La domanda che nessun congresso ha mai affrontato in modo esplicito, è questa: come può un partito che in diversi snodi decisivi del Novecento e oltre si è trovato su posizioni poi riconosciute come errate continuare a definirsi, senza autocritica strutturale, come il partito dei “migliori”?
Non si tratta di formulare una condanna morale complessiva, quanto di aprire una riflessione necessaria su coerenza, memoria e rappresentanza. Affrontare con chiarezza le contraddizioni del passato e del presente rimane la premessa per costruire un’identità politica più solida e meno autoreferenziale.
Faccio alcune considerazioni da cui partire.
Nel febbraio 2023 gli iscritti del Partito Democratico, nelle assemblee di circolo, indicano Stefano Bonaccini come segretario. Una settimana dopo, le primarie aperte a chiunque, anche non iscritto, ribaltano l’esito e portano alla guida Elly Schlein.
L’episodio solleva una questione di metodo: un partito che affida la scelta del proprio segretario a un elettorato più ampio di quello degli iscritti pone un problema di rappresentanza interna. È un modello che, in altre organizzazioni, risulterebbe inconsueto.
Questa tensione tra base organizzata e primarie aperte si inserisce in una storia più lunga. Il Partito Democratico e le forze che lo hanno preceduto (PCI, PDS, DS) hanno spesso rivendicato un’identità di competenza, cultura e superiorità morale. La narrazione dominante tendeva a presentare gli errori altrui come frutto di ignoranza o di arretratezza, mentre le proprie scelte venivano giustificate come anticipazioni necessarie.
La storia del Novecento, tuttavia, mostra una serie di posizioni che, a distanza di tempo, appaiono problematiche.
Nel dopoguerra, su questioni relative al confine orientale e alle foibe, una parte rilevante della sinistra italiana adottò posizioni di sostanziale silenzio o di relativizzazione. Il Giorno del Ricordo fu istituito solo molti decenni dopo, e ancora oggi non manca chi lo contesta.
Nel 1948 e negli anni successivi, il riferimento a Mosca restò centrale, anche se il pluralismo politico era da sempre inesistente nell’Unione Sovietica. La morte di Stalin fu accompagnata da celebrazioni ufficiali; la repressione di Budapest nel 1956 vide il partito italiano schierarsi, sostanzialmente, a fianco dell’intervento sovietico.
Negli anni Sessanta una componente della nuova sinistra guardò con simpatia alla Rivoluzione culturale cinese, nonostante i costi umani elevatissimi. Nel decennio successivo, di fronte al terrorismo delle Brigate Rosse, a lungo prevalse una lettura che tendeva a distinguere tra “sedicenti” rivoluzionari e realtà della violenza politica. Solo la morte di Guido Rossa, operaio e sindacalista comunista ucciso per aver denunciato un brigatista, contribuì a spezzare quella rimozione.
Negli anni Ottanta la “questione morale” fu utilizzata con forza polemica, mentre restavano aperti i temi dei finanziamenti esteri e del ruolo delle cooperative negli appalti pubblici. Negli anni Novanta e Duemila la stagione giustizialista e le successive alleanze – fino a quella con i Cinque Stelle, prima criticati e poi divenuti partner – hanno ulteriormente complicato il profilo identitario.
In tempi più recenti, la ricerca di consenso in alcune comunità a forte componente islamica, anche attraverso candidature esplicitamente comunitarie, ha sollevato tensioni con i principi di laicità e di parità di genere che pure il partito rivendica. Il caso veneziano, con materiali elettorali in lingua, ha reso visibile questa contraddizione.
Nel frattempo si è registrato uno spostamento del consenso: le aree operaie e i quartieri popolari che un tempo costituivano il nucleo del voto comunista oggi orientano in misura significativa verso altre forze. Il Partito Democratico raccoglie invece consensi più solidi nei centri urbani e tra i ceti medi-alti. Di fronte a crisi occupazionali legate a scelte ambientali europee o a problemi di sicurezza percepiti nei territori, le risposte spesso appaiono distanti dal linguaggio e dalle priorità di chi vive quelle condizioni quotidiane.
I cambi di nome – da PCI a PDS, da DS a PD – hanno accompagnato queste trasformazioni. Ogni passaggio ha comportato una perdita di pezzi di identità storica, senza però ridurre del tutto la tendenza a presentarsi come forza moralmente e culturalmente superiore.
