GLI INTELLETTUALI E IL SOCIALISMO
Di F.A. Hayek
[Ristampato da The University of Chicago Law Review (primavera 1949), pp. 417-420, 421-423, 425-433, per concessione dell’autore e dell’editore, The University of Chicago Press; George B. de Huszar (a cura di), The Intellectuals: A Controversial Portrait (Glencoe, Illinois: The Free Press, 1960), pp. 371-84. La paginazione di questa edizione corrisponde al volume curato da Huszar.]
In tutti i paesi democratici, e negli Stati Uniti ancora più che altrove, prevale la ferma convinzione che l’influenza degli intellettuali sulla politica sia trascurabile. Ciò è senza dubbio vero per quanto riguarda il potere degli intellettuali di far prevalere le loro particolari opinioni del momento nelle decisioni, o di influenzare il voto popolare su questioni su cui differiscono dalle vedute correnti delle masse. Eppure, su periodi un po’ più lunghi, essi non hanno probabilmente mai esercitato un’influenza così grande come quella che esercitano oggi in quei paesi. Questo potere lo esercitano plasmando l’opinione pubblica.
Alla luce della storia recente, è un po’ curioso che questo potere decisivo dei professionisti del commercio di seconda mano delle idee non sia ancora più generalmente riconosciuto. Lo sviluppo politico del mondo occidentale nell’ultimo secolo ne fornisce la dimostrazione più chiara. Il socialismo non è mai stato, in nessun luogo, in origine un movimento della classe operaia. Non è affatto un rimedio ovvio per il male ovvio che gli interessi di quella classe necessariamente richiederebbero. È una costruzione di teorici, derivante da certe tendenze del pensiero astratto con le quali, per lungo tempo, solo gli intellettuali furono familiari; e occorsero lunghi sforzi da parte degli intellettuali prima che le classi operaie potessero essere persuase ad adottarlo come proprio programma.
In ogni paese che si è mosso verso il socialismo, la fase dello sviluppo in cui il socialismo diventa un’influenza determinante sulla politica è stata preceduta per molti anni da un periodo durante il quale gli ideali socialisti governavano il pensiero degli intellettuali più attivi. In Germania questa fase era stata raggiunta verso la fine del secolo scorso; in Inghilterra e in Francia, circa al tempo della prima guerra mondiale. All’osservatore occasionale sembrerebbe che gli Stati Uniti abbiano raggiunto questa fase dopo la seconda guerra mondiale e che l’attrazione di un sistema economico pianificato e diretto sia ora altrettanto forte tra gli intellettuali americani quanto lo fu mai tra i loro colleghi tedeschi o inglesi. L’esperienza suggerisce che, una volta raggiunta questa fase, è soltanto una questione di tempo finché le vedute ora sostenute dagli intellettuali diventino la forza dominante della politica.
Il carattere del processo mediante il quale le vedute degli intellettuali influenzano la politica di domani è dunque di interesse ben più che accademico. Che si desideri semplicemente prevedere o tentare di influenzare il corso degli eventi, esso è un fattore di importanza molto maggiore di quanto generalmente si comprenda. Ciò che all’osservatore contemporaneo appare come la battaglia di interessi in conflitto è stato spesso deciso già da tempo in uno scontro di idee confinato a cerchie ristrette. Paradossalmente, tuttavia, in generale solo i partiti della Sinistra hanno fatto di più per diffondere la convinzione che fosse la forza numerica degli interessi materiali opposti a decidere le questioni politiche, mentre in pratica questi stessi partiti hanno regolarmente e con successo agito come se comprendessero la posizione chiave degli intellettuali. Sia per disegno sia spinti dalla forza delle circostanze, essi hanno sempre diretto il loro sforzo principale a guadagnarsi il sostegno di questa «élite», mentre i gruppi più conservatori hanno agito, altrettanto regolarmente ma senza successo, su una visione più ingenua della democrazia di massa e hanno di solito cercato invano di raggiungere e persuadere direttamente il singolo elettore.
Il termine «intellettuali», tuttavia, non trasmette immediatamente un’immagine vera della vasta classe a cui ci riferiamo, e il fatto che non abbiamo un nome migliore per descrivere quelli che abbiamo chiamato i commercianti di seconda mano delle idee non è la minore delle ragioni per cui il loro potere non è compreso. Anche le persone che usano la parola «intellettuale» principalmente come termine di disprezzo sono ancora incline a non attribuirlo a molti che indubbiamente svolgono quella funzione caratteristica. Questa non è né quella del pensatore originale né quella dello studioso o dell’esperto in un particolare campo di pensiero. L’intellettuale tipico non ha bisogno di essere né l’uno né l’altro: non ha bisogno di possedere conoscenze speciali di nulla in particolare, né ha bisogno di essere particolarmente intelligente, per svolgere il suo ruolo di intermediario nella diffusione delle idee. Ciò che lo qualifica per il suo lavoro è la vasta gamma di soggetti su cui può parlare e scrivere con facilità, e una posizione o abitudini attraverso le quali entra in contatto con nuove idee prima di coloro a cui si rivolge.
Finché non si comincia a elencare tutte le professioni e le attività che appartengono a questa classe, è difficile rendersi conto di quanto sia numerosa, di quanto lo spazio per le attività aumenti costantemente nella società moderna, e di quanto da essa tutti dipendiamo. La classe non è costituita solo da giornalisti, insegnanti, ministri del culto, conferenzieri, pubblicisti, commentatori radiofonici, scrittori di narrativa, vignettisti e artisti, tutti i quali possono essere maestri della tecnica di trasmettere idee ma sono di solito dilettanti per quanto riguarda la sostanza di ciò che trasmettono. La classe include anche molti professionisti e tecnici, come scienziati e medici, i quali attraverso il loro abituale contatto con la parola stampata diventano portatori di nuove idee al di fuori dei loro campi e che, a causa della loro conoscenza esperta delle proprie materie, sono ascoltati con rispetto sulla maggior parte delle altre. C’è poco di ciò che l’uomo comune di oggi apprende sugli eventi o sulle idee se non attraverso il medium di questa classe; e al di fuori dei nostri campi speciali di lavoro siamo a questo riguardo quasi tutti uomini comuni, dipendenti per le nostre informazioni e istruzioni da coloro che fanno del loro mestiere tenersi al corrente dell’opinione. Sono gli intellettuali in questo senso che decidono quali vedute e opinioni devono raggiungerci, quali fatti siano abbastanza importanti da esserci detti, e in quale forma e da quale angolazione debbano essere presentati. Se mai apprenderemo i risultati del lavoro dell’esperto e del pensatore originale dipende principalmente dalla loro decisione.
Il profano, forse, non è pienamente consapevole fino a che punto anche le reputazioni popolari degli scienziati e degli studiosi siano fatte da quella classe e siano inevitabilmente influenzate dalle sue vedute su soggetti che hanno poco a che fare con i meriti dei risultati reali. Ed è particolarmente significativo per il nostro problema che ogni studioso possa probabilmente citare diversi esempi dal proprio campo di uomini che hanno immeritatamente raggiunto una reputazione popolare come grandi scienziati unicamente perché sostengono quelle che gli intellettuali considerano vedute politiche «progressive»; ma non mi è ancora capitato di incontrare un solo caso in cui una tale pseudo-reputazione scientifica sia stata attribuita per ragioni politiche a uno studioso di inclinazioni più conservatrici. Questa creazione di reputazioni da parte degli intellettuali è particolarmente importante nei campi in cui i risultati degli studi esperti non sono usati da altri specialisti ma dipendono dalla decisione politica del pubblico in generale. Non c’è infatti quasi migliore illustrazione di questo dell’atteggiamento che gli economisti di professione hanno assunto di fronte alla crescita di dottrine come il socialismo o il protezionismo. Non vi è probabilmente mai stata una maggioranza di economisti, riconosciuti come tali dai loro pari, favorevoli al socialismo (o, per questo, al protezionismo). Con ogni probabilità è addirittura vero che nessun altro gruppo analogo di studiosi contenga una proporzione così alta di membri decisamente opposti al socialismo (o al protezionismo). Ciò è tanto più significativo in quanto in tempi recenti è altrettanto probabile che sia stato un precoce interesse per gli schemi socialisti di riforma a portare un uomo a scegliere l’economia come professione. Eppure non sono le vedute prevalenti degli esperti, ma le vedute di una minoranza, per lo più di statura piuttosto dubbia nella loro professione, che vengono riprese e diffuse dagli intellettuali.
L’influenza onnipervasiva degli intellettuali nella società contemporanea è ulteriormente rafforzata dalla crescente importanza dell’«organizzazione». È una credenza comune ma probabilmente errata che l’aumento dell’organizzazione aumenti l’influenza dell’esperto o dello specialista. Ciò può essere vero per l’esperto amministratore e organizzatore, se esistono tali persone, ma difficilmente per l’esperto in un qualsiasi campo particolare di conoscenza. È piuttosto la persona la cui conoscenza generale si suppone la qualifichi ad apprezzare la testimonianza degli esperti e a giudicare tra gli esperti di campi diversi, il cui potere viene accresciuto. Il punto che è importante per noi, tuttavia, è che lo studioso che diventa presidente di università, lo scienziato che prende la direzione di un istituto o di una fondazione, lo studioso che diventa redattore o attivo promotore di un’organizzazione al servizio di una causa particolare, cessano rapidamente di essere studiosi o esperti e diventano intellettuali, unicamente alla luce di certe idee generali di moda. Il numero di tali istituzioni che allevano intellettuali e ne aumentano il numero e i poteri cresce ogni giorno. Quasi tutti gli «esperti» nella mera tecnica di far passare la conoscenza sono, rispetto alla materia che trattano, intellettuali e non esperti.
Nel senso in cui usiamo il termine, gli intellettuali sono di fatto un fenomeno abbastanza nuovo della storia. Benché nessuno rimpianga che l’istruzione abbia cessato di essere un privilegio delle classi proprietarie, il fatto che le classi proprietarie non siano più le meglio istruite e il fatto che il gran numero di persone che devono la loro posizione unicamente alla loro istruzione generale non posseggano quell’esperienza del funzionamento del sistema economico che dà l’amministrazione della proprietà, sono importanti per comprendere il ruolo dell’intellettuale. Il professor Schumpeter, che ha dedicato un capitolo illuminante della sua Capitalismo, socialismo e democrazia ad alcuni aspetti del nostro problema, ha sottolineato non ingiustamente che è l’assenza di responsabilità diretta per gli affari pratici e la conseguente assenza di conoscenza di prima mano di essi ciò che distingue l’intellettuale tipico da altre persone che pure esercitano il potere della parola parlata e scritta. Ci condurrebbe troppo lontano, tuttavia, esaminare qui ulteriormente lo sviluppo di questa classe e la curiosa pretesa recentemente avanzata da uno dei suoi teorici che essa fosse l’unica le cui vedute non fossero decisamente influenzate dai propri interessi economici. Uno dei punti importanti che bisognerebbe esaminare in una tale discussione sarebbe fino a che punto la crescita di questa classe sia stata artificialmente stimolata dalla legge sul diritto d’autore.
Non è sorprendente che lo studioso o esperto vero e l’uomo pratico degli affari spesso sentano disprezzo per l’intellettuale, siano disinclini a riconoscerne il potere e si risentano quando lo scoprono. Individualmente trovano gli intellettuali per lo più persone che non comprendono nulla in particolare particolarmente bene e il cui giudizio su materie che essi stessi comprendono mostra poco segno di speciale saggezza. Ma sarebbe un errore fatale sottovalutarne il potere per questa ragione. Anche se la loro conoscenza può spesso essere superficiale e la loro intelligenza limitata, ciò non altera il fatto che è il loro giudizio che principalmente determina le vedute su cui la società agirà in un futuro non troppo lontano. Non è esagerato dire che, una volta che la parte più attiva degli intellettuali è stata convertita a un insieme di credenze, il processo mediante il quale queste diventano generalmente accettate è quasi automatico e irresistibile. Questi intellettuali sono gli organi che la società moderna ha sviluppato per diffondere conoscenza e idee, ed è le loro convinzioni e opinioni che operano come il setaccio attraverso il quale tutte le nuove concezioni devono passare prima di poter raggiungere le masse.
È della natura del lavoro dell’intellettuale che egli debba usare le proprie conoscenze e convinzioni nell’eseguire il suo compito quotidiano. Occupa la sua posizione perché possiede, o ha dovuto trattare giorno per giorno, conoscenze che il suo datore di lavoro in generale non possiede, e le sue attività possono quindi essere dirette da altri solo in misura limitata. E proprio perché gli intellettuali sono per lo più intellettualmente onesti, è inevitabile che essi seguano le proprie convinzioni ogni volta che hanno discrezione e che diano una corrispondente inclinazione a tutto ciò che passa per le loro mani. Anche dove la direzione della politica è nelle mani di uomini d’affari di vedute diverse, l’esecuzione della politica sarà in generale nelle mani degli intellettuali, e spesso è la decisione sul dettaglio che determina l’effetto netto. Troviamo questo illustrato in quasi tutti i campi della società contemporanea.
Giornali in proprietà “capitalista”,
università presiedute da organi di governo “reazionari”, sistemi radiotelevisivi di proprietà di governi conservatori, sono tutti noti per aver influenzato l’opinione pubblica in direzione del socialismo, perché questa era la convinzione del personale. Ciò è spesso avvenuto non solo nonostante, ma forse proprio a causa dei tentativi di coloro che stavano al vertice di controllare l’opinione e di imporre principi di ortodossia.
L’effetto di questo filtraggio delle idee attraverso le convinzioni di una classe che è costituzionalmente disposta a certe vedute non è affatto limitato alle masse. Al di fuori del suo campo speciale l’esperto non è in generale meno dipendente da questa classe e appena meno influenzato dalla loro selezione. Il risultato è che oggi nella maggior parte delle parti del mondo occidentale anche i più determinati oppositori del socialismo traggono da fonti socialiste le loro conoscenze sulla maggior parte dei soggetti su cui non hanno informazioni di prima mano. Con molte delle preconcezioni più generali del pensiero socialista, il collegamento delle loro proposte più pratiche non è affatto immediatamente ovvio; in conseguenza di ciò, quel sistema di pensiero diventa di fatto un efficace diffonditore delle sue idee. Chi non conosce l’uomo pratico che nel proprio campo denuncia il socialismo come “putrida sciocchezza”, ma, quando esce dal suo argomento, sputa socialismo come qualsiasi giornalista di sinistra? In nessun altro campo l’influenza predominante degli intellettuali socialisti si è fatta sentire più fortemente durante gli ultimi cento anni che nei contatti tra le diverse civiltà nazionali. Andrebbe ben oltre i limiti di questo articolo rintracciare le cause e il significato del fatto altamente importante che nel mondo moderno gli intellettuali forniscono quasi l’unico approccio a una comunità internazionale. È principalmente questo che spiega lo spettacolo straordinario per cui per generazioni l’Occidente suppostamente “capitalista” ha prestato il suo sostegno morale e materiale quasi esclusivamente a quei movimenti ideologici nei paesi più a oriente che miravano a minare la civiltà occidentale e che, allo stesso tempo, le informazioni che il pubblico occidentale ha ottenuto sugli eventi nell’Europa centrale e orientale sono state quasi inevitabilmente colorate da un pregiudizio socialista. Molte delle attività “educative” delle forze americane di occupazione della Germania hanno fornito esempi chiari e recenti di questa tendenza.
Una comprensione adeguata delle ragioni che tendono a inclinare tanti intellettuali verso il socialismo è dunque della massima importanza. Il primo punto che qui coloro che non condividono questo pregiudizio dovrebbero affrontare francamente è che non sono né interessi egoistici né intenzioni malvagie, ma per lo più convinzioni oneste e buone intenzioni a determinare le vedute dell’intellettuale. In effetti, è necessario riconoscere che nel complesso l’intellettuale tipico è oggi più propenso a essere socialista quanto più è guidato dalla buona volontà e dall’intelligenza, e che sul piano del puro argomento intellettuale egli sarà generalmente in grado di sostenere una tesi migliore della maggioranza dei suoi oppositori all’interno della sua classe. Se ancora lo riteniamo in errore, dobbiamo riconoscere che può trattarsi di un genuino errore che porta le persone benintenzionate e intelligenti che occupano quelle posizioni chiave nella nostra società a diffondere vedute che a noi appaiono una minaccia per la nostra civiltà.¹ Nulla potrebbe essere più importante che cercare di comprendere le fonti di questo errore affinché siamo in grado di contrastarlo. Eppure coloro che sono generalmente considerati i rappresentanti dell’ordine esistente e che credono di comprendere i pericoli del socialismo sono di solito molto lontani da tale comprensione. Tendono a riguardare gli intellettuali socialisti come nient’altro che una perniciosa banda di radicali intellettualoidi senza apprezzarne l’influenza e, con tutto il loro atteggiamento nei loro confronti, tendono a spingerli ancora più lontano nell’opposizione all’ordine esistente.
