Come l’accademia americana ha trasformato uno slogan nel “genocidio” di Gaza
Filippo Piperno
29/08/2026
Un rapporto su 278 incontri in 51 università americane mostra che l’accusa di genocidio non maturò osservando la guerra in corso a Gaza. Comparve prima del 7 ottobre nell’85 per cento degli eventi con relatori già favorevoli al boicottaggio di Israele. E quattordici strutture di dodici atenei l’avevano già formulata entro il 24 ottobre 2023, prima dell’operazione terrestre dell’IDF a Gaza.
Un nuovo rapporto di AMCHA Initiative, organizzazione non profit statunitense che documenta e contrasta l’antisemitismo nelle università americane, ha analizzato 278 registrazioni di incontri su Israele promossi da dipartimenti, centri e programmi di 51 università statunitensi nell’anno accademico 2024-2025.
Novantatré incontri ospitavano almeno un relatore che, prima del 7 ottobre 2023, aveva sostenuto il boicottaggio o l’imposizione di sanzioni contro Israele. In 79 casi su 93, l’85 per cento, qualcuno accusò Israele di genocidio. Fra i 185 incontri nei quali non risultavano relatori favorevoli al boicottaggio, l’accusa comparve quattro volte: il 2 per cento.
La stessa relazione emerge osservando gli organizzatori. Il 56 per cento degli incontri con relatori già favorevoli al BDS (Boycott, Divestment and Sanctions), il movimento internazionale che promuove il boicottaggio economico, culturale e accademico di Israele, il disinvestimento e l’imposizione di sanzioni, era promosso da almeno una struttura diretta da un sostenitore del boicottaggio accademico. Fra gli altri eventi, la percentuale scendeva al 6 per cento.
Ancora più significativo è ciò che accadeva prima che i relatori cominciassero a parlare. In 23 incontri l’accusa di genocidio era già nel titolo o nel materiale promozionale. Ventidue erano sostenuti da almeno una struttura accademica diretta da una persona precedentemente favorevole al boicottaggio.
La sequenza ricostruita dal rapporto è lineare: l’attivismo militante, attraverso università compiacenti, conferisce autorevolezza accademica alla propria propaganda.
Ma dopo l’orrore del 7 ottobre quel birignao non poteva restare confinato ai ristretti circoli della convegnistica accademica.
Il massacro compiuto da Hamas aveva spazzato via in un solo giorno decenni di narrazione con cui una parte dell’attivismo occidentale raccontava il conflitto. Per alcune ore Israele non era l’occupante, il colonizzatore o l’oppressore: era il Paese aggredito. Gli ebrei non comparivano come il gruppo dominante, ma come civili braccati, uccisi e rapiti. Hamas non era un elemento indistinto della «resistenza»: era il soggetto concreto della barbarie.
Quell’immagine rendeva improvvisamente insostenibile la rappresentazione fondata su un aggressore assoluto e una vittima assoluta. Riconoscere pienamente il 7 ottobre avrebbe significato attribuire a Hamas una capacità d’azione e una responsabilità morale proprie e riconoscere a Israele una vulnerabilità incompatibile con la parte che gli era stata assegnata.
Non bastava quindi sostenere che la risposta israeliana sarebbe stata eccessiva o sproporzionata. Una risposta sproporzionata rimane una risposta: lascia il 7 ottobre all’inizio della sequenza e Hamas nella posizione di chi l’ha provocata.
Occorreva alzare la posta. Serviva un’accusa capace di sovrastare il massacro, retrocederlo ad antefatto e restituire immediatamente a Israele la parte del colpevole supremo.
Il genocidio serviva precisamente a questo e il 7 ottobre creò l’urgenza di mobilitarlo.
Non venne ricostruito a partire da una guerra che non era neanche cominciata: venne confezionato per bilanciare e infine sommergere la barbarie del 7 ottobre. Massacro contro genocidio: la seconda parola inghiotte la prima.
AMCHA ha ricostruito separatamente ciò che accadde nelle prime settimane successive al massacro compiuto da Hamas. Fra il 10 e il 24 ottobre 2023, prima della grande operazione terrestre israeliana, quattordici strutture accademiche di dodici università avevano già accusato Israele di genocidio. Secondo il rapporto, tutte erano guidate da persone che avevano sostenuto il boicottaggio accademico prima del 7 ottobre.
Le fonti originali confermano i casi principali. Il 10 ottobre, appena tre giorni dopo il massacro, il dipartimento di Critical Race and Ethnic Studies dell’Università della California a Santa Cruz parlava sul proprio sito istituzionale di «attacco genocida» israeliano.
Il 16 ottobre il Center for the Study of Muslim and Arab Worlds della California State University di San Bernardino denunciava il «continuo genocidio» dei palestinesi. Il 19 ottobre il dipartimento di Ethnic Studies di San Diego chiedeva la fine del «genocidio in corso» e sospendeva le normali lezioni per aderire a una giornata d’azione.
Il 20 ottobre programmi universitari di Georgetown, George Mason, Rutgers, Harvard, Brown e Chicago parteciparono alla serie di incontri Gaza in Context, durante la quale diversi relatori parlarono di guerra genocida, macchina genocida e genocidio in tempo reale.
Non stavano denunciando singoli crimini di guerra. Non stavano chiedendo di verificare la legittimità di un bombardamento, il rispetto del principio di proporzionalità o il trattamento della popolazione civile. Accusavano Israele del più grave e specifico fra i crimini internazionali: il tentativo intenzionale di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto.
La cronologia dimostra quindi che, almeno in quegli ambienti, il genocidio non fu una conclusione raggiunta esaminando i fatti della guerra. Era la premessa con la quale la guerra sarebbe stata raccontata.
È qui che lo studio di AMCHA aggiunge qualcosa di nuovo. Non scopre l’origine dell’accusa: ricostruisce la filiera attraverso la quale essa acquista rispettabilità.
Una rete politica preesistente produce studiosi, argomenti e interpretazioni. Le strutture universitarie ideologicamente affini invitano quelle voci. L’accusa entra nei seminari, compare nel titolo dei convegni e viene pubblicata sui siti dei dipartimenti. A quel punto non appare più come lo slogan di una campagna: diventa una conclusione dell’accademia.
Il confronto all’interno delle medesime università rafforza questa lettura. A Brown tutti i dodici incontri con relatori precedentemente favorevoli al BDS contenevano l’accusa di genocidio; nessuno dei cinque senza quei relatori la conteneva. A Georgetown il rapporto era di quattordici su quattordici contro uno su quattordici. A Harvard, dieci su tredici contro zero su nove.
Non è quindi soltanto la differenza fra università conservatrici e progressiste. Dentro gli stessi campus, il linguaggio cambiava insieme al circuito dal quale provenivano i relatori.
AMCHA è un’organizzazione impegnata contro l’antisemitismo e il suo rapporto non è stato sottoposto a revisione scientifica indipendente. Il campione comprende soltanto incontri registrati, trascritti e reperibili pubblicamente. Basta inoltre un relatore favorevole al boicottaggio perché l’intero evento venga inserito nella relativa categoria.
Questi limiti non consentono di estendere i risultati all’intera accademia americana. Non attenuano però ciò che il campione mostra: l’accusa di genocidio compare nell’85 per cento degli incontri con relatori già legati al BDS e appena nel 2 per cento degli altri. Degli 83 eventi nei quali fu pronunciata, 79 appartenevano al primo gruppo.
Non occorre una regia per spiegare il fenomeno. Basta un ambiente politico e accademico già organizzato, capace di selezionare i relatori, promuoverne le tesi e rivestirle dell’autorevolezza dell’università. Il linguaggio del genocidio non si diffuse uniformemente negli atenei dopo essere stato imposto dai fatti: si concentrò quasi interamente nei circuiti che, prima del 7 ottobre, lavoravano già all’isolamento di Israele.
