LA CASA DEI DESIDERI
Joseph Rudyard Kipling
Introduzione
Jorge Luis Borges
In molti dei suoi racconti Kipling abbordò il soprannaturale, che sempre si rivela gradualmente, a differenza dei racconti di Poe.
In La Casa dei Desideri una donna narra a un’altra donna una storia magica e dolorosa; sono entrambe troppo umili per la meraviglia; accettano l’incredibile con la stessa rassegnazione con cui accettano i fatti quotidiani.
LA CASA DEI DESIDERI
La pia dama se n’era appena andata, dopo una visita di venti minuti. Durante quel periodo, la signora Ashcroft aveva usato l’inglese spettante a una cuoca in pensione, matura e sperimentata, che ha conosciuto la vita a Londra.
Si sentiva quindi tanto più disposta a tornare all’antico e facile idioma del Sussex (le t che si raddolciscono in d man mano che ci si infervora nella conversazione), quando l’omnibus portò in visita la signora Fettley da trenta miglia di distanza in quel gradevole sabato di marzo. Erano amiche fin dall’infanzia, ma da alcuni anni il destino aveva separato i loro incontri con lunghi intervalli.
C’erano molte cose da dire, e molti frammenti di conversazione dovevano esser ripresi da entrambe le parti, prima che la signora Fettley, con la sua borsa piena di ritagli di stoffa, sedesse sul divano sotto la finestra che dominava il giardino e il campo di calcio nella valle.
“A Bush Tye, siccome c’è la partita, sono andati giù quasi tutti”, spiegò, “e non c’era nessuno per appoggiarsi nelle ultime cinque miglia. È una pazzia come ti sballottano questi omnibus”.
“Non è che ti sia fatta male, in fondo”, disse la padrona di casa, “tu non diventi mica fragile con l’età, Liz”.
La signora Fettley ridacchiò e tirò fuori due ritagli di stoffa che a suo giudizio andavano bene insieme. “No davvero; se no sarei già crollata da vent’anni; scommetto che non ti ricordi di quando mi chiamavano Pagnottella, vero?”
La signora Ashcroft scosse lentamente la testa (non si affrettava mai) e continuò a cucire la fodera di tela di sacco al suo cestino di giunchi bordato di nastri. La signora Fettley collocò altri ritagli alla luce primaverile che entrava attraverso i gerani del davanzale, e rimasero un attimo in silenzio.
“Com’è questa tua nuova pia dama?” chiese la signora Fettley accennando alla porta. Poiché era molto miope, entrando quasi era andata a sbattere contro la pia dama.
La signora Ashcroft trattenne prudentemente in alto il grosso ago prima di infilarlo nella tela. “A parte il fatto che non ha portato molte novità, non mi pare che abbia niente di speciale”.
“La nostra, a Keyneslade”, disse la signora Fettley, “trabocca di parole e di pietà, ma non sta mai ad aspettare la risposta. E una può continuare a pensare ai casi suoi intanto che lei ciarla”.
“Questa qui non ciarla tanto, ma crede di essere la madre badessa”.
“La nostra è sposata, ma a stare alla gente non ci ha guadagnato niente di buono…” La signora Fettley sporse il mento acuto: “Dio buono! Quei delinquenti fanno sussultare tutta la casa!”
Il cottage tremava al passaggio di due omnibus straordinari da quaranta posti a sedere, diretti alla partita di Bush Tye. Un autobus del sabato proveniente dal capoluogo della contea li seguiva sbuffando volute di fumo, mentre da un’osteria piena di gente partì un quarto veicolo a concludere la processione di traffico festivo.
“Hai la lingua sciolta come sempre, Liz”, osservò la signora Ashcroft.
“Solo quando sto con te. Dalle altre parti sono la nonnina. Tre volte nonnina. Suppongo che questo cestino sia per i tuoi nipoti, no?”
“È per Arthur, il maggiore della mia Jane”.
Mi pare che non stia lavorando da nessuna parte, vero?”
“No. È un cestino per il picnic”.
“Sei stata fortunata, tu. Il mio Willie mi vien sempre a chieder soldi per quei bastoni che la gente pianta sui tetti per sentire la musica di Londra. E io glieli dò, povera scema!”
“E poi lui si dimentica anche di darti il bacino, vero?” Il pesante sorriso della signora Ashcroft sembrava arricciarsi all’interno della bocca.
“Sicuro. I ragazzi di oggi non si possono proprio paragonare a quelli di quarant’anni fa. Solo chiedere e niente dare… E noi sopportiamo sempre! Che povere sceme! Willie è capace di chiedermi tre scellini in una volta sola!”
“Oggi non si dà più valore ai soldi”, disse la signora Ashcroft.
“E la settimana scorsa”, continuò l’altra, “mia figlia ha ordinato un quarto di grasso di rognone, e l’ha mandato indietro al macellaio per farlo tritare. Diceva che non aveva voglia di tritarlo lei”.
“E allora ha dovuto pagare, no?”
“Eh. Mi ha detto che aveva una partita di whist al Circolo Femminile e non poteva perder tempo a tritarlo”.
“Tsk”.
La signora Ashcroft diede gli ultimi tocchi alla fodera del cestino. Aveva appena terminato quando il nipote sedicenne, lasciando ad aspettare in strada la sua ragazza del momento, arrivò di corsa dal sentiero del giardino chiedendo con un urlo se era pronto, lo afferrò e se ne andò senza ringraziare. La signora Fettley lo esaminò attentamente da molto vicino.
“Vanno a fare un picnic da qualche parte”, spiegò la signora Ashcroft.
“Ah”, disse l’altra strizzando gli occhi. “Scommetto che neanche lui avrà pietà di nessuno. E chi mi ricorda, così di colpo?”
“Devono badare a se stessi… la stessa cosa che abbiamo fatto noi”. La signora Ashcroft cominciò a preparare per il tè.
“Non si può negare che tu potevi, Gracie”, disse la signora Fettley.
“E adesso cosa stai pensando?”
“Non so… Ma mi è venuta in mente di colpo la cosa di quella tizia di Rye… Non mi viene il nome… Barnsley, no?”
“Batten, Polly Batten vuoi dire”.
“Ecco, Polly Batten. Quella volta che ti è venuta addosso col forcone, quando stavamo tutte a raccogliere il fieno a Smalldene, perché le avevi rubato l’uomo”.
“Avrai sentito che le ho detto che aveva il mio permesso di tenerselo”. La voce e il sorriso della signora Ashcroft erano più dolci che mai.
“Sicuro… E stavamo tutte lì a guardare se ti piantava il forcone nella pancia quando gliel’hai detto”.
“Nooo. Non avrebbe mai passato i limiti, quella Polly. Parlava troppo per saper far qualcosa”.
“Ho sempre pensato”, disse la signora Fettley, “che non c’è niente di più ridicolo di un uomo fra due donne che litigano. Come un cane chiamato da due parti”.
“Forse. Ma cos’è che t’ha fatto pensare a quei tempi, Liz?”
“Il portamento del tuo ragazzo, il modo come teneva la testa e le braccia. Da quando non è più un bambino, è la prima volta che lo guardo bene. Nella tua Jane non si vedeva affatto, ma lui! È Jim Batten redivivo! Eh?”
“Forse. C’era chi lo diceva, perché non aveva avuto la stessa fortuna”.
“Oh! Bene, bene! Buon Dio! E Jim Batten è morto da…”
“Ventisette anni”, concluse la signora Ashcroft. “Vuoi accomodarti al tavolo, Liz?” La signora Fettley si avvicinò alle fette di pane abbrustolito con burro, al pan d’uva, al tè bollito, amaro come il fiele, alle pere sciroppate fatte in casa, al codino di maiale bollito freddo per aiutare a mandar giù le tartine. Fece onore a tutto.
“Sì. Non ho mai dovuto preoccuparmi per lo stomaco”, disse la signora Ashcroft meditabonda. “Si vive una volta sola”.
“Ma non ti fa pesantezza, qualche volta?” insinuò la sua ospite.
“L’infermiera dice che è molto più probabile che muoia d’indigestione che per via della gamba”.
Perché la signora Ashcroft soffriva da molto tempo di una piaga alla tibia, per cui necessitava di costanti cure da parte dell’infermiera del villaggio, che si vantava (o altri lo facevano per lei) di averle medicato la gamba centotré volte durante la sua carriera.
“Tu che eri così attiva! Ti è toccata prima della tua ora; io mi ricordo quand’eri giovane…” disse la signora Fettley con affetto sincero.
“Eh, ce n’è sempre una. Ma mi resta sempre il cuore”, rispose la signora Ashcroft.
“Hai sempre avuto un cuore grande come una casa. Questo si che è un bel ricordo per la tua vecchiaia”.
“Ma anche tu hai i tuoi bei ricordi, sono sicura”, fu la risposta della signora Ashcroft.
“Sì, lo sai. Ma non ci penso tanto a queste cose, tranne quando sono con te, nonnina. Ci vogliono due ciocchi per fare un fuoco”. La signora Fettley, con la bocca semiaperta, osservò il calendario policromo della drogheria che pendeva da una parete. Il cottage tremò di nuovo per il ruggito del traffico e nel campo di calcio al di là del giardino la folla ruggiva con la stessa intensità, perché il villaggio era immerso nel riposo del sabato.
La signora Fettley aveva parlato per un po’ con una certa precisione senza interrompersi, prima di sfregarsi gli occhi. “E poi”, concluse, “mi hanno letto il suo annuncio mortuario sul giornale il mese scorso. Non era che mi importasse tanto… forse perché non l’avevo visto da parecchio tempo. Sicuro che non potevo dir niente, e non avevo neanche tanto il diritto di andare a Eastbourne a vedere la tomba. Ho pensato di fare una scappata con l’omnibus un giorno o l’altro, ma a casa comincerebbero a far domande, e non potrei sopportarlo. Allora, non ho neanche questa consolazione”.
“Ma le tue soddisfazioni le hai avute, no?”
“Oh Dio, sì, quei quattro anni che ha lavorato in ferrovia vicino a noi. E i suoi amici macchinisti gli hanno fatto un bel funerale”.
“Allora, non hai niente da lamentarti. Vuoi un’altra tazza di tè?”
La luce e l’aria erano un po’ cambiate col calar del sole, e le due anziane signore chiusero la porta della cucina per via della corrente. Alcune ghiandaie strillavano e battagliavano fra i meli spogli del giardino. Ora aveva la parola la signora Ashcroft, i gomiti sul tavolino da tè e la gamba malata appoggiata su uno sgabello… “Dio mio, ma tuo marito cos’ha detto?” chiese la signora Fettley quando il sommesso racconto si concluse.
“Ha detto che per quello che gliene importava potevo andare dove volevo. Ma dato che era a letto, gli ho detto che l’avrei curato. Sapeva che non avrei approfittato della sua situazione. Ha tirato avanti otto o nove settimane. Poi gli è venuto come un attacco, ed è rimasto per un po’ di giorni rigido come un sasso. Poi si è alzato sul letto e mi ha detto: ‘Prega Dio che nessun uomo tratti te come tu hai trattato qualcuno’. ‘E tu?’ gli ho detto io. Perché tu sai, Liz, che vagabondo era. ‘Vale per tutti e due’ mi fa lui. ‘Ma io ho la saggezza della morte, e vedo quello che ti succederà’. È morto di domenica e l’abbiamo sepolto il giovedì… Però con lui stavo bene… ogni tanto… o mai?”
“Non me l’avevi mai raccontata questa storia”, azzardò la signora Fettley.
“Sto ricambiandoti per quello che mi hai raccontato prima. Dopo che era morto, ho scritto che ero libera per sempre a quella signora Marshall di Londra, che mi ha dato il mio primo posto di aiuto cuoca, Dio mio, quanto tempo fa! Era contenta di me perché conoscevo le sue abitudini. Ti ricordi, Liz, per diversi anni ci sono andata a lavorare di tanto in tanto, quando avevamo bisogno di soldi, o quando mio marito andava via…”
Una volta gli hanno dato sei mesi a Chichester, vero?” sussurrò la signora Fettley. “Non si è mai saputo esattamente com’era andata”. Gli avrebbero dato di più, ma quell’uomo non è morto”.
“Tu non c’entravi niente, no?”
“No! Quella volta lì era il marito di quell’altra. Be’, allora, siccome il mio uomo era morto, sono tornata dai Marshall a far la cuoca, per rimettere i piedi sotto il tavolo di una casa decente, e per sentirmi chiamare signora. Lo stesso anno che sei filata a Portsmouth”.
“Cosham”, corresse la signora Fettley. “Stavano tirando su un sacco di case nuove. Prima c’è andato il mio uomo, ha trovato una stanza, e poi sono arrivata io”.
“Be’, son rimasta a Londra quasi un anno, tutto facile, quattro pasti al giorno e una vita tranquilla. Poi, verso ottobre, i signori sono andati in viaggio, in Francia o una cosa così, però mi hanno tenuto perché ormai si erano abituati a me. Ho messo a posto la casa per la custode e son tornata qui da mia sorella Bessie… Avevo le tasche piene di soldi e tutti mi volevano”.
“Dev’essere stato quando io ero a Cosham”, disse la signora Fettley.
“Sai Liz, a quei tempi la gente non aveva di queste false superbie, come non c’erano cinema o tornei di whist. Un uomo e una donna facevano qualunque mestiere per uno scellino di paga, vero? Dopo Londra mi sentivo proprio stanca, e pensavo che un po’ d’aria buona mi avrebbe fatto bene. E allora mi son messa a lavorare a Smalldene, al primo raccolto di patate, spennavo anche le galline e cose del genere. Mi avrebbero preso in giro fino alla morte, le mie compagne della cucina di Londra, se mi avessero visto con gli stivali da uomo e la gonna corta”.
“E ti ha fatto bene?” chiese la signora Fettley.
“Be’ a dire la verità non c’ero mica andata per quello. Sai bene che non si sa mai quello che ti può capitare. Una non si rende conto della strada che ha preso finché non arriva in fondo. Vediamo solo all’indietro, mica in avanti”.
“Chi era?”
“Harry Mockler”. Il viso della signora Ashcroft si contrasse per il dolore della gamba malata.
La signora Fettley rimase a bocca aperta.
“Harry? Il figlio di Bert Mockler?! Non l’avrei mai creduto!”
La signora Ashcroft assentì. “E io mi dicevo, e ci credevo, che quello che volevo era lavorare in campagna”.
“E com’è andata?”
“Come al solito. Prima, tutto… poi peggio che niente. Ho avuto un sacco di avvertimenti e di sintomi, ma non ci ho fatto caso. Stavamo insieme a bruciare della spazzatura, un giorno, quando ci siamo accorti di come ci sentivamo… tutti e due. Era troppo presto per bruciare la spazzatura, e gliel’ho detto. ‘No!’ fa lui. ‘Prima bruciamo tutto ‘sto vecchiume meglio è’, mi fa. Aveva una faccia dura come un sasso. E allora mi sono accorta di aver incontrato davvero il mio uomo, come non mi era mai capitato prima. Ero sempre stata io a comandare”.
“Sì, sì, o loro sono tuoi o tu appartieni a loro”, sospirò l’altra. “Io preferisco sempre che le cose stiano come devono stare”.
“Io no. Ma Harry sì… E allora era il momento di tornare a Londra. Ma non potevo. Non potevo assolutamente. Di modo che ho preso un po’ d’acqua bollente di quella del bucato un lunedì mattina, e me la sono versata sulla mano e sul braccio sinistro. Così ho guadagnato altre due settimane”.
“Valeva la pena?” disse la signora Fettley guardando la cicatrice argentea sull’avambraccio rugoso. La signora Ashcroft assentì. “E poi abbiamo sistemato le cose in modo che lui potesse venire a Londra a lavorare in una stalla vicino a dove stavo io. Gliel’ho trovato io quel lavoro. Nessuno ha fatto pettegolezzi. Neanche sua madre ha mai sospettato come stavano le cose. Semplicemente, è andato a Londra e abbiamo passato lì tutto l’inverno a neanche mezzo miglio l’uno dall’altra”.
“Ma gli hai pagato il biglietto tu, allora?” disse la signora Fettley con convinzione. La signora Ashcroft assentì di nuovo. “C’erano poche cose che non avrei fatto per lui. Era lui il padrone, e, Dio mio, come ridevamo camminando nel buio per quelle strade lastricate, coi calli che mi facevano morire! Non mi ero mai sentita così, prima. E neanche lui! Neanche lui!”
La signora Fettley schioccò la lingua con simpatia. “E quando è finita?” chiese.
“Quando mi ha restituito tutto, fino all’ultimo centesimo. Allora l’ho capito, ma avrei preferito non capirlo. ‘Sei stata molto buona con me’, mi fa. ‘Buona?’ gli faccio. ‘Tra noi?’ Ma lui continuava a dirmi com’ero stata buona con lui e che non l’avrebbe mai dimenticato fino alla morte. Per tre notti ho cercato di non pensarci perché non riuscivo a crederci. Allora ha cominciato a dirmi che non era soddisfatto del lavoro nella stalla e che gli altri ragazzi lo pigliavano in giro, e tutte quelle storie che ti racconta un uomo quando ti vuol lasciare. Io son stata a sentirlo senza dargli corda e senza trattenerlo. Alla fine, mi son tolta la spilla che m’aveva regalato e gli ho detto: ‘Basta così, non ti chiedo niente’. E mi son voltata e sono andata via con tutta la mia pena. E lui non ha fatto niente per aggravarla. Non è più tornato, non ha mai scritto. È andato a casa da sua madre”.
“E quante volte sei andata a vedere se era tornato?” chiese spietatamente la signora Fettley.
“Più di una volta… più di una volta. Passando per le stesse strade dov’ero stata con lui, pensavo che anche i sassi avrebbero gridato sotto i miei piedi”.
“Sì”, disse la signora Fettley. “Non so, ma mi pare che queste cose non facciano tanto male come altre. E questo è tutto quello che hai ottenuto?”
“No. Non tutto. È questo lo strano, se ci vuoi credere, Liz”.
“Si che ci credo. Scommetto che sei più lontana dal raccontar storie adesso che in qualunque altro momento della tua vita, Gra”.
“È vero… e ho sofferto, come non augurerei ai miei peggiori nemici. Dio santo! Ho sofferto tanto che non si può neanche dire, quella primavera. Anche per quei mal di testa terribili che prima non avevo mai avuto. Pensa, io col mal di testa! Ma sono arrivata a ringraziarli. Mi evitavano di pensare…”
“È come un dente cariato”, commentò la signora Fettley. “Deve scatenarsi e sfogarsi su di te fino a calmarsi dopo la tortura; e poi… e poi non resta più nulla”.
“Mi resta abbastanza da riempire gli anni che ancora mi rimangono da vivere. E cominciato tutto con la figlia della signora che veniva a ore in casa Marshall, si chiamava Sophie Ellis, tutta occhi e pelle e ossa. Le davo sempre qualcosa da mangiare. In genere però non le badavo neanche, e meno ancora, naturale, quando sono cominciati i problemi con Harry. Ma sai come sono certe volte i bambini, si è attaccata moltissimo a me, mi veniva sempre dietro e mi faceva un sacco di moine, e non avevo il coraggio di mandarla via. Una sera, erano i primi giorni di primavera, sua madre la mandò a chiedere se ci avanzava qualcosa da mangiare. Io ero seduta vicino al camino, col grembiule tirato sulla faccia, quasi impazzita per il mal di testa. Credo di essere stata un po’ brusca con lei. ‘Ah, be’! È tutto lì? Te lo faccio passare in un attimo’. Le ho detto di non toccarmi neanche con un dito, perché pensavo che volesse accarezzarmi la fronte, e io… non sono fatta per queste cose. ‘Non ti tocco mica’, mi fa, e se ne va. Dopo neanche dieci minuti il mal di testa mi era passato. E allora ho continuato a lavorare. Dopo un po’, Sophie torna e si accoccola sulla mia sedia silenziosa come un gatto. Aveva gli occhi infossati e tutta la faccia stravolta dal dolore. Le chiedo cos’è successo. ‘Niente’, mi fa. ‘Solo che adesso ce l’ho io’. ‘Cos’è che hai tu?’ le chiedo. ‘Il tuo mal di testa’, dice, con la voce rauca e le labbra appiccicate, ‘l’ho preso io’. ‘Sciocchezze’, le faccio, ‘se n’è andato da solo quando tu sei uscita. Adesso sdraiati che ti faccio una tazza di tè’. ‘Non serve a niente’, mi fa, ‘deve durare quello che deve durare. Quanto durano i tuoi mal di testa?’ ‘Non dire stupidaggini’, dico io, ‘o vado a chiamare il dottore’. Mi sembrava che stesse per venirle il morbillo. ‘Oh, signora Ashcroft’, mi dice allargando quei braccini, ‘io le voglio molto bene’. A questo non potevo rispondere niente. Me la son presa sulle ginocchia e l’ho coccolata un po’. ‘Davvero se n’è andato?’ ‘Sì’, dico io, ‘e se sei stata tu a mandarlo via ti ringrazio molto’. ‘Sì che sono stata io’, mi fa con la guancia sulla mia, ‘sono l’unica a sapere come si fa’. E allora mi ha spiegato che aveva scambiato il mio mal di testa in una Casa dei Desideri”.
“Che cosa?” chiese la signora Fettley con voce acuta.
“Una Casa dei Desideri. No. Neanch’io ne avevo mai sentito parlare. All’inizio non riuscivo a farmi spiegare niente di preciso, ma poi, mettendo insieme tutto quello che diceva, ho capito che una Casa dei Desideri è una casa che rimane disabitata per un po’, abbastanza perché venga a starci qualcuno. Mi ha detto che glielo aveva raccontato una bambina che giocava con lei nella stalla dove lavorava Harry. Che questa bambina era di una carovana che d’inverno si accampava a Londra. Zingari, sicuro”.
“Oh, non si sa mai cosa possono fare gli zingari, ma io non ho mai sentito parlare di una Casa dei Desideri, e conosco un sacco di cose”, disse la signora Fettley.
“Sophie mi ha detto che ce n’era una in Wadloes Road… Lì vicino, per andare dal nostro fruttivendolo. Tutto quello che c’era da fare, diceva, era suonare il campanello e dire il desiderio attraverso la buca delle lettere. Le ho chiesto se erano le fate. ‘No, non sai che non ci sono fate in una Casa dei Desideri?’ mi fa. ‘C’è solo un Token’”.
“Signore Iddio! Dove ha trovato questa parola?” disse la signora Fettley. Perché un Token è lo spirito di un morto o peggio ancora di un vivo.
“Gliel’aveva detta la bambina della carovana. Be’, Liz, mi ha fatto paura sentire quella parola, e Sophie se n’è accorta, fra le mie braccia. ‘È stato molto buono da parte tua desiderare che mi passasse il mal di testa’, le ho detto. ‘Ma perché non hai chiesto qualcosa di bello per te?’ ‘Questo non si può mica fare’, mi ha risposto. ‘Tutto quello che si può ottenere da una Casa dei Desideri è di prendersi il dolore di un altro. Mi son presa i mal di testa della mamma quando è stata buona con me, ma questa è la prima volta che ho potuto far qualcosa per lei. Oh, signora Ashcroft, io le voglio tanto bene!’ E via con queste cose. Guarda, Liz, ti giuro che mi si rizzavano i capelli a sentirla. Le ho chiesto cos’era un Token. ‘Non lo so’, mi fa, ‘ma quando si suona il campanello lo si sente salire di corsa dalla cantina alla porta. Allora si deve dire il desiderio, e poi si va via’. ‘E allora il Token non te la apre la porta?’ le dico. ‘No‘, mi fa, ‘si sente solo una risatina, una cosa così. E allora si dice che si vuol togliere il dolore a chi si vuol bene, e il dolore arriva’. Non le ho chiesto di più, perché scottava di febbre. Sono rimasta a cullarla fino a quando è venuto buio. E dopo un po’ il suo mal di testa — il mio, credo — è passato, e si è messa a giocare col gatto”.
“Oh, Signore! E l’avete fatto altre volte?” disse la signora Fettley.
“Lei voleva, ma io non mi sentivo di far cose del genere con una bambina”.
“E allora cos’hai fatto?”
“Me ne stavo in camera mia quando mi prendevano quei mal di testa. Ma quell’idea mi restava sempre in mente”.
“Ci credo. E ti ha detto altro?”
“No. Non sapeva niente di più di quello che le aveva raccontato la bambina zingara, tranne che l’incantesimo funzionava. Poi, quell’estate son rimasta a Londra. Per parecchie settimane ha fatto un caldo tremendo, e c’era vento e le strade puzzavano, con licenza, di sporcizia di cavallo secca, ce n’erano dei mucchi alti fino al davanzale. Oggi queste cose non si vedono più. Mi hanno dato le ferie proprio prima del raccolto del luppolo, e son tornata di nuovo da Bessie. Quando mi ha visto, si è meravigliata di com’ero dimagrita e delle borse che avevo sotto gli occhi”.
“E Harry, l’hai visto?”
La signora Ashcroft annuì. “Quattro, no, cinque giorni dopo. Un mercoledì. Sapevo che lavorava di nuovo a Smalldene. Con un coraggio da leone, ho chiesto a sua madre per strada. Non ha potuto dirmi gran che, perché Bessie, sai bene che lingua ha, si era buttata a parlare e non si fermava più. Ma quel mercoledì, mentre passeggiavo con uno dei bambini di Bessie attaccato alla gonna, dietro Chanter’s Tot, l’ho sentito venire alle mie spalle, e ho capito dal suo passo che qualcosa era cambiato. Allora vado più piano, e lui anche. Faccio finta di dovermi fermare per via del bambino, così doveva passare avanti per forza. Passa, mi dice solo ‘Buonasera’ e tira avanti cercando di ricomporsi”.
“Era ubriaco?” chiese la signora Fettley.
“Ma no; era diventato tutto una ruga, consumato come una candela, con i vestiti che gli cascavano addosso e il collo bianco come il latte. Che sforzo per non chiamarlo! Ho continuato a mandar giù saliva finché non son tornata a casa e ho messo a letto i bambini. E allora, dopo mangiato, ho chiesto a Bessie: ‘Di’, ma cos’è che è successo a Harry Mockler?’ E Bessie mi racconta che era stato all’ospedale due mesi perché si era ferito a un piede col badile mentre scavava nel vecchio stagno di Smalldene. Nella terra c’era come del veleno, e gli è entrato dal taglio e gli ha riempito tutto il sangue. Erano due settimane che era uscito dall’ospedale, e non era ancora tornato al lavoro, sai, faceva il carrettiere a Smalldene. Il dottore aveva detto a mia sorella che non ce l’avrebbe fatta a passare il freddo di novembre. E sua madre le aveva detto che non mangiava più, non riusciva a dormire e sudava a litri anche se taceva fresco. E che la mattina, con licenza, sputava per ore. ‘Dio’ le faccio, ‘pover’uomo! Ma chissà che non gli faccia bene andare in giro a prendere un po’ d’aria’. E mi son messa a infilare il filo nell’ago sotto la lampada, con una mano ferma come non avevo mai avuto.
E quella notte, dormivo su una branda nella lavanderia, ho pianto, e pianto, e pianto. E tu lo sai, Liz, perché mi sei stata vicina quando ho partorito, quanto ci vuole per farmi piangere”.
“Sì, ma partorire è solo un dolore fisico”.
“Mi son calmata col canto del gallo, e mi son passata un po’ di tè freddo sugli occhi per non far vedere che avevo pianto così. La sera dopo, stavo portando dei fiori sulla tomba di mio marito, per la gente, sai, quando ho incontrato Harry proprio lì dove adesso c’è il monumento ai caduti. Stava tornando dalla stalla, e non m’ha visto. Allora lo guardo da sotto in su e gli dico nei denti: ‘Vieni a riposare a Londra, Harry’. ‘Non posso accettare’, mi fa, ‘perché non posso darti niente’. ‘Non chiedo niente’, gli faccio io. ‘Giuro su Dio che non chiedo niente! Vieni solo a farti vedere da un dottore a Londra’. E allora mi guarda con quegli occhi infossati e mi fa: ‘È tutto finito, Gra, mi restano solo pochi mesi’. ‘Harry’, gli dico, ‘mio uomo!’ E non sono riuscita a dire nient’altro, mi restava tutto in gola. ‘Grazie, Gra, mi fa; ma non mi ha dette mia donna. E se n’è andato su per la strada, e c’era lì sua madre, Dio la maledica, che lo stava guardando e gli ha chiuso la porta dietro”.
La signora Fettley tese un braccio attraverso il tavolo e cercò di accarezzare la manica sul polso della signora Ashcroft, ma l’altra si ritrasse.
“E allora sono andata al cimitero coi miei fiori e mi son venute in mente le parole di mio marito quella notte. Aveva si la saggezza della morte, ed è andato tutto come aveva detto lui. Ma mentre stavo sistemando la latta dei fiori sulla tomba, mi è venuto in mente che c’era una cosa che potevo fare per Harry. Il dottore poteva dire quello che voleva; io ci avrei provato. E l’ho fatto. Il mattino dopo arriva un conto da pagare del nostro fruttivendolo di Londra. La signora Marshall mi aveva lasciato un po’ di soldi per casi come questo, ma io avevo detto a Bess che erano per me, per andare ogni tanto a far pulizia in casa. E son partita col treno del pomeriggio”.
“Ma, lo so che no, ma non avevi paura?”
“Perché? Avevo davanti solo la mia vergogna e la crudeltà di Dio. Sapevo che non avrei mai più avuto Harry, come potevo? Sapevo che dovevo bruciare fino a consumarmi”.
“Eh, sì”, disse la signora Fettley cercando di nuovo il polso. Stavolta la signora Ashcroft glielo lasciò.
“Era una consolazione sapere che potevo tentare quella cosa per lui. Sono andata, ho pagato il conto del fruttivendolo, ho messo la ricevuta nella borsa e poi sono andata dalla signora Ellis, la nostra donna a ore, mi son fatta dare le chiavi e ho aperto la casa. Prima mi son fatta il letto per dopo, pensa, il letto! Poi una tazza di tè, e mi son seduta in cucina a pensare fino a sera. Era così vicino! Poi mi son vestita e sono uscita con la ricevuta nella borsa, fingevo di studiarla come per cercare un indirizzo. La casa era al 14 di Wadloes Road… Una casetta di quelle con la cucina sotto, in una fila di venti o trenta, con delle piccole aiuole davanti, e un muretto… La pittura della porta era tutta scrostata, la casa era abbandonata da moltissimo tempo. Per strada non c’era nessuno, solo gatti. E faceva un caldo! Sono entrata nel vialetto con un coraggio da leone, ho salito gli scalini e suonato il campanello. Suonava fortissimo, come sempre nelle case vuote. Poi ho sentito come una sedia trascinata sul pavimento della cucina. Poi dei passi sulla scala, come quelli di una donna grassa in ciabatte. Si sentivano salire fino al pianerottolo, poi attraverso la sala — sentivo scricchiolare il pavimento di legno — poi si son fermati davanti alla porta. Mi son chinata vicino alla buca delle lettere e ho detto: ‘Mi lasci prendere tutto il male che deve soffrire il mio uomo, Harry Mockler, me lo lasci prendere per amore’. E allora, qualunque cosa fosse quella che c’era dietro la porta, ha lasciato andare il respiro, come se fino allora l’avesse trattenuto per sentire meglio”.
“E non ti ha detto proprio niente?” interrogò la signora Fettley.
“Niente. Solo un sospiro, una specie di aaaah, poi ho sentito i passi che tornavano giù in cucina, come se trascinasse i piedi, e ho sentito ancora la sedia strisciare per terra”.
“E sei stata lì tutto il tempo sullo scalino a sopportare quella cosa?”
La signora Ashcroft annuì.
“E allora, quando stavo per andarmene, è passato un uomo e m’ha detto: ‘Signora, non sa che quella casa è disabitata?’ ‘No’, gli faccio. ‘Devo essermi sbagliata di numero’. E son tornata a casa, mi son messa a letto perché non ne potevo più. Faceva troppo caldo per dormire, di modo che mi alzavo a camminare un po’, e poi mi buttavo giù a dormicchiare, così tutta la notte, fino al mattino. Poi sono andata in cucina a farmi una tazza di tè, e mi son fatta male proprio sopra la caviglia con un vecchio spiedo che la signora Ellis aveva lasciato fuori posto l’ultima volta che era venuta. E poi son rimasta ad aspettare che i Marshall tornassero dalle vacanze”.
“Tutta sola? Non ne avevi abbastanza di case vuote?” chiese la signora Fettley terrorizzata. “Oh, la signora Ellis e Sophie son venute subito quando han saputo che ero tornata, e tra tutt’e tre abbiam pulito la casa da cima a fondo. C’è sempre da fare, in una casa. E così ho passato l’autunno e l’inverno a Londra”.
“E allora non è successo proprio niente… per quello che tu avevi fatto?”
La signora Ashcroft sorrise. “No. Allora no. Poi, a novembre, ho mandato a Bessie dieci scellini”.
“Sei sempre stata troppo generosa”, interruppe la signora Fettley.
“E ho ottenuto quello per cui avevo pagato, insieme con le altre notizie dal paese. Mi ha scritto che camminare gli aveva fatto un gran bene. Dopo sei settimane stava già meglio, e adesso guidava il carro come una volta. A me non importava com’era successo, bastava che fosse successo. Ma i miei dieci scellini non mi davano poi una gran consolazione. Se Harry moriva, era mio fino al giorno del Giudizio; ma vivo, sicuro che in poco tempo si trovava una donna. E questo mi faceva diventar matta. E con la primavera, mi capita anche un’altra preoccupazione. Mi è venuta fuori una bruttissima piaga che faceva pus, proprio sopra la caviglia, e non guariva mai. Mi preoccupava proprio, perché di natura ho la pelle sanissima, io. Tagliami pure da tutte le parti, mi si chiudono subito le ferite come niente. E allora la signora Marshall mi ha mandato dal suo dottore. Il dottore mi ha detto che dovevo andare subito da lui, invece di tenermi la piaga per tanto tempo e di portarci sopra delle calze colorate che l’avevano infettata. M’ha detto anche che nel mio lavoro stavo troppo tempo in piedi, e che la vena vicino alla piaga si era gonfiata, dietro il collo del piede. ‘È venuta a poco a poco e andrà via a poco a poco’, mi fa. ‘Tenga la gamba in alto e la faccia riposare, e vedrà che se ne va da sola. Non lasci che si chiuda troppo presto. Ha le gambe molto forti, signora Ashcroft’, mi ha detto. Me l’ha bendata con delle bende umide”.
“Ha fatto bene”, disse sicura la signora Fettley. “Per le ferite umide ci vogliono bende umide. Assorbono gli umori, come lo stoppino assorbe l’olio”.
“È vero. E la signora Marshall mi stava sempre dietro per farmi riposare, e così quasi guarivo. E allora mi han mandato da Bessie per finire la convalescenza, perché io non sono il tipo che si siede quando c’è da stare in piedi. A quei tempi eri già tornata in paese, Liz”.
“Sì, sì, ma… non avrei mai immaginato…”
“Non ho mai voluto fartelo immaginare”, sorrise la signora Ashcroft. “Ho visto Harry una volta o due per strada, aveva una bella cera, sembrava proprio guarito. E poi, un giorno, sua madre mi racconta che uno dei suoi cavalli si era messo a scalciare e l’aveva ferito alla coscia. Era a letto. E Bessie le fa: ‘Sarebbe meglio che fosse sposato, così avrebbe una moglie che potrebbe curarlo al suo posto, signora’. E allora la vecchia si è arrabbiata, e ci ha detto che Harry non aveva mai neanche guardato una donna in vita sua, e che finché era viva ci avrebbe pensato lei a suo figlio. Come dire che stessi attenta perché c’era lì lei a fare il cane da guardia”. La signora Fettley soffocò una risatina.
“Quel giorno”, continuò la signora Ashcroft, “son rimasta in piedi tutto il tempo a guardare il dottore che entrava e usciva da Harry, perché pensavano che forse potevano essere anche le costole. E così mi si è riaperta la piaga, ed è andata in suppurazione. Poi han visto che le costole erano a posto, e Harry ha passato una notte tranquilla. Quando l’ho saputo, la mattina dopo, mi son detta: ‘Be’, ancora non posso dir niente; provo a non curare la gamba per tutta la settimana e vediamo cosa succede’. Quel giorno, non posso dire che mi abbia fatto davvero male, sembrava piuttosto che mi togliesse le forze, e Harry ha passato bene un’altra notte. E questo mi spingeva a continuare, ma non osavo tirar conclusioni fino alla fine della settimana. E allora Harry è guarito proprio bene, e non aveva male da nessuna parte. Quando Bessie è uscita, per poco non son caduta in ginocchio nella lavanderia. ‘Adesso sei mio’, ho detto. ‘Avrai la tua salute da me, senza saperlo, fino alla morte. Dio, fammi vivere tanto per amore di Harry!’ E non so se è stato questo a calmarmi”.
“Per sempre?” chiese la signora Fettley.
“Ogni tanto mi torna. Torna spesso. Ma in ogni modo, sapevo che lo stavo facendo per lui. Lo sapevo. Ho cominciato a trafficare coi miei mali, curandoli o lasciandoli stare, finché ho imparato a tenerli sotto controllo. E anche questo mi sorprendeva. C’erano dei momenti, Liz, che le mie sofferenze, come dire, si seccavano, non bruciavano più. I primi tempi cercavo di far tornare il dolore, perché avevo paura di lasciar solo Harry per troppo tempo, senza protezione. Dopo un po’, ho capito che era come un segnale che lui sarebbe stato bene, e allora mi risparmiavo”.
“Per quanto tempo?” chiese la signora Fettley con estremo interesse.
“Una o due volte sono rimasta per quasi tutto un anno con solo una cicatrice piccolissima che suppurava un po’. Si asciugava tutto. Ma poi si infiammava, come una specie di avviso, e io sopportavo. Quando non ne potevo più, perché continuavo a lavorare a Londra, appoggiavo la gamba su una sedia finché non mi passava un po’. Non troppo in fretta. Da quello che sentivo in quei momenti, sapevo che Harry aveva bisogno. E allora mandavo cinque scellini a Bessie, o qualcosa ai bambini, per vedere se per caso non si era fatto male per trascuratezza mia. Ed era proprio così! Un anno dopo l’altro sono andata avanti così, Liz, e lui ha avuto la sua salute da me, senza saperlo, per anni e anni”.
“Ma cosa ne hai ricavato, Gra?” disse la signora Fettley in un lamento. “Lo vedevi spesso?”
“Ogni tanto… Quando tornavo qui in vacanza. E più adesso che son qui per sempre. Ma lui non mi guardava mai, né me né nessun’altra donna tranne sua madre. Passavo il tempo a guardare e ad ascoltare. E anche lei!”
“Per anni e anni!” ripeté la signora Fettley.
“E adesso dove lavora?”
“Oh, adesso ha smesso di fare il carrettiere. Fa l’autista per una di quelle compagnie di trattori. Li guida sui campi, certe volte gli danno anche un camion, va fino nel Galles, così mi hanno detto. Ogni tanto vien qui a trovare sua madre, ma sono settimane che non lo vedo. Ma è normale, col lavoro che fa non si ferma mai troppo in un posto”.
“Ma, tanto per dire, facciamo che Harry si sposi…” disse la signora Fettley.
La signora Ashcroft aspirò rumorosamente fra i denti ancora ben allineati e naturali. “Questo non me lo si può chiedere. Credo che i miei dolori abbiano il loro peso contro questa prospettiva. Non credi, Liz?”
“Dovrebbe essere così, cara, dovrebbe proprio”.
“Certe volte fa male davvero. Vedrai quando viene l’infermiera. Pensa che non sappia che… è marcita…”
La signora Fettley capì. La natura umana raramente osa pronunciare la parola cancro.
“Ma sei proprio sicura, Gra?”
“Sono sicura fin da quando il signor Marshall mi ha chiamato nel suo studio e mi ha parlato per un pezzo del mio fedele servizio. Li ho serviti, a intervalli, per un bel pezzo, ma non abbastanza perché mi dessero una pensione. E loro me l’hanno data, un tanto alla settimana finché sarò viva. Sapevo cosa voleva dire… già tre anni fa”.
“Ma questa non è una prova”.
“Dare quindici scellini alla settimana a una donna che vivrebbe ancora vent’anni se le cose andassero secondo il corso naturale? È una prova sì”.
“Ti sbagli, ti sbagli!” insistette la signora Fettley.
“Liz, non ci si può sbagliare quando gli orli della piaga sono sollevati come il colletto di una camicia. Vedrai. E Dora Wickwood li aveva uguali, li ho visti io. Lei l’aveva sull’ascella”.
La signora Fettley rimase un attimo pensosa e infine chinò la testa.
“Quanto tempo credi che ti resti ancora, cara?”
“Quello che viene a poco a poco se ne va a poco a poco. Ma se non ti vedo la prossima volta, Liz, ti saluto adesso”.
“Non so se potrò vederti, la prossima volta… Avrò bisogno di un cane che mi guidi. Perché i bambini si stufano, vogliono essere lasciati in pace, e… Gra, sto diventando cieca”.
“Ah, ecco perché non facevi che giocare coi tuoi ritagli di stoffa. Mi stavo appunto chiedendo… Ma il dolore conta, non credi Liz? il dolore conta per tenere Harry… dove voglio io. Dimmelo anche tu, che non può esser stato buttato via così”.
“Sicuro, no, cara, no. Avrai la tua ricompensa”.
“Non voglio niente di più di questo… se il dolore vale qualcosa”.
“Sì, certo, certo”.
Qualcuno bussò alla porta.
“È l’infermiera. È venuta presto”, disse la signora Ashcroft. “Aprile tu”.
La giovane entrò agilmente, facendo tintinnare le boccette nella borsa. “Buonasera, signora Ashcroft”, esordì. “Sono venuta più presto del solito perché stasera c’è un ballo al Circolo. Non le spiace, vero?”
“Oh, no. Per me son passati i tempi del ballo”. La signora Ashcroft era di nuovo la riservata domestica. “La mia vecchia amica, la signora Fettley, mi ha tenuto compagnia per un pezzo”.
“Spero che non l’abbia stancata troppo”, disse l’infermiera un po’ freddamente.
“Al contrario, è stato un piacere. Solo… solo… solo che alla fine mi sentivo un po’ debole”.
“Sì, sì”. L’infermiera era già in ginocchio con la medicina in mano. “Quando due signore anziane si incontrano, parlano sempre un po’ troppo, ho notato”.
“Forse, forse”, disse la signora Fettley alzandosi. “Quindi adesso filo”.
“Prima guardala” disse la signora Ashcroft debolmente. “Vorrei che la guardassi”.
La signora Fettley la guardò ed ebbe un brivido. Poi si chinò e baciò la signora Ashcroft sulla serica fronte giallastra, e sugli opachi occhi grigi.
“Conta il dolore, vero?” Le labbra che mantenevano ancora la loro forma sospirarono appena le parole. La signora Fettley le baciò e si diresse alla porta.
