venerdì 19 gennaio 2018



SE PENSO AI MIEI FIGLI
di Gianfranco Giudice
Estratto da "Con il sigaro in bocca"
"Se penso ai miei figli quando erano piccoli, immagino la vita del piccolo dell’uomo non molto differente da quella del cucciolo di un qualunque di animale. Ricordo quelle giornate ormai lontane, mi sono occupato molto di loro in quel periodo della mia vita. La forza che abbiamo quando siamo giovani, se decidiamo di mettere al mondo dei figli, in buona parte serve per occuparsi di loro, perché i bambini assorbono così tanta energia che devono immagazzinare, per poi spenderne altrettanta. In particolare ricordo la rivoluzione capitata nella mia vita quando è nata la prima figlia, Beatrice, per cui ho dovuto imparare il mestiere di padre,  uno dei più difficili al mondo senza nessuno che te lo insegni prima. Forse anche per questo tra me e lei, Beatrice tra i miei figli è quella che mi è più simile di carattere, ci lega un rapporto viscerale che non conosce mezze misure. La casa dove vivevo era un luogo chiassoso e caotico, ogni sua stanza era occupata dai giochi dei bambini. In quel caos creativo vedevo i miei tre figli, due di età abbastanza vicina, costruire il loro mondo, come se fosse un grande gioco fatto coi pezzi del lego, da montare e smontare continuamente e senza sosta. Il tempo del bambino non ha ancora alcuna struttura precisa, non conosce le distinzioni fondamentali di giorno, notte, mattina, mezzogiorno, pomeriggio e sera. I bisogni e le pulsioni primarie sconvolgono ogni schema prefissato, finché non saranno ben governate e organizzate. Così la sveglia era sempre la mattina prestissimo, festa o non festa che fosse. Ricordo poi notti in cui per ore sono rimasto sveglio, proprio insieme a Filippo, che non voleva saperne di riaddormentarsi. Mentre muovevo il passeggino, con la speranza di farlo ripiombare nel sonno, mi svegliavo definitivamente io dal sonno che mi precipitava improvvisamente addosso. Così  ho letto libri su libri per passare il tempo; la notte era un momento ottimo per questo, per l’assenza di ogni distrazione, a parte naturalmente mio figlio da far riaddormentare! Le giornate trascorrevano tra un bisogno e l’altro dei bambini da soddisfare. Mangiare, curarli quando necessario durante i giochi in casa; oppure portarli fuori ai giardinetto o in piscina, e tante altre cose da fare, cercando tra l’una e l’altra di ritagliarmi quasi ossessivamente e caparbiamente uno spazio di tempo per occuparmi delle mie cose predilette, delle mie passioni, ovvero scrivere, leggere, studiare. Se non riuscivo a farlo, mi sentivo angosciato e frustrato. Perché crescere i figli era importante, ma non poteva certo esaurire il senso che davo alla mia vita." (CON IL SIGARO IN BOCCA)