domenica 23 agosto 2026

IL FUTURO DEI COMPUTERS Ranieri Bizzarri



 IL FUTURO DEI COMPUTERS

Ranieri Bizzarri

Dove un articolo del 1974 descrive esattamente lo scenario intellettuale ed il dibattito italiano sulle nuove tecnologie, in particolare sull’Intelligenza Artificiale.

ago 23, 2026

Qualche giorno fa mi è capitato tra le mani questo articolo del 2 Aprile 1974, pubblicato sulla terza pagina de l’Unità (i miei erano abbonati), la pagina dedicata ai “commenti e attualità”. Lo scrive Lucio Libertini, più volte deputato e senatore del PCI (una breve biografia esiste su wikipedia). Il titolo è “Il Futuro dei Computers”. L’ho letto, e sono rimasto davvero colpito. Libertini analizza in modo asciutto e senza fronzoli la nuova rivoluzione dell’informatica (fine anni 60, inizio 70), con epicentro in America e qualche velleitario tentativo europeo. Cita l’arretratezza condita talvolta da buone intenzioni tipica del nostro Paese. E si schiera apertamente per un “grande piano nazionale per il calcolo”, italiano (e anche europeo), sollecitando una discussione pubblica. Il rischio, per Libertini, è la marginalizzazione e diventare solo acquirenti di tecnologie sviluppate altrove. E la marginalizzazione, per Libertini, non è solo un dramma economico; ma rappresenta anche la perdita della possibilità concreta di emancipare le persone più deboli nel mercato del lavoro. La similitudine con l’attuale scenario tecnologico che riguarda l’Intelligenza Artificiale è stupefacente.

Ma ancora più stupefacente è la critica che Libertini fa ad un certo pensiero di sinistra, parte politica in cui milita: per contestare la natura “di mercato” della rivoluzione informatica, si finisce per mantenere l’arretratezza esistente o sconfinare in un neo-luddismo che “invece di modificare i rapporti di produzione, nega utopisticamente la produzione.” Suona familiare, no?

Ecco, mi mancano molto intellettuali così ed è triste vedere che dopo cinquanta anni il dibattito italiano non si è pressoché mosso. Ho quindi deciso di pubblicare questo articolo, sperando che qualcuno -leggendolo- capisca che emancipazione dal bisogno e progresso passano innanzitutto attraverso la porta dello sviluppo tecnologico e della produttività.


IL FUTURO DEI COMPUTERS

di Lucio Libertini. L’Unità, 2 Aprile 1974


La vertenza della Olivetti ha riproposto una indicazione di grande importanza, che i comunisti per primi avevano avanzato nel Convegno tenuto a Roma nell’ottobre scorso: «il piano di calcolo nazionale». Intorno a questa indicazione si è aperta negli ultimi mesi una discussione che è cominciata a uscire dai circoli specializzati, e ha investito via via le industrie produttrici di elettronica, le università, le pubbliche amministrazioni.


Di che cosa si tratta in concreto? Il punto di partenza è costituito dalla grande espansione che hanno avuto, in particolare dopo il 1968, la elettronica e la informatica (la scienza della informazione). Il campo di applicazione dei calcolatori si è rapidamente ingigantito. Esistono oggi — mentre si profila all’orizzonte una quarta generazione di calcolatori — macchine di straordinaria potenza, che operano in tempo reale e, dunque, istantaneamente rispetto ai processi reali; che lavorano in tempo distribuito, perché sciolgono nello stesso momento più quesiti relativi a una o più elaborazioni; che trattano grandezze numeriche o anche direttamente grandezze fisiche, o le une e le altre; che agiscono a grande distanza attraverso le reti dei terminali; che possono applicarsi alla gestione, ai processi produttivi, alle ricerche scientifiche più sofisticate.


Insieme alla qualità dei calcolatori, che costituiscono il cosiddetto «hardware», è cresciuto ancor più il «software», e cioè l’elaborazione dei programmi e dunque di nuovi sistemi di logica e di linguaggio, e si è enormemente dilatata l’area dello intervento. Ciò spiega perché gli Stati Uniti marcino verso i 100.000 calcolatori (anche se una notevole parte di essi è impiegata in usi militari), l’Europa verso i 40.000; e perché in Italia, dove vi sono condizioni particolari di ritardo e di arretratezza, industrie private e amministrazioni pubbliche, Stato, Regioni e comuni si pongano ormai a ogni livello il problema di utilizzare calcolatori e informatica.


Ma questa nuova industria, che dominerà lo sviluppo nei prossimi anni, è oggi sotto il saldo controllo di alcuni grandi monopoli, e in particolare di uno di essi, l’IBM. Nel 1973 questo gruppo ha avuto 6500 miliardi di lire di fatturato, e oltre 1.000 miliardi di lire di utile; controlla il 55-60% del mercato di 102 Paesi, e si espande al saggio annuo del 15%. L’Honeywell è il secondo gruppo, ma viene a distanza perché controlla solo il 10% del mercato della elettronica e ha avuto nel 1973 un fatturato di 1600 miliardi di lire.


Il dominio di questi gruppi, e in particolare della IBM, ha conseguenze assai vaste. Infatti, come altre volte abbiamo scritto, il calcolatore non è neutro. Questa nuova grande energia può essere usata in un modo o nell’altro, può influire in un modo o nell’altro sullo sviluppo della società. Non solo — questo è il problema più immediato — i calcolatori vengono collocati secondo le esigenze del profitto, e quindi sono spesso non giustamente dimensionati e sottoutilizzati, con massicci fenomeni di spreco; ma, soprattutto, non è sfruttata la potenzialità di queste macchine e della scienza della informazione in direzione della soluzione dei grandi problemi di gestione sociale, di ricerca scientifica. I contenuti della elettronica e della scienza della informazione (e quindi la stessa formazione professionale degli operatori) sono adattati alla attuale struttura della società, non sono commisurati ai grandi bisogni di cambiamento e di sviluppo della società, e anzi costituiscono un sostanziale cemento conservatore.


Questa situazione generale, e la condizione particolare nella quale si trova l’Italia, si riflettono in uno specifico problema del nostro apparato industriale. E’ noto che questo apparato industriale è per molti aspetti obsoleto, nel senso che prevalgono in esso settori tecnologicamente vecchi, che tendono poi a dislocarsi nell’area meno sviluppata, mentre sono carenti i settori strategici nuovi. L’elettronica è tra questi ultimi. La nostra maggiore industria in questo campo, l’Olivetti, fece agli inizi degli anni sessanta un tentativo serio di entrare in grande stile nella produzione elettronica, ma fu ricacciata indietro, e anzi dovette cedere la divisione elettronica a un grande gruppo degli Stati Uniti: una sorte eguale capitò, nello stesso periodo, alla francese Bull. Da allora l’Olivetti è stata prevalentemente confinata nel campo della meccanica fine, e ha potuto sviluppare solo una minore produzione elettronica, interessante ma limitata. Essa dunque ha perso posizioni su posizioni nel campo delle macchine da calcolo; è condizionata dalle forniture dei gruppi americani; è subordinata nelle scelte periferiche e dei terminali dai grandi produttori. La divisione che produce macchine a controllo numerico è stata staccata dalla azienda, e verrà ceduta a terzi (forse anche a gruppi stranieri) o inglobata in un «pool» delle macchine utensili che è in gestazione.


L’Olivetti sinora è andata avanti per le sue notevoli tradizioni, per la capacità dei suoi tecnici, e in virtù di una rete commerciale efficiente e aggressiva. Ma il problema del suo futuro si pone con chiarezza. Oltre l’Olivetti in questo campo c’è ben poco. L’IRI ha una società di modeste dimensioni, la Selenia; la Pignone Sud dell’ENI produce un calcolatore di processo; la Fiat sta facendo tentativi organici di entrare in questo campo; la Montedel ha praticamente rinunciato. Nella produzione dei componenti c’è qualcosa di più, grazie a una società costituita dalla SGS (già Olivetti) e dalla Ates (IRI). La ricerca, naturalmente, è a un livello bassissimo. Per dare una idea approssimativa, basti dire che noi spendiamo ogni anno per questo settore 3 milioni di dollari, mentre la Repubblica federale tedesca ne spende già oltre 90.


Ecco dunque che sul tavolo c’è un preciso problema, di grandi dimensioni, anche se troppi, non a caso, fanno finta di non vederlo.


Prima di tutto si tratta di decidere se si deve o no riqualificare l’apparato industriale italiano. La decadenza qualitativa della industria è infatti un dato essenziale della crisi che attraversiamo. Il trasferimento del peso relativo di determinate industrie «vecchie» in aree meno sviluppate, al quale ho accennato, è un dato di tutta evidenza. E’ questo uno dei problemi della industria tessile, almeno per certi suoi settori; l’Olivetti stessa costruisce le sue macchine da scrivere un po’ a Napoli, ma soprattutto in Argentina e in Spagna; l’industria dell’auto disloca i suoi nuovi grandi stabilimenti in America latina e comincia a produrre iniziative nelle aree ancora più arretrate. Questa tendenza può essere al massimo frenata, ma non arrestata o invertita; essa impone, pertanto, la trasformazione dello apparato industriale italiano, e il suo ingresso, nei settori «nuovi», che sino a questo momento sono stati preclusi da una divisione internazionale gestita dalle grandi compagnie multinazionali, e servilmente accettata dai diversi governi.


Tra questi settori nuovi l’elettronica, per i motivi che prima ho esposto, assume una vitale importanza. Una scelta in questo senso può nello stesso tempo dare una prospettiva a importanti nuclei industriali del Nord e offrire contenuti sostanziosi alla industrializzazione del Mezzogiorno.


Diventare produttori di elettronica a un livello adeguato (e dunque produrre i grandi calcolatori e organizzare la ricerca su larga scala) è una impresa gigantesca. Non può farcela nessuna delle aziende esistenti, con le sue forze, perché sono necessari enormi investimenti e garanzie di grandi mercati; e perché non si avanzerebbe certo in campo aperto, ma ci si scontrerebbe con il potere dei grandi monopoli più affermati.


Un «piano di calcolo» è un programma, sufficientemente preciso e dotato di mezzi adeguati, che comprende la partecipazione italiana alla produzione di grosse macchine, senza le quali non si esce da una condizione subalterna in tutti i sensi; un forte sviluppo della elaborazione del «software»; un intervento organico nel campo della formazione professionale; l’impegno per sciogliere i grossi nodi del rapporto tra informatica e organizzazione del lavoro; un indirizzo preciso e articolato per organizzare la domanda e la utilizzazione di calcolatori e di informatica, dalla industria alla pubblica amministrazione, alla ricerca scientifica. Perciò deve convogliare e coordinare le forze del movimento operaio, della industria, della università e della ricerca, e le autonomie locali.


Un tale piano non può essere ristretto nell’area nazionale, e deve obbligatoriamente prevedere una vasta cooperazione internazionale. Qualcosa si va muovendo peraltro in Europa. E’ sorta l’«Unidata», che raggruppa i maggiori costruttori europei (tra i quali Philips e Siemens), vi sono spinte e proposte diverse in questa direzione. Si tratta dunque di sviluppare una iniziativa adeguata anche per questo aspetto decisivo.


Si conoscono le obiezioni a una tale proposta, da destra e da «sinistra». Dall’una e dall’altra parte, con segno diverso, ci si ricorda la potenza enorme della IBM, la dimensione massiccia degli investimenti, il bassissimo livello della ricerca da cui si parte. Tutto ciò è certamente vero, e ci richiama le grandissime difficoltà da vincere. Ma è una prospettiva impossibile? Davvero tutti i giuochi sono fatti? Dobbiamo ricordare che non si tratta di un settore «maturo», bensì di un settore «nuovo», la cui storia è ancora in gran parte da fare. L’espansione del mercato europeo sarà gigantesca nei prossimi anni, ed esso può perciò oggettivamente costituire il retroterra necessario e offrire i margini produttivi e finanziari indispensabili. Quel che occorre è una volontà politica che organizzi investimenti massicci a redditività differita, ma certamente di grande utilità. Non si tratta di denaro sprecato, in nessun senso, ma di investimenti che hanno un alto rendimento economico, sociale e culturale a una certa scadenza; e che mettono in moto sin dal primo minuto un meccanismo peculiare di sviluppo.


Se non ci si cimenta su queste questioni, d’altronde, tutti i discorsi sulla autonomia europea dal dominio americano, su di un nuovo indirizzo economico-culturale, sul potere della IBM e sull’uso che essa ne fa, sono vane lamentazioni, alla lunga perfino noiose.


Suggestiva è la critica «da sinistra». Si afferma, da questa parte, che l’Europa non è socialista, ma capitalista; che un piano di calcolo ha un carattere mercantile, legato al profitto; che per questo si entra in una logica estranea alla classe operaia, e al massimo ci si fa sostenitori di una razionalizzazione del sistema. E si conclude che il punto di attacco del movimento operaio è la domanda di calcolatori e di informatica, ed è l’organizzazione del lavoro e della società.


Vi è molto di vero, naturalmente, in queste considerazioni. Ma esse sfuggono a una questione centrale. Se non si attacca il problema dal lato della produzione, se si rinuncia al «piano di calcolo», il risultato concreto è, intanto, lo sviluppo e l’estensione ulteriore dei monopoli esistenti, una nostra condizione subalterna sul terreno culturale, economico, scientifico.


E’ utopistico pensare che solo muovendo dalla domanda di calcolatori e di informatica si possano muovere le cose; ed è sbagliato pensare che il necessario momento di contestazione e di movimento partendo dalle condizioni specifiche esistenti possa essere fine a se stesso. Il problema va affrontato nello stesso tempo da tutti i lati, nell’intento di costruire comunque un terreno più avanzato sul quale possa crescere una iniziativa democratica. E bisogna stare attenti che nei fatti, quali che siano le intenzioni, certi discorsi di «sinistra» non finiscano per convergere, del tutto oggettivamente, con quelli di destra; o, per sfuggire a questa prospettiva, non approdino a un neo-luddismo che, invece di modificare i rapporti di produzione, nega utopisticamente la produzione