nero; rientrò a tarda sera e si chiuse in camera con i suoi libri, sentendosi perfettamente felice.
L'indomani pioveva ancora. La giornata gli parve più lunga. Il paese era triste, sotto la pioggia, come una donna truccata in lacrime. Piovve anche il giorno dopo; nelle grandi stanze della Caravelle faceva freddo.
Daniel si era buscato un raffreddore e aveva un po' di febbre. Trascorse il pomeriggio davanti alla finestra, guardando malinconico il cielo plumbeo e i pini agitati dal vento. Era una giornata grigia e uggiosa.
Alle cinque Ange bussò alla sua porta.
«La prego di scusarmi, signorino Daniel,» disse l'uomo celando dietro le lunghe ciglia lo scintillio dei suoi penetranti occhi neri «ma ho pensato che starebbe meglio dabbasso. Quest'ala della casa è esposta alle intemperie. Ho fatto servire il tè in biblioteca e mi sono permesso di accendere il camino. Il camino in Costa Azzurra a Pasqua! È inaudito, signorino Daniel, ma - come si suol dire - il tempo non guarda il calendario. Se vuole seguirmi...».
Daniel si mise i libri sotto il braccio e scese. La biblioteca era una stanza deliziosa, quella che una volta era il salotto di Sylvie e che adesso ospitava una collezione di volumi. Le pareti erano di un rasserenante color verde pallido. Sul tavolo del tè, apparecchiato davanti al camino, c'era un vassoio di dolcetti alle castagne ricoperti di bianca e soffice panna. Il fuoco scoppiettava allegro.
«La ringrazio molto, Ange» disse Daniel.
Quindi sollevò gli occhi e sorrise. L'ex maitre lo guardava di sottecchi, con un'attenzione profonda e quasi affettuosa.
«Permette che le serva il tè, signorino Daniel?».
«Non vorrei darle troppo disturbo».
«Ma no, signorino Daniel, sono felice di adoperarmi per il figlio del dottor Asfar, che è stato così buono con me. E poi, glielo confesso, i giovanotti della sua età mi fanno pensare a mio figlio, ed è un piacere per me fare tutto il possibile affinché non le manchi nulla, signorino Daniel».
«E' sposato, Ange?».
«Vedovo. La mia povera moglie è morta tanti anni fa, lasciandomi solo con il bambino». «E... dov'è suo figlio adesso?».
«Non lo vedo da molto tempo».
«Vive all'estero?».
«No» disse Ange con amarezza. «Anzi, viene spesso a Monte Carlo ed è un cliente abituale dell'albergo in cui lavoravo io. Ma adesso è ricco. Quando aveva la sua età, signorino Daniel, volevo che facesse il cuoco è un buon mestiere -, ma si ammalò e i polmoni gli rimasero delicati... All'epoca fu suo padre, signorino Daniel, a curarlo e, va detto, a guarirlo miracolosamente. Così mi sembrò un'imprudenza lasciarlo nelle cucine, nei sotterranei, accanto ai fornelli. Per lui desideravo il meglio. L'ho fatto studiare. Gli ho trovato un posto in una fabbrica di scarpe, a Lille. E lo sa che cosa ha fatto lui? Ha messo incinta la figlia del padrone e l'ha sposata. Il più importante calzaturificio sulla piazza! Ho pianto di gioia, signor Daniel. Ma Dio mi ha castigato per aver gioito del dispiacere e del disonore di un padre come me. Una volta raggiunta una posizione brillante, mio figlio ha cominciato a vergognarsi di me. Io ho dilapidato i miei risparmi per aprire un locale di varietà qui a Nizza. E, ora che ha perso le speranze di ereditare i miei quattro soldi, non lo rivedrò più, neanche quando sarò in punto di morte... Ma mi scusi. La sto annoiando e rattristando... Il fuoco ha preso bene... Il tè è ancora caldo...».
Ange si avviò a passo lento verso la porta. Mentre già stringeva la maniglia, chiese: «Vuole che le porti il grammofono, signorino Daniel? Se è stanco di leggere, ci sono dei bei dischi».
«Grazie, mi farebbe piacere».
Ange andò a prendere il grammofono. «Immagino che tre anni fa non ci fosse neanche questo, signorino Daniel».
«Il grammofono? E' vero, non c'era».
«E' del signor Wardes. L'ha lasciato qui quando se ne è andato, il mese scorso». «Come? Wardes? Quel povero pazzo? Dunque... era internato alla Caravelle?».
«Sì, signorino Daniel».
Ange prese un cofanetto pieno di dischi e lo aprì davanti a Daniel. Il giovane li guardò senza toccarli. Quel Philippe Wardes era il padre di Claude... Era stato il marito di... Provò a un tratto una curiosità ardente, quasi morbosa.
«Com'è il signor Wardes? E' vecchio, è malato?».
«Vecchio? Dipende da che cosa intende per vecchio, signorino Daniel. Sulla cinquantina. Malato? 
Non si può dire che sia malato...».
«Ha sprazzi di lucidità?».
Il volto cupo di Ange assunse un'espressione ironica, quasi selvaggia, che colpì Daniel. Ma l'uomo rispose subito in tono pacato: «A volte...».
«Lei lo conosceva da prima che si ammalasse?».
Ange sospirò come soffocando una risata. «Io ho conosciuto tanta gente, signorino Daniel! Certi, che adesso sono ricchi e famosi, e che ti fanno la carità di un tozzo di pane, una volta venivano da me a elemosinare un prestito: "Ange, mi salvi! Ange, lei è la mia unica speranza...". Senza i miei poveri soldi, chissà dove sarebbero adesso... Ho conosciuto il signor Wardes quando tutti gli baciavano le mani e lo trattavano come un re, e l'ho visto qui, solo, con i guardiani, quasi fosse una bestia feroce, abbandonato da tutti. "Non sono pazzo, Ange!" mi diceva. "Almeno lei mi crede, vero?". E ho conosciuto anche le sue due mogli. La seconda ne ha fatta di strada dai tempi di cui le parlo... E' una donna di polso. Mi ricordo anche della prima signora Wardes. All'epoca dicevano... Le chiedo scusa, ma lei è un uomo e queste cose le capisce... Insomma, si chiacchierava molto sull'intimità che aveva con suo padre, signorino Daniel, però nessuno la biasimava, perché era molto trascurata dal marito».
Daniel si sentì gelare, poi di colpo il sangue prese a ribollirgli nelle vene e gli montò alla testa. Riuscì a dominare la voce e disse: «Ho molto rispetto per la signora Wardes, Ange. La prego di non fare allusioni sul suo conto».
Nello stesso istante pensò che ogni sera, da oltre una settimana, affidava ad Ange la sua lettera quotidiana alla signora Wardes, affinché partisse l'indomani mattina presto.
Ange disse in tono umile: «Mi dispiace...».
Si chinò ad attizzare il fuoco. Ansimava un po' mentre, con la schiena curva, piazzava i ramoscelli secchi sotto i ciocchi. Tra i capelli scuri e il collo sporgeva una piega di carne rosso scuro, quasi porpora.
Si rialzò a fatica e andò a chiudere la portafinestra che dava sul parco. Camminava senza far rumore, con un'andatura straordinariamente silenziosa e lieve per un uomo della sua corpulenza, ma a ogni passo le suole producevano un furtivo scricchiolio. Si avvicinò alla poltrona di Daniel e guardò la sua tazza semivuota.
«Può portarla via» disse il giovane.
Ange prese il vassoio e uscì, lasciando Daniel da solo.
CAPITOLO 25
Nei giorni successivi Daniel fece in modo da non incontrare Ange. Ma non riusciva a dimenticare le sue allusioni. «Tutte perfide bugie!» pensava. Che cosa potevano avere in comune un uomo come suo padre e Sylvie Wardes? Non l'aveva mai sfiorato l'idea che tra loro potesse esserci la benché minima confidenza... Come aveva detto Ange? Intimità? Daniel provava una repulsione quasi fisica, che quando era solo lo faceva fremere e digrignare i denti con rabbia. Capì che ormai la solitudine gli era insopportabile. Si mise in contatto con alcuni amici che vivevano a Cannes, e ogni mattina lasciava la Caravelle per tornarvi soltanto a tarda sera. A volte intravedeva Ange nel buio del corridoio. L'uomo sembrava aspettare che rincasasse; appariva un momento nel vano della porta, dava ordini sottovoce al domestico addetto a Daniel e si dileguava.
Le vacanze volgevano al termine. Daniel doveva rientrare la prima domenica dopo Pasqua.
Quella sera si era fermato a Cannes sino a tardi. Per la prima volta in vita sua aveva bevuto e giocato a carte. Era stanco e sovreccitato. Si mise a letto, ma una volta tra le lenzuola si sentì più sveglio e più smanioso che mai. Rimase immobile per un po', disteso nell'oscurità. Possibile che suo padre e Sylvie... E quella storia dell'internamento di Wardes... Le parole di Ange lasciavano intendere che la pazzia di Philippe Wardes era strana... sospetta...
«Non sono affari miei» si disse esasperato. «In futuro avrò anch'io le mie colpe, le mie passioni, la mia vita privata... Che cosa me ne importa di mio padre? Del resto, si tratta senz'altro di ignobili maldicenze, di chiacchiere da cortile. Mio padre è brutto, è vecchio. Mio padre è un uomo cinico e senza scrupoli. Sylvie - quella santa - non avrebbe mai potuto abbassarsi al suo livello né degnarlo di uno sguardo... Quanto a Wardes... Insomma, quali sono i miei sospetti? Che cosa penso di preciso? Un internamento arbitrario con la complicità di quella Elinor Wardes?».
Era possibile. Elinor Wardes gli pareva capace di tutto. Negli ultimi tempi aveva rinsaldato i rapporti con i suoi genitori. Cenava spesso a casa loro, li invitava da lei. Uscivano insieme.
Daniel si alzò dal letto e si sedette sul davanzale della finestra, sperando che la brezza notturna lo calmasse.
Pensò all'odio di Ange per Dario. Chissà se il maitre si riferiva a suo padre quando aveva detto: «Ne ho conosciuti tanti che ora sono ricchi e famosi, e che una volta venivano da me a elemosinare un prestito»... Suo padre era stato, dunque, così... così povero? E perché adesso si rifiutava di vedere Sylvie?
Tutti quei sospetti, quei dubbi che quasi non osava formulare gli davano il supplizio.
Gli venne sete, e vuotò fino all'ultima goccia la caraffa che gli avevano piazzato sul comodino. Ma l'acqua era tiepida e aveva un cattivo sapore. Un po' di Perrier, frizzante, gelata, ecco che cosa avrebbe voluto! Guardò l'orologio: le due. Le camere dei domestici erano in un'altra ala della Caravelle. Se avesse suonato adesso, sarebbe venuto soltanto Ange, che dormiva al piano inferiore, accanto alla cucina.
Eccetto loro due, non c'era nessuno in quella parte della casa. Una volta Ange gli aveva detto: «Nel caso avesse bisogno di qualcosa durante la notte, non esiti a chiamarmi, signorino Daniel. Io quasi non dormo».
«Se viene,» pensò Daniel «se decido di svegliarlo, gli chiederò dell'acqua frizzante. Le bottiglie sono in frigorifero. La cucina sarà chiusa per la notte. E io non ho la chiave. Quando lo vedrò, forse... Gli farò una domanda, una sola. Ma lui non dirà niente per timore di essere licenziato. L'ha ammesso lui stesso. Si trova "in difficoltà". Gli conviene mentire e nascondere quello che ha fatto mio padre. Sì, ma... Non è questione di convenienza... E una persona subdola, astiosa... Me ne accorgo, lo intuisco, non sono più un bambino, quell'uomo prova un'invidia feroce nei confronti di mio padre, forse per i soldi, o perché ha fatto fortuna... E comunque, anche se non vorrà dirmi niente, saranno i suoi occhi, le sue reticenze, e quei sospiri rauchi che ogni tanto gli sfuggono, a rivelarmi la verità» pensò.
Quale verità? Il passato riguardo a Sylvie, il presente riguardo a Wardes... Daniel suonò e attese. Attese a lungo. Non venne nessuno. Suonò più forte. Uscì dalla sua camera. Il corridoio era buio, la scala deserta. La Caravelle non gli era mai sembrata così vasta e silenziosa. Suonò ancora e ancora. Al pianterreno i cani, svegliati dal rumore, si avventarono contro la portafinestra abbaiando e percuotendola con il muso e le zampe. Di Ange non c'era traccia. Daniel si sporse dalla balaustra della scala, guardò l'anticamera immersa nell'oscurità e chiamò: «Ange, venga! Salga! E' lì? Non mi sento bene! Ho bisogno di lei!».
Nessuno. Daniel attraversò di corsa l'anticamera e aprì la porta che separava la zona di servizio, il regno di Ange, dal resto della casa. Vide la luce accesa in cucina. Entrò. Ange era seduto davanti a una bottiglia di acquavite vuota. Con la testa abbandonata fra le braccia incrociate sul tavolo, sembrava dormire sodo.
«E' ubriaco! Ecco come passa le notti! "Io quasi non dormo, signorino Daniel..."».
Il ragazzo fu colto da un accesso di riso nervoso. Lui stesso aveva bevuto whisky, e se lo sentiva ancora scorrere nelle vene come un fuoco. Prese Ange per le spalle e lo scosse.
Ange sollevò la testa e la rovesciò all'indietro con tanta forza che Daniel si affrettò a tener ferma la sedia. Temeva che il pesante corpo dell'ex maitre cadesse rovinosamente a terra. Gli gridò nell'orecchio: «Ange! Ange! Sono io, il signorino Daniel, non si spaventi!».
Il vecchio aprì gli occhi a fatica, guardò il viso stravolto di Daniel e disse con voce bassa e chiara: «Sapevo che sarebbe venuto, figliolo».
Daniel scoppiò di nuovo a ridere. Si stupì di quella risata rauca e tremante che gli echeggiava nelle orecchie, poi pensò: «È buffo sentirmi chiamare "figliolo". Proprio una situazione comica». «Non è rimasto neanche un goccio di acquavite, Ange?» chiese.
«Vuole bere?».
«Perché no, amico mio?».
«Mi prende in giro, eh?» disse a un tratto Ange, con la fronte corrugata e il volto paonazzo. «Anche lei mi disprezza, eh? Ma perché, santo Dio, perché? Mi hanno sempre preso in giro tutti... Quelli che mi porgevano la punta delle dita, quando facevo il maitre, che mi salutavano con un lieve cenno del capo... Così... "Come va, Ange?"... Gente che non valeva certo più di me! Io facevo il mio lavoro, tranquillo... Ma lo sentivo che ridevano alle mie spalle. E suo padre... Ah, me lo ricordo bene, suo padre! Pensa che mi abbia stretto la mano, offerto una sedia? Aveva fretta, a sentir lui, doveva correre; ma dove doveva correre? A chiedere prestiti? Ad abbindolare donne a suon di quattrini? A organizzare le sue sporche macchinazioni, facendo internare gente che non è certo più pazza di lei o me?».
Ange parve spaventato dalle sue stesse parole. Vacillò sulla sedia.
«Queste non sono cose che la riguardano. E, d'altra parte, lei è un bambino innocente, si capisce subito, un bambino innocente. Che fortuna, che fortuna sfacciata ha suo padre ad averla ancora, a poterla vedere quando vuole... Con quelle guance fresche e quell'aria da bambino innocente che ti conquista il cuore... Un figlio, insomma, un figlio! Gli dirà che bevo, che mi ubriaco ogni notte, eh? Bah, prima o poi se ne sarebbe accorto comunque! Lo sanno tutti! Mi disprezzano tutti! E io lo so che mi sbatterà fuori. Come le ho detto, sono in difficoltà... Anche lei. Vuole bere? Ecco qui un bicchiere. Là, dietro di me, nella credenza - mi scusi, signorino Daniel -, troverà vino, whisky e dell'ottimo Veuve Clicquot 1906; deve essercene ancora, il povero Wardes ne beveva a litri, tutto il santo giorno. Si serva pure da solo, signorino Daniel, lei non è un tipo superbo».
Daniel aprì l'anta della credenza, prese una bottiglia di champagne e la mise sul tavolo. Ma nessuno dei due si curò di stapparla; rimasero seduti, l'uno di fronte all'altro, in silenzio.
Dopo un po' Ange chiese: «Che cosa voleva sapere? Su, ne approfitti! Può farmi qualunque domanda, stasera! Sono ubriaco fradicio, lo vede! Pur di starmene qui, di fronte a un ragazzo come mio figlio - mio figlio com'era una volta, perché adesso è calvo e ha messo su pancia -, pur di starmene qui a guardare questi begli occhi e queste labbra fresche, sono pronto ad appagare tutte le sue curiosità, pensi un po'. Che cosa le interessa? Vuole sapere chi era suo papà, eh? Quanto a me, scommetto che mio figlio si sente ripetere ogni giorno dalla moglie e da tutta la famiglia: "Tuo padre era un ignorante, senza un briciolo di istruzione; bisogna disprezzarlo, tuo padre, dimenticarselo, rinnegarlo...". Vuol dire che si rifarà con i figli degli altri! Troverà qualcuno a cui dire: "Tuo padre era un imbroglione, uno di quei levantini che arrivano qui morti di fame e che se ne ripartono milionari". Se ne ripartono? Scordatelo! Si trovano troppo bene qui, e ci restano. Ci restano fino alla morte, hanno i traffici nel sangue, quelli. Alcuni vendono fotografie oscene, altri droghe. Suo padre è un ciarlatano. Specula sulle sofferenze della gente. Poi che altro voleva sapere? Se quel che le ho detto a proposito della signora Wardes e suo padre è vero? Questo, mio caro signorino Daniel, non lo saprà mai. Immagini quel che le pare. Ci pensi. Ci fantastichi su. Io sto a fantasticare tutte le notti che Dio manda in terra. Non sulle faccende altrui, si figuri... Sulle mie, su ciò che riguarda il sangue del mio sangue, su ciò che mi tocca personalmente. Fantastichi anche lei sul sangue del suo sangue... Soffriamo solo per il nostro sangue, per il sangue e per la carne che ci hanno generato o che abbiamo generato noi... Le faccende di cuore, le faccende di denaro, quelle passano, si dimenticano, ma quando c'è di mezzo la famiglia... Basta una sola goccia di sangue in comune per avvelenare tutto. Può darsi che suo padre sia stato l'amante di Sylvie Wardes... Può darsi di no... Io non lo so. Certo, è strano che venisse alla Caravelle ogni sera, e che si intrattenesse per ore con la signora, in salotto, quando il marito stava male, al piano di sopra... Quanto a Wardes... Le interessa anche lui, eh? Bene, stia a sentire... Le dirò quello che so. Giudicherà lei...».
CAPITOLO 26
Era la prima notte che Daniel trascorreva di nuovo a Parigi. Al suo arrivo aveva trovato Clara in piedi, - si sforzava sempre di non fargli capire quanto fosse malata. Il padre lo aspettava. Il ragazzo era stato accolto festosamente e coccolato, abbracciato, tempestato di domande. Era stanco? Non aveva per caso esagerato con i bagni? Vista la stagione, l'acqua doveva essere ancora fredda... Ma perché aveva scritto così di rado? Com'era cresciuto...
Ora, finalmente, era solo, lontano dai genitori, nella sua camera, con la porta chiusa. Camminava in lungo e in largo, da un capo all'altro della stanza. Quell'irrequietezza perpetua, quell'agitazione febbrile che aveva nel sangue, nelle ossa, le aveva ereditate da Dario.
Era tardi, quasi mezzanotte. Sentì i passi di suo padre al piano di sotto, poi il rumore del portone che veniva socchiuso, aperto e richiuso di colpo. Daniel sapeva che Dario passava pressoché tutte le notti fuori. Non si era mai chiesto quali affari, quali piaceri lo attirassero lontano da casa, a volte anche fino al mattino. A un tratto si rese conto di aver sempre scacciato d'istinto ogni pensiero sui comportamenti del padre, come ci si allontana dalle sponde di uno stagno scuro e profondo. Che cosa doveva fare adesso? Parlargli di Wardes? «Mi mentirà,» si disse «si prenderà gioco di me raccontandomi solo quel che gli fa comodo, e tutto continuerà come prima».
Anche sua madre ignorava la verità? Daniel sapeva quanto Clara aiutasse il marito, quanto si occupasse dei suoi affari. Doveva essere al corrente di tutto. Chi aggiornava l'agenda degli appuntamenti? Chi teneva il conto delle parcelle dovute? Chi assillava la signorina Aron, la segretaria, per sollecitare i pagamenti in ritardo? Sembravano così uniti, lei e il marito... Con ogni probabilità suo padre, forte di quell'amore, era riuscito a farle accettare anche gli aspetti più oscuri e illeciti della sua vita.
Qualche volta Daniel aveva avuto il sospetto - e lo aveva ancora - che Clara fosse a conoscenza persino delle relazioni clandestine del marito. Non solo ne era a conoscenza, ma le assecondava anche. Una volta il figlio l'aveva sorpresa al telefono mentre ordinava a nome del marito un mazzo di fiori per una donna che, a detta di tutti, era l'amante di Dario.
«Però non è possibile che sappia la verità riguardo a Wardes. Significherebbe che lei è... che loro sono complici...» pensò Daniel.
«Ma è la mamma! È la mamma!» mormorò, come se dovesse difenderla da una calunnia che qualcuno si divertiva a sussurrargli all'orecchio. «Lei sa tutto. E accetta tutto perché lo ama, perché non è una donna come Sylvie, con una sua legge interiore, un Dio... Mamma ha una sola legge, un solo Dio, lui...».
D'altra parte, la stessa Sylvie... Ange non aveva forse insinuato, sostenuto che era stata l'amante di suo padre? Si nascose il viso tra le mani. Forse Clara sapeva anche questo... Non le faceva piacere sentirlo parlare di Sylvie. Ah, doveva confidarsi con lei! Solo sua madre, fra tutti, poteva aiutarlo. Voleva sapere la verità dalla sua bocca. Magari era solo un'invenzione di Martinelli, una menzogna, un delirio da ubriaco. Clara l'avrebbe stretto fra le braccia, l'avrebbe baciato, gli avrebbe accarezzato la fronte, e accanto a lei il mondo gli sarebbe parso di nuovo buono. La madre gli avrebbe spiegato che si sbagliava.
Gli avrebbe fornito le prove della pazzia di Wardes, dell'innocenza di Sylvie. Gli sembrava di sentire le sue parole: «Ma tu vaneggi, piccolo mio, vaneggi...», come nelle notti in cui si svegliava da un incubo e si ritrovava nel suo letto, con la testa contro il petto di lei. La madre si chinava su di lui, nella sua lunga camicia da notte bianca, con i capelli grigi che le ricadevano sulle guance, fidata, affettuosa, sorridente, rassicurante.
«E' solo un brutto sogno, mio piccolo Daniel, bambino mio» diceva.
Si sedette sul letto, con le gambe tremanti. Come avrebbe trovato il coraggio di parlarle? Lui le voleva bene, la rispettava. Ma, proprio per amor suo, doveva metterla in guardia. Pensò di nuovo: «Non servirebbe a nulla parlare con mio padre! Ai suoi occhi sono solo un bambino. Minaccerà Ange, lo costringerà a tacere, si sbarazzerà di lui con una somma di denaro e non lascerà andare Wardes! Sa bene che non andrò a denunciarlo! Mia madre però potrebbe trovare le parole giuste e mettergli paura, prospettargli il rischio di uno scandalo, di un processo, della prigione, che ne so! Oppure potrebbe chiedergli di farlo per lei. Perché lui la ama».
Ma Daniel non si muoveva. Restava là, combattuto fra il timore e il desiderio di andare dalla madre, quando a un tratto udì dietro la porta il suo passo lieve, un po' esitante. Clara bussò. «Ti sentivo camminare nella stanza... Non dormi, piccolo mio?».
«No, mamma, entra».
Clara gli si avvicinò, strizzando gli occhi miopi.
«Ma non ti sei neanche spogliato... Perché non ti metti a letto, Daniel? Stai male? Sei così pallido... Appena sei arrivato l'ho visto subito che eri strano... Che cosa c'è, figliolo? Hai qualche problema? Sei quasi un uomo ormai» disse guardandolo con preoccupazione e tenerezza, mentre pensava: «Non somiglia affatto a suo padre, ma quando è infelice, quando ha freddo, quando trema come adesso, mi sembra proprio di vedere Dario...».
Si sedette accanto a lui e gli circondò le spalle con un braccio.
«Che cosa c'è, Daniel?».
«Niente, mamma».
«Non dirmi bugie. Stai male?».
Gli toccò la fronte, lo attirò a sé e gli sfiorò la guancia con le labbra. Faceva sempre così per misurargli la febbre. Daniel era scosso dai brividi, batteva i denti, aveva le mani gelate, ma la madre capì che non era malato. Sospirò. In fondo solo questo contava, la salute, la vita! Il resto...
«Tesoro,» gli sussurrò all'orecchio «dimmi che cosa ti turba. Io posso ascoltare tutto e comprendere tutto».
Sì, era la verità! Ascoltare tutto, accettare tutto, senza una parola di biasimo. Daniel immaginava la scena: Dario andava dalla moglie e si confidava con lei, e lei, magari dopo un debole sussulto della sua coscienza, lo perdonava. Clara lo aiutava sempre quando ne aveva bisogno. Clara chiudeva gli occhi. «Oh, mamma, mamma!» mormorò Daniel.
Lei lo guardò allarmata.
«Ma che cosa c'è? Che cosa ti è successo? Hai perso dei soldi? C'è di mezzo una donna?».
«Non si tratta di me, mamma».
Non si trattava di lui! Grazie al cielo... Sì, Daniel aveva diciassette anni, l'età in cui si prendono a cuore i debiti altrui, i dispiaceri altrui... E suo figlio era un ragazzo così retto, così generoso! Fin da piccolo non aveva mai tollerato di veder punire un compagno, maltrattare un animale, picchiare un bambino...
«Se non ha mai avuto pietà di se stesso,» pensò «è perché la riserva tutta agli altri... Ah, il mio caro piccino, così fortunato, ben nutrito, soddisfatto...».
«Si tratta di mio padre, mamma...».
Clara impallidì e si ritrasse un po'. Ci fu un lungo silenzio.
«Di tuo padre? Non capisco».
«Mamma, tu sai della pazzia di Wardes? Lo sai che è stato internato?».
«Ahimè, sì! Pover'uomo...».
«Mamma... non hai mai pensato che... questa crisi di pazzia, in seguito alla quale hanno dovuto rinchiuderlo, sia stata provvidenziale per Elinor Wardes?».
«Che cosa vuoi dire?».
Clara esitava a parlare. Pronunciava ogni parola con precauzione, con ripugnanza, tremando.
«Insomma, mamma, Wardes era un tipo stravagante. Non era più in grado di gestire la sua azienda. Eppure nessuno fino allora aveva mai detto che era pazzo...».
«Ma, tesoro mio, tuo padre conosce Wardes da anni, lo cura da... Non mi ricordo neanche più da quanto tempo... Tu eri ancora molto piccolo quando è venuto per la prima volta a casa nostra. Lo sai che tuo padre si occupa di malattie nervose. Dunque Wardes non poteva essere del tutto sano di mente».
«Era irritabile, violento... E' chiaro che non è una questione di salute. Aveva delle fobie, probabilmente, delle crisi di ansia, ma io non so quante volte ho sentito mio padre ripetere: "Non è pazzo. Non lo diventerà mai"».
«Chi ti ha parlato di Wardes?».
«Non posso dirtelo, mamma».
«Perché?».
«Perché no... L'ho giurato».
«Daniel, Daniel, ti immischi in cose che non ti riguardano!».
«Ah, sì? E quando questa storia verrà a galla, quando si saprà che Wardes non era pazzo, che mio padre l'ha internato su richiesta della moglie, quando verrà fuori la cifra che ha intascato per questa bella impresa, allora dirai ancora, alla polizia, ai giornalisti, e a me, che ci immischiamo in cose che non ci riguardano? Quando viene commesso un crimine, la faccenda riguarda innanzitutto quelli che lo scoprono! Ed è loro dovere avvertire la polizia».
«Ma, Daniel, non penserai di denunciare tuo padre?».
«Allora è vero, mamma?».
«Ma no! Certo che no!».
Clara lo prese per le spalle e lo scosse.
«Non capisco dove sei andato a pescare una simile idea! Chi te l'ha messa in testa? Ti giuro che ti sbagli, che vaneggi, Daniel!».
«Mio padre è un...».
«Sta' zitto!».
Clara si raddrizzò di colpo e, lei che non aveva mai osato picchiare Daniel da bambino, lo schiaffeggiò con tutta la sua forza - ma di forza ne aveva poca. Fu lei a barcollare, prima di abbattersi sul letto di Daniel. Un istante dopo il ragazzo si chinò, prese la mano che lo aveva appena colpito e la baciò con affetto. La madre gli gettò le braccia al collo e lo strinse a sé.
«Perdonami, mamma! Perdonami!».
Sentiva il cuore battergli all'impazzata. Non riusciva a dire nient'altro.
Clara mormorò: «Non pensare a queste cose. Dimentica. Sono certa che non ha fatto niente di male, niente di riprovevole! Ma anche se avesse ucciso o rubato, anche se il mondo intero lo abbandonasse, noi avremmo il dovere di proteggerlo, di volergli bene e di aiutarlo...».
«Ma io non posso, mamma, neanche per amor tuo! Non posso mettere a tacere la mia coscienza. 
Parlerò io stesso con mio padre».
Lei cedette per stanchezza.
«Fa' come vuoi».
«Credi che sarà talmente furbo, talmente abile da ingannarmi? Mi rivolgerò ad altri, allora...».
«Ma perché te la prendi tanto per Wardes? Che cosa gli devi? Non lo conosci. Tuo padre ti ha voluto bene, si è sacrificato per te...».
«Non mi interessa Wardes! Non mi interessa la persona in sé, mamma, ma il crimine, perché è un crimine, tu lo sai che è un crimine!».
«Senti, Daniel, ti do la mia parola d'onore che Wardes uscirà da lì».
«E come farai, povera mamma?».
«Ti ho dato la mia parola».
«Parlerai con mio padre... Ma poi proverai una tale compassione per lui...».
Clara lo respinse con garbo e si alzò.
«Quel che proverò non ti riguarda. Ho giurato. Adesso va' a dormire, piccolo mio».
CAPITOLO 27
Dario rincasò soltanto al mattino. Clara non era a letto. Lo aspettava in camera sua. Sulle prime Dario pensò che avesse avuto una crisi cardiaca, come a volte le accadeva a tarda notte. La strinse fra le braccia con ansia premurosa.
«Tesoro, che cos'hai? Ti senti male?».
Clara respirava a fatica. Il marito la costrinse con dolcezza a sedersi accanto a lui.
«Non tremare così. Non è niente. Ti guariremo».
«Non mi sento male, Dario! Ascoltami, ti scongiuro di dirmi la verità: mi hanno detto che Wardes era del tutto sano di mente, che tu e sua moglie l'avete fatto internare perché Elinor voleva avere le mani libere...».
Dario rimase in silenzio, poi si alzò e si allontanò da lei.
«Guardami, Dario! Non è possibile, non l'hai fatto, vero? Rispondimi! Tu non mi hai mai mentito! Se sapessi chi me l'ha detto, Dario! È stato...».
Non riuscì a pronunciare il nome del figlio. Gli indicò con la mano la camera di Daniel. «Il ragazzo?» mormorò lui.
«E' andata così, Dario?».
Clara si passò il fazzoletto sulle labbra con un'espressione triste e smarrita.
«E' meglio se mi dici la verità, Dario... Come sempre, come un tempo... Lo sai che non puoi nascondermi niente. Siamo troppo legati l'uno all'altro...».
Gli prese la mano e lo attirò a sé con lo stesso gesto affettuoso con cui aveva circondato le spalle di Daniel qualche ora prima.
«Hai voluto fare un favore a Elinor? Dovevi saldare un debito? Rispondimi. Abbi pietà di me. Quel poveraccio non è pazzo, vero?».
«Libero, creperebbe come un cane, per eccesso di alcol o di droghe, oppure si suiciderebbe dopo una notte passata a giocare. Internato, mi ha fruttato un milione».
«E' un crimine, Dario».
«No. Non ai miei occhi».
«Puoi guadagnare la stessa somma in due anni, e in modo onesto!».
«Clara, tesoro, è da dieci anni che non guadagno un soldo in modo onesto. Ma la cosa peggiore è che neanche così riesco a far quadrare i conti. Quel milione mi è servito per pagare altri debiti. E sono di nuovo a secco. Di nuovo con le spalle al muro».
«Ma vendi tutto! Vendi tutto ciò che possiedi!».
«E che cosa farò dopo? Ce lo vedi, tu, il dottor Asfar in un modesto appartamento di Batignolles, con una domestica tuttofare, senza automobile? Chi si rivolgerebbe più a me? Chi si fiderebbe più di me? E' la mia maledizione. Vivo della follia e dell'avidità degli altri, e se smetto di incoraggiare i loro vizi mi volteranno le spalle mandandomi in rovina. Ho bisogno di soldi. Per difendermi. Per vivere. Per far vivere te».
Clara gli prese la mano con dolcezza.
«Per me? Io non avrò bisogno di soldi là dove andrò. Perché tu lo sai che non ho più speranze».
«Tu mi parli della tua morte, Clara» disse Dario dopo un momento di silenzio. «E io mi sento così stanco, così vecchio che la mia paura più grande è quella di morire prima di essere riuscito ad assicurare l'avvenire di Daniel. Ma se pure sapessi che mi restano solo sei mesi di vita, durante quei sei mesi vorrei almeno disporre di soldi, anche a costo di commettere un crimine. Perdonami, Clara. Te lo dico come davanti a Dio. Temo la povertà sopra ogni cosa. E non è solo perché la conosco, ma perché, prima di me, l'hanno conosciuta generazioni e generazioni di disgraziati. Appartengo a una stirpe di affamati, che non sono ancora sazi, e che non lo saranno neanche tra mille anni! Non mi sentirò mai abbastanza al caldo! Non mi sentirò mai abbastanza al sicuro, abbastanza rispettato, abbastanza amato, Clara! Niente è più terribile della mancanza di denaro! Niente è più ripugnante, più vergognoso, più irreparabile della povertà! Ti darei la mia vita, se fosse necessario, te lo giuro, Clara, ma neanche per te rinuncerò a Wardes. Non lo lascerò mai libero, mai!».
«Non capisco, Dario. I soldi di cui avevi bisogno li hai già avuti, quindi quel povero sventurato non ti serve più a niente. Liberalo, Dario... Con un pretesto qualunque! Di' che ti sei sbagliato! Dichiara che è guarito! Ma sgravati la coscienza dal peso di un crimine che... che ci porterà sfortuna!». «Ma, mia cara, Wardes mi serve ancora...».
«Perché?».
«Sua moglie mi paga per tenerlo internato. È di questo che viviamo».
«Ma i tuoi pazienti? Le tue visite?».
«Va ogni anno peggio. Il fisco e i debiti si mangiano tutto prima che arrivi nelle mie tasche».
«Ma un giorno Wardes, spinto dalla disperazione, potrebbe arrivare a uccidersi!» esclamò Clara stringendogli le mani.
Dario scrollò le spalle.
«E' ben sorvegliato».
«Sì,» disse Clara «ma se capita una disgrazia... Verresti ben ricompensato anche in quel caso, vero?». «Naturalmente» rispose Dario con dolcezza.
«Mi fai orrore».
Lui scrollò di nuovo le spalle con aria stanca e commiserevole.
«Povera Clara, stai recitando una lezione. Non sono parole tue, queste, ma di nostro figlio. A lui sì che faccio orrore, immagino, se sa, se ha intuito la verità. Non potrebbe essere altrimenti. Ricordati come vivevo io quando avevo la sua età. Lui... Senti, ti dico solo una cosa, sono certo che capirai: lui ha sempre avuto da mangiare a sufficienza. E' per questo che non ci intenderemo mai».
Dario andava su e giù per la stanza, in preda all'agitazione.
«E' viziato, viziato... Lo sai che cosa diceva mio nonno? "Appena un bambino dorme sul materasso, invece che per terra, è già viziato, debole, incapace di battersi come si deve"».
«Ma perché battersi, Dario?».
«Perché? E me lo chiedi, Clara? Che cosa sarei diventato se non avessi saputo difendermi? Te lo ricordi che eravamo poveri, affamati, due miserabili immigrati, e che ora siamo ricchi, rispettati e potenti?» disse con orgoglio, facendo scorrere lo sguardo sui bei mobili, sul soffitto alto e sulle tappezzerie pregiate, come se cercasse una rassicurazione nei segni tangibili del suo successo. «Che cosa sarebbe diventato Daniel se mi fossi lasciato frenare dagli scrupoli o dalla compassione?».
«Taci, Dario! Parli contro il tuo cuore, contro la tua vera natura! Non eri così, un tempo! Che cosa è successo?».
«Ho vissuto» sospirò lui.
«Dario,» disse Clara in russo, mentre lui la guardava sorpreso perché era da anni che si parlavano solo in francese «tu mi hai dato il pane quotidiano, poi la fortuna, un figlio che è riuscito a sopravvivere, e la felicità... Sì, la felicità, perché tu, a modo tuo, mi hai amato. Ora che sto per morire puoi darmi solo la pace. Ho paura, Dario».
«Dello scandalo? Sta' tranquilla, Clara, non ci sarà nessuno scandalo. Elinor è ricca e potente. Sa elargire denaro dove e quanto occorre. Si può stare tranquilli con lei. E poi, a suo tempo, è stata presa ogni possibile precauzione».
«Daniel potrebbe denunciarti» mormorò Clara.
«Non lo farà, lo sai! Non lo farà perché ci sei tu».
«Ma non proverai vergogna davanti a lui?».
«Bah, lascialo parlare! Un giorno, alla mia morte, se erediterà un buon patrimonio, mi perdonerà di essere stato una canaglia. Il migliore dei padri, se lascia ai figli soltanto il ricordo delle sue virtù, credimi, viene ben presto biasimato: "Era una persona onesta, d'accordo! Nessuno ha mai avuto niente da ridire sul suo conto. Ma... a me non ci ha pensato? Non poteva darsi da fare? Era un pusillanime... Era troppo onesto...". I figli sono così, Clara. No, mia cara, mia vecchia e fedele amica, non lascerò andare Wardes, né per te, né per Daniel...».
CAPITOLO 28
«Quanto le devo, dottore?» mormorò la paziente.
«Cinquecento franchi» rispose Dario Asfar.
L'anziana donna aprì la borsa e gli diede i soldi stringendo le labbra con un'espressione stizzita ed esasperata, come se pensasse: «Ciarlatano, la vendi cara la speranza!».
Ma nel profondo del cuore credeva in lui. Gli occhi, la voce, il sorriso di Dario ispiravano fiducia. E lei aveva tanto sentito parlare delle sue guarigioni miracolose! Il dottor Asfar si occupava esclusivamente di quelle strane malattie del sistema nervoso che danno luogo a mille interpretazioni, a mille terapie. E se la malattia, dopo un apparente miglioramento, si ripresentava sotto altre forme, se sopraggiungeva una nuova nevrosi, i pazienti non biasimavano il medico: gli erano grati di aver venduto loro qualche mese, qualche anno di tregua.
Dario accartocciò le banconote nel pugno, sollevò la cortina che celava la porta dello studio e lasciò uscire la paziente dal colorito giallastro, gli occhi infossati, l'andatura incerta. La donna si allontanò. La sala d'attesa era poco affollata. Un'altra donna, vestita di nero, aspettava accanto alla porta. Dario le fece segno di entrare.
Quando gli passò davanti, con il viso in penombra, non la riconobbe, eppure trasalì. Una sola persona al mondo aveva quell'incedere calmo, quel collo lungo e sottile che Dario intravedeva sotto il cappello nero.
«Signora Wardes!».
Era Sylvie. Non si vedevano da quindici anni. Lei era sulla cinquantina ormai. Era quasi una donna anziana.
Sylvie si sedette, e lui accese la lampada sulla scrivania per osservarla meglio. Era una giornata di primavera tetra e piovigginosa.
Dario contemplò quel viso senza traccia di cipria e di belletti - il viso di una donna che non si cura più di piacere -, quei lineamenti nobili e delicati, appena sciupati dall'età, quei grandi occhi dall'espressione così serena e così saggia.
Dario era pallido, teso, sulla difensiva. Ma, a poco a poco, abbassò le palpebre frementi.
«Lei, Sylvie! Dio mio, quanto tempo...».
«Davvero molto» disse la signora Wardes.
Era un po' impallidita. Incrociò lentamente le mani sulle ginocchia.
Dario pensò a un tratto che gli sarebbe piaciuto toglierle i guanti neri che le celavano le dita. Com'erano belle le sue mani... Chissà se portava ancora quel diamante che un tempo lo affascinava tanto...
«Lei sa che conosco Daniel, vero? Viene spesso a casa mia. Siamo buoni amici. Non gliel'ha detto?».
Dario scosse la testa.
«Me l'ha accennato una volta, più di un anno fa. Poi non mi ha più riparlato di lei. Daniel non è... molto aperto... con me».
«Eppure vengo da parte sua».
«In che senso?».
«Mi guardi» disse Sylvie.
Dario sollevò su di lei i begli occhi dalle lunghe ciglia femminili, così singolari in quel viso affilato e sornione da vecchio orientale.
«Vengo da parte di Daniel e a nome di mio marito. Suo figlio mi ha chiesto di verificare se certe voci che aveva sentito in merito all'internamento arbitrario di Philippe fossero vere. Ho parlato con Ange Martinelli. Mi ha consegnato una sua testimonianza scritta. Dario, se non vuole incorrere in uno scandalo, in un processo, lasci libero Philippe. Lo convincerò a passare la cosa sotto silenzio».
Con un certo sforzo, come stentando ad articolare le parole, Dario disse: «Lasci stare Wardes dov'è. La sola arma che ha lei, Sylvie, sono le farneticazioni di un vecchio ubriacone. Non temo affatto un processo».
«Avrà contro i medici francesi, i quali, come ben sa, la accusano di essere un ciarlatano. Avrà contro gli psichiatri della scuola di Vienna, che le rimproverano di essersi appropriato delle loro teorie, screditandole. Avrà contro i suoi debiti e la vita che conduce».
«Capisco. Ma dalla mia ho i soldi di Elinor, la corruzione del mondo, il mio ascendente e le relazioni sociali. Tutto questo, cara Sylvie, è meglio, conta di più».
«Sarebbe la sua rovina, Dario».
«Pazienza, avrò giocato e perduto».
«Se non mi dà la sua parola,» disse lei «andrò a denunciarla appena uscita da qui».
«E' come se minacciasse col fuoco qualcuno che sta annegando. Nell'istante stesso in cui Wardes sarà libero, correrà lui a denunciarmi».
«No, non lo farà. Ne rispondo io. Conosco Philippe. Il processo, le perizie, i mesi di attesa, gli articoli perfidi o canzonatori dei giornali gli fanno più paura che a lei. Una volta libero, rientrato in possesso del suo patrimonio, lascerà la Francia e passerà il resto della sua vita all'estero, ne sono certa. Non sentirà più parlare di lui».
«Ma che cosa gliene importa di Wardes? L'ha tradita, abbandonata. È debole, corrotto, malvagio. Se pure non è pazzo, la sua ragione vacilla da vent'anni. Che bene può fare? A che cosa può servire? Pensi a quella notte alla Caravelle, a quando la piccola Claude era ammalata, a come l'ha lasciata sola... Perché, in nome di che cosa, di quale amore, dovrebbe perdonarlo? La obbligava a condividere le sue nefandezze» disse a voce più bassa. «A volte ho pensato che la trattasse con la stessa brutalità con cui trattava quelle disgraziate raccolte dal marciapiede. Non l'ha mai picchiata?».
Sylvie lo interruppe.
«Sì, più di una volta...» disse con voce calma, ma il suo viso divenne ancora più pallido e come smagrito, invecchiato di colpo.
«E' malato! E' pazzo!».
«No, invece. Forse la differenza fra questi due termini è solo una sfumatura, ma questa sfumatura è la verità. Bisogna curarlo, ma non così. Non lo si può esiliare dal mondo solo perché dà fastidio alla donna che gli vive accanto, e anche a lei, Dario. Sarebbe troppo facile!».
«Ah, la ammiro davvero!» disse Dario in tono ironico. «Lei ha dentro di sé una legge non scritta, infallibile. Io non sono così. Io guardo la realtà. Un uomo che le ha fatto tutto il male possibile e che, lasciato libero, sarebbe pericoloso come una belva. Il nome di sua figlia macchiato dallo scandalo di un processo, da una valanga di fango, di vergogna, poiché verrebbe alla luce tutta la vita privata di Wardes. Io, che le sono sempre stato amico fedele e devoto, e che sarei rovinato dalle sue rivelazioni. Mio figlio, infine, che non ha nessuna colpa di tutto questo e che merita compassione. Come le invidio questa sua capacità di sapere sempre così bene che cosa è giusto!».
«Mi guida una luce che non inganna» rispose Sylvie in tono pacato.
«Parla di Dio? Sì, so che lei è credente. Ah, siete figli della luce, voi! Avete soltanto passioni nobili, siete infinitamente belli... Ma io, io vengo dalle tenebre, dal fango della terra. Non mi importa del cielo.
Mi servono i beni terreni, non chiedo altro».
«Lasci libero Philippe,» disse lei «la prego. Non si tenga questo peso sulla coscienza. Provi ad alleviarlo, nei limiti del possibile. Per amore di Daniel!».
«Daniel...» disse Dario scuotendo la testa. «Povero ragazzo innocente... Vorrei vederlo fra cinque o dieci anni, quando sarò morto lasciandogli soltanto debiti, e quando penserà al patrimonio che avrebbe potuto ereditare se non le avessi dato ascolto!».
«Mio povero Dario,» disse Sylvie sorridendo «deve prendere una decisione. Daniel non ha a cuore solo i beni terreni...».
«Se avessi avuto la vita facile come lui, forse gli somiglierei...» disse Dario con amarezza. «In nome dell'amore che ha provato per me, la supplico...».
Dario rimase a lungo in silenzio.
«E' la prima volta che usa un'arma femminile... Il mio amore per lei... Non sembrava essersene mai accorta. Perché parlarne dopo tanto tempo?».
«Perché adesso» sussurrò lei «non c'è più pericolo».
«Capisce fino a che punto l'ho amata, Sylvie? Non avevo mai incontrato una creatura come lei. E' questa la mia disgrazia. E viene da lontano, dalla mia infanzia. Avere l'intima certezza che la vita sia popolata di mostri. Ma che altra certezza puoi avere, quando hai visto soltanto miseria, violenza, ruberie e crudeltà? In seguito la vita non riuscirà a farti ricredere, anche se a volte ci proverà. Ti colmerà di doni terreni: ricchezza, onori e persino veri affetti. Ma tu continuerai a vederla, fino all'ultimo giorno, con gli occhi di quando eri bambino: come un'orribile mischia. Solo lei, Sylvie, avrebbe potuto cambiare il mio cuore».
Parlava con voce sorda e roca, senza guardarla.
«No» disse Sylvie con dolcezza. «Il suo è un cuore affamato, che non sarà mai sazio».
«Mi ascolti bene, Sylvie. In ricordo del mio amore per lei, rinuncerò a quanto mi ero proposto. Farò in modo di liberare Wardes, il corpo di Wardes, ma lui tornerà da me. E' stato mio schiavo per troppo tempo... Non mi guardi così. Non sono un demonio, ma da questa schiavitù non potrò liberarlo. E' un uomo debole, logorato, un infelice che da anni ha solo un simulacro di anima: i suoi impulsi, le sue azioni, i suoi desideri, i suoi stessi sogni sono io a suggerirglieli. Ho la sua parola, Sylvie. So che lei vigilerà affinché Wardes non faccia nulla contro di me. Ma lui tornerà a mettersi nelle mie mani, e allora...».
«Non tornerà».
CAPITOLO 29
Due anni dopo Wardes tornò. Non era giorno di visite. Il dottore non era in casa, gli dissero, ma sarebbe rientrato verso le sette. Poteva aspettarlo.
Il domestico lo condusse nella grande sala d'attesa buia e deserta, e fece per accendere i lampadari, ma Wardes lo fermò - il sole non era ancora tramontato del tutto, si era già in marzo. Ormai Wardes rifuggiva la luce intensa. Mosse qualche passo e si sedette accanto al camino spento. Rimase lì, senza muoversi, accasciato sulla poltrona, fino alle sette.
Alle sette Dario rincasò per cambiarsi d'abito. Quando gli dissero che Wardes lo stava aspettando, pensò: «A rigor di logica, il suo primo impulso dovrebbe essere quello di ammazzarmi come un cane».
Un brivido di paura gli corse suo malgrado lungo la schiena, ma a volte erano proprio le emozioni violente a procurargli il più vivo e ardente piacere. Prima di ricevere Wardes, andò a cambiarsi, per prolungare quel momento di incertezza, tanto caro ai giocatori, in cui l'ansia e la speranza, giunte entrambe all'acme, si fondono l'ima nell'altra.
Fece entrare Wardes nel suo studio. Si guardarono a lungo, senza parlare. Poi Wardes disse con voce cupa: «Lei si è comportato con me in modo efferato, ignobile. Nessun tribunale al mondo mi avrebbe dato torto, se l'avessi denunciata».
«E perché non mi ha denunciato?».
«Lo sa benissimo perché: dopo essere stato nelle sue mani, nessuno può più affermare di essere padrone della propria anima. Lei mi ha tolto la forza, la volontà, l'istinto di autodifesa. E lo sapeva. Era su questo che contava, quando mi ha lasciato andare».
«Che cosa è venuto a fare qui? Aspetti. Non menta. Adesso mi dirà che voleva insultarmi, uccidermi, ma la verità è che lei ha bisogno di me».
«No!» esclamò Wardes.
«No?».
Dario gli si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla con dolcezza.
«Poco fa lei ha detto una frase significativa, ovvero che non è più padrone della sua anima. Ma sta proprio in questo la sua salvezza e forse la sua guarigione, se lo desidera. Un tempo lei è venuto a consegnarmi un'anima afflitta, come si affida al chirurgo un corpo malato, supplicandomi: "Mi guarisca, cacci via i demoni". Finché era nelle mie mani, come dice lei, stava bene».
«No, nient'affatto!».
«Allora perché è tornato?».
Wardes non rispose.
«Ha ripreso la sua vita normale, adesso?».
«Sì».
«Che cosa posso fare per lei?».
«Senta,» disse Wardes «in questi ultimi due anni tutte le cure, tutte le terapie a cui mi sono sottoposto hanno fallito laddove la sua aveva avuto un qualche risultato. Il fatto che oggi sia venuto qui le fa capire quanto sia disperato. Non ho paura di lei».
Si corresse: «Non ho più paura di lei. Il tiro che mi ha giocato non può andare a segno due volte, ne sono certo. Del resto, ho riposto in mani sicure una mia dichiarazione scritta, e partirà subito una denuncia, se mai...».
Il sangue gli montò alla testa.
«Si calmi,» disse Dario in tono pacato e fermo «non aggiunga altro. Queste parole, questi pensieri di odio la intossicano moralmente».
«E' stata Elinor a combinare tutto, vero?» chiese Wardes a voce più bassa. «D'altra parte, non posso lamentarmi di lei: in mia assenza, l'azienda è stata gestita in modo encomiabile, magistrale. In ogni caso, voi due siete dei...».
Dario lo interruppe: «Lei viene a insultarmi e a implorarmi a un tempo. So come si sente, mi creda. E sapevo che sarebbe tornato. Solo io posso darle la pace».
«Sì, sono convinto, fin nel profondo del cuore, che lei sia un uomo abietto, capace di tramare un crimine e di eseguirlo con freddezza. Quello che ha commesso contro di me è un vero e proprio crimine. Ma solo lei può salvarmi, come un narcotico, come l'alcol, o non so quale altra maledetta droga!».
«La sua accusa» replicò Dario senza scomporsi «è un'infame calunnia... O il delirio di un malato».
«No. Sono un suo paziente, ma sono anche... sono stato... Philippe Wardes. So che cosa possono fare i soldi. Lei mi ha venduto, mi ha consegnato, mani e piedi legati, a mia moglie in cambio di un milione di franchi. Di questa somma, Elinor ha pagato soltanto un terzo, il resto suppongo sia stato versato dal mio consiglio di amministrazione, che voleva sbarazzarsi di me e dei miei metodi troppo audaci in tempi di crisi. Ecco la verità».
«Ho assolto con rammarico, ma con fermezza, il mio dovere di medico. L'isolamento, anche forzato, le era necessario. L'ha ammesso lei stesso che le sue condizioni sono peggiorate da quando non la seguo più».
Wardes scosse la testa indignato.
«Mi prende per un ingenuo? L'alimentazione sana, l'aria pura, l'astinenza dall'alcol mi hanno giovato, ma sa bene che cosa vogliamo da lei io e gli altri: il segreto per continuare a vivere come ci pare, senza patirne le conseguenze».
«La botte piena e la moglie ubriaca» mormorò Dario.
Socchiuse gli occhi.
«Veniamo al sodo... E' tardi. Devo andare a un ricevimento all'ambasciata inglese. Non ho tempo da perdere. Vuole che riprendiamo la terapia o no?».
«Voglio tentare tutto. Voglio guarire! Ma le ripeto che ho depositato presso il mio notaio una denuncia al procuratore della Repubblica. Al primo sospetto, alla prima mossa ostile nei miei riguardi, scoppierà lo scandalo. Sono tranquillo: i suoi colleghi saranno ben lieti di farle scontare tutto il successo e tutte le onorificenze che ha collezionato» disse guardando con ironia le decorazioni di Dario. «Questa volta pagherebbe cara, molto cara, qualsiasi iniziativa contro di me. Ma so che lei non farà niente, si figuri! Sono manovre che riescono una volta sola».
«Le ripeto» disse Dario in tono glaciale «che tutta questa oscura macchinazione è esistita solo nella sua mente distorta. Lei sta male. Lei viene da me. Io posso darle sollievo. Già da stanotte dormirà senza paura, senza un brivido di angoscia. Che tipo di vita conduce adesso?».
«Una vita normalissima, in apparenza; ma le crisi notturne sono tornate, più violente e più tormentose che mai».
«Più frequenti anche? Due, tre volte al mese? Di più?».
«Ogni notte, in questo periodo» disse Wardes.
Era mortalmente pallido. Le labbra gli tremavano.
«Adesso l'angoscia si manifesta come la forma esasperata di un timore che credo sia comune a tutti gli uomini: ho paura della morte». Si sforzò di ridere. «Se l'immagina, dottore? Alla mia età, questa fobia da adolescente... Eppure ho fatto la guerra. Sono stato coraggioso, addirittura temerario, sa? Ho paura della morte! Paura è dire poco! Mi metto a letto e non posso rimanere disteso: penso alla forma della bara. Non posso stare con la luce spenta: penso alle tenebre, alla sepoltura. Non posso chiudere gli occhi: temo di non riaprirli mai più. Se il lenzuolo mi copre la bocca, io... Ho paura di salire in macchina, di prendere un treno, un aereo. E poi faccio sempre lo stesso sogno».
Si passò lentamente la mano sulla fronte.
«Sogno di trovarmi in una città devastata dalle bombe, con le case in fiamme, e io cammino lungo una strada distrutta, squarciata dalle esplosioni, fra edifici sventrati da cui escono lingue di fuoco... Basta, le risparmio la descrizione, avrà capito... Non è questa la cosa peggiore. Sento le grida delle donne, dei feriti... Un grido in particolare, lanciato da una orribile prostituta truccata, un grido...».
Rabbrividì.
«...Un grido che mi risuona ancora nelle orecchie... Poi vedo una donna che si sporge da una finestra e mi fa un segno... I lineamenti di questa donna si trasformano... A volte mi sembrano quelli di Sylvie da giovane. Salgo da lei, le dico che sono inseguito, le chiedo di nascondermi... Poi l'incubo diventa confuso e terrorizzante, popolato di mostri... Non so perché, accuso quella donna di avermi tradito. Sento risvegliarsi in me la collera, sa cosa intendo: quella rabbia, quella frenesia di distruzione che s'impadronisce del cuore. Spingo la donna verso la finestra aperta, ma ogni volta, prima di scaraventarla giù e di vederla cadere nel vuoto, mi sveglio. E tutto questo non è niente... Ho altre allucinazioni, ancora più terribili. Io...».
Dario si alzò e gli toccò la spalla con dolcezza.
«Si distenda qui, su questo divano. Non dica più nulla. Neanche una parola. Vede, le metto la mano sulla fronte. La calmo io. Ascolti la mia voce. Non si disperi. Si rallegri, anzi. Presto sarà guarito. Presto sarà salvo».
Dario indugiò qualche istante nell'atrio del locale notturno.
Chiuse gli occhi e annusò l'odore tiepido delle pellicce, impregnate di profumi femminili. Aveva un appuntamento con Nadine Souklotine. Lei lo tradiva. L'aveva sempre tradito, e Dario lo sapeva, ma sino a poco tempo prima l'aveva fatto con un certo riserbo, una certa discrezione. Finché una donna tiene a un uomo, lo tradisce in modo diverso da come lo tradirà quando l'idea di essere lasciata le sarà divenuta del tutto indifferente. E ora Dario, con la sua esperienza in campo femminile, coglieva il cambiamento sopraggiunto nella loro relazione come un appassionato di musica riconosce fin dalle prime note un'aria ascoltata più volte.
Entrò nella sala stretta e lunga, con le pareti grigie e i divani viola. I tavoli erano affiancati l'uno all'altro. Nadine non era ancora arrivata. Chissà se sarebbe venuta... Il tavolo accanto a quello di Dario era occupato da due coppie. Alti, massicci, con una sfilza di onorificenze, gli uomini erano immersi in una animata conversazione. Avevano accostato le loro sedie e parlavano sottovoce. Facevano grosse cifre, nomi prestigiosi, e, dopo averli pronunciati, tacevano un istante guardandosi con aria beata, come quando descriviamo un paesaggio o un quadro a un amante della natura o dell'arte, e basta mezza parola perché l'altro capisca, si ricordi e si commuova.
Le due signore erano evidentemente le mogli legittime; sembravano ricche, coperte di gioielli com'erano. Li sfoggiavano con la compiaciuta e tranquilla dignità delle donne oneste che si sono guadagnate senza sforzo il lusso in cui vivono, e lo considerano dovuto, alla stregua del loro conto in banca o di un'eredità, e che riescono a trasformare perle e diamanti in una materia scialba, solida, seria. Mentre per le amanti ogni gioiello rappresenta il ricordo di una battaglia e di una vittoria, ed è come una decorazione conquistata sul campo, quelle signore portavano i loro monili come la Legion d'onore, indice soltanto di buone relazioni e di procedure burocratiche, che ci si appunta sul petto senza alcuna emozione, per mero ossequio delle convenzioni sociali.
«Ben nutrite» pensò Dario.
Quando vedeva uno sconosciuto, lo classificava subito in una di queste due categorie: i sazi e gli affamati.
Le due donne conversavano anch'esse tra loro e, per riuscire a sentirsi nonostante il frastuono dell'orchestra, avevano alzato la voce fino ai toni più acuti. Sulle prime Dario le ascoltò con orecchio distratto, preoccupato soltanto del ritardo di Nadine. Ma a un tratto gli giunse il suo nome: «Dario Asfar... il dottor Asfar...». Una delle due disse anche: «Il professor Asfar...». Parlavano di lui.
«Non è più di moda» affermò l'altra con quel tono secco e senza appello che usano le donne di mondo, soprattutto quando parlano di cose che non capiscono, tutte contente di compensare così la loro ignoranza con l'insolenza.
Dario chinò lentamente il capo, rigirandosi fra le mani la coppa di champagne del quale aveva bevuto appena un sorso. Adesso le ascoltava con vivo interesse; quelle chiacchiere, colte in mezzo al brusio della folla, avevano un significato che andava ben al di là del vano cicaleccio di donnette incompetenti e stupide. Erano la risposta a una domanda che Dario si poneva da quasi quattro anni, la domanda più angosciosa per chiunque viva dei soldi altrui, - del capriccio, dell'infatuazione, della credulità altrui -, l'unica domanda importante per il ciarlatano che era diventato (Dario era abbastanza cinico da ammetterlo con se stesso senza vergogna).
«Dunque non sono più di moda...».
Non sottovalutava quell'avvertimento del destino. Guardò le sue vicine di tavolo. La luce violacea rischiarava i loro volti truccati. Una aveva la faccia larga, pesante, gonfia, con labbra sottili e crudeli, disegnate con un rossetto rosso scuro a forma di arco di Cupido, e guance rosee e grassocce. Era china in avanti, e dalla scollatura del vestito color oro si intravedeva la curva del seno incipriato. Aveva i capelli biondi, vezzosamente acconciati in ricciolini che le ricadevano sulle tempie. L'altra era alta, magra, nervosa, con un lungo collo cinto di perle. Parlavano sbirciando gli uomini che ballavano dinanzi a loro.
Avevano occhi duri, sprezzanti, ma famelici come può essere famelica una bocca, occhi che sanno quello che cercano e quello che vogliono, occhi che confrontano e che ricordano. Fra un ballo e l'altro un giovanotto si fermò un istante di fronte al loro tavolo, e le due donne lo osservarono con l'aria esperta, tranquilla e vogliosa insieme, del buongustaio di una certa età che contempla un piatto da cui ha già tratto piacere in passato e che riassapora nella memoria con una certa riconoscenza mista all'insolente certezza di poterlo riavere quando vuole.
Avevano smesso di parlare. Il giovanotto si allontanò, e loro ripresero la conversazione interrotta.
«E' stato in voga per un lungo periodo, è innegabile».
«Guardi quella donna in rosa! E' Lily. Santo cielo, com'è ingrassata, poveretta! Niente male quel giovane italiano che è con lei...».
«Non c'è dubbio che Dario Asfar sia un ciarlatano. Sul suo conto circolano storie che non possono essere inventate. Il figlio di una mia amica va a trovarlo, lui gli fa il prezzo, non mi ricordo la cifra esatta, credo intorno ai cinque o seimila franchi per un certo numero di sedute. Il ragazzo, che non ha molti mezzi, tenta di contrattare. Allora Asfar ha la faccia tosta di dirgli che la terapia, per essere efficace, richiede da parte del paziente la disponibilità a fare uno sforzo, un sacrificio doloroso, e che nel suo caso, poiché non ha soldi, il sacrificio più doloroso è quello di privarsi di una grossa somma di denaro!».
«Ma guardi che non c'è nulla di nuovo in questo. È un dogma della psicoanalisi».
«Sì, ma la psicoanalisi è una teoria seria, scientifica. Questo Asfar, questo "signore delle anime", non si sa neanche da dove venga».
In quel momento le voci vennero sovrastate dalla musica, tutt'a un tratto assordante, dell'orchestra. Dario chinò di più la testa, nascondendo il volto nell'ombra.
Udì ancora: «...Da sei mesi Henriette non sopportava più gli uomini. Me l'ha confidato lei. Non si lasciava avvicinare né dal marito né dall'amante. Per lei era una sofferenza terribile, lo capisce... Una donna ancora giovane, ma già nell'età in cui non ci si può permettere di lasciarsi sfuggire un solo istante di piacere».
«Povera donna...».
«Ma perché la compiange? E' poi una disgrazia così grave vivere senza passioni? Dapprima Henriette si era rivolta a un grande psicoanalista della scuola di Vienna...».
«Io non credo più nella psicoanalisi, è superata».
«Personalmente, non ho mai avuto a che fare con il dottor Asfar, grazie a Dio» disse la bionda seduta accanto a Dario, portando la mano candida e ornata di anelli al bel décolleté scoperto che si sollevava e abbassava senza fretta.
«Ma Henriette? È guarita, Henriette?» chiese con avida curiosità la bruna vestita di rosso, il cui viso, col caldo, stava perdendo la patina luminosa del belletto per assumere l'aspetto opaco, insoddisfatto e appassito che probabilmente aveva in altri momenti della giornata.
«Dev'essere ricchissimo, quel Dario Asfar» mormorò la bionda senza rispondere alla domanda dell'amica.
«Non creda alle apparenze, è pieno di debiti».
«La verità è che nessuno può più permettersi di spendere come un tempo. Io mi faccio curare, con sessanta franchi a visita, dal nostro medico di famiglia, il buon dottor Gingembre, che ha visto nascere mio marito, e sto benissimo».
«Sì, questi stranieri abusano della nostra credulità».
«Lo sa che c'è un nuovo medico, questo sì di valore, che cura le malattie con una forma di ipnosi all'avanguardia?».
«Ma che tipo di malattie?».
«Di qualunque tipo, credo».
«Chi gliene ha parlato?».
«Non me lo ricordo. Posso farmi dare il suo indirizzo, se le interessa. So soltanto che è giovane e affascinante. Insomma, è molto in voga».
Dario trasse un impercettibile sospiro e si versò dell'altro champagne che traboccò sulla tovaglia. La voga, la moda... Chiacchiere a vanvera... Pettegole sciocche e capricciose... Bastava che altre dieci donne sentissero quelle ciance e ripetessero a loro volta: «Ma Henriette Durand non va più da Dario Asfar. Nessuno va più da Dario Asfar», e lui si sarebbe ritrovato sul lastrico! Sì, come un guitto, come il gestore di un locale notturno, come una mantenuta...
Pensò: «La verità è che io non ho abusato intenzionalmente della loro credulità, spesso ho alleviato le loro pene, a volte le ho guarite, ma gliel'ho fatto pagare a caro prezzo, ed è questo che non mi perdonano. Eppure, se Dio mi concederà di vivere a sufficienza, torneranno a pagare, eccome!».
CAPITOLO 30
Erano le tre di notte. Elinor Wardes, con alcuni amici, una combriccola di americani ubriachi, entrò nel locale notturno. Scorse quasi subito Dario. Non lo vedeva dal giorno in cui le aveva detto che c'era il rischio di uno scandalo, che lui temeva di finire sotto processo e che bisognava liberare Wardes. Ora Wardes era di nuovo nelle mani di Dario, tra le sue grinfie.
«Bel colpo!» pensò Elinor.
Era piena di ammirazione. Un uomo che non si dava mai per vinto, che sapeva trarre vantaggio da tutto, anche dalla sconfitta, che si era arrampicato, con fatica, spezzandosi le unghie, cadendo e rialzandosi come per miracolo, sull'ardua scala del successo: niente poteva entusiasmarla di più! Il successo! Sapeva che cosa significava, quanto poco contasse la fortuna, quanti sforzi, quante lotte, quante lacrime comportavano una carriera simile a quella di Dario, o alla sua...
Ma come sembrava stanco, triste! Non le piaceva vederlo così. Passandogli accanto, gli sfiorò il braccio.
«E' solo?».
«Oh, è lei, Elinor?» mormorò lui, baciandole la mano. «Sì, sono solo. Mi tenga compagnia, la prego...».
Elinor gli si sedette di fianco.
«Aspettavo una persona che non è venuta» disse lui.
«Nadine Souklotine? Quanto le è costata?».
«Non mi parli di soldi, Elinor».
Lei scoppiò a ridere.
«Ma se i soldi sono stati lo scopo della sua vita!».
«Lei mi stupisce, Elinor! Credevo che se c'era una donna al mondo in grado di capirmi, quella era lei. Prenda un animale affamato, inseguito, con una compagna e dei cuccioli da nutrire, e lo metta in un bell'ovile, insieme agli agnellini, con un verde pascolo a disposizione... Però io, una volta sazio, sarei stato docile e indifeso, come chiunque altro. Soltanto una donna può consacrare la propria vita ai soldi».
«Pensa dunque che per me contino solo i soldi e gli affari?» mormorò Elinor.
«I soldi, gli affari, e qualche avventura galante...».
«Eppure sono una donna come le altre» disse lei. «Volevo incontrare un uomo della mia stessa pasta. Ma sono perseguitata da una specie di maledizione, o forse è un tratto del mio carattere, troppo virile, che mi spinge, mio malgrado, verso uomini deboli, femminei, dipendenti da me. Tutti così, gli uomini che ho avuto. A cominciare da Mitenka. Se lo ricorda, quel poveraccio? Poi Wardes... E gli altri... Cercavo - e trovavo, - bei giovanotti, sani, forti, capaci di stringere una donna fra le braccia fino a toglierle il fiato, ma c'è da credere che qualcosa in me reclamava altro, non ero mai soddisfatta... E non intendo solo fisicamente...».
«Neanch'io» disse Dario «ho mai trovato una donna che fosse proprio al mio livello, alla mia altezza...». Accennò un sorriso. «Di un altro mondo, forse, distante dal mio... Ma come me, mai».
Elinor si accese una sigaretta e fumò per un po' in silenzio. Poi chiese: «Quando è stata l'ultima volta che ha visto Wardes?».
«Ieri».
«Viene da lei ogni giorno?».
«Quasi. Mi assilla».
«E... nessun miglioramento?».
«Delle sue condizioni mentali?».
«Sì».
«Oh, sempre uguale!» mormorò Dario cauto. «A volte sembra perfettamente sano, altre volte sull'orlo della follia, come se bastasse un minimo movimento a farlo precipitare».
«Ma poi non precipita mai».
«Eppure alcuni sintomi si sono aggravati».
«Davvero?».
Dario si guardò intorno preoccupato, ma ballavano tutti. Lui ed Elinor erano gli unici avventori ancora lucidi a quell'ora della notte, quando ormai regnano l'alcol e l'amore.
«Adesso ha manie suicide... che si mescolano al suo vecchio terrore della morte».
«Ma si ferma... in tempo».
«Sì. A trattenerlo, ne sono sinceramente convinto, e non lo dico per vantarmi, sono io».
«Lei?» mormorò Elinor sorridendo.
«Le sedute nel mio studio, le lunghe analisi, il tormento e insieme il sollievo di confessare i suoi pensieri: vive di questo! Ne ha bisogno come di una droga».
Le luci, che durante l'esibizione di ballo erano state smorzate, tornarono a ravvivarsi e virarono verso il rosa. Le donne, istintivamente, approfittarono di quell'illuminazione favorevole per aprire le borsette e guardarsi allo specchio. Elinor si rimirò un istante ed emise un sospiro.
«Invecchio. No, no...» disse, bloccando le proteste di Dario. «Me ne accorgo, e non solo qui» aggiunse, indicando lo specchietto. «Mi annoia tutto, questi locali, queste facce, sempre le stesse... Sapere che domattina mi aspetta un lavoro sfibrante, senza poter contare sull'aiuto di un uomo accorto, saggio, che conosce la vita e che condivide i miei interessi. E' un segno di vecchiaia, lo so».
«E' orribile questo posto,» disse Dario con una lieve smorfia di disgusto «ma le assicuro che in certi momenti non ho più la forza di restare a casa, a guardare mia moglie che muore lentamente, né di sopportare la presenza di Daniel, che ormai se ci sono io non apre più bocca. Mi si rimprovera... Nadine... Ma Nadine è una ragazza giovane e fresca, piena di salute e di allegria, che riesce a distogliere i miei pensieri da quell'atmosfera funerea. Strano, no?, ma proprio i sentimenti più naturali costituiscono la base e la sostanza di ciò che agli occhi degli altri è invece il nostro lato più torbido e corrotto.
Il dottor Asfar ed Elinor Wardes aspirano solo a una vita borghese, a una vera e intima unione».
Nei loro bicchieri restava ancora un goccio di champagne; li portarono alle labbra e bevvero lentamente, in silenzio.
CAPITOLO 31
Sul finire dell'estate Dario consigliò a Wardes di lasciare Parigi.
Come luogo ideale per ritemprarsi gli suggerì una piccola stazione termale dell'Auvergne. Da lì Wardes doveva mandargli una dettagliata relazione settimanale su ogni sua minima sensazione fisica, su ogni suo stato d'animo.
Ai primi di settembre, - l'autunno era afoso e minacciava temporali Dario gli prescrisse: «Scelga l'albergo che preferisce, ma viva nel più stretto isolamento. Mediti. Si riposi. Mi scriva. Aspetti il mio arrivo, che di sicuro non tarderà. Io esaminerò le sue condizioni di salute e poi ripartiremo insieme per Parigi».
Dopo qualche tempo Dario smise di rispondere alle lettere di Wardes.
Wardes aspettò, gli scrisse di nuovo, poi telegrafò. Gli risposero che il dottor Asfar era partito per alcuni giorni. Wardes ricominciò ad aspettare. Certo, niente gli impediva di prendere un treno del mattino o di noleggiare una macchina e tornare a Parigi, o di andare altrove, ma l'abitudine di obbedire a Dario in tutto e per tutto, la lenta spersonalizzazione di Wardes, la cui anima era ormai nelle mani del medico, avevano finito col dare i loro frutti. Wardes si sentiva recluso, per volontà di Dario, in un cerchio magico dal quale non poteva uscire. Con impazienza, con rabbia, con cupo e selvaggio furore, aspettava.
Cominciarono le piogge autunnali. Wardes aveva come unica compagnia un segretario terrorizzato dai suoi accessi di violenza, che da tempo lo definiva tra sé e sé «un pazzo furioso» e che restava con lui solo perché teneva allo stipendio. Ogni giorno supplicava Wardes di rientrare a Parigi, ottenendo solo rifiuti; poi Wardes non si diede più neanche la pena di rifiutare e si chiuse in un tetro silenzio.
Wardes odiava Dario, ma allo stesso tempo ne aveva un timore reverenziale, lo stesso timore che l'invasato prova nei confronti di colui che caccia via i demoni dal suo corpo. Dormiva tranquillo soltanto se Dario gli ordinava, a voce o per lettera, di dormire, di stare calmo.
Dario era l'unico che poteva placare le sue angosce irrazionali, come la paura di stare tra la folla, di attraversare un ponte, di salire su un'auto o su un treno. Quella malattia mentale, che lo spingeva ora alla malinconia ora alla violenza, una malattia lenta, quasi invisibile agli occhi degli altri, ma spietata, che Wardes, nelle sue lettere a Dario, definiva «un cancro dell'anima», era giunta alla fase della depressione, dello spleen più cupo, quando lo spirito, trovando sollievo solo nel silenzio e in una immobilità di morte, non tenta più di uscire dalle tenebre e cade in un profondo torpore.
L'albergo era confortevole, dotato di camere ampie e lussuose, ma era stato costruito e arredato prima della guerra; le pareti scure, i mobili pesanti, i cortinaggi di velluto, tutto contribuiva a dargli un aspetto vetusto e solenne che opprimeva il cuore. In quella stagione era quasi deserto: le piogge di settembre avevano cacciato via gli ultimi clienti.
Faceva freddo. Erano stati accesi i radiatori, ma la hall era così grande, così alta, così vuota che il calore si disperdeva. I fattorini vagavano annoiati e inoperosi da un salone all'altro. Wardes stazionava al bar. Non gli era stato proibito l'alcol, non gli era stato proibito niente, ma lui si incatenava da solo a una sfilza di divieti, di scrupoli, di paure. Soltanto le sedute con Dario lo liberavano da quei vincoli. 
Pensò: «Tutto il suo metodo terapeutico consiste nel portare a galla l'ignobile feccia dell'anima, i segreti che non si confesserebbero nemmeno al proprio padre o al proprio migliore amico. E strano, ma Sylvie era l'unica persona che un tempo riusciva a strapparmi questo genere di confidenze... Però dopo la odiavo...».
Lasciato il bar, tornò nella hall. Si rivolse a un fattorino lamentandosi in tono polemico: «Qui si gela...».
Accorse il direttore: l'albergo era gestito con efficienza. L'uomo mostrò a Wardes che la manopola del riscaldamento era regolata sul massimo e lo invitò a toccare la superficie bollente dei radiatori; poi, allargando le braccia in un gesto di desolata rassegnazione, aggiunse: «E' il tempo, signore... Eppure l'inizio dell'autunno è spesso bello nelle nostre montagne; quest'anno lei è stato sfortunato, mi dispiace!».
Wardes non sopportava, - non aveva mai sopportato, l'aggettivo «sfortunato» riferito a lui. Grazie a Dario, o almeno così credeva, i suoi accessi di violenza erano stati scongiurati, ma al loro posto proliferava una selva di manie, di paure, di superstizioni. Questo nei momenti buoni, perché spesso l'industriale piombava in una malinconia così sconsolata, così nera da fargli rimpiangere la rabbia cieca di un tempo.
Solo Dario poteva galvanizzarlo e spingerlo a uscire dalla sua abulia, a scrivere una determinata lettera o a varcare una determinata soglia. Solo Dario cacciava via i demoni. Senza di lui la paura si impadroniva dell'anima di Wardes. L'angoscia paralizzava ogni suo movimento, e solo Dario riusciva a dissiparla. In assenza di Dario, i rituali, gli incantesimi, i divieti che lui stesso si imponeva lo vincolavano al punto da rendergli impossibili i gesti più banali. Non poteva attraversare certe strade. Non poteva avvicinare alle labbra certi alimenti. L'oscurità, il vuoto, la folla, il rumore, il silenzio, tutto nascondeva un pericolo, un rischio, un'insidia. Wardes, disperato, aspettava Dario.
L'ultima settimana di settembre trascorse così. A un certo punto smise di piovere; per tutto il giorno regnò una luce pallida e uggiosa, e al crepuscolo la sommità delle montagne si tinse di un tenue bagliore. Il mattino dopo pioveva di nuovo a dirotto.
Wardes aveva pranzato ed era solo nella hall. Andava da una porta all'altra. Contava i fiori del tappeto, le lampadine, le vecchie mosche d'autunno che si posavano agonizzanti sui vetri, e che a tratti, come risvegliandosi, emettevano un prolungato ronzio.
Ascoltò il tamburellare della pioggia contro le finestre. Guardò gli alti pini scuri dai tronchi rossastri che luccicavano sotto il temporale. Che silenzio! Si udiva il fruscio del giornale che il barman stava sfogliando, ma presto si spense anche quel rumore. Il barman sparì nel bugigattolo attiguo al bar, dove sonnecchiava nelle ore morte, e Wardes si ritrovò di nuovo solo. Come passare il tempo? Salire in camera? Nulla è più sinistro di quegli appartamenti d'albergo, così ben isolati, sigillati, così ben protetti dal mondo esterno che pure se stessi per morire nessuno ti ti verrebbe in soccorso. Wardes si figurava uno svenimento, un'emorragia. Si vedeva dissanguato su quel tappeto color porpora, senza la forza di raggiungere il campanello.
Rabbrividì. Bisognava scongiurare la paura. Ma solo Dario poteva farlo! Nessun altro ne aveva il potere! Dov'era Dario?
Da due anni accorreva al minimo cenno di Wardes. «E come potrebbe non accorrere? Io lo pago».
Tentò di calcolare quanto gli era costato Dario. Più di uno yacht, più di una scuderia di cavalli da corsa, più di un harem, ma almeno fino allora l'aveva sempre avuto al fianco. Giorno e notte, al primo addensarsi sulla sua anima di quell'ombra che annunciava le tenebre, il gelo, il vuoto dell'angoscia, Dario accorreva. Da una parte, Wardes lo odiava e lo disprezzava. «Mi sfrutta» diceva tra sé. «Campa e si arricchisce sulla mia malattia». Dall'altra, aveva in lui una fede cieca: «Ho bisogno di lui. Senza di lui morirei».
Si alzò di scatto, andò alla reception, scrisse un telegramma e lo consegnò al portiere. Era il terzo telegramma che mandava a Dario nelle ultime ventiquattr'ore. Dario gli aveva ordinato di aspettare con pazienza; ma lui di pazienza non ne aveva più. Se andava avanti così sarebbe impazzito, si sarebbe ucciso. Aveva bisogno dell'aura di pace che emanava dalle parole di Dario. Cigni tanto, nel tentativo di affrancarsi da quella sudditanza psicologica, rievocava a bella posta la prima volta che il caso, o Ange Martinelli, avevano portato al suo capezzale il dottor Asfar, umile e sconosciuto medico straniero, con la giacca striminzita e lisa ai gomiti, l'aria inquieta, lo sguardo affamato. Era il 1920.
«Ma mi ha dato sollievo, mi ha liberato! Come ha fatto?».
Dario era stato l'unico a intuire il suo bisogno di dipendenza e di umiltà, un bisogno connaturato all'uomo ma che Wardes, non essendo credente, poteva soddisfare soltanto grazie a un aiuto umano; e a quel bisogno Dario aveva risposto offrendogli una parvenza di sicurezza, di pace, di assoluzione. Ma ora l'aveva abbandonato, e lui si sentiva smarrito come un bambino indifeso. A un tratto Wardes fu sommerso da un'ondata di rabbia cieca.
«Ma perché non viene? Maledetto ciarlatano! Vuole farsi desiderare. Vuole alzare il prezzo. Come se avessi mai lesinato con lui!».
Si rivolse al portiere e, per la decima volta in quel pomeriggio, gli chiese: «Telegrammi per me?».
«No, signor Wardes».
Da quando, su consiglio di Dario, aveva affidato a Elinor la gestione dei suoi affari, tutti si erano dimenticati di lui, e nessuno lo teneva più in considerazione. Eppure era lui il padrone! Come rimpiangeva la valanga di lettere che riceveva un tempo!
Ritrovò il tono secco e perentorio della giovinezza per dire: «Aspetto un telegramma. Me lo faccia portare subito, intesi?».
«Certo, signor Wardes» rispose docile il portiere, convinto che aspettasse una donna.
Wardes rimase in piedi davanti alla porta girevole, guardando la pioggia che cadeva sulla terrazza deserta.
Il segretario gli si avvicinò con aria umile, timida. Aveva del padrone una paura abietta. «Ti assicuro che è pazzo,» scriveva alla moglie «pazzo e malvagio». E la moglie allora si sentiva soddisfatta, Paragonando la sua sorte a quella della signora Wardes: «Io ho sposato un incapace, un imbecille, ma sempre meglio che essersi legata a un pazzo!». La sua gioia però era guastata dal ricordo delle confidenze della dattilografa: «Elinor Wardes non se ne cruccia affatto, è lei a mandare avanti l'azienda, ed è anche l'amante di quel famoso medico, quella specie di avventuriero, di ciarlatano, Dario Asfar».
«Che tempaccio!» disse Wardes.
«Sì, signore... Non avrebbe voglia di... fare un giretto nei dintorni?».
«Ma non lo vede che piove?».
«Sì, signore... però pensavo... l'automobile...».
«L'automobile? No!» esclamò Wardes con un'espressione quasi feroce. Solo Dario sapeva, solo Dario esorcizzava quella paura dell'automobile che all'improvviso si era impadronita di lui - lui al quale un tempo nessuna macchina sembrava abbastanza veloce. Aveva paura dell'automobile, paura del treno. Oh, l'angoscia indescrivibile di quando senti il lungo, lugubre fischio del treno, e a un tratto ti figuri in modo nitido e tagliente - sì, a volte i pensieri attraversano la mente come la lama di un coltello -, ti figuri la disgrazia, il rumore dei vetri infranti, il sibilo della locomotiva deragliata, le urla dei feriti, persino lo scricchiolio delle ossa schiacciate sotto il peso dei vagoni! È lo stesso quando vai in automobile... Lo stesso quando cala la notte, quando temi che scoppi un incendio... «No, no, non c'è niente di vero in tutto questo» pensò, riscuotendosi di colpo. «Sono solo allucinazioni, fantasie di una mente malata... Dario, Dario, Dario...».
«Senta, lei... Coso... Come diavolo si chiama...». Aveva dimenticato il nome del segretario; fece uno sforzo terribile, doloroso e vano per ricordarselo, mentre l'altro, per quella dimenticanza che considerava un vero e proprio oltraggio, una prova del disprezzo dei ricchi nei confronti dei loro sottoposti, avvampava di rabbia. «Ha telefonato al dottor Asfar, vero?».
«E' la terza volta, da stamattina, che me lo chiede» pensò il segretario, trattenendo un sospiro. Poi disse: «Sì, signore, ma il dottore non c'era».
Wardes spinse con un gesto brusco la porta a vetri e uscì. Che cosa gli restava da fare? L'unica possibilità di svago era il piccolo casinò a gestione familiare, ma nella sala da gioco c'erano solo i croupier. Dopo un po' entrò una donna. Wardes la invitò a bere qualcosa al bar deserto. Era tutt'altro che bella: una bionda dalla pelle già grinzosa, segnata da un reticolo di piccole rughe, una pelle stropicciata, avvizzita come la buccia delle pesche in autunno. Uscirono insieme, fecero quattro passi lungo il fiume, sotto la pioggia. Wardes le diede appuntamento per l'indomani, sapendo già che non sarebbe andato. Rientrò in albergo.
«Fattorino, va' a vedere se c'è un messaggio per me».
«Non è arrivato niente, signore».
Wardes mandò l'ennesimo telegramma: «Estrema urgenza, venga subito, è un ordine. Wardes».
La giornata successiva trascorse senza che arrivasse alcuna risposta. Alle undici di sera Wardes svegliò il segretario.
«Domattina all'alba telefoni a Parigi e parli con il dottore. Deve essere qui entro domani sera».
Wardes si era tolto la giacca. Aveva staccato il colletto della camicia e strappato via la cravatta, che ora gualciva tra le mani. Parlava e respirava a fatica, una vena del collo gli pulsava rapida come il cuore palpitante di un uccello spaventato. Aveva gli occhi ardenti di febbre. Il segretario si impietosì al punto da dimenticare la sua paura, il naturale risentimento dell'uomo povero verso colui a cui deve il pane.
«Signore, mi scusi... La prego di ascoltarmi. Mi permetta di darle un consiglio. Partiamo. Non le serve a niente stare ancora qui. Il cattivo tempo, questo albergo lugubre, porterebbero chiunque alla follia, al suicidio... Mi dia ascolto, signore... Andiamocene! Partiamo domani stesso!».
Wardes lo guardò e a un tratto scoppiò a ridere. «Dica un po'...» attaccò con una voce bizzarra, stridula come quella di una donna isterica. «E' vero che quando qualcuno disegna un cerchio intorno a un uccello da cortile, benché non si tratti di una vera e propria barriera, ma solo di un segno tracciato sul terreno con la punta di un bastone, la gallina - o l'anatra, non mi ricordo più, batte le ali, starnazza in preda all'agitazione, ma non riesce a oltrepassare quel cerchio? È vero?».
«Non lo so, signore».
Wardes tacque. Rimase in piedi, appoggiato alla porta chiusa.
«Signore...» mormorò il segretario.
«Se ne vada» disse Wardes.
E il segretario tornò a letto.
«L'ho sentito andare da un capo all'altro della sua camera per tutta la notte» raccontò poi. «Il mattino dopo, quando ho telefonato al dottor Asfar, mi hanno risposto che era partito per un lungo viaggio, senza lasciare recapito. Mi aspettavo che il signor Wardes, una volta appresa la notizia, mi insultasse. Confidava in quel ciarlatano come in Dio onnipotente. Era un tipo irascibile. Invece non ha detto nulla. Io sono rimasto tutto il giorno nella mia camera, per evitare di incontrarlo. A cena ha ordinato una bottiglia di champagne. Pare che un tempo bevesse molto, ma nei due anni in cui sono stato alle sue dipendenze gli ho visto prendere solo un bicchiere di vino durante i pasti, e una gran quantità di acqua frizzante. Ogni notte, dalla mia camera, attigua alla sua, sentivo lo schiocco dei tappi di acqua Perrier che saltavano fino al soffitto. Ha finito la bottiglia di champagne e mi ha detto: "Sono guarito, adesso. Non ho più paura. Non sono mai stato così bene, così felice, così libero". Dopo cena ha deciso di uscire. C'era un tempo da lupi. In giro non doveva esserci anima viva. Io volevo accompagnarlo. Me l'ha proibito, e quando parlava con quel tono secco come una martellata non restava che obbedirgli. Del resto, sembrava allegro ed euforico come se fosse alticcio. E uscito, forse diretto verso la parte bassa della città, verso il fiume. Ha messo un piede in fallo? Ha perso l'orientamento a causa della nebbia? Ha avuto, come sostengono i medici, un attacco di pazzia? All'alba mi hanno avvertito che era annegato e che avevano ripescato il corpo».
CAPITOLO 32
La cena a casa Asfar stava per iniziare. Clara aveva preso posto a tavola, fra un ministro e un accademico.
Era uno degli ultimi ricevimenti della stagione, il più importante, quello in cui ci si giocava il tutto per tutto. E, nonostante le raccomandazioni di Dario, Clara aveva voluto alzarsi a ogni costo, per sorvegliare i preparativi e fare gli onori di casa.
Ma era così debole che a tratti la lunga tavola scintillante e ornata di fiori le appariva come dietro a un velo, e le voci degli invitati sembravano giungerle da lontano, ovattate. Per fortuna, non aveva più bisogno di parlare: bastava sorridere in modo cortese e meccanico per accogliere con pari indifferenza le battute del ministro e le pessimistiche considerazioni dell'accademico che prediceva lo scoppio della guerra entro l'inizio della primavera. Entrambi sarebbero rimasti entusiasti della loro ospite, perché erano entusiasti di se stessi. I due camerieri eseguivano alla perfezione i loro compiti: l'uno serviva le portate, l'altro il pane e le salse. Quella di Dario era una casa ben tenuta.
Clara non guardava nessuno degli invitati; aveva avuto come commensali tanti di quegli uomini ricchi e influenti, scrittori, statisti, e anche grandi medici (i quali disprezzavano il ciarlatano... ma alla sua tavola si mangiava in modo eccellente - per denigrarlo c'era tempo, una volta usciti da casa sua), che ormai non provava più alcuna curiosità nei loro riguardi. Era una di quelle donne che hanno occhi solo per una persona; il resto del mondo, per loro, è come se non esistesse. Clara non riusciva a trovare affascinante né intelligente nessuno all'infuori di Dario, si interessava agli altri solo se potevano favorire suo marito. Riconosceva loro una qualche sensibilità, una qualche virtù, solo se amavano Dario, se lo ammiravano, se gli erano utili.
Durante quelle cene, così lunghe ed estenuanti, i suoi unici momenti di sollievo erano quando, fra una portata e l'altra, incrociava lo sguardo di Dario al di sopra della fioriera colma di rose, e scorgeva il suo sorriso, impercettibile agli altri, quella lieve piega delle labbra, affettuosa e complice, con cui le esprimeva la sua gratitudine, ripagandola di ogni fatica.
Il servizio, i fiori, tutto era impeccabile e impersonale: Dario e Clara erano stati abbastanza saggi da non fidarsi dei propri gusti e seguire ciecamente la moda. Quella sera cenavano su una tovaglia laminata d'oro e ricoperta di trina rosa, che entrambi giudicavano orribile. Ma si faceva così ovunque... Alla destra di Dario sedeva Elinor, la vedova di Philippe Wardes. Ogni tanto Clara la guardava e le sorrideva. In cuor suo, ringraziava Dio dell'esistenza di Elinor. Sapeva che cosa sarebbe accaduto una volta che lei, Clara, non ci fosse stata più - e sapeva che cosa accadeva già adesso. Che fortuna poter essere finalmente tranquilla sulla sorte di Dario e di Daniel! Nessuno conosceva meglio di lei la situazione del marito, con i suoi debiti, i suoi vizi, la sua affannosa ricerca di soldi: una situazione tremenda, senza via d'uscita, resa sempre più cupa dall'avanzare dell'età. Dario avrebbe sposato Elinor.
Sarebbe stato felice con lei; quella donna fredda, abile negli affari, gli avrebbe assicurato il futuro. Lo avrebbe tenuto lontano da rischiose avventure galanti, che la vecchiaia rendeva ignobili. Elinor era libera, giacché il suo deplorevole marito era morto. Poteva disporre del suo patrimonio a beneficio di Dario e di Daniel. Perché no? Da tempo Clara non era più gelosa. Era vecchia e stanca. Che cosa contava il corpo? Il corpo fa soffrire solo finché si può ancò'ra godere dei suoi piaceri.
Nonostante i tradimenti di Dario, Clara sapeva di aver avuto da lui qualcosa che le altre non avrebbero mai ricevuto: un purissimo affetto, e questo, adesso che lei non era più una donna, le bastava.
Rispondeva piano, ma in modo cortese e appropriato, ai due ospiti che le sedevano accanto, facendo uno sforzo sovrumano per sorridere, mentre pensava al conto del fioraio, alle scadenze di fine mese, alla cassa di champagne di cui quella sera avevano bevuto l'ultima bottiglia, a come pagare i giardinieri della Caravelle, alla sua malattia, all'approssimarsi della morte, e soprattutto, più che allo stesso Dario, al figlio, al suo bambino, l'amato Daniel, il quale, senza quasi toccare le pietanze che gli venivano servite, fissava il padre ed Elinor con uno sguardo furente, colmo di odio e di disprezzo.
Clara pregava Dio: «Fa' che Daniel non sollevi uno scandalo! Fa' che non dica nulla! Dio mio, ispiragli indulgenza e amore per suo padre! In cambio, ti offro le mie notti insonni, i miei mali, tutte le mie sofferenze, ma fa' che Dario continui a sentirsi amato da suo figlio, fa' che suo figlio lo perdoni, come l'ho sempre perdonato io, dal più profondo del cuore amandolo ancora di più a causa della grande compassione che provavo per lui -, come lo perdonerai tu, Dio mio! Dario aspirava al bene con più forza, con più ardore di chiunque altro, e non è colpa sua se gli hai dato questo sangue, questi desideri, questa frenesia, questa capacità di amare e di odiare più intensamente degli altri. Lui è impastato con il fango della terra, non è fatto di puro spirito, ma tu, Dio, che l'hai creato così, tu avrai pietà di lui! Dario, Daniel, miei cari! Dio, fa' che siano felici!».
Ogni tanto Clara si riscuoteva da questi pensieri e seguiva con lo sguardo il maggiordomo. La salsa verde non era abbastanza cremosa. Ma che cosa avevano servito con il salmone a casa della duchessa di Dino?
Riguardo alla cucina, Clara era tranquilla. Gli addobbi e il servizio a volte avevano qualche pecca... Ma per la cucina si sentiva sicura del fatto suo. In poche case a Parigi era possibile trovare piatti altrettanto squisiti, raffinati, abbondanti e al tempo stesso sani. Il ministro e l'accademico facevano il bis di ogni portata. Com'era lunga, quella cena! Clara aveva appallottolato il fazzoletto e, quando nessuno la guardava, si tergeva le tempie imperlate di sudore gelido.
Finalmente il ministro mangiò l'ultimo spicchio di arancia che aveva nel piatto e l'accademico bevve sino all'ultima goccia il Bollinger 1914. La cena era terminata.
Erano soli, adesso, loro tre, i genitori e il figlio, nel salone ancora sfavillante di luci. Clara, da brava padrona di casa, avrebbe voluto spegnerle, ma non ne aveva la forza. A malapena riusciva a trattenere i gemiti di stanchezza che le salivano alle labbra. Daniel era in piedi davanti alla finestra.
Clara commise l'imprudenza di chiedergli con dolcezza: «Ti sei divertito, figliolo?».
Lo sapeva che non si era divertito. Lo sapeva che era roso da un cruccio, ma l'amore smisurato è sempre trepido e goffo. Forse sperava in un miracolo, in una risposta conciliante, in un sorriso. Era diventato così serio ormai, il suo Daniel... Non rideva mai, lui che da bambino era tanto espansivo e vivace.
«Ti sei divertito, figliolo?» ripeté Clara.
«Sì? Sei contento?» chiese Dario. «C'era quello scrittore che ammiri tanto, l'ho invitato apposta per te, per farti piacere».
«Vedi com'è buono tuo padre?» disse Clara con voce flebile.
Implorava Daniel con lo sguardo.
«Speriamo che gli dica una parola di ringraziamento... No, non chiedo tanto, ma che almeno gli risponda in tono affettuoso, allegro. Povero Dario... Com'è stanco! Che brutta cera... Si preoccupa per me. Si preoccupa per i soldi. Non ha mai avuto un momento di tranquillità in vita sua. I figli sono implacabili...».
«Ho visto soltanto quella... quella donna» disse Daniel con la sua giovane voce stridula, colma di rimprovero e di orrore. «Quella Elinor Wardes! Non sono riuscito a vedere nessun altro alla vostra tavola».
Non gli risposero. I genitori, sgomenti, imbarazzati, cercavano disperatamente un altro argomento di conversazione, ma non ne ebbero il tempo.
«Perché ricevete quella donna?» disse il ragazzo rivolgendosi alla madre. «Non vi vergognate?».
«Daniel!» esclamò Dario con voce imperiosa.
Il giovane tenne testa a entrambi, sfidandoli con lo sguardo. «Voi avete paura della verità» disse in tono provocatorio. «Non direi nulla, figuratevi, se avessi la benché minima speranza che la mamma è all'oscuro della tresca. Ma, insomma, mamma, ne parlano tutti, non puoi ignorare che papà e quella donna hanno ucciso Wardes, e che quella donna passa del denaro a mio padre!».
«Chi te l'ha detto?» mormorò Dario impallidendo.
«Tutti, ti ripeto, tutti! Anche stasera gli invitati bisbigliavano alle tue spalle, li sentivo, li vedevo sorridere... Mamma, fallo per me, se mi vuoi bene, ti supplico di non permettere più una cosa simile, di non tollerarla più!».
«Ma sei impazzito, Daniel? Non avrei mai...».
«Pensavi dunque che fossi sprovveduto fino a questo punto? Ingenuo fino a questo punto? Che ti ritenessi davvero quel che volevi farmi credere di essere? Un grande medico, un geniale innovatore, magari un novello Freud? Un ciarlatano, ecco che cosa sei, un meschino speculatore, e della specie più abietta. Gli altri speculano sulle tasche e sul corpo delle persone, tu sulla loro anima».
«Taci, Daniel, taci, mi avevi promesso di non dire niente! E' tuo padre. Non puoi giudicarlo. Non ne hai il diritto. È stata Sylvie Wardes ad aizzarti contro di noi!».
Ma padre e figlio, insieme, si girarono a guardarla.
«Non una parola su Sylvie Wardes!».
«Ma è lei! Insomma, non capisci, Dario? È colpa sua se Daniel ci disprezza, se ci respinge...».
«Oh, non te, mamma, non te!».
«Me, allora?» chiese Dario. Si sforzava di sorridere, ma si sentiva ferito fin nelle ossa, fin nel più profondo del cuore. «Sciocco!» disse a voce più bassa. «Per chi credi che abbia voluto diventare ricco? Per tua madre e per te. Per darti una vita migliore della mia! Perché non conoscessi la fame, le tentazioni, la miseria. Per te e per i tuoi figli, quando toccherà a te ricevere centuplicata la gioia che mi stai dando oggi. Perché ti fosse concessa la possibilità di essere onesto, disinteressato, nobile, buono, senza macchia, come se fossi nato in una di quelle famiglie che trasmettono l'onorabilità per via ereditaria! Tu non eri destinato a essere un uomo rispettabile, non più di me, ma io ti ho dato tutto questo, ti ho fatto dono della cultura, della dignità, della finezza d'animo... Mio figlio, nutrito a sazietà, colmo di ogni bene terreno e spirituale... No, non puoi capirmi. Non me ne stupisco e non me ne preoccupo. E' normale che sia così. Tu mi ferisci, mi strazi, ma io, se occorresse, rifarei tutto daccapo, imbroglierei, tradirei, ruberei, mentirei pur di assicurarti un tozzo di pane, una vita più comoda e persino questa tua probità che mi inchioda. Non tenterò di difendermi. Sarebbe indegno di me. Continuerò a ricevere Elinor Wardes, perché lo faccio con l'approvazione di tua madre...».
«Ti giuro,» esclamò la madre «ti giuro che ti sbagli! Ti giuro che non c'è niente fra loro! Ti proibisco, capisci, Daniel, ti proibisco...».
Cercò di afferrargli la mano, ma ricadde gemendo sui cuscini del divano, scossa dai singhiozzi. Dario prese il figlio per le spalle e lo spinse fuori.
CAPITOLO 33
L'indomani Clara volle alzarsi come al solito, ma ebbe una sincope e fu subito evidente che il cuore stava cedendo e che sarebbe morta. Quando Clara chiese di vedere il figlio, Dario perse ogni speranza. Era nella camera della moglie, al suo capezzale, chino su di lei; tentava invano di rianimarla con droghe e iniezioni. Ma sarebbe finito tutto quella notte stessa. La cameriera andò ad avvertire Daniel con l'aria grave e misteriosa che assumono i domestici quando devono annunciare una brutta notizia.
«Signorino Daniel, sua madre sta molto male. Il dottore mi ha mandato a chiamarla».
Daniel non aveva mai sospettato che Clara fosse in pericolo di vita; corse verso la camera della madre, sconvolto dall'ansia.
«Ah, che cosa ho fatto? Che cosa ho fatto?» ripeteva piangendo; era certo di averla uccisa lui. Gli avevano nascosto così accuratamente la malattia di Clara che solo adesso si sovveniva della sua fragilità, delle sue mani magre, del suo pallore. Rimase colpito dal disordine della camera; c'erano fiale e asciugamani sparsi sul letto; avevano acceso tutte le lampade e rimosso il paralume di quella sul comodino in modo da avere più luce per l'iniezione. Era autunno, il cielo era fosco.
Dario gli fece segno di avvicinarsi, ma Daniel, colmo di vergogna, si appiattì contro il muro e restò nascosto lì come un bambino in punizione. Vide la madre girare lentamente la testa verso di lui. Stentò a riconoscerla.
«Due ore possono dunque cambiare tanto un essere umano...» pensò stupito. «Purché non pretenda che abbracci mio padre e che gli chieda scusa» si disse a un tratto. Avrebbe affrontato qualunque difficoltà e umiliazione per far contenta la madre, ma che menzogna avvilente, che messinscena indegna!
Clara però non chiese nulla del genere. Sembrava desiderare la semplice presenza di Daniel, non le sue parole, né un ultimo bacio. Teneva lo sguardo fisso sul marito, come la madre che trascura gli altri figli, a cui pur vuole bene, per concentrare tutta la sua attenzione su quello più debole, più fragile, più minacciato. A poco a poco Daniel finì per avvicinarsi al letto; si inginocchiò in silenzio con un movimento goffo e, senza accorgersene, cominciò a pregare ad alta voce. Dario e forse anche Clara udivano le parole che mormorava e che, nel suo doloroso stupore, ripeteva sempre uguali: «Dio mio, perdonami...».
Ma, come un tempo, quando Daniel piangeva o giocava accanto ai genitori, e loro continuavano a parlare senza sentirlo, così quella sera né le sue preghiere né i suoi singhiozzi giungevano davvero alle loro orecchie.
Le guance di Clara - che Daniel aveva sempre visto pallida e con un'ombra livida sotto gli occhi - avevano di colpo ripreso colore. La malata sembrava aver riacquistato un po' di forze. Dario, forse sapendo che una seconda iniezione sarebbe stata inutile, aveva spento tutte le luci, eccetto quella sul comodino. Provò a rimettere a posto il paralume, ma le mani gli tremavano talmente che dovette posarlo. Si fermò un istante e guardò disperato la moglie.
«Lascia stare...» mormorò Clara con voce flebile, ma Dario si accanì, con il viso contratto in una smorfia di rabbia, forse pensando che non avrebbe mai più potuto fare qualcosa per lei. Alla fine ci rinunciò. Prese un piccolo scialle di lana foderato di seta, che qualche ora prima Clara si era lasciata scivolare dalle spalle, lamentandosi di aver caldo, e lo gettò sulla lampada. Poi Daniel vide il padre sedersi sul bordo del letto e prendere la mano di Clara; di tanto in tanto baciava quella mano con trasporto, senza dire niente, ma talvolta l'abitudine professionale riprendeva il sopravvento e Dario contava i battiti del polso; il suo viso, allora, diventava gelido e attento. Con l'approssimarsi della fine Clara cominciò a delirare. Non si ricordava più dov'era. Parlava in russo. Daniel non conosceva quella lingua. Assistette così, senza capire una parola, all'ultima conversazione fra Dario e la moglie. Clara guardava le pareti della camera; al suo orecchio indebolito giungevano i rumori dell'avenue Hoche, su cui affacciavano le finestre, ma lei pensava di essere in Oriente, nella bottega del padre, l'orologiaio. Prese la mano di Dario e sussurrò: «Entra, presto! Mio padre non c'è. Hai mangiato? Vuoi un po' di pane? Come sei stanco, povero Dario, come sei pallido e magro! Quanta strada hai dovuto fare...».
La moribonda si mise a piangere. «Ti hanno picchiato ancora... Umiliato ancora... Dario mio...».
Di colpo tornò in sé e riprese a parlare in francese. Chiese con voce dolce di essere sollevata sui cuscini e volle bere; poi, mescolando passato e presente, disse: «Sei sempre stato così buono con me e con il piccino, Dario!». A un tratto cambiò di nuovo tono e aggiunse seria e franca: «Chi avrà pietà di te quando non ci sarò più?». Chinò il capo. «Io ti amo. Avrei rubato, per te. Avrei ucciso, per te e per il bambino. Perché tu eri destinato a me, e non a lei. Lasciala. Sylvie Wardes non ti salverà. Quelli come noi non possono essere salvati. Oh, Dario, prendi qualunque altra donna, ma non lei...».
Ansimava. Dario si chinò sulla moglie per raccogliere le sue ultime parole, il suo ultimo respiro: «Non lei...».
«Ho amato solo te» gridò Dario, come se, parlando più forte, sperasse di farsi udire da Clara; ma Clara, già da tempo, non udiva più nulla.
Eppure, dopo un po', Clara sollevò la mano con un terribile sforzo e la posò sulla testa china del marito, come a benedirlo e accarezzarlo. Morì durante la notte.
CAPITOLO 34
Una notte, dieci giorni dopo il funerale, Dario entrò nella camera del figlio con un tubetto di sonniferi in mano.
«Prendi questi. Non riesci a dormire, vero?».
«Sì, invece» mormorò Daniel, benché da quarantott'ore non chiudesse occhio. Ma come faceva suo padre a saperlo? Si ricordò che la notte precedente l'aveva sentito camminare in punta di piedi dietro la sua porta. Fra i tormenti dell'insonnia, nulla l'aveva irritato più di quel passo leggero. Era una caratteristica di suo padre quella di camminare senza far rumore, come un animale selvatico. E sempre, anche al tempo in cui al padre voleva ancora bene, quell'andatura silenziosa aveva suscitato in Daniel un profondo disagio.
Dario versò un po' d'acqua in un bicchiere e vi sciolse due compresse. «Ora bevi. Ma prima vorrei dirti di non metterti in testa l'idea, un ragazzo come te è pronto a lanciare anatemi e poi ad accusarsi senza pietà -, di non metterti in testa l'idea che hai ucciso tua madre. Tua madre era condannata. Non dovrei dirtelo. Forse sarebbe più saggio lasciarti suggestionare da questa... coincidenza incresciosa, affinché in futuro tu sia più indulgente, più tollerante. Ma non posso... Non posso vederti soffrire. Ti voglio bene, figlio mio».
«Papà, sono disperato, ho il cuore a pezzi, ma anche così, in presenza della mamma... Perché sembra che lei sia ancora qui...» aggiunse a voce più bassa.
Ebbero entrambi un brivido e, senza rendersene conto, volsero lo sguardo verso gli angoli bui della stanza.
Poi Dario mormorò: «Non è niente. Succede sempre quando muore qualcuno che amiamo... È solo un'impressione. Non è niente. Che cosa volevi dire, figliolo?».
«Ti supplico di essere duro con me. La tua durezza mi sarà meno penosa della tua bontà. Io non posso volerti bene. Non è terribile odiare i propri genitori. La cosa terribile è sforzarsi invano di amarli».
«Ma perché? Perché, insomma?» esclamò Dario con amarezza. Non voleva chiederglielo. La domanda gli era sfuggita suo malgrado.
«Se tu fossi stato un pover'uomo, miserabile, reietto, se fossi rimasto il medico oscuro che procura aborti per guadagnarsi da vivere - come vedi, so tutto, non mi è stato risparmiato nulla -, se fossi stato quel che eri destinato a essere, venditore di tappeti o di torroni in un qualunque mercato del Levante, allora sì avrei potuto volerti bene. Se fossi stato rozzo e ignorante, inconsapevole del male che facevi... Ma essere abbastanza forte, abbastanza furbo per venire da così lontano, per salire da così in basso, e mettere la propria intelligenza, la propria cultura, doppiamente preziosa in quanto conquistata con tanta difficoltà, al servizio del successo e del denaro, questo è un crimine! E quelle donne, quella Elinor, quelle pazze che fanno la fila per confidarti i loro sporchi segreti, tutto questo è orribile, mi ripugna...».
«Sì, perché naturalmente a te non importa nulla del denaro, né del successo!».
«No, nulla, proprio nulla» disse Daniel con un'espressione stanca e disgustata.
«Taci!».
«Io odio il successo, capisci?».
Dario scosse la testa.
«E odio il denaro».
«Ssst! Taci!».
E ripeté: «Ssst!».
Per manifestare il suo biasimo, nei momenti di emozione, quando dimenticava le buone maniere, emetteva quel sibilo da gatto selvatico.
«Ti rendi conto di quel che dici? Provaci, a crepare di fame, come me, con una moglie e un figlio sulle spalle. A sentirti abbandonato. A sapere di essere solo, senza nessuno che possa prendersi cura dei tuoi cari qualora tu venissi a mancare, senza un parente, senza un amico, guardato con sospetto da tutti, uno straniero! Quando avrai visto il tuo primo figlio morire quasi di fame, quando avrai un'altra povera larva da nutrire, - te! -, quando avrai passato settimane intere incollato alla finestra, ad aspettare i pazienti che non arrivano, quando avrai peregrinato da Belleville a Saint-Ouen per chiedere quanto ti è dovuto, senza ottenere nulla, quando i tuoi vicini ti avranno trattato da sporco straniero, da immigrato, da ciarlatano senza che tu abbia fatto niente per meritartelo, solo allora potrai parlarmi di denaro e di successo, e capire che cosa significano; e se allora dirai: "Non mi servono, i soldi", io ti rispetterò, perché vorrà dire che sai di quali tentazioni parli. Ma, per il momento, taci! Solo un uomo ha il diritto di giudicare un altro uomo!».
«Noi non parliamo la stessa lingua. A malapena siamo della stessa razza».
«Anch'io credevo di non essere della stessa razza di mio padre, ma di un'altra, di gran lunga superiore. 
Tu mi hai insegnato il contrario. Ci sono domande alle quali solo il tempo permette di rispondere».
Si avvicinò a Daniel, gli sfiorò la fronte con un bacio, senza dar mostra di notare il brivido che percorse il figlio. Con affettuosa fermezza gli fece bere la medicina che aveva preparato e si allontanò silenzioso com'era venuto.
CAPITOLO 35
Il matrimonio di Dario Asfar ed Elinor Wardes era stato celebrato «fra pochi intimi», come si usa dire, a causa dell'età dei novelli sposi, del loro doppio lutto recente e, soprattutto, perché erano entrambi molto presi dai propri affari e non avevano tempo da perdere. Tuttavia avevano deciso di passare una tranquilla settimana di vacanza alla Caravelle.
Dario non vedeva l'ora di trovarsi là e di poter guardare la casa e il giardino tanto amati con la certezza che non gli sarebbero mai stati tolti, che li avrebbe posseduti fino al giorno della sua morte e che, dopo di lui, sarebbero passati a Daniel. Elinor non aveva figli e, su richiesta di Dario, aveva fatto testamento in favore di Daniel, nominandolo suo erede.
Dario si sentiva debole e affaticato, ma al tempo stesso felice, di quella felicità umile e carnale che si prova pregustando il riposo al termine di una lunga e dura giornata. Il suo più grande desiderio era quello di morire sulla terrazza della Caravelle, dove un tempo aveva aspettato Sylvie Wardes.
Sì, come chi, giunto alla fine di un lungo e faticoso viaggio, pieno di pericoli, assapora con ancora maggior delizia l'idea di fermarsi al riparo di un tetto, di trovare il calore di una casa, il conforto di un pasto, prima di rimettersi in cammino su una strada sconosciuta che si addentra nella notte.
Era inteso che alcuni amici sarebbero andati in avenue Hoche per felicitarsi e bere una coppa di champagne alla loro salute, ma Dario ed Elinor non avevano amici come i comuni mortali, bensì una miriade di conoscenze, una corte - a Parigi chiunque abbia un minimo di notorietà è circondato da una specie di corte. Non bisognava scontentare nessuno, escludere nessuno, sicché, al ritorno dal municipio dell'VIII arrondissement, gli sposi trovarono ad attenderli una piccola folla di invitati.
Elinor aveva un bouquet di orchidee in mano e un'altra orchidea pallida, dal grande calice viola scuro, quasi porpora, appuntata alla scollatura.
Indossava un lungo abito di velluto viola, un cappellino nero e una stupenda stola di pelliccia; portava anche qualche bel gioiello, ma senza ostentazione. Si era presentata così, al fianco di Dario, davanti al funzionario municipale incaricato di celebrare le nozze. Quando si sfilò il guanto, aveva le dita un po' contratte; era al suo terzo matrimonio, ma anche lei era un essere umano: si sentiva emozionata.
Stringeva a sé, probabilmente con un gesto istintivo, la borsetta di velluto viola, chiusa da un fermaglio di diamanti, che custodiva documenti importanti, fra cui il testamento voluto da Dario. Sotto il lieve trucco del viso, i duri muscoli della mascella erano come irrigiditi; il sorriso tirato lasciava scorgere i bei denti aguzzi, un po' troppo lunghi; il copricapo nero metteva in risalto la lucentezza dei capelli rossi.
Ora, nelle vesti di padrona di casa, accoglieva gli ospiti con amabilità. Guardava sorridendo i volti degli invitati. Erano tutti là, quelli da blandire e trattare con riguardo, quelli che potevano tornare utili, i potenti, gli eletti.
«A pensarci bene, non ho più bisogno di loro» pensò Dario stupito, come se vedesse spezzarsi di colpo una catena. Tuttavia, se non erano più suoi clienti, restavano clienti di Elinor: occorreva che comprassero motori marca Wardes.
C'era pure la vedova Mouravine. Maneggiava milioni ormai: la si poteva ricevere. Dario ripensò a un tratto alla sera in cui era nato Daniel, quando lui si era ritrovato davanti a quella donna, affamato, tremante, miserabile, capace solo di dire: «Ho bisogno di soldi...». Per tutta la vita non aveva fatto altro che ripetere e parafrasare quelle parole. Non riusciva a credere che fosse finita, che non avrebbe più dovuto ripeterle a nessuno. Lo ammiravano tutti, adesso! Gli sprovveduti lo credevano quasi un genio. Gli altri lo rispettavano, perché dopotutto era ricco, aveva sedotto la moglie di Wardes. («Povero Wardes, come sono riusciti a sbarazzarsi di lui?». «No, lei esagera, semmai si sono sbarazzati di Clara, la moglie di Asfar... Quell'infelice l'ha uccisa lui, ne sono convinto, ma Wardes...»). A Dario pareva di sentirli.
Chissà quante altre cose avrebbe potuto sentire, tendendo l'orecchio, nel cicaleccio della folla che lo circondava. «Dario Asfar, che ciarlatano! Deve avere un bel po' di crimini sulla coscienza... Le hanno mai raccontato la storia di... E quella di... E quell'altra?», mentre una voce timida protesta: «Dite quel che volete, ma ha guarito mia cognata!». C'è sempre qualcuno - l'ultimo fedele, l'anima innocente, lo schiavo ostinato - che mormora: «Ha guarito mia cognata...».
Tuttavia, col passare dei minuti, Dario diventava sempre più cupo e teso. Aveva sperato che Daniel si facesse vedere, fosse pure per pochi minuti. Fino al giorno prima l'aveva quasi implorato: «Solo pochi minuti, tesoro», e alla fine il ragazzo aveva sussurrato un «sì» a denti stretti. Dario aveva proibito a Elinor di dare a Daniel il regalo che gli aveva comprato, un portasigarette troppo bello, troppo prezioso.
Dopo aver speso una somma così alta, Elinor doveva aspettarsi, anzi avrebbe preteso, dandolo palesemente a vedere, di ricevere in cambio la riconoscenza e l'amicizia di Daniel.
«Figlio mio,» pensò Dario con dolente tenerezza «tu ora soffri, mi disprezzi, ma, ahimè, io conosco l'animo umano, per mia disgrazia. Un giorno, quando erediterai il patrimonio di Elinor, mi giudicherai in modo meno severo. E se il tuo desiderio è quello di offrire tale patrimonio a Claude Wardes, chissà, forse benedirai la mia memoria».
Ma Daniel non arrivava. Alla fine gli invitati se ne andarono.
Dario approfittò del primo momento in cui fu solo per chiedere al domestico: «Mio figlio è di sopra?».
«Il signor Daniel è rientrato un'ora fa. E' salito in camera sua. Ma mi pare di averlo sentito uscire di nuovo. Vuole che vada a vedere, signore?».
«No» disse Dario, suo malgrado. Si avviò verso la camera di Daniel. Faceva due passi e si fermava portandosi la mano al petto. Non sapeva di preciso che cosa temeva.
Quando vide la stanza deserta, gli sfuggì un profondo sospiro. Sì, era proprio come pensava: il ragazzo se n'era andato. Aveva portato con sé la fotografia di Clara. Dario aprì il cassetto e constatò che aveva preso un po' di biancheria; cercò con lo sguardo il necessaire, un regalo di Clara: scomparso. 
Cercò una lettera: niente! Non c'era niente!
Ma Sylvie sapeva di certo dov'era Daniel e gli avrebbe dato sue notizie.
«Se mi restasse molto da vivere,» pensò «avrei qualche possibilità di rivederlo. Invecchierà anche lui, diventerà più cinico, più saggio. Invece, quando morirò, lui sarà ancora un bambino. Non mi avrà ancora perdonato. E io non lo rivedrò più».
Se ne stava in piedi, in mezzo alla stanza, triste, a capo chino.
Elinor entrò e gli si fece vicino. «Daniel non c'è?».
«No. Se n'è andato».
«Oh!» esclamò lei dopo un istante di silenzio.
Dario capì che ne era felice, ma Elinor si sforzò di addolcire la durezza del suo sguardo con un'espressione di pietà. «Oh, povero Dario, è terribile!». «Ritornerà» disse Dario. «Per l'eredità».
LA DANNAZIONE DEL DOTTOR ASFAR.
DI OLIVIER PHILIPPONNAT E PATRICK LIENHARDT
Il 18 maggio 1939 «Gringoire», «settimanale politico e letterario parigino», pubblica la prima puntata delle Échelles du Levant, ultimo romanzo di Irène Némirovsky, «la grande autrice slava» che dal 1933 scrive regolarmente sulle sue pagine.
Gli «scali del Levante» sono le città e i porti commerciali del Medio Oriente, che da sempre fungono da cerniera tra l'Europa e l'Asia, crocevia di spezie, di seta, di miseria e di pogrom. Nel periodo tra le due guerre, quando l'immigrazione in Francia è più forte che mai per l'afflusso di profughi provenienti da tutta l'Europa orientale e dalla Spagna, gli «scali» diventano il simbolo di una infiltrazione demografica che scatena nuove forme di xenofobia, inoculando nel vecchio antisemitismo cristiano un più generale rifiuto del métèque, dell'immigrato. Questo termine si era affermato nella sua accezione spregiativa alla fine dell'Ottocento, sull'onda dello scandalo di Panama e dell'affare Dreyfus, e viene usato come sinonimo di straniero, apolide, ebreo. Il protagonista del Signore delle anime ne è un tipico esempio.
Nota 1. Essendo lo stesso titolo di un romanzo di Amin Maalouf (1996) [trad. it. Gli scali del Levante, Bompiani, Milano, 1997], per la presente edizione è stato scelto il titolo Le Maitre des àmes [Il signore delle anime], soprannome con il quale Asfar diventa celebre a Parigi [N.d.E.].
Il cognome Asfar, di origine punica, è ancora oggi diffuso nell'area mediorientale; in arabo significa «viaggiare», ma sembra indicare anche una figura universale, quella di Assuero, l'Ebreo errante, personaggio chiave dell'immaginario romanzesco e della storia contemporanea - basti pensare alla tragica odissea del piroscafo Saint Louis, salpato da Amburgo proprio negli stessi giorni in cui usciva Le sechelles du Levant, e ai suoi numerosi passeggeri ebrei che, respinti da un capo all'altro dell'Atlantico, finirono nei campi di concentramento nazisti.
Nel 1920, anno in cui prende avvio la narrazione, uno strano dibattito agita il senato. Una misteriosa epidemia, «un germe anarchico» minaccerebbe di trasformare Parigi in una «necropoli». Un senatore individua l'agente patogeno nei «métèques di infima categoria», «debilitati, pieni di parassiti» che hanno invaso Parigi «a centinaia di migliaia». Ovviamente, questi invasori sono «gli israeliti che affluiscono in numero sempre crescente dall'Europa orientale».' Gli «scali del Levante» fungono da passerella per andare all'arrembaggio della nave occidentale (non a caso, la tenuta di Wardes si chiama La Caravelle); e sono anche l'ascensore sociale, l'«ardua scala del successo» sulla quale il corsaro Asfar dispera di arrampicarsi, temendo l'ineluttabile caduta: «Vengo da così lontano, da così in basso...».
Giunta anche lei da lontano, Irma Irina Némirovsky non è certo salita dal basso. Non proviene dallo stesso «fango» di Asfar, da Podol, per esempio, il quartiere ebraico di Kiev, di cui descrive l'abiezione nei Cani e i lupi. I suoi genitori abitano nella parte alta della città, nel Pecersk, e parlano il francese. I nonni materni, Iona e Roza, erano del quartiere ebraico di Odessa, a due passi dal ghetto della Moldavanka, dove Asfar, come dimostrano gli appunti preparatori del romanzo - ha iniziato la sua vita di bambino di strada; ma Iona, diplomato, lavorava in banca, e Roza veniva da una famiglia facoltosa. Poterono quindi offrire una ricca dote al genero, Leonid Némirovsky, che non ne aveva alcun bisogno: il padre di Irène, infatti, gravitava negli ambienti dell'alta finanza ed era tra i fortunati ebrei riconosciuti come persona grata a San Pietroburgo.
Nota 1. Michael Prazan, L'entre-en-guerres et l'affaire de la «maladien. in L'Écriture génocidaire, Calmann-Lévy, Paris, 2005.
Ciò nondimeno, l'ascesa letteraria di Irène nella Francia del dopoguerra dove la sua famiglia si era stabilita per sfuggire ai disordini rivoluzionari, non può non rievocare la carriera medica di Asfar, passato nell'arco di quindici anni dalla condizione di «medicastro straniero» a quella di «signore delle anime». Condizione, quest'ultima, che lo preserva solo in parte dalla diffidenza, spada di Damocle che il romanzo mostra di conoscere alla perfezione. Anche dopo aver raggiunto il successo, infatti, Asfar resta alla mercé della moda, cioè del capriccio di borghesi scriteriati, e soprattutto delle maldicenze; resta, insomma, l'animale in trappola che la moglie Clara non ha mai smesso di vedere in lui. «E circondato da un mondo di pazzi, lo stesso mondo che ho conosciuto io,» precisa Irène Némirovsky «il mondo dei ricchi, ma dei ricchi conformisti».
Libro spietato, duro, scritto in fretta, il signore delle anime è la storia di una turpe integrazione pagata con un rinnegamento, il mito di Faust trasposto nel milieu degli immigrati. Il medico traviato è il dottor Dario Asfar, venale Knock «di sangue greco e italiano», nato in Crimea. Irène Némirovsky era stata incerta se chiamarlo Papadopoulos e farlo provenire da una «oscura cittadina» greca, o magari dagli Stati Uniti; alla fine ne ha fatto un suo fratello. Abortista per necessità, parassita per bisogno, ma anche, ahimè, per natura: nato «lupo affamato», Asfar morirà «animale selvatico». Definito già nell'incipit di «fisionomia levantina» e con «lineamenti che non sono della gente di qui», avatar di «una stirpe di affamati», Asfar porta impressi i segni atavici che mantengono lo straniero immerso nella sua feccia: «Credo che il mio destino era di essere un mascalzone, un ciarlatano, e che così sarà. Non si sfugge al proprio destino». La sua aspirazione a una «onorata carriera» si rivela illusoria non appena comincia a frequentare gli ambienti facoltosi. Fino a ieri oggetto di pietà o di disprezzo, Asfar diventa un uomo senza scrupoli. E l'immacolata Sylvie Wardes, virginale icona di un consolatorio Occidente, rimane un pio sogno, l'oppio del métèque. Aperti gli occhi sulla corruzione del «bel mondo», Asfar accondiscende a riprendere i panni della canaglia, del «miserabile vagabondo», insomma ad assecondare le sue inclinazioni e a farsi «cacciatore» invece che «preda»: logica implacabile del romanzo némirovskiano che riduce il naturalismo di Zola alla sua forma più feroce. Homo homini lupus, e la rapacità, la doppiezza non risparmiano né i ghetti ucraini né le ville di Neuilly o della Riviera. Philippe Wardes e Dario Asfar sono due predatori che si contendono reciprocamente la sopravvivenza. Prima o poi, ricco o povero, francese o no, ogni uomo intraprende quella caccia all'altro che è lo specifico del genere umano.
Irène Némirovsky ebbe modo di osservare gli effetti devastanti di tale ferocia tra il 1929 e il 1934, periodo in cui Bernard Grasset fu suo fervido editore. Fin dagli anni Venti, Grasset tentava di lenire i gravi disturbi nervosi che lo affliggevano rintanandosi come una belva ferita a Divonne-lesBains e trascurando per lunghi mesi la gestione degli affari. Dal 1927 al 1931 si sottopose alle cure del dottor René Laforgue, pioniere delle teorie freudiane, che l'editore finì col qualificare «macellaio dell'anima»; poi, dopo aver coperto di insulti i suoi collaboratori, essersi dato all'alcol e aver subito la camicia di forza, Grasset accusò i familiari di «assassinio morale» e di «sequestro di persona» finalizzato a tenerlo lontano dalla casa editrice. Nel 1932, a Tolone, il dottor Angelo Hesnard gli aveva procurato un qualche sollievo inducendolo a sbarazzarsi delle «malefiche suggestioni giudaicogermaniche» - leggasi psicoanalisi - per sottoporsi a una cura che lo liberasse dal senso di colpa. In realtà Bernard Grasset sembrava soggiogato dal medico, e a Parigi lo consideravano ormai un alienato.
Gli azionisti, spazientiti, suggerivano di metterlo sotto tutela. Dietro tali pressioni, la famiglia avviò per l'editore di David Golder una procedura di interdizione. Irène Némirovsky fu tra i pochi scrittori che nel novembre del 1935 gli offrirono pubblicamente il loro sostegno.
Questa vicenda, che portò scompiglio nel mondo editoriale parigino,/1 è una delle fonti d'ispirazione del Signore delle anime. Va detto però che, nel personaggio di Wardes, Irène Némirovsky ha messo insieme alcuni tratti del carattere di Bernard Grasset, «l'uomo a cui riesce tutto, e che ha l'anima malata», e quelli di un giocatore compulsivo di nome André Citroen. Quanto al personaggio di Asfar, trae spunto da varie figure reali, fra cui quella del dottor Pierre Bougrat, condannato al bagno penale nel 1927 al termine di un clamoroso processo. Ma nulla ci vieta di riconoscere in questo «signore delle anime» anche un doppio della scrittrice: «Asfar ha immaginazione. Non vede soltanto una flebite o una paralisi generale, ma vede l'uomo. Gli interessa l'uomo. E' l'uomo che vuole sedurre, vincere o ingannare, non la malattia». Così, nel marzo del 1938, accingendosi a scrivere il romanzo sotto il titolo provvisorio di Le Charlatan, Irène Némirovsky delinea, come è sua abitudine, la biografia completa di tutti i personaggi.
Romanzo dell'ineluttabile eredità del sangue, della «freccia d'Oriente», per dirla con Paul Morand, che non può essere deviata, Il signore delle anime racconta la storia di un uomo «selvatico», affamato di rispetto, di riconoscimenti e di agiatezza, che si farà ghoul per divorare le anime, ma anche per assaporare giovani corpi. Non per nulla Elinor, che qui rappresenta il richiamo dell'ereditarietà, è quasi l'anagramma di Oriente - termine che in Maurras, in Leon Daudet, in Céline, ma anche in Martin Buber è sinonimo di ebreo. Non per nulla, inoltre, nel capitolo 29, Asfar cita Ezechiele. Il signore delle anime potrebbe essere, allora, la versione drammatica, - o melodrammatica - di France-la-doulce, il romanzo di Paul Morand che nel 1934 descriveva in modo ironico e salace l'invasione del cinema francese da parte di una «brulicante marmaglia» e di «certi corsari, naturalizzati o no, che si sono fatti strada dall'oscurità dell'Europa centrale e del Levante fino alle luci degli Champs-Elysées» - tema che coincide pressappoco con quello trattato da Irène Némirovsky. La scrittrice ha letto France-la-douce, di cui in un appunto personale sottolinea la «strampalata comicità»; nello stesso anno Morand fa pubblicare da Gallimard quattro racconti «cinematografici» di Némirovsky con il titolo di Filmsparlés. E come non accostare David Golder (1930) a Lewis elrene (1924), due «romanzi d'affari» di cui il primo comincia con «"No" disse Golder» e il secondo con «"Quindici" fece Lewis»? Incipit che ricordano anche quello del Signore delle anime: «"Ho bisogno di soldi!". "Le ho detto di no"».
Era naturale, insomma, che Irène Némirovsky venisse accolta a braccia aperte da «Gringoire», primo settimanale francese, che all'epoca tirava oltre mezzo milione di copie. Nel 1939, a otto anni di distanza dall'uscita, nessuno ha ancora dimenticato lo straordinario successo di David Golder, che il teatro e il cinema avevano fatto a gara per accaparrarsi. Il primo segno amichevole era arrivato da Gaston de Pawlowski, che nel numero del 31 gennaio 1931 aveva piazzato la scrittrice a fianco di Tolstoj e Dostoevskij nella «foresta letteraria». Nello stesso giorno però «Le Réveil juif» suonava un'altra musica, accusando David Golder di trasmettere una immagine stereotipata dei grandi banchieri ebrei «gradita a molti antisemiti». Altrettanto naturale era che Irène Némirovsky, cacciata dalla Russia bolscevica, fosse la benvenuta in un settimanale il cui fondatore, Horace de Carbuccia, aveva fatto dell'antimarxismo il suo cavallo di battaglia, prima che si diffondesse la cancrena dell'antisemitismo. E' proprio a causa dell'orientamento mussoliniano di «Gringoire» che Joseph Kessel decide nel 1935 di lasciare la direzione letteraria della rivista. Con ogni probabilità era stato lui ad aprire le porte a Irène. E tuttavia lei resta. C'è da dire che la rispettabile e conservatrice «Revue des deux mondes» le ha rifiutato alcuni racconti, sui quali René Doumic ha avanzato in modo un po' sbrigativo sospetti di antisemitismo.
«Gringoire», invece, nella sua ansia di giocare su tutti i tavoli, non teme le contraddizioni. Se nel maggio 1934 Marcel Prévost denuncia sulle sue pagine la «persecuzione degli ebrei» e plaude al temperamento slavo e alla limpidezza francese di Irène Némirovsky, il 10 novembre 1938 lo stesso giornale strombazza: «Via gli immigrati!». E nel luglio 1939, mentre pubblica le puntate delle Échelles du Levant, ospita in prima pagina un nuovo editorialista, Philippe Henriot, fervido antisemita. D'altra parte - la tiratura è tiranna -, tutta la Parigi che conta, da Jean Cocteau a Pierre Drieu la Rochelle, per citare solo nomi dell'universo letterario, gravita intorno a Horace e Adry de Carbuccia.
Di fatto, nella stampa antibolscevica e antisemita non mancano gli ammiratori di Irène Némirovsky. Robert Brasillach, nel 1932, sottolinea sull'«Action française» la «poesia così commovente e così vera» di Come le mosche d'autunno. Nel 1939 Jean-Pierre Maxence, simpatizzante dell'Action française, apprezza le sue «storie lancinanti» e lentamente maturate; ma l'anno prima lo stesso Maxence elogiava su «Gringoire» il «grido del sangue» di Bagatelle per un massacro, delirante pamphlet di LouisFerdinand Céline contro ogni forma di «giudaicheria». Ed è vero che già nel Malinteso, pubblicato da Irène Némirovsky a ventitré anni, appariva il cliché del «giovane israelita ricco, elegante», con lo sguardo avido 
Nota: 1. Jean-Pierre Maxence, Histoire de dix ans 1927-1937, Gallimard, Paris, 1939; Éditions du Rocher, Paris, 2005.
 e «un naso lungo e prominente sul volto pallido e minuto». Quanto al bimestrale «Fantasio», che nell'estate del 1921 pubblicò i primi Dialogues de Nonoche et Louloute, si contraddistingueva per il suo stupido e rozzo sciovinismo. Basta, tutto questo, a fare di Irène Némirovsky una scrittrice antisemita, come l'ha sbrigativamente etichettata Léon Poliakov, lei che si guarda bene dal generalizzare e che descrive figure così singolari? Se ricorre in modo consapevole agli stereotipi usati dagli scrittori antisemiti, Irène non lo fa per giudicare le sue creature letterarie, ma per gravarle di una fatalità, di un peso drammatico supplementare. «Umiliare, sminuire i personaggi principali», così Irène Némirovsky riassume la sua poetica a margine di Suite francese. Sconterà sempre con il fraintendimento la sua libertà di autrice, il suo stile acido e la sua volontà, a volte travisata, di non produrre l'opera che ci si aspetterebbe da una scrittrice «di origine russa e israelita insieme, emigrata in Francia dopo la rivoluzione del 1917», come Robert Brasillach la presentava ai suoi lettori. Irène Némirovsky, infatti, ha evitato con cura di aderire al modello del melenso «romanzo giudeo», rappresentato negli anni Venti dalla trilogia Juifs d'aujourd'hui di Jacob Lévy. Non vuole che il suo talento venga sospettato di empatia. Mostrare i lati oscuri di un personaggio può anche essere un atto masochista, ma proibirselo sarebbe peccare di soggettività. Forse è il prezzo da pagare per diventare uno scrittore francese. Del resto, Emmanuel Beri, che si poneva gli stessi scrupoli, è stato il primo a pubblicare quel France-la-douce che dà il la a Bagatelle: «La Francia è davvero il campo di concentramento del buon Dio».
Per alcuni, forti della distanza storica e amareggiati dal fatto che Irène Némirovsky sia a sua volta una immigrata, e per giunta ebrea, il sordido feuilleton balzachiano del Signore delle anime è una imperdonabile caricatura dell'«immigrato malvestito» e «mal rasato», descritto con tutti gli stereotipi di cui l'epoca è prodiga: Asfar, il miserabile «straniero bilioso, dall'espressione febbrile», «bestiola uscita dalla tana», «misero levantino cresciuto nei porti e nelle bettole» dai «tratti pronunciati» e dalla «carnagione scura» che caratterizzano la fisionomia orientale», 
Nota 1. France-la-douce fu pubblicato in anteprima sul settimanale politico e letterario «Marianne» diretto da Emmanuel Beri per conto di Gallimard.
è il prototipo della «razza oscura», impastata col «fango della terra». Come dire che è «colpevole di 
brutto muso»...
Irène Némirovsky ignora dunque la minaccia antisemita per parlare con tanta leggerezza, come fa qui, di «canaglie levantine»? Parole simili non sono irrilevanti in un'epoca in cui Bagatelle per un massacro raccoglie grande consenso popolare: uscito alla fine del 1937, arriverà a vendere ottantacinquemila copie, in una logorrea di insulti che colpisce, fra gli altri, gli ebrei venuti dalla «melma dell'Ucraina». Ma Asfar sogna di scrollarsi di dosso quel «fango» orientale che gli si è incollato alla pelle, così come i produttori di France-la-douce temono sopra ogni cosa di essere rimandati nella «melma dell'Ucraina» da cui sono usciti. Irène Némirovsky non ignora affatto che la sua Ucraina natale, come scriveva Bernard Lecache in ima raccapricciante inchiesta pubblicata nel 1927, è «il paese dei pogrom», dove tra il 1919 e il 1921 sono morte decine di migliaia di ebrei, sacrificati sull'altare della guerra civile.
Irène Némirovsky rinnega, allora, le sue radici? Al contrario, il tropismo ebraico dei suoi romanzi dimostra un rovello costante. «Non ho mai cercato di nascondere le mie origini» protesta. «Ogni volta che ne ho avuto l'occasione, ho dichiarato di essere ebrea, l'ho finanche proclamato!».1 Biasimiamo forse Mauriac per i suoi velenosi ritratti della borghesia bordolese? Il falso rimprovero mosso a Irène Némirovsky viene risparmiato a Isaak Babel', che nei suoi Racconti di Odessa mette in scena senza indulgenze il volgo del ghetto; e viene risparmiato a Shalom Asch, che in Pietroburgo non esita a parlare di «tipo ebraico» o di «capitalismo ebraico». Perché? Perché Irène Némirovsky non scrive in yiddish o in russo, ma in francese, la lingua dell'antisemitismo scritto, quella di Drumont, dell'«Antijuif» e di Maurras, per tacere di Jules Verne, che ne hanno fatto una clausola dello stile nazionale, di cui si rinvengono tracce anche in autori insospettabili, come André Gide. A costo di sfigurare nel confronto, Irène Némirovsky cerca di rendersi gradita al lettore francese, così come nei suoi primi tentativi letterari attingeva a piene mani alle formule del romanzo sentimentale: quale artista non ha cominciato piazzando il proprio cavalletto in un museo?
Nota 1. L'Univers israélite», 5 luglio 1935.
Irène Némirovsky non avrebbe dovuto leggere tanti buoni romanzi francesi durante l'adolescenza. 
Così è passato quasi inosservato che lo stereotipo del banchiere «re del mondo» presente in David 
Golder è lo stesso che Zola raffigura nel Gundermann del Denaro o Maupassant in quella di Andermatt di Monte Oriol. Ma se Irène Némirovsky si ispira a questi personaggi, viene messa sotto accusa. Sono stati i lettori antisemiti a rendere sospetto David Golder, così come saranno i nazisti a rivestire di antisemitismo Süss l'ebreo di Lion Feuchtwanger. Irène Némirovsky ne è cosciente al punto che, mentre si accinge a scrivere di Asfar, è ancora tentata dal progetto di un libro «terribilmente rovocatorio», una summa che vorrebbe intitolare Le Juif. Vi rinuncerà per timore di non essere capita: «Non c'è dubbio che Le Juif sarebbe meglio, ma al mio timore si sommano anche considerazioni extraletterarie». Si può essere più chiari? Gli ebrei, nei romanzi di Irène Némirovsky, non sono carne da pamphlet: sono la sua madeleine, potenti vettori di immaginario. A un suo personaggio, un russo, Morand si diverte a far dire: «Morte agli ebreucoli». Di queste bassezze non vi è traccia nei romanzi di Irène Némirovsky. Chi dà dello «sporco straniero» ad Asfar? I suoi altolocati vicini di avenue Hoche. Chi lo accusa di avere «i traffici nel sangue»? Ange Martinelli, roso dal risentimento sociale.
Per finire, l'ondata xenofoba e antisemita che negli anni Trenta investe la corporazione dei medici francesi non è affatto inventata. Nel 1930, per esempio, il segretario generale della Confederazione dei sindacati medici rimprovera ai colleghi stranieri di praticare aborti clandestini, di fornire stupefacenti ai drogati e di «venire qui a vendere la medicina alla stregua degli ambulanti che offrono tappeti ai clienti dei caffè».' Nel 1933 e nel 1935 due pacchetti di leggi limiteranno il diritto di esercitare la professione medica subordinandolo a vari attestati francesi di qualità.
Irène Némirovsky, dunque, piuttosto che creare stereotipi infamanti, ne altera il senso. Essi fanno parte del repertorio letterario francese dai tempi di Voltaire e dell'illuminismo, come ha dimostrato Arthur Hertzberg.2 Ma i personaggi némi rovskiani, prima di essere ebrei, sono esuli: i loro difetti sono il risultato della sopraffazione economica, razziale, ideologica.
La scrittrice, ancora ignara della barbarie nazista, commette certo un'ingenuità rappresentando con tanta leggerezza in David Golder il mondo della finanza ebraica, del quale pretende di conoscere i drammi.
Ma questi cliché di seconda mano rivelano, in Irène, più pietà che ripugnanza. Arriva sempre il momento in cui la vediamo esprimere la sua compassione: «Povero Dario!» dice la moglie di Asfar, e rivolgendosi a Dio: «Non è colpa sua se gli hai dato questo sangue». Così come non è colpa di Shylock, prototipo dei luoghi comuni antisemiti, se è un usuraio ebreo. Non sanguina forse come tutti gli altri?
Irène Némirovsky prende in prestito questi stereotipi solo per deviarne il tiro. Sotto la regia della scrittrice, il tropo del métèque, dell'immigrato che ha fatto soldi, entra in contraddizione con se stesso. Come Golder è pronto a rovinarsi per la figlia e torna pacificato ai suoi padri, così Asfar accetta di vendersi l'anima solo per sfamare la moglie e il figlio, anche se sembra non ricordarselo. Benché modellati su caricature, Golder e Asfar sono permeati di umanità, di sofferenza e di bellezza. Asfar ha aiutato la giovane e povera signorina Aron assumendola come segretaria. Si vende per sottrarre il figlio al destino dei maledetti. La sua dannazione è un sacrificio. E poi Asfar non è spregevole: è oggetto di spregio. E affamato. Ha fame di onori, di stima, di comprensione. La scrittrice si limita a spostare sul terreno «razziale», che è lo scenario del suo tempo, i meccanismi del romanzo psicologico.
Così come ci sono mille modi di essere antisemiti, ce ne sono mille altri di non esserlo, e uno di questi consiste nel non abbandonare agli xenofobi gli Asfar e i Golder. Ma non è tollerabile che Irène Némirovsky mostri così poca identificazione gregaria, il che è un ulteriore pregiudizio. «Odio di sé» dicono allora. Ma, a parte che nessuno è tenuto a venerare se stesso, Irène Némirovsky non si scredita affatto: mostra l'immagine che le viene rimandata da una Francia piena di specchi deformanti, giornali, romanzi e pamphlet. Nel Signore delle anime non vuole svilire Asfar, bensì l'insignificante creatura a cui viene ridotto dall'«espressione cordiale, compassionevole e sprezzante», che è la quintessenza dell'ipocrisia. Asfar, come tiene a precisare lui stesso, non è un métèque, ma «uno di quelli che voi francesi chiamate metechi». Non per nulla Irène Némirovsky ha letto Il ritratto di Dorian Gray a quindici anni. Il tema del riflesso obbrobrioso attraversa tutta la sua opera, da Golder, che si vede invecchiare nello specchio, ad Asfar, che osserva contrariato «l'immagine del suo viso ansioso e cupo, con le orecchie a punta, i denti lunghi» rimandatagli dalle vetrine dei negozi. Odio di sé? Odio del riflesso di sé. Se Il signore delle anime è un autoritratto di «torbida abiezione», è perché l'autrice ha intinto la penna nell'inchiostro dei suoi futuri persecutori.
Il signore delle anime racconta una storia ricorrendo ai mezzi della tradizione favolistica: Asfar è «un animale selvatico che si è allontanato dalla sua foresta», poi «uno stregone». È la storia del licantropo, figura ibrida che la pubblicistica dell'epoca bolla come «inassimilabile», primo gradino di una lenta disumanizzazione. È la storia delle radici inestirpabili: alzatisi al mattino con la speranza di un Occidente, gli eroi di Irène Némirovsky finiscono sempre col coricarsi a Oriente, come Clara che in punto di morte crede di essere tornata nella casa paterna. E questa storia potrebbe cominciare così: «Prenda un animale affamato, inseguito, con una compagna e dei cuccioli da nutrire, e lo metta in un bell'ovile, insieme agli agnellini, con un verde pascolo a disposizione...». E' lecito chiedersi allora se U signore delle anime non sia una satira del «disprezzo borghese», di una Francia che ha smesso di essere madre accogliente per gli orfani della terra. Il 2 febbraio 1939 la Chiesa accorda il battesimo a Irène Némirovsky, ma lo Stato le nega la naturalizzazione, a dispetto del suo talento che lo stesso Robert Brasillach, alfiere dell'antisemitismo, aveva additato come modello alle scrittrici francesi.
«Inutili smancerie europee!»: Il signore delle anime è una risposta alle mistificazioni dell'Occidente.
«Se ci oltraggiate, non dobbiamo vendicarci?» osserva ancora Shylock. Nel romanzo, i borghesi e le donne di mondo non sono certo ritratti con indulgenza: ignoranti, prepotenti, avidi, insensibili, ipocriti, sfuggenti. Della psicoanalisi - che è uno dei temi di questo libro e il cui obiettivo è proprio quello di «portare a galla l'ignobile feccia dell'anima» - Irène Némirovsky ha colto l'essenziale: il principio universale dell'egocentrismo. E come è stato blandito da perfide parole («E' quasi uno di noi ormai...»), così Asfar l'umiliato, Asfar l'offeso si vendica con false promesse. «Sono felice di sentirla tanto al di sopra di me» confessa all'inaccessibile Sylvie. «E in certi momenti la odio. Ma più spesso la amo». Non è Irène Némirovsky che si rivolge così alla Francia?
L'ultima puntata del romanzo esce nell'agosto 1939, qualche giorno prima dell'entrata in guerra. E' probabile che l'editore Albin Michel progettasse di ripubblicarlo in volume. Ma per il momento reputa più urgente assicurare il suo sostegno all'autrice, visto che l'ascendenza «russa e israelita» potrebbe crearle delle «noie». Nell'aprile 1940, prima dell'offensiva tedesca, esce il testamento letterario di Irène Némirovsky, I cani e i lupi. Ancora una volta la scrittrice dipinge un crudo ritratto non degli ebrei francesi, ma degli ebrei venuti «dall'Est, dall'Ucraina o dalla Polonia», quelli che la stampa chiama «gli ebrei selvatici». Tuttavia, consapevole dell'odio che perseguita gli ebrei e dal quale lei si crede ancora al riparo, ritiene necessario allegare una avvertenza: «Perché un popolo dovrebbe rifiutarsi di essere visto così com'è, con i suoi pregi e i suoi difetti? Penso che certi ebrei si riconosceranno nei miei personaggi. Forse non me la perdoneranno... Ma io so di dire la verità». Sei mesi dopo, il primo Statut des Juifs la costringerà a pubblicare i suoi racconti sotto pseudonimo. Nei due romanzi che porta a termine da allora, e in quello che rimarrà incompiuto, i personaggi ebrei scompaiono: in un tempo dominato dalle caricature, la sottigliezza non ha più corso. Il 15 luglio 1942, mentre Irène Némirovsky, arrestata due giorni prima, viene trasferita nel campo di Pithiviers, sul settimanale «Présent», vicino al governo Pétain, esce il suo ultimo racconto pubblicato in vita. Vi si legge chiaramente la disillusione dell'autrice: «Guardatemi. Sono sola come voi ormai, ma la mia non è una solitudine voluta, cercata, è la solitudine peggiore, quella umiliata, amara, quella dell'abbandono e del tradimento».1 Nel novembre dello stesso anno il marito, Michel Epstein, senza sue notizie da ben tre mesi, riesce a raggiungerla, più lontano di quanto si aspettasse, nell'Europa orientale: Oswiecim, Polonia, in tedesco Auschwitz. Dove sono allora i lupi, i barbari, i selvaggi?
«Dio mio, che cosa mi combina questo paese?» scriveva Irène Némirovsky, facendo eco allo straziante lamento di Asfar: 
Nota: 1. Denise Mérande [Irène Némirovsky], Les Vierges, in «Présent», 15 luglio 1942.
«Sì, voi che mi disprezzate, ricchi francesi, fortunati francesi, quel che volevo era la vostra cultura, la vostra morale, le vostre virtù, tutto ciò che è superiore a me, diverso da me, diverso dal fango in cui sono nato!». Irène Némirovsky non era nata nel fango, ma è innegabile che aspirasse al riconoscimento letterario della Francia. Una Francia ossessionata dallo spettro dell'Altro, e della quale, settant'anni dopo, i suoi lucidi romanzi riflettono la smorfia di paura.
Olivier Philipponnat Patrick Lienhardt/1
1. Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt sono gli autori della Vie d'Irène Némirovsky, Grasset-De Nnoèl, Paris, 2007 [La -vita di Irène Némirovsky, trad. it. di Graziella Cillario, Adelphi, Milano, 2009].
FINITO DI STAMPARE NEL SETTEMBRE 2011 IN AZZATE DAL CONSORZIO ARTIGIANO «L.V.G.»
Printed, in Italy