martedì 23 gennaio 2018



UNA INTERVISTA A JEAN BAUDRILLARD 

Jean Baudrillard (intervista)
Parigi 11 febbraio 1990
Fonte:  mediamente
[Dal sito del programma televisivo "Mediamente",dedicato alle nuove tecnologie della comunicazione, riprendiamo la seguente
intervista a Jean Baudrillard - il pensatore francese deceduto alcuni giorni
fa - raccolta a Parigi l'11 febbraio 1999. Non c'e' bisogno di aggiungere
che Baudrillard richiede di essere letto con adeguata capacita' critica, con
ironia e pazienza, gusto del paradosso e consapevolezza del limite; diremmo
in una parola: brechtianamente. Seguendone le acuminate indagini e insieme
rammemorando sempre quello che e' oltre e intorno. Altrimenti si corre il
rischio di dimenticare che gli esseri umani sono anzitutto corpi affamati,
doloranti esistenze, mistura di morte e di amore, meraviglia e paura,
concreto creaturale esperire e sogno infinito.
Jean Baudrillard (Reims, 20 giugno 1929 - Parigi, 6 marzo 2007), sociologo,
filosofo, docente universitario, saggista francese; autore di molte
pubblicazioni dedicate ai temi della societa' dei consumi e delle forme
della comunicazione; acuto indagatore, teorico e critico della
postmodernita'. Dal sito del programma televisivo "Mediamente" riprendiamo
la seguente scheda: "Nato nel 1929 a Reims in Francia, Jean Baudrillard
inizia la sua formazione come germanista, e successivamente ottiene un
dottorato in sociologia. Dal 1966 insegna all'universita' di Paris
X-Nanterre, e negli anni successivi entra a far parte dell'Institut de
recherche sur l'innovation sociale, laboratorio del Centre national de la
recherche scientifique. Sociologo brillante, Baudrillard ha consacrato la
sua opera all'analisi della societa' contemporanea studiando in particolare
la societa' dei consumi: i suoi miti, le sue strutture. Il consumo e'
trattato nei suoi lavori come un 'linguaggio sociale', qualcosa che tende ad
aumentare i desideri degli individui piuttosto che a soddisfarli. Nel mondo
contemporaneo si assiste ad una dematerializzazione della realta' e
l'attenzione dell'uomo e' distolta dal mondo naturale e concentrata sulla
televisione, sul mondo della comunicazione che e' divenuta un valore
assoluto, un obiettivo in se'. I vecchi miti sono stati rimpiazzati e la
societa' e', secondo Baudrillard, dominata da una ideologia fondata
sull''estasi della comunicazione'. Violenza, miseria, ignoranza non sono
affatto scomparse, ma fanno parte di una realta' quotidiana che gli uomini
finiscono per non vedere annebbiati da strategie fatali (il volume esce in
Francia nel 1983 e viene subito tradotto in italiano) e 'rassicuranti'.
Baudrillard ha svolto un'intensa attivita' di traduzione delle opere di
Bertolt Brecht". Tra le opere di Jean Baudrillard: Il sistema degli oggetti,
Bompiani, Milano 1972, 2003; Per una critica dell'economia politica del
segno, Mazzotta, Milano 1972; La societa' dei consumi, Il Mulino, Bologna
1976; Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 1979, 2006; Lo
specchio della produzione, Multhipla, Milano 1979; Simulacri e impostura.
Bestie, Beaubourg, apparenze e altri oggetti, Cappelli, Bologna 1980; Il
partito comunista o i paradisi artificiali del politico, Bertani, Verona
1982; Le strategie fatali, Feltrinelli, Milano 1984; Dimenticare Foucault,
Cappelli, Bologna 1985; All'ombra delle maggioranze silenziose, Cappelli,
Bologna 1985; Della seduzione, 1985, 1997; La sinistra divina, Feltrinelli,
Milano 1986; L'altro visto da se', Costa & Nolan, Genova 1987; L'America,
Feltrinelli, Milano 1987; Il sogno della merce, Lupetti, 1987; La sparizione
dell'arte, Politi, 1988; La trasparenza del male. Saggio sui fenomeni
estremi, SugarCo, Milano 1991; (con Carlo Formenti e Mario Perniola), Guerra
virtuale e guerra reale. Riflessioni sul conflitto del Golfo, Mimesis,
Milano 1991; Cool memories. Diari 1980-1990, SugarCo, Milano 1991; (con
Federica Di Castro), Art & jeans, Charta, 1994; Il sogno della merce,
Lupetti, 1995; Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realta'?,
Raffaello Cortina Editore, Milano 1996; Illusione, disillusione estetiche.
Il complotto dell'arte, Pagine d'arte, 1999; Cyberfilosofie. Fantascienza,
antropologia e nuove tecnologie, Mirnesis, Milano 1999; Taccuini 1990-1995,
1999; (con Joseph Kosuth e Paolo Fabbri), Thinking art. The game of rules -
Pensare l'arte. Il gioco delle regole, A&M Bookstore, 2000; Lo scambio
impossibile, Asterios, Trieste 2000; Lo spirito del terrorismo, Raffaello
Cortina Editore, Milano 2002; Parole chiave, Armando, Roma 2002; (con George
Caffentzis e Jeremy Brecher), La guerra dei mondi. Scenari d'Occidente dopo
le Twin towers, DeriveApprodi, 2002; (con Luc Delahaye), L'autre, Phaidon,
2002; Power inferno. Requiem per le Twin towers. Ipotesi sul terrorismo. La
violenza globale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003; (con Jean Nouvel),
Architettura e nulla. Oggetti singolari, Electa Mondadori, 2003; E'
l'oggetto che vi pensa, Pagine d'arte, 2003; (con Edgar Morin), La violenza
del mondo. La situazione dopo l'11 settembre, Ibis, 2004; Violenza del
virtuale e realta' integrale, Le Monnier, 2005; Il patto di lucidita' o
l'intelligenza del male, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006; Patafisica
e arte del vedere, Giunti, Firenze 2006]

- "Mediamente": L'immersione totale nello schermo e nel computer del
soggetto puo' implicare che la realta' possa scomparire in un generico
non-luogo?
- Jean Baudrillard: Si', certo, la realta' e' gia' scomparsa in certo modo,
ma perche' essa, in fin dei conti, non e' mai altro che l'effetto di uno
stimolo, di un modello. C'e' un modello di realta', un principio di realta',
che e' stato costruito e che si puo' scomporre molto rapidamente. E' in
effetti una sorta di costruzione quella che si e' sgretolata sotto la spinta
delle tecnologie moderne, delle nuove tecnologie in particolare. Cio' che
viene chiamata la realta' virtuale ha senza dubbio un carattere generale e
in qualche modo ha assorbito, si e' sostituita alla realta' nella misura in
cui nella virtualita' tutto e' il risultato di un intervento, e' oggetto di
varie operazioni. Insomma tutto si puo' realizzare di fatto, anche cose che
in precedenza si opponevano l'una all'altra: da una parte c'era il mondo
reale, e dall'altra l'irrealta', l'immaginario, il sogno, eccetera. Nella
dimensione virtuale tutto questo viene assorbito in egual misura, tutto
quanto viene realizzato, iper-realizzato. A questo punto la realta' in
quanto tale viene a perdere ogni fondamento, davvero si puo' dire che non vi
siano piu' riferimenti al mondo reale. E infine tutto vi si trova in qualche
modo programmato o promosso dentro una superformula, che e' quella appunto
del virtuale, delle tecnologie digitali e di sintesi. Accade effettivamente
che a un certo punto il reale ci sta pur sempre di fronte, e noi ci
confrontiamo con esso, mentre con il virtuale non ci si confronta. Nel
virtuale ci si immerge, ci si tuffa dentro lo schermo. Lo schermo e' un
luogo di immersione, ed ovviamente di interattivita', poiche' al suo interno
si puo' fare quel che si vuole; ma in esso ci si immerge, non si ha piu' la
distanza dello sguardo, della contraddizione che e' propria della realta'.
In fondo tutto cio' che esisteva nel reale si situava all'interno di un
universo differenziato, mentre quello virtuale e' un universo integrato. Di
certo qui le care vecchie contraddizioni fra realta' e immaginazione, vero e
falso, e via dicendo, vengono in certo modo sublimate dentro uno spazio di
iper-realta' che ingloba tutto, ivi compreso un qualcosa che sembrava
essenziale come il rapporto fra soggetto e oggetto. Voglio dire che nella
dimensione virtuale non c'e' piu' ne' soggetto ne' oggetto, ma entrambi, in
via di principio, sono elementi interattivi. Parlo in termini un po'
approssimativi perche' non appartengo completamente a questo mondo, non ne
faccio parte, ma in ogni caso posso parlarne nonostante tutto, e mi sembra
di vedere determinate cose che succedono al suo interno. In questo universo
il soggetto non ha piu' una sua posizione propria, una condizione vera, in
quanto soggetto, di un sapere o di un potere o di una storia. C'e' invece
un'interazione, che vuol dire in fin dei conti uno svolgimento o un
riavvolgimento di tutte le azioni possibili. Nella realta' virtuale tutto e'
effettivamente possibile, ma la posizione del soggetto e' pericolosamente
minacciata, se non eliminata.
*
- "Mediamente": Lei sostiene che nel futuro tutto potra' accadere in un
mondo che sara' frutto di operazioni vituali e non avra' piu' bisogno di uno
spazio reale e simbolico. In che tipo di mondo avranno luogo le cose?
- Jean Baudrillard: Non mi e' possibile descriverlo. E' una dimensione di
cui in definitiva si ha un presentimento attraverso vari indizi. Non saprei.
In termini di spazio non si ha molto di piu' delle fantasie della
fantascienza, che pero' offrono immagini di uno spazio fantastico. Tutta la
fantascienza ci ha abituato in qualche maniera a concepire altri spazi con
coordinate differenti, multi-spazi, e via dicendo. In relazione al tempo
questo e' molto piu' difficile da immaginare, ma in ogni modo si ha l'idea
di manipolare il tempo reale. In effetti, il tempo virtuale e' il tempo
reale e d'altronde e' del tutto paradossale e ambiguo il fatto che si chiami
tempo reale il tempo proprio della virtualita', il quale non e' piu' in
alcun modo il tempo della realta', quello cioe' che in ogni caso scandisce
la durata dello sviluppo fra passato, presente e futuro. Nessuna di queste
tre categorie di tempo ha piu' valore: il tempo reale e' l'istantaneita'
dell'operazione, e' il tempo stesso dell'operazione, e percio' ciascuna
operazione ha in un certo senso un tempo proprio, che pero' non corrisponde
piu' a una cronologia. In effetti non c'e' piu' una memoria, non c'e' piu'
la possibilita' ne' di prevedere il futuro in funzione dei dati della
realta', per l'appunto, ne' tantomeno di contemplare una memoria vivente di
cio' che ha avuto luogo, perche' nel tempo reale non esiste piu' la
dimensione storica, ne' tutto quanto si svolge nella storia, nel tempo al
cui interno esisteva la storia. Tutto cio' non e' piu' reperibile o
recuperabile a livello di tempo reale, e questo pone numerosi problemi in
quanto proprio ora, alla fine del XX secolo, siamo impegnatissimi a tentare
di recuperare tutta la storia del Novecento, di comprendere cosa ne sia
stato, e regolare i conti sospesi, fare un bilancio. In effetti non ci si
riesce, si cerca di resuscitare tutto ma senza successo, poiche' ormai non
siamo piu' nel tempo storico ma in una diversa dimensione temporale: quella
del tempo reale, e il tempo reale e' privo di coordinate, per cosi' dire. E
dunque probabilmente non e' l'unico, puo' non essere il modello definitivo,
e saremo noi a stabilirlo, ma in ogni caso esso rappresenta comunque una
rottura del senso del tempo, questo e' certo. In relazione allo spazio si ha
l'impressione che esso si moltiplichi nel mondo virtuale, che si abbia la
capacita' di abbracciare tutti gli spazi possibili; per quanto riguarda il
tempo, al contrario, si percepisce una contrazione straordinaria, la quale
fa si' che tutto si riduca all'istante dell'operazione che avviene in quel
momento particolare, e che subito dopo non vi sia piu' ricordo. Beninteso,
dico questo non per nostalgia di un oggetto perduto, anche se da un punto di
vista esistenziale l'abbiamo effettivamente perduto, ma in base a termini
dettati da una situazione diversa, del tutto originale, della quale pero'
non abbiamo i mezzi per poterne prefigurare compiutamente le conseguenze.
*
- "Mediamente": Lei ha descritto il mito della caverna di Platone come
chiave di interpretazione del conflitto fra reale e virtuale. Ce ne puo'
parlare?
- Jean Baudrillard: L'immagine di Platone e' diversa in quanto si riferisce
alla figura di una nascita, di qualcosa di irreale in quanto ombra di
qualcosa, ma tuttavia il mito parla comunque dell'essere. Ci sono ombre che
si muovono in circolo e noi non siamo che il riflesso di un'altra sorgente,
che esiste altrove, una fonte luminosa dinanzi alla quale pero' si interpone
un corpo, e le ombre sfilano. Nel mondo virtuale, invece, direi che non ci
sono ne' apparenze ne' essere, non esistono ombre giacche' l'essere e'
trasparente, in un certo senso questo e' il dominio della trasparenza
totale. Noi siamo percio' come attraversati in qualche modo dai messaggi,
dall'informazione, dai megahertz o che so io, da tutto quel che si vuole,
poiche' noi stessi siamo trasparenti all'interno della realta' virtuale, non
abbiamo piu' un'ombra. La nostra, se si vuole, e' tipicamente l'epoca
dell'uomo che ha perduto l'ombra. La famosa frase, "egli ha smarrito la sua
ombra", e' una metafora che sta a indicare che abbiamo perso l'opacita', e
in fondo l'essere stesso, lo spessore dell'essere, la sua profondita'. Al
contempo si e' perduto anche il significato che l'ombra aveva un tempo, vale
a dire la negativita', la morte. Del resto e' vero che di fatto ci troviamo
dentro un sistema che si prefigge di eliminare la morte, nel quale non ci
dovra' piu' essere nulla di negativo, come la fine dell'esistenza e l'ombra.
Un sistema totalmente operativo e positivo al cui interno noi saremo tutti
trasparenti, comunicativi, interattivi. In questo ambito, percio', non credo
ci sia una scena in cui compaiono queste ombre platoniche. Non so in che
contesto ne avevo parlato, ma in ogni caso non sussiste alcun rapporto fra
le due immagini se non di contrapposizione, non vi sono analogie.
*
- "Mediamente": Nel suo libro Il delitto perfetto troviamo la ricostruzione
di un delitto, ovvero la morte della realta' e lo sterminio delle illusioni
ad opera dei media e delle nuove tecnologie. Ci vuole parlare di questo
libro?
- Jean Baudrillard: E' difficile parlare di un libro o del tema in esso
affrontato. A proposito del titolo, si e' trattato in effetti dell'uccisione
della realta', e piu' ancora che della realta', a mio parere, delle
illusioni. Voglio dire che la perdita piu' grave e' senz'altro quella
dell'illusione, vale a dire di una parte diversa del nostro rapporto con
l'esistente. Il concetto di realta' e' relativamente recente, contiene un
sistema di valori solo da poco consolidatosi. Per contro, mi sembra che
l'illusione sia parte integrante dell'organizzazione simbolica del mondo, ed
e' percio' assai piu' dinamica. E' l'illusione vitale di cui parla
Nietzsche, costituita da apparenze, fantasie, e tutto cio' che puo' essere
la forma di una proiezione, come una scena diversa da quella della realta'.
E mi pare che essa sia stata completamente eliminata da questa operazione
del virtuale che, in parole semplici, io chiamo "delitto" ma che in fondo
non e' che una metafora un poco esagerata e forse persino non troppo giusta,
nella misura in cui non si tratta in realta' di un crimine o di un
assassinio in senso simbolico. Quando Nietzsche diceva "Dio e' morto", ad
esempio, intendeva identificare con l'uccisione di Dio una rivoluzione
positiva, se cosi' posso esprimermi, mentre nell'altro caso non abbiamo un
omicidio ma una eliminazione, una scomparsa, un annullamento, cosa alquanto
piu' grave. Quanto all'aggettivo "perfetto", esso denota come il vero
delitto, come sto per dire, consista nella perfezione, perche' vuol dire che
e' quest'ultima il risultato finale. Questo universo reale, imperfetto e
contraddittorio, pieno di negativita', di morte, viene depurato, lo si rende
"clean", pulito; lo si riproduce in maniera identica ma dentro una formula
perfetta. Cosi' avremo bambini perfetti grazie alla manipolazione genetica,
avremo un pensiero perfetto grazie all'intelligenza artificiale, e cosi'
via. La perfezione e' dunque questo ideale in certo modo perverso che
rappresenta il vero delitto. A mio avviso, insomma, il delitto consiste
nella perfezione di questa specie di modello ideale che si vuole sostituire
alla realta' e al contempo all'illusione.
*
- "Mediamente": La sua posizione nei confronti dei media e' estremamente
critica: quali sono, a suo avviso, i rischi maggiori per una societa'
dell'informazione come la nostra?
- Jean Baudrillard: Si', il mio atteggiamento e' di critica, e certamente lo
difendo in quanto e' quello sperimentato piu' a lungo nel tempo, e si
richiama un po' all'eredita' del pensiero critico; in fondo, tutto il
pensiero critico tradizionale non puo' che essere anti-mediatico, non puo'
che muovere obiezioni ai media. Anch'io ho formulato una sorta di critica
radicale, ma e' ormai talmente nota che non vale la pena tornarci sopra
ancora una volta. In qualche modo e' vero che i media fanno il loro lavoro e
sono un elemento essenziale nella strategia del delitto perfetto, in un
certo modo ne fanno parte: ma questo e' ancora troppo semplice. Io direi
invece che la mia e' piuttosto una posizione ironica in rapporto ai media. I
media si frappongono in maniera tale fra la realta' e il soggetto, che, mi
pare, non ci sono piu' interpretazioni possibili in quanto l'informazione
rende l'accadimento incomprensibile. L'evento storico non si sa piu' cosa
sia quando passa attraverso i media, in breve si ha una transustanziazione
di questo tipo in tutto cio' che i media fanno, cosi' che ne risulta quel
che io chiamerei una simulazione, un simulacro, e percio' non esiste piu'
ne' il vero ne' il falso: non si sa piu' quale sia il principio della
verita'. Questo e' certamente un dato importante; ma infine, c'e' davvero
bisogno della verita'? In fin dei conti, l'obiettivo dei media non e' stato
forse di eliminare effettivamente il principio morale e filosofico della
verita', per installare al suo posto una realta' completamente
ingiudicabile, una situazione di incertezza che, se si vuole, puo' ben
essere immorale e difficile da sopportare, ma che in certo modo e' ironica?
Se guardiamo alla cosa con ironia, scopriamo che i media si sono dedicati a
smontare questo principio di verita', autorita' e certezza che rappresenta
del resto, bisogna dire, il fondamento di tutta una civilta' dal carattere
autoritario e moralmente rigoroso. Dunque i media svolgono anche questa
funzione di scomposizione, e si possono interpretare nell'altro senso. Allo
stesso modo tutta la tecnica in generale, non solo i media, ma gli strumenti
tecnici, le macchine, eccetera, sono in certo senso anch'essi dei mezzi per
togliere realta' al mondo, e inoltre, come ho detto, per instaurare una
sorta di incertezza, di gioco, e finalmente di amoralita' delle cose. E
forse in tal modo essi ci liberano dal dovere di attenerci ai principi di
verita', di obiettivita', e di tutti i principi su cui e' fondata la nostra
morale. Tutto questo, evidentemente, e' per noi destabilizzante, non c'e'
alcun dubbio, ma e' sempre la stessa storia: da una parte si perde, in
misura enorme, ma se si sa affrontare la situazione in una certa prospettiva
si puo' pervenire a un'interpretazione ironica, nel senso che l'ironia puo'
ispirare una visuale totalmente relativizzata e destabilizzata. Si puo'
perdere, certamente, ma forse si possono anche trovare nuove regole per
giocare. Sono percio' radicalmente critico contro i media nel quadro del
sistema dei valori umanistici, ossia quello che noi conosciamo e che e'
nostro: a questo livello bisogna essere assolutamente critici e addirittura
spietati. Se pero' si affronta la questione diversamente, e ci si pone al di
la' della fine, al di la' di quel principio, in un eventuale altro universo,
allora non si puo' dire: puo' darsi che i media, la tecnica, eccetera non
siano che operatori di qualcosa che non so descrivere, di un gioco, di
ironia, non so.
*
- "Mediamente": Qual e', se c'e', a suo avviso, la vera seduzione di
Internet?
- Jean Baudrillard: La seduzione? Beh, io non ho mai parlato di seduzione a
proposito di Internet, e mi stupirei se l'avessi fatto. A mio parere non ve
n'e' traccia, in alcun modo, poiche' la seduzione in ogni caso suppone
appunto una relazione, un rapporto a due; quale che ne sia il carattere la
seduzione esiste sempre all'interno di uno scambio duale. In Internet, al
limite, c'e' un'interazione, che non e' in alcun modo una relazione duale
poiche' non e' fondata sull'alterita', e non e' nemmeno una relazione di
confronto, di sfida, eccetera. Abbiamo invece un rapporto di immersione, di
interazione: la' dentro non esiste seduzione, al massimo si produce,
evidentemente a livello collettivo, una reazione di fascinazione, ma come
avviene al cospetto di un universo feticcio, di un oggetto d'adorazione. Non
dico questo per negare [questa realta'], anche se e' vero che non vi
partecipo, non le appartengo, e in un certo senso sono dunque un cattivo
giudice e parlo per partito preso; ma quel che mi sembra chiarissimo e' che
per esserci una seduzione bisogna che ci sia una scena della seduzione, e
dei veri attori, non semplicemente degli interattivi, ma attori che mettano
in gioco la propria identita' al fine della seduzione. Sia nella seduzione
amorosa che di altro genere, artistico, estetico, o altro, si verifica una
messa in gioco dell'identita', e persino una perdita dell'identita' ma nel
contesto di un rapporto duale. Poi esiste un piacere della seduzione che non
ha nulla a che vedere con il fascino dello schermo e dell'operazione su
Internet. Percio' no, farei una distinzione completa fra le due cose, e
certamente non ho mai parlato di seduzione a proposito di Internet, non e'
proprio possibile. C'e' semmai una relazione di attrazione, e questo e'
evidente, la cosiddetta fascinazione collettiva, questo puo' essere. Ma e'
di nuovo il discorso di prima, occorre trasferirsi sul piano dell'ironia e
dirsi: "Tutto questo non e' forse un'altra scena su cui noi rappresentiamo
la commedia di Internet e di tutto il mondo virtuale, della cibernetica,
eccetera?". A livello collettivo forse anche questo e' soltanto un grande
gioco, che non occorre necessariamente prendere del tutto sul serio, cosi'
come ogni giorno si da' la commedia della politica e di un mucchio di altre
cose. Ebbene, esiste una scena della politica, la quale pero' e' ormai
diventata l'ambientazione di un teatro se non comico, almeno, in ogni caso,
molto meno drammatico, senza dubbio. Internet e' nuovo, originale se si
vuole, ma come dico, ne esiste gia' una replica nei media. Internet stesso
si trova gia' sdoppiato nel commento mediatico che se ne fa e nel suo
consumo globale, e pertanto Internet stesso non e' gia' piu' Internet, ma e'
stato attirato nel sistema della simulazione, e in fondo e' gia' stato
trasformato. Si entra nella cultura del Web, del Net, e al contempo si e'
gia' nell'iper-realta' di queste stesse entita', perche' in quel senso non
ci si ferma, ed e' un bene: voglio dire che altrimenti si potrebbe credere
che Internet sia la rivoluzione tecnica, l'ultima, quella definitiva, e si
potrebbe pensare "Siamo arrivati, ci siamo, questo e' veramente il progresso
assoluto, e si e' completato". Ebbene, questo sarebbe la morte, in un certo
senso, ma fortunatamente Internet sta ridiventando l'oggetto di un gioco, e
in fin dei conti si consuma un po' al modo in cui certe persone pagano per
un telefonino cellulare solo per far vedere di averlo. Possono essere
milioni le persone che si comportano cosi', si puo' creare in tal modo una
nuova cultura, un nuovo ambiente, ma nonostante tutto bisogna stare bene
attenti a non prendere troppo sul serio l'idea che i fondamenti dell'uomo e
della sua civilta' saranno rivoluzionati da una tecnica, qualunque essa sia,
anche Internet.
*
- "Mediamente": Come pensa sia mutato il nostro rapporto con la realta' in
seguito all'accelerazione del progresso tecnologico nel corso di questi
ultimi anni?
- Jean Baudrillard: Certamente il rapporto con la realta' e' cambiato, ma
c'era dunque una realta'? Bisogna anzitutto pensare a questo problema,
bisogna credere alla realta' perche' il rapporto con essa si trasformi. Io
non sono sicuro, non lo sono mai stato, che si sia veramente creduto alla
realta'. La realta' esiste, ma non le si crede: un po' come con Dio, nel
senso che potrei dire che esiste ma non ci credo. In qualche modo si e'
creato un rapporto al contempo da credente e da incredulo. Questo ovviamente
accade piu' velocemente con le nuove tecnologie, perche' si va sempre piu'
lontano, al cospetto di questa specie di proliferazione dell'informazione, e
si diventa via via piu' scettici. La gente non crede piu' a nulla; in certo
modo neppure alla politica, non piu'. In effetti, se si vuol prendere sul
serio la realta', almeno nelle apparenze con cui essa ci appare, si scopre
di essere ormai sempre piu' lontani, e' evidente. A questo punto, percio',
il vero problema e' sapere dove si arrivera', data l'accelerazione con cui
si sviluppano quelle tecnologie: perche' e' vero che questo progresso
vorticoso c'e' stato nel corso degli ultimi anni, diciamo nell'ultimo
ventennio, ma del resto tutte queste cose venivano gia' osservate e
analizzate fin dagli anni Sessanta, e dunque di tempo ne e' passato
parecchio. Ora pero' si sta verificando una tale accelerazione che ci si
domanda in effetti se non stia prendendo forma una configurazione tipica del
caos, vale a dire un'accelerazione e una turbolenza tali che non si sa fin
dove si andra' avanti e a quale termine si arrivera' naturalmente, con
grande rapidita', come a un muro, o a qualcosa di simile al crollo totale
della realta'. Possono verificarsi incidenti collettivi? E' probabile, e a
tale proposito sara' interessante vedere come una simile catastrofe stia per
verificarsi, ad esempio, in occasione dell'anno 2000 con il Bug dei
computer. Sara' un evento paradossale: dobbiamo francamente riconoscere
l'ironia fantastica, feroce del fatto che invece di presagire la fine del
mondo come nell'anno mille, la nostra catastrofe sara' di natura virtuale, e
saremo noi ad averla messa in atto per mezzo della nostra tecnica. Seguendo
questo esempio possiamo pensare che ugualmente ci aspetta, e a breve
scadenza, una forma di implosione collettiva di queste tecniche e
tecnologie: ce ne sono le tracce, gia' se ne vedono prefigurazioni nei crack
finanziari e delle borse, e lo si vede bene in relazione a certi frammenti
del sistema, frammenti interi che possono cadere d'un sol colpo. Ma allo
stesso tempo si gioca con l'idea di farsi paura in questo modo: io credo che
sia difficile fare previsioni per la ragione detta poc'anzi, ossia che ci
troviamo nel tempo reale, e che non siamo in grado di formulare alcuna
prefigurazione di quanto accadra' fra dieci anni, questo non e' possibile,
dobbiamo fermarci qui.
*
- "Mediamente": Allora e' vero che si ha paura del "bug del millennio", o
no?
- Jean Baudrillard: Si', in fondo c'e' anche questo timore, ma e' al
contempo come una fascinazione, sicche' allo stesso tempo si ha paura e ci
si dice: "Si', mi piacerebbe proprio che accadesse qualcosa nella realta'".
Stranamente, infatti, siamo in un mondo che ha una sovrabbondanza di
accadimenti e di informazione, eppure si ha l'impressione che non accada
piu' nulla ormai, e percio' si va alla ricerca addirittura di un evento
totale, di qualcosa che possa fungere da principio di catarsi. E cosi' la
scadenza simbolica del millennio serve precisamente a cristallizzare questa
ricerca dell'immaginario. Ora, in presenza di una forte cristallizzazione si
producono effetti estremamente positivi ed estremamente negativi. Si ha
quindi una specie di speranza nell'anno 2000, l'idea che si riazzereranno
tutti i computer, che si laveranno i panni di tutto il XX secolo cosi' pieno
di violenza, guerre, eccetera, e che si ricomincera' daccapo con una forma
di innocenza collettiva. Questa speranza esiste, ma al contempo si affianca
a una speranza inversa, credo, ossia non proprio che tutto sprofondi ma che
si verifichi un vero disastro, un incidente non so bene di che natura, il
quale dia vita a un evento davvero determinante e decisivo. Ecco dunque che
tutti gli avvenimenti con i quali si ha a che fare in questa fine secolo
sono in fin dei conti dei grandi pseudo-eventi, delle grandi produzioni
mondiali, che si tratti di Diana, di Clinton o di altro. In realta' non sono
fatti, ma specie di scenari per un consumo di massa, non semplici eventi.
Insomma, non saprei dire cosa la gente speri: al contempo ci si aspetta il
peggio e il meglio, ed e' una fortuna, perche' vuol dire che c'e' ancora
spazio per l'immaginario.
*
- "Mediamente": Lei ha affermato che la societa' attuale vorrebbe sopprimere
l'idea stessa di morte. Cosa rappresenta allora la clonazione?
- Jean Baudrillard: Rappresenta una modalita' di questa immortalita'
artificiale, se si vuole, una via per passare al di la' della morte, al fine
di non subire piu' il triste destino degli esseri viventi, vale a dire
sessuati e mortali, per arrivare a trovare un sostituto totale persino
dell'esser morti. Ci possiamo riprodurre in maniera identica a quel che
siamo e indefinitamente, sicche' finalmente abbiamo ritrovato l'immortalita'
degli esseri protozoici, degli organismi anteriori alla riproduzione
sessuata, dei tempi della riproduzione per replica identica. Questa e'
dunque una forma di immortalita', e non c'e' piu' la morte individuale, al
suo posto abbiamo un'impresa tecnica, la quale puo' persino divenire
immaginaria. Non so bene quale dei due termini venga prima, se sia la
tecnica a trascinare l'immaginario o viceversa, l'immaginario a indirizzare
la tecnica; ma l'idea di espellere la morte, di eliminarla dall'ambito della
vita, e infine di mantenere della vita nient'altro che i lati positivi,
cancellando tutti quelli negativi, tutto questo e' gia' presente, voglio dir
e, nell'idea, nella proiezione fantastica. Cosi' questa idea si materializza
poi nelle tecniche, che diventeranno quel che diventeranno, ma che certo,
necessariamente verranno impiegate in pratica: questo e' evidente, perche'
l'attrazione e' troppo forte, e anche se comitati etici e via dicendo si
mettono in moto, l'attrazione collettiva e' irresistibile. Dunque
succedera', si tentera' di eliminare davvero la morte, quella individuale:
e' di essa che parlo, perche' della morte in quanto tale restera' comunque
il fantasma, uno spettro che attraversa le varie epoche, e' vecchio come il
mondo, e appartiene alla nostra civilta' in quanto essa e' stata la prima a
dotarsi dei mezzi tecnici per tentare di realizzare la morte. Finche' un
fantasma resta fantasma, bene, fa parte dell'immaginario, ma quando d'un
tratto si hanno gli strumenti per farlo divenire realta', allora il pericolo
e' massimo, direi, proprio in quel momento perche' davvero si rischia di
riscontrare come questo fantasma sia egli stesso mortale, nel senso peggiore
del termine. Cio' puo' significare in effetti nientemeno che la scomparsa
della specie, ma tale e' la posta in gioco.
*
- "Mediamente": L'industrializzazione della clonazione rappresenta anche
l'industrializzazione dell'uomo, e questa e' una lunga storia.
- Jean Baudrillard: Eh si', e' una vecchia storia. In sostanza, in passato
l'industrializzazione e' avvenuta in termini piuttosto di forza produttiva e
in relazione al lavoro, e la si sfruttava in quel senso. Ma ora, in effetti,
si avra' lo sfruttamento di qualcosa di molto piu' profondo, ossia dell'idea
di non morire, di perpetuarsi, insomma l'idea dell'eternita',
dell'immortalita', e di tutto cio' che elevava a una sorta di trascendenza
seppure inaccessibile e puramente ideale, in tale ambito. Tutto quanto era
ideale e trascendente si tenta ora di renderlo operativo industrialmente,
non e' vero? Percio' la questione assume nel suo complesso anche una
rilevanza economica, ma ci sono aspetti che definirei del tutto simbolici,
anche se non oso pronunciare troppo questa parola, ma insomma si', persino
simbolici, e quelli sono sicuramente i piu' profondi. Ad ogni modo, le due
cose forse procedono di pari passo.
*
- "Mediamente": Da tutto cio' discende una nuova morale?
- Jean Baudrillard: Io credo di no. In definitiva, ogni tentativo di opporsi
a questo processo, di ricreare, trovare un suo senso etico, oppure di
realizzare una sua regolamentazione etica mi sembra sia destinato alla
sconfitta. Non vedo la minima possibilita' di recuperare una morale a misura
di questo nuovo fenomeno, perche' la morale in fondo presuppone un'essenza
dell'uomo in quanto tale, un principio - come dire? - di liberta', di
responsabilita', eccetera. L'individuo con la propria liberta', in rapporto
con la dimensione sociale, e via discorrendo - tutti questi elementi sono
stati largamente marginalizzati nel contesto di questa nuova impresa. Non
vedo piu' una morale, ma non trovo che questo debba condurre alla
disperazione. Questa impresa e' davvero fondamentalmente amorale, e non
penso che alcun comitato etico possa farci nulla. Del resto si vede bene
come tutti questi comitati siano immediatamente e a priori votati alla
sconfitta, ma si continuera' a crearne in quanto bisogna salvaguardare la
finzione di una morale: occorre che nonostante tutto questa societa' si
rifletta in una qualche specie di specchio morale e filosofico, perche' non
puo' dedicarsi moralmente a un'impresa di quel genere, ma deve contemplare
un'immagine simile a se stessa, nutrire - starei per dire - una qualche
specie di nostalgia per un sistema di valori. Ma tale sistema di valori
viene spazzato via da questa impresa scientifica, o forse para-scientifica.
Non posso giudicare il principio scientifico di questa storia, ne' la natura
oggettiva delle cose. Ma in termini di conseguenze e' vero che soprattutto
l'universo morale, filosofico, ma anche quello sociale si trovino in grave
ritardo.

lunedì 22 gennaio 2018




VIAGGIARE IN TRENO
Viaggiare in treno,
per lunghi o brevi percorsi,
coinvolto dallo scorrere
di paesaggi ignoti
e sempre diversi. 
Stare seduti in treno
 è come assorbire la vita  del mondo, 
viaggiando nella propria,
e sentire che una presenza correndo,
ti avvolge mentre tu sei fermo. 
Inseguo i miei  pensieri
nascosti negli angoli oscuri
della mia mente,
ascoltando in sottofondo le voci
di sconosciuti viaggiatori. 



DOGS ARE TEACHING US
Volete conoscere il futuro dell'uomo? Ci può aiutare il viaggio increbile e poetico di Simak nel suo romanzo "CITY" che nella traduzione italiana diventa 'ANNI SENZA FINE'. Nel racconto n.VII dal titolo 'ESOPO' vede l’umanità arrivare veramente là dove nessun uomo è mai giunto prima, lasciando il nostro pianeta in eredità ad amici affettuosi,cioè ai cani, incapaci alla loro maniera di dimenticarsi di noi.
L’uomo diventa il mito,  una creatura superiore che I cani adulti raccontano ai cuccioli, nelle lunghe serate d’inverno davanti al fuoco, catturando la loro attenzione,  di quando l’Uomo ancora abitava la Terra, costruiva Città e scatenava terribili Guerre.
"…Che cos’è una Guerra?..."                 
[..]Ci sono leggende che i Cani raccontano  quando le fiamme ruggiscono alte e il vento soffia dal Nord.  Allora ogni famiglia si raccoglie intorno al focolare e i cuccioli siedono muti ad ascoltare e quando la storia è finita fanno molte domande: che cos’è un uomo? Oppure che cos’è una città?... Non c’è una risposta precisa a domande di questo genere. Ci sono supposizioni, teorie e ipotesi, ma nessuna vera risposta[..] Clifford Simak, City, VII, ESOPO.

Estratto 
Clifford,Simak city,VII, AESOP
"[..] This new psychology the Dogs are teaching us is going just a bit too far[...]"
"[…]This was a different world. A different world-different in more ways than one. A world so full of life that it hummed in the very air. Life, perhaps, that could not run so fast nor hide so well. The wolf and bear met beneath the great oak tree and stopped to pass the time of day. "I hear," said Lupus, "there's been killing going on." Bruin grunted. "A funny kind of killing, brother. Dead, but not eaten." "Symbolic killing," said the wolf. Bruin shook his head. "You can't tell me there's such a thing as symbolic killing. This new psychology the Dogs are teaching us is going just a bit too far. When there's killing going on, it's for either hate or hunger. You wouldn't catch me killing something that I didn't eat." He hurried to put matters straight. "Not that I'm doing any killing, brother. You know that." "Of course not," 'said the wolf. Bruin closed his small eyes lazily, opened them and blinked. "Not, you understand, that I don't turn over a rock once in a while and lap up an ant or two." "I don't believe the Dogs would consider that killing," Lupus told him gravely. "Insects are a little different than animals and birds. No one has ever told us we can't kill insect life." "That's where you're wrong," said Bruin. "The Canons say so very distinctly. You must not destroy life. You must not take another's life." "Yes, I guess they do," the wolf admitted sanctimoniously. "I guess you're right, at that, brother. But even the Dogs aren't too fussy about a thing like insects. Why, you know, they're trying all the time to make a better flea powder. And what's flea powder for, I ask you? Why, to kill fleas. That's what it's for. And fleas are life. Fleas are living things." Bruin slapped viciously at a small green fly buzzing past his nose.[…]"


venerdì 19 gennaio 2018



IL RICHIAMO DI CTHULHU (Estratto)
H.P. Lovecraft,

"Ritengo che la cosa più misericordiosa al mondo sia l'incapacità della mente umana a mettere in correlazione tutti i suoi contenuti. Viviamo su una placida isola di ignoranza nel mezzo del nero mare dell'infinito, e non era destino che navigassimo lontano."(H.P. Lovecraft,Il richiamo di Cthulhu)

Riproduco l'incipit del libro che più di tutti quelli scritti da Howard Phillips Lovecraft rappresenta nel suo insieme il  grandioso affresco del suo "universo delle tenebre" dove dominano:la conoscenza proibita, l’allarme dai sogni, l’attacco della mostruosità, il fardello della colpa, il Fato inesorabile, l’impossibilità della salvezza.

IL RICHIAMO DI CTHULHU (Estratto)
H.P. Lovecraft,
Ritengo che la cosa più misericordiosa al mondo sia l'incapacità della mente umana a mettere in correlazione tutti i suoi contenuti. Viviamo su una placida isola di ignoranza nel mezzo del nero mare dell'infinito, e non era destino che navigassimo lontano. Le scienze, ciascuna tesa nella propria direzione, ci hanno finora nuociuto ben poco; ma, un giorno, la connessione di conoscenze disgiunte aprirà visioni talmente terrificanti della realtà, e della nostra spaventosa posizione in essa che, o diventeremo pazzi per la rivelazione, o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di un nuovo Medioevo. I teosofi hanno intuito l'imponente grandezza del ciclo cosmico, del
quale il nostro mondo e la razza umana costituiscono solo episodi transitori. Essi hanno alluso a strane sopravvivenze in termini che gelerebbero il sangue se non fossero mascherati da un blando ottimismo. Ma non è da loro che viene quell'unica visione di eoni proibiti che mi agghiaccia il sangue quando ci penso e mi fa impazzire quando la sogno.
Quella visione, come tutte le temibili visioni della verità, è stata il risultato di una fortuita connessione di elementi separati: nello specifico, un vecchio articolo di giornale e gli appunti di un professore morto. Spero che nessun altro effettuerà questa connessione; certamente, se vivrò, non fornirò mai coscientemente un anello di una catena così spaventevole. Ritengo che anche il professore intendesse mantenere il silenzio intorno
alla parte che conosceva, e che avrebbe distrutto i suoi appunti, se la morte non l'avesse colto all'improvviso.
La mia conoscenza della cosa ebbe inizio nell'inverno 1926-27 con la morte del mio prozio, George Gammell Angeli, Professore Emerito di Lingue Semitiche alla Brown University, a Providence, Rhode Island. Il Professor Angeli era un'autorità ampiamente riconosciuta nel campo delle iscrizioni antiche, e veniva consultato di frequente dai direttori di musei importanti; cosicché la sua morte, all'età di novantadue anni, è forse ricordata da molti.
Localmente, l'interesse fu amplificato dal mistero circa le cause del suo decesso. Il professore era morto mentre tornava dal battello proveniente da Newport; era caduto all'improvviso, come dissero i testimoni, dopo essere stato urtato da un negro dall'aspetto di marinaio, che era uscito da uno dei bizzarri cortili bui che si aprivano lungo il ripido pendio, una scorciatoia dalla banchina alla casa del defunto in William Street. I medici non furono in grado di trovare alcun disturbo evidente, ma conclusero, dopo un confuso dibattito, che qualche misteriosa lesione al cuore, causata dalla veloce salita di un pendio così scosceso da parte di un uomo così anziano, fosse responsabile della fine. All'epoca, non vidi i motivi di dissentire da questa diagnosi, ma ultimamente sono propenso a dubitarne, e non poco.
In qualità d'erede ed esecutore del mio prozio, visto che era vedovo e senza figli, mi spettava esaminare le sue carte con una certa accuratezza; e, a questo scopo, trasferii tutti i suoi schedari e le sue casse nel mio appartamento di Boston. Gran parte del materiale che riunii verrà in seguito pubblicato dalla American Archeological Society, ma c'era una cassa che mi lasciò estremamente perplesso, e che mi sentii molto riluttante a mostrare ad occhi estranei. Era chiusa, e non ne trovai la chiave finché non mi venne in mente di esaminare il portachiavi personale che il professore portava sempre in tasca. Fu così che riuscii ad aprirla, ma, quando l'ebbi fatto, mi parve solo di trovarmi di fronte ad un ostacolo ancora più grande chiuso ancora più ermeticamente.
Infatti, quale poteva essere il significato dello strano bassorilievo in argilla e degli appunti, delle divagazioni e dei ritagli senza senso che vi trovai accanto? Forse mio zio, negli ultimi anni della sua vita, era diventato credulone a tal punto da dar fede alle imposture più superficiali? Decisi di trovare l'eccentrico scultore responsabile di quell'evidente disturbo della pace mentale del vecchio.
Il bassorilievo era un rettangolo approssimativo, di circa dieci centimetri per dodici e dello spessore di un paio; era palese mente di origine moderna. I disegni, però, erano lontani dalla modernità, nell'atmosfera e nelle allusioni; infatti, sebbene i ghiribizzi del cubismo e del futurismo siano molti e bizzarri, essi spesso non riproducono quella regolarità enigmatica che si cela nella scrittura preistorica.  E scrittura di un qualche genere, senza dubbio, sembrava la maggior parte di quei disegni; benché il mio ricordo, nonostante la grande familiarità con le carte e le collezioni di mio zio, non riuscisse ad identificare in alcun modo quel tipo particolare, e nemmeno ad avere un'idea delle sue parentele più lontane. Al di sopra di quegli evidenti geroglifici, c'era una figura che aveva un chiaro intento pittorico, sebbene l'esecuzione impressionistica impedisse di farsi un'idea molto nitida della sua natura. Sembrava trattarsi di una sorta di mostro, o di simbolo che rappresentava un mostro, con una forma che solo una fantasia malata avrebbe potuto concepire. Se affermo che la mia immaginazione, alquanto stravagante, produsse le visioni simultanee di un polipo, di un drago e di una caricatura umana, non sarò infedele allo spirito della cosa. Una testa polposa, tentacolare, sormontava un corpo grottesco e squamoso, munito di ali rudimentali; ma era il profilo generale del tutto che lo rendeva sconvolgente e spaventoso in massimo grado. Alle spalle della figura si intuiva vagamente uno sfondo
architettonico di dimensioni ciclopiche. Gli scritti che accompagnavano quella stranezza, a parte un mucchio di ritagli di giornale, erano vergati nella grafia più recente del Professor Angeli, e non avevano alcuna pretesa di stile letterario. Quello che sembrava il documento principale era intitolato Il Culto di Cthulhu, in caratteri impressi con cura per evitare la lettura erronea di una parola così inaudita. Questo manoscritto era diviso in due sezioni, la prima delle quali era intitolata: «1925 - Sogno e Opera Onirica di H.A. Wilcox, residente al numero 7 di Thomas Street, Providence, Rhode Island», e la seconda: «Resoconto dell'Ispettore John R. Legrasse, residente al numero 121 di Bienville Street, New Orleans, Lousiana, alla riunione dell'American Archeological Society del 1908 - Note al Medesimo, e resoconto del Prof. Webb». Le altre carte manoscritte consistevano tutte in brevi appunti: alcuni erano i resoconti degli strani sogni di varie persone, altri erano citazioni da libri e riviste teosofiche (degno di nota Atlantis and the Lost Lemuria di W. Scott-Elliot), e il resto erano commenti a brani tratti da fonti mitologiche e antropologiche, quali il Ramo d'oro di Frazer e La Stregoneria in Europa occidentale della Murray. I ritagli invece si riferivano in gran parte a bizzarre malattie mentali e ad esplosioni di follia o pazzia collettiva nella primavera del 1925. La prima metà del manoscritto principale raccontava una storia particolarissima. A quanto sembrava, il primo marzo del 1925, un giovane magro, scuro, di aspetto nervoso ed eccitato, si era presentato al Professor Angeli con quel singolare bassorilievo in argilla, che allora era estremamente umido e fresco. Il biglietto da visita portava il nome di
Henry Wilcox, e mio zio riconobbe nel ragazzo il figlio minore di un'eccellente famiglia a lui nota. Il giovane, negli ultimi tempi, aveva cominciato a studiare scultura alla
Rhode Island School of Design e viveva da solo nel Fleur-de-Lys Building, nei pressi di quell'Istituto. Wilcox era un giovane precoce, di genio riconosciuto ma di grande eccentricità e, fin dall'infanzia, aveva attirato l'attenzione grazie agli strani racconti ed ai sogni insoliti che aveva l'abitudine di raccontare. Si definiva «un ipersensitivo psichico», ma la gente seria dell'antica città mercantile lo liquidava chiamandolo semplicemente «bizzarro». Dal momento che non si mescolava mai troppo ai propri simili, era a poco apoco scomparso dalla società, ed era ormai noto solo ad un gruppetto di esteti di altre città. Perfino il Providence Art Club, ansioso di preservare il proprio conservatorismo, lo aveva trovato irrecuperabile. Durante la visita, diceva il manoscritto del professore, lo scultore aveva chiesto improvvisamente l'aiuto delle conoscenze archeologiche del suo ospite per identificare i geroglifici che erano sul bassorilievo. Parlava in una maniera ampollosa, sognante, che faceva pensare ad una posa, e gli alienava le simpatie; e mio zio mostrò una certa durezza nel rispondere, visto che l'evidente freschezza del bassorilievo poteva implicare l'affinità con qualsiasi cosa, tranne che con l'archeologia. La replica del giovane Wilcox, che impressionò mio zio a tal punto da fargliela ricordare e riportare testualmente, aveva l'impronta fantasiosa e poetica che doveva caratterizzare tutta la sua conversazione, e che, in seguito, ho trovato estremamente tipica in lui. Egli disse: «È nuovo, in verità, perché l'ho foggiato la notte passata nel corso di un sogno di strane città; i sogni sono più antichi della meditativa Tiro, della contemplativa Sfinge, o di Babilonia cinta di giardini». Fu allora che cominciò quel racconto incoerente che si basava sul ricordo di un sogno e che suscitò l'interesse febbrile di mio zio. La notte precedente c'era stata una lieve scossa di terremoto, la più alta avvertita negli ultimi anni nel New England, e l'immaginazione di Wilcox ne era stata acutamente colpita. Dopo essersi coricato, aveva fatto un sogno senza precedenti: aveva sognato città ciclopiche di blocchi titanici e monoliti svettanti fino al cielo, tutti stillanti melme verdi, e sinistri di un orrore nascosto. Geroglifici coprivano mura e colonne e, da un punto indefinito al di sotto, proveniva una voce che non era voce; una sensazione caotica che solo la fantasia poteva trasmutare in suono, ma che egli tentò di rendere con il guazzabuglio impronunciabile di lettere: «Cthulhu fhtagn». Questo guazzabuglio verbale fu l'elemento che ridestò il ricordo del Professor Angeli, e che lo eccitò e lo sconvolse. Egli interrogò lo scultore con minuzia scientifica, e studiò con un'intensità frenetica il bassorilievo al quale il giovane si era trovato a lavorare, gelato e vestito solo della biancheria da notte, quando il risveglio si era impossessato della sua mente, lasciandolo sconcertato. Mio zio incolpò la propria età avanzata, disse in seguito Wilcox, per la lentezza nel riconoscere sia i geroglifici che il modello pittorico. Molte delle sue domande sembrarono estremamente fuori luogo al visitatore, soprattutto quelle che miravano a collegare quest'ultimo con strani culti o società segrete; e Wilcox non riuscì a comprendere le ripetute offerte di silenzio in cambio dell'ammissione da parte sua di appartenere a qualche organizzazione religiosa, pagana o mistica. Quando il Professor Angeli si convinse che lo scultore ignoravaveramente l'esistenza di un culto o di un sistema di sapere occulto, supplicò il visitatore di riferirgli i futuri sogni che avrebbe fatto. Questa richiesta produsse frutti regolari; infatti, dopo il primo incontro, il manoscritto riporta visite quotidiane del giovane, durante le quali egli riferiva frammenti sconcertanti di fantasie notturne, il cui tema ricorrente era sempre qualche terribile visione ciclopica di pietre oscure e cariche di umidità, con una voce o intelligenza sotterranea che urlava sillabe monotone ed enigmatiche, trascrivibili solo con fonemi disarticolati. I due suoni ripetuti più frequentemente erano quelli resi dalle parole «Cthulhu» e «R'lyeh».



SE PENSO AI MIEI FIGLI
di Gianfranco Giudice
Estratto da "Con il sigaro in bocca"
"Se penso ai miei figli quando erano piccoli, immagino la vita del piccolo dell’uomo non molto differente da quella del cucciolo di un qualunque di animale. Ricordo quelle giornate ormai lontane, mi sono occupato molto di loro in quel periodo della mia vita. La forza che abbiamo quando siamo giovani, se decidiamo di mettere al mondo dei figli, in buona parte serve per occuparsi di loro, perché i bambini assorbono così tanta energia che devono immagazzinare, per poi spenderne altrettanta. In particolare ricordo la rivoluzione capitata nella mia vita quando è nata la prima figlia, Beatrice, per cui ho dovuto imparare il mestiere di padre,  uno dei più difficili al mondo senza nessuno che te lo insegni prima. Forse anche per questo tra me e lei, Beatrice tra i miei figli è quella che mi è più simile di carattere, ci lega un rapporto viscerale che non conosce mezze misure. La casa dove vivevo era un luogo chiassoso e caotico, ogni sua stanza era occupata dai giochi dei bambini. In quel caos creativo vedevo i miei tre figli, due di età abbastanza vicina, costruire il loro mondo, come se fosse un grande gioco fatto coi pezzi del lego, da montare e smontare continuamente e senza sosta. Il tempo del bambino non ha ancora alcuna struttura precisa, non conosce le distinzioni fondamentali di giorno, notte, mattina, mezzogiorno, pomeriggio e sera. I bisogni e le pulsioni primarie sconvolgono ogni schema prefissato, finché non saranno ben governate e organizzate. Così la sveglia era sempre la mattina prestissimo, festa o non festa che fosse. Ricordo poi notti in cui per ore sono rimasto sveglio, proprio insieme a Filippo, che non voleva saperne di riaddormentarsi. Mentre muovevo il passeggino, con la speranza di farlo ripiombare nel sonno, mi svegliavo definitivamente io dal sonno che mi precipitava improvvisamente addosso. Così  ho letto libri su libri per passare il tempo; la notte era un momento ottimo per questo, per l’assenza di ogni distrazione, a parte naturalmente mio figlio da far riaddormentare! Le giornate trascorrevano tra un bisogno e l’altro dei bambini da soddisfare. Mangiare, curarli quando necessario durante i giochi in casa; oppure portarli fuori ai giardinetto o in piscina, e tante altre cose da fare, cercando tra l’una e l’altra di ritagliarmi quasi ossessivamente e caparbiamente uno spazio di tempo per occuparmi delle mie cose predilette, delle mie passioni, ovvero scrivere, leggere, studiare. Se non riuscivo a farlo, mi sentivo angosciato e frustrato. Perché crescere i figli era importante, ma non poteva certo esaurire il senso che davo alla mia vita." (CON IL SIGARO IN BOCCA)

mercoledì 17 gennaio 2018



IL MISTERO DELLE CAMELIE
di Truman Capote
Avevo otto anni la prima volta che vidi Miss Belle Rankin. Era un giorno caldissimo di agosto. Il sole declinava nel cielo listato di scarlatto, e il calore si alzava secco e vibrante dalla terra. 
Seduto sui gradini della veranda davanti a casa, guardavo una negra che si stava avvicinando e mi chiedevo come facesse a portare sulla testa un fagotto così enorme di biancheria da lavare. Lei si fermò, e per tutta risposta al mio saluto scoppiò in una risata: il riso cupo e strascicato dei negri. Fu allora che Miss Belle venne avanti a passo lento dalla parte opposta della strada. La lavandaia la vide e, come se si fosse improvvisamente spaventata, si interruppe a metà di una frase e in fretta ripartì per la sua destinazione. Guardai a lungo e con grande attenzione quella sconosciuta di passaggio capace di provocare un comportamento così strano. Era piccola e tutta vestita di nero, coperta e striata di polvere: sembrava incredibilmente vecchia e rugosa. Ciocche di radi capelli grigi le attraversavano la fronte, zuppe di sudore. Camminava a testa bassa guardando il marciapiede non lastricato, quasi come se stesse cercando qualcosa che aveva perduto. La seguiva un vecchio cane nero e rossiccio, procedendo senza meta sulle tracce della sua padrona.
In seguito la vidi molte volte, ma quella prima visione, molto simile a un sogno, rimarrà per sempre la più nitida: Miss Belle che camminava silenziosamente per la strada, alzando con i piedi nuvolette di polvere rossa prima di sparire tra le ombre del crepuscolo. 
Alcuni anni dopo, nel drugstore d’angolo del signor Joab, stavo bevendo avidamente uno dei suoi speciali frappè. Ero seduto a un’estremità del banco, e all’altro capo c’erano due dei bulli più noti della città e uno sconosciuto. Lo sconosciuto aveva un’aria assai più rispettabile della gente che di solito bazzicava il locale di Joab. Ma era quello che stava dicendo con una voce bassa e rauca che attirò la mia attenzione. 
«Ragazzi, conoscete qualcuno da queste parti che abbia qualche bella pianta di camelie da vendere? Ne sto cercando qualcuna per una donna della costa orientale che sta costruendosi una casa a Natchez». I due ragazzi si scambiarono un’occhiata, e poi uno di essi, che era grasso con gli occhi enormi e si divertiva un mondo a stuzzicarmi, disse: «Be’, Mister, sa cosa le dico? L’unica persona che conosco da queste parti che ne ha di favolose è una vecchia tipa molto strana, Miss Belle Rankin: abita mezzo miglio fuori città, in una casa bella stravagante. È una casa vecchia e in rovina, costruita un po’ prima della guerra civile. Stravagante è dire poco; comunque, se quello che sta cercando sono le camelie, lei ha le più belle che io abbia mai visto».
«Sì», disse con voce acuta l’altro, che era biondo e foruncoloso e sosteneva il ruo- 
lo di spalla del ciccione. «Gliele dovrebbe vendere. Da quello che sento, sta moren- do di fame laggiù: ha solo un vecchio negro che vive con lei e zappa tra le erbacce del pezzo di terra che chiamano giardino. Accidenti, ho sentito che l’altro giorno è entrata al Jitney Jungle market e girava tra i banchi raccogliendo verdura andata a male che si è fatta regalare da Olie Peterson. La strega più strana che abbia mai visto: all’ombra le daresti anche cent’anni. I negri ne hanno una paura folle...». 
Ma lo sconosciuto interruppe il torrente di informazioni del ragazzo e chiese: «Bene, allora, credete che possa vendere?». 
«Certo», disse il ciccione, col sorrisetto di chi la sa lunga. 
L’uomo li ringraziò e si avviò all’uscita, poi si voltò di colpo e disse: «Ragazzi, vi andrebbe di accompagnarmi e farmi vedere dov’è? Poi vi riporto io in città». 
I due fannulloni acconsentirono. Erano tipetti sempre ansiosi di farsi vedere a bordo di un’auto, specie con estranei, perché così davano l’impressione di avere delle conoscenze; e, comunque, c’era sempre il premio delle inevitabili sigarette. 
Fu circa una settimana dopo, quando tornai da Joab, che venni a sapere com’era andata a finire. Il ciccione lo stava raccontando con grande fervore a un uditorio formato da Joab e da me. Più forte parlava e più drammatico diventava. 
«Io dico che quella vecchia strega dovrebbe essere cacciata dalla città. È matta da legare. Prima di tutto, quando scendiamo dalla macchina cerca di mandarci via. Poi ci sguinzaglia alle calcagna quello strano cane che ha. Scommetto che la bestia è più vecchia di lei. Be’, comunque, quel bastardo ha cercato di strapparmi con i denti un pezzo di polpaccio, così ho dovuto mollargli un calcio in bocca... e lei comincia a urlare come una sirena. Finalmente il vecchio negro riesce a calmarla quanto basta perché si possa rivolgerle la parola. Il signor Ferguson, questo è il no- me del forestiero, le ha spiegato che voleva comprare i suoi fiori, sapete, quelle vecchie piante di camelie. Lei risponde che non ne vuol sapere; per di più, non ven- derebbe una sola delle sue piante perché di tutte le cose che ha sono quelle che le piacciono di più. Ora, aspettate che vi dica il resto: il signor Ferguson le ha offerto duecento dollari per una sola di quelle piante. Avete capito bene: duecento dollari! La vecchia capra gli ha detto di levarsi dai piedi: così, quando abbiamo visto che non c’era niente da fare, siamo andati via. Anche il signor Ferguson era molto deluso; contava di tornare con le piante. Ha detto che siamo stati le persone più gentili che abbia mai incontrato». Si piegò all’indietro e tirò un profondo respiro, sfinito dal resoconto. «Maledizione», disse, «che se ne fa di quelle vecchie piante, quando potrebbe venderle a duecento svanziche l’una? Non sono mica bruscolini». 
Quando uscii dal locale di Joab, pensai a Miss Belle. Mi ero fatto spesso delle domande su di lei. Sembrava troppo vecchia per essere ancora al mondo: essere così vecchi doveva essere terribile. Non riuscivo a capire perché tenesse tanto alle ca- melie. Erano bellissime, ma se era così povera... Be’, io ero giovane, lei era molto vecchia e le restava poco da vivere. Ero così giovane che non pensavo mai che sa- rei diventato vecchio anch’io, che anch’io avrei potuto morire. 
Era il primo febbraio. Il giorno era spuntato plumbeo e coperto, con bianche striature perlacee nel cielo. Fuori faceva freddo e l’aria ferma era attraversata da raffiche intermittenti di un vento famelico che mordeva i rami grigi e spogli dei grandi alberi intorno alle rovine di quello che un tempo era stata la maestosa “Rose Lawn”, dove viveva Miss Rankin. La camera era fredda quando si svegliò, e lun- ghe lacrime di ghiaccio pendevano dalle grondaie del tetto. Mentre si guardava intorno in quel grigiore fu scossa da qualche brivido. Con uno sforzo scivolò da sotto l’allegro mosaico colorato della trapunta. Inginocchiandosi davanti al caminetto, accese i rami secchi raccolti da Len il giorno prima. La sua manina, rattrappita e gialla, lottò con il fiammifero e la ruvida superficie del blocco di calcare. Dopo un po’ i rami presero fuoco; si sentì lo scoppiettìo del legno e il fruscìo delle fiamme saltellanti, simile a un tintinnìo di ossa. Lei restò un momento davanti alla vampa per scaldarsi, poi si spostò con passo incerto verso la catinella gelata. Quando eb- be finito di vestirsi, andò alla finestra. Cominciava a nevicare, la neve rada e acquosa che cade negli inverni del sud. Si scioglieva appena toccava terra, ma Miss Belle, pensando alla lunga camminata che avrebbe dovuto fare quel giorno per an- dare in città a procurarsi qualcosa da mangiare, si sentì girare un po’ la testa. Poi rimase a bocca aperta perché vide, sotto di lei, che le camelie stavano sbocciando; erano più belle di come le avesse mai viste. I vividi petali rossi erano gelati e immobili. 
Una volta, a quanto poteva ricordare, negli anni in cui Lillie era una bambina, ne aveva raccolti cesti interi, riempiendo della loro sottile fragranza le grandi stanze vuote di Rose Lawn; e Lillie le rubava e le regalava ai piccoli negri. Come si era arrabbiata! Ma ora il ricordo le strappò un sorriso. Erano passati almeno dodici anni dall’ultima volta che aveva visto Lillie. Povera Lillie, ormai è una vecchia anche lei. Avevo appena diciannove anni quando è nata, ed ero giovane e carina. Jed diceva che ero la più bella ragazza che avesse conosciuto... ma è successo tanto tempo fa. Non ricordo esattamente quando ho cominciato a essere così. Non ricordo quando sono diventata povera, quando ho cominciato a invecchiare. Immagino che sia successo dopo la partenza di Jed... chissà che fine ha fatto. Mi disse che ero brutta, che ero uno straccio, e prese e se ne andò, lasciandomi sola con Lillie... E Lillie era una poco di buono, una poco di buono... Si portò le mani al viso. Le faceva ancora male ricordare, eppure quasi ogni giorno tornava con la mente a queste stesse cose, che certe volte la facevano infuriare; e allora urlava come una matta, come quando era arrivato quell’uomo con i due balordi che sghignazzavano, l’uomo che voleva comprare le camelie; non le avrebbe mai vendute, mai. Ma quell’uomo le faceva paura; aveva paura che gliele rubasse; e lei cosa poteva fare? La gente le avrebbe riso dietro. Ed era per questo che aveva inveito contro di loro; per questo li odiava, tutti quanti. 
Len entrò nella stanza. Era un negro piccolo, vecchio e curvo, con una cicatrice sulla fronte. «Miss Belle?» chiese con una voce asmatica. «Voleva andare in città? Io non lo farei se fossi in lei, Miss Belle. C’è un bruttissimo tempo oggi, là fuori». Quando parlava, gli usciva dalla bocca una nuvoletta di vapore che sembrava fumo, disperdendosi nell’aria fredda. 
«Sì, Len, oggi devo andare in città. Uscirò tra poco; voglio essere di ritorno prima che faccia buio». Fuori, il fumo del vecchio camino si alzava in lente volute e ri- maneva sospeso sopra la casa come una nebbia azzurrina, come se fosse gelato:prima che arrivasse una pungente folata di vento a portarlo via.
Era buio pesto quando Miss Belle affrontò la salita che portava 
verso casa. La notte calava molto in fretta durante l’inverno. Quel giorno arrivò così bruscamente che dapprincipio le fece paura. Non ci fu il rosso del tramonto, ma solo il grigio perla del cielo che a poco a poco diventava nerissimo. Nevicava ancora, e la strada era gelida e fangosa. Il vento era più forte e si udivano gli schiocchi dei rami secchi. Lei avanzava curva sotto il peso di un grosso paniere. Era stata una giornata buona. Il signor Johnson le aveva regalato quasi un terzo di un prosciutto e il piccolo Olie Peterson un mucchio di verdura ormai invendibile. Non avrebbe dovuto tornare in città per almeno due settimane. 
Quando fu davanti alla casa si fermò un momento per riprender fiato, lasciando che il paniere scivolasse a terra. Poi, raggiunto il confine del terreno, cominciò a cogliere alcune camelie che erano grandi come rose; se ne premette una sul viso, ma non ne sentì il tocco. Ne raccolse una bracciata e tornò indietro fino al paniere, quando a un tratto le sembrò di aver udito una voce. Si fermò per ascoltare, ma a risponderle c’era solo il vento. 
Si accorse che stava scivolando, ma non poté impedirlo; tese le braccia nel buio per sorreggersi, ma intorno a lei c’era soltanto il vuoto. Provò a chiedere aiuto, ma dalla gola non le uscì alcun suono. Si sentiva sommergere da grandi onde di vuoto; scene fuggevoli le passavano davanti agli occhi. La sua vita, del tutto inutile, una rapida apparizione di Lillie, di Jed, e una nitida immagine di sua madre con un bastone lungo e sottile. Ricordo che era un freddo giorno d’inverno quando zia Jenny mi portò alla vecchia casa in rovina dove abitava Miss Belle. Miss Belle era morta durante la notte: l’aveva trovata un vecchio di colore che viveva là con lei. Quasi tutti, dalla città, stavano andando a dare un’occhiata. Non l’avevano ancora mossa perché il coroner non aveva dato il permesso. Così la vedemmo appena morta. Era la prima volta che vedevo un morto e non la dimenticherò mai. 
Giaceva nel cortile accanto alle sue piante di camelie. Le si erano spianate tutte le rughe sul viso, e i fiori vivaci erano sparpagliati tutt’intorno. 
Sembrava piccolissima e veramente giovane. Aveva qualche fiocco di neve sui capelli e uno di quei fiori era schiacciato contro la sua guancia. Era, pensai, una delle cose più belle che avessi mai visto. 
Tutti dicevano che era molto triste eccetera, e io lo trovai piuttosto strano, perché erano gli stessi che ridevano e si burlavano di lei. 
Be’, Miss Belle Rankin era di sicuro un tipo strano, e probabilmente anche un po’ tocca, ma aveva davvero un aspetto adorabile in quella fredda mattina di febbraio, con quel fiore premuto sulla guancia e là distesa, così immobile e silenziosa. 
Truman Capote
(Da Dove comincia il mondo. Titolo originale: The Early Stories of Truman Capote © 2015 by The Truman Capote Literary Trust. Published by arrangement with Penguin Random House LLC and Roberto Santachiara Literary Agency (Traduzione di Vincenzo Mantovani) © 2016, Garzanti S.r.l., Milano)