giovedì 29 marzo 2018




PANINO AL PROSCIUTTO.
Charles Bukpwski
Estratto

La prima sensazione che ricordo è di essere sotto qualcosa.
Era un tavolo, vedevo la gamba di un tavolo, vedevo le gambe della gente, e un pezzetto di tovaglia che pendeva. Era buio, lì sotto, mi piaceva stare lì sotto. Dovevamo essere in Germania. Dovevo avere 1 o 2 anni. Era il 1922. Stavo bene sotto il tavolo. Pareva che nessuno si fosse accorto che ero lì sotto. Il sole illuminava il tappeto e le gambe della gente. Il sole mi piaceva, le gambe della gente non erano molto interessanti, non quanto quel pezzo di tovaglia che pendeva, non quanto la gamba del tavolo, non quanto la luce del sole.
Poi più nulla...poi un albero di Natale. Candeline Ornamenti: uccellini con ramoscelli pieni di bacche nel becco. Una stella. Due grandi che litigavano, urlando. Gente che mangiava, sempre gente che mangiava. Anch'io mangiavo. Avevo un cucchiaio piegato in modo che se volevo mangiare dovevo prenderlo con la destra. Se lo prendevo con la sinistra non riuscivo a metterlo in bocca. Io volevo prenderlo con la sinistra.
Due persone: una più grande, coi capelli ricci, il naso grosso, la bocca larga, le sopracciglia spesse; la persona più grande sembrava sempre arrabbiata, gridava sempre; la più piccola stava zitta, aveva la faccia tonda, pallida, e gli occhi grandi. Mi facevano paura tutti e due. A volte c’era una terza persona, grassa, col colletto di pizzo. Portava una grossa spilla e aveva la faccia piena di verruche coi peli. « Emily », la chiamavano. Queste persone non sembravano contente di stare insieme. Emily era la nonna, la madre di mio padre. Mio padre si chiamava « Henry ». Mia madre si chiamava « Katherine » . Io non li chiamavo mai per nome. Io ero « Henry Jr. ». Queste persone parlavano quasi sempre tedesco, e all'inizio parlavo anch'io quasi sempre tedesco. 
La prima cosa che ricordo di aver sentito dalla bocca della nonna è: « Vi seppellirò tutti ! ». Lo disse per la prima volta proprio mentre stavamo cominciando a mangiare, e da allora glielo sentii ripetere un sacco di volte, sempre prima di mangiare. Mangiare sembrava molto importante. Mangiavamo purea di patate con il sugo, specialmente la domenica. Mangiavamo anche roast beef, wurstel coi crauti, piselli, rabarbaro, carote, spinaci, fagiolini, pollo, spaghetti con le polpette, a volte mescolati con ravioli: c'erano cipolle bollite, asparagi, e la domenica anche la crostata di fragole con il gelato di crema. A colazione mangiavamo pane inzuppato nell'uovo e fritto, e salsicce, oppure frittelle con uova e pancetta. E c'era sempre il caffè. Ma le cose che ricordo meglio sono quella purea col sugo e la nonna, Emily, che diceva: « Vi seppellirò tutti ! ».
Veniva a trovarci spesso, da quando ci eravamo trasferiti in America, prendeva il tram rosso da Pasadena a Los Angeles. Noi andavamo a trovarla di rado, con la nostra Ford Model-T.
La casa della nonna mi piaceva. Era una casetta piccola, sotto una gran massa di alberi del pepe. Emily aveva un sacco di canarini, ciascuno nella sua gabbia. Ricordo una visita in particolare. Quella sera la nonna fece il giro delle gabbie e le coprì tutte col loro cappuccio bianco per far dormire gli uccelli. I grandi erano seduti in poltrona e chiacchieravano. C'era un piano e io ero seduto al piano e premevo i tasti e ascoltavo i suoni mentre gli altri parlavano. Mi piaceva il suono dei tasti a quell'estremità del piano dalla quale praticamente non si riusciva a tirar fuori alcun suono... era un rumore come di cubetti di ghiaccio che si urtavano.
« Vuoi smetterla? », disse mio padre a voce alta. « Lascialo suonare », disse la nonna.
La mamma sorrise.
« Quel ragazzo », disse la nonna, «una volta che lo tirai su dalla culla per baciarlo mi diede un pugno sul naso ! ».
Continuarono a parlare e io continuai a suonare il piano.
« Perché non fai accordare quel piano? », chiese mio padre.
Poi mi dissero che dovevamo andare a trovare il nonno. Il nonno e la nonna non vivevano insieme. Mi dissero che il nonno era un cattivo soggetto, che gli puzzava il fiato.
« E perché gli puzza il fiato? ».
Non risposero.
« Perché gli puzza il fiato? ».
« Perché beve ».
Salimmo sulla Model-T e andammo a trovare il nonno Leonard. Quando arrivammo e ci fermammo davanti alla sua casa, lui era sulla veranda. Era vecchio, ma teneva la schiena dritta. Era stato ufficiale dell'esercito, in Germania, ed era venuto in America quando aveva sentito dire che le strade erano lastricate d'oro. Non era vero, e così il nonno era diventato il capo di un'impresa edile.
Gli altri non scesero dalla macchina. Il nonno agitò un dito verso di me. Qualcuno aprì la portiera e io uscii fuori e andai verso di lui. Aveva i capelli bianchissimi, e lunghi, e anche la barba, bianchissima e lunga, e quando gli fui vicino mi accorsi che i suoi occhi brillavano come lucine azzurre, e mi guardavano. Mi fermai a qualche passo da lui.
« Henry » , disse il nonno, « io e te ci conosciamo.Vieni dentro ».
Mi tese la mano. Mi avvicinai ancora e sentii il puzzo del suo fiato. Era molto forte, ma lui era l'uomo più bello che avessi mai visto e non avevo paura.
Entrai in casa con lui. Mi accompagnò a una sedia.
« Siediti, prego. Sono molto contento di vederti »
Andò in un'altra stanza. Poi ne usci con una scatoletta di latta.
« E per te. Aprila ». 
Armeggiai col coperchio ma non riuscii ad aprirla. «Su », disse lui, « dalla a me ».
Apri il coperchio e mi porse di nuovo la scatoletta di latta. lo alzai il coperchio e vidi una croce, una croce tedesca con tin nastro.
« Oh no » , dissi, « tienila tu ». 
« E’ tua », disse lui, « è solo una patacca ». «Grazie ».
« Adesso va'. Saranno preoccupati ». « Va bene. Arrivederci ».
« Arrivederci, Henry. No, aspetta... ». 
Mi fermai. Lui infilò un paio di dita in un taschino dei pantaloni, con l'altra mano cominciò a estrarre una lunga catena d'oro. Poi mi diede il suo orologio d'oro da taschino, con la catena.
« Grazie, nonno... ».
Durante il viaggio di ritorno i grandi parlarono di molte cose. Parlavano sempre, e continuarono a parlare fino a quando arrivammo a casa della nonna. Parlarono di molte cose ma mai, neppure una volta, del nonno.

***
XXIV
La nostra insegnante d'inglese, Miss Gredis, era la perfezione assoluta. Era una bionda con il naso lungo e affilato. Il naso non era granché, ma non lo si notava nemmeno, guardando il resto del corpo. Indossava vestiti attillati con profonde scollature a V, scarpe nere col tacco alto e calze di seta. Era sinuosa come un serpente e aveva due gambe lunghe, bellissime. Restava seduta in cattedra solo per fare l'appello. Dopo l'appello scendeva giù e andava a sedersi su un banco vuoto di fronte a noi. Miss Gredis se ne stava appollaiata lassù con le gambe accavallate e la sottana alzata. Mai avevamo visto caviglie, gambe e cosce come quelle. Be', c'era Lilly Fischman, ma Lilly era una ragazzina troppo cresciuta, mentre Miss Gredis era una donna fatta. E potevamo guardarla con comodo, per un'ora intera ogni giorno. Non c'era ragazzo nella classe che non sentisse con tristezza il suono del campanello, alla fine dell'ora di inglese. Parlavamo sempre di lei.
« Credete che voglia farsi scopare? ». 
No, vuol solo provocare. Lo sa che ci fa diventare matti, e si diverte, è l'unica cosa che le interessa ».
« Io so dove abita. Una di queste sere vado a trovarla ».
« Non ci credo! Ti ci vorrebbe un bel fegato! » . 
« Ah, non ci credi, eh? Non ci credi? La scoperò a sangue. E’ quello che vuole ».
« Un tizio di seconda ha detto che una sera è andato a trovarla ».
« Ah si? E cosa è successo? ».
« Gli ha aperto la porta in camicia da notte, con le tette praticamente di fuori. Lui le ha detto che aveva dimenticato che compiti c'erano per il giorno dopo. Lei gli ha detto di entrare ».
« Non e una palla? ».
« No, lo giuro. Ma non è successo niente. Lei gli ha fatto il té, gli ha detto che compiti c'erano e poi lui se n'è andato ».
« Se io fossi riuscito a entrare, non me ne sarei certo andato a mani vuote ».
« Ah si? E cos'avresti fatto? ».
« Prima glielo avrei messo dentro, poi le avrei leccato la fica, poi gliel'avrei sfregato in mezzo alle tette e poi l'avrei costretta a succhiarmelo ».
« Ma senti, senti... il nostro sognatore. Hai mai scopato? ».
« Cazzo si, certo che ho scopato. E parecchie volte ».
« E com'è andata? ».
« Uno schifo ».
« Non sei riuscito a venire, eh? ».
« No, sono venuto dappertutto, pensavo di non riuscire più a fermarmi ».
« Ti sei sporcato la mano, eh? ». 
« Ah, ah, ah, ah! ». « Ah, ah, ah, ah, ah, ah ! ». 
« Ah, ah! ».
« Sei venuto in mano, eh? ». 
« Andate a fare in culo ! » 
« Non credo che qualcuno di noi abbia mai scopato davvero », disse uno dei ragazzi.
Ci fu un attimo di silenzio.
« Balle. Io ho scopato per la prima volta a sette anni ».
« Roba da ridere. Io ne avevo quattro, la prima volta ».
« Si, Rosso. Raccontalo a qualcun altro ». 
« Con una bambina piccola ».
« E ti è venuto duro? ».
« Certo ».
« E sei venuto? ».
« Credo di si. Qualcosa è schizzato fuori ». Certo. Le hai pisciato nella fica, Rosso ». 
« Balle ! ».
« Come si chiamava? ».
« Betty Ann ».
« Cazzo », disse il ragazzo che sosteneva di aver scopato a sette anni. « Anche la mia si chiamava Betty Ann ».
« Quella puttana », disse Rosso.

***
XXXI
Il giorno dopo ero seduto nella mia sedia di metallo verde ad aspettare che mi chiamassero. Davanti a me c'era un uomo con qualcosa al naso. Aveva il naso molto rosso e molto infiammato, molto grosso e molto lungo, che cresceva su se stesso. Si vedevano i pezzi cresciuti sugli altri pezzi. Qualcosa doveva aver irritato il naso di quell'uomo, che aveva cominciato a crescere. Guardai quel naso e poi cercai di non guardarlo. Non volevo che l'uomo si accorgesse che lo guardavo, sapevo cosa si provava. Ma l'uomo sembrava molto tranquillo. Era grasso e sembrava praticamente addormentato.
Lo chiamarono per primo: « Mr. Sleeth? ». Si spostò leggermente in avanti sulla sedia. « Sleeth? Richard Sleeth? ».
« Uh? Si, eccomi... ».
Si alzò e si avvicinò al dottore.
« Come sta oggi, Mr. Sleeth? ».
« Bene... sto bene... ».
Seguì il dottore dentro l'ambulatorio.

Mi chiamarono un'ora dopo. Seguii il dottore attraverso una porta a vento dentro un'altra stanza. Era più grande della prima. Mi dissero di spogliarmi e di sedermi su un lettino. Il dottore mi guardò.
« Una bella acne, eh, ragazzo? ».
« Si ».
Mi toccò un foruncolo sulla schiena.
« Male? ».
« Si ».
« Be' », disse, « vediamo di spurgarli un po' ».
Lo sentii accendere la macchina. Ci fu un ronzio e odore di olio che si scaldava.
« Pronto? », mi chiese. 
« Si ». 
Mi infilò l'ago elettrico nella schiena. Mi stava trapanando. Il dolore era indescrivibile. Riempiva la stanza. Sentivo il sangue scorrermi giù per la schiena. Poi tolse l'ago.
« Adesso un altro », disse il dottore.
Mi piantò dentro l'ago. Poi lo tirò fuori e lo infilò in un terzo foruncolo. Erano entrati altri due uomini e se ne stavano lì a guardare. Dovevano essere dottori. Sentii di nuovo l'ago nella schiena.
« Non ho mai visto nessuno sopportare l'ago in questo modo », disse uno degli uomini.
« Sembra insensibile », disse l'altro uomo. 
« Perché non andate un po' fuori a toccare il culo alle infermiere? », dissi.
« Senti, ragazzo, non puoi parlarci in questo modo! ».
Sentii di nuovo l'ago nella schiena e tacqui.
« Evidentemente il ragazzo è nervoso... » .
« Si, certo, poveretto » .
Se ne andarono.
« Sono due bravi professionisti » , disse il mio dottore. « Non è carino da parte tua trattarli così ».
« Lei vada avanti con quell'ago », dissi.
Ubbidì. L'ago era ormai bollente, ma lui non smetteva. Mi trapanò tutta la schiena, poi passò al petto. Poi mi fece stendere la testa e il collo e continuò fino all'ultimo brufolo.
Arrivò un'infermiera e lui le disse cosa doveva fare. « Ora, Miss Ackerman, voglio che spurghi queste pustole... completamente. Se comincia a uscire il sangue, non importa, continui a strizzare. Voglio che le spurghi completamente ».
« Si, dottor Grundy ».

Seguii Miss Ackerman in un'altra stanza. Mi disse di sdraiarmi sul lettino. Prese una velina e attaccò il primo foruncolo.
« Male? ».
Non importa.
« Poverino... ».
« Non si preoccupi. Mi dispiace per lei, costretta a strizzare tutta questa roba ».
« Poverino... » .
Miss Ackerman era la prima persona che mi dimostrava un po' di comprensione. Era una sensazione strana. Era un'infermierotta paffuta, sulla trentina.
« Vai a scuola? », mi chiese.
« No, sono dovuto restare a casa ».
Miss Ackerman continuava a strizzare, mentre parlavamo.
« Che cosa fai tutto il giorno? ».
« Sto a letto ».
« Dev'essere tremendo ».
« No, a me piace »
« Male? ».
« Non si preoccupi. Vada avanti ».
« Come mai ti piace stare a letto tutto il giorno? ». 
« Almeno non sono costretto a veder gente ». 
« Non ti piace la gente? »
« No ».
« Che cosa fai tutto il giorno? ».
« Ascolto la radio ».
« E che cosa ascolti? ».
« Musica. E la gente che parla ».
« Pensi alle ragazze? ».
« Certo. Ma con questa roba non ho speranze ».
« Non devi abbatterti. Vedrai che... ».
« Faccio anche le tabelle orarie degli aeroplani che sento passare. Passano tutti i giorni alla stessa ora. Li controllo orologio alla mano. Diciamo che so che uno di questi aerei deve passare alle 11,45. Verso le 11,10 mi metto in ascolto. Voglio sentire il rumore del motore quand'è ancora lontano. Certe volte mi sembra di sentirlo, ma non sono sicuro, poi lo sento davvero, lontano. E aumenta. Alle 11,45 in punto l'aereo mi passa sopra la testa e il rumore è al massimo ».
« E tutti i giorni fai la stessa cosa? ».
« Non quando vengo qui ».
« Voltati », disse Miss Ackerman.
Mi voltai. Nella stanza vicina un uomo cominciò a urlare. Eravamo vicino al reparto agitati. Urlava davvero forte.
« Che cosa gli fanno? », chiesi a Miss Ackerman.
« La doccia ».
« E grida a quel modo? ».
« Si ».
« Io sono conciato peggio di lui ».
« No, non è vero ».
Miss Ackerman mi piaceva. La guardai di sottecchi. Aveva la faccia tonda, non era carina ma aveva due grandi occhi scuri e la cuffia appoggiata sui capelli con un'angolatura sbarazzina. Gli occhi erano proprio belli. Mentre appallottolava un po' di veline da buttar via, la guardai camminare. Be', non era Miss Gredis, e avevo visto un sacco di donne più belle di lei, ma aveva qualcosa di caldo, di attraente. Non pensava continuamente al fatto di essere donna.
« Appena finisco la faccia », disse, « ti metto sotto la lampada a raggi ultravioletti. Devi tornare dopodomani alle 8,30 ».
Dopo quella frase non parlammo più.
Finì di strizzare tutti quei foruncoli. Mi misi gli occhialoni e Miss Ackerman accese la lampada a raggi ultravioletti.
Si senti un ticchettio. Un rumore piacevole. Poteva essere il timer automatico, oppure il riflettore di metallo della lampada che si scaldava. Era piacevole e rilassante, ma poi cominciai a pensare a quello che mi avevano fatto, e decisi che era tutto inutile. Tanto per cominciare quell'ago mi avrebbe lasciato cicatrici per tutta la vita. Non era una be]la prospettiva, ma non mi faceva molta paura. Quello che mi faceva davvero paura era la certezza che non sapessero affatto come curarmi.


***
la fine...
Me ne andai dalla stazione. Improvvisamente le strade erano piene di traffico. Guidavano tutti malamente, senza fermarsi ai semafori, insultandosi a vicenda. Tornai verso Main Street. L'America era in guerra. Guardai nel portafoglio : avevo un dollaro. Contai la moneta: 67 cents.
Scesi giù per Main Street. Non sarebbe stata una serata buona, per le ragazze. Continuai a camminare. Poi arrivai alla Penny Arcade . Non c'era nessuno, laggiù. Solo il proprietario nel suo botteghino alto. Era buio là dentro, e c'era puzza di piscio.
Andai giù per i corridoi bui tra le macchinette rotte. La chiamavano Penny Arcade, ma la maggior parte dei giochi costava cinque cents, alcuni anche dieci. Mi fermai davanti alla macchinetta della boxe, la mia preferita. In una gabbia di vetro c'erano due omini d'acciaio con dei bottoni sul mento. C'erano due manopole, simili a impugnature di pistola, con il grilletto, e quando si premeva il grilletto le braccia del pugilatore partivano in un tremendo uppercut. Si poteva muovere il proprio omino avanti e indietro e di lato. Quando si colpiva il bottone sul mento dell'altro pugile, il poverino cadeva riverso, K.O.
Quand'ero piccolo e Max Schmeling aveva messo K.O. Joe Luis, ero corso in strada alla ricerca dei miei amici, urlando: "Ehi , Max Schmeling ha messo K.O. Joe Luis!". E nessuno mi aveva risposto, nessuno aveva detto niente, se n'erano andati tutti a testa bassa.
Bisognava essere in due per giocare alla boxe, e io non avevo nessuna intenzione di giocare con il pervertito proprietario del posto. Poi vidi un ragazzino messicano, di otto o nove anni . Stava venendo giù per il corridoio . Un ragazzo messicano di bell'aspetto, intelligente.
"Ehi, ragazzo?".
"Sì, signore?".
"Vuoi giocare alla boxe con me ?".
"Gratis?".
"Certo. Pago io. Scegli il tuo uomo".
Il ragazzino girò intorno alla macchinetta , sbirciando dentro il vetro. Aveva l'aria molto seria. Poi disse: "O.K., scelgo quello coi calzoncini rossi. E' più bello".
"Va bene".
Il ragazzino si mise dalla sua parte e guardò dentro il vetro. Guardò il suo pugile, poi me .
"Signore, ma lei lo sa che è scoppiata la guerra".
"Sì".
Restammo lì a guardarci.
"Deve infilare dentro la moneta", disse il ragazzino.
"Che cosa ci fai qui ? ", gli chiesi. "Com'è che non sei a scuola ? ".
"E' domenica ".
Infilai la moneta da dieci cents nella macchinetta. Il ragazzino cominciò a premere i suoi grilletti e io i miei. Il ragazzino aveva scelto male. Il braccio sinistro del suo pugile era rotto, e si alzava solo a metà. Decisi di fare con calma. Il mio pugile aveva i calzoncini blu. Il ragazzino messicano era bravissimo, ce la metteva tutta, non si scoraggiava. Lasciò perdere il braccio sinistro e si diede da fare col grilletto del braccio destro. Io feci scattare calzoncini blu per il colpo finale, premendo entrambi i grilletti. Il ragazzino continuava a pompare il braccio destro di calzoncini rossi. All' improvviso calzoncini blu piombò a terra . cadde di colpo, con un rumore di ferraglia.
"L' ho steso, signore ", disse il ragazzino.
"Hai vinto ", dissi io.
Il ragazzino era eccitato. Continuava a guardare calzoncini blu steso sul culo.
" Facciamo un 'altra partita, signore ?".
Esitai, non so perché.
"Hai finito i soldi, signore ?".
"Oh, no ".
"O.K. , allora facciamone un'altra".
Infilai un'altra moneta da dieci cents nella macchinetta e calzoncini blu scattò in piedi. Il ragazzino cominciò a premere il suo grilletto e il braccio destro di calzoncini rossi si mosse su e giù come una pompa.
Lasciai che calzoncini blu restasse fermo per un po' a guardare lo spettacolo. Poi feci un cenno con la testa al ragazzino. Feci partire calzoncini blu, braccia verticali. Dovevo vincere. Sembrava molto importante che vincessi. Non so perché mi sembrasse importante, e continuai a pensare, perché penso che sia importante?
E un'altra parte di me rispondeva , perché sì.
Poi calzoncini blu piombò di nuovo a terra , con lo stesso rumore di ferraglia. Lo guardai, sdraiato sulla schiena sul suo tappetino di velluto verde.
Poi mi voltai e me ne andai.



domenica 25 marzo 2018



RICORDI: LA FONTANELLA
Di Giacomina Merloni
Avevo forse otto anni, mia sorella dodici, mio fratello quattordici. Presso l'ex hotel Miravalle si era stabilita una colonia estiva, ragazzine accompagnate da suore. Padre Giovanni C., non ricordo a quale congregazione appartenesse, ne era il cappellano.
Si era nei pudibondi anni '50 del secolo scorso e pareva sconveniente che un uomo, sia pure sacerdote, passasse la notte con tutte quelle femmine, sotto lo stesso tetto. La nostra casa era grande, tanto che mio padre, d'estate, affittava alcune stanze a villeggianti, così Padre Giovanni veniva a dormire da noi.
Arrivava ogni sera dopo cena e con lui incominciava la festa. Eravamo una decina di ragazzini, con gli amichetti che ci raggiungevano. Il Padre era il nostro "animatore". Seduti attorno a un grande tavolo, con mamma che tornava bambina, ci divertivamo coi giochi di un tempo in cui non esistevano TV, playstation e smartphone, in un'atmosfera allegra e coinvolgente. Shangai, pulci, carte, e altri.
Imparai a giocare a scala e quaranta. Mamma, memore di un'infanzia difficile, aveva acquistato appositi mazzi di carte in formato 5x3 cm: le carte da gioco erano "costose" perché gravate da non so quale imposta.
Quelle mini-carte da gioco, insieme ad un manualetto che per me era un pozzo di San Patrizio colmo di tesori, storielle umoristiche, indovinelli, giochi di prestigio e molto altro, li rivedo e rivivo con gli occhi della mente e del cuore, simbolo di infanzie remote, quando i giocattoli erano pochi, ma la fantasia vivacissima.
Mio fratello, mia sorella ed io, "privilegiati", passammo tutta una domenica con Padre Giovanni nel paesino tra le montagne dove viveva la mia nonna materna. La strada carrozzabile non vi arrivava ancora e lo si raggiungeva a piedi. Ci recammo al Santuario situato in una amena località lontana dall'abitato.
Sul piazzale antistante era stata costruita da poco una graziosa fontanella. Mia sorella ed io ci attaccammo al rubinetto, non ci pareva vero di poter bere e spruzzare senza che mamma ci sgridasse. Sento ancora il sapore di quell'acqua fresca che sgorgava dal ventre della terra.
Poi da lì proseguimmo, percorrendo un sentiero tra i boschi, all'antica cappella di San Domenico, da dove si gode un panorama mozzafiato sul lago.
Avevamo con noi binocolo e una vecchia Kodak a soffietto. Conservo foto di quel giorno. In una di queste il Padre indica mia sorella e me al "fotografo": "Vittorio, sbrigati a scattare perché queste due non smettono di bere..."
 
L'ESTATE DI GHISELA (1953)
(Estratto)
Di Maria Grazia Nicolini
24 marzo 2017
 Sembra un inizio d'estate identico a tutti gli altri. Le madri che spalancano le finestre delle villette affiancate, immerse nella pineta, la Giovanna, domestica in comune, che passa dall'una all'altra casa battendo materassi, lavando vetri e pavimenti e cantando le canzoni di Sanremo, i padri che arrivano nel tardo pomeriggio per precipitarsi in barca, tornando al tramonto con trofei di orate e spigole..(..)
Lo capiamo subito, la Malile ed io, che non sarà la nostra estate ma quella di Ghisela, la tedesca alta, bionda e mascolina che i ragazzi non abbandonano un momento. I "nostri" ragazzi. Gli amici di sempre. I compagni di tutte le vacanze al mare.
Ghisela che si rifiuta di fare i nostri vecchi giochi sotto l'ombrellone, che corre, che fa la lotta coi maschi, che entra ed esce dal mare senza rispettare il drastico orario del bagno, che nei giorni di libeccio sfida le onde e incita i ragazzi a seguirla, che non mette la cuffia di gomma, che non si cambia quando è bagnata, ma si rotola ridendo nella rena calda. E che porta il due pezzi, invece del costume intero di lastex..(...).
Tutta la notte ruggisce il vento. Rumore di marosi che si scagliano sulla sabbia, sugli scogli. (..) Col primo sole i ragazzi sconvolti. Ghisela è andata in mare da sola, all'alba e non è tornata. L'immagine di Ofelia che rapida mi passa nella mente..(....)
Mai stata in mare Ghisela, ma in pineta, col fidanzato arrivato dalla Baviera, un certo Gunther. (..) Si vergognano i giovani maschi, si sentono traditi. Quasi non provano sollievo al pensiero che lei sia sana e salva.(..)
Sarà un po' faticoso tornare alla quotidianità, ma l'estate è ancora giovane. Manca più di un mese alla riapertura delle scuole. Quello che conta, comunque, per me e la Malile, è che sia finita, definitivamente finita, l'estate di Ghisela.

PROFETICO 
Douglas Adams 
"Ristorante al termine dell'universo". Cap. 28
Il maggior problema, ossia uno dei maggiori problemi (ce ne sono tanti) che l’idea di governo fa sorgere è questo: chi è giusto che governi? O meglio, chi è cosi bravo da indurre la gente a farsi governare da lui? A ben analizzare, si vedrà che: a) chi più di ogni altra cosa desidera governare la gente è, proprio per questo motivo, il meno adatto a governarla; b) di conseguenza, a chiunque riesca di farsi eleggere Presidente dovrebbe essere proibito di svolgere le funzioni proprie della sua carica, per cui: c) la gente e il suo bisogno di essere governata sono una gran rogna. Così, i vari Presidenti galattici che si sono succeduti al potere hanno assaporato con tanto gusto le gioie della poltrona, da non accorgersi che non erano veramente loro a comandare. Qualcuno nell’ombra governava al posto loro. Ma chi può mai governare, se a chi desidera farlo non è permesso di farlo?


venerdì 23 marzo 2018





RICORDI: IL TRICICLO ROSSO 

Di Marianna Saraceno
Avevo 5/6 anni e mio fratello 2/3, vivevamo in un paesino adagiato su una collina in Calabria; tutte stradine saliscendi tranne un piccolo spiazzo vicino casa, dove noi bambini giocavamo tutto il giorno. Il mio universo era composto da donne, essendo gli uomini migrati  nella speranza di dare un futuro migliore alle famiglie.  Mio padre era a Milano e ci mandava, ogni tanto, dei giocattoli perché ci ricordassimo di lui. Un giorno arrivò un fiammante triciclo rosso, e tutti i bambini del vicinato provarono l'emozione che un adulto potrebbe provare di fronte ad  una splendente Ferrari rossa.
Io non potevo usarlo perché ero grandicella e guardavo mio fratello con un groviglio di emozioni che andavano dall'invidia più nera, all'ammirazione più cocente. Quel giorno mia nonna era sul ballatoio esterno alla casa e chiacchierava con la dirimpettaia, una decina di metri più in basso. Io non resistetti e, senza riflettere, all'ennesimo rifiuto di mio fratello, salii sulle stanghette posteriori che reggevano le ruotine. Fu un attimo e avvertii il sinistro scricchiolio di un cedimento. Cosa potevo fare? In un baleno corsi giù e mi posizionai addosso alla gonnella di mia nonna assumendo un'aria indifferente. Di lì a qualche secondo partì l'urlo straziante di mio fratello con annesso disperato pianto. Mi incolpava. Ma come potevo essere stata io se mi trovavo vicino a mia nonna ad ascoltare le confidenze femminili? Un'attrice perfetta! Purtroppo i testimoni erano tanti e mia nonna non era affatto una stupida. Non mi dissero niente , capirono il mio tormento, le mie due donne - nonna e bisnonna - e nascosero le mie effettive responsabilità a mia madre, che invece, me le avrebbe suonate di santa ragione. Mio fratello si rassegnò presto, anche corrotto da leccornie e dalle coccole di quelle donne meravigliose. Per me solo un consolante sguardo di complicità, che mi ha scaldato il cuore e che ho imparato ad usare in tanti momenti particolari della mia vita. 


giovedì 15 marzo 2018

Il nuovo studio di Stephen Hawking sui buchi neri

8 gennaio 2016

http://www.lescienze.it/news/2016/01/16/news/nuovo_articolo_stephen_hawking_buchi_neri-2930537/
Il cosmologo britannico è vicino a risolvere il cosiddetto paradosso dell'informazione del buco nero, da lui stesso formulato circa 40 anni fa, che mette in crisi uno dei fondamenti delle leggi fisiche: il determinismo. In questa intervista, Andrew Strominger, collaboratore di Hawking, illustra i contenuti delle loro ricerche
di Seth Fletcher 
Alla metà degli anni settanta, Stephen Hawking fece una serie di scoperte inquietanti, secondo cui i buchi neri potrebbero evaporare, o anche esplodere, e distruggere tutta l'informazione sulla materia caduta al loro interno. I fisici hanno impiegato i successivi quarant'anni a mettere ordine alle conseguenze di questo risultato. Poi l'anno scorso, in una conferenza tenutasi a Stoccolma, Hawking ha annunciato di essere vicino, insieme con i suoi collaboratori, a una soluzione del cosiddetto paradosso dell'informazione del buco nero. Per conoscere i dettagli, in ogni caso, avremmo dovuto aspettare. Ora i dettagli sono stati resi noti, o almeno alcuni di essi. All'inizio di gennaio, Hawking, Malcolm J. Perry, fisico dell'Università di Cambridge, e Andrew Strominger, fisico della Harvard University, hanno pubblicato on line un articolo in cui sostengono di aver fatto progressi concreti verso la soluzione del paradosso. Nonostante il titolo sia invitante - Soft hair on black holes - (Soffici capelli sui buchi neri) - l'articolo è estremamente tecnico, così ho chiesto a Strominger di illustrarmelo. Quella che segue è la trascrizione della nostra conversazione.
Seth Fletcher: I fisici sono a proprio agio con le idee che suonano come follie, ma l'idea che i buchi neri distruggono informazione non è tra queste. Perché fanno fatica ad accettarla?
Andrew Strominger: Dire che i buchi neri distruggono l'informazione significa che il mondo non è deterministico. E cioè che il presente non predice perfettamente il futuro, e che inoltre non può essere usato per ricostruire il passato. Ora, questa è in qualche modo l'essenza di una legge fisica. Se torniamo all'epoca di Galileo o anche prima, l'idea di una legge fisica è che partendo da una
serie di corpi in un certo stato di moto che interagiscono tra loro, si possono usare le leggi fisiche per determinare o dove saranno questi corpi in futuro o da dove devono provenire. Per questo è notevole che i buchi neri distruggono l'informazione. In altri termini, è molto forte affermare che non possiamo usare le leggi fisiche nel modo in cui siamo abituati da migliaia di anni per descrivere il mondo che ci circonda.
Ora, il semplice fatto che sia un'affermazione molto forte non significa che sia impossibile. In un certo senso, la storia della fisica mostra che spesso le cose che ritenevamo vere non lo erano affatto. Per esempio, eravamo abituati a pensare che spazio e tempo fossero assoluti, o che la Terra fosse al centro dell'universo. Tutte queste cose sembravano evidenti e ben definite. E sono state accantonate una a una. Lo stesso potrebbe accadere al determinismo. Il fatto stesso che l'universo abbia avuto un inizio sembra in contraddizione con il determinismo, perché il fatto stesso che dal nulla si passi all'esistenza di qualcosa non è deterministico. Quindi anche il determinismo potrebbe essere messo in discussione. E in effetti quando Hawking ha esposto per la prima volta la sua argomentazione, cioè che i buchi neri distruggono informazione, è sembrata un'argomentazione così buona che molte delle persone che l'hanno ascoltato hanno creduto che il determinismo fosse morto.

Ma tre cose hanno cambiato la questione. La prima è l'idea che non si può semplicemente alzare le mani e dire che non siamo in grado di descrivere l'universo. È necessaria qualche alternativa, una sorta di legge probabilistica, o qualcosa del genere. E infatti Hawking e altri hanno elaborato un formalismo che permette di avere leggi probabilistiche, e così via, che però hanno presto mostrato incoerenza interna.

La seconda è che dal punto di vista sperimentale non è plausibile affermare che il determinismo va in frantumi solo quando si prende un buco nero di gradi dimensioni e lo si fa collassare, poiché secondo la meccanica quantistica e il principio di indeterminazione, si avrebbero piccoli buchi neri che compaiono e scompaiono dal vuoto. E così si dovrebbe violare ovunque il determinismo. E i limiti sperimentali su questo sono eccezionali. Dal punto di vista sperimentale ci sono conseguenze molto gravi se ci sono anche solo piccole violazioni del determinismo.

SF: Quali sono alcune di queste conseguenze?

AS: Per poter dire che una simmetria implica una legge di conservazione, è necessario il determinismo. Altrimenti le simmetrie implicano leggi di conservazione che valgono solo in media. Quindi la carica elettrica sarebbe conservata in media, lo stesso per l'energia. E i limiti sperimentali sulla conservazione dell'energia sono molto stringenti. Se cioè si aggiungono termini alle leggi della fisica che violano il determinismo in qualche forma, devono essere coefficienti incredibilmente piccoli, una parte su molte migliaia di miliardi.




Il nuovo studio di Stephen Hawking sui buchi neri
Andrew Strominger (sinistra) Malcolm J. Perry (destra) e Stephen Hawking (al centro) al lavoro (Credit: Anna N. Zytkow)

Così il paradosso dell'informazione del buco nero è un problema dal punto di vista sia sperimentale sia teorico. Questi sono le prime due cose. La terza riguarda la teoria delle stringhe. Direi che fino agli anni novanta, la comunità è rimasta divisa al 50-50 su questa faccenda. Ma poi Cumrun Vafa e io abbiamo mostrato, grazie alla teoria delle stringhe, che alcuni buchi neri sono in grado di memorizzare le informazioni necessarie e che, a quanto pare, esiste un modo per lasciare entrare e uscire le informazioni. Per 25 anni, i fisici hanno cercato di riprodurre la legge dell'entropia di Bekenstein-Hawking, o in altre parole, di ricavare il contenuto informativo di un buco nero da principi primi. E nessuno era stato in grado di farlo. E invece noi ci siamo riusciti con assoluta precisione. Tutto funzionava perfettamente e questo doveva essere un indizio di qualcosa, non poteva essere solo un caso.


Ora, non sappiamo se la teoria delle stringhe descrive il mondo, e non lo sapremo presto. Ma questo, credo, ha dato a molte persone, tra cui Hawking, la speranza che nel mondo reale ci possa essere qualche meccanismo che somiglia a quello scoperto nella teoria delle stringhe e che permette alle informazioni di uscire da un buco nero.

SF: Nel nuovo articolo che con Stephen Hawking e Malcolm Perry avete da poco pubblicato on line, sostenete di aver compiuto alcuni passi concreti verso la spiegazione di come le informazioni possano entrare e uscire da un buco nero. Il primo passo della sua argomentazione è confutare alcune ipotesi di base della tesi originale di Hawking, usando “nuove scoperte sulla struttura infrarossa della gravità quantistica”. Può dirci qualcosa di queste scoperte?

AS: Per struttura infrarossa s'intende il comportamento di grandezze che variano alle lunghezze d'onda più ampie. Ho scoperto negli ultimi due anni quelli che a mio avviso sono fatti estremamente sorprendenti sulla struttura non solo della gravità quantistica, ma anche dell'elettrodinamica quantistica alle più ampie lunghezze d'onda. Era chiaro che questi fatti avessero profonde conseguenze per il rompicapo dell'informazione del buco nero: implicano che alcuni presupposti della tesi della distruzione dell'informazione da parte dei buchi neri siano palesemente sbagliate. Ed è così che tutto quanto è cominciato.

SF: Parliamo un po' di queste due ipotesi. Una riguarda lo stato finale di evaporazione di un buco nero, e l'altro è il teorema no-hair.

AS: Il primo ha a che fare con il vuoto, l'entità a più bassa energia. Si è sempre ipotizzato che il vuoto, nella gravità quantistica così come nell'elettrodinamica quantistica, fosse unico, cioè che esistesse un solo stato di energia nulla. Negli ultimi due anni ho mostrato che questa ipotesi è sbagliata. Ci sono infatti infiniti diversi stati di vuoto. In un certo senso, quello che ho mostrato era implicito in ciò che avevano detto altre persone. Tutto è iniziato mostrando l'equivalenza di due differenti lavori degli anni sessanta, quelli di Steve Weinberg e di Bondi, van der Burg, Metzner e Sachs.

Nei miei precedenti articoli, ho capito che ciò avrebbe negato l'originale argomentazione di Stephen della perdita d'informazione nel buco nero, e cioè che uno dei presupposti era sbagliato. Ma non ho approfondito la questione perché ero impegnato in un altro lavoro più importante. Ora è stiamo iniziando ad analizzare in dettaglio le implicazioni di queste conclusioni quando c'è un buco nero.

SF: Stephen Hawking è fra gli autori di questo documento, quindi dobbiamo pensare che anche lui accetti che la sua argomentazione originale fosse viziata.

AS: Esatto, è uno dei motivi per cui ritiene che la cosa sia interessante. La sua teoria è stata bersagliata da ogni tipo di critiche, e lui ha risposto a ognuna. Ma in questo caso mi è sembrato d'accordo subito sul fatto che questa potesse essere la chiave. In realtà, come avrai capito dall'annuncio di Stoccolma, Hawking è più sicuro di me che questo è l'anello mancante per capire l'informazione del buco nero. Nella mia carriera, sono rimasto sorpreso così tante volte che a riguardo non sto facendo alcuna previsione. Ma c'è un flusso logico che stiamo seguendo ora, e vedremo quali saranno le implicazioni. Sono sicuro che presto ci saranno sorprese.

SF: Il passo successivo del documento sembra cruciale: si dice che il teorema no-hair è infondato. Questo teorema, noto anche come teorema dell'essenzialità, afferma che con la formazione di un buco nero a partire dal collasso di un oggetto, si perdono tutte le informazioni fisiche – i “capelli” – su questo corpo. Voi sostenente invece che i buchi neri hanno “capelli soffici”.

AS: È esatto. Nel mio precedente lavoro, ho sostenuto che proprio in base alle leggi di conservazione che ho scoperto, i buchi neri devono avere un qualche tipo di “capelli”. Ma non so proprio come potrebbero essere descritti da equazioni. Qui abbiamo capito come descriverli e come fare i calcoli.

SF: Nel nuovo articolo, "capelli soffici" si riferisce a fotoni e a gravitoni soft, o soffici. Che cosa significa soffice in questo contesto?

AS: Significa con poca energia, o energia pari a zero. È un'espressione in uso forse fin dagli anni sessanta. Un dato sottile ma cruciale è che se si prende il vuoto e si aggiunge un fotone con un po' di energia E, si ottiene un nuovo stato. È un diverso stato quantistico, con energia E e con momento angolare diverso, perché il fotone è dotato di spin. Ora supponiamo di considerare il limite in cui l'energia tende a zero. Si sta aggiungendo qualcosa al vuoto che non ha energia. Quindi è ancora uno stato di energia zero, ma è cambiato il suo momento angolare. Si tratta di un nuovo stato, dello stesso stato, o di che cos'altro? Come dovremmo considerarlo?

La prima cosa da fare è essere molto precisi su quello che s'intende dicendo che due stati sono diversi. Quello che ho fatto, in un modo credo molto preciso e condivisibile da tutti i fisici teorici, è mostrare che si tratta in realtà di uno stato diverso, e che i diversi stati sono legati da una simmetria. Associate a questa simmetria ci sono leggi di conservazione. Penso che sia universalmente accettato che questi articoli sono corretti.

Ecco, che cosa s'intende per particella soft. Si tratta di una particella che ha energia nulla. E quando l'energia va a zero, anche la lunghezza d'onda, proporzionale all'energia, è distribuita su una distanza infinitamente grande. Se vogliamo, è distribuita su tutto l'universo, e in qualche modo tende al confine. Quello che impariamo da questo esempio è che se si aggiunge al vuoto una particella di energia nulla, si ottiene un nuovo stato. E per questo esistono infiniti vuoti, che possono essere pensati come diverso l'uno dall'altro con l'aggiunta di fotoni soft o gravitoni soft.

In questo articolo abbiamo mostrato che questo è vero anche per i buchi neri. In questo senso, i buchi neri hanno i “capelli”: possono avere diverse quantità di fotoni soffici o di gravitoni soffici.

SF: Nell'articolo, lei sostiene che queste particelle, che insieme formano i capelli soffici, si depositano sul buco nero, tramite un processo chiamato “super-traslazione”. Può spiegare questo processo?

AS: L'orizzonte di un buco nero ha la strana caratteristica di essere una sfera in espansione verso l'esterno alla velocità della luce. Per ogni punto sulla sfera, quindi, c'è un raggio luminoso e la sfera è composta da raggi di luce. Ciò avviene a causa della forza di gravità e della curvatura dello spazio, ed è per questo tra l'altro che nulla può uscire dall'interno di un buco nero: il confine del buco nero stesso si muove alla velocità della luce.

Questa simmetria di un buco nero, di cui tutti eravamo al corrente, permette di muoversi uniformemente in avanti e indietro nel tempo, lungo tutti i raggi di luce. Ma c'è un'altra nuova simmetria, emersa dal nostro lavoro (anche se in diverse forme è già stata discussa altrove). È una simmetria in cui i singoli raggi di luce sono spostati in su e in giù. I singoli raggi di luce non possono comunicare tra di loro: se si sta a cavallo di un raggio di luce, il principio di causalità impedisce di comunicare con qualcuno a cavallo di un raggio di luce adiacente. Così questi raggi di luce non sono legati tra di loro. Si possono far scorrere su e giù, l'uno rispetto all'altro. Questo scorrimento è chiamato super-traslazione.

In un certo senso, sembra che non stia succedendo niente. Immaginiamo un fascio di canne infinitamente lunghe, e di si spostarne una in su e in giù rispetto a un'altra. Stiamo facendo qualcosa, o no? Quello che abbiamo dimostrato è che si sta facendo qualcosa. Il risultato è che l'aggiunta di un gravitone soffice può essere descritta in modo alternativo in termini di una super-traslazione in cui si spostano alcuni di questi raggi luminosi avanti e indietro l'uno rispetto all'altro.

Queste sono le super-traslazioni sui buchi neri. Le super-traslazioni sono state introdotte negli anni sessanta, ma non riguardavano i raggi luminosi che costituiscono il confine dello spazio-tempo all'orizzonte di un buco nero, bensì i raggi di luce che compongono il perimetro dello spazio-tempo all'infinito. Il lavoro è iniziato analizzando queste super-traslazioni.

SF: Così fotoni e gravitoni soffici introdotti da super-traslazioni immagazzinano informazione, in quanto sono "pixel quantistici" in un piatto olografico che immagazzina informazione. In che modo immagazzinano informazioni? Che cosa significa per un fotone di energia nulla essere sull'orizzonte e memorizzare informazioni su una particella che è caduta all'interno?

AS: Torniamo ai fotoni e ai gravitoni soffici in uno spazio piatto. Mentre l'energia di una particella tende a zero, la sua lunghezza d'onda si sviluppa su una regione sempre più ampia. E quando la sua energia è pari a zero, in un certo senso, si può pensare a essa come se vivesse sul confine dello spazio-tempo. Ora, l'orizzonte di un buco nero è una superficie tridimensionale: ci sono due direzioni angolari su una sfera. E c'è poi una direzione di tipo temporale, che è in realtà di tipo luce, perché l'orizzonte si muove alla velocità della luce. E quella coordinata di tipo luce ha un limite: se si va alla fine di quei raggi di luce, c'è un confine, che è quello in cui si trova l'ologramma. Così i fotoni o i gravitoni soffici aggiunti al buco nero possono essere pensati come se si trovassero su quel confine.

Abbiamo dimostrato che quando entra in gioco una particella carica, essa aggiunge un fotone soffice al buco nero. Quindi aggiunge “capelli” al buco nero. E, più in generale, per ogni particella che entra nel sistema, poiché tutte le particelle sono dotate di massa e sono accoppiate alla gravità, si aggiunge un gravitone soffice. Quindi c'è una sorta di dispositivo di registrazione. Questi fotoni e gravitoni soffici registrano informazioni su ciò che è finito nel buco nero, informazioni infinitamente più numerose di quelle che in precedenza credevamo registrate da questo meccanismo. Ora, se mi domandi se tutte le informazioni sono registrate da questo meccanismo... sono abbastanza sicuro che la risposta è no, ma ci sono generalizzazioni... e la questione è abbastanza confusa.

SF: Va bene... quindi particelle in caduta depositano particelle , o “capelli”, soffici sull'orizzonte del buco nero. Che cosa si può dire però della prima, infinitamente piccola frazione di secondo successiva alla formazione di un buco nero? Il buco nero ha qualcuna di queste particelle soffici sul proprio orizzonte? C'è qualcosa che è lì fin dall'inizio e che può dire qualcosa su ciò che ha formato il buco nero?

AS: Mi lasci dire una cosa sul vuoto che ha un'estensione evidente ai buchi neri: nel caso del vuoto posso esprimermi più chiaramente e con maggiore certezza. Se si aggiunge un fotone soffice al vuoto, si ottiene un nuovo stato che ha un fotone soffice in più rispetto al vecchio stato. Il numero relativo di fotoni in virtù del quale differiscono due diversi stati di vuoto è una questione ben definita, mentre quella relativa al numero assoluto non lo è. Posso dire che il vuoto A ha un fotone soffice in più del vuoto B, ma non posso dire quale dei due non ne ha. Questa è una sorta di convenzione arbitraria. Quindi non ho affrontato la questione nel modo in cui me l'ha posta, ma sospetto che non abbia senso la domanda "qual è il buco nero senza fotoni soffici?" Si può dire che alcuni ne hanno di più e altri di meno. Si può dire quante particelle si dovrebbero inserire nel buco nero A per avere lo stesso numero di fotoni soffici di B. Ma non si può parlare in termini assoluti.

Questo era parte della sottigliezza. Tre o quattro anni fa, ma anche ora, le persone che non hanno seguito i miei lavori avrebbero potuto dire che il vuoto con il fotone soffice è uguale al vuoto senza un fotone soffice. Questa cosa si è diffusa all'infinito e non significa nulla. Ma una delle lezioni che abbiamo imparato è che i confini dello spazio-tempo all'infinito sono molto importanti e quindi bisogna considerarli, soprattutto quando si vuole studiare qualcosa come l'informazione del buco nero.

SF: Così l'informazione è memorizzata sulla superficie. Che cosa succede quando il buco nero evapora?

AS: Facciamo riferimento ancora all'aggiunta di fotoni soffici al buco nero. Se si confrontano due buchi neri che differiscono solo per l'aggiunta di un fotone soffice che non cambia l'energia, si tratta di buchi neri diversi. Quando evaporano, dovrebbero evaporare in modo diverso. E infatti diamo una formula esatta: uno dei principali risultati del nostro articolo è la differenza nello stato quantistico risultante da un buco nero con o senza un fotone soffice.

SF: Nell'articolo scrive che c'è una relazione suggestiva tra la dimensione minima di questi soffici capelli, la lunghezza di Planck, e la formula Hawking-Bekenstein, che collega l'entropia di un buco nero all'area del suo orizzonte degli eventi.

AS: La legge area-entropia, che Bekenstein e Hawking hanno ottenuto quarant'anni fa, produce una previsione: se si hanno tutti gli ingredienti per comprendere la dinamica quantistica dei buchi neri, è possibile definire il numero di pixel olografici presenti. Ma questo deve emergere in modo esatto. E non succederà finché non avremo tutti i dettagli corretti.

A riguardo, un aspetto ci ha seccato fin dall'inizio è: perché questo non permette una quantità infinita d'informazione? Non vogliamo una quantità infinita di informazione. In definitiva vorremmo usare in qualche modo questo risultato per recuperare la legge dell'area-entropia di Hawking- Bekenstein. Sembrava che stessimo ottenendo una quantità infinita di capelli, perché era possibile che esistessero fotoni soffici dotati di una localizzazione angolare e arbitrariamente piccoli. Ma non c'è modo fisico per eccitarne uno. Dunque sono stati del buco nero impossibili da realizzare fisicamente.

SF: Quelli inferiori alla lunghezza di Planck?

AS: Esattamente, quelli inferiore alla lunghezza di Planck. Io non saprei come impiantare un simile capello.

È importante notare che ci sono state molte proposte per capire l' entropia di un buco nero che ottengono l'area corretta, cioè la corretta proporzionalità all'area, ma che non ottengono correttamente il fattore 1/4 presente nell'equazione. La vera prova del fuoco, che non abbiamo superato, è sempre quel fattore 1/4. Questo è ciò che la teoria delle stringhe ha prodotto e che ha cambiato molto il modo di pensare a questo problema. Ma quello che manca è sempre il fattore 1/4.

SF: Avete chiaro in mente come proseguire?

AS: Ho una lista di 35 problemi da affrontare, ognuno dei quali richiederà molti mesi. È un bel palcoscenico da calcare se sei un fisico teorico, perché ci sono cose ancora incomprensibili, ma ci sono calcoli che siamo in grado di fare che potranno sicuramente far luce sul problema. Ho accennato alla questione solo brevemente, ma c'è qualcosa di molto più ricco e più grande e allo stesso tempo più enigmatico delle super-traslazioni: le super-rotazioni.

SF: Le super-rotazioni?

AS: Sono un altro tipo di simmetria all'infinito in cui i raggi di luce non solo si possono spostare su e giù, ma anche muovere gli uni rispetto agli altri. Si possono scambiare. Se siamo in grado di dare loro un senso, questi elementi diventeranno ancora più importanti. Ma si tratta di risultati molto più recenti. Abbiamo compreso le super-traslazioni negli anni sessanta, mentre abbiamo iniziato a studiare le super-rotazioni circa dieci anni fa. Ma abbiamo imparato molto di loro negli ultimi due anni.

Ritengo anche che ci sia un collegamento molto interessante con gli studi sull'entropia dell'entanglement, che deve essere integrata in questo quadro generale. Quindi ci sono molte cose molto concrete da fare a questo punto.


(La versione originale di questo articolo è apparsa su www.scientificamerican.com l'8 gennaio. Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati)

martedì 13 marzo 2018



IL PROPORZIONALE 
...il proporzionale è il trionfo delle minoranze; ognuna delle quali ricatta le altre ed il governo, il quale dovrebbe essere l'espressione della maggioranza... 
 [...] La rappresentanza proporzionale fu inventata da aritmetrici raziocinatori, inetti a capire che i paesi non si governano con le regole del due e due fanno quattro. [...] I parlamenti  non sono società di cultura od accaemie scientifiche. Sono organi, il cui scopo unico è quello di formare governi stabili e di controllarne l'azione. [...] Le elezioni non si fanno per contare le opinioni, per fare il censimento delle sette, dei ceti, dei partiti, dei movimenti, dei gruppi sociali, religiosi, politici, ideologici in cui si fraziona una società, la quale sia composta da uomini vivi e pensanti: ma si fanno per mettersi d'accordo in primissimo luogo, sul nome della persona che in qualità di primo ministro sarà chiamato a governare il paese, e in secondo luogo sul nome di coloro che collaboreranno con lui o che ne criticheranno l'operato. le elezioni hanno ciè per scopo di creare il consenso intorno ad un uomo e al suo gruppo di governo e intorno a chi oggi sarà il suo critico e domani ne prenderà il posto se gli elettori gli daranno ragione. Se non si vuole l'anarchia, questo e non una sterile accademica rassegna di opinioni è lo scopo unico preciso di un buon sistema elettorale.
Risponde alla esigenza il sistema della proporzionale? No. [...] Il proporzionale è il trionfo delle minoranze; ognuna delle quali ricatta le altre ed il governo, il quale dovrebbe essere l'espressione della maggioranza, per costringere parlamenti a votare e proporre leggi volute dai singoli gruppi. Cinquanta divorzisti eletti come tali e formanti un gruppo a sé sono una forza ben diversa da cinquanta deputati, i quali hanno iscritto il divorzio in un programma più generale di un partito il quale ha ideali complessi, di cui il divorzismo è solo uno dei tanti aspetti. Il gruppo dei divorzisti che non si occupa d'altro che del divorzio è disposto a dare il voto a chiunque gli prometta di far trionfare il suo piccolo ideale e può, all'uopo, addivenire alle alleanze più illogiche. I divorzisti generici, invece, che fan parti di una maggioranza che non vuol rinunciare al governo o ce non vuole perdere la speranza di conquistarlo, daranno al divorzio un posto adeguato nell'ordine gerarchico dei fini da conseguire; e solo se esso sia veramente richiesto dalla coscienza giuridica nazionale lo anteporranno agli altri e giocheranno su esso le fortune del partito.
Insieme ai ricatti, la proporzionale favorisce il dominio dei comitati elettorali e toglie all'elettore ogni effettiva libertà di scelta dei propri rappresentanti. [...] Moltiplicando i partiti, ed asservendoli ai comitati, la proporzional favorisce le dittature e i colpi di mano. Col sistema della maggioranza, ogni partito ha la speranza di diventare in avvenire maggioranza seguendo le vie legari della persuasione degli incerti. Ma quale mai speranza [...] possono avere i divorzisti o gli antivaccinisti di diventare maggioranza? Nessuna. La proporzionale dà ad ogni partito o gruppo tanti rappresentanti quanti sono gli elettori aderenti a quel credo. quale probabilità ha il divorzista di far proseliti tra gli antivaccinisti e di diventare così maggioranza? [...] Altro rimedio non resta, per conquistare la maggioranza, se non ricorrere all'antico, accettato e lodato metodo dello spaccare le teste degli avversari, invece di contarle, come è usanza nelle contrade civili. [...]
L'errore massimo di principio della proporzionale è di confondere la lotta feconda delle parti, dei gruppi, degli ideali, dei movimenti, la quale ha luogo nel paese, con la deliberazione e l'azione dei parlamenti e dei governi. Nessun parlamento, nessun governo funziona se il sistema elettorale irrigidisce i partiti, i gruppi, le classi i ceti sociali, le tendenze, le idee, dandone la rappresentanza esclusiva a talune persone eette perché mandatarie di quei gruppi o di quelle idee. Occorre che vi sia un congegno il quale obblighi le idee, i gruppi, i ceti a cercare quel che essi hanno di essenziale, di comune con altri, a classificare i fini ed a rivolgere la propria azione verso quel fine che ha il consenso dei più. [...] L'idea nuova non si divende e non si fa trionfare nei parlamenti. Essa nasce nei libri e nelle riviste, si propaga nei giornali, dà origine ad associazioni, a gruppi di propaganda; conquista l'opinione pubblica, e cioè l'opinione media, quella di coloro che non sono già gli adepti di un credo. Solo allora, ed è bene che ciò accada solo allora, se non si vuole che i parlamenti siano popolati da inventori sociali, da fanatici, da gente tocca nel cervello, gli uomini politici se ne accorgono. sSolo allora i capi della minoranza vedono in quel movimento un pretesto per criticare il governo, il quale non ha ancora capito l'importanza della nuova idea. Solo allora i capi della maggioranza di governo, costretti a difendersi, si occupano del problema posto dall'idea nuova e vanno al contrattacco, dimonstrando che l'idea non è nuova ed è sbagliata. La lotta si accende e, se davvero l'idea è nuova e vitale, viene il giorno in cui il capo della maggioranza, se vuol sopravvivere, proclamera: l'ho sempre detto anch'io! [...] Se il trionfo, per ricatto dei gruppi, avesse avuto luogo prima, sarebbe stato ingiusto ed effimero.[...] 
Junius (Luigi Einaudi), L'italia e il secondo risorgimento, supplemento alla "Gazzetta Ticinese", 4 novembre 1944, ora in Id., Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), a cura di Ernesto Rossi, Roma-Bari, Laterza, 2004, pp. 56-63.

domenica 11 marzo 2018


RETORICA DEL "CITTADINO" 
Bruno Perlasca
La discussione tra Ignazi  e Cerasa sul "populismo", ieri sera dalla Gruber, era molto interessante. Cerasa insisteva a considerare Lega e 5Stelle "populisti" ed eversivi, mentre Ignazi faceva una distinzione "tecnica": "populista" è chi ha una concezione del popolo come entità omogenea da manovrare e portare in una certa direzione, mentre i 5Stelle si rivolgono al cittadino come individuo perché si riappropri dei suoi diritti di cittadinanza. Non è un caso che il Pd a trazione renziana abbia una tendenza a essere egemonizzato culturalmente dal "Foglio" su questo punto, escludendo dal novero dei "populisti" Berlusconi e Forza Italia. A mio parere invece, se si accetta la definizione di Ignazi, è molto più "populista" (e in un certo senso anche eversivo) Berlusconi di Di Maio, pur essendoci indubbiamente elementi di demagogia nell'azione politica del movimento grillino. 
Semplificando in modo forse un po' rozzo, Berlusconi ha sempre considerato il popolo come un'entità priva di una sua volontà cosciente, una moltitudine di adolescenti (come una volta si lasciò sfuggire "off line") da rimbambire con le sue televisioni e orientare culturalmente.

Paolo Bolzani
Ma Berlusconi non ha mai giocato sul  disprezzo per la politica come prassi o come pretesa “democratica”. Questo è ciò che il grillismo ha pericolosamente in comune con il fascismo, Bruno. Ancora parlo della  pretesa sanzionatoria del dissenso che avvicina questo movimento al fascismo che  risolveva il  disprezzo della politica in termini di gerarchia e di disciplina nella militanza.

Bruno Perlasca
Sarebbe un lungo discorso, però ho l'impressione che il disprezzo non sia per la politica in senso lato, ma per la politica corrotta e impotente, cioè egemonizzata dagli apparati tecnici e finanziari e comunque la filosofia di fondo dei M5S, pur con accentuazioni molto discutibili, riguarda la cittadinanza, come dice Ignazi, più che il potere di indottrinamento delle masse.

Paolo Bolzani
Bene, Bruno, facciamoli andare al governo e realizzare il loro sogno "eversivo"  che è l’avvio di procedure di democrazia diretta che si sostituiscano progressivamente alle istituzioni fondate sul principio della rappresentanza indiretta, che per loro non è altro che un meccanismo volto ad espropriare il popolo delle prerogative di autogoverno che gli spetterebbero.
Il populismo Grillino si inventa un "cittadino" che non esiste. Come sostiene Tarchi nel suo libro 'Italia populista' :" la mentalità che individua il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, gli attribuisce naturali qualità etiche, ne contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali e ne rivendica il primato come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione”.

Bruno Perlasca
Questo è infatti l'aspetto più discutibile della loro filosofia e uno dei motivi per cui non li voterò mai. Un altro motivo è il loro indulgere alla violenza verbale che a volte non è meno grave della violenza fisica, perché oltre a essere un sintomo di autoritarismo latente, segnala il vizio di assolutizzare e generalizzare, favorendo quell'auto-accreditamento di "purezza" francamente insopportabile (ultimamente mi sembra che si siano però un po' calmati). Da questo punto di vista, più che fascisti li definirei "giacobini", anche se in genere non amo questa definizione, perché spesso rivela un margine di ambiguità nella valutazione del problema della corruzione dei colletti bianchi.

lunedì 5 marzo 2018


REGRESSO SOCIALE
Le società anche regrediscono. Bisogna che la sinistra ne prenda atto. 
Prendiamo il tema del lavoro fattore di progresso nella narrazione della sinistra. Poi arriva uno e ti dice che ti da un reddito senza lavoro e vince le elezioni. Che facciamo?. Anche il tema della inclusione. E arriva uno che dice che butterà a mare gli immigrati e vince le elezioni. Non ho risposte ma bisogna porsi la domanda.
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MIGRAZIONI E RAZZISMOThis content is available in English

Lo psichiatra Vittorino Andreoli: “Livello di civiltà disastroso, regrediti alla cultura del nemico”




Nonostante il refrain contro i migranti sia sempre lo stesso: "Premesso che non sono razzista...", nelle società occidentali il razzismo sta uscendo allo scoperto e rischia di essere legittimato come una opinione. Secondo lo psichiatra Vittorino Andreoli siamo in "una cornice di civiltà disastrosa", l'Italia e l'Occidente stanno "regredendo alle pulsioni istintive", al dominio della "cultura del nemico": "La superficialità porta l'identità a fondarsi sul nemico. Se uno non ha un nemico non riesce a caratterizzare se stesso". [...]
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