Estratto dalla poesia "Consolazione"
In "Poema paradisiaco", 1893
[...]
Sogna, sogna, mia cara anima!
Tutto,
tutto sarà come al tempo lontano.
Io metterò ne la tua pura mano
tutto il mio cuore.
Nulla è ancor distrutto.
Sogna, sogna!
Io vivrò de la tua vita.
In una vita semplice e profonda
io rivivrò.
La lieve ostia che monda
io la riceverò da le tue dita.
Sogna, ché il tempo di sognare è giunto.
[...]
Nel poema il poeta si rivolge alla madre, stanco delle “cattive cose” e del mondo artificiale, e le chiede di sognare insieme un ritorno alla purezza originaria. Il sogno di “una vita semplice e profonda” resta uno dei suoi versi più delicati e malinconici.
Il motivo del sogno (ripetuto con insistenza: “Sogna, sogna…”) non è puro rifugio onirico: è un atto di volontà. Il poeta chiede alla madre di sognare insieme, di ricostruire un tempo “lontano” in cui tutto era ancora integro (“Nulla è ancor distrutto”).
Consolazione
(da Poema paradisiaco, sezione Hortulus Animae, 1893)
Gabriele D’Annunzio
Non pianger più. Torna il diletto figlio
a la tua casa. È stanco di mentire.
Vieni, usciamo. Tempo è di rifiorire.
Troppo sei bianca: il volto è quasi un giglio.
Vieni; usciamo. Il giardino abbandonato
serba ancora per noi qualche sentiero.
Ti dirò come sia dolce il mistero
che vela certe cose del passato.
Ancóra qualche rosa è ne’ rosai,
ancora qualche timida erba odora.
Ne l’abbandono il caro luogo ancóra
sorriderà, se tu sorriderai.
Ti dirò come sia dolce il sorriso
di certe cose che l’oblìo afflisse.
Che proveresti tu se ti fiorisse
la terra sotto i piedi, all’improvviso?
Tanto accadrà, ben che non sia d’aprile.
Usciamo. Non coprirti il capo. È un lento
sol di settembre, e ancor non vedo argento
su ’l tuo capo, e la riga è ancor sottile.
Perché ti neghi con lo sguardo stanco?
La madre fa quel che il buon figlio vuole.
Bisogna che tu prenda un po’ di sole,
un po’ di sole su quel viso bianco.
Bisogna che tu sia forte; bisogna
che tu non pensi a le cattive cose...
Se noi andiamo verso quelle rose,
io parlo piano, l’anima tua sogna.
Sogna, sogna, mia cara anima! Tutto,
tutto sarà come al tempo lontano.
Io metterò ne la tua pura mano
tutto il mio cuore. Nulla è ancor distrutto.
Sogna, sogna! Io vivrò de la tua vita.
In una vita semplice e profonda
io rivivrò. La lieve ostia che monda
io la riceverò da le tue dita.
Sogna, ché il tempo di sognare è giunto.
Io parlo. Di’: l’anima tua m’intende?
Vedi? Ne l’aria fluttua e s’accende
quasi il fantasma d’un april defunto.
Settembre (di’: l’anima tua m’ascolta?)
ha ne l’odore suo, nel suo pallore,
non so, quasi l’odore ed il pallore
di qualche primavera dissepolta.
Sogniamo, poi ch’è tempo di sognare.
Sorridiamo. È la nostra primavera,
questa. A casa, più tardi, verso sera,
vo’ riaprire il cembalo e sonare.
Quanto ha dormito, il cembalo! Mancava,
allora, qualche corda; qualche corda
ancora manca. E l’ebano ricorda
le lunghe dita ceree de l’ava.
Mentre che fra le tende scolorate
vagherà qualche odore delicato,
(m’odi tu?) qualche cosa come un fiato
debole di viole un po’ passate,
sonerò qualche vecchia aria di danza,
assai vecchia, assai nobile, anche un poco
triste; e il suono sarà velato, fioco,
quasi venisse da quell’altra stanza.
Poi per te sola io vo’ comporre un canto
che ti raccolga come in una cuna,
sopra un antico metro, ma con una
grazia che sia vaga e negletta alquanto.
Tutto sarà come al tempo lontano.
L’anima sarà semplice com’era;
e a te verrà, quando vorrai, leggera
come vien l’acqua al cavo de la mano.
Consolazione è una delle liriche più intense e “intime” del Poema paradisiaco, raccolta in cui D’Annunzio abbandona temporaneamente l’estetismo trionfante del Piacere e delle Elegie romane per esplorare un registro più crepuscolare, malinconico e quasi “francescano”. La poesia è dedicata alla madre e si configura come un ritorno filiale, un’invocazione di purezza dopo la sazietà dei sensi e delle menzogne mondane.
Il tema centrale è il ritorno e la rinascita. Il poeta si presenta come “il diletto figlio […] stanco di mentire”. È un’ammissione di colpa e di stanchezza esistenziale. Contro il mondo artificiale e decadente, propone un ritorno alla casa materna, al giardino abbandonato, alla semplicità. Il sogno di “una vita semplice e profonda” non è evasione infantile, ma tentativo di ricostruire un’innocenza perduta attraverso il rapporto con la madre.
Il linguaggio è deliberatamente semplice, quasi parlato, con ripetizioni (“Bisogna… bisogna”, “Sogna, sogna”), anafore e un ritmo fluido che ricorda la preghiera o la ninnananna. D’Annunzio abbandona qui l’opulenza lessicale e il preziosismo tipici della sua maniera più celebre. La musicalità è tenue, “velata, fioca”, coerente con l’atmosfera di convalescenza spirituale.
