giovedì 6 agosto 2026

MURPHY Samuel Beckett


MURPHY

Samuel Beckett

Recensione

 “Il sole splendeva, senza possibilità di alternative, sul niente di nuovo.”

Questa è la celebre frase d’apertura del romanzo Murphy (1938) di Samuel Beckett. 

Imposta il tono dell’intero libro (e di gran parte dell’opera di Beckett): un mondo di ripetizione meccanica, di futilità e di “nulla di nuovo”. Il sole non ha scelta; fa semplicemente ciò che deve, illuminando un paesaggio che non offre novità né redenzione. È al tempo stesso letterale e profondamente ironico: l’alzata di spalle secca e filosofica di Beckett di fronte all’esistenza.

Murphy è il primo romanzo pubblicato di Samuel Beckett e rappresenta un punto di svolta nella sua produzione narrativa. Scritto in inglese (prima che Beckett passasse al francese), è un’opera acerba e già pienamente beckettiana: un mix di umorismo nero, sperimentazione linguistica, filosofia e farsa esistenziale.Il protagonista, Murphy, è un “seedy solipsist” (solipsista squallido) irlandese che vive a Londra. Il suo massimo desiderio è sottrarsi al mondo: si lega nudo a una sedia a dondolo con sette sciarpe e si dondola nell’oscurità per raggiungere uno stato di quasi-inesistenza, un vuoto mentale che gli procura un piacere quasi mistico.La trama è volutamente frammentaria e circolare: Murphy fugge dagli impegni, dalle relazioni e dal lavoro, finché trova un posto come infermiere notturno in un manicomio (il Magdalen Mental Mercyseat). Lì crede di aver finalmente trovato il suo “paradiso” tra i pazienti catatonici. Ma, come sempre in Beckett, ogni ricerca di quiete si rivela illusoria.

MURPHY

Il sole splendeva, senza possibilità di alternative, sul niente di nuovo. Quasi fosse libero, Murphy se ne stava all'ombra, seduto, nel vicolo cieco del Bambino Gesù, West-Brompton, Londra. Là, da mesi, forse da anni, mangiava, beveva, dormiva, si vestiva e si svestiva, in un vano di media dimensione, esposto a nord-ovest, con una vista ininterrotta su altri vani di media dimensione, esposti a sud-est. Presto gli sarebbe toccato trovarsi un'altra sistemazione: del vicolo del Bambino Gesù era stata decisa la condanna. Presto gli sarebbe toccato imparare di nuovo a mangiare, a bere, a dormire, a vestirsi e svestirsi in un ambiente assolutamente sconosciuto.


Era seduto, nudo, sulla sua sedia a dondolo in tek naturale, garantita contro ogni difetto di fabbricazione, compresi gli scricchiolii notturni. Quella sedia gli apparteneva, non lo lasciava mai. Una tenda riparava dal sole il cantuccio dov'era seduto, dal povero vecchio sole tornato per la trilionesima volta nella Vergine. Sette fasce lo tenevano fermo. Due legavano le tibie alle gondoline, una le cosce al sedile, altre due il ventre e il petto alla spalliera, un'altra infine serrava i polsi alla sbarra dietro. Gli erano possibili solo brevi movimenti locali. Il sudore colava lungo tutto il suo corpo. La respirazione era impercettibile. Gli occhi, freddi e immobili come quelli di un gabbiano, fissavano un'incrostazione iridescente che andava impallidendo e rimpicciolendosi sul profilo screpolato del cornicione. Lontano, un orologio a cucù che suonava un'ora tra le venti e le trenta, divenne l'eco del grido di un venditore ambulante. L'eco si spense, il grido si fece più vicino, entrò nel vicolo, e Murphy udì: «Quid pro quo! Quid pro quo!».


Erano queste le cose che non poteva soffrire. Lo tenevano legato al mondo di cui facevano parte e del quale lui osava sperare di non esser parte. Debolmente si chiedeva cos'era che mandava in decomposizione il suo sole, di quale mercanzia venisse gridato il nome. Debolmente, molto debolmente.


Stava seduto così perché gli faceva piacere star seduto così. Prima di tutto piacere del corpo, appagamento fisico. Poi piacere dello spirito, allargamento nel suo mondo spirituale. Soltanto dopo aver appagato il corpo, poteva cominciare a vivere nello spirito (nel modo descritto nel sesto capitolo). E il suo modo di vivere nello spirito gli dava un enorme piacere, quasi un'assenza di dolore.


 


Or non è molto Murphy aveva studiato in Irlanda, nella città di Cork, capoluogo della contea dello stesso nome, con un tale che si chiamava Neary. Costui, a quel tempo, sapeva fermare il proprio cuore tutte - o quasi - le volte che il cuore glielo diceva, e mantenerlo immobile quanto a lungo - o quanto a corto - gli pareva. "Ventricoli" intimava allora "fermatevi su Gabaon, e voi, orecchiette, fermatevi nella valle di Ajalon." A questa rara facoltà, acquisita in India, dopo lunghi anni di applicazione, Neary non ricorreva che nelle situazioni assolutamente insopportabili: quando, per esempio, aveva voglia di bere, e qualcosa glielo impediva; quando capitava in un gruppo di Gaeli, e non poteva andarsene; o provava le fitte di un'inclinazione sessuale senza speranza.


Murphy non si era messo ai piedi di Neary per farsi un cuore neariano, poiché aveva l'impressione che un organo del genere non avrebbe tardato a rivelarsi funesto per un uomo della sua tempra; sperava semplicemente di ottenere per il proprio cuore un po' di quella virtù che Neary, fattosi per l'occasione pitagorico, chiamava Apnomia. Il cuore di Murphy era talmente irrazionale che pareva non avesse il minimo denominatore comune con quello della Facoltà. Eppure, ispezionato, palpato, auscultato, radiografato, non lasciava nulla a desiderare, era uno splendido cuoricino. Ma appena vestito e abbandonato alle sue funzioni, reagiva come Petrouschka prigioniero: ora stentava talmente che Murphy lo credeva sul punto di cedere, ora entrava in uno stato di ebollizione da fargli temere che stesse per spetezzare. Era proprio il punto intermedio tra questi due estremi, per considerarne due soli, che Neary chiamava Apnomia. Quando era stanco di chiamarla Apnomia, la chiamava Isonomia. Quando gli veniva a noia chiamarla Isonomia, la chiamava Concordanza. Ma in qualsiasi modo la chiamasse, questa virtù si rifiutava di entrare nel cuore di Murphy. Neary non poteva conciliare i contrari nel cuore di Murphy.


Il loro addio fu memorabile. Neary uscì da uno dei suoi sonni mortali e disse:


«Murphy, la vita non è che figura e sfondo.»


«Un lungo ritorno a tentoni» disse Murphy. «Niente di più.»


«La figura» disse Neary «o il sistema delle figure, davanti all'enorme confusione che germoglia e gorgoglia. Penso alla signorina Dwyer.»


Murphy avrebbe potuto pensare a una signorina Counihan. Neary strinse i pugni e se li alzò davanti al viso.


«Conquistare l'affetto della signorina Dwyer» disse «anche soltanto per un'ora fugace; come mi farebbe bene.»


Secondo la regola, sotto la pelle bianca e tesa, le articolazioni si contrassero - era la posizione. Poi le mani si aprirono, conforme alle abitudini, fino al loro estremo limite di distensione - era la negazione. Murphy pensò allora che il gesto avrebbe potuto arrivare alla sublimazione in due modi ugualmente legittimi. Le mani avrebbero potuto essere portate alla testa in un movimento di viva disperazione, o essere lasciate mollemente cadere fino alle cuciture laterali dei pantaloni, supponendo che fosse quello il loro punto di partenza. Immaginate quindi il suo dolore quando Neary le strinse ancor più fortemente di prima e se le cacciò brutalmente nel petto.


«Una mezz'ora» disse. «Quindici minuti.»


«E dopo?» disse Murphy. «Il piccolo idillio del bidè portatile?»


«Rida» disse Neary «sghignazzi pure, non per questo sarà meno vero che, almeno provvisoriamente, tutto quello che non è la signorina Dwyer non è altro che schifezza. Unica figura chiusa in un luogo schifoso, vuoto e senza forma! Mio tetrakyt!1»


Questo era l'amore di Neary per la signorina Dwyer, la quale amava un certo ufficiale - di macchina - di lungo corso Elliman, il quale amava una certa signorina Farren di Ringsakiddy, la quale ammirava appassionatamente a distanza un certo reverendo Padre Fitt di Ballinclashet, il quale in tutta sincerità non poteva nascondere a se stesso una certa inclinazione per una certa signora West di Passage, la quale amava Neary.


«L'amore corrisposto» disse Neary «è un corto circuito.»


«Se è schifoso, non può essere senza forma» disse Murphy.


«L'amore che si esalta, in preda ai tormenti» disse Neary «che implora la punta di un ditino, intinto nella lacca di Cina, perché venga a rinfrescargli la lingua; questo amore le è sconosciuto, Murphy, suppongo.»


«È arabo» rispose Murphy.


«Detto in altri termini» disse in altri termini Neary «la macchia una e indivisibile, splendente, organica e compatta, che squarcia la notte tumultuosa dello stimolo eterogeneo.»


«La macchia senza Agnello.»


«Esatto» disse Neary. «Ma ora mi ascolti bene. Qualunque sia la ragione per cui lei non può amare; esiste però una signorina Counihan, non è vero Murphy?»


Effettivamente esisteva una signorina Counihan.


«Benissimo» disse Neary. «Supponga ora di essere invitato a definire il suo, come dire, il suo commercio con questa signorina Counihan. Sentiamo un po', dunque, Murphy.»


«Precordiale» disse Murphy «piuttosto che cordiale. Stanco. Contea di Cork. Porco.»


«Esattamente» disse Neary. «Ora mi ascolti bene. Qualunque sia la ragione per cui non può amare alla mia maniera, che è la sola, mi creda, per questa stessa ragione, qualunque essa sia, il suo cuore è quello che è. E sempre per questa stessa ragione...»


«Qualunque essa sia» disse Murphy.


«Non posso far niente per lei» disse Neary.


«Che Dio maledica la mia anima» disse Murphy.


«Esatto» disse Neary. «Non mi meraviglierei affatto di sapere che il suo cazzano si sia ridotto alle dimensioni di una capocchia di spillo.»


 


Rimise in moto la sedia a dondolo, spinse l'oscillazione al massimo, poi si abbandonò. A poco a poco il mondo, il grande mondo dei venditori ambulanti che urlavano «quid pro quo», dove il sole non calava mai due volte nello stesso modo, svanì, lasciò il posto al piccolo mondo (descritto nel sesto capitolo).


Bruscamente, vicino al suo orecchio, il telefono gettò un grido spaventoso. Aveva dimenticato di staccare il ricevitore. Se non avesse risposto in fretta, sarebbe arrivata di corsa la padrona, o un altro inquilino. Lo avrebbero scoperto, dal momento che la porta non era chiusa a chiave. Eppure c'era un telefono. Murphy non ne capiva niente, per quanto la padrona glielo avesse spiegato più di una volta.


Non riusciva a liberare la mano. A ogni attimo gli sembrava di sentire il passo minaccioso della padrona o di un altro inquilino sulla scala. Gli strilli impassibili del telefono si facevano beffe di lui. Finalmente riuscì a liberare una mano; afferrò il ricevitore, ma era tanto agitato che, invece di scagliarlo in terra, se lo portò all'orecchio.


«Che il diavolo vi porti!» disse subito.


«Sta per farlo» rispose lei.


Celia.


Posò frettolosamente il ricevitore sulla pancia. La parte di se stesso che lui odiava bruciava per Celia, la parte che invece cercava di amare, al solo pensiero, si inceneriva. La voce soffiava sulla sua carne un lamento lontano. Resistette un po', poi riafferrò il ricevitore e disse:


«Non tornerai mai? Solo una domanda.»


«Ce l'ho» disse lei.


«Lo so.»


«Non voglio dire quello che vuoi dire tu» disse lei. «Voglio dire quello che mi hai detto di...»


«So quel che vuoi dire» la interruppe Murphy.


«Trovati questa sera all'angolo della via, come la prima volta» riprese lei. «Te lo porterò.»


«A che ora?»


«Ma come la prima volta, ti ho detto.»


«No, non mi è possibile» disse Murphy. «Aspetto un amico.»


«Tu non hai amici» disse Celia.


«Non proprio un amico» disse Murphy. «Un vecchio che gioca a scacchi. Un delizioso vecchio signore. Un signore per bene, sordo e muto.»


«Allora verrò io da te.»


Il cuore di Murphy sobbalzò. Si ascoltò che diceva:


«Non lo fare.»


«Perché non vuoi vedermi?» domandò Celia. «L'ultima volta eri d'accordo.»


«Ma quante volte te lo devo dire?» disse Murphy. «Asp...»


«Senti» disse Celia «non ci credo al tuo delizioso vecchio signore. Non esiste.»


Poiché la parte di se stesso che cercava di amare non ne poteva più, Murphy non disse nulla.


«Alle dieci sarò da te» disse Celia «e te lo porterò. Se non ci sarai...»


«Già» disse Murphy. «Supponiamo che sia costretto a uscire.»


«Addio.»


Ascoltò per un po' il filo morto, lasciò cadere il ricevitore, riattaccò la mano alla sbarra, spinse di nuovo la sedia a dondolo. A poco a poco si sentì meglio, librandosi nel suo spirito, nella libertà di una luce e di un'oscurità che non erano in lotta fra loro, che non si alternavano, che non impallidivano e non arrossivano se non verso il loro punto di fusione (descritto nel sesto capitolo). Il dondolio si faceva sempre più rapido, sempre più breve, l'iridescenza si era spenta, il grido si era spento, l'eco si era spenta, presto il suo corpo sarebbe stato calmo. Le cose si muovevano sempre più lentamente, poi si fermavano. Il dondolio era sempre più svelto, poi si fermava. Presto il suo corpo sarebbe stato calmo, presto sarebbe stato libero.

 



Lasciò il chiosco in un baleno, voluttuosamente seguita dalle anche, ecc. Come un lumicino si spensero i visi incandescenti degli affamati d'amore. Entrò nel bar di un OsteBirraio e si fece servire un sandwich crevette-tomate e un gran bicchiere di porto bianco. Poi a piedi, seguita come sopra e da quattro venditori di biglietti (della lotteria) di sweepstake sudati, si incamminò svelta verso l'appartamento del nonno materno, signor Willoughby Kelly, in Tyburnia. Non nascondeva nulla al signor Kelly, tranne ciò che riteneva suscettibile di dargli dispiacere, cioè praticamente nulla.


Celia aveva lasciato l'Irlanda all'età di quattro anni.


Il viso del signor Kelly era profondamente segnato da una vita di apatia crapulona. All'ultimo momento, quando ogni speranza sembrava perduta, ne era spuntato un bulbo cranico di primissimo ordine, esente dalla più piccola macchia capillare. Un po' di tempo ancora e il suo coefficiente cervello-corpo sarebbe stato quello di un uccellino. Giaceva disteso sul letto, senza far nulla, se non si pone a suo credito una contrazione nervosa intermittente delle dita sul piumino.


«Non ho che te al mondo» disse Celia.


Il signor Kelly si sciolse di gioia.


«Oltre a Murphy» aggiunse Celia.


Il signor Kelly si rizzò sul letto. I suoi occhi non potevano più uscire dalle orbite, tanto queste erano profonde, ma potevano aprirsi, e lo fecero.


«Non ti ho mai parlato di Murphy» disse Celia «perché non volevo darti dispiacere.»


«Dispiacere del culo» disse il signor Kelly.


Ricadde sul letto: questo movimento gli chiuse gli occhi, come se fosse una bambola. Con voce spenta, pregò Celia di sedersi. Ma lei preferiva camminare in su e in giù, giungendo e disgiungendo le mani secondo la migliore tradizione. L'amicizia di un paio di mani.


Il racconto di Celia, spurgato, sveltito, corretto e ridotto, dà quel che segue.


Quando perirono i suoi genitori, il signore e la signora Quentin Kelly, calorosamente rannicchiati tra le braccia dei rispettivi partner, a bordo dello sventurato Georges Philippard, Celia, figlia unica, prese il marciapiede. Anche se si trattava di una decisione alla quale non poteva associarsi senza riserve, tuttavia il signor Willoughby Kelly non fece nulla per distoglierla. Era una brava ragazza, avrebbe fatto la sua strada.


Fu appunto facendo la sua strada, la notte dello scorso San Giovanni, quando il Sole si trovava nel Cancro,2 che Celia incontrò Murphy. Sbucava da Edith Grove in Cremorne Road, con l'intenzione di andare a esibire la sua stanchezza al fetore del vicino Tamigi e di ritornare poi per Lot's Road, quando, attratta da chissà che, volse il capo verso destra. Immobile, all'imbocco di Stadium Street, intento a consultare alternativamente un pezzo di carta e il cielo stellato, vide un uomo. Murphy.


«Misericordia» disse il signor Kelly. «È un'inchiesta che devo fare? Per esempio l'incrocio di Edith Grove, Cremorne Road e Stadium Street mi è perfettamente indifferente. Affronta il tuo uomo.»


Lei si fermò. «Finalmente!» disse il signor Kelly, si dispose sulla traiettoria di mira, e attese che gli occhi si abbassassero dal cielo; lo fecero infine, ma con una tale precipitazione che arrivarono a scorgerla e a perderla di vista simultaneamente. Non risalirono subito fino a lei, ma rimasero sulla carta. Se alla loro prossima ascesa lei fosse stata ancora là, forse si sarebbero concessi una sosta.


«Ma come fai a sapere tutto questo?» domandò il signor Kelly.


«Che cosa?»


«Tutta questa pazzia di dettagli» disse il signor Kelly.


«Lui non mi nasconde nulla» disse Celia.


«Risparmiameli» disse il signor Kelly. «Affronta il tuo uomo.»


Quando Murphy ebbe rintracciato quel che cercava sulla carta, indirizzò di nuovo il capo verso i cieli. Fu un notevole sforzo. A mezza via si concesse una pausa di meritato riposo e si fermò a considerare l'intrusa, dalla cintola ai piedi prima, poi dalla cintola ai capelli. Lei prima si prestò con compiacenza, immobile, poi distese le braccia e si mise a girare su se stessa: «Brava!» disse il signor Kelly, come il manichino Roussel in Regent Street. Dopo un primo giro, ebbe la soddisfazione di constatare che gli occhi di Murphy erano sempre aperti e tuttora posati su di lei. Ma subito, come per un sforzo supremo, si richiusero, le mascelle si contrassero, il mento si protese in avanti, le ginocchia si piegarono, l'ipogastro sporse in fuori, la bocca si aperse, il capo si inclinò lentamente indietro. Murphy ritornava alla luce del firmamento.


Dove andare? Verso l'acqua. La tentazione di buttarvisi era forte, ma lei la scartò. Non c'era fretta. Seguì il marciapiede fino a un punto approssimativamente equidistante dai ponti Battersea e Albert e si sedette su una panchina, tra un glorioso invalido monco e un venditore di gelati Eldorado, che si era liberato dal suo inesorabile ordigno e russava nei cieli. Artisti di ogni specie, romanzieri, poeti, drammaturghi, cineasti, diavoli, fantasmi, negri, scrittori di appendice, musicisti, canzonettisti, organisti, imbianchini e altri pittori meno inoffensivi, scalpellini e scultori, critici e cani bastardi, censori e incensatori, grandi e piccoli, maschi e femmine, ballonzolanti e dignitosi, ridenti e piangenti, in gruppo e solitari, andavano e venivano. Sotto l'altra sponda una flottiglia di chiatte, grevemente cariche di carta da macero, sventolava verso di lei i suoi fazzoletti multicolori. Il camino di un battello si piegò davanti al ponte di Battersea. Una chiatta e un rimorchiatore, accoppiati, risalivano la corrente in una scia di schiuma. Il venditore di gelati Eldorado era un mucchio di sonno, l'invalido impugnò rabbiosamente la sua tunica scarlatta e disse: «Che tempo schifoso, non lo dimenticherò mai». Quasi di malavoglia dalla vecchia chiesa di Chelsea rintoccarono cupi i colpi delle dieci. Celia si alzò e tornò sui suoi passi. Ma invece di proseguire dritto in Lot's Road, come avrebbe voluto, si sentì irresistibilmente attratta alla sua destra in Cremorne Road. Lui era sempre immobile all'imbocco di Stadium Street, ma in un diverso atteggiamento.


«Che casino di storia» disse il signor Kelly. «Non mi resterà nulla in mente.»


Murphy teneva le gambe incrociate e le mani in tasca: aveva lasciato cadere il foglio di carta e guardava fisso davanti a sé. Faceva dei calcoli. Celia ora l'accostò nella debita forma. «Disgraziata!» disse il signor Kelly, e con ciò se ne andarono felici a braccetto, lasciando affondare nella corrente la carta del cielo del mese di giugno.


«Mi pare ora di accendere» disse il signor Kelly.


Celia accese.


A partire da quel momento furono indispensabili uno all'altra.


«Via!» gridò il signor Kelly «non saltare così. Ve ne andate felici a braccetto. E poi?»


Celia amava Murphy, Murphy amava Celia, era un clamoroso esempio di amore corrisposto, scoccato non dalla loro partenza insieme, né da alcuna circostanza successiva, ma da quel primo prolungato, languido scambio di sguardi all'imbocco di Stadium Street. Quella era stata la condizione della loro partenza insieme, come Murphy le aveva più volte dimostrato in Barbara, Baccardi e Baroko,3 anche se finora mai in Baralipton. Bastava che Celia lasciasse Murphy per un istante (cosa che necessariamente le accadeva di tanto in tanto) perché quest'ultimo le sembrasse un'eternità vuota di significato. A sua volta Murphy esprimeva lo stesso sentimento con enfasi, se possibile, ancora maggiore, dicendo: «Che cos'è ora la mia vita, se non Celia?».


La domenica seguente, essendo entrata la luna in congiunzione, nel giardino subtropicale del Parco di Battersea, subito dopo il primo tocco di campana, egli le offerse la sua mano.


Il signor Kelly gemette.


Celia accettò.


«Disgraziata!» disse il signor Kelly. «Arcidisgraziata!»


In ossequio alla Città del Sole di Campanella, Murphy dichiarò che dovevano a ogni costo sposarsi prima che la luna entrasse in opposizione. E adesso era il mese di settembre e i loro rapporti non erano ancora stati regolarizzati.


Non vedendo più nessuna ragione di trattenersi, il signor Kelly si rizzò sul letto (cosa che, come aveva previsto, gli aprì gli occhi) e domandò il chi, il che cosa, il dove, il per mezzo di che, il perché, il come e il quando. Grattate un vecchio e troverete un Quintiliano.


«Chi è questo Murphy» gridò «per cui hai certamente trascurato il tuo lavoro? Che cos'è, che è? Da dove vien fuori? A che famiglia appartiene? Che cosa fa? È ricco? Che cos'ha davanti a sé? Che cos'ha dietro di sé? È, ha qualcosa?»


Alla prima domanda, Celia si accontentò di rispondere che Murphy era Murphy. Proseguendo poi metodicamente nelle risposte, rivelò che non aveva nessuna professione e che non era più nel commercio; che era nato a Dublino. «Santa Madonna!» disse il signor Kelly, che sapeva di avere un unico zio, certo Quigley, celibe, domiciliato in Olanda e dotato di una rendita molto superiore alle sue necessità, col quale si sforzava di tenersi in relazione; che quando l'aveva conosciuto non faceva niente; che a volte aveva di che pagarsi una permanenza da otto a dieci ore ai bagni turchi di Southampton Road; che si aspettava uno splendido avvenire; che lei non andava mai a frugare nel passato della gente. Era Murphy. Aveva Celia.


Il signor Kelly fece ricorso a tutti i suoi ormoni.


«Di che cosa vive?» urlò.


«Di piccole somme ricevute in carità» rispose Celia.


Il signor Kelly ricadde sul letto. Aveva detto la sua ultima parola. I cieli potevano sprofondare quando avessero voluto.


Celia era arrivata a un punto critico della sua storia; quasi disperava di poterlo spiegare al signor Kelly, tanto poco ne capiva lei stessa. Sapeva che le sarebbe bastato trovare il modo di inserire il problema in quell'immenso cervello, perché ne uscisse la soluzione come da un distributore automatico. Camminando in su e in giù a velocità continuamente accelerata, torcendosi letteralmente le mani, scavandosi il cervello, che non era molto spazioso, per trovare le parole idonee, sentiva di essere giunta a un incrocio del proprio destino più critico di quello formato da Edith Grove, Cremorne Road e Stadium Street.


«Non ho che te al mondo» disse


«Oltre a Murphy» disse il signor Kelly.


«Quello che ti sto per dire» disse Celia «non riuscirei a dirlo a nessun altro. Soprattutto non a Murphy.»


«Mi commuovi» disse il signor Kelly.


Celia si fermò, levò le mani giunte dinanzi ai suoi occhi che sapeva chiusi, e disse:


«Ti prego di far bene attenzione a quello che ti sto per dire, spiegami cosa significa e quel che devo fare.»


«Alt!» intimò il signor Kelly.


Per mobilitare la propria attenzione aveva bisogno di un certo tempo. La sua attenzione infatti era sparpagliata. Una parte era con il suo intestino cieco, che agitava ancora la coda. Una parte con le sue estremità, che stavano levando l'ancora. Una parte con la sua infanzia. E così via. Bisognava mettere insieme tutto questo. Quando gli sembrò di averne raccolto abbastanza, gridò:


«Via!»


Celia spendeva tutto quel che guadagnava e Murphy non guadagnava nulla. La sua onorata indipendenza dipendeva da un accordo con la padrona di casa, che mandava al signor Quigley dei conti convenientemente truccati e rendeva a Murphy la differenza, tranne una ragionevole provvigione. Questa superba combinazione gli permetteva di deperire abbastanza comodamente; ma non poteva provvedere neppure alle esigenze del focolare più modesto. La situazione era complicata anche di più dal fatto che l'alloggio di Murphy, cioè in particolare la padrona di Murphy, era stata da poco condannata. E con assoluta certezza il minimo appello alla generosità del signor Quigley sarebbe stato severamente punito. Come diceva Murphy: "Devo mordere la mano che mi affama, perché mi strangoli?".


Senza dubbio però, riunendo le loro risorse avrebbero potuto guadagnare di che tirare avanti. Murphy glielo aveva lasciato intendere con uno sguardo di complicità tanto volgare che poco mancò che Celia non l'amasse più. Ma non fu che un fuoco di paglia.


Murphy aveva un rispetto così profondo per gli imponderabili della personalità che l'insuccesso di quel complimento non l'offese minimamente. Se lei credeva di non poterlo fare, ebbene non poteva, non se ne parlasse più. Liberale all'eccesso, ecco il suo carattere.


«Finora credo di esserci» disse il signor Kelly. «Resta solo questa storia del complimento.»


«Mi sono tanto sforzata di capire!» disse Celia.


«Ma che cosa ti lascia credere che abbia inteso farti un complimento?» domandò il signor Kelly.


«Ti ho detto che non mi nasconde niente» disse Celia.


«Probabilmente un apprezzamento di questo genere» disse il signor Kelly. «"Ti faccio il più alto complimento che un uomo possa fare a una donna, e tu ti metti a smaniare come una vitella."»


«Ascolta il vento» disse Celia.


«Il vento una merda» disse il signor Kelly. «Era o non era così?»


«Come hai fatto a indovinare?»


«Indovinare il culo» disse il signor Kelly. «È la formula.»


«Purché uno di noi riesca a capire» disse Celia.


Rispettando quella che lui chiamava l'Arké, Murphy faceva ad altri solo quel che avrebbe voluto che gli altri facessero a lui, secondo la legge e i profeti. Fu quindi irritato quando Celia osò suggerirgli che avrebbe fatto bene a darsi a qualcosa di più rimunerativo dei misteri del suo ombelico e della volta celeste, e non volle comprendere la risposta espressa nel suo viso stravolto dall'angoscia. «Ti ho molestata io?» le disse. «No. Mi molesti tu? Sì. È giusto questo, mia cara?»


«Fammi il piacere» disse il signor Kelly «cerca di concludere più rapidamente che puoi. Questo Murphy mi stanca.»


Murphy cercò di convincerla che era incapace di guadagnare. Non aveva forse già perduto tutto il suo modesto patrimonio? Era nato pensionato, ecco tutto. Ma non era soltanto un problema economico. Esistevano anche considerazioni di ordine metafisico; alla loro ombra era chiaro che era venuta la notte in cui nessun Murphy avrebbe potuto lavorare. Issione si era forse impegnato a tener ben lubrificata la sua ruota? E Tantalo fu costretto a mangiare del sale? No, che Murphy sapesse.


«Ma non possiamo andare avanti senza denaro» disse Celia.


«La Provvidenza provvederà» rispose Murphy.


La scarsa sollecitudine della Provvidenza nel provvedere li spinse a tali eccessi che la loro salute ne fu veramente alterata. Parlavano poco. Di tanto in tanto Murphy cominciava a esprimere un pensiero e qualche volta riusciva anche a terminare. Ma non si può esserne del tutto sicuri. Per esempio, una mattina, verso l'alba, disse: "Il mercenario fuggì perché era un mercenario". Aveva espresso un pensiero? E un'altra volta: "Che darà l'uomo in cambio di Celia?". Era un pensiero?


«Senza dubbio» disse il signor Kelly «questo è esprimere il proprio pensiero.»


Quando non ebbero più soldi, né conti da truccare per otto giorni, Celia dichiarò che o Murphy si sarebbe trovato un lavoro o lei sarebbe tornata al suo. Murphy replicò che il lavoro sarebbe stato mortale per tutti e due.


«Pensieri a botta e risposta» disse il signor Kelly.


Non era molto che Celia aveva ripreso il suo lavoro, quando ricevette una lettera di Murphy che la supplicava di tornare da lui. Gli rispose per telefono che l'avrebbe fatto molto volentieri, ma a condizione che le promettesse di cercarsi un lavoro. Altrimenti era inutile. Lui attaccò. Poco tempo dopo le scrisse che non poteva più resistere e avrebbe fatto tutto quello che lei voleva. Però dato che non avrebbe potuto trovare in se stesso la minima ragione perché il lavoro prendesse un orientamento piuttosto che un altro, la pregava di procurargli un elenco di motivi, fondati sull'unico sistema al di fuori del proprio, per cui provasse un certo attaccamento, cioè quello dei corpi celesti. Al mercato Berwick c'era uno svami che per cinque franchi forniva un oroscopo accettabile. Lei dello spiacevole avvenimento conosceva l'anno, il mese e il giorno; l'ora non aveva importanza. La scienza che era sopravvissuta a Esaù e a Giacobbe non avrebbe insistito per conoscere il preciso istante del primo vagito, se effettivamente, come non osava credere, lui ne aveva lanciato uno. Lui stesso si sarebbe volentieri occupato della cosa, ma gli erano rimasti soltanto tre franchi e cinquanta centesimi.


«Gli ho telefonato ora per annunciargli che l'avevo» disse Celia «e già lui cerca di squagliarsela.»


«L'avevo, che cosa?» domandò il signor Kelly.


«Quello che mi aveva detto di andargli a cercare al mercato» rispose Celia.


«Hai paura di chiamarlo col suo nome?» disse il signor Kelly.


«Ecco qua» disse Celia. «È tutto. Ora dimmi quel che devo fare, perché me ne devo andare.»


Rizzandosi per la terza volta sul letto, il signor Kelly disse: «Avvicinati, figlia mia.»


Celia si sedette sulla sponda del letto, le quattro mani si mischiarono sul piumino, si guardarono in silenzio.


«Tu piangi, figlia mia» disse il signor Kelly. Niente poteva sfuggirgli.


«Come può amarmi e comportarsi così?» disse Celia. «Come è possibile?»


«Lui dice la stessa cosa di te» disse il signor Kelly.


«Al suo delizioso vecchio signore.»


«Come?»


«Niente» rispose Celia. «Presto, ora dimmi che cosa devo fare.»


«Avvicinati, figlia mia» disse il signor Kelly, già risucchiato nei gorghi che l'avrebbero portato lontano dal mondo degli oggetti reali.


«Caspita» disse Celia «già mi sono avvicinata. Vuoi che entri nel letto?»


Nella profondità senza fine delle orbite, la luce blu dei vecchi occhi divenne gelida, poi fu velata dalla classica viscosità delfica. Egli alzò la mano sinistra, sulla quale le lacrime di Celia non avevano ancora avuto il tempo di asciugarsi, e la sistemò pesantemente in cima al cranio era la posizione. Invano. Alzò la mano destra e adagiò l'indice nel naso per tutta la sua lunghezza. Poi ricondusse ambedue le mani al punto di partenza, sul piumino, insieme a quelle di Celia. Nei suoi occhi si riaccese la luce.


«Piantalo» disse.


Celia fece per alzarsi, ma il signor Kelly la afferrò per i polsi.


«Rompi i tuoi rapporti con quel Murphy» insistette «prima che sia troppo tardi.»


«Lasciami» disse Celia.


«Poni termine a una relazione inevitabilmente funesta» disse il signor Kelly «finché sei ancora in tempo.»


«Lasciami» ripeté Celia.


La lasciò andare, lei si alzò. Si guardarono a lungo. In silenzio, naturalmente. Niente poteva sfuggire al signor Kelly, le rughe del suo viso si misero in agitazione.


«Davanti alla passione» disse «mi inchino.»


Celia si mosse verso la porta.


«Prima di andartene» disse il signor Kelly «vuoi avere la cortesia di passarmi la coda del mio aquilone. I fiocchi hanno bisogno di un po' di cure.»


Celia si avvicinò all'armadio dove era conservato l'aquilone, ne prese la coda e una manciata di fiocchi di ricambio e posò tutto sul letto.


«Come dicevi tu» disse il signor Kelly «ascolta il vento. Domani lo farò volare a perdita d'occhio.»


Le dita frugavano vagamente tra le pieghe della coda. Vagamente, molto vagamente. Era già in posizione, gli occhi sbarrati verso un punto, se stesso, puntellato sui calcagni contro l'immensa trazione del cielo. Celia lo baciò e lo lasciò.


«Se Dio vuole» disse il signor Kelly «a perdita d'occhio.»


"Ora" pensò Celia "non ho nessuno oltre a Murphy."