domenica 6 marzo 2022

ULRICA Estratto da "IL LIBRO DI SABBIA" Jorge Luis Borges



 ULRICA

Estratto da "IL LIBRO DI SABBIA"

              Jorge Luis Borges 


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VOLSUNGA SAGA, 27

 [...] La sua aria di tranquillo mistero mi impressionò più del suo volto. Sorrideva facilmente e il sorriso sembrava allontanarla.[...]

Il mio racconto sarà fedele alla realtà, o almeno al mio ricordo personale della realtà, che è poi la stessa cosa. I fatti sono molto recenti, ma so che il costume letterario è anche il costume di inserire dettagli di circostanza e di enfatizzare. Voglio scrivere del mio incontro con Ulrica (non ho mai saputo il suo cognome e forse non lo saprò mai) nella città di York. La cronaca coprirà una notte e una mattina.

Non mi costerebbe nulla raccontare di averla vista per la prima volta accanto alle Cinque Sorelle di York, quelle vetrate pure da ogni immagine che vennero rispettate dagli iconoclasti di Cromwell, ma il fatto è che ci siamo conosciuti nella saletta del Northern Inn, dall'altra parte delle mura. Eravamo in pochi e lei mi voltava le spalle. Qualcuno le offrì da bere, ma rifiutò.

«Sono femminista» disse. «Non voglio scimmiottare gli uomini. Non mi piacciono né le loro sigarette né i loro liquori».

La frase voleva essere spiritosa e intuii che l'aveva già pronunciata altre volte. Poi mi resi conto che non era da lei, ma quello che diciamo non sempre ci assomiglia.

Spiegò di essere arrivata tardi al museo; quando avevano saputo che era norvegese l'avevano lasciata entrare.

Uno dei presenti commentò:

«Non è la prima volta che i norvegesi entrano a York ».

«Proprio così» disse lei. «L'Inghilterra era nostra e l'abbiamo persa, sempre che si possa avere qualcosa e che qualcosa si possa perdere».

Fu allora che la guardai. Un verso di William Blake parla di fanciulle di dolce argento o d'oro furioso, ma in Ulrica c'erano l'oro e la dolcezza. Era alta e lieve, con i tratti affilati e gli occhi grigi. La sua aria di tranquillo mistero mi impressionò più del suo volto. Sorrideva facilmente e il sorriso sembrava allontanarla. Era vestita di nero, cosa rara nelle terre del Nord, dove cercano di rallegrare coi colori i toni spenti dell'ambiente. Parlava un inglese limpido e preciso e calcava leggermente le erre. Non sono un osservatore; queste cose le scoprii a poco a poco.

Ci presentarono. Le dissi che ero professore all'Università delle Ande, a Bogotà. Spiegai che ero colombiano.

Mi chiese con aria pensierosa:

« Cosa vuol dire essere colombiano? ».

«Non lo so» risposi. «E un atto di fede».

«Come essere norvegese» confermò.

Non riesco a ricordare altro di quanto si disse quella sera. Il giorno dopo scesi di buon'ora nella sala da pranzo. Vidi oltre i vetri che aveva nevicato; la brughiera si perdeva nella mattina. Non c'era nessun altro. Ulrica mi invitò al suo tavolo. Mi disse che le piaceva uscire a camminare da sola.

Ricordai una battuta di Schopenhauer e risposi:

«Anche a me. Possiamo uscire insieme».

Ci allontanammo dalla casa, sulla neve fresca. Non c'era anima viva nei campi. Le proposi di andare a Thorgate, che è qualche miglio più a valle, lungo il fiume. So che ero già innamorato di Ulrica; non avrei voluto nessun altro al mio fianco.

D'improvviso sentii il lontano ululato di un lupo. Non l'avevo mai sentito, ma so che era un lupo. Ulrica non si turbò.

Dopo qualche istante, come pensando a voce alta, disse:

«Le poche, misere spade che ho visto ieri in York Minster mi hanno commosso più delle grandi navi nel museo di Oslo».

Le nostre strade si incrociavano per poco. Ulrica, quel pomeriggio, avrebbe proseguito alla volta di Londra; io, di Edimburgo.

«In Oxford Street» mi disse «calcherò le orme di De Quincey, che cercava la sua Anna perduta tra la folla di Londra».

«De Quincey» replicai «smise di cercarla. Io invece continuo nel tempo».

«Forse» disse sottovoce «l'hai trovata».

Capii che una cosa insperabile non mi era proibita e le baciai la bocca e gli occhi. Mi allontanò con dolce fermezza e dichiarò:

«Sarò tua nella locanda di Thorgate. Fino allora ti chiedo di non toccarmi. E meglio così».

Per un uomo celibe già avanti negli anni, l'offerta dell'amore è un dono che ormai non ci si aspetta. Il miracolo ha il diritto di imporre condizioni. Pensai alla mia giovinezza a Popayàn e a una ragazza del Texas, radiosa e snella come Ulrica, che mi aveva rifiutato il suo amore.

Non commisi l'errore di chiederle se mi amava. Capii che non ero il primo e che non sarei stato l'ultimo. Questa avventura, forse conclusiva per me, sarebbe stata una delle tante per quella splendente e risoluta discepola di Ibsen. Proseguimmo mano nella mano.

« Sembra tutto un sogno » dissi « ma io non sogno mai ».

« Come quel re » replicò Ulrica « che non sognava finché un mago non lo fece dormire in un porcile ».

Poi aggiunse:

«Ascolta bene. Un uccello sta per cantare».

Poco dopo sentimmo il canto.

«In queste terre,» dissi «pensano che chi sta per morire preveda il futuro».

« E io sto per morire » annunciò lei.

La guardai attonito.

«Tagliamo dal bosco» la incalzai. «Arriveremo prima a Thorgate ».

«Il bosco è pericoloso» ribatté.

Proseguimmo nella brughiera.

«Vorrei che questo momento durasse per sempre» mormorai.

«"Sempre" è una parola che non è permessa agli uomini» affermò Ulrica e, per attenuare l'enfasi, mi chiese di ripeterle il mio nome, che non aveva afferrato bene.

«Javier Otàrola» le dissi.

Voleva ripeterlo, ma non ci riuscì. Anch'io fallii con il nome di Ulrikke.

«Ti chiamerò Sigurd» dichiarò lei con un sorriso.

«Se io sono Sigurd» replicai «tu sarai Brynhild».

Aveva rallentato il passo.

« Conosci la saga? » le chiesi.

«Certo» disse. «La tragica storia che i tedeschi hanno rovinato con i loro tardivi Nibelunghi».

Preferii evitare discussioni e risposi:

«Brynhild, cammini come se volessi che fra noi due ci fosse una spada nel letto».

Di colpo ci trovammo davanti alla locanda. Non mi sorprese che si chiamasse, come l'altra, Northern Inn.

Dall'alto della scala, Ulrica mi gridò:

«Hai sentito il lupo? Non ci sono più lupi in Inghilterra. Fai presto».

Mentre salivo al piano superiore, notai che le pareti erano tappezzate di carta da parati stile William Morris, di un rosso molto profondo, con frutti e uccelli intrecciati. Ulrica entrò per prima. La stanza era buia, con il soffitto basso, a due spioventi. Il letto tanto atteso si duplicava in un vetro indistinto e il mogano splendente mi ricordò lo specchio delle Scritture. Ulrica si era già spogliata. Mi chiamò con il mio vero nome, Javier. Sentii che la neve cadeva più fitta. Ormai non c'erano mobili né specchi. Non c'erano spade fra noi. Il tempo se ne andava come sabbia. Secolare, nell'ombra, fluì l'amore e per la prima e ultima volta possedetti l'immagine di Ulrica.