venerdì 26 giugno 2020




PROBABILMENTE UN PICCHIO GIALLO
Gilbert K. Chesterton. “Il poeta e i pazzi.” Bompiani.

“– Sì, io ascolto gli uccelli – la voce di Gale giunse mezzo soffocata poiché si levava dalle profondità del suo giaciglio di foglie.
– Hutton dorme – commentò Garth soddisfatto. – Nessuna meraviglia che si sia addormentato dopo quel popò di colazione. Gale, dormi?
– Non dormo, sogno. Se si guarda in alto abbastanza a lungo succede che non esiste più l’alto e il basso, ma soltanto una specie di sogno verde nebuloso, con uccelli che potrebbero anche essere pesci. Non sono che forme stranissime con diversi toni grigi e bruni contro il verde, e uno è tutto giallo.
– Probabilmente un picchio giallo – commentò Garth.
Gale continuò con voce assonnata: – Non mi sembra una mazza, non ha la forma così curiosa.
– Asino! – sentenziò Garth. – Credi che dovrebbe assomigliare al martello di una vendita all’asta? Voi poeti che pretendete di possedere la scienza della natura siete di solito piuttosto deboli nella storia naturale. Ebbene, Mallow, – continuò rivolgendosi al compagno, – se parlerete con tono di voce normale non avrete nulla da temere da loro."
  
    

    IL POETA E I PAZZI 

    Chi è il poeta e chi il pazzo? È, il poeta, un genio dell’immaginazione sempre in bilico sull’orlo della follia o piuttosto è il pazzo a esplorare la dimensione poetica dell’esistenza ai confini della ragione? Non cercate una risposta in voi, ma trovate la soluzione nella penna irriverente e ironica di Gilbert K. Chesterton: una raccolta di sei racconti, che hanno come protagonista Gabriel Gale, poeta detective a caccia di ambigui criminali, figure bivalenti macchiate dal reato ma a loro volta vittime della pazzia. Ma lo stesso Gabriel, investigatore della mente umana, risolve i misteri lottando contro la ragione. Egli è, infatti, anche un poeta, è un artista, e in lui la razionalità lascia spesso il posto all’immaginazione: come un funambolo cammina sulla corda tesa sopra l’abisso che separa sanità e pazzia, realtà e menzogna, per far scoprire al lettore che la soluzione più semplice, la più logica, non è mai quella giusta. Perché anche la ragione, a ben guardare, troppo spesso si rivela una trappola.

L’UCCELLO GIALLO

Cinque giovani erano giunti sulla cima di un colle che dominava una valle tanto bella da poter essere chiamata una visione, ma troppo trascurata per venire di solito annoverata fra i luoghi dai quali si gode un bel panorama. Si trattava di una comitiva in gita artistica, ma quando, giunti lassù, si fermarono, si deve anche dire che si occuparono ben poco di pittura. Il luogo era fatto apposta per dare l’illusione di essere giunti in capo al mondo e mostrò di avere su di essi un effetto singolare, diverso per ognuna delle varie personalità, ma operante su tutte una decisa azione di rallentamento o di arresto. Quel paesaggio era singolare e insieme indefinibile; a volerlo analizzare non vi si sarebbe scoperto nulla di diverso da ciò che si trova in una ventina di altre vallate boscose delle contee occidentali situate ai confini del Galles. Verdi pendii salivano verso una cornice di foreste oscure che, paragonate a quelli, apparivano addirittura nere, ma i tronchi grigi si specchiavano nel fiume come il colonnato di una galleria sterminata. Più a valle, sulla riva del fiume, la sponda era libera da piante d’alto fusto o formava una piattaforma di vecchi orti e di giardini nel mezzo dei quali sorgeva una casa piuttosto alta di mattoni scuri, con le persiane azzurre, ricoperta da vecchi rampicanti che avevano l’aria di parassiti più che di piante ornamentali. Il tetto era senza spioventi, con un comignolo quasi nel centro da cui saliva nel cielo un filo sottile di fumo, unico segno che dimostrasse come la casa non fosse del tutto disabitata. Dei cinque uomini che osservavano il paesaggio uno soltanto aveva delle ragioni personali per osservare anche la casa.
Il meno giovane di quegli artisti – bruno, ambizioso, attivo e occhialuto, destinato a rendere celebre il nome di Luke Walton – fu impressionato da quel luogo in maniera stranissima, pareva ne fosse seccato come da una mosca importuna, come da una cosa che gli sfuggisse continuamente; non riusciva a trovare un punto di vista soddisfacente; trasportava a ogni momento il suo sgabello da un punto all’altro traversando e riattraversando quella che sarebbe stata la scena di prossimi avvenimenti, fra l’amichevole scherno dei compagni. Il secondo, il biondo e tarchiato Hutton, guardava innanzi a sé con lo sguardo alquanto bovino, tracciò qualche linea su di un album, poi annunciò che il posto era buono per farvi merenda e che avrebbe subito consumato la sua. Il terzo pittore fu d’accordo con lui, ma siccome oltre che pittore era anche poeta, lo si giudicava naturalmente portato a dimostrare entusiasmo verso ogni proposta che gli permettesse di non lavorare. E infatti questo artista, il cui nome era Gabriel Gale, non pareva disposto a guardare il paesaggio, né tanto meno a dipingerlo; dopo aver dato un morso a un panino imbottito e bevuto un sorso dalla borraccia di un compagno, si coricò supino ai piedi di un albero e rimase là con gli occhi fissi in alto, affondati nella penombra palpitante delle foglie; alcuni lo credettero addormentato, mentre i più benevoli lo giudicarono intento a comporre un poema. Il quarto, di nome Garth, basso di statura e dall’aria attiva, si poteva considerare soltanto un membro onorario del circolo perché s’interessava più alla scienza che all’arte e in luogo della tavolozza aveva fra le mani una macchina fotografica. Era tuttavia capace di valutare con intelligenza la scena e ora stava fissando l’apparecchio in maniera da coprire l’angolo del fiume dove stavano il giardino abbandonato e la casa lontana. In quel momento il quinto artista, che non aveva fatto assolutamente nulla né aveva detto una sola parola, scattò con un gesto talmente brusco per interrompere l’operatore, da far credere che temesse quell’apparecchio come un fucile spianato.
– No, vi prego disse, – è già troppo orribile quando cercano di dipingerla.
– Perché? non vi piace quella casa? – chiese Garth. – Mi piace troppo, invece – fece l’altro; – o meglio le voglio troppo bene perché mi possa piacere.
Quello che aveva parlato era il più giovane della comitiva, ma aveva già avuto qualche successo locale, in parte per aver dedicato il suo ingegno al paesaggio e alle leggende di quella regione, in parte perché discendeva da una famiglia di piccoli proprietari il cui nome era storico tra quei colli.
Era alto, con i capelli castani, il volto bruno e allungato, il naso molto ricurvo più distinto che bello, e aveva sulla fronte una continua ombra di preoccupazione che lo faceva sembrare meno giovane di quel che era. Egli solo, giunto sulla vetta della collina non aveva compiuto nessun gesto per dedicarsi al lavoro o al riposo. Mentre Walton andava qui e là, Hutton attaccava allegramente la colazione, e Gale si gettava sul giaciglio di foglie per guardare la cima dell’albero, egli era rimasto immobile a fissare di là della valle la casa lontana, e si era scosso soltanto quando Garth aveva puntato il suo apparecchio.
Garth gli rivolse un volto che sorrideva nonostante la durezza dei lineamenti, poiché quel piccolo scienziato aveva un ottimo carattere.
– Suppongo che dietro a quel che avete detto ci sia una storia – disse, – e mi sembrate in condizioni di spirito di poterla confidare a qualcuno. Se volete raccontarmela siate certo che so mantenere un segreto. Sono medico e quindi ho molti segreti da custodire, specie quelli di malati di mente. Proprio questo vi dovrebbe incoraggiare a parlare.
Il giovane, il cui nome era John Mallow, continuò a guardare con aria pensosa il fondo valle, ma qualcosa in lui diede l’impressione che l’altro avesse indovinato e che stesse per parlare.
– Non curatevi degli altri – gli disse Garth, – non possono ascoltare: son troppo occupati a non far niente. Hutton! – chiamò con voce forte, – Gale! mi ascoltate?
– Sì, io ascolto gli uccelli – la voce di Gale giunse mezzo soffocata poiché si levava dalle profondità del suo giaciglio di foglie.
– Hutton dorme – commentò Garth soddisfatto. – Nessuna meraviglia che si sia addormentato dopo quel popò di colazione. Gale, dormi?
– Non dormo, sogno. Se si guarda in alto abbastanza a lungo succede che non esiste più l’alto e il basso, ma soltanto una specie di sogno verde nebuloso, con uccelli che potrebbero anche essere pesci. Non sono che forme stranissime con diversi toni grigi e bruni contro il verde, e uno è tutto giallo.
– Probabilmente un picchio giallo – commentò Garth.
Gale continuò con voce assonnata: – Non mi sembra una mazza, non ha la forma così curiosa.
– Asino! – sentenziò Garth. – Credi che dovrebbe assomigliare al martello di una vendita all’asta? Voi poeti che pretendete di possedere la scienza della natura siete di solito piuttosto deboli nella storia naturale. Ebbene, Mallow, – continuò rivolgendosi al compagno, – se parlerete con tono di voce normale non avrete nulla da temere da loro. Dunque, dicevate di questa vostra vecchia casa?
– Non è mia – rispose Mallow, – appartiene a una vecchia amica di mia madre, la signora Werney, che è vedova. Come vedete, il posto è ridotto male, questo perché i Werney sono molto giù e non sanno come fare per risollevarsi. Ma là io ho passato delle ore felici, come probabilmente non ne vedrò più nella vita.
– La signora Werney era davvero tanto affascinante? – insinuò l’amico, – o posso prendermi la libertà di supporre che vi fosse anche una rappresentante della nuova generazione?
– Disgraziatamente per me, si tratta di una generazione troppo nuova, d’una novità assolutamente rivoluzionaria che va oltre le mie capacità cerebrali. – Dopo una pausa esclamò improvvisamente: – Credete nelle donne che studiano medicina?
– Non credo in nessun tipo di medici perché sono medico anch’io.
– Non si tratta veramente di medicina, ma di una cosa simile, credo – continuò Mallow, – di scienze psicologiche e così via; Laura ne ha preso una cotta e adesso fa la segretaria a un bel tipo di psicologo russo.
– Lo stile del vostro racconto è piuttosto impressionistico – notò il dottor Garth, – ma credo di poter dedurre che Laura sia la figlia della signora Werney, e inoltre che Laura abbia qualche rapporto con i giorni felici che non torneranno più.
– Credetelo pure e non ne parliamo più. Avete capito benissimo quel che voglio dire; ma il punto è questo: Laura ha accettato tutte le idee nuove e ha convinto sua madre a gettarsi nella lotta a lancia in resta per combattere quella loro sopportabilissima povertà. Non dico che in questo non abbia una parte di ragione, ma la verità è che le cose si sono complicate. In primo luogo, Laura non soltanto guadagna da vivere, ma inoltre, lavorando può entrare nel laboratorio di quel misterioso moscovita, il quale ha desiderato un tranquillo ritiro campestre.
– E io credo di poter supporre che nella vostra giovane vita quel misterioso moscovita risulti un poco troppo ingombrante.
– È entrato ad abitare nella casa soltanto ieri sera – continuò Mallow, – ecco perché son voluto venir qui oggi e vi ho trascinato tutti. Vi ho detto che è un bel posto, ed è verissimo, ma non voglio dipingerlo e non voglio neppur visitarlo; avevo la vaga impressione che mi sarebbe piaciuto trovarmi qui, ecco tutto.
– E poiché non potevate liberarvi di noi ci avete accompagnati qui – concluse sorridendo Garth. – Ebbene, credo di capirvi perfettamente. Di questo professore russo, cosa sapete?
– Contro di lui nulla. È celebre come scienziato e come uomo politico. Sotto l’antico regime è scappato da una prigione della Siberia facendo saltare le mura con una bomba di sua costruzione; è una storia interessante, dev’essere un uomo coraggioso. Ha scritto un libro enorme, credo sulla psicologia della libertà, e Laura è moltissimo delle sue idee. È una cosa assolutamente incredibile: lei e io ci vogliamo molto bene, non credo che mi consideri uno sciocco, e io non credo di esserlo. Ma ogni volta che in questi ultimi tempi ci siamo rivisti è stato esattamente come l’incontro di due che siano avviati in direzioni opposte. Credo di averne scoperto la ragione: lei cammina ora sempre verso l’esterno. Più conosco il mondo, più uomini incontro, più libri leggo, più risposte indovino, e più ritorno con decisione nei luoghi dove sono nato e dove ho giocato da bambino, stringendo il volo come l’uccello che ritorna al nido. Mi sembra questo il termine di ogni viaggio e specialmente del più grande… ritornare a casa. Ma lei ha un’altra idea. Non solo dice che la vecchia casa di mattoni è come una prigione e che le colline sono muraglie che la richiudono, e sin qui ammetto che la vita laggiù sia abbastanza noiosa, ma sostiene anche una teoria che suppongo abbia preso dal suo amico psicologo. Dice che persino in questa vallata e nel giardino anche gli alberi crescono soltanto perché irradiano verso l’esterno, che poi non è se non l’idea espressa dalla parola latina che significa mettere i rami. Dice che la stessa parola “radioso” racchiude il segreto della felicità. Può esservi in questo qualche cosa di vero, lo ammetto, ma da parte mia, io, per così dire, irradio verso l’interno; ecco la ragione perché in tutti i miei quadri dipingo questo piccolo angolo di mondo. Se riuscissi a dipingere bene la valle potrei diventare degno di dipingere il rampicante sotto la sua finestra.
L’addormentato Hutton si destò con un rumoroso sbadiglio e sollevandosi dal suo giaciglio di foglie se ne andò a raggiungere l’industrioso Walton che si era finalmente posto al lavoro sull’altro versante della collina. Ma il poeta Gale era ancora steso, intento a contemplare il suo capovolgimento di cime d’alberi, e l’unica risposta che si degnò di dare a una seconda chiamata di Garth fu nel dire con estrema lentezza: – Hanno cacciato via quello giallo.
– Chi ha cacciato via che cosa? – fece Mallow con una certa irritazione.
– Gli uccelli hanno assalito quello giallo e l’hanno scacciato – rispose il poeta.
– Certo considerandolo uno straniero indesiderabile – disse Garth.
– Il pericolo giallo – mormorò Gale e ricadde nei suoi sogni.
Mallow aveva già ripreso il suo monologo:
– Il nome dello psicologo è Ivanhov e dicono che nel suo ritiro campestre voglia scrivere un altro grosso libro: credo che lei gli farà da segretaria. Si tratta di una certa teoria matematica intorno alla eliminazione dei limiti e…
– Attenzione! – esclamò Garth, – questa solitaria dimora sta ritornando alla vita. Qualcuno apre una finestra.
– Non l’avete sempre guardata come ho fatto io – ribatté Mallow tranquillamente. – Nella parete di sinistra c’è una piccola finestra che è sempre rimasta aperta; è quella del salottino accanto alla camera che era di Laura; vi stanno ancora tante cose sue, ma credo che l’abbiano destinata agli ospiti.
– E cioè al presente inquilino.
– Come inquilino è abbastanza strano, spero almeno che sia un vero ospite pagante. La finestra grande dove hanno appena sbattuto le imposte è in fondo alla lunga biblioteca che ha pure tutta la fila delle finestre. Suppongo che vi ficcheranno il filosofo quando vorrà filosofare.
– Il filosofo sembra essere molto filosofo anche in rapporto alle correnti d’aria – notò Garth, – lui stesso, o qualcun altro, ha aperto altre tre finestre e pare stiano tentando aprirne ancora un’altra.
Mentre parlava si spalancò la quinta finestra e sin da quella distanza si poterono scorgere il rampicante che l’aveva tenuta legata spezzarsi e cadere; parve l’infrangersi di una verde catena che avesse sino allora legato la casa imprigionandola. Fu quasi come lo spezzarsi del suggello di una tomba e Mallow, nonostante ogni sua prevenzione, riconobbe la presenza e la forza di quell’ideale rivoluzionario che considerava suo rivale. Lungo tutta la facciata scrostata della vecchia casa di mattoni le finestre si spalancavano l’una dopo l’altra come gli occhi di un Argo gigantesco che si ridestasse da un sonno secolare. Mallow si sentì costretto a confessare a se stesso che non aveva mai veduto quell’edificio rivivere in tal modo come un fiore che sboccia. Ora anche le tre ultime finestre erano aperte e la lunga stanza doveva essere assolutamente inondata di luce e di aria. Garth aveva detto che quel filosofo doveva essere molto filosofico in fatto di correnti d’aria, ma ora la casa dava addirittura l’impressione di essere un tempio dei venti officiato da un sacerdote pagano. Quella visione mattutina sembrava racchiudere un significato più profondo di quanto potesse indicare il semplice fatto di una fila di finestre di solito sempre chiuse, e ora spalancate. L’immagine della vita che fiorisce sembrava pervadere di nuova atmosfera tutta la scena, come se una corrente d’aria uscisse da quelle finestre invece di entrare attraverso di esse. Il sole era già abbastanza alto, ma su quella casa l’astro si liberava dalle brume del mattino quasi con il silenzioso prorompere di una nuova aurora. Anche gli alberi del bosco con le loro forme a ventaglio sembravano ripetere la parola “radioso” che il giovane aveva ricordata come una voce simbolica. Navigando alte, e come sospinte da una forza centrifuga, alcune nubi conservavano ancora nel pieno meriggio i colori dell’alba. Il giovane si sentiva aggredito da cose nuove che gli facevano paura, lanciate com’erano da un’irresistibile forza di espansione. Quando posò lo sguardo su un minuscolo architrave di un cancello abbandonato nella parte più vecchia del giardino, gli parve che persino quello s’ingrandisse a vista d’occhio.
Una improvvisa esclamazione dell’amico Garth lo ridestò dal suo sogno a occhi aperti che si sarebbe potuto definire paradossalmente un incubo fatto di troppa luce bianca.
– Perdinci, ha trovato un’altra finestra, una finestra sul tetto!
Si vedeva infatti il barbaglio di un finestrino che rifletteva di traverso un raggio di sole e da quella apertura emergeva ora una figura d’uomo. Poco di lui si poteva vedere a quella distanza, soltanto che era alto e sottile, con i capelli gialli e lucenti come oro nel sole alto. Indossava un lungo abito chiaro, probabilmente una veste da camera e stendeva le lunghe braccia con l’esultanza di chi si è appena liberato dal sonno.
– Ecco! – fece di scatto Mallow mentre una indefinibile espressione gli balenava sul volto, – voglio scendere a far visita.
– Già, pensavo che l’avreste fatto – disse Garth; – volete andare solo?
Parlando cercò con lo sguardo il resto della compagnia, ma Walton e Hutton stavano sempre chiacchierando poco lontano, sull’altro versante, e soltanto Gale era ancora sdraiato all’ombra degli alberi folti, intento a guardare gli uccelli come non si fosse mai mosso. Ciò che disse fu soltanto:
– Non vi siete mai sentiti l’anima di un triangolo isoscele?
– Non molto spesso – gli rispose Garth un poco sostenuto; – posso chiederti di cosa diavolo stai parlando?
– Soltanto di una cosa che mi passa nella mente, – rispose il poeta sollevandosi sul gomito. – Pensavo se sarebbe seccante essere circondati da linee rette e se per caso sarebbe meglio trovarsi in un circolo. È mai successo a nessuno di essere in una prigione rotonda?
– Da dove ti vengono queste idee sballate? – esclamò il medico. – Me ne ha parlato un uccellino, – rispose Gale con serietà. – Proprio così.
Intanto si era rizzato e si fece avanti lentamente per riuscire a vedere la casa presso il fiume, e nel guardarla i suoi azzurri occhi sognanti parvero destarsi come le finestre che s’erano spalancate sulla casa.
– Un altro uccello – disse a bassa voce, – è come un passero sul tetto. Proprio così.
Vi era una sfumatura di verità in quella frase, perché la strana figura si teneva sull’orlo del tetto avendo il vuoto sotto e a braccia tese come stesse per volare; ma l’ultima parola e ancor più il tono stranissimo con il quale Gale l’aveva pronunciata incuriosirono il medico.
– Proprio che cosa? – chiese brusco.
– Come quell’uccello giallo. Anzi è anche lui un uccellogiallo con quei capelli al sole; che cosa hai detto che era, un martello giallo?
– Martello giallo sarai tu – ribatté Garth. – Sei altrettanto giallo e davvero con quelle lunghe gambe e i capelli color paglia gli rassomigli parecchio.
Con la sua solita serietà Mallow guardò piuttosto sorpreso prima l’uno e poi l’altro perché esisteva davvero una vaga somiglianza tra le due figure alte e bionde, l’una sulla casa e l’altra sulla collina.
– Forse è vero che gli rassomiglio parecchio – disse tranquillamente Gale, – sono abbastanza simile a lui per imparare a non essere come lui. Può darsi che siamo uccelli con le medesime penne gialle, ma non siamo compagni perché egli non ama la compagnia. E in quanto al picchio giallo, come tu lo chiami, quello è certo allegorico.
– Rinuncio a decifrare le tue allegorie – fece seccamente il dottor Garth.
– Un tempo avrei desiderato un martello per distruggere – continuò Gale, – ma poi ho imparato a servirmene per un’altra cosa che è veramente lo scopo per cui è fatto il martello, e che di quando in quando riesco davvero a fare.
– E sarebbe?
– Qualche volta riesco a colpire nel segno, – rispose il poeta.
Fu soltanto più tardi che Mallow fece la sua visita alla signora Werney; sapeva che di solito la signora si recava al villaggio tutti i pomeriggi e aveva le sue buone ragioni per voler sferrare l’attacco quando lo straniero fosse solo con la segretaria. Contava poi di servirsi degli amici per isolare e trattenere quello, mentre egli avrebbe chiesto alla segretaria spiegazioni definitive. E quindi trascinò con sé Garth e Gale verso il salotto della signora Werney, o meglio l’avrebbe fatto se Gale fosse stato un individuo da poter trascinare con facilità; ma egli aveva la tendenza a staccarsi da qualunque gruppo e a rimanere sempre indietro. Alto com’era, trovava stranamente la maniera di scomparire. Gli amici lo dimenticarono adesso come l’avevano quasi dimenticato quando riposava sotto gli alberi. Non era che non fosse socievole, al contrario dimostrava molta simpatia verso gli amici, così come aveva in simpatia le proprie idee ed era sempre felice di poter esporre queste a quelli. Chi non lo conosceva abbastanza avrebbe forse detto che amava il suono della sua voce, ma gli amici che lo conoscevano bene sapevano come ciò non fosse vero. Sapevano che, nel senso di ascoltarsi, non si udiva quasi neppure. Quello che rendeva imprevedibili i suoi movimenti era che in lui il pensare e il chiacchierare potevano prendere le mosse da qualsiasi minima cosa che gli sembrasse notevole. Ciò che per la maggior parte degli uomini rimane una impressione senza conseguenze poteva costruire per lui un evento, e fra i più importanti, della sua giornata. Molte persone dotate di fantasia sanno quel che significhi dire che certe stanze vuote e certe porte aperte sono suggestive; in quanto a lui, agiva sempre obbedendo a quelle suggestioni. Molti capiscono come si possa trovare qualcosa di vagamente invitante nel buco aperto in una siepe di un giardino o nell’improvvisa curva di un sentiero: egli accettava sempre quel genere di inviti. La forma di una collina o l’angolo di una casa lo colpivano a volte come una sfida ed egli allora combatteva decisamente quelle cose, e non desisteva sino a che gli avessero svelato almeno in parte il loro segreto, sino a che gli riuscisse di dare un nome alle sue impressioni; erano le maggiori avventure della sua vita. Ne veniva che seguisse talvolta per varie ore il filo del medesimo pensiero con la perseveranza di un uccello diretto in volo verso il nido, e quel pensiero poteva avere avuto origine da una piccola cosa insignificante, fosse pure un semplice ciuffo di penne di cardellino, trattenute da una spina.
In quella occasione gli amici lo perdettero di vista appena girato l’angolo della casa e oltrepassata una grande finestra bassa che dava sul giardino. Nell’interno, su un tavolino rotondo, era posato un vaso di pesci dorati e Gale si fermò di scatto per contemplarli come se non avesse mai veduto nulla di simile. Sosteneva spesso che lo scopo principale della vita deve consistere nel riuscire a vedere tutte le cose come se le vedessimo per la prima volta. In quel caso, la penombra della stanza vuota, toccata appena qui e là da un ultimo raggio di sole, pareva in qualche modo formare una cornice ricercata, ma adatta alla cosa centrale che era il cuore della sfera color verde cupo, pulsante con la vita di piccole e mobilissime fiamme.
– Perché diavolo li chiamano pesci dorati? – si chiese quasi con irritazione. – Sono di un colore molto più ricco di quello dell’oro; un colore simile non l’ho mai veduto se non raramente nelle nuvole di qualche tramonto. L’oro ricorda il giallo, e neppure il migliore fra i gialli; l’oro non ha neppure la metà della bellezza del giallo limone chiaro dell’uccello che ho veduto oggi. Il colore di questi pesci si avvicina più al rame che all’oro e il rame è venti volte più bello dell’oro. Perché poi il rame non viene considerato il più prezioso di tutti i metalli?
Dopo una pausa disse pensosamente.
– Che cosa succederebbe se qualcuno volesse cambiare un assegno con dell’oro e gli dessero invece del rame con la spiegazione che le monete di rame hanno toni cromatici più ricchi?
Ma la domanda rimase senza risposta perché l’aveva rivolta come le altre all’aria; i suoi compagni non erano come lui dotati della facoltà di apprezzare l’importanza dei pesci dorati e avevano proseguito impazienti verso l’entrata principale lasciandolo solo accanto alla finestra. Rimase a osservare per qualche tempo, e quando alla fine si tolse di là non fu per seguire gli altri, ma per andare a passeggiare lungo i viottoli del giardino nel crepuscolo che si faceva sempre più scuro, intento a meditare su qualche intricato romanzo che incominciava con la descrizione di un vaso di pesci rossi.
Intanto gli amici meno fantasiosi di lui, seguendo il filo principale della storia, erano entrati nella casa incontrando finalmente qualcuno.
Nel giardino si trovavano molte cose su cui anche Mallow sarebbe stato disposto a indugiare se le sue disposizioni fossero state solamente sentimentali; una vecchia altalena in un angolo dell’orto, lo scorcio di un campo da tennis invaso ormai dall’erba, la forcella di un pero, e ognuna di quelle cose aveva la sua storia. Ma egli era in preda a un’ardente curiosità di un genere troppo pratico che non lasciava posto a sentimenti di genere puramente speculativo, aveva cioè deciso di scoprire a ogni costo, il segreto del nuovo personaggio entrato nella vecchia casa. Sentiva che la sola presenza di quell’uomo aveva mutato ogni cosa, e voleva scoprire sino a qual punto fosse giunto quel mutamento. Prevedeva quasi di ritrovare le stanze note affatto spoglie, o riempite di strani mobili dopo che lo straniero vi era passato.
Il caso dava intanto al loro andare attraverso le stanze vuote un’aria di inseguimento, come se fossero intenti a rincorrere qualcosa di estremamente elusivo, perché appunto mentre passavano da una stanza nella lunga biblioteca, lo straniero che stava accanto all’ultima finestra spinse il suo irrequieto amore per l’aria libera sino a posare una delle sue lunghe gambe sul davanzale per lasciarsi cadere sul prato sottostante. Era tuttavia chiaro che non aveva alcun desiderio di evitarli, poiché rimase là sorridente nel sole, pronunciando parole di cordiale benvenuto con un accento che aveva soltanto una leggera sfumatura esotica. Indossava ancora la lunga veste da camera color limone chiaro la quale, insieme ai capelli chiari, aveva suggerito il paragone fra lui e un uccello giallo. Sotto i capelli chiari, la fronte era vasta ma non alta e il naso non era soltanto lungo e diritto, ma scendeva dalla fronte con una linea assolutamente rigida alla maniera dei profili che si ammirano sulle medaglie greche, maniera che però, veduta nella realtà, dà l’idea di una simmetria innaturale e quasi sinistra; i suoi modi erano bruschi, ma non privi di grazia, e nulla contrastava la calma del comportamento, se non fosse lo sguardo un po’ strabico degli occhi che erano duri e sporgenti. Sino a che i visitatori non vi si furono abituati, ebbero a volte qualche sussulto quando, nel guardare il suo volto nell’ombra pareva che quegli occhi rotondi stessero per sgusciare dall’orbita.
La prima cosa che quegli occhi incontrarono fu la macchina fotografica di Garth e, appena terminate le presentazioni e i saluti, egli si immerse in una discussione intorno alla fotografia. Ne profetizzò lo sviluppo a scapito della pittura, e si diede a ribattere l’obiezione, sostenuta persino dal medico, che la pittura avesse la superiorità dei colori.
– La fotografia a colori verrà presto perfezionata – disse con foga, – o meglio, non diverrà mai perfetta, ma sarà sempre in via di venir migliorata. Ecco la superiorità della scienza. Si sa, più o meno, quel che si può fare, più o meno bene, con la matita e il cesello, ma gli strumenti, sono essi stessi che mutano.
– Tuttavia – fece Mallow burbero, – aspetterò che la macchina fotografica, come strumento scientifico, faccia un altro progresso prima di fare a pezzi il mio vecchio cavalletto.
– Quale progresso? – gli chiese il russo con serietà.
– Aspetterò sino a quando una grossa macchina fotografica possa camminare sulle tre gambe e se ne vada in campagna a scegliere il paesaggio che preferisce.
– La cosa non è del tutto impossibile come dimostrate di credere – ribatté l’altro. – Ai nostri giorni in cui l’uomo può udire e vedere a grande distanza, i suoi nervi sono, per così dire, tesi al di sopra delle città in forma di fili telegrafici e telefonici. La grande città moderna diventerà una grande macchina soggetta al comando della mano dell’uomo. Soltanto così l’uomo diverrà un gigante.
Per qualche minuto John Mallow rimase a fissare lo straniero piuttosto duramente, poi disse:
– Se siete tanto entusiasta delle grandi città moderne, perché vi nascondete in un piccolo e tranquillo angolo di campagna come questo? – Per un attimo i lineamenti del russo parvero fremere e alterarsi, ma subito dopo egli tornava a sorridere, benché ora parlasse quasi con tono di scusa.
– La verità è che qui si trova maggiore spazio – rispose, – confesso di amare molto lo spazio sterminato. Ma anche in questo campo la nuova scienza urbanistica provvederà con il tempo un rimedio, e la risposta è una sola parola: “aviazione”.
Prima ancora che l’interlocutore potesse ribattere, egli riprese a parlare mentre gli occhi sporgenti gli si riaccendevano e tutta la persona vibrava di entusiasmo. Fece con la mano l’atto di lanciare in aria una pietra.
– È verso l’alto che avverrà la nuova espansione, quella via è abbastanza larga ed è sempre aperta. Le nuove strade saranno ritte come le torri. I nuovi porti saranno lontanissimi in quel mare che si estende sopra di noi, un mare di cui non si potrà mai raggiungere la fine. E quello non sarà che l’inizio della conquista dei pianeti e della colonizzazione delle stelle fisse.
– Credo – disse Mallow – che riuscirete a conquistare le più lontane stelle prima di scoprire del tutto questo vecchio angolo di terra. Ha una sua magia che son certo saprà resistere a tutti i vostri scongiuri. È la casa di Merlino e benché dicano che lo stesso Merlino sia rimasto vittima di un incantesimo, non fu certo quello di Marconi che lo vinse.
– No, – confessò lo straniero sempre sorridendo, – sappiamo bene di quale incantesimo sia rimasto vittima Merlino.
Mallow conosceva di fama gli intellettuali russi abbastanza per non sorprendersi di nessuna dimostrazione delle loro vaste conoscenze nel campo della poesia e della cultura occidentale, ma in quelle parole gli parve di ascoltare anche il senso quasi satirico di una profonda familiarità, e un diavoletto beffardo gli suggerì la causa che poteva avere incatenato questo mago dell’avvenire in una vallata del vecchio mondo occidentale.
Laura Werney veniva ora verso di loro attraversando il giardino con delle carte fra le mani. Era di tipo forte, con i capelli rossi, bella in una maniera che pareva ostentasse una certa esuberanza pagana sino a che, più da vicino, mostrava la profonda serietà dei suoi occhi limpidi; la si sarebbe potuta definire una pagana con occhi puritani. Salutò gli ospiti senza mutare espressione e in silenzio porse le carte al professore. Qualcosa in quei suoi gesti quasi automatici parve irritare Mallow, il quale, riprendendo il cappello che aveva posato sul davanzale della finestra, disse con voce alta e tranquilla:
– Laura, vuoi mostrarmi la via per uscire dal giardino? L’ho quasi dimenticata.
Trascorse tuttavia qualche tempo prima che si congedasse da lei accanto al cancello, all’ombra del muro di cinta.
Nella intensa amarezza di spirito che lo opprimeva sembrava egli volesse esagerare il suo saluto trasformandolo in un decisivo addio rivolto non soltanto a lei, ma anche a tutte le cose che aveva sempre sentite piene della sua presenza.
– Penso che abbatterete quella vecchia altalena, vero? – aveva detto mentre attraversavano il giardino, – e forse rizzerete una altalena elettrica tutta in acciaio che in dieci secondi porterà alla luna.
– In ogni modo non potrò mai abbattere la luna – rispose la fanciulla sorridendo, – e non credo neppure che lo vorrei fare.
– Questo in te è un pensiero piuttosto reazionario – notò Mallow, – la luna è un vulcano assolutamente estinto, valorizzato soltanto dai romantici della vecchia scuola. E suppongo che trasformerete il vostro vecchio campo da tennis in un luogo in cui il tennis sarà giocato meccanicamente premendo un bottone a cento miglia di distanza. Non sono sicuro che abbiano già terminato il progetto di un pero che faccia nascere le pere elettricamente.
– Ma certo – ella ribatté un poco turbata, – che il mondo può progredire senza perdere le cose che sembra lasciare indietro. E dopo tutto, il mondo deve certo progredire, deve continuare a crescere. Credo sia questo il punto in cui tu t’inganni: non si tratta di un semplice continuare, è invece un crescere in tutte le direzioni. Espansione, ecco la parola; divenire sempre più vasto, descrivere dei cerchi sempre più larghi, ma tutto questo vuol dire soltanto più gioia, più serenità, più pace; significa… – ma s’interruppe di colpo perché la luna le aveva gettato addosso un’ombra che era quella di una persona in cima al muro. Il chiaro di luna le faceva un alone giallo intorno alla testa e da prima credettero fosse il professore russo ritto adesso sul muro come già sulla cima del tetto; poi Mallow fissò più attentamente il volto nell’ombra e mormorò stupito il nome di Gale.
– Dovete andar via di qui, subito – esclamò con forza il poeta; – tutti devono lasciare la casa, non ho il tempo di spiegarvi.
– Che cosa ti è successo? – gli chiese, – hai visto uno spettro?
– Lo spettro di un pesce – rispose il poeta, – tre piccoli spettri grigi di tre piccoli pesci. Dobbiamo andar via subito.
Senza volgersi indietro li guidò verso il declivio che saliva oltre il giardino, verso il boschetto dove quel giorno si era accampata la loro comitiva. Tanto Mallow che la fanciulla lo incalzavano di domande, ma soltanto a una egli rispose. Quando Laura insistette per sapere se sua madre fosse già rincasata rispose brevemente: – No, grazie al cielo! Ho mandato Garth a fermarla sulla strada del paese. Non dovete preoccuparvi per lei.
Ma Laura Werney non era donna da lasciarsi trascinare all’infinito da uno sconosciuto, sia pure in grado di parlare con voce autorevole; quando raggiunsero la cima del colle, accanto agli alberi che avevano protetto la meditazione sugli uccelli del poeta, essa si fermò e gli chiese assolutamente delle spiegazioni.
– Non farò un altro passo – disse con fermezza – sino a che mi avrete dato delle prove.
Con vivacità egli rivolse verso di lei il volto ancora pallido. – Oh, le prove! – esclamò: – so che genere di prove vorreste. Le impronte di certi stivali; le impronte digitali insanguinate da confrontare con quelle conservate negli archivi della polizia; la scatola di cerini smarrita nel luogo adatto, e la cenere di un tabacco esotico. Credete che non abbia mai letto racconti polizieschi? Ebbene, se volete prove di questo genere vi dirò che non ne ho nessuna da darvi. Se vi dicessi le mie ragioni le giudichereste le più pazze follie del mondo. Dovete accontentarvi di fare come vi dico e in seguito mi ringrazierete; oppure, se volete davvero sapere, lasciate che parli a modo mio, quanto a lungo vorrò, e ringraziate Dio di essere arrivati sin qui sulla via della salvezza.
Mallow fissava il poeta con la sua aria quieta e intensa; dopo un momento di silenzio disse:
– È meglio che tu ci racconti le tue ragioni a modo tuo; so che di solito ne hai di buone.
Lo sguardo di Gale passò dal volto ansioso della fanciulla a quello dell’amico e poi al mucchio di foglie secche ai piedi dell’albero sotto il quale aveva riposato quella mattina.
– Ero coricato là e guardavo il cielo, o meglio le cime degli alberi – incominciò lentamente. – Non sentivo di che cosa parlassero gli altri perché guardavo e ascoltavo gli uccelli. Sapete quello che succede quando si continua a fissare a questo modo, tutto diventa una specie di disegno da tappezzeria e quello era un disegno a toni smorzati di verde, grigio e bruno. Pareva che tutto il mondo fosse un disegno come questo e che Dio non avesse creato altro che un mondo di uccelli e di cime d’alberi sospese nello spazio.
Laura si lasciò fuggire una risatina che risonò come una mezza protesta, ma Mallow disse con fermezza: – Continua.
– Poi ho notato nel disegno una macchia gialla. A poco a poco ho compreso che si trattava di un altro uccello, e ho visto che specie di uccello era. Qualcuno disse che doveva trattarsi di un picchio giallo, ma so che non era vero, per quanto poco m’intenda di uccelli. Era un canarino.
La fanciulla che pareva non l’ascoltasse più tornò a fissarlo mostrando per la prima volta un certo interesse alla narrazione.
– Ho incominciato a fantasticare sul come si sarebbe trovato un canarino nel mondo dei nostri uccelli, e come vi potesse essere capitato. Non pensavo a nessuna creatura umana in particolare. Ho veduto soltanto una specie di visione in qualche parte contro il cielo del mattino: una finestra spalancata e una gabbia con lo sportello aperto. Poi ho visto che tutti gli uccelli bruni tentavano di uccidere quello giallo, e ciò mi fece riflettere come avrebbe fatto riflettere qualunque essere ragionevole. È sempre un atto di cortesia mettere in libertà un uccello? E in che consiste esattamente la libertà? Certo, prima, e al di sopra di tutto, è la facoltà di una cosa di essere se stessa. In un certo senso l’uccello nella sua gabbia era libero, libero di star solo, libero di cantare. Nel bosco gli avrebbero strappate le piume, gli avrebbero spento per sempre la voce. Poi ho incominciato a pensare che essere se stessi e cioè liberi è già in sé una limitazione. Siamo limitati dal cervello, dal corpo; se scoppiamo, cessiamo di essere noi stessi e forse cessiamo di essere anche qualsiasi altra cosa. È stato allora che vi ho domandato se un triangolo isoscele poteva sentirsi in prigione e se esisteva la realtà di una prigione rotonda. Della prigione rotonda parleremo ancora prima di terminare questa storia. Poi ho visto l’uomo sul tetto con le braccia stese come ali verso il cielo. Di lui non sapevo nulla, ma in quello stesso momento compresi che era l’uomo il quale aveva dato la libertà all’uccello senza considerare il rischio in cui lo metteva. Scendendo dalla collina ho appreso ancora qualche cosa intorno a lui, che era fuggito facendo saltare le mura della prigione e ho capito che quel fatto gli aveva colmato la vita di una filosofia di emancipazione e di fuga. Ero certo che nel fondo del pensiero gli rimaneva sempre presente il momento dello scoppio in cui aveva veduto risplendere la luce del giorno attraverso le pareti squarciate. Sapevo perché faceva uscire gli uccelli dalla gabbia e perché aveva scritto un libro sulla psicologia della libertà. Poi mi sono fermato fuori d’una certa finestra a guardare dei meravigliosi pesci dorati, per la semplice ragione che quei colori mi interessavano; diciamo che hanno colorato a lungo di arancione e di scarlatto i miei pensieri. Più tardi sono tornato davanti a quella finestra, ma trovai che il disegno non era più lo stesso e che i colori si erano spenti. Era già buio e sorgeva la luna; le forme che potei vedere sparse nell’ombra sembravano quasi grigie e persino disegnate con linee di luce grigia; poteva essere un effetto del chiaro di luna, ma credo si trattasse di fosforescenza. Le piccole forme giacevano sparse sul tavolo rotondo e al debole chiarore vidi che il vaso di vetro era spezzato. Volevo ritrovare il mio romanzo perché quei fantastici pesci erano stati per me come i geroglifici di un messaggio che il dito rovente di Dio avesse tracciato con un oro di colore infocato. Ma quando tornai per guardare, il dito di Dio aveva scritto un’altra frase con lettere di un orribile grigio cenere, e ciò che il nuovo messaggio diceva era questo: “L’uomo è pazzo”.
– Voi credete forse che io sia pazzo quanto lui; vi ho già detto che sono simile a lui, ma insieme diverso. Sono simile a lui perché io pure posso compiere gli strani viaggi delle menti strane come la sua e ho una notevole simpatia verso il suo amore per la libertà. Ma sono diverso da lui perché, grazie a Dio, di solito riesco a trovare la via del ritorno. Il pazzo è colui che smarrisce la via e non sa più ritornare. Ora, quasi sotto ai miei occhi, quest’uomo aveva mosso il lungo passo che separa l’amore verso la libertà dalla pazzia. L’uomo che aveva aperto la gabbia dell’uccello amava la libertà forse già troppo, certo moltissimo. Ma l’uomo che spezzò il vaso credendolo una prigione per i pesci mentre era per loro l’ambiente necessario alla vita, quell’uomo era già fuori del mondo della ragione, era già preso dal desiderio di trovarsi fuori di ogni cosa. In senso assolutamente vivo e letterale egli era fuori di mente. E un’altra cosa mi hanno svelato gli spettri grigi dei pesci: il sorgere della sua pazzia era stato molto rapido e lineare. Se mandare nel pericolo un uccello poteva essere un atto di discutibile cortesia, mettere a morte i pesci era un gesto di pazzia distruggitrice. Che cosa sarebbe giunto a fare quell’uomo in un successivo momento? – Ho parlato di una prigione rotonda. Dopo tutto, per ogni mente che si muove in quel senso, esiste sempre per davvero una prigione rotonda. Anche il cielo affollato di stelle, l’arco sereno di quelle che chiamiamo l’infinito…
A questo punto vacillò, cercò invano un punto a cui afferrarsi e cadde lungo disteso sull’erba. Nello stesso momento Mallow venne lanciato contro un albero e la fanciulla gli cadde addosso e si strinse a lui in una maniera che, anche in quel turbine accecante, era una chiara risposta a molte sue domande. Fu soltanto quando riuscirono a levarsi ritti e a riprendere la parola, che ebbero coscienza di un orribile, assordante frastuono ancora rimbombante negli echi della vallata e capirono che le tenebre si erano appena richiuse su un bagliore che li aveva accecati come un baleno infuocato. Nell’attimo in cui era durato era stato come un prorompere di gloria, un grandioso levar del sole. Alla mente di Mallow affiorò per definirlo l’epiteto “radioso”.
Poi egli si trovò a riflettere che vi era più luce di quanto l’ora lo comportasse, a causa di una amichevole fiamma che balenava con grande vivacità poco lontano, e vide che si trattava dei resti fumanti del piccolo cancello di legno azzurro che aveva riveduto quel mattino e che erano stati lanciati attraverso lo spazio come un proiettile incandescente. S’erano allontanati dalla casa appena il tanto necessario per essere fuori pericolo. Poi tornò a fissare il legno azzurro che si consumava nelle fiamme dorate e soltanto allora incominciò a tremare.
Un momento dopo scorgeva le facce pallide degli amici Walton e Hutton che erano saliti di corsa dalla trattoria dove si erano rifugiati per la notte.
– Cos’è stato? – gridò Walton.
– Un’esplosione! – precisò Hutton abbastanza tranquillamente.
– Un’esplosione – disse Mallow e ritornò padrone di sé con uno sforzo che gli impresse sul volto un sorriso feroce. Ora altra gente era accorsa dalle case poco lontane e Gabriel Gale poté rivolgere la parola a una piccola folla.
– È stato semplicemente il fucile della prigione – disse, – a dare il segnale che un prigioniero è evaso.