giovedì 3 marzo 2022

DELITTO E CASTIGO Fëdor Dostoevskij



 DELITTO E CASTIGO 

Fëdor Dostoevskij 

Il Sosia Delitto e castigo sono fra i pochi romanzi di Dostoevskij che abbiano un personaggio principale, da cui ha inizio e termine la storia.

Nel Sosia – storia di un uomo che viene a poco a poco travolto nell’incubo di un altro se stesso, creato a suo danno e a suo scorno, presente ovunque al suo fianco e animato di una faceta e sguaiata insolenza – è interessante scorgere il rapporto tra il protagonista smarrito nel suo solitario delirio e la grande città ch’egli percorre convulsamente di strada in strada, notte e giorno, senza riposo; con la medesima convulsa angoscia Raskòlnikov si trascina da una via all’altra, da un ponte all’altro, da una bettola all’altra, e la città vive intorno a lui con la medesima tetra e allucinante solerzia. Nel Sosia come in Delitto e castigo l’orizzonte non si apre mai – se non nel sogno – a una prateria o a una campagna, ma sono sempre strade e case tetre, scale fetide e buie, acque torbide, sordide osterie e uffici dalle lampade polverose; e il vano errare del protagonista in questo mondo non è che un angoscioso colloquio coi propri spettri. Ma nel Sosia non è presente alcun problema morale, e il romanzo non vuol essere che puro e semplice specchio della miseria umana e della disgregazione dell’intelletto; e va posto fra le opere minori di Dostoevskij, che soltanto quando aveva un problema morale nelle sue mani, riusciva a dar vita alle visioni piú gigantesche e possenti della sua fantasia. Delitto e castigo, accanto ai Karamàzov, all’Idiota e ai Demonî, è tra i grandi romanzi di Dostoevskij, che hanno stupefatto e ammaliato migliaia e migliaia di lettori; ma, con i Demonî, viene stimato di minor forza che non gli altri due; e se per i Demonî la cosa è spiegabile, dato il suo spunto politico (benché tale spunto non conservi nel racconto nulla di gretto e di occasionale, facendosi corpo e anima della vicenda e conquistando un significato di umanità eterna e tragica), per Delitto e castigo il giudizio ci sembra meno chiaro: il giovane studente dal cappotto strappato, che a poco a poco sarà indotto a scorgere soltanto nel delitto una soluzione ovvia e naturale agli interrogativi soffocanti della sua esistenza, è una figura certo non meno drammatica e allucinante di Ivàn Karamàzov o di Nastàsja Filíppovna. Soltanto qui la trama è piú lineare e piú semplice che non negli altri grandi romanzi di Dostoevskij, appunto perché l’eroe vero del libro è uno, Raskòlnikov; e se anche il delirio e il suicidio di Svidrigàjlov sembrano aprire una breve pausa nella storia di Raskòlnikov, e nel corso di alcune pagine questo misterioso e complesso personaggio si muove da solo davanti ai nostri occhi, pure la sua storia è sempre intimamente e profondamente legata alla storia del delirio e della colpa di Raskòlnikov, e la sua risoluzione al suicidio appare governata e determinata dalla consapevolezza e dall’incubo di tale colpa, non meno che dalla consapevolezza e dall’incubo delle sue stesse sozzure.

La trama del romanzo è dunque semplice, se pure questo aggettivo può essere usato per Dostoevskij: una trama che è racchiusa tutta nelle due parole del titolo: colpa e espiazione. Dalla tetra vicenda, dalle oscure e sordide strade che il giovane studente dal cappotto lacero percorre perseguitato dai suoi interrogativi e dai suoi spettri, non nascono che figure di dolore e di miseria: Marmelàdov, l’ubriacone che tenta di continuo di strapparsi al suo vizio e sempre vi ricade inesorabilmente; Sònja, la ragazza che si è data alla prostituzione per mantenere la matrigna tisica e i figli di lei; Svidrigàjlov, l’uomo che ha ucciso la propria moglie anziana e ricca e intrecciato turpi intrighi con fanciullette innocenti; Katierína Ivànovna, la sventurata matrigna di Sònja, che nella sudicia stanzetta, tra i figli affamati e laceri, col petto scosso dalla tosse rievoca lontani ricordi – o fantasie? – di una giovinezza borghese, quando lei era la figlia del colonnello e danzava con lo scialle davanti al governatore.

Se osserviamo con attenzione i diversi personaggi di questa vicenda, vediamo come soltanto uno tra essi, Lúžin, ci lascia una sensazione repulsiva: da lui, fin dal primo momento che entra in scena, non ci aspettiamo che delle bassezze, oscuri e sconci calcoli e intrighi; egli è un pidocchio, come del resto anche la vecchia dei pegni, che però, vittima di una morte crudele, appare estremamente debole e pietosa nell’attimo che l’accetta cade a colpirla. I pidocchi sono nel mondo di Dostoevskij coloro a cui è chiusa in eterno ogni possibilità di impulsi generosi; Svidrigàjlov, il turpe e perverso Svidrigàjlov, è, come Stavròghin nei Demonî, un complesso diabolico e divino, una forza che avrebbe potuto volgersi al bene e che fatalmente si è votata al male, ma sconta negl’incubi di un tardivo e quasi inconscio rimorso la sua vita di fango. C’è nel libro – come anche in altri romanzi di Dostoevskij – un personaggio che rappresenta l’equilibrio e la salute fisica e morale, ed è Razumíchin: Razumíchin, nella sua bontà generosa e un po’ goffa, nel suo sano e ingenuo ottimismo, ricorda, a parte la differenza d’età, Kòlja, dei Karamàzov; è la stessa cordiale e rumorosa buona volontà. Ma Raskòlnikov tende istintivamente a respingere le sue offerte di amicizia e di compagnia, e sempre istintivamente cerca la compagnia di chi, come lui stesso, è preda del delirio e della sventura; e Razumíchin, questa figura di «uomo felice», non ci sembra conservi, come invece accadeva per Kòlja nei Karamàzov, una luce di lieta e consolante fiducia in mezzo allo sfacelo; ma viene a sua volta travolto con gli altri e se anche vedremo attuarsi i suoi desideri personali e lo vedremo unirsi in matrimonio con Dúnja, la donna che ama, pure anche da tale felice soluzione non s’apre alcuno spiraglio di luce sul dramma.

È un libro buio, dove nessuno è felice, e dove non ci sono spiragli: l’espiazione di Raskòlnikov, e la sua conversione religiosa, la possibilità per lui di un avvenire di onestà e di lavoro al fianco di Sònja, non placa l’orrendo ricordo di quell’accetta calata sul capo della vecchia dai capelli attorti in una treccina «come una coda di topo» e poi sul capo di Lizavèta le cui labbra si storcono «come nei bambini quando stanno per piangere». L’impressione che riportiamo dalla lettura di Delitto e castigo è gelo e orrore, incubo e rivolta; mentre la lettura dei Karamàzov ci lascia un senso di commozione gioiosa; questo perché il delitto di Raskòlnikov ha un contenuto assai piú direttamente e aspramente sociale che non il delitto di Ivàn Karamàzov e del servo Smerdjàkov. Il delitto nei Karamàzov nasce sí anch’esso dall’odio e dal male, ma l’odio e il male hanno centro in alcuni personaggi, lasciando intatti gli altri, anzi avvivandoli di luce piú chiara; ma qui il delitto è compiuto per mano di Raskòlnikov ai danni di una società ingiusta e cieca, che costringe Sònja alla prostituzione e spinge la tenera e prudente Dúnja a fidanzarsi col tristo intrigante Lúžin. La ribellione di Raskòlnikov alle ingiuste leggi di tale società gli appare nel suo vero significato criminoso soltanto nel momento che gli viene rivelata la possibilità di una fede: e poiché la colpa è già compiuta, nella sua nuova confusa consapevolezza Raskòlnikov non è che piú dolorosamente perseguitato dalle fosche immagini della sua storia; fino a quando, già durante la prigionia, egli si butterà ai piedi di Sònja e in quell’atto di umiltà la nuova consapevolezza di una presenza divina in ogni essere e in ogni luogo si farà certezza e forza, volontà di combattere e di espiare.

NATALIA GINZBURG

La prefazione di Natalia Ginzburg che qui pubblichiamo è apparsa in F. Dostoevskij, Delitto e castigo, trad. di Alfredo Polledro, Einaudi, Torino 1947.

Leonid Petrovič Grossman (Odessa 1888 - Mosca 1965) è stato uno dei maggiori studiosi sovietici della vita e dell’opera di Dostoevskij. Il presente saggio, dal titolo originale Gorod i ljudi «Prestuplenija i nakazanija», pubblicato in F. Dostoevskij, Delitto e castigo, trad. di Alfredo Polledro, Einaudi, Torino 1981, è stato tradotto e annotato da Gigliola Venturi.

L’anno precedente l'inizio del lavoro sul romanzo fu, dal punto di vista materiale, eccezionalmente pesante per Dostoevskij. Il 10 luglio 1864 era morto suo fratello Michail, lasciando la rivista «Epocha» («Epoca») nel piú completo dissesto, debiti per venticinquemila rubli e una numerosa famiglia priva di mezzi.

Nel corso di tutto quell’anno Dostoevskij non cessa la ricerca febbrile di denaro e si dibatte tra le rovine della catastrofe finanziaria, firmando cambiali, soddisfacendo creditori, fuggendo protesti, salvandosi a stento dal sequestro della sua proprietà, sempre sotto la minaccia della prigione per debiti. Rivolge i suoi sforzi in tutte le direzioni, ed ipoteca le proprie opere, cerca un socio facoltoso per la rivista, sollecita un grosso sussidio al Fondo degli scrittori1, conclude un contratto capestro con l’editore Stellovskij. Durante l’intero anno Dostoevskij è costretto ad avvicinare continuamente usurai pietroburghesi, commissari di polizia, mediatori e uomini d’affari d’ogni risma; fra i suoi creditori si trovano mercantesse di Pietroburgo, procuratori, militari in pensione, persino un contadino. Mai nella sua vita usurai e polizia avevano avuto una parte cosí importante come in quel maledetto anno di incessanti prestiti, rimborsi ed esazioni.

Nel romanzo, che egli comincerà a scrivere appena finito di liquidare la sua infelice impresa, avanza in primo piano il problema del denaro in tutto il caratteristico scenario della Pietroburgo 1865 – con gli strozzini, gli informatori e i poliziotti, con i miseri pegni di Raskol´nikov, le banconote di piccolo taglio di Alëna Ivanovna e le cartelle da mille rubli al cinque per cento di Lužin e Svidrigajlov. Il tema del denaro, impresso nell’affresco del romanzo di costume con la vivezza dell’esperienza vissuta, si rivela nello stesso tempo in tutta la sua drammaticità ideale e approfondisce l’epopea della miseria con l’imprescindibile problema della rovina che incombe su innumerevoli giovani ingegni, qualora mezzi immensi si trovino nelle mani di perniciosi parassiti e speculatori. Per la prima volta nella letteratura russa il tema del capitale, posto acremente al centro stesso del romanzo, acquista nel suo svolgimento il carattere e la profondità d’una sconvolgente tragedia sociale.

Nell’intensa lotta economica di quell’anno, particolare significato assume l’episodio del prestito di diecimila rubli che Dostoevskij chiese alla vecchia zia Kumanina, di Mosca, onde poter continuare la pubblicazione di «Epocha».

Nella cerchia della sua propria famiglia Dostoevskij visse realmente il problema di Raskol´nikov: da un lato giovani esistenze diseredate – i figli del defunto fratello Michail, tra i quali v’erano ragazzi dotati per la musica e graziose fanciulle – e dall’altro una vecchietta rimbambita, depositaria degli immensi capitali dei Kumaniny, la quale fa un lascito enorme per l’addobbamento delle chiese e per le messe in suffragio della propria anima: proprio come Alëna Ivanovna, l’usuraia del romanzo, che non lascia un soldo d’eredità alla sorella Lizaveta, e lega tutti i suoi averi «a un monastero nel governatorato di N., in eterno suffragio della sua anima». Appunto nel momento che Dostoevskij incomincia a lavorare su Delitto e castigo, il 20 settembre 1865 la zia Kumanina firma il testamento che assegna quindicimila rubli per il suo funerale, le messe funebri e i sacerdoti, mentre i nipoti Michail e Fëdor Dostoevskij «non debbono, per forza di questo testamento, partecipare all’eredità».

Tutto il difficile anno trascorso dal momento della morte di Michail Michajlovič sino alla partenza di Dostoevskij per l’estero non solo oppresse fuor di misura lo scrittore di preoccupazioni finanziarie, ma gravò su di lui straordinariamente anche con la forzata infecondità: «Durante l’intera annata non sono quasi riuscito a scrivere una riga!» Ma tanto piú attentamente egli segue e accoglie impressioni da quell’ambiente per lui nuovo, dove in modo scoperto e cinico si svolge la lotta per il denaro. Come, a suo tempo, uscito dal carcere, egli s’era volto a raffigurare la «casa dei morti», cosí ora, liberatosi dalla morsa dei debiti, dà inizio a un romanzo, il cui sfondo si riempie tutto delle figure di affaristi e poliziotti – gli stessi che lo avevano circondato in uno stretto anello durante quell’anno di lotta febbrile per la salvezza di «Epocha».

L’usuraia Alëna Ivanovna, l’affittacamere Rößlich che presta soldi a interesse, l’affarista Čebarov esattore dei crediti altrui, il furfante Koch, che fa incetta di cambiali presso gli strozzini – sono tutti, evidentemente, degli schizzi dei creditori di Dostoevskij, che piú tardi sua moglie elencherà («incettatori di cambiali, vedove di impiegati, affittacamere, ufficiali in pensione, mediatori di infimo ordine...»)

Quello stesso Pëtr Petrovič Lužin, che va in cerca di processi e di querele da intentare e si prepara ad aprire a Pietroburgo uno studio legale, è evidentemente il ritratto di quel «procuratore Pavel Petrovič Lyžin», per un cui credito di quattrocentocinquanta rubli la proprietà di Dostoevskij venne posta sotto sequestro il 6 giugno 1865. Nelle minute e negli appunti del romanzo egli è chiamato Lyžin. È lecito inoltre supporre che nella persona del gendarme Nikodim Fomič sia trasposto nel romanzo quel commissario di polizia «del terzo settore del rione Kazanskij» col quale Dostoevskij conciliò, il 6 giugno 1865, la spinosa faccenda del sequestro pendente sulla proprietà.

In ogni modo la terribile tensione del 1864, quando Dostoevskij stampava «in tre tipografie in una volta, non badava ai soldi né alla salute e alle forze, correggeva bozze, si dava da fare coi collaboratori e con la censura, rivedeva articoli, cercava quattrini, lavorava fino alle sei del mattino e dormiva cinque ore su ventiquattro», non diede i risultati attesi.

Nella primavera del 1865 si delinea il completo e indubbio disastro di tutta la sua impresa. Esauriti i mezzi per pubblicare la rivista, «Epocha» chiude i battenti, mentre il debito personale di Dostoevskij raggiunge ora la cifra di quindicimila rubli in cambiali. È giocoforza tornare dall’impresa giornalistica e dalla febbre editoriale al lavoro fondamentale e principale: la letteratura. Dostoevskij decide di abbandonare Pietroburgo e di andarsene all’estero, per concentrarsi nel lavoro creativo, lontano dagli affari, dai creditori e dalla polizia.

Ma all’estero il dramma pecuniario prosegue, ed anzi s’inasprisce. I tremila rubli ricevuti da Stellovskij se ne sono andati quasi per intero fra creditori e parenti, e Dostoevskij parte per l’estero con una piccola somma: centosettantacinque rubli in tutto, ma con l’illusoria speranza di vincere alla roulette di Wiesbaden per lo meno un migliaio di franchi, necessari per trascorrere tre mesi in Europa. A Wiesbaden egli perde in cinque giorni tutto quello che possiede, fino all’orologio da tasca. Se a Pietroburgo egli era assediato dai creditori e si trovava sempre sotto la minaccia del sequestro della proprietà o della prigione per debiti, ora si tratta di vera e propria indigenza, della piú prosaica fame.

Le lettere da Wiesbaden del 1865 sono un documento impressionante della biografia di Dostoevskij: «... Stamane sul presto, all’hôtel, mi hanno dichiarato che c’era ordine di non darmi né pranzo, né tè, né caffè...» «Seguito a non pranzare e son già tre giorni che vivo unicamente del tè del mattino e della sera e, strano, non ho alcun desiderio di mangiare. L’odioso è che mi vessano e a volte mi rifiutano la candela, la sera...» È in queste condizioni che Dostoevskij intraprende la maggiore delle sue opere.

Il tema della fame e del denaro non era ancora mai stato sofferto da lui con tanta acutezza. Piú tardi, nelle lettere alla moglie, egli ricorda con precisione tale momento come quello del concepimento di Prestuplenie i nakazanie (Delitto e castigo). Il 4 aprile 1868, comunicando ad Anna Grigor´evna la sua decisione di confessare a Katkov una perdita al gioco e di cominciare in piena solitudine il lavoro su un nuovo romanzo, spiega: quest’idea «m’è venuta già alle nove o giú di lí quando, dopo aver perduto, andai a vagare nel viale. Esattamente come a Wiesbaden quando, anche allora dopo aver perduto, concepii Delitto e castigo e pensai di allacciare rapporti con Katkov».

Bisogna intendere queste parole nel senso che i progetti, da tempo in fermento dentro la sua coscienza creativa, nel momento critico del tracollo finanziario fluirono in una certa qual nuova combinazione e fecero emergere un ancor torbido piano compositivo, che subitamente assunse la forza e la perentorietà del tema centrale d’un grande romanzo.

Già negli anni Quaranta Pietroburgo aveva sbalordito il giovane Dostoevskij con i suoi contrasti sociali. In uno dei suoi articoli anonimi egli cerca di cogliere l’immagine sintetica della capitale dell’impero «col suo splendore e il suo lusso, il frastuono e il rombo, l’infinita varietà dei tipi, l’infinita attività, le intime aspirazioni, i signori e la canaglia – con le glebe di fango, come dice Deržavin, dorato e non dorato, affaristi, bibliomani, usurai, magnetizzatori, imbroglioni, e chi piú ne ha piú ne metta...»

È notevole che già all’epoca di Nicola I Dostoevskij fermasse la sua attenzione sugli usurai e sugli affaristi pietroburghesi, sullo splendore, il lusso e «il fango dorato» della capitale.

Quando, quindici anni dopo i suoi primi schizzi su Pietroburgo, egli ritorna dall’esilio decennale, si trova dinanzi una città completamente mutata, con nuove abitudini e nuovi rapporti sociali.

Gli anni Sessanta battevano il loro pieno. Per la loro animazione politica essi potevano ricordare a Dostoevskij la fine di quegli anni Quaranta che tanto lo aveva agitato, quando con tanta avidità egli seguiva la «crisi, per la quale è afflitta e si spezza in due l’infelice Francia...»

Sembrava che il ’48 rinascesse, a due decenni di distanza. «L’animazione del movimento democratico in Europa, – scrive Lenin, – il fermento in Polonia, lo scontento in Finlandia, l’esigenza di riforme politiche avanzata da tutta la stampa e da tutta la nobiltà, la diffusione nella Russia intera del “Kolokol” (“La campana”)2 la possente propaganda di Černyševskij che anche con gli articoli sottoposti alla censura seppe educare degli autentici rivoluzionari, la comparsa di proclami, l’eccitazione dei contadini, i quali “molto spesso” dovevano essere costretti con la forza militare e gli spargimenti di sangue ad accettare il “Manifesto”3 che li spogliava di tutto, i rifiuti collettivi dei nobili giudici di pace ad applicare quel “Manifesto”, i disordini studenteschi: in circostanze tali il piú prudente e lucido dei politici doveva considerare uno scoppio rivoluzionario come del tutto possibile e una rivolta contadina come un pericolo assai serio».

In un’epoca cosí agitata e gravida di catastrofi Dostoevskij riprendeva, dopo dieci anni di silenzio, la sua attività letteraria.

In questa tempestosa situazione d’incipiente capitalismo, satura di scontento, di tesa energia, d’inquieta vanità, di minaccioso pessimismo e di infocate illusioni, egli poté afferrare l’immagine primigenia dell’uomo capitalistico con una profondità e una precisione maggiori che non i poeti e teorici degli stati europei dove piú avanzate erano le forme dell’accumulazione monetaria.

Solo in Russia, il romanziere poteva cogliere i tipi umani, elaborati dal pensare e dal sentire di un’epoca, che usciva dalle pesanti pastoie della servitú e di un’economia patriarcale. Instancabile nel fissare la fonte e il carattere di queste elementari correnti dell’età sua, egli creò un intero mondo di personaggi che rappresentavano tutte le specie intellettuali e morali, quali soltanto una società rivoluzionata dal capitale poteva generare.

Tale società appunto ha dato vita a tutta la pleiade di figure che passano attraverso i romanzi di Dostoevskij, componendo nella loro indissolubile connessione la particolare e irripetibile atmosfera della sua creazione: «un mondo di profeti in mezzo alle casseforti»4.

Il dramma di Raskol´nikov sorge e si svolge sullo sfondo della difficile crisi monetaria degli anni Sessanta. Le riviste dell’epoca e in particolare le pubblicazioni dello stesso Dostoevskij non cessano di parlare delle difficoltà economiche di quel dopoguerra5. In uno dei primi numeri della sua rivista Dostoevskij pubblica un ampio articolo di Šil´: Dove sono andati a finire i nostri soldi? Il dotto economista nota che «la mancanza di denaro è, nel momento attuale, la malattia comune», e riporta in dettaglio la polemica dei due grandi finanzieri Bunge e Šipov sulla scelta dei mezzi per ovviare «alla crisi commerciale, industriale e monetaria incombente su di noi» («Vremja», III, 1863, pp. 54-87).

Aggravandosi sempre piú, la crisi monetaria toccò una punta proprio nel 1865, il che si ripercosse sensibilmente sugli affari dello stesso Dostoevskij, costringendolo a liquidare del tutto la propria attività editoriale. Il generale rialzo dei prezzi colpisce in primo luogo l’editoria. «Di colpo in tutte le riviste gli abbonamenti non hanno avuto luogo», comunica ad un amico Dostoevskij a proposito della catastrofe delle finanze russe. Il numero degli abbonati di «Epocha» nel 1865 è tanto basso da equivalere per lui a quello che per un industriale sarebbe la bancarotta o l’incendio della fabbrica.

Le riviste chiudono, il credito pubblico subisce un ribasso incredibile, il governo emette prestiti su prestiti, il mercato monetario si riempie di carta moneta, le casse dello stato sono «oppresse» dal deficit. È questo l’anno in cui per strada i passanti di buon cuore tendevano allo studente Raskol´nikov una copeca, e il consigliere titolare Marmeladov creava una sua variante di un detto popolare: «Egregio signore, – cominciò quasi con solennità, – la povertà non è vizio... Ma la miseria, egregio signore, la miseria sí che è vizio...»

Per comprendere tutto il corso del pensiero di Raskol´nikov è necessario inserire la sua «casistica...affilata come un rasoio», nelle terrificanti condizioni della crisi monetaria del 1865.

Tutta l’azione del romanzo è condizionata alle sue fonti dal problema del denaro. Uno dei personaggi spiega apertamente il delitto di Raskol´nikov con le ragioni economiche e in particolare con il rivolgimento economico dell’inizio degli anni Sessanta. Alla domanda di Lužin «Come spiegare questa mancanza di freni nella parte civilizzata della nostra società?», spinta verso il crimine, il dottor Zosimov risponde: «Ci sono stati molti mutamenti economici…»

Sin dalle prime parole di Delitto e castigo veniamo a sapere che il protagonista è «oppresso dalla povertà», e il suo primo colloquio nel romanzo avviene tra lui e l’usuraia a proposito d’un pegno di valore irrisorio. Uno stile del tutto nuovo per la letteratura è annunziato dal linguaggio contabile o bancario di queste insolite conversazioni sul computo delle percentuali e sulle minuscole operazioni di quella meschina cassa di prestiti («calcolando dieci copechi al mese per ogni rublo, per un rublo e mezzo mi deve quindici copechi d’anticipo per il prossimo mese», ecc.).

Queste le prime, quasi volutamente stridule note del romanzo: il bisogno, la disperazione, la gretta speculazione, la miserevole rapacità. Qualche pagina piú in là Raskol´nikov, parlando con la domestica, formula il suo pensiero: «... – Che ci fai con qualche copeco? – riprese di malavoglia, come se rispondesse ai propri pensieri. – Perché, tu vorresti subito tutto un capitale? – Lui la guardò in modo strano. – Sí, tutto un capitale, – rispose fermamente dopo una pausa». E piú avanti: «Con qualche spicciolo che potrei fare?» Ben presto la sua idea fondamentale viene formulata, in una trattoriuccia, da uno studente, il quale trasferisce il problema del denaro su un nuovo piano: il diritto a possedere del denaro e ad una giusta distribuzione della ricchezza.

Cento, mille buone azioni e imprese, che si possono organizzare e aggiustare con i soldi della vecchia, destinati al monastero! Centinaia, forse migliaia di esistenze indirizzate sulla giusta strada; decine di famiglie salvate dalla miseria, dalla degradazione, dalla rovina, dal vizio, dagli ospedali per le malattie veneree: e tutto questo con i suoi soldi. Uccidila e prendi i suoi soldi per consacrarti poi con il loro aiuto al servizio di tutta l’umanità e della causa comune; che ne pensi: un unico, minuscolo delitto non sarà forse espiato da migliaia di buone azioni?

La crudele legge economica dell’epoca scava ed affina con tutti i mezzi il proposito di Raskol´nikov. Nel romanzo essa gli si dispiega concretamente dinanzi nei foschi episodi e nelle scene tragiche dell’immensa capitale. Fanciulle stuprate, prostitute, ubriaconi, donne affogate, accanto alle agiate usuraie, ai Lužin, agli Svidrigajlov. Tutti questi incontri e queste persone non cessano di rafforzare e acuire la volontà di rivolta di Raskol´nikov.

Egli decide di soverchiare col suo proposito e di colpire colla sua azione l’orrido mostro che minaccia tante giovani vite: la nuova metropoli capitalistica, centro dei poteri e delle forze di tutto l’impero, vera città-piovra che afferra con i suoi tentacoli Sonja, la fanciulla del viale Konnogvardejskij, tutta la famiglia Marmeladov, lo stesso Raskol´nikov.

Elaborando in tal guisa il protagonista, Dostoevskij affrontava il tema piú bruciante della letteratura dell’epoca: la creazione del tipo dell’«uomo nuovo».

Dal principio degli anni Sessanta il romanzo russo si preoccupa di delineare un ritratto del rappresentante della giovane generazione. Già mezzo anno prima che Dostoevskij s’accingesse al Delitto e castigo la sua rivista «Epocha» individuava il fenomeno piú significativo del momento nel fatto che

la letteratura russa [fosse] turbata dall’idea degli uomini nuovi. Primo a iniziare l’opera è stato il sensibile Turgenev, che nel suo Bazarov6 ha inteso raffigurare l’uomo nuovo. Dopo di lui Pisemskij ha scritto Vzbalomučennoe more [Mare agitato], nel quale per la forza necessaria delle cose fanno la loro comparsa anche le figure degli uomini nuovi... Nel «Russkij vestnik» [«Messaggero russo»] è uscito il romanzo Marevo [Miraggio], nel «Sovremennik» [«Contemporaneo»] Čto delat´? [Che fare?], negli «Otečestvennye zapiski» [«Annali della patria»] V svoëm kraju [Nel proprio paese], su «Epocha» Mudrënoe delo (Un affare complicato), nella «Biblioteka dlja čtenija» [«Biblioteca di lettura»] è appena finito d’uscire Nekuda [Senza via d’uscita]7. Tutto ciò ruota intorno a un centro importante, la figura appunto dell’uomo nuovo; e se le cose andranno avanti cosí, è chiaro che ci aspettano ancora non pochi romanzi dello stesso tipo8.

Estremamente sensibile ai temi d’attualità, Dostoevskij in quel medesimo anno s’accinge a trattare il nuovissimo problema che la vita reale imponeva alle menti. In Delitto e castigo egli svolge la tragedia del nichilismo nel personaggio di Raskol´nikov e insieme la satira della tendenza radicale nella figura episodica di Lebezjatnikov e, in parte, di Lužin.

Con questi personaggi Dostoevskij prosegue sotto nuove forme la battaglia ideale da lui condotta sulle sue stesse riviste. Nei dibattiti del romanzo s’incrociano le idee del počvenničestvo9 e della democrazia radicale, continuando quasi la polemica di «Vremja» e «Epocha» contro il «Sovremennik» e «Russkoe slovo» («La parola russa»). Per afferrare appieno lo scontro delle tendenze ideologiche all'interno del romanzo è necessario seguire attentamente la polemica delle riviste di Dostoevskij.

Scagliandosi contro le combattive idee della letteratura dei raznočincy10, le riviste di Dostoevskij agivano in nome d’una particolare tendenza ideologica: il počvenničestvo. Secondo le intenzioni dei suoi iniziatori esso era destinato a rispondere alle nuove condizioni di vita della Russia dopo la riforma contadina, fondendo e conciliando le primitive correnti o stili degli occidentalisti e degli slavofili: «civiltà su base popolare». In Delitto e castigo echi di questa teoria risuonano nei discorsi di Razumichin («E noi da quasi duecento anni siamo disabituati a qualsiasi attività», e cioè dall’epoca delle riforme di Pietro) e di Porfirij («Un uomo evoluto e moderno preferirà la galera, piuttosto che vivere con stranieri come i nostri contadinelli...»)

Sul piano politico il počvenničestvo s’atteneva a un conservatorismo moderato che movendo dal principio della «popolarità» (narodnost´) accettava toto corde la monarchia di Alessandro II come la forma piú progressiva di governo per la Russia. Per le riviste di Dostoevskij è caratteristica questa dichiarazione: «È senza dubbio noto a tutti ed ognuno che non c’è governo al mondo il quale non invidi la fiducia di cui gode il nostro nel paese» («Vremja», III, 1863, p. 78).

Prese le mosse da una sintesi fra le idee occidentaliste e quelle slavofile allo scopo di creare un pensiero autoctono russo, la tendenza dei počvenniki subí, dopo gli incendi di Pietroburgo e la rivoluzione polacca, una chiara evoluzione che la accostò agli slavofili di destra.

In qualità d’uno dei dirigenti del počvenničestvo Dostoevskij intervenne a varie riprese contro il leader della tendenza avversa, Černyševskij. Se nel 1862 egli pensava di poter giungere ad un accordo con l’avversario e, dopo aver letto il manifesto della «Giovane Russia»11, si era rivolto a lui personalmente per scongiurarlo di prevenire il terrore rosso, negli anni seguenti egli ricorre a piú decisi mezzi di lotta ideologica.

Nel 1863, quando appare sul «Sovremennik» il famoso romanzo di Černyševskij Che fare?, Dostoevskij risponde con la polemica filosofica delle Zapiski iz podpol´ja (Memorie del sottosuolo); all’arresto e alla deportazione di Černyševskij reagisce col saggio-parodia Krokodil (Il coccodrillo). E finalmente, in Delitto e castigo, egli si prova a lottare contro il nichilismo mediante generalizzazioni artistiche, ed accanto alla figura, enorme per drammaticità e profondità, di Raskol´nikov, nel personaggio di Lebezjatnikov fa una satira caricata della gioventú radicale fedele alla dottrina černyševskiana.

Il romanzo Che fare? era stato immediatamente riconosciuto come il manifesto della democrazia rivoluzionaria (persino il suo sottotitolo diceva «Dai racconti sugli uomini nuovi»). Nella sua polemica Dostoevskij prese di mira per l’appunto l’opera centrale del partito avverso. Il famoso romanzo del «Sovremennik» gli aveva fatto una enorme impressione.

Nelle sue teorie Černyševskij moveva da quel fourierismo che, sotto molti aspetti, era stato una professione di fede anche del giovane Dostoevskij. L’utopica visione d’una futura età dell’oro e felicità universale aveva lasciato un segno profondo nella sua coscienza poetica. Ma la rinascita di quelle idee nell’interpretazione degli uomini degli anni Sessanta suscitava in lui un senso di repulsione. Il fourierismo aveva portato al nichilismo, e questo Dostoevskij non poteva accettarlo.

Dell’impressione ricevuta dal romanzo di Černyševskij Dostoevskij parla per bocca di Stepan Trofimovič Verchovenskij nei Besy (Demonî):

Sono d’accordo che l’idea fondamentale dell’autore è giusta, – mi diceva febbrilmente, – ma la cosa è tanto piú orribile! Quell’idea è la nostra, precisamente la nostra; noi, noi per primi l’abbiamo seminata, coltivata, preparata; e che mai potrebbero dire di nuovo, dopo di noi? Ma, Dio mio, come tutto ciò viene espresso, deformato, mutilato! – esclamava, picchiando sul libro con le dita. – È a queste conclusioni che noi tendevamo? Chi può riconoscere qui il pensiero originario?...

Questo era senza dubbio anche lo sdegno dell’ex seguace di Petraševskij12, Dostoevskij, di fronte al famoso romanzo socialista. Respinto dalla predicazione di Černyševskij, egli costruisce adesso una propria composizione filosofica sull’assurdo assassinio «teorico» e la terribile punizione psicologica che lo segue. Ai Kirsanov, Lopuchov, Rachmetov13, egli contrappone il suo Raskol´nikov.

I contemporanei compresero subito il significato del personaggio. N. N. Strachov, compagno di idee e di lavoro di Dostoevskij, notò con assoluta chiarezza che in Delitto e castigo «per la prima volta dinanzi a noi è dipinto il nichilista sventurato, il nichilista che soffre in modo profondamente umano... L’autore ha colto il nichilismo al colmo del suo sviluppo, ad un punto oltre il quale è pressoché impossibile andare... Mostrare come nell’animo d’un uomo lottano vita e teoria, mostrare questa battaglia nel momento in cui raggiunge il massimo della sua forza, e mostrare che è la vita a riportare la vittoria – questo era il compito del romanzo» («Otečestvennye zapiski», III, 1867). Nella critica era d’uso ravvicinare Raskol´nikov a Bazarov.

Ma la tendenza a lottare col nichilismo si manifesta in maniera piú aspra nei personaggi satirici del romanzo. Lebezjatnikov è «uno dei giovani progressisti piú all’avanguardia», «un nichilista e un accusatore», come «un esponente di rilievo di certi circoli particolarissimi e quasi leggendari». Secondo la caratteristica dello stesso Dostoevskij

Andrej Semënovič... Si era messo al servizio del progresso e delle «nostre giovani generazioni» per passione. Apparteneva a quella innumerevole e variegata legione di uomini insulsi, aborti malandati e prepotentelli senza una vera cultura che si attaccano all’idea corrente piú alla moda per banalizzarla subito, per volgere immediatamente in caricatura tutto ciò a cui magari si dedicano nel modo piú sincero.

Tale costruzione divenne in seguito abituale per Dostoevskij: porre accanto all’eroe tragico il suo riflesso caricaturale, la «scimmia», il sosia, l’impostore: Pëtr Verchovenskij accanto a Stavrogin, Smerdjakov accanto ad Ivan Karamazov. Cosí in Delitto e castigo Lebezjatnikov e Lužin, gente che si strusciava ai nichilisti – uno per carrierismo, l’altro per passione – dovevano far spiccare con le loro meschine figurette tutta una serie di aspetti e fenomeni di quel centro dinamico che in modo drammatico e grande è rappresentato da Raskol´nikov.

Ambedue i personaggi sembrano un commento parodistico al Che fare? Quando Lebezjatnikov dichiara: «Tutto ciò che è utile all’umanità è nobile! Io capisco solo una parola: utile!», o Lužin declama: «Ama, innanzitutto, solo te stesso, giacché tutto al mondo è basato sull’interesse personale», ambedue portano sino agli estremi le teorie dell’utilitarismo e dell’egoismo razionale professate da Lopuchov e Kirsanov.

Quando, sviluppando le tesi della pubblicistica radicale, Lebezjatnikov afferma che vuotare i pozzi neri è «un’attività... molto superiore, per esempio, all’attività di un Raffaello o di un Puškin qualsiasi, perché è piú utile!» o, riguardo alle «corna», che questa «brutta espressione soldatesca, puškiniana, è perfino inconcepibile nel lessico del futuro» – si fa nel romanzo una parodia della «distruzione dell’estetica» e della revisione critica di Puškin, caratteristica del «Russkoe slovo», ed in parte del «Sovremennik».

Una speciale attenzione Lebezjatnikov dedica al problema del matrimonio e del rapporto tra i sessi:

E se un giorno... dovessi contrarre un matrimonio legale, sarò perfino contento di queste sue stramaledette corna; allora dirò a mia moglie: «Amica mia, finora ti ho solo amata, ora invece ti stimo, perché hai saputo protestare!»... porterei io stesso un amante a mia moglie, credo, se lei tardasse troppo a farsene uno. «Amica mia, – le direi, – io ti amo, ma ancor piú desidero che tu mi stimi, ecco!»...

Tutto ciò è una parafrasi caricaturale delle dichiarazioni che Lopuchov fa a Vera Pavlovna. Come è noto, nel romanzo di Černyševskij il problema del matrimonio e le nuove forme d’amore stanno al centro della trama. Sin dalle prime pagine il matrimonio è definito «un giogo e un pregiudizio». «Cesserai forse di stimarmi?» domanda Lopuchov a sua moglie, quando viene a sapere che ella ama Kirsanov. «Non pensare a me, ma a te. Solo pensando a te stessa potrai non procurare anche a me un inutile dolore...» «... Non v’è felicità senza libertà. Tu non volevi recare imbarazzo a me, né io a te. E se tu ti sentissi imbarazzata da me, mi amareggeresti», e cosí via.

In tutto il suo tessuto il romanzo di Dostoevskij è cosparso di repliche che sono una parodia di singoli pensieri, osservazioni ed aforismi dei protagonisti di Che fare? L’osservazione di Černyševskij: «sarebbe molto importante che comparissero finalmente delle dottoresse» e l’ingresso di Vera Pavlovna nella facoltà di medicina provoca la scettica replica del tenente Poroch: «Si ficcano nell’accademia, studiano anatomia; ma dite, se mi ammalassi, chiamerei forse una ragazza a curarmi?» Il sistema, descritto in Che fare?, della divisione delle stanze in comuni ed altre soggette alla regola di «non entrare senza permesso», fa nascere la spiegazione di Lebezjatnikov a Sonja sulla «questione del libero accesso alle stanze nella società futura» («Negli ultimi tempi è stata dibattuta la questione: un membro della comune ha il diritto di entrare nella stanza di un altro membro, uomo o donna che sia, in qualunque momento...») Cosí i «rapporti d’eguaglianza reciproca» trovano un richiamo nella teoria di Lebezjatnikov sull’eguaglianza degli uomini e delle donne nelle baruffe familiari. Ciò non gli impedisce di esporre a Lužin il «sistema di Fourier e la teoria di Darwin», che tanto influsso ebbero sul romanzo di Černyševskij.

Dopo aver letto Che fare? nella primavera del 1863, Dostoevskij ingaggiò una lunga battaglia contro questo romanzo sugli uomini nuovi, che sí straordinario successo aveva avuto tra la giovane generazione. Dopo le Memorie del sottosuolo la battaglia si sviluppa piú sensibilmente in Delitto e castigo. Se nei tipi caricaturali di Lebezjatnikov e di Lužin si irridono i fenomeni correnti e i lati superficiali del «nichilismo», nella figura di Raskol´nikov si fa giustizia del principio piú radicato del movimento che all’«irrazionale» idealità dostoevskiana si presenta come un grandissimo pericolo: la ragione, il potere della teoria, la linearità e spietatezza dei calcoli intellettualistici che ignorerebbero le leggi della vita viva e del libero volere.

«La teoria deve essere di per se stessa fredda. La mente deve giudicare le cose freddamente», dice Lopuchov nel romanzo di Černyševskij. «Ma non è spietata?», domanda a proposito della teoria Vera Pavlovna. «Verso le fantasie, che sono vuote e nocive», risponde con fermezza il suo interlocutore.

Contro la signoria di simili «fredde e spietate teorie», in nome del diritto alla «fantasia», si batte appunto nel suo romanzo Dostoevskij, portando il suo eroe a quella «crisi salutare», quando «invece della dialettica era cominciata la vita, e nella coscienza si doveva elaborare qualcosa di completamente diverso».

È necessario precisare che, a differenza di Raskol´nikov, il movimento degli anni Sessanta non sosteneva affatto il diritto degli studenti poveri ad assassinare le usuraie, e la fredda teoria, secondo l’espressione di Černyševskij, insegnava all’uomo a «procacciarsi il calore»: «Questa teoria è spietata, ma seguendola gli uomini non saranno misero oggetto di un’oziosa compassione... Questa teoria è prosaica, ma essa svela i veri motivi della vita, e la poesia sta nella verità della vita...»

Contro questa dottrina, dalla posizione del «libero volere» e della sua propria concezione dei molteplici «motivi della vita», Dostoevskij muove l’argomento dell’assassinio ideologico che deriverebbe dalle gelide teorie e dalle spietate astrazioni del pensiero rivoluzionario. Dentro siffatte forme in Delitto e castigo si riversa una delle principali tappe della battaglia del «suolo» (počva) contro il nichilismo, di «Epocha» contro il «Sovremennik», di Dostoevskij contro Černyševskij.

Come contrappeso a queste figure caricaturali Dostoevskij pone il suo eroe ideale, l’uomo dal sano pensare e dal vivido agire, limpido di spirito e nobile nella sua infaticabile attività: lo studente Razumichin. In lui si concentrano tutte le simpatie dell’autore ed è lui ad esprimere quei principî «salutari» sulla complessità e molteplicità della persona umana che non si lascerebbe manipolare dagli schemi e dalle teorie dei socialisti.

Senza badare ai piani universali d’organizzazione sociale in un lontano futuro, egli preferisce – negli stretti, angusti confini della realizzabilità pratica e dell’immediata utilità culturale –, dedicarsi all’opera civile di pubblicare e diffondere libri utili. Era questo un compito cui un organo di destra come le «Moskovskie vedomosti» («Notiziario di Mosca») plaudiva, vedendo in esso uno dei mezzi per combattere le tendenze di sinistra. I circoli governativi consideravano indispensabile prendere nelle proprie mani la diffusione «dei sillabari, dei romanzi, delle biografie e dei libri di viaggi», e nello stesso tempo indicare alla gioventú un’attività utile al popolo, in antitesi alla rivoluzione. Non meraviglia che l’organo di Katkov sostenesse in ogni modo la «Società moscovita per la diffusione del libro», facendo notare che ne erano membri «molte persone della famiglia reale» («Moskovskie vedomosti», 1865, n. 195).

Lungo questo cammino consacrato dall’alto avvia dunque Dostoevskij il suo «uomo nuovo», munendolo fra l’altro d’un tratto autobiografico: i sogni di Razumichin sull’attività editoriale sono i progetti che Dostoevskij stesso nutriva fin dagli anni Quaranta. Razumichin svolge con tale precisione e completezza le linee direttive di «Vremja» e di «Epocha» che Dostoevskij avrebbe potuto includere i suoi monologhi negli articoli programmatici dei propri mensili testè chiusi.

Riportiamo integralmente una di queste enunciazioni, cosí caratteristiche di Dostoevskij nel momento della sua lotta ideologica cogli uomini degli anni Sessanta.

... Si era partiti dal punto di vista dei socialisti. Un punto di vista ben noto: il delitto è protesta contro l’anormalità del sistema sociale… e basta, nient’altro, non si ammettono altre cause, niente!…

Ti mostrerò i loro libri: secondo quelli lí tutto succede perché «l’ambiente ha corrotto», e nient’altro! La loro frase preferita! Dal che deriva che se si costruirà una società normale, subito tutti i delitti spariranno, dato che non ci sarà nulla contro cui protestare, e tutti in un attimo diventeranno giusti. La natura non è presa in considerazione, la natura viene esclusa, la natura non è contemplata! Per loro non è l’umanità che, sviluppandosi attraverso un vivo percorso storico, alla fine si trasformerà spontaneamente in una società normale, ma al contrario è il sistema sociale uscito da qualche mente matematica che organizzerà subito tutta l’umanità, e in un attimo la renderà giusta e senza peccato, prima di qualsiasi processo vivo, senza alcun vivo percorso storico! Per questo d’istinto non amano la storia: «una sequela di nefandezze e stupidità»; e con la stupidità spiegano tutto! Per questo detestano tanto il processo vivo della vita: non sanno che farsene, dell’anima viva! L’anima viva esigerà vita, l’anima viva non obbedirà alla meccanica, l’anima viva è sospetta, l’anima viva è retrograda! Mentre la loro, se puzza un po’ di cadavere, si può farla di caucciú: ma in compenso non sarà viva, in compenso sarà senza libertà, sarà servile, non si ribellerà! E il risultato è che riducono tutto alla posa dei mattoncini e alla disposizione dei corridoi e delle stanze nel falansterio! Il falansterio è pronto, ma la vostra natura non è ancora pronta per il falansterio, vuole la vita, non ha ancora completato il processo vitale, è presto per il cimitero! Con la sola logica non si può scavalcare la natura! La logica prevede tre casi, ma ce n’è un milione! Tagliar via tutto il milione e ridurre tutto alla sola questione del benessere materiale! La piú facile soluzione del problema! Di una chiarezza seducente, e non c’è bisogno di pensare! L’essenziale è che non c’è bisogno di pensare! Tutto il mistero della vita trova posto in quaranta paginette!

Questa caratteristica variante delle Memorie del sottosuolo fa eco chiaramente alle dichiarazioni programmatiche e agli articoli di fondo di «Vremja» e di «Epocha»: la critica delle teorie socialiste e della possibilità d’un «normale», «matematico» assetto della società, l’argomento dell’«irrazionalità» della natura umana, l’apologia del «processo storico», la contrapposizione dell’«anima viva», sia pure retrograda, alla «logica» e alla «meccanica» degli organizzatori dell’umanità – tutti questi sono dogmi del počvenničestvo. Una serie di tesi sono rivolte qui direttamente contro Černyševskij e sembrano prolungare la polemica contro il suo romanzo e la sua dottrina.

La rivista di Dostoevskij nel 1861 asseriva che Černyševskij «non fa né piú né meno che negare la storia» («Vremja», VI, 1861, Eščë o peterburgskoj literature [Ancora sulla letteratura pietroburghese]). Il ragionamento conclusivo di Razumichin sul falansterio serve di replica al famoso «quarto sogno di Vera Pavlovna», che svolge il quadro della fourieristica vita in comune nella «Nuova Russia».

Tale è nel romanzo l’araldo dell’«idea russa», lo studente Razumichin. Dostoevskij gli concede il diritto di ragionare sanamente a prezzo del programmatico rifiuto di tutte le tentazioni della dottrina nichilistica. Razumichin non riconosce i «progressisti» che sottomettono l’uomo alla teoria: «I principî!… E tu poggi tutto sui principî, come sulle molle; non osi neanche girarti di tua volontà; e invece secondo me è una brava persona...» «In voi non c’è nemmeno un sintomo di vita indipendente!» Egli critica nella persona di Zosimov la medicina piú recente che con tutto il suo empirismo è incapace di studiare «la natura dell’uomo», cioè la volontà, il carattere, l’indole del paziente; nello stesso spirito egli ripudia la giurisprudenza contemporanea che dietro i fatti, gli indizi, i gesti non vede gli inoppugnabili indici psicologici e «la disposizione spirituale» dell’imputato. Egli è contro i teorici, gli occidentalisti, i razionalisti, in nome dell’immediatezza e dell’autonomia del vivente processo della vita.

Non si può certo dire che Razumichin sia un «uomo-libro», staccato dal tumultuoso e torbido elemento dell’esistenza. Tutto nella vita gli è vicino: le bettole, la casa di Laviza, le carezze di Pašen´ka, i librai del Mercato degli stracci. Purché vi sia l’immediatezza e l’autenticità d’una esperienza spirituale integra.

Donde anche il suo gusto per tutto ciò che appartiene al paese natale. La piú grande ingiuria, sulle sue labbra è: «traduzione da una lingua straniera...» Il suo peggior nemico: «l’intelligenza altrui». «Sbagliare a modo proprio è quasi meglio di una verità detta a modo altrui; nel primo caso sei un uomo, mentre nel secondo non sei altro che un pappagallo!» Ed è in nome d’un autonomo pensiero russo e in difesa del «volere» individuale che egli scende in lizza contro i radicali e i «negatori»: «Pretendono il completo annullamento della personalità, e ci trovano anche gusto! Pur di non essere se stessi, pur di somigliare il meno possibile a se stessi! Lo considerano il culmine del progresso».

È questo il nuovo uomo d’azione, chiamato a far progredire il proprio paese secondo le sue leggi di sviluppo organicamente maturate, senza rompere con le tradizioni patriarcali e senza staccarsi dal suolo natale. Uomo pratico semplice e saggio, che tutti aiuta e tutto sistema, egli appartiene a quella nobiltà russa povera, che ha invariabilmente fornito a Dostoevskij quasi tutti i suoi personaggi positivi, portatori del suo pensiero e portavoci delle sue speranze. Proprio da questo ceto sociale, tra cui egli si è sempre annoverato in modo del tutto categorico, Dostoevskij aspettava una via d’uscita dall’impasse della storia, bramava una futura salvezza della Russia, la scoperta del giusto cammino verso la sua prosperità e il giusto assetto nel tempo avvenire.

Rispondendo a tutti i postulati filosofici del proprio autore, Razumichin è per Dostoevskij quel rappresentante esemplare della giovane generazione che il romanziere contrappone decisamente agli uomini nuovi di Černyševskij. Con la figura di questo remoto antesignano delle «piccole cose»14 Dostoevskij risponde a modo suo al bruciante problema dell’epoca, cosí acutamente posto dal suo antagonista: Che fare? No, non preparare la rivoluzione contadina e portare la propria generazione a realizzare nei distretti della Russia l’utopia socialistica, ma lavorare ognuno nel proprio limitato settore pratico, accrescendo il benessere di tutto il popolo con la crescita del benessere proprio, moltiplicando nel paese il numero degli «uomini migliori» e seguendo nella propria attività non gli altrui suggerimenti ma la voce della propria patria, della propria natura e del proprio passato nazionale. Sono questi i ben noti principî del programma conservatore, assimilati da «Vremja» ed «Epocha». Cosí scrivevano nelle loro riviste i tenenti del genio a riposo, i fratelli Dostoevskij. Cosí s’esprime per l’appunto ed agisce nel romanzo lo studente povero e figlio di nobili Dmitrij Prokof´evič Razumichin, che respinge con ferma determinazione le esplosive dottrine d’un’infocata trasfigurazione della terribile realtà russa. Ecco perché nel romanzo di Dostoevskij a lui vanno di diritto e il tranquillo benessere acquisito attraverso un’iniziativa di comune interesse, e la fiducia del misantropo Raskol´nikov, e la simpatia dell’autore, e la bellezza di Dunečka, e il futuro della Russia.

Sforzandosi di conferire al proprio racconto un carattere di palpitante attualità, Dostoevskij si determinò a sviluppare la sua idea nell’atmosfera delle idee, degli interrogativi e dei fatti piú rilevanti del suo tempo, creando cosí nella coscienza del lettore un’impressione viva della realtà sociale corrente. Copiosi di fatti, gli anni Sessanta s’infiltrano insensibilmente nel romanzo con l’eco dei piú diversi avvenimenti scientifici, pubblicistici, finanziari, giornalistici, economici e politico-sociali, illuminando lo studio d’un caso psicologico con i piú attuali problemi del momento e accentuando le discussioni e i dialoghi dei protagonisti col gergo del giornalismo contemporaneo15.

Con un’arte grande e l’inventiva del feuilletoniste Dostoevskij rende piú affilate le caratteristiche psicologiche dei suoi personaggi grazie all’attualità dei temi sociali legati con la professione o il ceto d’ogni singolo personaggio. La ricca esperienza personale dello scrittore integra ampiamente lo schematismo di siffatta composizione pubblicistica, ed insieme ad una tagliente attualità comunica ai suoi caratteri anche una profonda vitalità artistica.

Seguiremo nei principali personaggi di Delitto e castigo questa originale combinazione di giornalismo dell’epoca e di impressioni personali del romanziere.

Marmeladov.

Già la prima comunicazione circostanziata che Dostoevskij fa del suo romanzo non ci è perfettamente chiara. Perché tutto un libro «sugli ubriaconi»16? In che consisteva quell’urgente «problema contemporaneo dell’ubriachezza» cui Dostoevskij si preparava a dedicare un grosso romanzo di piú di trecento pagine? La pubblicistica dell’epoca illumina questa nostra perplessità.

Verso la metà degli anni sessanta era venuto alla ribalta in Russia il problema della «sobrietà» dopo l’abrogazione del vecchio sistema degli appalti dell’alcol distribuiti dallo stato, quando bettolieri e tavernai ricorrevano ai mezzi piú scandalosi per «ubriacare» il popolo.

Il 4 luglio 1860 il Consiglio di stato espresse l’intenzione d’introdurre dal 1° gennaio 1863 un sistema d’imposta indiretta sulle bevande, in luogo dei precedenti appalti. Si supponeva che con il nuovo ordinamento lo stato avrebbe ampliato le sue possibilità di combattere l’alcolismo e rialzare la «moralità pubblica». Tali speranze non s’avverarono minimamente: con rapidità incredibile gli «spacci di bevande» ricoprirono d’una fitta rete tutta la Russia, diffondendo ed aumentando in larga misura l’ubriachezza.

In un primo tempo però la riforma venne considerata progressiva, e suscitò persino una certa iniziativa nella stampa e tra il pubblico. La rivista di Dostoevskij comunica, al riguardo: «Gli appaltatori, fatto il loro tempo e presentendo la fine, hanno scatenato a tal punto la loro avidità di guadagno da suscitare nel popolo, la cosa è risaputa, un desiderio di sobrietà che va rapidamente diffondendosi in varie zone della Russia. Il fenomeno è inatteso e profondo; v’è in esso qualcosa di solenne, quasi la celebrazione d’una vittoria».

La rivista di Dostoevskij si sofferma con particolare attenzione sui riflessi «familiari» del problema dell’ubriachezza. Nel lungo articolo Semejstvo v rabočem klasse vo Francii (La famiglia nella classe lavoratrice in Francia) (cui aveva dato occasione il libro di Jules Simon, L’operaia), si descrivono le bevute dei lavoratori parigini al sabato, nelle bettole di periferia, e la desolata vita familiare degli «artigiani» e degli «operai», ai quali «i bambini muoiono parte di fame, parte di tubercolosi in stanze non riscaldate, su letti senza materassi e senza coperte» («Vremja», XI, 1861, p. 304).

La rivista pubblicava questi articoli sui costumi francesi pensando all’attualità del problema nella Russia d’allora, problema che determinò una delle componenti principali del romanzo dostoevskiano del 1865.

Proprio in quel momento si manifestò la piú completa delusione sulla «riforma degli spacci», che aveva stabilito il libero commercio delle bevande spiritose.

Nell’aprile del 1865 veniva costituita a Pietroburgo la commissione per la revisione delle leggi sul commercio delle bevande alcoliche, allo scopo di limitare il loro «uso eccessivo tra il popolo». Il provvedimento aveva suscitato grande eco nei giornali e nelle riviste.

Sullo sfondo di questi numerosi articoli – che svelavano i rapporti tra l’alcolismo e la prostituzione, la tubercolosi, la disoccupazione, la miseria, i figli abbandonati, l’estinzione fisica di intere famiglie – vengono alla luce con assoluta chiarezza le linee essenziali della storia dei Marmeladovy, nella quale i motivi basilari della pubblicistica anti-alcolistica degli anni Sessanta – la tubercolosi, il tesserino giallo, il licenziamento, la miseria piú nera, la denutrizione dei bambini, i genitori che finiscono sulla strada – vengono mostrati con una nettezza pressoché da cartellone pubblicitario, e nello stesso tempo sono approfonditi dal romanziere sino a raggiungere un’autentica tragicità.

Nella letteratura mondiale, dove il tema dell’alcolismo viene presentato in genere nel suo lato gaio e spensierato, puramente «falstaffiano», è forse per la prima volta rivelata in tutta la sua opprimente disperazione la semplice e terribile storia della disgregazione e della fine d’una intera famiglia, minata dall’orribile veleno «di stato».

Il tema dei Marmeladovy non solo conferí una straordinaria profondità al generale tono tragico di Delitto e castigo, ma nello stesso tempo collegò il romanzo con uno dei temi del pensiero sociale progressivo, comunicando alla storia di Raskol´nikov quell’«impronta del tempo» che sempre Dostoevskij s’è sforzato di registrare nelle sue pagine.

A questo poté aggiungersi una serie di impressioni personali. In un certo senso prototipo di Marmeladov fu anche il primo marito di Marija Dmitrievna Dostoevskaja (prima moglie dello scrittore) Aleksandr Ivanovič Isaev, piccolo funzionario siberiano, sofferente di etilismo acuto.

Il tema dell’ubriachezza poteva interessare Dostoevskij anche per alcune circostanze familiari: come si sa, il padre dello scrittore e un suo fratello minore, Nikolaj, erano degli alcolizzati. («L’alcolismo di mio nonno, – comunica la figlia dello scrittore, – fu fatale a quasi tutti i suoi figli. Il maggiore, Michail, e il minore, Nikolaj, ereditarono questa malattia... L’epilessia di mio padre fu, evidentemente, un effetto di quella medesima causa»).

Cosí motivi sociali e personali, intrecciandosi nella coscienza del romanziere, diedero vita a uno dei personaggi piú grandi della sua opera, un personaggio che tragicamente contrappone a tutti gli inni bacchici e i canti conviviali della poesia la sua terribile confessione nella cantina della bettola di Pietroburgo.

Sonja.

L’alcolismo dei genitori, la necessità materiale, la precoce orfanezza, il secondo matrimonio del padre, la scarsa istruzione, la disoccupazione e l’avida caccia che ad un giovane corpo i grandi centri capitalistici danno con i loro mezzani e i loro covi – ecco le cause principali dello sviluppo della prostituzione, reperite dalla sociologia del tempo. La perspicacia artistica di Dostoevskij colse impeccabilmente questi fattori sociali e con essi determinò la biografia di Sonja Marmeladova. Qualche suggerimento Dostoevskij poté del resto avere dagli articoli delle sue riviste. Il «Vremja» dedicava molta attenzione al problema della «pubblica moralità».

Non è difficile accorgersi che il romanzo di Dostoevskij, dipingendo i costumi di Pietroburgo, non dedica alla prostituzione minor interesse che all’altra piaga cancrenosa della «grande città»: l’ubriachezza. La figura femminile centrale di Sonja Marmeladova; la tenutrice della casa di tolleranza Lizaveta Ivanovna, che nella deposizione alla polizia svela un colorito quadro delle facili baldorie della capitale; le intraprendenti e rapaci ruffiane tedesche; le minorenni vittime della raffinata dissolutezza di Svidrigajlov; l’autentica «Venere dei quadrivi» delineata nelle episodiche figure dell’avvenente Duklida e della mostruosa ragazza butterata piena di lividi e dal labbro gonfio – è con tali svariati tipi che il romanziere ci mostra il mercato di carne umana che si svolge a Pietroburgo.

Nel 1862, coll’articolo di M. Rodevič Naša obščestvennaja nravstvennost´ (La nostra moralità pubblica), la rivista di Dostoevskij indicava nel fenomeno del pauperismo la causa principale della «caduta» delle donne. La mancanza di mezzi, un’esistenza miserabile, da straccioni: ecco gli stimoli principali. «Che la miseria, e ancor piú le conseguenze della miseria: l’incoscienza, il limitato sviluppo, l’ignoranza, siano le cause piú importanti della nostra immoralità pubblica, di ciò parla chiaro il suo “carattere commerciale”» (senza volere torna alla mente l’istruzione di Sonja Marmeladova, rimasta ferma a Ciro di Persia). «Non di rado è la madre stessa a vendere al libertinaggio la propria figlia, per la miseria che l’opprime» (nel romanzo è un po’ attenuato: Katerina Ivanovna è la matrigna di Sonja). Ecco perché non si possono condannare e respingere per il loro tristo mestiere tutte queste figlie «di funzionari in pensione dalla numerosa famiglia, di ricchi che hanno scialacquato tutti i loro averi – trattandosi in genere di donne che non hanno da mangiare, inaridite dal bisogno, logorate da un minuzioso lavoro di cucito che procura loro un miserabile sostentamento» («Vremja», VIII, 1862, pp. 60-80).

Ricordiamo Marmeladov:

... secondo lei quanto può guadagnare una fanciulla povera ma onesta, con un lavoro onesto?… Quindici copechi al giorno, signore, non li guadagnerà, se è onesta e non ha particolari talenti, e questo anche lavorando senza un attimo di sosta! E anche cosí il consigliere di quinta classe Klopstock, Ivan Ivanovič (il signore l’ha mai sentito nominare?), non solo non le ha ancora pagato la confezione di una mezza dozzina di camicie di tela d’Olanda, ma l’ha anche scacciata in malo modo, pestando i piedi e insultandola con nomi sconvenienti...

In un altro articolo, Zametki po voprosu obščestvennoj nravstvennosti (Annotazioni sul problema della moralità pubblica), firmato colle iniziali P. S., viene posto un piú grave problema: non piú della compassione per le donne di strada, ma della possibilità per loro di conservare un alto senso morale malgrado l’umiliante mestiere; in altre parole, si pone qui direttamente il tema di Sonja Marmeladova.

Le manifestazioni esteriori della depravazione differiscono sostanzialmente da quelle interiori, né è possibile legarle in un solo indissolubile nodo. Si può incontrare in una sera un centinaio di donne pubbliche in qualsiasi strada splendidamente illuminata, senza avere per questo la minima nozione dello stato della loro moralità. Per avere questa nozione è indispensabile trasferirsi nel loro mondo interiore e di lí, da un nuovo angolo visuale, osservare la loro condotta... Ogni caduta ha la propria triste storia, e con questa appunto dovrebbe avere a che fare il moralista. Ma noi non conosciamo queste storie; noi passiamo per i mercati, c’informiamo dei prezzi, vediamo masse di tormentate donne cadute, masse di merce, altrettante masse di avidi compratori, ed esclamiamo: «Orrore! la depravazione s’è impossessata della società...» Può essere che abbiamo ragione, e può essere che abbiamo torto. Io dico solo che noi non sappiamo nulla di preciso sulla «depravazione», pur essendo stati al mercato della depravazione. Noi vediamo le vittime della depravazione, le conseguenze d’un vergognoso commercio, il posto del mercato, la massa di merce e di compratori, ma della depravazione stessa non abbiamo la minima nozione... nel nostro mercato non vi sono che macerie, esistenze spezzate, fame, denutrizione, lamenti, rossetto e belletto, povertà e miseria: in breve, le pubbliche manifestazioni di tutto ciò che ha gettato la schiuma d’una società in fermento; ma la fermentazione stessa è inavvertita... Vengono alla luce solo i distrutti residui dell’uomo.

L’autore di questo secondo articolo, polemizzando con M. Rodevič, non è d’accordo nel riconoscere la miseria come unica fonte della dissolutezza pubblica.

Se diciamo che tra i poveri vi è maggiore dissolutezza, ciò è solo perché è piú visibile, piú scoperta, piú cinica, ma non dimentichiamo che in quest’ambiente la depravazione ha per lo piú sotto il carattere dell’orrore, della disperazione, quel carattere cupo, straziante, che ci colpisce cosí fortemente nelle opere di alcuni scrittori inglesi e che gli conferisce un significato umano pur sul limite estremo dell’abisso. Nella depravazione raffinata invece è di scena il freddo calcolo. I suoi passi sono circondati dal ghiaccio e, all’occorrenza, dal brillio e dall’oro. Sovente la folla non la scorge, e ancor piú spesso non la capisce. Ma di lí prende a fermentare quel veleno che cosí facilmente contagia la povertà e l’ignoranza.

Questa differenziazione del tema, che ci porta da Sonja a Svidrigajlov, è già posta dall’autore dell’articolo come un grande problema letterario; egli invita gli scrittori contemporanei a produrre a scopo sociale «cinque o sei storie prese dal vero sulla vita delle donne pubbliche, raccontate con tutti i particolari e con indicazioni psicologiche...»

È possibile che Dostoevskij accettasse questa indicazione, ne apprezzasse l’idea e la conservasse nella sua memoria creativa. Ben presto egli dà inizio ai magnifici ritratti delle sue «peccatrici». Liza delle Memorie del sottosuolo, Sonja, Nastas´ja Filippovna, Grušen´ka – ecco le geniali varianti che Dostoevskij offre del tema, sollevato già dal romanticismo, della «cortigiana sublime».

Ma se nel concepimento di queste figure poté manifestarsi l’eredità romantica, nella loro elaborazione l’autore prende lo spunto da certe tendenze della letteratura radicale del tempo. In Che fare? abbiamo l’episodio circostanziato della «rigenerazione» d’una prostituta. Lo studente di medicina Kirsanov salva una ragazza di strada, Nasten´ka Krjukova, togliendola dalla casa di tolleranza e facendone la propria compagna. Nasten´ka è malata di tubercolosi e finisce la sua breve esistenza nel laboratorio di sartoria di Vera Pavlovna.

Nella letteratura degli anni Quaranta-Sessanta questa elaborazione del tema della «salvazione della donna caduta» era abituale. Essa ricevette veste classica nella nota poesia di Nekrasov:

Quando dal buio dell’errore

col verbo ardente della persuasione

io trassi fuori l’anima caduta,

e tu colma di profonda pena

maledicesti, torcendoti le mani,

il vizio che t’aveva avviluppata...

con i caratteristici versi finali:

Nella mia casa entra da padrona,

arditamente, in piena libertà!

Con questa soluzione la letteratura d’avanguardia indicava una certa qual soluzione d’uno dei piú orribili fenomeni della società capitalistica: la prostituzione. Nella sua disputa con Černyševskij e la letteratura radicale, Dostoevskij sembra proporre la propria «antitesi» sulla prostituzione: voi supponete di salvare una donna «caduta» con la vostra infallibile persuasione e con un sermone sulla vita razionale pensate di elevare una coscienza smarrita sino alla vostra illuminata ed umanitaria personalità; ebbene, io vi dimostrerò quanta turpitudine e iniquità sia nelle vostre raziocinanti nature e quanto piú alto della vostra soddisfatta nullaggine sia l’animo semplice della fanciulla venduta, pronta ad accettare e perdonare la sofferenza piú nascosta.

Questo tema, posto in modo netto nelle Memorie del sottosuolo, trova un piú profondo svolgimento in Delitto e castigo dove, nella figura di Sonja Marmeladova, Dostoevskij offre la propria soluzione del problema indicato nella letteratura progressista come razionale salvezza della donna caduta: proprio lei, che si guadagna la vita col tesserino giallo, proprio lei è chiamata a salvare e rigenerare colui che, a giudizio di Dostoevskij, è un pensatore ragguardevole, e che ha macchiato di sangue le proprie mani in nome del trionfo di un principio astratto.

Proprio Sonja, che si vende per «trenta rubli d’argento» (i trenta denari di Giuda!), è la portatrice di quegli eccelsi – secondo le vedute filosofiche di Dostoevskij – valori di rassegnazione e d’altruismo che salveranno il nichilista Raskol´nikov, invasato dall’orgoglio del freddo intelletto. Come nella cronaca dei seguaci di Nečaev17, i demonî vengono scacciati dal corpo degli indemoniati dalla parola di Cristo. L’epilogo del romanzo, coll’incubo di Raskol´nikov e l’incipiente sua conversione al Vangelo, pone per la prima volta in termini aperti il tema-base del piú tardo Dostoevskij: cristianesimo contro socialismo. Sulla via dello svolgimento di questo tema sorge dinanzi a noi, come una delle sue prime incarnazioni, la figura di Sonja Marmeladova, che inaspettatamente riunisce i problemi correnti della pubblicistica «sanitaria» coi fondamenti della filosofia religiosa di Dostoevskij.

Porfirij Petrovič.

Un legame altrettanto riposto e indissolubile unisce alle riforme ed alla pubblicistica dell’epoca la geniale figura del giudice istruttore Porfirij Petrovič. Questo virtuoso dell’inchiesta psicologica che considera il lavoro dell’inquirente «nel suo genere, diciamo cosí, una libera arte, o giú di lí…», che agisce su Raskol´nikov non soltanto con la logica e il gioco abile ma, nell’ultima conversazione, anche con l’influsso morale, che allo scopo d’alleviare la sorte di Raskol´nikov rifiuta la gloria che può dargli la scoperta d’un clamoroso delitto, che si comporta verso gli accusati con premurosa simpatia e persino con affetto sincero («io a questo Mikolka mi sono affezionato») – con tutti questi tratti d’artista e d’umanista Porfirij risponde alla missione, a quel tempo attualissima, della riforma giudiziaria cosí come la intendeva Dostoevskij: formare, invece del «commissario d’istruttoria», invece cioè del tradizionale funzionario pronto a lasciarsi corrompere, un nuovo tipo di inquirente colto, immediato collaboratore e coadiutore del giudice, chiamato a sostituire l’antiquato tirapiedi del vecchio processo inquisitoriale.

Fu quella una delle prime riforme, che richiamò su di sé una straordinaria attenzione da parte dell’opinione pubblica. Uno dei mali piú gravi della vita interna della Russia di Nicola I era l’estrema primitività dell’istruttoria penale, condotta da sezioni provvisorie dei tribunali locali e dalle gendarmerie dei sottodistretti rurali. L’incompatibilità dell’attività istruttoria con i compiti del funzionario di polizia, cioè del potere esecutivo, conduceva a gravi abusi. Era necessario scindere l’attività istruttoria dalle funzioni della polizia. Ed ecco che già il 3 giugno 1860, cioè prima che venissero messe in atto la riforma contadina, giudiziaria ed altre, venne dato inizio alla cosiddetta «riforma della polizia»: l’attività istruttoria venne sottratta alla direzione della polizia e concentrata nella nuova funzione dei giudici istruttori, venuti a dare il cambio ai precedenti gendarmi rurali e «commissari d’istruttoria».

Nel romanzo Porfirij Petrovič è per l’appunto l’incarnazione artistica di queste speranze, nutrite, all’inizio degli anni Sessanta, in un nuovo, perfetto giudice istruttore. Egli ha avuto un’educazione non solo superiore ma addirittura privilegiata nella facoltà di giurisprudenza, è versato in letteratura (cita Gogol´), mantiene rapporti con i circoli studenteschi e, malgrado i suoi trentacinque anni, si mostra al corrente delle idee e degli umori piú recenti. E, cosa piú importante, non si tratta d’un mediocre funzionario di polizia, ma d’una mente elevata, capace di portare il problema della «indagine» all’eccezionale altezza della dialettica e della logica. Quando si urta contro l’idea filosofica di Raskol´nikov, egli definisce il giovane criminale «un forte combattente», ma in verità con le medesime parole anche Raskol´nikov avrebbe potuto definire il suo avversario nel duello istruttorio.

Il complesso piano di Porfirij – tenere l’assassino in un continuo stato di allarme sotto la minaccia del sospetto e dell’incombente smascheramento, onde portare quella natura nervosa a un grado tale di esasperazione che la faccia tradire da sé – è condotto con straordinaria finezza, precisione e celerità. Gli bastano tre conversazioni con Raskol´nikov per condurre a fine la faccenda ed ottenere il risultato richiesto: il costituirsi del colpevole e la sua confessione. Le parole conclusive della parte sesta, «Sono stato io a uccidere con una scure la vecchia vedova di un impiegato», sono il brillante compimento dell’indagine condotta con tanto virtuosismo da Porfirij, che con sottili conversazioni e filosofiche dispute, astraendo da qualsiasi istruzione e interrogatorio formale, ha saputo ottenere il piú sostanziale degli effetti, il solo sul quale possa contare il tribunale.

E con tutto ciò egli resta sino alla fine «umano», prova per la sua vittima una simpatia profonda e, congedandosi da Raskol´nikov, trova espressioni vive e penetranti di conforto e d’appoggio morale. È questo il giudice ideale che, alquanto illusoriamente, si disegnava all’immaginazione dei pubblicisti e dei riformatori della magistratura al principio degli anni Sessanta («siate uomini, signori, e non funzionari...», ecc.). E, forse, Dostoevskij con tanto maggiore interesse artistico ha raffigurato il suo giudice-psicologo in quanto alla metà degli anni Sessanta le illusioni s’erano dissipate e, a disingannare gli speranzosi, nuove esperienze s’erano venute accumulando: giudici istruttori venivano nominati in prevalenza, anche dopo la riforma, uomini senza la minima cultura, ingrossando le fila dei «gendarmi rurali» e proseguendo la tradizione dell’istruzione all’antica. Questo crollo delle speranze nutrite dalla società in un «giudice ideale» risvegliò nel romanzo la compiuta figura dell’artista e del virtuoso dell’indagine giudiziaria.

Raskol´nikov.

Il romanzo poliziesco concepito da Dostoevskij fu scritto in un’epoca di eccezionale vivacità del pensiero giuridico russo e, in particolare, della criminalistica. È assai probabile che alla penna di Dostoevskij appartengano le note redazionali di tutta la serie di articoli delle sue riviste dedicata ai delitti contro la vita e la proprietà, ed alle pene correzionali.

Assieme agli articoli scientifici sul diritto penale, le riviste di Dostoevskij pubblicano una lunga serie di articoli nella rubrica intitolata Iz ugolovnych del Francii (I processi criminali in Francia). Particolare interesse presenta qui per noi il Process Lassenera (Il processo Lacenaire) («Vremja», II, 1861, parte II, pp. 1-50), per l’evidente legame fra l’autentico criminale e le figure di Raskol´nikov e di Svidrigajlov.

Lacenaire era figlio d’un mercante. «I lineamenti del suo viso erano delicati e non privi di nobiltà. Sul suo ironico labbro tremava, sempre pronto, il sarcasmo». Lacenaire desiderava consacrarsi allo studio del diritto; piú tardi sparse la voce, falsa, di essere uno «studente in legge».

Nel 1829 egli ebbe un duello col nipote del famoso oratore politico Benjamin Constant. Lacenaire uccide il suo avversario: «Questo duello concluse il primo atto della vita di Lacenaire; fu per lui la ragione prima d’annoverarsi fra gli uomini eccezionali, fra le nature straordinarie». «Lo spettacolo dell’agonia, – diceva piú tardi, – non mi ha minimamente impressionato».

Alla liberazione dal carcere «egli pensò di occuparsi di letteratura»; scrive canzoni e brani lirici. «Ma l’attività letteraria non lo soddisfaceva; presto egli rientrò in contatto e strinse amicizia con i compagni di prigione e cosí la sua esistenza venne a sdoppiarsi: ora si dedicava alla penna... ora si dava ad imprese ladresche». In un soggiorno nelle carceri di Poissy Lacenaire stese una serie di appunti sulla vita e il regolamento carcerario. Presto egli si risolse a compiere un grosso delitto. Insieme a un compagno di prigione uccide con una raspa un certo Chardon e la sua vecchia madre. Quando la rapina fu portata a termine, «sulla porta di casa, proprio mentre Lacenaire stava tirandosi dietro il battente, due visitatori chiesero di Chardon. Lacenaire rispose tranquillamente che non c’era, e nello stesso tempo trattenne la porta, che non riusciva a chiudere perché sulla soglia lo stoino s’era spostato e impediva il movimento del battente. Se i visitatori avessero gettato uno sguardo attraverso la porta socchiusa avrebbero potuto vedere il cadavere di Chardon».

Chiuso in carcere, egli si occupa di letteratura, svolgendo nelle conversazioni le sue teorie. Viene pubblicata in quel periodo una sua raccolta di poesie. «La mattina del 7 novembre Lacenaire entrò in una delle camere dell’ospedale. V’erano lí raccolti molti scrittori, giuristi, medici ed altri. Lacenaire si sedette accanto al camino, intrattenendosi di letteratura, morale, politica, religione. L’acutezza e precisione dei giudizi, la sua vasta e sicura memoria meravigliarono coloro che partecipavano alla conversazione»18.

Anche la cronaca nera corrente poté servire a Dostoevskij per il suo romanzo. Nella primavera del 1865 le gazzette erano piene di dettagliati resoconti stenografici sul processo che il tribunale militare stava celebrando contro il figlio di un mercante, Gerasim Čistov, il quale aveva ucciso con un’ascia due donne, rapinandole dei loro averi e della somma di 11 260 rubli. «La colpevolezza di Čistov nell’omicidio delle due vecchie è dimostrata, – dicevano i giornali, – dall’arma con cui il delitto è stato consumato, un’ascia (che non si riesce a ritrovare) straordinariamente affilata, fissata ad un corto manico, atta all’esecuzione d’un assassinio».

Sul piano dei possibili influssi letterari notiamo che sul «Vremja» di Dostoevskij erano stati pubblicati i racconti «gialli» di Edgar Poe (Il cuore rivelatore Il gatto nero) nei quali succintamente, ma con straordinaria forza espressiva, sono resi i momenti della lotta dell’assassino contro la polizia inquirente.

La figura di Raskol´nikov, nonché quelle degli altri personaggi del romanzo, s’illumina interamente solo quando ne venga definita la natura di classe. Come è consuetudine in Dostoevskij, al centro della sua opera vi sono dei nobili caduti in povertà, in una notevole misura declassati ma impegnati a conservare le tradizioni intellettuali e le abitudini di vita del loro gruppo sociale, col quale hanno perduto i contatti. Tale era, come si sa, la posizione di Dostoevskij medesimo, e tali sono i tratti autobiografici assegnati anche ai principali personaggi di Delitto e castigo (come di quasi tutte le sue creazioni). Razumichin si definisce «figlio di nobile», ma tende ad entrare nei ranghi della borghesia passando per la trafila del lavoro editoriale; Katerina Ivanovna si dice «una nobile povera» e in mezzo al sudicio ciarpame e alla feccia umana del tugurio di Amalija Lippevechzel conserva gelosamente le tradizioni di allieva d’un istituto per ragazze nobili; Porfirij è laureato in legge (e cioè nobile), ma fa la carriera, assai dubbia negli anni Cinquanta, di «commissario di istruttoria», cioè di agente «della polizia non segreta»; infine i piccoli Marmeladovy sono «figli di nobile» che languiscono in una spaventosa miseria.

Particolare interesse rappresenta sotto questo riguardo il personaggio principale del romanzo. Il problema dell’origine sociale di Raskol´nikov occupò Dostoevskij sin dai primi momenti del lavoro preparatorio di Delitto e castigo.

Anche nella critica egli ha attirato su di sé l’attenzione ed anzi ha dato adito a interpretazioni contraddittorie. Nella prima lettera a Katkov da Wiesbaden, nel settembre 1865, Dostoevskij comunica che il suo protagonista è «di estrazione borghese». Questa indicazione è stata accettata da alcuni studiosi, secondo i quali Raskol´nikov «proviene da una famiglia borghese povera»19. Questa circostanza sarebbe confermata dal fatto che la famiglia di Raskol´nikov è priva di qualsiasi mezzo, a parte l’insignificante pensione della vedova. Tuttavia nella minuta del romanzo troviamo un’indicazione indiretta della provenienza nobiliare del protagonista. Pul´cherija Aleksandrovna dice al figlio: «I Raskol´nikovy sono di buona famiglia, sebbene tuo padre fosse un insegnante i Raskol´nikovy sono noti da duecento anni». Nel romanzo stesso l’aspetto del protagonista («sottile e ben fatto», «fini lineamenti», «nonostante l’apparenza dimessa aveva un contegno poco confacente all’abito») testimonia anch’esso di un’origine non tanto borghese quanto aristocratica; il modo di comportarsi di chi l’avvicina («Sei un signore! – gli dicevano. – Che ti è saltato in mente di girare con una scure; non è roba da signori»); l’indicazione di Dostoevskij che il miglior amico di Raskol´nikov è un nobile («Io, vede, sono Vrazumichin; non Razumichin, come mi chiamano tutti, ma Vrazumichin, studente, figlio di nobili, e lui è un mio amico»), tutto ciò porta a concludere che la primitiva appartenenza sociale del protagonista s’è cambiata nel corso del lavoro, seppure la dichiarazione di Dostoevskij nella lettera a Katkov corrisponda a realtà, e non si spieghi con speciali considerazioni. In ogni caso nella redazione definitiva del romanzo abbiamo dinanzi non solo le fattezze delicate d’un estremo discendente di autentici nobili, ma anche il rampollo spirituale d’una serie di generazioni privilegiate, che elabora una teoria sociale perfettamente aristocratica del diritto del piú forte a signoreggiare senza riserve le creature tremanti.

Svidrigajlov.

Già negli anni ottanta uno studioso di psichiatria riconobbe la figura di Svidrigajlov come «la migliore di tutta l’opera di Dostoevskij»: «Di tutti i tipi creati da Dostoevskij solo Svidrigajlov rimarrà forse immortale» (V. Čiž, Dostoevskij kak psichopatolog [Dostoevskij come psicopatologo], Moskva 1885). Un pensiero analogo esprime uno studioso inglese di Dostoevskij, Middleton Murry: «Nel Diario d’uno scrittore e nelle sue lettere, – attesta Murry, – Dostoevskij torna sempre alla definizione del genio letterario come alla capacità di dire una “parola nuova” in letteratura. Svidrigajlov è per l’appunto la parola nuova di Dostoevskij. La creazione di questo carattere segna l’acme della sua creazione»20.

Questo grandioso risultato artistico è condizionato dal sistema globale con cui sono costruite le figure del romanzo, messe in risalto dall’attualità sociale dell’epoca. «Sono vestito decentemente e sono reputato persona non povera, – si presenta Svidrigajlov; – anche la riforma contadina ci ha risparmiati: boschi e prati irrigui, e le entrate non diminuiscono; ma…»

Chi ci sta davanti è un grosso proprietario terriero al quale la «riforma contadina» ha già limitato il patrimonio materiale e il potere personale, anche se «boschi e prati irrigui» sono rimasti nelle sue mani. Dostoevskij introduce nella sua biografia l’episodio del servo vessato, che arriva al suicidio in seguito al «sistema di persecuzioni e maltrattamenti» inflittegli dal padrone.

Negli appunti gli istinti schiavistici del protagonista si manifestano ancor piú crudamente: egli «frustava i servi» e «approfittava dell’innocenza» delle contadine. Il fatto del servo Filipp da lui spinto a impiccarsi è datato con esattezza da Dostoevskij alla fine degli anni Cinquanta: «morto per sevizie circa sei anni fa, ancora al tempo della servitú della gleba». Bisogna ricordare che la riforma contadina era stata introdotta proprio alla vigilia di Delitto e castigo. Annunziata col «Manifesto» del 1861, essa venne applicata nel 1863 quando, per testimonianza della rivista di Dostoevskij, l’88,50 per cento dei servi vennero «posti in rapporti definitivamente stabiliti con i loro ex proprietari» («Vremja» marzo 1863, «Sovr. obozr.» [«Rassegna contemp.»], pp. 87-88).

Il biennio di transizione aveva in effetti cambiato di poco le usanze padronali, e nelle riviste di Dostoevskij troviamo una serie di testimonianze del perpetuarsi delle crudeli tradizioni servili, specialmente per quanto riguarda i martirizzati servi domestici.

La rivista di Dostoevskij, rilevando che «il problema contadino è il problema nobiliare», riportava nelle sue pagine una quantità di casi caratteristici della cronaca del tempo sul «crudele trattamento inflitto dal proprietario terriero ai servi domestici» («Vremja», VII, 1864, p. 98); sul mostruoso comportamento d’un proprietario del circondario di Minsk verso alcune ragazze vissute piú di sei anni nella sua famiglia in qualità di governanti (il tentativo di picchiarle «con una pipa lunga un metro e mezzo», fuga delle ragazze, ecc.): tutto l’episodio ricorda fortemente la partenza di Dunečka dalla proprietà di Svidrigajlov, su un carro da contadini, sotto la pioggia dirotta; infine, sul suicidio d’una ragazza tredicenne, impiccatasi nella sua stanzetta con una cintura legata ad una pertica («Vremja», V, 1861, «Vn. izv.» [«Not. int.»], p. 17). La figura della nipote della Rößlich che in Delitto e castigo si strozza è «una ragazzina sordomuta di quindici o addirittura quattordici anni»; ed il personaggio a lei somigliante di Matrëška che nei Demonî si impicca, possono essere collegati alla persona realmente vissuta di Marfa Archipova, una ragazza di tredici anni della quale diede notizia a suo tempo la rivista di Dostoevskij.

Sforzandosi di introdurre il personaggio nella caratteristica atmosfera degli anni Sessanta, Dostoevskij pone sulle labbra di Svidrigajlov vari ricordi di fatti sensazionali tratti dalle riviste dell’epoca. Egli ironizza sulla «benefica pubblicità» dell’inizio del decennio, quando «da noi svergognarono pubblicamente, su tutti i giornali, un aristocratico (ho dimenticato il cognome!) che aveva frustato una tedesca in treno? Si ricorda? Inoltre in quello stesso anno, mi pare, ci fu anche “L’increscioso comportamento del ‘Secolo’” (ricorda? La lettura pubblica delle Notti egiziane. Gli occhi neri! Oh, dove sei, età dorata della nostra giovinezza!)...» Svidrigajlov fa accenno a due scandali giornalistici, che a loro tempo trovarono un’eco negli articoli del «Vremja». Scriveva il commentatore della rivista, G. Kosljaninov «... Ricordi, lettore: la ferrovia... il vagone... la tedesca» e rimandava il lettore agli articoli di Lev Kambek sulla «Severnaja pčela» («L’ape del Nord»)21. Il secondo caso si riferiva alla clamorosa campagna giornalistica contro P. I. Vejnberg, colpevole di aver commentato irrispettosamente la lettura delle Notti egiziane da parte di una dama di provincia. Si trattava di dimostrazioni della «pubblica accusa» in ordine alla nascente «questione femminile», che a quel tempo aveva mobilitato anche le energie pubblicistiche di Dostoevskij. Ma nel 1865 egli si limita ormai a fare dell’ironia sul progresso e il civismo: sulla riforma contadina e giudiziaria, sull’emancipazione delle donne, sui matrimoni civili e la benefica libertà di stampa.

Nella figura di Svidrigajlov si delinea l’elaborazione di un disegno che solo piú tardi raggiungerà in Dostoevskij pieno sviluppo. Intendiamo il caso della nipote della Rößlich, che si uccide nella soffitta, dopo essere stata «brutalmente oltraggiata da Svidrigajlov». Questo motivo della «ragazzetta oltraggiata» risuona piú volte in Delitto e castigo (la fanciulla ubriaca sul viale K., la lite fra Razumichin e Porfirij, l’incubo di Svidrigajlov prima del suicidio).

Piú tardi questo motivo sarà ripreso in tutta la sua ampiezza nei Demonî (Ipoved´ Stavrogina [La confessione di Stavrogin]). Ma già all’epoca di Delitto e castigo il tema aveva attratto la ferma attenzione dell’autore. Secondo quanto racconta Sof´ja Kovalevskaja, già nella primavera del ’65 Dostoevskij aveva raccontato a lei ed a sua sorella A. V. Korvin-Krukovskaja una scena del romanzo da lui ideato: «l’eroe, un proprietario terriero di media età, di finissima cultura», ricorda «che una volta, dopo una notte di baldoria, e stuzzicato dai suoi compagni ubriachi, stuprò una ragazzetta di dieci anni» (S. V. Kovalevskaja, Vospominanija detstva [Ricordi d’infanzia], in «Vestnik Evropy» [«Notiziario d’Europa»], VIII, 1890).

La vitalità conturbante della figura di Svidrigajlov si spiega anche con le sue origini reali. Secondo le indicazioni di Dostoevskij, il personaggio è ricalcato su un suo compagno di galera ad Omsk, Aristov22. Nel primo abbozzo del romanzo egli compare sotto questo cognome. Giovane aristocratico, non privo di cultura, bello e intelligente, con un eterno sorriso beffardo sulle labbra, egli era il compiuto tipo del bruto, «un mostro, un Quasimodo morale». Aristov

era un pezzo di carne, con denti e stomaco, e con un’inestinguibile sete dei piú rozzi e bestiali piaceri fisici, e per soddisfare il piú piccolo e capriccioso di questi piaceri era capace, col maggior sangue freddo, d’uccidere, sgozzare, in una parola di tutto, purché non ne rimanesse alcuna traccia... Era l’esempio del punto a cui può arrivare il lato fisico dell’uomo quando non sia rattenuto interiormente da alcuna norma, da alcuna disciplina.

Svidrigajlov era concepito come un Aristov cinquantenne e conservava nell’esteriore e nel carattere una serie di tratti del suo prototipo. Ma durante l’elaborazione artistica il personaggio si venne ammorbidendo fino ad acquistare alcuni segni di nobiltà morale (le preoccupazioni per Sonja ed i piccoli Marmeladovy, la rinunzia a Dunja). Dostoevskij ricorse qui ad un esperimento particolare: il tipo vivente, che l’aveva impressionato, è posto in un ambiente diverso e riceve un’età differente, pur conservando tutta l’originalità d’un’eccezionale figura umana.

Lužin.

A differenza di Razumichin, al quale i diritti di ceto e le convinzioni patriottiche aprono nel mondo sociale di Dostoevskij larghe vie verso l’iniziativa e la ricchezza, lo scrittore traccia anche il tipo, a lui profondamente antipatico, del carrierista di provenienza liberale e occidentalista, degno della stessa condanna in cui incorrono i borghesi europei bollati nelle Zimnie zametki (Annotazioni invernali). In Delitto e castigo questo tipo è Pëtr Petrovič Lužin.

Dostoevskij non risparmia i colori per rappresentare satiricamente la categoria sociale che gli è odiosa. Progressista per considerazioni di carriera, desideroso di un dispotismo completo nella vita matrimoniale, grande affarista che con le «mediazioni giudiziarie» si è fatto una notevole sostanza, perfettamente capace d’ogni falsità e calunnia – questo il borghese liberale degli anni Sessanta che tanta repulsione suscitava nello scrittore. È appunto sulle sue labbra che vengono poste, per discreditarle definitivamente, le battagliere teorie utilitaristiche dei democratici degli anni Sessanta. Mentre Lebezjatnikov, nonostante la prevenzione dell’autore, conserva i tratti della passione ideale, e sulla fine assume la vantaggiosa parte di difensore di Sonja, il «progressivo» speculatore Lužin mantiene fino in fondo la sua natura negativa.

Nella figura di questo «borghese ascendente» Dostoevskij, incline in genere a punire i propri nemici con libelli narrativi, ha voluto evidentemente bollare uno dei suoi intrattabili creditori. Il 6 giugno 1865 fu chiesto il sequestro della proprietà di Dostoevskij per il mancato pagamento di quattrocentocinquanta rubli al procuratore Pavel Lyžin. Negli annuari degli indirizzi di Pietroburgo degli anni Sessanta e negli elenchi dei procuratori del tribunale di quella città troviamo un Pavel Petrovič Lyžin. Era costui, evidentemente, uno dei creditori di Dostoevskij nel torbido periodo delle operazioni finanziarie da lui eseguite per salvare «Epocha». Il fatto della richiesta di sequestro della proprietà testimonia quasi sicuramente di precedenti rapporti personali fra creditore e debitore. Nei primi abbozzi di Delitto e castigo il fidanzato di Dunečka compare col cognome di questo creditore di Dostoevskij: «Bisogna che Lyžin, in casa di Lebezjatnikov, rimanga colpito da Sonja»23.

Poche sono le notizie che abbiamo sul prototipo di Pëtr Petrovič Lužin. Nella primavera del 1866, al momento in cui Dostoevskij stava lavorando agli ultimi capitoli di Delitto e castigo, il nome di Lyžin apparve un istante nel processo Karakozov24: «Agli accusati fu proposto di scegliersi degli avvocati, Chudjakov espresse il desiderio di avere come difensore V. P. Gaevskij, Išutin: D. V. Stasov, Jurasov: P. P. Lyžin», e cosí via. È caratteristico che di tutti gli avvocati scelti dagli accusati solo quello indicato da Jurasov abbia rifiutato la difesa: «Poiché Lyžin si rifiutò di difendere Jurasov col pretesto di non essersi mai occupato di affari penali, il giudice gli attribuí d’ufficio N. A. Timrot» (Pokušenie Karakozova [L’attentato Karakozov], Moskva 1928, p. XVII).

Da ciò possiamo concludere che Lyžin apparteneva all’ambiente dei grossi avvocati della capitale, che s’occupava esclusivamente della parte civile (ciò era considerato assai piú lucroso che non la pratica penale), e che infine egli aveva trovato necessario far mostra del proprio rifiuto di difendere uno «zaricida». I lineamenti sono scarsi, ma assai caratteristici e confermano la coincidenza del personaggio col prototipo.

Conviene pensare che Lužin come personaggio non sia scevro di alcune reminiscenze letterarie. La figura del causidico matricolato, del sudicio leguleio, del «sicofante» (cosí gratifica Lužin Katerina Ivanovna), non è priva, probabilmente, di rapporti con le maschere tradizionali degli azzeccagarbugli dei romanzi di Balzac e di Dickens. Nelle trame dell’astuto e vendicativo Pëtr Petrovič v’è qualcosa dell’implacabile artiglio dei creatori delle leggi «non scritte» nella Comédie humaine e nei quartieri malfamati di Londra25.

Katerina Ivanovna.

Proprio nel 1865 si ebbe un grosso avvenimento nella storia della lotta contro la tubercolosi. Un precursore di Koch, lo scienziato francese Vuillemin, inoculando la mucosità dei malati di petto su delle cavie, dimostrò scientificamente per la prima volta la contagiosità dei tubercoli.

Dostoevskij aveva motivi di particolare interesse per questa malattia: sua madre e sua moglie erano decedute ambedue di tisi in età relativamente giovane. La seconda di queste morti era avvenuta non molto tempo prima che Dostoevskij cominciasse a lavorare su Delitto e castigo: Marija Dmitrievna Dostoevskaja-Konstant (Isaeva per il primo matrimonio), dal 1857 moglie dello scrittore, s’era spenta infatti il 15 aprile 1864. La sua morte era stata profondamente sofferta da Dostoevskij. Il ricordo di Marija Dmitrievna agí sul romanziere quando creò la figura di Katerina Ivanovna Marmeladova.

Già nel suo primo grande romanzo, scritto dopo la Siberia, in Unižennye i oskorblënnye (Umiliati e offesi), nell’episodio dell’amorosa abnegazione del personaggio principale, – pronto a procurare, a scapito dei propri sentimenti, la felicità agli altri due – Dostoevskij rende un momento della sua vicenda sentimentale siberiana (quando s’era dimostrato disposto a favorire la felicità di Marija Dmitrievna con il maestro di Kuzneck N. B. Vergunov).

In Delitto e castigo è descritto il deperimento e la morte della Isaeva. La matrigna di Sonja rammenta la prima moglie dello scrittore sia per l’indole che per l’aspetto. Dostoevskij scrive dell’«appassionato, apprensivo e morbosamente fantasioso carattere» di Marija Dmitrievna: «ogni momento qualcosa di originale, assennato, spiritoso, ma paradossale, infinitamente buono, veramente nobile – un cavaliere in gonnella», e cosí via.

Secondo la testimonianza di A. G. Dostoevskaja, «nel personaggio di Katerina Ivanovna sono resi molti tratti del carattere di Marija Dmitrievna». Nel romanzo è dato anche un ritratto fisico della moglie di Marmeladov, evidentemente ricalcato sulla defunta moglie dello scrittore nel periodo della sua lenta agonia. Il ritratto che si conserva di Marija Dmitrievna Dostoevskaja e la descrizione del suo aspetto in alcuni memorialisti (Vrangel´, Strachov) non lasciano dubbi sul prototipo della Marmeladova. Nel destino di Katerina Ivanovna si riproducono diverse circostanze della biografia della prima moglie di Dostoevskij. La gioventú serena, il matrimonio con un inveterato ubriacone, «la sua miseria... cosí disperata», lo sviluppo della tubercolosi, gli accessi d’ira e i torrenti di lacrime di pentimento – tutti questi tratti di Katerina Ivanovna sono trascritti direttamente dal modello. Dostoevskij ha utilizzato, nella creazione di questa figura, anche qualche tratto delle lettere da Kuzneck di Marija Dmitrievna: il giorno della morte di Marmeladov Katerina Ivanovna riceve una «elemosina» – una banconota verde di tre rubli. La scena della morte della moglie di Marmeladov è descritta sotto l’impressione dell’agonia della prima moglie di Dostoevskij ed in certe singole espressioni ricorda addirittura la descrizione di questo triste avvenimento nelle sue lettere. «Per quanto posso giudicare dai racconti di Fëdor Michajlovič, – dice Anna Grigor´evna, – nonché dei suoi parenti e conoscenti, negli ultimi due anni Marija Dmitrievna non era del tutto normale. Delle manifestazioni di pazzia che precedettero la sua morte mi parlò nel 1867 un medico di Mosca, Aleksandr Pavlovič Ivanov, che la curò...»

Zosimov.

Il medico, descritto in Delitto e castigo, è significativo come una delle figure piú tipiche dell’epoca. Bazarov, Lopuchov, Dmitrij Kirsanov e gli altri «studenti in medicina» del romanzo russo degli anni Sessanta sono un segno dei tempi. Ma a differenza di questi materialisti, che distruggono spietatamente «un’enorme quantità di ranocchi» e si consacrano di solito alla ricerca scientifica, Dostoevskij raffigura un medico praticante, mondano e buontempone, che a ventisette anni già affoga nel grasso. È probabile che la fisionomia del personaggio non sia stata scelta a caso; si direbbe che in essa si prolunghi, sul piano artistico, la polemica con i radicali e che si sia voluto contrapporre all’«eroe del nostro tempo» il suo prosaico sosia.

Questo medico praticante rappresenta però nel romanzo un indirizzo assai attuale della medicina del tempo: il suo interesse alle malattie nervose e psichiche.

La specialità di Zosimov è la chirurgia, ma «si è fissato con le malattie mentali», «seguiva in modo particolare questa branca straordinariamente interessante della medicina» e ritiene anzi che «tutti siamo quasi come i matti». Si manifesta qui un tratto caratteristico dell’epoca: come per la criminalistica, negli anni Sessanta in Russia si ebbe un notevole risveglio della psichiatria. Si sottopose a una serie di riforme il carcerario regime delle «case per alienati» e nelle università russe vennero istituite cattedre di neuropatologia e psichiatria.

Delitto e castigo, scritto nel pieno di tale rinnovamento e incremento della psichiatria russa, porta su di sé le tracce di questo indirizzo del pensiero scientifico d’allora. Sin dalle prime pagine del romanzo incontriamo termini come ipocondria, monomania, melanconia, idea fissa, che testimoniano l’attenzione con cui lo scrittore-psicologo seguiva lo sviluppo di questa «branca straordinariamente interessante della medicina». La malattia di Dostoevskij stesso – l’epilessia – lo costringeva a rivolgersi a diversi medici, e al principio degli anni Sessanta anche a famosi specialisti stranieri. Tutto questo lo avvicinò indubbiamente ai problemi attuali della psichiatria ed approfondí nei suoi romanzi la descrizione dei casi di patologia mentale.

Nella letteratura specializzata è stato rilevato come Dostoevskij, con un procedimento sottile ed esatto, faccia risalire la depressione psichica di Raskol´nikov a ragioni ereditarie: sua madre muore pazza.

Caratteristico comunque è il fatto che nella società del 1865, rappresentata in Delitto e castigo, figuri un giovane dottore, incline a rivolgersi dalla sua specialità di chirurgo al nuovo indirizzo della medicina, la psichiatria.

Mikolka.

Per concludere, soffermiamoci sulla figura episodica dell’imbianchino Mikolka. Proprio lui è chiamato ad esprimere nel romanzo il dogma supremo del počvenničestvo: lo «spirito popolare» (narodnost´). Nella mostruosa città, tra gente caduta e perduta, tra predatori e vittime, tra lascivi e meretrici, tra pensatori esasperati e borghesi trionfanti, brilla per Dostoevskij, come una fiamma inestinguibile di salvezza, quest’uomo di origine campagnola, autentico figlio della terra, smarrito, ma che non perde la propria verità fra le pietre della capitale. È questo l’incrollabile fondamento sul quale il nuovo intelligent Razumichin fonderà la Russia futura.

Contadino del distretto di Zarajsk, governatorato di Rjazan´, Nikolaj Dement´ev, sospettato dell’omicidio commesso dallo studente Raskol´nikov, con tutta la sua inconscia forza morale si contrappone, secondo il pensiero dell’autore, al «teorico» avulso dal suolo popolare e colpevole di aver versato il sangue «per principio».

Rappresentato da Dostoevskij come un bonario bogatýr´26, come un «piccolo bimbo» cresciuto, il personaggio s’arricchisce delle visioni tragiche di alcuni gruppi popolari. Mikolka è seguace d’una setta religiosa, da bambino la sua casa era frequentata dai «fuggiaschi»27, lui stesso «è stato per due anni sotto la guida spirituale di un certo starec28», ed era pronto ad «accettare la sofferenza»: uccidersi o farsi mandare, innocente, ai lavori forzati29.

Il sagace Porfirij dice di lui che è «una specie di artista» e caratterizza splendidamente questo tipo popolare:

È ingenuo e molto suggestionabile. Ha cuore; è un sognatore. Sa cantare, sa ballare, e dicono che sia talmente bravo a raccontare favole che la gente viene ad ascoltarlo anche da fuori. E va a scuola, e si sbellica dalle risate se gli mostrano il dito mignolo, e si ubriaca fino a perdere i sensi, ma non per dissolutezza: cosí, a fasi, quando lo fanno bere, ancora come un bambino. [...] Era fervente di zelo, tutte le notti pregava Dio, leggeva libri antichi, «autentici», e la lettura gli ha dato alla testa. Pietroburgo ha avuto un forte effetto su di lui, soprattutto le donne, e poi il vino. È suggestionabile, e ha dimenticato lo starec e tutto.

Questa è l’ampia, sfrenata, sognante e forte «natura russa», secondo Dostoevskij, questa la caratteristica generale del popolo, vicina alle idee del Molodoj moskvitjanin (Giovane moscovita)30, alle teorie slavofile e agli intimi ideali dei počvenniki. Nelle parole di Porfirij sembra di sentire l’eco dei discorsi di Apollon Grigor´ev31, di Tertij Filippov32 e di tutti i collaboratori responsabili del «Vremja». Era lí che si studiava il problema, sfiorato da Porfirij, della vita e della morale di quegli uomini di campagna che venivano nelle grandi città e capitali in cerca d’un salario. «Appena giungono nelle capitali e nelle grandi città, appena si familiarizzano con un’altra vita e diventano di pochi rubli piú ricchi dei conterranei, eccoli lanciarsi nelle sregolatezze» («Vremja», VIII, 1862, «Sovr. obozr.» [«Rassegna contemp.»], p. 68). Ma anche la figura del bogatýr´ bonario e timido, poeta nell’animo e mistico popolare, fa continuamente capolino negli articoli e nelle pagine letterarie delle riviste di Dostoevskij. In piena epoca di rivolte contadine e di esasperata lotta per la terra e la libertà, il redattore del «Vremja» è incline a ritrarre il popolo nello stile del mugico Marej33, simile a un santo da icona. Questi lineamenti sono chiaramente riconoscibili anche nelle sembianze dell’imbianchino di Zarajsk, che per poco non espia con i lavori forzati il delitto assurdo di un nichilista.

Accanto ai grandi problemi di un’epoca di transizione, incarnati nei personaggi principali, si estrinseca nel romanzo anche il tema essenziale della pubblicistica filosofica di Dostoevskij: i contadini, ai quali egli s’avvicinò direttamente durante i lavori forzati e che furono al centro dell’attenzione, delle inquietudini e delle speranze dell’intelligencija russa dopo il 19 febbraio.

Questo l’ampio serbatoio di ragguagli sull’epoca, nelle sue piú diverse manifestazioni, dal quale l’autore di Delitto e castigo attinse allusioni, suggerimenti, «parole e parolette» e persino interi episodi e personaggi. Il romanzo è tutto penetrato dai temi del tempo. Se Le rouge et le noir di Stendhal si sarebbe dovuto intitolare, in un primo tempo, semplicemente Le 1830 per il caratteristico rispecchiamento delle correnti intellettuali e dei costumi del momento, con egual diritto Delitto e castigo si sarebbe potuto intitolare Il 1865. Indipendentemente dal suo significato extratemporale – cosí come lo concepiva Dostoevskij – è questo innanzi tutto un romanzo sull’epoca corrente.

La pubblicistica, alla quale in vari periodi della sua vita Dostoevskij fu legato, gli serví sempre di laboratorio per il suo lavoro poetico. Già nei feuilletons degli anni Quaranta passano quei temi che avranno pieno sviluppo nei primi racconti di Dostoevskij. Piú tardi il Diario d’uno scrittore sarà, similmente, un vivaio di tipi ed episodi per i Brat´ja Karamazovy (I fratelli Karamazov). Un ruolo analogo nei riguardi di Delitto e castigo ebbero le riviste di Dostoevskij «Vremja» ed «Epocha», la cui redazione doveva chiudere i battenti poco prima dell’inizio del lavoro sulla sua opera capitale.

Il romanzo, scritto da Dostoevskij negli anni 1865-1866, segnò la piena fioritura della sua energia creativa. Malgrado la nuova profondità di pensiero e la potenza tragica dei personaggi dei suoi libri posteriori, la storia di Raskol´nikov resta, nel novero delle creazioni dostoevskijane, il risultato piú alto.

È questa la prima opera dove egli riesce ad esprimersi in modo ampio, libero e completo, portando nel suo disegno tutta la penosa esperienza delle prove sofferte, ma conservando tuttavia, in certo qual modo, la primigenia freschezza delle creazioni iniziali. Si sente che il genio liberato, lungamente represso e soffocato dalle circostanze, ha finalmente per la prima volta aperto le ali in tutta la sua gigantesca estensione, librandosi liberamente nelle altezze a lui predestinate, rapito esso stesso della portata e dell’audacia del proprio volo.

Questa sensazione di ardimento giovanile e di fervido entusiasmo creativo non si ripete piú in Dostoevskij con la medesima purezza. Nei romanzi successivi si sente già, non di rado, una certa stanchezza; il tono creativo non è piú costante, né mai piú incontreremo la vibrante tensione del dramma di Raskol´nikov in tutta la sua vastità.

Delitto e castigo fissa solidamente la forma caratteristica di Dostoevskij. È, questo, il suo primo romanzo filosofico su base giudiziaria. E nello stesso tempo è un tipico romanzo psicologico, in parte anzi psicopatologico, con evidentissime tracce di romanzo poliziesco e di romanzo «nero», cioè avventuroso e lugubre, di scuola inglese (Dostoevskij era attratto, in gioventú, da quei generi letterari).

Ma esso è innanzi tutto – cosí come la prima opera di Dostoevskij – un romanzo sociale che situa nel centro degli avvenimenti e nel fuoco della dialettica i grandi temi dolenti del momento politico in tutta la tensione della battaglia ideale e delle forze storiche.

Se Dostoevskij diede al suo primo, breve romanzo sociale del 1845 la forma tradizionale di un insieme di lettere, il suo primo grande romanzo sociale del 1865 egli lo costruí nella forma complessa ed originale d’un «monologo interiore», problematico, del protagonista, intercalato da dialoghi filosofici sullo sfondo di una trama poliziesca. La prolungata ed approfondita autoanalisi di Raskol´nikov, le sue discussioni con Porfirij, Svidrigajlov, Sonja, tra l’ininterrotta schermaglia dell’omicida con la polizia e i giudici – ecco il dispiegato tessuto di Delitto e castigo.

L’arte eccelsa del romanziere si manifesta nell’intreccio organico di questa base con i temi piú brucianti della pubblicistica del tempo, che trasformano un romanzo poliziesco a base speculativa in una grandiosa epopea sociale.

Delitto e castigo è innanzi tutto il romanzo d’una grande città del XIX secolo. Lo sfondo, ampiamente svolto, della città capitalistica predetermina qui il carattere dei conflitti e dei drammi. Osterie, bettole, case di tolleranza, alberghi sordidi, commissariati, mansarde di studenti e quartieri di usuraie, vie e vicoli, cortili e retrocortili, la Sennaja ed il «fosso» – tutto ciò sembra far nascere il proposito di Raskol´nikov e segna le tappe della sua complessa lotta interiore.

Disegnando secondo la tradizione della prima «natural´naja škola» (scuola naturale)34 questo «paesaggio e genere» specificamente pietroburghese, Dostoevskij sembra calare in forme concrete l’idea astratta della sua composizione epica. Il dono figurativo di questo inimitabile incisore di visioni urbane conferisce un’impressionante nettezza alla lotta da lui dispiegata e comunica alla sua prosa quella tangibile efficacia che nel lettore suscita una sensazione di pienezza vitale e d’irresistibile autenticità.

La storia del romanzo mondiale non conosce opere dove con forza piú alta si sia realizzata la superiore missione del romanziere: incarnare un’idea, per lui grande, in figure create, e costringere a vivere intensamente quegli immaginari portatori d’un’idea filosofica immensa.

Il principio formativo di questo «resoconto di un delitto» non fu trovato di colpo. Dostoevskij annotò tre forme basilari: 1) Ich-Erzählung, cioè il racconto in prima persona; 2) la consueta narrazione da parte dell’autore, e 3) la forma composita («finisce la narrazione [dell’autore] e comincia il diario»). La prima forma di Ich-Erzählung presupponeva a sua volta due varianti: il ricordo d’un lontano delitto (di otto anni prima) oppure la confessione al momento del processo. Quest’ultima forma attraeva in particolare Dostoevskij e per lungo tempo predominò nel suo lavoro. «Sotto processo [Sono sotto processo e] racconterò tutto. Io scriverò tutto. Scrivo per me, ma che anche gli altri leggano, anche tutti i miei giudici [se lo vogliono]. Questa è una confessione [piena confessione]. Non nasconderò nulla», e cosí via.

Questa forma venne forse suggerita a Dostoevskij da Le dernier jour d’un condamné di Hugo, opera che Dostoevskij apprezzava molto. Nella prefazione a Krotkaja (La mite) egli chiama quel testo «il capolavoro di Victor Hugo». In un primo momento la storia di Raskol´nikov dovette essere concepita, con tutta probabilità, secondo la formula e nelle proporzioni del racconto di Hugo, dove la concisa confessione del condannato a morte è data con un improvviso e sconvolgente attacco: «Sono un condannato a morte» (confronta in Dostoevskij: «Sono sotto processo»). Segue, anche in Hugo, il racconto del processo da parte del condannato: «Il mio processo si trascina da tre giorni ormai; per tre giorni il mio nome e il mio delitto han radunato ogni mattina una folla di spettatori che arrivano e si siedono nell’aula, come cornacchie attorno ad un cadavere; per tre giorni m’è passata dinanzi questa fantasmagoria di giudici, testimoni, avvocati, procuratori; fantasmagoria ora ridicola, ora sanguinosa, ma sempre cupa e fatale».

In seguito Hugo intendeva dare un resoconto completo del delitto – «la mia storia». «Può darsi che io abbia ancora il tempo di scrivere per lei [la figlia bambina] alcune pagine. Legga ella un giorno, tra quindici anni, e pianga al pensiero di quest’oggi. Sí, che venga a sapere da me la mia storia, e la ragione che m’ha costretto a lasciarle un nome imporporato di sangue».

Questo piano di Hugo non ebbe sviluppo, e al centro del racconto rimase il tema della pena di morte, non piú messo in ombra da altre linee narrative. Dostoevskij decise invece di concentrare la narrazione attorno alla storia del delitto, in Hugo appena abbozzata. Questa la struttura formativa iniziale del futuro Delitto e castigo nel manoscritto di Wiesbaden. Un certo legame tra Delitto e castigo Le dernier jour d’un condamné è messo in luce anche dall’affinità esistente tra l’incubo di Raskol´nikov quando sogna la vecchia e l’analoga pagina di Hugo.

L’altra variante era di dare all’opera la forma delle memorie d’un criminale su un delitto avvenuto otto anni prima dell’inizio del racconto: «Nuovo piano. Racconto d’un assassino. Otto anni addietro (per tenerlo completamente da parte). – È successo esattamente otto anni fa, ed io voglio raccontare tutto per ordine. Cominciò che andai a impegnare da lei l’orologio...», ecc.

La difficoltà d’abbracciare tutte le germinanti possibilità narrative con un racconto di tipo Ich-Erzählung – che inevitabilmente taglia fuori ogni episodio al quale il narratore non partecipi – indusse Dostoevskij a ripensare sul sistema intrapreso.

Egli abbozzò un nuovo piano, nel quale il racconto è ormai condotto in terza persona, ma centrato sul protagonista principale (conservando in questo modo il filo della narrazione iniziale in prima persona): «Altro piano. Racconto a nome dell’autore, essere invisibile ma onnisciente, però senza abbandonare lui, Raskol´nikov, neppure per un minuto, neppure con le parole: “e fino a quel momento tutto era avvenuto senza intenzione”». Com’è noto, questo piano finí presto per trionfare, con la differenza che il personaggio centrale – il quale rimane effettivamente quasi tutto il tempo nel campo visivo del lettore – scompare in alcuni episodi dell’«epopea di Svidrigajlov» (ben poco numerosi, nell’assieme del romanzo).

Ma il principio, elaborato nel corso di queste ricerche artistiche, di raccontare a nome dell’autore possibilmente senza abbandonare il personaggio principale, comunicò a Delitto e castigo quella compattezza, unità e densità d’azione che fanno di questo romanzo, dal punto di vista compositivo, l’opera migliore di Dostoevskij.

Le tracce della primitiva Ich-Form, conservate nella redazione definitiva sotto forma di esposizione degli avvenimenti presentati quasi sempre dal punto di vista soggettivo del personaggio principale, sembrano trasformare tutto il romanzo in un originale monologo interiore di Raskol´nikov, il che dà a tutta la storia del suo delitto un valore, una tensione ed un fascino eccezionali.

La concentrazione di un ampio romanzo su un unico tema, che lo attraversa tutto con un’azione ricorrente, è stata realizzata da Dostoevskij con un magistero e una padronanza rari. Non vi sono qui le digressioni, la «molteplicità di piani» delle altre sue opere (fenomeni che disturbano evidentemente l’eleganza compositiva perfino dei Fratelli Karamazov). Tutto è collegato al centro e delimitato da una circonferenza. Sin dai primi capoversi del romanzo il lettore sa che si sta preparando un omicidio. Lungo sei capitoli egli è in completa balia dei complessi motivi del delitto e dei procedimenti pratici della sua preparazione. Subito dopo l’assassinio s’apre la complicatissima – per la sua drammaticità psicologica – lotta interiore di Raskol´nikov con la propria idea, la propria teoria, la propria coscienza; e un’altra lotta, esteriore questa, col potere impersonato da un formidabile avversario: Porfirij Petrovič. Pian piano nel dramma dell’assassino vengono coinvolti tutti quelli che gli stanno vicino, cui egli rivela da sé il proprio segreto (Razumichin, Sonja, Dunja) oppure non è in grado di celarlo (Zamëtov, Svidrigajlov, Porfirij). Le tre conversazioni con il giudice istruttore sono un esempio sommo di duello intellettuale che non ha forse equivalente artistico nella letteratura mondiale. Il calcolato cerchio «psicologico» che, invisibile e sicuro, comincia ad essere tracciato intorno a Raskol´nikov dal suo irresistibile rivale in dialettica fin dai primi giorni dopo l’assassinio, si chiude la sera temporalesca della loro ultima conversazione, dall’inizio cosí rassicurante: «Come, chi ha ucciso?… – ripeté, quasi non credesse alle sue orecchie. – Ma lei ha ucciso, Rodion Romanyč! È stato lei a uccidere… – aggiunse quasi in un sussurro, con voce assolutamente convinta». A Raskol´nikov non resta che sottomettersi all’influsso logico di Porfirij e all’ascendente morale di Sonja: egli esce nella piazza e va alla polizia a costituirsi.

La linea di sviluppo del dramma non si spezza mai né devia in episodi laterali. Tutto è messo al servizio di un’unica azione, conferendole rilievo e profondità. La tragedia senza scampo della famiglia Marmeladov è il piú forte argomento per la teoria e l’azione di Raskol´nikov insieme col motivo «svidrigajloviano» nel destino della sorella, motivo che affiora dalla lettera della madre e ben presto riceve nel romanzo un cosí pieno e profondo sviluppo. La figura e l’epopea di Svidrigajlov non costituiscono affatto un soggetto autonomo e parallelo, ma illuminano egregiamente il destino e la personalità di Raskol´nikov.

La pittura dei ritratti del romanzo si distingue per la sua eccezionale densità ed efficacia. Le fattezze dei personaggi sono rese con una particolare, concentrata forza espressiva che preannunzia le ulteriori, famose descrizioni di Stavrogin, ad esempio, o di Grušen´ka, ma senza ancora esigere dall’artista vaste tele e profonde prospettive.

In Delitto e castigo Dostoevskij è, secondo l’epiteto preferito di Puškin, un pittore «rapido». Pochi tratteggi istantanei sostituiscono le consuete pagine diffusamente descrittive. Nelle sei righe del ritratto della vecchia, il vigore d’una particolare concentrazione dei lineamenti essenziali dà un’immagine di cosí straordinaria vivezza che molte cose poco chiare o poco naturali nell’atto di Raskol´nikov sono spiegate dal ripugnante aspetto dell’odiosa usuraia.

Un magistero altissimo è rivelato anche dal ritratto di Svidrigajlov.

Era un viso strano, quasi simile a una maschera: bianco e rosso, con labbra rosse, vermiglie, con una barba biondo chiara e capelli biondi ancora piuttosto folti. I suoi occhi sembravano troppo azzurri, e lo sguardo troppo greve e immobile. C’era qualcosa di molto sgradevole in quel viso bello e, data l’età, straordinariamente giovanile. L’abito di Svidrigajlov era elegante, estivo, leggero, e particolarmente elegante era la biancheria. Al dito aveva un massiccio anello con una pietra preziosa.

Piú tardi, sviluppando questo schizzo nella famosa descrizione di Stavrogin, Dostoevskij non si limiterà piú ad alcune righe: gli occorreranno intere pagine.

Non incontreremo piú, sia nei Demonî, sia nei Fratelli Karamazov, l’esauriente brevità dei ritratti del 1866, come il disegno del personaggio principale, Raskol´nikov («era decisamente bello, di altezza superiore alla media, sottile e ben fatto, con magnifici occhi scuri e capelli castano chiari»), o l’istantanea di Lebezjatnikov («un ometto anemico e scrofoloso, piccolo di statura, impiegato da qualche parte e stranamente biondo, con fedine a forma di costoletta di cui andava molto fiero. Inoltre, gli facevano quasi sempre male gli occhi»).

Altrettanto densi e significativi i disegni di Sonja, Dunečka, Lužin, Marmeladov, Porfirij (le indimenticabili ciglia biancastre sul volto femmineo), della ragazza sul viale, dell’avvenente Duklida e della sua amica butterata, di Agaf´juška l’annegata, di Laviza Ivanovna, del tenente Poroch, di Zamëtov, di Mikolka, dell’artigiano, del militare ebreo.

Il romanzo filosofico di Dostoevskij presenta una collezione ricchissima di tipi pietroburghesi, che ci ricordano gli album o i «panorama» dei maggiori disegnatori degli anni Quaranta e Sessanta. Nei mordenti, sintetici profili di Delitto e castigo, cosí vividi e caratteristici, nonostante la presenza in essi talora d’uno stile grottesco (con due «scrivanucci fece amicizia, in sostanza, perché entrambi avevano il naso storto: uno verso destra, e l’altro verso sinistra»), Dostoevskij si rivela un originale ed acuto disegnatore dal vero. Non a caso egli apprezzava Gavarni, da lui ricordato in Umiliati e offesi35, ed in gioventú ammirava l’illustratore di Mërtvye duši (Le anime morte), Agin36, e le caricature di Nevachovič37.

Negli schizzi e nei disegni pietroburghesi di Delitto e castigo v’è qualcosa del genere originale degli incisori della metà del secolo che, col loro stile squisito, ravvivarono le descrizioni di costume delle piú diverse «fisiologie»38 della capitale.

Il carattere dei personaggi è espresso non solo nel loro aspetto esteriore, ma vien reso sottilmente da Dostoevskij anche con l’eloquio peculiare ad ognuno di essi. Giustamente Annenskij39 ha notato lo stile «curialesco» di Lužin, l’ironica trascuratezza di Svidrigajlov e l’iperbolicità esaltata di Razumichin. Né è difficile afferrare la sarcastica praticità del giudice Porfirij o l’elaborata garbatezza del parlare burocratico di Marmeladov, abbondantemente infiorato di slavismi chiesastici onde dipingere con piú vigore la sconvolgente storia della sua caduta e del suo tormento. Se non il lessico medesimo, per lo meno il «gesto lessicale», l’intonazione fondamentale dei personaggi sono resi nel romanzo con indelebile originalità.

Accanto a modelli di pittura di ritratti e di genere, il romanzo offre capolavori di paesaggio urbano nella descrizione delle «vie interne» della capitale, con il loro fetore e la loro polvere, con la loro popolazione di operai e d’artigiani, con le osterie ed ogni altro «esercizio» d’infimo ordine.

«La triste, ripugnante e fetida Pietroburgo, – scriveva Dostoevskij nel pieno del lavoro su Delitto e castigo, – durante l’estate s’addice al mio umore e potrebbe persino darmi un po’ di falsa ispirazione per il romanzo»... Una serie di studi preparatori in questa direzione era stata realizzata dall’artista in precedenti opere. Il quadro di Pietroburgo in Delitto e castigo porta a compimento tutta la serie di disegni dostoevskiani contenuti nelle novelle giovanili e nel primo romanzo dopo la galera: Umiliati e offesi.

Ma veri studi per le future acqueforti cittadine di Delitto e castigo vanno considerati i feuilletons del giovane Dostoevskij, con i loro caratteristici abbozzi d’una Pietroburgo estiva, avvolta «d’una tenue polvere bianca»...

Nel romanzo del 1865 i tratti appena accennati di questi primi abbozzi trovano pieno sviluppo, e i fuggevoli schizzi vengono slargati in un panorama ampio. I quadri squallidi e ripugnanti della piazza Sennaja e delle vie Meščanskie sono accentuati per forza di contrasto dalla visione di Sant’Isacco e dei lungofiume, del palazzo imperiale e dei viali. Strade e piazze, vicoli e canali non solo servono di sfondo all’azione, ma penetrano quasi, coi loro contorni, nei propositi e nelle azioni dei personaggi. La città domina di continuo gli uomini e grava sui loro destini.

In Delitto e castigo il dramma interiore viene portato, con originale procedimento, nelle affollate vie e piazze di Pietroburgo. L’azione non fa che gettarsi dalle strette e basse stanzucce nel fragore dei rioni cittadini. È nella strada che scende ad immolarsi Sonja, qui cade esanime Marmeladov, sul selciato scorre il sangue di Katerina Ivanovna, nel prospekt davanti alla torre di guardia dei pompieri si spara Svidrigajlov, sulla piazza Sennaja Raskol´nikov riconosce pubblicamente la propria colpa. Case alte, vicoli angusti, giardinetti polverosi e ponti ricurvi – tutta la complessa costruzione d’una grande città della metà del secolo si erge con la sua pesante e implacabile mole dinanzi a un uomo che sogna gli illimitati diritti e possibilità dell’intelletto solitario. Pietroburgo è inscindibile dal dramma personale di Raskol´nikov: è il tessuto sul quale ricama i propri arabeschi la sua crudele dialettica. La capitale zarista lo succhia dentro le sue bettole, i suoi commissariati, i ristoranti, gli alberghi. Se sopra tutta questa schiuma della vita, con i suoi alcolizzati, i corruttori di minorenni, le prostitute, le usuraie, i poliziotti, la tubercolosi, le malattie veneree, gli assassini e i pazzi, si alza severo col rabesco delle sue linee architettoniche la città dei costruttori e scultori famosi, slargando sontuosamente il suo «splendido panorama» e spandendo disperatamente «un alito sordo e muto»... Tra il Mednyj vsadnik (Il cavaliere di bronzo)40 e il Nevskij prospekt41 e Peterburg (Pietroburgo) di Belyj, Delitto e castigo resterà forse la dipintura piú ardita della «granitica città della gloria e della sciagura».

Sappiamo, dai primi abbozzi di Delitto e castigo, che Dostoevskij si era posto un compito vastissimo: «scavare a fondo, in questo romanzo, tutti i problemi». Compito che potrebbe sembrare insolubile, specialmente se prendiamo in considerazione l’economia compositiva del libro. Tanto piú meraviglia che il compito sia stato dal romanziere pienamente assolto. «A fondo», effettivamente, sono stati scavati «tutti i problemi»; tanto quelli che agitano la mente umana d’ogni epoca, quanto quelli che attrassero l’attenzione dei contemporanei proprio verso la metà degli anni Sessanta.

Se Dostoevskij, con straordinaria acutezza e intensità, ha posto in primo piano i suoi problemi filosofici sui diritti illimitati d’una personalità forte, sul sacrificio grande del proprio onore, sulla rinascita d’una coscienza esasperata grazie all’infinita bontà dell’«eterna Sonečka», dell’«eterno femminino», sui confini del bene e del male, fissati nella psicologia stessa e nelle leggi dell’umana convivenza, abbiamo anche visto che il romanziere ha saputo introdurre parallelamente nella sua opera i temi brucianti dell’epoca: la «piaga dell’ubriachezza», la riforma giudiziaria, i «servi domestici», la crisi monetaria, il nichilismo, i nuovissimi problemi della criminalistica e della psichiatria.

Con la generosità e lo slancio universale d’una Comédie humaine Dostoevskij, nell’ambito d’un solo romanzo, ha dispiegato un’eccezionale dovizia di caratteri umani ed ha mostrato da cima a fondo un’intera società con i suoi funzionari, proprietari, studenti, usurai, avvocati, giudici, medici, borghesi, artigiani, preti, tavernai, ruffiani, poliziotti e galeotti. È tutto un mondo di figure rappresentative di ceti e professioni, legittimamente incluso nella storia d’un assassinio ideologico.

L’ampiezza del respiro si manifesta anche nella netta impostazione dei temi basilari di Dostoevskij, che sembrano esorbitare dai limiti d’una determinata opera per dominare in tutta l’attività creativa del romanziere. In Delitto e castigo vengono sviluppati i motivi delle sue opere precedenti, mentre appaiono chiaramente idee e figure dei futuri grandi romanzi. Il tema del «pauperismo», della «povera gente», dei germogli calpestati della grande città, tema che aveva determinato l’opera giovanile di Dostoevskij, raggiunge il piú alto grado di espressione artistica nella descrizione della famiglia Marmeladov. L’autenticità della tragedia sorpassa qui incommensurabilmente le figure dei Devuškin e dei Procharčin, raggiungendo un livello artistico cui non sono giunti tuttavia i personaggi della famiglia Snegirëv nei Fratelli Karamazov, dove l’enorme esperienza del grande artista non può rimpiazzare l’immediata drammaticità poetica delle figure di Sonja, di Katerina Ivanovna e del «funzionario dalla bottiglia».

Nello stesso tempo anche l’acuto interesse psichiatrico dell’autore del Dvojnik (Il sosia) e della Chozjajka (La padrona) per i fenomeni morbosi di sdoppiamento della personalità, di svariate manie e di ipnosi si svolge, nel romanzo del 1865, in quadri patologici di straordinario effetto artistico e di profondo significato scientifico.

Ma anche il tema dominante del delitto, dell’assassinio, del sangue e l’ineluttabile nemesi che l’accompagna, la «vendetta» del castigo sono preannunziati dalle precedenti opere di Dostoevskij. Queste pagine del romanzo si alimentano soprattutto della grandiosa esperienza delle Memorie di una casa morta, dove è raccolto un materiale ricchissimo riguardante la psicologia del delinquente e la prassi del delitto, e dove si trovano immortali quadri del carcere, che riecheggiano come un profondo Leitmotiv nella storia di Raskol´nikov e nell’epopea di Svidrigajlov.

Ed infine, gli immediati prolegomeni, quasi l’artistica introduzione a Delitto e castigo, sono le Memorie del sottosuolo, scritte subito prima del romanzo. Esse produssero una forte impressione su Apollon Grigor´ev, il quale riconosceva che l’artista aveva trovato la sua maniera appunto con quell’opera: «Cosí tu devi scrivere», questo fu il precetto del critico morente al suo amico romanziere. Dostoevskij seguí quel consiglio. Delitto e castigo è uno svolgimento approfondito delle Memorie del sottosuolo. Come l’uomo del sottosuolo, Raskol´nikov si distacca dal mondo per fare un’illimitata critica delle sue incrollabili leggi conformemente al proprio libero volere, e in questo isolamento dagli uomini – tormentato mentalmente e spiritualmente sfinito – egli si rivolge, in cerca di salvezza, ad una ragazza di strada, dalla quale riceve in risposta alle sue torture morali il dono grande della comprensione e della compassione. In tutta una serie di momenti essenziali Delitto e castigo è un ulteriore sviluppo delle Memorie del sottosuolo, complicate dalla tragedia dell’assassinio e da tutto il complesso di problemi psicologici e morali ad esso collegati.

Ma, pur compenetrato dei motivi primi del «Dostoevskij giovane», il romanzo preannunzia anche le tappe successive del suo pensiero creativo. Il problema di Raskol´nikov sul potere e sul denaro viene posto di nuovo nell’Adolescente. La figura di Lebezjatnikov – primo tentativo di pamphlet, in forma ancora d’abbozzo, contro i nichilisti – accenna già il tratto sicuro dei Demonî, cui gli avvenimenti politici del 1869 aggiungeranno nuova energia satirica. In particolare la figura di Dunečka, approfondendo notevolmente lo schizzo della «fanciulla orgogliosa» creato contemporaneamente nell’Igrok (Il giocatore), annunzia lo sviluppo del tipo in Aglaja e in Katja Verchovceva.

Nello stesso tempo la storia di Raskol´nikov stabilisce la nuova, ultima «geniale» maniera di Dostoevskij, che svilupperà d’ora in poi una serie di grandi composizioni filosofiche sotto forma di affascinanti romanzi polizieschi. Lo stesso Raskol´nikov è, in Dostoevskij, il primo tipo di «filosofo-criminale», destinato a subire in seguito una serie di varianti, sino al nuovo approfondimento del personaggio nella figura dell’assassino intellettuale e dell’eletto pensatore del suo ultimo romanzo. Ed infine, il sogno finale di Raskol´nikov – quasi a svolgere uno dei pensieri delle Memorie del sottosuolo – è un groviglio di motivi che riceveranno risonanza dominante nei Demonî, nella Mite, nel Son smešnogo čeloveka (Sogno d’un uomo ridicolo), nel Velikij inkvizitor (Grande inquisitore). L’ampio romanzo del 1865 raccoglie come in un punto focale i raggi del pensiero di Dostoevskij, sparsi nelle sue opere tra gli anni Quaranta e Settanta.

Data questa complessità della tematica interiore, assolutamente straordinario per la sua integrità e pienezza è il tono fondamentale della narrazione. Si direbbe che esso assorba in sé tutte le intonazioni e le sfumature d’ogni figura e scena – i motivi cosí eterogenei di Sonja, di Svidrigajlov, di Raskol´nikov, di Marmeladov, della vecchia – per fonderli insieme e, in un continuo ritorno a questi temi dominanti e avvicendantisi, conferire al romanzo quasi la forma sinfonica della Pietroburgo del tempo, che scioglie l’enorme molteplicità dei suoi suoni nell’unica, possente totalità della tragedia di Raskol´nikov.

LEONID GROSSMAN42

1 Literaturnyj fond, organizzazione per l’aiuto degli scrittori bisognosi fondata nel 1859.

2 Il giornale rivoluzionario di A. Herzen e N. Ogarëv, edito a Londra prima e a Ginevra poi (1857-67).

3 Il «Manifesto» del 19 febbraio 1861 che sanciva la fine della servitú della gleba in Russia, danneggiando però, nello stesso tempo, gli interessi dei contadini ex servi.

4 OTTO KAUSDostojewsky und sein Schicksal, Berlin 1923, pp. 64-119 [N. d. A.].

5 Cioè dopo la guerra crimeana.

6 Protagonista di Otcý i deti (Padri e figli).

7 Marevo, romanzo «antinichilista» di V. Kljušnikov (1841-92); Čto delat´?, romanzo di N. Černyševskij (1828-89); V svoëm kraju, romanzo di K. N. Leont´ev (1831-91); Mudrënoe delo, romanzo «antinichilista» di N. Achšarumov (1819-93); Nekuda, romanzo «antinichilista» di N. Leskov (1831-95).

8 «Epocha», I, 1865, Zametki letopisca. Novye ljudy (Note d’un cronista. Gli uomini nuovi). L’articolo è di N. Strachov [N. d. A.].

9 Dalla parola russa počva, terreno, suolo. Cosí si chiamava la tendenza ideologica e politica che, negli anni Sessanta, trovò i suoi rappresentanti piú ragguardevoli in F. Dostoevskij, N. Strachov, A. Grigor´ev.

10 Il raznočinec è l’intelligent, che non fa parte della nobiltà, ma deriva da altri strati sociali: piccola borghesia, mercanti, clero, contadini, e s’afferma nella scena storica russa alla metà dell’Ottocento. Raznočincy furono uomini come Černyševskij e Dobroljubov.

11 «Molodaja Rossija» («Giovane Russia») è il nome d’uno dei manifesti radicali russi degli anni Sessanta (fu stampato nel maggio 1862). Il manifesto incitava all’abbattimento della monarchia e alla costituzione di una repubblica democratica. N. Černyševskij ritenne avventata la pubblicazione della «Molodaja Rossija» che, come egli aveva previsto, serví al governo zarista per intensificare le misure reazionarie e oppressive.

12 M. I. Butaševič-Petraševskij (1821-66) fu il fondatore e il capo del circolo politico degli anni Quaranta che da lui prende nome (petraševcy). Il circolo, che svolse la sua attività sotto l’influsso delle idee di V. Belinskij e del socialismo utopistico europeo-occidentale, fu sciolto nell’aprile del 1849 con l’arresto dei suoi membri, tra i quali Dostoevskij stesso.

13 Personaggi di Che fare?

14 Con l’espressione malye dela (piccole cose, piccole opere) si designa quello stato di meschina attività sociale, priva di ideali e prospettive, che caratterizzò la vita russa degli anni ottanta dopo lo smorzarsi del grande slancio rivoluzionario.

15 Già il titolo stesso del romanzo ci indirizza alle riviste di Dostoevskij. Proprio su «Vremja» (III, 1863, pp. 17-53) era stato pubblicato un lungo articolo d’un certo V. Popov dal titolo Prestuplen´ja i nakazan´ja (Eskizy is istorii ugolovnogo prava) (Delitti e castighi [Schizzi di storia del diritto penale]). Dalle riviste dell’epoca è preso, verosimilmente, anche il cognome di uno dei personaggi centrali: Svidrigajlov. Esso viene citato su «Iskra» («La scintilla») (1861, n. 24, 30 giugno, p. 359) [N. d. A.].

16 Il primitivo titolo del romanzo era P´janen´kie (Gli ubriaconi).

17 Sergej G. Nečaev, rivoluzionario russo (1847-82). Un episodio dell’attività di cospirazione del gruppo nečaeviano offrí a Dostoevskij lo spunto per il romanzo Besy (I demonî).

18 L’articolo fu rivisto, verosimilmente, da Dostoevskij. L’espressione: «ty stušueš´sja» («tu te la batti») tradisce la sua penna (il termine «stuševat´sja» era stato introdotto in letteratura da Dostoevskij; vedi a questo proposito il Dnevnik pisatelja (Diario d’uno scrittore). Il cognome Lacenaire viene ricordato da Dostoevskij negli appunti del Podrostok (L’adolescente): «L’adolescente va nella notte infernale e pensa a Lacenaire». Anche nell’Idiot (L’idiota): «guardatevi da questi Lacenaire di casa nostra!» [N. d. A.].

19 A. G. CEJTLIN, Prestuplenie Rodiona Raskol´nikova (Il delitto di Rodion Raskol´nikov), in Prestuplenie i nakazanie (Delitto e castigo), Giz, p. 454 [N. d. A.].

20 J. MIDDLETON MURRYFyodor Dostoevsky. A critical study, London 1916, p. 116 [N. d. A.].

21 Giornale pietroburghese di tendenza governativa semiufficiosa (1825-1864).

22 Nel testo delle Zapiski iz mërtvogo doma (Memorie di una casa morta) egli è chiamato A-v. Il suo cognome (Aristov) è annotato da A. G. Dostoevskaja nella Kniga dlja zapisyvanija knig i gazet v moej biblioteke (Quaderno per il catalogo dei libri e dei giornali della mia biblioteca). Cfr. Seminarij po Dostoevskomu (Seminario su Dostoevskij), M.-P. 1923, p. 69 [N. d. A.].

23 Iz archiva F. M. Dostoevskogo. «Prestuplenie i nakazanie». Neizdannye materialy (Dall’archivio di F. M. Dostoevskij. «Delitto e castigo». Materiali inediti), M.-L. 1931, p. 72 [N. d. A.].

24 Dmitrij V. Karakozov (1840-66), terrorista russo. Fu impiccato per un attentato contro Alessandro II.

25 V. L. Komarovič, riferendosi ai ricordi della nipote di Dostoevskij M. A. Ivanova, ritiene che il prototipo di Lužin sia il cognato dello scrittore, A. P. Karepin («Literaturnoe nasledstvo» [«L’eredità letteraria»], 1934, n. 15, pp. 273-81). Ma nelle memorie della Ivanova come prototipo di Lužin è indicato non il figlio di A. P. Karepin, Aleksandr Petrovič, bensí il cognato Vasilij Christoforovič Smirnov («Novyj mir» [«Mondo nuovo»], III, 1926, p. 144) [N. d. A.].

26 L’eroe dei canti popolari russi (byliny).

27 I fuggiaschi (beguný) sono una setta religiosa russa: fanno vita errante, rompendo ogni legame con la società costituita.

28 Monaco di santa vita, eremita.

29 È possibile che questo tratto del carattere di Mikolka si leghi con l’impressione che Dostoevskij ricevette dal poema di Majkov Strannik (Il pellegrino). Il 16 novembre 1866 Dostoevskij scrisse di questa «scena drammatica»: «Tre personaggi, tutti e tre “dissidenti fuggiaschi” (Raskol´niki beguný). Ed è la prima volta che nella nostra poesia si prende un tema dalla vita dei “dissidenti”. Come è nuovo ed efficace! e che forza di poesia» [N. d. A.].

30 Il «Moskvitjanin» fu una rivista reazionaria di tendenza nettamente antioccidentalista. Povera di energie intellettuali, essa acquistò una certa vivacità solo nel periodo 1850-53, quando si creò la cosiddetta «giovane redazione» intorno a A. N. Ostrovskij e A. A. Grigor´ev.

31 Critico e poeta russo (1822-64), uno dei teorici del počvenničestvo.

32 Pubblicista di tendenza slavofila (1825-99). Raccolse con amore i canti popolari russi.

33 Personaggio di un racconto di Dostoevskij.

34 Con questa espressione, coniata per spregio dal letterato reazionario F. Bulgarin (1789-1859), fu chiamato l’insieme degli scrittori realisti russi degli anni Quaranta, che avevano risentito delle idee di V. Belinskij. La «natural´naja škola» fu assai eterogenea, comprendendo scrittori come Dostoevskij e Turgenev, Gončarov e Nekrasov, Grigorovič e Herzen.

35 Nella biblioteca di Dostoevskij si trovava la raccolta di disegni di Gavarni, Masques et visages, Paris 1857 [N. d. A.].

36 Aleksandr A. Agin (1817-75), noto disegnatore e illustratore russo.

37 Michail L. Nevachovič (1817-50), disegnatore ed editore di un album di caricature, Eralaš (Il guazzabuglio), che uscí quattro volte l’anno dal 1846 al 1849 a Pietroburgo.

38 «Fiziologičeskie očerki» («Saggi fisiologici») si chiamarono le descrizioni di aspetti e tipi della vita urbana che, sull’esempio di analoghe ricerche letterarie francesi e inglesi, si diffusero negli anni Trenta e Quaranta in Russia.

39 Innokentij F. Annenskij (1856-1909), uno dei piú originali poeti russi del Novecento. A lui si devono alcune penetranti pagine critiche su Dostoevskij.

40 Poemetto di Aleksandr S. Puškin.

41 Racconto di Nikolaj V. Gogol´.

42 Leonid Petrovič Grossman (Odessa 1888 - Mosca 1965) è stato uno dei maggiori studiosi sovietici della vita e dell’opera di Dostoevskij. Il presente saggio, dal titolo originale Gorod i ljudi «Prestuplenija i nakazanija», pubblicato in F. Dostoevskij, Delitto e castigo, trad. di Alfredo Polledro, Einaudi, Torino 1981, è stato tradotto e annotato da Gigliola Venturi (le note dell’autore sono indicate con [N. d. A.]).

Il titolo, Prestuplenie i nakazanie, è ispirato al trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, tradotto in russo nel 1803 (O prestuplenijach i nakazanijach), e riprende quello di un saggio di V. Popov, Prestuplenija i nakazanija. Eskizy iz istorii ugolovnogo prava («I delitti e le pene. Schizzi di storia del diritto penale»), pubblicato nel 1863 sulla rivista «Vremja» dei fratelli Dostoevskij. La parola nakazanie, però, non indica esclusivamente la pena in senso giuridico, ma anche la «punizione», il «castigo» in senso piú ampio, morale e metafisico, e in questo duplice significato la usa Dostoevskij in una lettera all’editore Katkov del settembre 1865: «Nel mio romanzo, inoltre, c’è l’accenno all’idea che la pena giuridica comminata per il delitto spaventa molto meno il reo di quanto credano i legislatori, in parte anche perché lui stesso la esige moralmente». Il titolo originale ha quindi un significato certamente piú complesso ed evocativo di quel che non sarebbe un italiano «Il delitto e la pena». E infatti fin dalla prima traduzione italiana (Il delitto e il castigo, 1889), anche per l’influenza della versione francese su cui era stata condotta (Le crime et le châtiment), si è affermata la tradizione di dare al romanzo il titolo con cui è ancora oggi conosciuto: Delitto e castigo.


Parte prima


1.

In una torrida giornata di inizio luglio, verso sera, un giovane lasciò l’abbaino che aveva in subaffitto in vicolo S.1, uscí in strada e lentamente, quasi incerto, s’incamminò verso il ponte K…n2.

Sulle scale evitò felicemente l’incontro con la padrona di casa. L’abbaino si trovava proprio sotto il tetto di un alto palazzo di cinque piani e somigliava piú a un armadio che a un’abitazione. Quanto alla padrona di casa che gli affittava quel buco, vitto e pulizie compresi, abitava una rampa di scale sotto, in un alloggio a parte, e ogni volta, uscendo in strada, al giovane toccava per forza passare davanti alla sua cucina, la cui porta era sempre spalancata sulle scale. E ogni volta, passandole davanti, provava una sensazione morbosa e codarda, di cui si vergognava e che gli provocava una smorfia. Era molto in arretrato con l’affitto e temeva di incontrare la padrona.

Non che fosse cosí pauroso e intimidito, tutt’altro; ma da un po’ di tempo si trovava in uno stato di irritabilità e tensione che somigliava all’ipocondria. Si era talmente sprofondato in se stesso e isolato da tutti, che temeva qualunque incontro, non solo con la padrona di casa. Era oppresso dalla povertà; ma negli ultimi tempi non gli pesavano piú neppure le ristrettezze in cui viveva. Aveva smesso del tutto di occuparsi delle sue faccende piú urgenti, né voleva occuparsene. In realtà, non aveva affatto paura della padrona di casa, qualunque cosa potesse tramare contro di lui. Ma fermarsi sulle scale, ascoltare ogni sorta di stupidaggini su tutte quelle banalità quotidiane che non gli interessavano affatto, tutte quelle insistenze importune sull’affitto, le minacce, le lamentele, e intanto cercare scappatoie, scusarsi, mentire… no, meglio sgattaiolare in qualche modo per le scale e svignarsela senza farsi vedere.

Del resto, stavolta la paura dell’incontro con la sua creditrice meravigliò perfino lui, quando si ritrovò in strada.

«Voglio tentare un’azione del genere e poi ho paura di queste sciocchezze! – pensò con uno strano sorriso. – Hmm… sí… tutto è nelle mani dell’uomo, e tutto egli si lascia sfuggire, unicamente per vigliaccheria… è un assioma… Curioso: che cosa temono piú di tutto gli uomini? Di fare un passo nuovo, di pronunciare una parola nuova, ecco cosa temono di piú… Del resto, chiacchiero troppo. Non faccio niente proprio perché chiacchiero. O forse invece è vero il contrario: chiacchiero perché non faccio niente. È in quest’ultimo mese che ho imparato a chiacchierare, disteso per giorni interi in un angolo a pensare… alle favole. E adesso perché sto andando là? Sono forse capace di quello? È forse una cosa seria, quella? Non è affatto seria. Cosí, mi gingillo per dar sfogo alla fantasia; giochetti! Sí, forse sono solo giochetti!»

Per strada il caldo era terribile, e inoltre l’afa, la ressa, ovunque calce, impalcature, mattoni, polvere, e quel particolare puzzo estivo cosí noto a ogni pietroburghese che non ha la possibilità di prendere in affitto una casa in campagna: tutto ciò colpí sgradevolmente i nervi già scossi del ragazzo. Il lezzo insopportabile proveniente dalle bettole, particolarmente numerose in quella parte della città, e gli ubriachi che s’incontravano di continuo, nonostante la giornata feriale, completarono la ripugnante e triste coloritura del quadro. Un senso di disgusto profondissimo balenò per un istante nei fini lineamenti del giovane. A proposito, era decisamente bello, di altezza superiore alla media, sottile e ben fatto, con magnifici occhi scuri e capelli castano chiari. Ma presto parve sprofondare nei suoi pensieri, o per meglio dire in una sorta di sopore, e proseguí senza piú notare ciò che lo circondava, e senza volerlo notare. Solo di tanto in tanto borbottava qualcosa fra sé, per quell’abitudine ai monologhi che si era appena rimproverato. In quel momento si rendeva conto che i suoi pensieri a tratti si confondevano e che era molto debole: erano già due giorni che non mangiava quasi nulla.

Era talmente malvestito che chiunque, anche avvezzo alla miseria, si sarebbe vergognato a uscire di giorno con simili stracci. Del resto, in quel quartiere era difficile stupire qualcuno con il proprio abbigliamento. La vicinanza di piazza Sennaja, l’abbondanza di locali di un certo tipo e la popolazione prevalentemente operaia e artigiana, ammassata in quelle vie e in quei vicoli del centro di Pietroburgo, a volte arricchivano il panorama generale con soggetti cosí pittoreschi, che sarebbe stato perfino strano stupirsi incontrando certe figure. Ma nell’animo del giovane si era ormai accumulato tanto rabbioso disprezzo che, nonostante la sua suscettibilità, talvolta tipicamente giovanile, non aveva nessun ritegno a mostrare i propri stracci per strada. Altra cosa se avesse incontrato certi conoscenti o compagni di un tempo, che in generale preferiva evitare… Ma quando un ubriaco che stavano trasportando, chissà dove e perché, su un’enorme carretta trainata da un gigantesco cavallo da tiro, a un tratto gli gridò: «Ehi, tu, cappellaio tedesco!», e si mise a urlare a squarciagola indicandolo con la mano, il giovane si fermò di colpo e si afferrò convulsamente il cappello. Era un cappello alto, rotondo, comprato da Zimmermann, ma ormai liso, addirittura rossiccio, tutto buchi e macchie, senza falde e ammaccato su un lato in modo abominevole. Ma non era stata la vergogna ad assalirlo, bensí tutt’altra sensazione, simile perfino allo spavento. «Lo sapevo! – borbottava confuso. – Proprio come pensavo! È questo il peggio! Una sciocchezza qualsiasi, la piú banale delle inezie, può rovinare tutto il progetto! Sí, un cappello che dà troppo nell’occhio… Ridicolo, e perciò dà nell’occhio… Per i miei stracci ci vuole assolutamente un berretto a visiera, anche una vecchia frittella, ma non questo mostro. Nessuno porta cappelli del genere, lo noteranno a un miglio di distanza, lo ricorderanno… è questo il punto, lo ricorderanno, ed è già un indizio. Qui bisogna passare il piú possibile inosservati… Le inezie, le inezie sono l’essenziale!… Sono proprio queste inezie a rovinare sempre tutto…»

Non doveva camminare molto; sapeva perfino quanti passi dal portone di casa sua: esattamente settecentotrenta. Li aveva contati una volta che si era lasciato andare alle fantasticherie. Allora non credeva neppure a quei suoi sogni e si esasperava soltanto con la loro orrenda ma seducente temerarietà. Ora invece, un mese dopo, cominciava già a vedere le cose diversamente e, nonostante i monologhi sulla propria debolezza e indecisione con cui si punzecchiava, senza volerlo si era ormai abituato a considerare il sogno «orrendo» come un’impresa concreta, anche se non credeva ancora a se stesso. Anzi, ora stava andando a fare una prova della sua impresa, e a ogni passo sentiva crescere l’agitazione.

Con il cuore in gola e un tremito nervoso si avvicinò a un palazzone smisurato, che dava con un muro sul canale e con un altro su via …ja3. L’edificio era tutto composto da piccoli appartamenti e popolato da artigiani di ogni specie: sarti, fabbri, cuoche, tedeschi vari, ragazze che facevano la vita, piccoli impiegati e simili. Sotto i due androni e nei due cortili del palazzo c’era un continuo viavai di gente. Vi lavoravano tre o quattro portinai. Il giovane fu molto soddisfatto di non incontrarne nessuno, e inosservato sgusciò subito a destra del portone, sulla scala. Era buia e stretta, «di servizio», ma lui sapeva e aveva già studiato tutto, e la situazione gli piaceva: con quel buio era innocuo anche uno sguardo curioso. «Se ho tanta paura adesso, che cosa accadrebbe se davvero riuscissi ad arrivare all’azione?…», pensò senza volerlo, mentre saliva al quarto piano. Qui gli sbarrarono il passo alcuni facchini, soldati in congedo, che trasportavano dei mobili fuori da un appartamento. Sapeva già che ci abitava un tedesco con famiglia, un impiegato. «Dunque il tedesco sta traslocando, e dunque al quarto piano, su questa scala e su questo pianerottolo, per qualche tempo resta occupato solo l’appartamento della vecchia. È un bene… per ogni evenienza…», pensò di nuovo, e suonò alla porta della vecchia. Il campanello tintinnò piano, come se fosse fatto di latta, anziché d’ottone. In simili appartamentini di simili caseggiati ci sono quasi sempre campanelli cosí. Aveva già dimenticato il suono di quello in particolare, e ora fu come se gli ricordasse e gli ripresentasse chiaramente qualcosa… Sussultò, tanto i suoi nervi si erano ormai indeboliti. Poco dopo, la porta si aprí di una minuscola fessura: dallo spiraglio l’inquilina squadrava il nuovo venuto con palese diffidenza, e si vedevano solo i suoi occhietti che luccicavano nel buio. Ma avendo visto molta gente sul pianerottolo, si rassicurò e aprí del tutto. Il giovane varcò la soglia ed entrò nell’anticamera buia, divisa da un tramezzo, oltre il quale c’era una minuscola cucina. La vecchia gli stava davanti senza parlare e lo guardava con aria interrogativa. Era una vecchietta sparuta, secca, sulla sessantina, con occhietti puntuti e cattivi, con un piccolo naso puntuto e il capo scoperto. I suoi capelli biondissimi, che cominciavano appena a incanutire, erano abbondantemente unti d’olio. Intorno al suo collo sottile e lungo, simile a una zampa di gallina, era arrotolato un cencio di flanella, e sulle spalle, nonostante la calura, le ballonzolava una giacchetta bordata di pelliccia, tutta logora e ingiallita. La vecchietta tossiva e gemeva di continuo. Il giovane dovette guardarla con uno sguardo particolare, perché negli occhi di lei balenò di nuovo la diffidenza di prima.

– Raskol´nikov, studente, sono stato da lei un mese fa, – si affrettò a bofonchiare il giovane con un mezzo inchino, ricordando che doveva essere gentile.

– Mi ricordo, signor mio, mi ricordo benissimo che è stato qui, – disse distintamente la vecchia, sempre senza staccargli dal viso quegli occhi interrogativi.

– E cosí, ecco… sono tornato, per un altro affaruccio… – continuò Raskol´nikov, un po’ confuso e stupito dalla diffidenza della vecchia.

«Può anche darsi che sia sempre cosí, solo che l’altra volta non ci avevo fatto caso», pensò con una sensazione sgradevole.

La vecchia tacque un po’, come soprappensiero, poi si fece da parte e, indicando la porta della stanza e lasciando passare prima l’ospite, disse:

– Entri, prego.

La stanza non grande in cui entrò il giovane, con carta da parati gialla e gerani e tendine di mussola alle finestre, era in quel momento vivamente illuminata dal sole al tramonto. «Anche  allora , dunque, ci sarà tanto sole!…», si scoprí a pensare Raskol´nikov, e con un rapido sguardo abbracciò tutta la stanza, per studiarne il piú possibile la disposizione e cercando di memorizzarla. Ma nella stanza non c’era nulla di particolare. I mobili, tutti molto vecchi e di legno giallo, consistevano in un divano con un’enorme spalliera arcuata di legno, un tavolo ovale davanti al divano, una pettiniera con un piccolo specchio nello spazio tra le finestre, qualche sedia lungo le pareti e due o tre quadretti da quattro soldi in cornici gialle, raffiguranti signorine tedesche con uccellini in mano: tutto qui l’arredamento. In un angolo davanti a una piccola immagine ardeva una lampada. Tutto era pulitissimo: sia i mobili, sia i pavimenti erano tirati a lucido; tutto brillava. «Opera di Lizaveta», pensò il giovane. Non c’era un solo granello di polvere in tutto l’appartamento. «È dalle vedove cattive e anziane che di solito c’è tanta pulizia», si disse Raskol´nikov, e sbirciò con curiosità la tenda di cotonina stampata davanti alla porta della seconda, minuscola stanzetta, dove c’erano il letto e il cassettone della vecchia, e dove lui non si era mai affacciato. L’intero appartamento consisteva di quelle due stanze. – Cosa desidera? – pronunciò severamente la vecchietta, entrando nella stanza e piazzandosi come prima proprio davanti a lui, per guardarlo dritto in faccia. – Ho portato un oggetto da impegnare, ecco! – E Raskol´nikov estrasse dalla tasca un vecchio orologio piatto d’argento. Sulla cassa era raffigurato un globo. La catenella era d’acciaio. – Ma anche il pegno della volta scorsa è scaduto. Il mese è finito già da due giorni. – Le pagherò gli interessi per un altro mese; abbia pazienza. – Questo poi lo decido io, signor mio, se pazientare o vendere subito la sua roba. – Quanto può darmi per questo orologio, Alëna Ivanovna? – Ma tu, signor mio, porti sempre paccottiglia che non vale nulla. La volta scorsa per quell’anellino ho versato due bigliettini, quando lo si può comprare nuovo dal gioielliere per un rublo e mezzo. – Mi dia almeno quattro rubli, lo riscatterò, era di mio padre. Presto riceverò dei soldi. – Un rublo e mezzo e gli interessi anticipati, se vuole. – Un rublo e mezzo! – esclamò il giovane. – Come vuole –. E la vecchia fece per restituirgli l’orologio. Il giovane lo prese e si arrabbiò a tal punto che voleva già andarsene; ma subito ci ripensò, ricordando che non aveva altro posto dove andare e che era venuto anche per un altro scopo.

– E va bene! – disse sgarbato.

La vecchia infilò la mano nella tasca per prendere le chiavi e andò nell’altra camera, dietro la tenda. Il giovane, rimasto solo in mezzo alla stanza, tendeva l’orecchio, incuriosito, e intanto ragionava. La sentí aprire il cassettone. «Dev’essere il primo cassetto. Dunque le chiavi le porta nella tasca destra… Tutte in un unico mazzo, in un anello d’acciaio… E c’è una chiave tre volte piú grande di tutte le altre, dentellata, non è certamente del cassettone… Dunque c’è anche un cofanetto, o un forziere… Curioso, però. I forzieri hanno sempre chiavi cosí… E del resto, come è ignobile tutto ciò…»

La vecchia tornò.

– Ecco, signor mio: calcolando dieci copechi al mese per ogni rublo, per un rublo e mezzo mi deve quindici copechi d’anticipo per il prossimo mese. E per i due rubli di prima mi deve ancora secondo lo stesso calcolo venti copechi d’anticipo. Sicché in totale fa trentacinque. Dunque per il suo orologio ora le viene in tutto un rublo e quindici copechi. Ecco qua.

– Come! Adesso è solo un rublo e quindici copechi!

– Precisamente.

Il giovane non stette a discutere e prese il denaro. Guardava la vecchia e non aveva fretta di andarsene, come se volesse dire o fare ancora qualcosa, ma non sapesse cosa esattamente…

– Forse, Alëna Ivanovna, fra qualche giorno le porterò ancora un oggetto… d’argento… bello… un portasigarette… appena me lo restituirà un amico… – Si confuse e tacque.

– Be’, allora se ne parlerà, signor mio.

– La saluto… Lei sta sempre in casa da sola, sua sorella non c’è? – chiese nel modo piú disinvolto possibile, uscendo in anticamera.

– E a lei che importa di mia sorella, signor mio?

– Ma niente di particolare. Chiedevo cosí. E lei subito… La saluto, Alëna Ivanovna!

Raskol´nikov uscí decisamente turbato. Il turbamento aumentava sempre piú. Scendendo le scale, si fermò perfino diverse volte, come improvvisamente colpito da qualcosa. E alla fine, già in strada, esclamò:

«Mio Dio! È tutto cosí ripugnante! Possibile, possibile che io… no, è una sciocchezza, è un’assurdità! – aggiunse con decisione. – Possibile che mi sia venuto in mente un tale orrore? Di quanta sozzura, però, è capace il mio cuore! Soprattutto: è sudicio, disgustoso, uno schifo, uno schifo!… E pensare che per un mese intero…»

Ma né le parole, né le esclamazioni potevano esprimere tutto il suo turbamento. Il senso di infinito disgusto che aveva cominciato a opprimere e scombussolare il suo cuore già mentre andava dalla vecchia, aveva ora assunto tali proporzioni e si era chiarito con tanta evidenza, che non sapeva dove trovare scampo dalla sua angoscia. Camminava sul marciapiede come ubriaco, senza accorgersi dei passanti e andandovi a sbattere, e ritrovò la lucidità solo nella via successiva. Guardatosi intorno, si accorse che era fermo vicino a una bettola situata sotto il livello della strada, a cui si accedeva dal marciapiede scendendo una scala. Dalla porta, in quel momento, stavano appunto uscendo due ubriachi che, imprecando e sostenendosi a vicenda, salivano faticosamente in strada. Senza pensarci troppo, Raskol´nikov scese subito dabbasso. Fino a quel momento non era mai entrato in una bettola, ma adesso gli girava la testa, e inoltre lo tormentava una grande arsura. Gli venne voglia di bere una birra fredda, tanto piú che attribuiva la sua improvvisa debolezza anche al fatto di essere digiuno. Prese posto in un angolo buio e sudicio, a un tavolino appiccicoso, chiese della birra e bevve avidamente il primo bicchiere. Subito si sentí meglio, e i suoi pensieri si schiarirono. «Sono tutte scemenze, – disse speranzoso, – e non c’era motivo di turbarsi! Un semplice malessere fisico! Basta un bicchiere di birra, un pezzetto di pane biscottato, ed ecco, in un attimo si rinsalda la mente, si chiarisce il pensiero, si rafforzano le intenzioni! Puah, è tutto cosí meschino!…» Ma, nonostante quello sputo sprezzante, aveva ormai un’aria allegra, come se all’improvviso si fosse liberato da un fardello terribile, e guardò con occhi amichevoli i presenti. Perfino in quel momento però intuiva vagamente che tutta quella predisposizione al meglio era anch’essa morbosa.

Nella bettola a quell’ora restava poca gente. Subito dopo i due ubriachi che aveva incontrato sulla scala, era uscita anche un’intera brigata di cinque o sei persone, con una ragazza e una fisarmonica. Partiti loro, il locale era diventato tranquillo e spazioso. Erano rimasti: un tipo brillo, ma non troppo, seduto davanti a una birra, all’apparenza un piccolo borghese4, e il suo compagno, grasso, enorme, con un corto soprabito di panno e la barba bianca, parecchio sbronzo, che sonnecchiava sulla panca e di tanto in tanto, come nel sonno, cominciava all’improvviso a schioccare le dita allargando le braccia, e a saltellare con la parte superiore del corpo, senza alzarsi dalla panca, mentre canticchiava qualche stupidaggine, sforzandosi di ricordarne i versi, qualcosa come:

Per un anno mia moglie ho accarezzato,

per un an-no mia mo-glie ho ac-ca-rez-za-to…

Oppure di colpo, svegliandosi, riattaccava:

Ma mentre andavo per via Pod´jačeskaja,

la mia vecchia fiamma ho ritrovato…

Ma nessuno condivideva la sua felicità; anzi, il suo taciturno compagno guardava tutte quelle esplosioni con ostilità e diffidenza. C’era anche un terzo avventore, simile per l’aspetto a un funzionario a riposo. Seduto solo davanti alla sua caraffetta, beveva un sorso ogni tanto e si guardava intorno. Anche lui sembrava in preda a una certa agitazione.


2.

Raskol´nikov non era abituato alla folla e, come già si è detto, evitava qualsiasi compagnia, soprattutto negli ultimi tempi. Ma ora di colpo si sentí attratto dalla gente. Qualcosa di nuovo stava accadendo in lui, e insieme avvertí quasi una sete di contatti umani. Si era cosí stancato in quel mese intero di angoscia concentrata e cupa eccitazione, che aveva voglia di respirare almeno per un momento in un altro mondo, non importa quale, e, nonostante quell’ambiente cosí sordido, adesso restava volentieri nella bettola.

Il padrone del locale stava in un’altra stanza, ma entrava spesso in quella principale, scendendo degli scalini, e allora spuntavano per primi i suoi eleganti stivali ingrassati, dai grandi risvolti rossi. Portava un lungo soprabito stretto in vita e un panciotto di raso nero tremendamente unto, non aveva cravatta, e tutta la sua faccia sembrava spalmata d’olio, come un lucchetto di ferro. Dietro il bancone c’era un ragazzino di forse quattordici anni, e un altro piú piccolo serviva i clienti. C’erano dei cetrioli sminuzzati, gallette di segale e pesce tagliato a pezzetti; il tutto assai puzzolente. Si soffocava, tanto che era perfino insopportabile restare seduti, e tutto era talmente impregnato di odore di acquavite, che sembrava bastasse quell’aria per ubriacarsi in cinque minuti.

Capita a volte di incontrare persone totalmente sconosciute, di cui cominciamo a interessarci al primo sguardo, all’improvviso, prima ancora di dire una parola. Esattamente questa impressione produsse in Raskol´nikov quell’avventore che sedeva in disparte e somigliava a un funzionario a riposo. Il giovane avrebbe poi ricordato diverse volte questa prima impressione, e l’avrebbe perfino attribuita a un presentimento. Lanciava continue occhiate al funzionario, anche perché quello guardava insistentemente lui e si vedeva che aveva una gran voglia di attaccare discorso. Agli altri che si trovavano nella bettola, non escluso il padrone, il funzionario guardava come per abitudine e perfino con noia, e nello stesso tempo con una sfumatura di altezzosa noncuranza, come a persone di condizione e levatura inferiore, con cui non aveva motivo di parlare. Era un uomo già oltre la cinquantina, di media statura e di corporatura robusta, con capelli brizzolati che lasciavano il posto a un’ampia calvizie, con una faccia gialla, addirittura verdognola, gonfia per la costante ubriachezza, e con le palpebre enfiate, dietro le quali brillavano due occhietti arrossati, stretti come fessure, ma vivaci. Eppure c’era qualcosa di molto strano in lui; nel suo sguardo riluceva una specie di esaltazione: forse c’era anche del senno e dell’intelligenza, ma nel contempo vi guizzava la follia. Indossava un vecchio frac nero, completamente lacero, da cui si erano staccati i bottoni. Solo uno resisteva ancora in qualche modo, e lui lo teneva allacciato, evidentemente volendo mantenere un certo decoro. Da sotto il panciotto di nanchino spuntava uno sparato tutto sgualcito, macchiato e sbrodolato. Non portava barba, come si conviene ai funzionari, ma non si rasava ormai da molto tempo, per cui cominciavano già a spuntargli folte setole grigio-azzurre. E anche nei suoi modi c’era davvero un che di compassatamente impiegatizio. Ma era inquieto, si scompigliava i capelli e a tratti, angosciato, si sosteneva il capo con le mani, posando i gomiti consunti sul tavolo umido e appiccicaticcio. Alla fine guardò direttamente Raskol´nikov e disse forte e con decisione:

– Posso permettermi, mio egregio signore, di rivolgermi a lei con un discorso acconcio? Giacché, nonostante il suo aspetto dimesso, la mia esperienza ravvisa in lei l’uomo istruito e non avvezzo al bere. Io stesso ho sempre stimato l’istruzione, congiunta ai sentimenti del cuore, e inoltre vanto il grado di consigliere titolare5. Marmeladov: questo il mio cognome; consigliere titolare. Posso permettermi di domandarle se ha mai prestato servizio?

– No, studio… – rispose il giovane, un po’ stupito sia dal tono particolarmente ampolloso del discorso, sia dall’essere stato apostrofato cosí direttamente, a bruciapelo. Nonostante il recente, momentaneo desiderio di un contatto qualsiasi con il prossimo, alla prima parola effettivamente rivoltagli aveva subito provato la solita sgradevole e irritante sensazione di ripugnanza per ogni estraneo che sfiorasse o volesse solo sfiorare la sua persona.

– Studente, dunque, o ex studente! – esclamò il funzionario. – Proprio come pensavo! Esperienza, egregio signore, reiterata esperienza! – e in segno di vanteria si portò un dito alla fronte. – È stato studente o ha frequentato l’università! Ma permetta… – Si alzò, barcollò, afferrò la sua caraffetta, il bicchierino, e andò a sedersi vicino al giovane, un po’ di sbieco rispetto a lui. Era ubriaco, ma parlava con eloquenza e vigore, solo di tanto in tanto perdendo un poco il filo e dilungandosi troppo. Si aggrappò a Raskol´nikov addirittura con avidità, come se anche lui non parlasse con nessuno da un mese intero.

– Egregio signore, – cominciò quasi con solennità, – la povertà non è vizio, questa è una verità. Lo so, anche l’ubriachezza non è virtú, e a maggior ragione. Ma la miseria, egregio signore, la miseria sí che è vizio. Nella povertà lei conserva ancora la nobiltà dei sentimenti innati, ma nella miseria mai, nessuno la conserva. Per la miseria non scacciano neppure col bastone, ma spazzano via con la scopa dall’umano consorzio, perché sia piú oltraggioso; ed è giusto, giacché nella miseria io per primo sono pronto a oltraggiare me stesso. E da qui il bere! Egregio signore, un mese fa il signor Lebezjatnikov ha picchiato la mia consorte, e la mia consorte non è come me! Capisce? Mi permetta di chiederle ancora, cosí, anche solo a titolo di semplice curiosità: ha mai passato la notte sulla Neva, sui barconi di fieno?

– No, non mi è mai capitato, – rispose Raskol´nikov. – Perché?

– Ebbene, io vengo da là, ed è già la quinta notte…

Si riempí il bicchierino, bevve e si fece pensieroso. Effettivamente, sul suo abito e perfino tra i capelli si vedevano qua e là dei fili di fieno. Era molto verosimile che non si spogliasse e non si lavasse da cinque giorni. Soprattutto le mani erano sporche, unte, rosse, con le unghie nere.

Il suo discorso sembrava aver destato una generale, anche se fiacca attenzione. I ragazzini dietro il banco cominciarono a ridacchiare. Il padrone, a quanto pare, era sceso apposta dalla stanza di sopra per ascoltare «quella sagoma», e si sedette in disparte, sbadigliando pigramente, ma con aria d’importanza. Evidentemente in quel posto Marmeladov era noto da un pezzo. E anche la tendenza al parlare ampolloso doveva averla acquisita per l’abitudine ai frequenti discorsi da osteria con diversi sconosciuti. Questa abitudine per alcuni bevitori si trasforma in necessità, e soprattutto per quelli che a casa sono trattati con severità e comandati a bacchetta. Proprio per questo in una compagnia di bevitori cercano sempre di guadagnarsi una giustificazione e, se possibile, perfino il rispetto.

– Ehi, sagoma! – disse ad alta voce il padrone. – E com’è che non lavori, com’è che vossignoria non presta servizio, se è un funzionario?

– Perché non presto servizio, egregio signore, – ribatté Marmeladov rivolgendosi esclusivamente a Raskol´nikov, come se fosse stato lui a fargli la domanda, – perché non presto servizio? Non mi duole forse il cuore per questo vano strisciare? Quando il signor Lebezjatnikov, un mese fa, percosse con le sue stesse mani la mia consorte, e io giacevo ubriaco, non soffrivo forse? Permetta, giovanotto, le è mai capitato… ehm… be’, diciamo, di chiedere denaro in prestito senza speranza? – Mi è capitato… cioè in che senso senza speranza?

– Cioè senza nessunissima speranza, sapendo in anticipo che non servirà a nulla. Lei, per esempio, sa in anticipo e perfettamente che quella persona, quel cittadino benintenzionatissimo e utilissimo non le darà mai del denaro, giacché a che scopo, io le domando, dovrebbe darlo? Tanto lo sa, che non lo restituirò. Per compassione? Ma il signor Lebezjatnikov, che segue le nuove idee, ha spiegato di recente che la compassione nella nostra epoca è addirittura proibita dalla scienza e che cosí già si fa in Inghilterra, dove c’è l’economia politica. A che scopo dunque, io le domando, dovrebbe darlo? Ed ecco, sapendo in anticipo che non glielo darà, lei tuttavia si mette in cammino e…

– Perché andare, allora? – interruppe Raskol´nikov.

– Ma se non c’è nessun altro, se non si può andare altrove! Chiunque, infatti, ha bisogno di un posto dove poter andare. Giacché c’è un momento in cui è assolutamente indispensabile andare in un posto qualsiasi! Quando la mia figlia unigenita per la prima volta andò in strada con il tesserino giallo6, allora andai anch’io… (perché mia figlia vive con il tesserino giallo…), – aggiunse fra parentesi, guardando il giovane con una certa inquietudine. – Non fa niente, egregio signore, non fa niente! – si affrettò subito a dichiarare, con apparente tranquillità, quando ai due ragazzini dietro il banco scappò una risatina e lo stesso padrone sorrise. – Non fa niente. Non mi confondo per questi cenni del capo, giacché tutto è già risaputo e ogni segreto diventa manifesto; e non considero tutto ciò con disprezzo, ma con rassegnazione. Sia pure! sia pure! «Ecce homo!» Permetta, giovanotto: lei può… Ma no, bisogna esprimersi in modo piú forte e icastico: non lei può, ma lei oserà, contemplandomi in quest’ora, dire affermativamente che io non sono un porco?

Il giovane non disse una parola.

– Ebbene, – riprese l’oratore, dopo aver aspettato con serietà e perfino con accresciuta dignità che si calmassero i risolini levatisi di nuovo nel locale. – Ebbene, io posso essere un porco, ma lei è una signora! Io ho un volto bestiale, ma Katerina Ivanovna, la mia consorte, è una persona istruita e figlia di un ufficiale di stato maggiore. Io posso essere un farabutto, ma lei è una donna di gran cuore, e piena di elevati sentimenti, nobilitati dall’educazione. Eppure… oh, se avesse compassione di me! Egregio signore, egregio signore, perché bisogna pure che ciascuno abbia almeno un posto dove provino compassione di lui! Mentre Katerina Ivanovna è una signora magnanima, sí, ma ingiusta… E benché lo capisca io stesso che anche quando mi tira i capelli, non li tira altrimenti che per pietà di cuore (giacché, lo ripeto senza imbarazzo, lei mi tira i capelli, giovanotto), – confermò con particolare dignità avendo sentito di nuovo i risolini, – ma, Dio, se almeno una volta… Ma no! no! tutto ciò è vano, e non c’è nulla da dire! nulla da dire!… giacché piú di una volta ormai il desiderio si è avverato, e già piú di una volta hanno avuto compassione di me, ma… tale ormai è la mia indole, e io sono un animale nato!

– Altroché! – osservò, sbadigliando, il padrone.

Marmeladov picchiò risolutamente il pugno sul tavolo.

– Tale è la mia indole! Ma lei lo sa, lo sa, caro signore, che mi sono bevuto perfino le sue calze? Non le scarpe, giacché ciò rientrerebbe in qualche modo nell’ordine delle cose, ma le calze, le sue calze mi sono bevuto! Il suo scialletto di pelo di capra, anche quello mi sono bevuto, che le era stato regalato prima, suo personale, non mio; e viviamo in un angolo freddo, e lei quest’inverno si è raffreddata e ha cominciato a tossire, e già sputa sangue. E abbiamo tre bambini piccoli, e Katerina Ivanovna lavora dal mattino alla sera, raschia e lava e fa il bagno ai bambini, giacché è abituata alla pulizia fin dalla piú tenera età, ma è debole di petto e predisposta alla tisi, e io queste cose le sento. Crede che non le senta? E quanto piú bevo, tanto piú le sento. E bevo proprio perché nel bere cerco compassione e sentimento. Non allegria, ma solo afflizione cerco… Bevo, giacché voglio doppiamente soffrire! – E, come disperato, chinò il capo sul tavolo.

– Giovanotto, – riprese, raddrizzandosi di nuovo, – sul suo volto mi par di leggere un certo struggimento. L’ho letto appena è entrato, e perciò mi sono subito rivolto a lei. Giacché, comunicandole la storia della mia vita, non voglio espormi al ludibrio dinanzi a questi oziosi, che anche senza ciò già sanno tutto, ma cerco un uomo sensibile e istruito. Sappia dunque che la mia consorte è stata educata in un illustre istituto aristocratico del governatorato e alla fine del corso ballò la danza dello scialle in presenza del governatore e di altri personaggi, per cui ricevette una medaglia d’oro e un diploma di merito. La medaglia… be’, la medaglia l’abbiamo venduta… già da tanto tempo… ehm… il diploma di merito sta ancora nel suo baule, e anche di recente l’ha mostrato alla padrona di casa. E benché con questa padrona abbia i piú ininterrotti dissapori, pure ha provato il desiderio di farsi bella almeno con qualcuno e raccontare dei felici giorni passati. E io non la condanno, non la condanno, giacché l’ultima cosa che le rimane sono questi ricordi, mentre tutto il resto è andato in polvere! Sí, sí; è una signora impulsiva, orgogliosa e inflessibile.Lava lei stessa il pavimento e mangia pane nero, ma non tollera che le si manchi di rispetto. Ed è per questo che non volle lasciar correre la villania del signor Lebezjatnikov, e quando il signor Lebezjatnikov per questo la picchiò, lei si mise a letto non tanto per le percosse, quanto per l’offesa. La presi che era già vedova, con tre bambini, uno piú piccolo dell’altro. Aveva sposato il primo marito, un ufficiale di fanteria, per amore, e con lui era fuggita dalla casa paterna. Amava il marito immensamente, ma lui si era dato al gioco, era finito sotto processo, e ne era morto. Alla fine lui la picchiava; e anche se lei non lasciava correre, cosa che so per certo e in base ai documenti, lo ricorda ancora con le lacrime agli occhi e me lo rinfaccia, e io sono contento, contento, giacché almeno nelle sue fantasie si vede felice, nel passato… E dopo la sua morte lei era rimasta con tre bambini piccoli in un distretto lontano e bestiale, dove anch’io allora mi trovavo, e la sua miseria era cosí disperata che non sono neppure in grado di descriverla, pur avendo visto molte e diverse traversie. Tutti i parenti le avevano voltato le spalle. E del resto lei era orgogliosa, troppo orgogliosa… E allora, egregio signore, allora io, pure vedovo, e avendo dalla prima moglie una figlia quattordicenne, le offrii la mia mano, giacché non potevo vedere tanta sofferenza. Può giudicare fino a che punto arrivasse la sua sventura dal fatto che lei, istruita ed educata e di famiglia illustre, accettò di sposarmi! Mi sposò! Piangendo e singhiozzando, e torcendosi le mani – ma mi sposò! Giacché non aveva dove andare. Capisce, capisce, egregio signore, che cosa significa quando non c’è piú un posto dove andare? No! Questo lei non lo capisce ancora… E per un anno intero io adempii devotamente e santamente il mio dovere e non toccai questo (puntò il dito contro il mezzo litro), giacché ho del sentimento. Ma neppure cosí potei accontentarla; e poi persi il posto, e neppure per mia colpa, ma per un cambiamento di organico, e allora lo toccai!… È già un anno e mezzo che infine ci siamo ritrovati, dopo peregrinazioni e numerose sventure, in questa capitale magnifica e adorna di numerosi monumenti. E qui trovai un posto… Lo trovai e lo persi di nuovo. Capisce? Stavolta lo persi per colpa mia, giacché la mia indole prese il sopravvento… E adesso alloggiamo in un angolo di stanza, dall’affittacamere Amalia Fëdorovna Lippewechsel, e non so di che viviamo e come paghiamo. Oltre a noi ci vive molta gente… Una babilonia orripilante… ehm… sí… E nel frattempo è cresciuta anche la figlia che avevo avuto dal primo matrimonio, e che cosa ha dovuto sopportare, crescendo, dalla sua matrigna… di questo taccio. Giacché sebbene Katerina Ivanovna sia piena di nobili sentimenti, è tuttavia una signora impulsiva e irritabile, ed è capace di strappare… Sissignore! Ma è inutile rivangare queste cose! Come lei può immaginare, Sonja7 non ha ricevuto un’educazione. Avevo provato, quattro o cinque anni fa, a insegnarle la geografia e la storia universale; ma siccome io stesso non ero forte in queste discipline, e non avevamo manuali decenti, perché i libri che c’erano… ehm! be’, ormai non ci sono piú, quei libri… e cosí finí tutto l’insegnamento. Ci fermammo a Ciro re di Persia. Poi, già raggiunta un’età piú matura, lei lesse alcuni libri di contenuto romanzesco, e ancora di recente un libriccino prestatole dal signor Lebezjatnikov, la Fisiologia di Lewes8 (il signore lo conosce?), con grande interesse lo lesse e ce ne espose perfino alcuni brani: ecco tutta la sua istruzione. E ora da parte mia, mio egregio signore, voglio rivolgerle una domanda privata: secondo lei quanto può guadagnare una fanciulla povera ma onesta, con un lavoro onesto?… Quindici copechi al giorno, signore, non li guadagnerà, se è onesta e non ha particolari talenti, e questo anche lavorando senza un attimo di sosta! E anche cosí il consigliere di quinta classe Klopstock, Ivan Ivanovič (il signore l’ha mai sentito nominare?), non solo non le ha ancora pagato la confezione di una mezza dozzina di camicie di tela d’Olanda, ma l’ha anche scacciata in malo modo, pestando i piedi e insultandola con nomi sconvenienti, con la scusa che il colletto della camicia era cucito storto e non secondo la misura. E intanto i bambini hanno fame… E intanto Katerina Ivanovna, torcendosi le mani, gira per la stanza, e sulle guance le spuntano delle chiazze rosse, il che capita sempre con quella malattia: «Sei una parassita, – dice, – vivi da noi, mangi e bevi e ti godi il calduccio»… ma che vuoi bere e mangiare, quando anche i bambini non vedono una crosta di pane da tre giorni! Allora io ero a letto… ma sí, che importa ormai! ero a letto ubriaco, e sento che la mia Sonja dice (è remissiva, e ha una vocina cosí mite… è bionda bionda, il visetto sempre palliduccio, magrolino), dice: «Ma allora, Katerina Ivanovna, possibile che debba fare una cosa simile?» Infatti Daria Franzevna, una donna malintenzionata e ben nota alla polizia, era già passata due o tre volte a informarsi, tramite la padrona di casa. «Embè, – risponde Katerina Ivanovna, beffarda, – che ci sarà mai da custodire? Sai che tesoro!» Ma non la incolpi, non la incolpi, egregio signore, non la incolpi! Non fu detto a mente lucida, ma con i sensi sconvolti, nella malattia e fra il pianto dei bambini digiuni, e fu detto piú per offendere che in senso letterale… Giacché Katerina Ivanovna ha un carattere cosí, e quando i bambini si mettono a piangere, magari per la fame, comincia subito a picchiarli. E io vedo che, passate le cinque, Sonečka si alza, si mette un fazzolettino in testa, indossa la mantellina ed esce di casa. Prima delle nove era di ritorno: arrivò, e andò dritto da Katerina Ivanovna, e in silenzio le posò davanti, sul tavolo, trenta rubli. E non pronunciò una parola, neppure uno sguardo le rivolse, prese solo il nostro grande scialle verde di drap des dames (abbiamo in comune uno scialle cosí, di drap des dames), ci si coprí tutta la testa e il viso e si sdraiò sul letto, con la faccia al muro, solo le spalle e il corpo continuavano a sussultare… E io ero sempre a letto nello stesso stato… E vidi allora, giovanotto, vidi che poi Katerina Ivanovna, pure senza dire una parola, si avvicinò al lettino di Sonečka e per tutta la sera rimase in ginocchio ai suoi piedi, le baciava i piedi, non voleva alzarsi, e poi tutte e due si addormentarono insieme, abbracciate… tutte e due, tutte e due… sí, signore… mentre io… ero a letto ubriaco. Marmeladov tacque, come se la sua voce si fosse spezzata. Poi all’improvviso si riempí in fretta il bicchiere, bevve e si raschiò la gola.

– Da allora, caro signore, – riprese dopo una pausa, – da allora, per un caso increscioso e per la denuncia di persone malintenzionate (al che contribuí particolarmente Daria Franzevna, con la scusa che le si era mancato del dovuto rispetto), da allora mia figlia, Sof´ja Semënovna, ha dovuto farsi rilasciare il tesserino giallo, e per questa ragione non ha piú potuto restare con noi. Giacché la padrona di casa, Amalia Fëdorovna, non voleva tollerarlo (quando prima era stata lei a fare il gioco di Daria Franzevna), e anche il signor Lebezjatnikov… ehm… Ecco, proprio a causa di Sonja ci fu quella storia fra lui e Katerina Ivanovna. Prima lui stesso cercava di ottenere i favori di Sonečka, ma poi tutt’a un tratto ne fece un punto d’onore: «Ma come, – dice, – io, una persona cosí istruita, dovrò abitare nello stesso appartamento con una di quelle?» E Katerina Ivanovna non lasciò correre, s’intromise… e fu cosí che successe… E adesso Sonečka passa a trovarci piú che altro all’imbrunire, e dà una mano a Katerina Ivanovna, e procura il denaro che può…Ma abita nell’appartamento del sarto Kapernaumov9, prende in affitto un alloggio da loro, e Kapernaumov è zoppo e ha difetti di pronuncia, e anche tutta la sua numerosissima famiglia è balbuziente… E anche sua moglie è balbuziente… Stanno in una sola stanza, mentre Sonja ne ha una indipendente, con un tramezzo… Ehm, sí… Gente poverissima e balbuziente… sí… Quella volta mi alzai solo la mattina dopo, indossai i miei cenci, alzai le mani al cielo e mi recai da sua eccellenza Ivan Afanas´evič. Lei conosce sua eccellenza Ivan Afanas´evič?… No? Allora non conosce un sant’uomo! È cera… cera dinanzi al volto di Dio; come la cera si strugge!… Si mise perfino a piangere, dopo essersi degnato di ascoltare tutto. «Ebbene, – dice, – Marmeladov, una volta hai già tradito le mie aspettative… Ti prendo ancora una volta sotto la mia personale responsabilità, – cosí disse, – ricordatelo, va’!» Io baciai la polvere delle sue scarpe, mentalmente, giacché in realtà lui non l’avrebbe permesso, essendo un dignitario e un uomo di vedute politiche moderne ed evolute; tornai a casa, e appena annunciai che ero riassunto in servizio e percepivo uno stipendio, mio Dio, che cosa non accadde!…Marmeladov si fermò di nuovo, fortemente turbato. In quel momento entrò dalla strada una brigata intera di ubriaconi, che avevano già bevuto parecchio, e davanti all’ingresso risuonarono le note di un organetto a nolo e la vocina stridula di un bambino di sette anni che cantava La piccola fattoria10. Il locale divenne rumoroso. Il padrone e i camerieri si occuparono dei nuovi venuti. Marmeladov, senza curarsi di loro, riprese il racconto. Sembrava già molto indebolito, ma quanto piú si ubriacava, tanto piú diventava loquace. I ricordi del recente successo sul lavoro sembravano averlo rianimato e rendevano quasi radiosa la sua faccia. Raskol´nikov ascoltava attentamente.

– Questo succedeva, caro signore, circa cinque settimane fa. Sí… Appena loro due, Katerina Ivanovna e Sonečka, lo seppero, oh Signore, mi sentii come trasportato nel regno di Dio. Prima, quando stavo disteso come un animale, non erano che insulti! Adesso invece camminavano in punta di piedi, cercavano di tener buoni i bambini: «Semën Zacharyč al lavoro si è stancato, riposa, sst!» Prima del lavoro mi preparavano il caffè, facevano bollire la panna! Cominciarono a procurarsi della panna autentica, capisce! E non so proprio dove andarono a scovare gli undici rubli e cinquanta copechi per un’uniforme decente! Stivali, sparati di percalle che erano una meraviglia, giacca d’ordinanza, riuscirono a mettere insieme tutto per undici rubli e mezzo, in perfetto stato. Il primo giorno torno la mattina dal lavoro, guardo: Katerina Ivanovna ha cucinato due piatti, minestra e carne salata con il rafano, cose che finora non ci eravamo neanche sognati. Lei non ha vestiti… cioè proprio neanche uno, e invece adesso sembra pronta per andare in visita, si è messa in ghingheri, e non che abbia niente di particolare, ma cosí, sa improvvisare tutto dal niente: si pettina, un colletto pulito, delle soprammaniche, e il risultato è tutta un’altra persona, ringiovanita e piú bella. Sonečka, la mia piccina, contribuí solo con il denaro, e quanto a lei, diceva: adesso, per un po’ di tempo, è sconveniente che venga spesso da voi; tutt’al piú verso sera, che nessuno veda. Capisce, capisce? Arrivai dopo pranzo per fare un pisolino, e lei cosa crede? Katerina Ivanovna non resistette: solo la settimana prima aveva litigato a morte con Amalia Fëdorovna, la padrona di casa, e ora la invitò per una tazza di caffè. Rimasero due ore a bisbigliare: «Ora Semën Zacharyč ha ripreso servizio, – diceva, – e riceve lo stipendio, e si è presentato da sua eccellenza, e sua eccellenza è uscito di persona, ha ordinato a tutti di aspettare, e ha accompagnato Semën Zacharyč per mano nell’ufficio, passando davanti a tutti». Capisce, capisce? «E gli dice: io, naturalmente, Semën Zacharyč, ricordando i suoi meriti, e sebbene lei abbia ceduto a quella sconsiderata debolezza, dal momento che ormai promette, e poiché inoltre senza di lei ci trovavamo a mal partito (capisce, capisce!), dunque ora spero nella sua nobile parola», cioè tutto questo, le dirò, se l’era inventato di sana pianta, e non per leggerezza o per semplice vanteria! No, lei stessa crede a tutto, si consola da sé con le proprie fantasie, lo giuro! E io non lo condanno; no, questo io non lo condanno!… Quando poi, sei giorni fa, portai per intero il mio primo stipendio (ventitre rubli e quaranta copechi), mi chiamò «micetto»: «Sei il mio micetto!», dice. E a tu per tu, capisce? Ma che bellezza c’è mai in me, mi dica lei, e che marito sono? Macché, mi diede un pizzicotto sulla guancia: «Sei il mio micetto!», disse. Marmeladov si fermò, voleva sorridere, ma d’improvviso il suo mento si mise a sussultare. Tuttavia si trattenne. Quella bettola, l’aspetto degradato, le cinque notti sui barconi del fieno e la bottiglia, e nello stesso tempo quell’amore morboso per la moglie e la famiglia, sconcertavano il suo ascoltatore. Raskol´nikov ascoltava teso, ma con una sensazione dolorosa. Si stizziva per essere entrato in quel posto.

– Egregio signore, egregio signore! – esclamò Marmeladov, riprendendosi. – O caro signore, forse tutto ciò farà ridere anche lei come tutti gli altri, e io la disturbo soltanto con la stupidità di questi miseri dettagli della mia vita domestica, ma a me non fa ridere! Giacché io mi rendo conto di tutto questo… E quella paradisiaca giornata della mia vita e quella sera, le trascorsi anch’io in aeree fantasticherie: cioè come avrei organizzato tutto, e avrei rivestito i bambini, e le avrei dato un po’ di serenità, e avrei tolto la mia figlia unigenita dal disonore, riportandola in seno alla famiglia… E molte, molte cose… È perdonabile, signore. Ebbene, caro signore, – Marmeladov tutt’a un tratto parve trasalire, sollevò la testa e guardò fisso il suo ascoltatore, – ebbene, l’indomani stesso, dopo tutte queste fantasticherie (cioè esattamente cinque giorni fa), verso sera, con un astuto inganno, come un ladro nella notte, sottrassi a Katerina Ivanovna la chiave del suo baule, tirai fuori quel che restava del mio stipendio, non ricordo piú quanto in totale, ed ecco, guardatemi tutti! È il quinto giorno che sono fuori casa, e là mi cercano, e il lavoro è finito, e l’uniforme sta nella bettola vicino al ponte Egipetskij, e in cambio mi hanno dato questi panni… ed è tutto finito!

Marmeladov si batté un pugno sulla fronte, strinse i denti, chiuse gli occhi e si appoggiò pesantemente col gomito sul tavolo. Ma un minuto dopo cambiò di colpo faccia, e lanciò a Raskol´nikov un’occhiata innaturalmente maliziosa e volutamente sfrontata, scoppiò a ridere e disse:

– E oggi sono andato da Sonja, a chiederle dei soldi per curare i postumi della sbornia! Eh eh eh!

– Non dirmi che te li ha dati? – gridò qualcuno di quelli appena entrati, gridò e sghignazzò a squarciagola.

– Ecco, questo mezzo litro è stato appunto comprato con i suoi soldi, – disse Marmeladov, rivolgendosi esclusivamente a Raskol´nikov. – Trenta copechi mi ha consegnato, con le sue mani, gli ultimi, tutto quel che aveva, l’ho visto io stesso… Non ha detto niente, mi ha solo guardato in silenzio… Cosí non sulla terra, ma lassú… soffrono per gli uomini, piangono, e non rimproverano, non rimproverano! E fa piú male, piú male, quando non rimproverano!… Trenta copechi, sissignore. Eppure adesso ne ha bisogno anche lei, no? Cosa crede, signore mio caro? Adesso lei deve curare la pulizia. E costa soldi, quella pulizia molto particolare, capisce? Capisce? Be’, deve comperare anche dei belletti, non si può farne a meno; gonne inamidate, una scarpetta cosí, piú civettuola, per esporre il piedino quando bisogna attraversare una pozzanghera. Capisce, capisce, signore, che cosa significa quella pulizia? Ebbene, ed ecco che io, suo padre carnale, le ho soffiato quei trenta copechi per curare i postumi della sbornia! E bevo! E li ho già bevuti!… Ebbene, chi avrà pietà di uno come me? Eh? Le faccio pena adesso, signore, oppure no? Dica, signore, le faccio pena oppure no? Eh eh eh eh!

Voleva versarsi dell’altro, ma non ce n’era piú. La bottiglia era vuota.

– Ma perché si dovrebbe aver pietà di te? – gridò il padrone, che si era ritrovato nuovamente accanto a loro. Si udirono risate e perfino ingiurie. Rideva e lo ingiuriava gente che ascoltava e gente che non ascoltava, cosí, solo guardando la figura dell’ex funzionario.

– Aver pietà! Perché aver pietà di me! – urlò a un tratto Marmeladov, alzandosi con il braccio proteso in avanti, tutto ispirato, come se avesse aspettato solo quelle parole. – Perché aver pietà, dici tu? Sí! Non c’è motivo di aver pietà di me! Bisogna crocifiggermi, mettermi in croce, non aver pietà! Ma crocifiggi, giudice, crocifiggi e, dopo aver crocifisso, abbi pietà di lui! E allora io stesso verrò da te per salire in croce, giacché non bramo gioia, ma afflizione e lacrime!… Credi forse, oste, che questa tua bottiglia mi si sia tramutata in dolcezza? Afflizione, afflizione cercavo sul suo fondo, afflizione e lacrime, e le ho gustate, e le ho avute; e avrà pietà di noi Colui che ha avuto pietà di tutti e che capiva tutti e tutto, Lui è l’unico, e Lui è giudice. Verrà in quel giorno e chiederà: «E dov’è la figlia che si è sacrificata alla matrigna cattiva e tisica, ai piccoli figli altrui? Dov’è la figlia che ha avuto pietà del suo padre terreno, sconcio ubriacone, senza inorridire per la sua bestialità?» E dirà: «Vieni! Ti ho già perdonato una volta… Ti ho perdonato una volta… E anche adesso ti sono perdonati i tuoi molti peccati, perché hai molto amato…» E perdonerà la mia Sonja, la perdonerà, io lo so che la perdonerà… Poco fa, quando sono stato da lei, l’ho sentito nel mio cuore!… E giudicherà e perdonerà tutti, i buoni e i cattivi, i saggi e gli umili… E quando avrà finito con loro, allora proclamerà anche a noi: «Uscite, – dirà, – anche voi! Uscite ubriaconi, uscite deboli, uscite scellerati!» E noi usciremo tutti, senza vergognarci, e staremo al suo cospetto. E dirà: «Siete dei porci! con l’aspetto della bestia e con il suo marchio; ma venite anche voi!» E diranno i saggi, diranno i giudiziosi: «Signore! Perché accogli costoro?» E dirà: «Io li accolgo, o saggi, io li accolgo, o giudiziosi, perché nessuno di costoro se ne riteneva degno…»E dirà: «Io li accolgo, o saggi, io li accolgo, o giudiziosi, perché nessuno di costoro se ne riteneva degno…» E tenderà a noi le sue braccia, e noi ci prostreremo… e piangeremo… e capiremo tutto! Allora capiremo tutto!… e tutti capiranno… anche Katerina

Ivanovna… anche lei capirà…

Signore, venga il tuo regno!

E si lasciò cadere sulla panca, distrutto ed esausto, senza guardare nessuno, come dimentico di ciò che lo circondava e sprofondato nei suoi pensieri. Le sue parole produssero una certa impressione; per un minuto regnò il silenzio, ma ben presto si udirono le risate e le ingiurie di prima:

– Bel giudice!

– Ma non dirne piú!

– Va’ là, funzionario!

Eccetera eccetera.

– Andiamo, signore, – disse a un tratto Marmeladov, alzando la testa e rivolgendosi a Raskol´nikov, – mi accompagni… Casa Kosel, in cortile. È ora… da Katerina Ivanovna…

Raskol´nikov voleva andarsene da un pezzo; e aveva già pensato di aiutarlo. Marmeladov risultò molto piú debole di gambe che di favella, e si appoggiò pesantemente al giovane. Bisognava percorrere due o trecento passi. L’inquietudine e la paura s’impossessavano sempre piú dell’ubriacone man mano che si avvicinava a casa.

– Non è di Katerina Ivanovna che adesso ho paura, – borbottava agitato, – né delle sue tirate di capelli. Che importano i capelli!… i capelli sono una sciocchezza! Dico io! È perfino meglio, se comincerà a tirarmeli, non è di questo che ho paura… io… ho paura dei suoi occhi… sí… degli occhi… Anche delle chiazze rosse sulle guance ho paura… e poi ho paura del suo respiro… Hai mai visto, tu, come respirano con quella malattia… quando sono agitati? Ho anche paura del pianto dei bambini… Perché se Sonja non li ha sfamati, allora… non so proprio! non so! Ma delle botte non ho paura… Sappi, signore, che botte simili non solo non mi fanno male, ma mi danno perfino piacere… Giacché io stesso non posso farne a meno. È meglio cosí. Mi picchi pure, si sfoghi… è meglio… Ma ecco la casa. Casa Kosel. È un fabbro, tedesco, ricco… accompagnami!

Entrarono dal cortile e salirono al quarto piano. Le scale diventavano via via sempre piú buie. Erano già quasi le undici, e anche se in quella stagione a Pietroburgo non c’è una vera notte, lassú in alto era molto buio.

La piccola porta affumicata alla fine delle scale, proprio in cima, era aperta. Un moccolo di candela illuminava una stanza poverissima, lunga circa dieci passi; la si vedeva interamente dal pianerottolo. Tutto era sparpagliato e in disordine, in particolare vari cenci di bambini. Attraverso l’angolo in fondo era teso un lenzuolo bucato, che probabilmente nascondeva il letto

Nella stanza stessa c’erano solo due sedie e un divano rivestito di un’incerata molto logora, davanti al quale stava un vecchio tavolo da cucina di pino grezzo, senza tovaglia. Posato sul bordo del tavolo, un moccolo di sego finiva di bruciare in una bugia di ferro. Dunque Marmeladov era alloggiato in una stanza indipendente, e non in un angolo, ma quella stanza era di passaggio. La porta che dava sugli altri locali, o piuttosto sgabuzzini, in cui era suddiviso l’appartamento di Amalia Lippewechsel, era socchiusa. Di là si sentivano chiasso e grida. Qualcuno rideva sguaiatamente. A quanto pare, stavano giocando a carte e prendendo il tè. A volte volavano fin lí le parole piú volgari.

Raskol´nikov riconobbe subito Katerina Ivanovna. Era una donna spaventosamente dimagrita, sottile, piuttosto alta e slanciata, ancora con bellissimi capelli castano chiari e con le guance davvero chiazzate di rosso. Camminava avanti e indietro per la sua piccola stanza, stringendo le mani al petto, con le labbra screpolate, e aveva il respiro irregolare, affannoso. I suoi occhi brillavano febbrili, ma lo sguardo era duro e immobile, e produceva un’impressione penosa quel volto tisico e sconvolto, sul quale tremolava l’ultima luce della candela in procinto di spegnersi. A Raskol´nikov parve sulla trentina, e davvero non era donna per Marmeladov… Non udí e non notò i nuovi venuti; sembrava come smemorata, non ascoltava e non vedeva. Nella stanza mancava l’aria, ma non aveva aperto le finestre; dalle scale veniva cattivo odore, ma la porta d’ingresso non era chiusa; dai locali interni, attraverso la porta semiaperta, giungevano onde di fumo di tabacco, lei tossiva, ma non la chiudeva. La bambina piú piccola, di circa sei anni, dormiva sul pavimento, quasi seduta, rannicchiata e con la testa affondata nel divano. In un angolo c’era un maschietto, di un anno piú grande, che piangeva e tremava tutto. Probabilmente era appena stato picchiato. La figlia maggiore, di circa nove anni, alta e magra come un fiammifero, con indosso solo una camicia striminzita e tutta strappata e una decrepita mantellina di drap des dames gettata sulle spalle nude, che probabilmente le era stata cucita due anni prima, perché adesso non le arrivava neppure al ginocchio, stava in piedi nell’angolo vicino al fratello piccolo, e gli cingeva il collo con il suo braccio lungo, secco come un fiammifero. Sembrava che cercasse di calmarlo, gli sussurrava qualcosa, voleva trattenerlo in tutti i modi perché non ricominciasse a frignare, e nello stesso tempo osservava con timore la madre con i grandi occhioni scuri, che sembravano ancora piú grandi sul suo visetto smagrito e spaventato. Marmeladov, senza entrare nella stanza, si inginocchiò proprio sulla porta, e spinse avanti Raskol´nikov. La donna, vedendo lo sconosciuto, si fermò distrattamente davanti a lui, tornando in sé per un attimo e quasi cercando di capire perché fosse entrato. Ma probabilmente s’immaginò subito che stesse andando nelle altre stanze, dato che la loro era di passaggio. Avendo cosí concluso e senza piú badargli, mosse verso la porta d’ingresso per chiuderla, ma a un tratto gettò un grido, vedendo sulla soglia il marito inginocchiato.

– Ah! – si mise a gridare furiosamente. – Sei tornato! Pendaglio da forca! Mostro!… E dove sono i soldi? Che cos’hai in tasca, fammi vedere! E il vestito è diverso! Dov’è il tuo vestito? Dove sono i soldi? Parla!…

E si slanciò a perquisirlo. Obbediente e docile, subito Marmeladov aprí le braccia per facilitare la perquisizione delle tasche. Non aveva un copeco.

– Ma dove sono i soldi? – gridava lei. – O Signore, possibile che si sia bevuto tutto! Nel baule c’erano ancora dodici rubli d’argento!… – e a un tratto, furibonda, lo afferrò per i capelli e lo trascinò dentro. Marmeladov stesso facilitava i suoi sforzi, strisciando umilmente dietro di lei in ginocchio.

– E questo mi fa piacere! E questo non mi fa male, ma pia-ce-re, e-gre-gio si-gno-re, – gridava, scrollato per i capelli e una volta battendo perfino la fronte contro il pavimento. La bambina che dormiva per terra si svegliò e scoppiò a piangere. Il maschietto nell’angolo non resistette, si mise a tremare e a urlare e si slanciò verso la sorella, terribilmente spaventato, quasi in preda a una crisi. La bambina piú grande tremava come una foglia, ancora insonnolita.

– Se li è bevuti! Tutto, tutto si è bevuto! – gridava disperata la povera donna. – E il vestito è diverso! Hanno fame, fame! – e, torcendosi le mani, indicava i bambini. – Oh, vita stramaledetta! E lei, – aggredí a un tratto Raskol´nikov, – lei non si vergogna di portarmelo dall’osteria! Hai bevuto con lui? Anche tu hai bevuto con lui! Fuori!

Il giovane si affrettò ad andarsene, senza dire una parola. Per giunta si era spalancata la porta interna, e si erano affacciati alcuni curiosi. Si protendevano teste spudorate e ridenti, con sigarette e pipe, coperte da zucchetti. Si vedevano figure in vestaglia, anche completamente aperta, in abbigliamento leggero fino all’indecenza, alcuni con le carte in mano. Ridevano particolarmente divertiti quando Marmeladov, trascinato per i capelli, gridava che la cosa gli faceva piacere. Cominciarono perfino a entrare nella stanza; si udí, infine, uno strillo minaccioso: era Amalia Lippewechsel in persona che si faceva largo per rimettere ordine a modo suo e spaventare per la centesima volta la povera donna, ingiungendole a male parole di sgomberare domani stesso l’appartamento. Andandosene, Raskol´nikov fece in tempo a infilare la mano in tasca, a raccattare gli spiccioli che gli capitarono, di quelli rimasti dal rublo cambiato nella bettola, e a posarli senza farsi notare sul davanzale della finestra. Poi già sulle scale ci ripensò e fu quasi sul punto di tornare indietro.

«Ma che razza di stupidaggine ho fatto, – pensò, – qui loro hanno Sonja, mentre a me quei soldi servono». Tuttavia, dopo aver ragionato che riprenderseli era ormai impossibile e che non l’avrebbe fatto comunque, lasciò perdere e si avviò verso casa. «Anche Sonja ha bisogno di belletti, – continuava, camminando per la strada, e fece un sorrisetto sarcastico, – costa denaro quella pulizia… Ehm! E poi anche Sonečka oggi potrebbe fare bancarotta, perché è sempre un rischio, la caccia alla selvaggina pregiata… la corsa all’oro… e cosí domani resterebbero tutti a bocca asciutta senza i miei soldi… E brava Sonja! Che miniera, però, hanno saputo scavare! E la sfruttano! Eccome se la sfruttano! E si sono abituati. Hanno pianto un po’, e si sono abituati. L’uomo, questa canaglia, si abitua a tutto!»

Si fece pensieroso.

– Ma se questo non è vero, – esclamò a un tratto senza volerlo, – se in realtà l’uomo non è una canaglia, cioè l’uomo in generale, tutto il genere umano, allora significa che tutto il resto sono pregiudizi, solo paure che ci hanno inculcato, e non ci sono ostacoli, e cosí dev’essere!…


3.