mercoledì 1 agosto 2018


SCIACALLI E ARABI
Franz Kafka
Eravamo accampati nell'oasi. I compagni di viaggio o dormi-vano. Un arabo, alto e bianco, mi passò dinanzi, diretto alla sua tenda, dopo aver accudito ai cammelli.
Mi sdraiai supino nell'erba; volevo dormire, non ci riuscivo; uno sciacallo ululava lamentoso in distanza. Mi rialzai a sedere. E ciò che mi era sembrato così lontano poco fa, subito mi fu vicino. Attorno a me un brulichio di sciacalli: occhi d'oro smorto che si accendevano e si spegnevano, corpi flessuosi che guizzavano come mossi da una frusta, con ordinata sveltezza.
Uno mi giunse alle spalle e, sgusciandomi sotto il braccio, aderì stretto a me, come se provasse bisogno del mio calore; poi mi venne davanti e mi parlò, quasi fissandomi negli occhi:
«Sono il più vecchio sciacallo del territorio, e sono felice di poterti dare il benvenuto tra noi. Non speravo quasi più di vederti, poiché ti aspettiamo da tempo immemorabile: mia madre ti ha aspettato, e sua madre, e ancor prima tutte le loro madri, su su fino alla madre di tutti gli sciacalli. Credilo!»
«La cosa mi stupisce,» risposi, dimenticando di dar fuoco al mucchio di legna preparato per respingere gli sciacalli col fumo, «mi stupiscono molto le tue parole. Solo per caso arrivo qui dall'estremo Nord e intendo restarvi poco tempo. Che volete mai, sciacalli?»
E come se il mio discorso forse troppo affabile li avesse incoraggiati, essi si fecero più stretti in cerchio attorno a me, sbuffando e stronfiando.
«Lo sappiamo,» incominciò il vecchio, «che arrivi dal Nord: appunto su questo si fondano le nostre speranze. Lassù regna la ragione, che fra gli arabi è introvabile. La loro fredda superbia non sprigionerà mai una scintilla di ragionevolezza. Ammazzano le bestie per divorarle, ma disprezzano le carogne.»
«Parla più piano,» gli dissi, «ci sono arabi che dormono qui vicino.»
«Sei proprio uno straniero,» disse lo sciacallo, «altrimenti sapresti che mai in tutta la storia si è dato che uno sciacallo abbia timore di un arabo. Anche temerli dovremmo? Non ci basta già la nostra sventura d'esser confinati a vivere tra gente simile?»
«Può darsi, può darsi,» risposi, «non azzardo un giudizio su questioni di cui so così poco; è una vecchia disputa, a quanto sembra, una disputa che avete nel sangue; e forse solo nel sangue avrà termine.»
«Sei molto saggio,» disse il vecchio sciacallo; e gli altri ansimarono ancor più forte, coi polmoni congesti sebbene fossero immobili; dalle fauci aperte esalava un lezzo acre, insopportabile a momenti se non serrando le mascelle; «sei molto saggio; ciò che hai detto corrisponde alla nostra antica dottrina. Gli toglieremo il sangue, dunque, e la disputa finirà.»
«Oh,» dissi, più aspramente di quanto avrei voluto, «si difenderanno! Vi ammazzeranno a frotte coi loro fucili.»
«Non ci hai capito,» rispose, «come non ci capiscono tutti gli uomini: evidentemente anche all'estremo Nord è lo stesso. Noi non vogliamo ucciderli; l'acqua di tutto il Nilo non basterebbe a purificarci. Già la vista dei loro corpi viventi basta a farci prendere la fuga in cerca d'aria più pura, verso il deserto, che perciò è la nostra patria.»
E tutti gli sciacalli intorno - nel frattempo molti se n'erano aggiunti, venuti di lontano - chinarono le teste fra le zampe anteriori e presero a sfregarsele; sembravano voler dissimulare una ripugnanza così fiera, che sentii l'impulso di sottrarmi al loro cerchio, compiendo un gran balzo.
«Che intendete fare, dunque?» domandai, e feci per alzarmi, ma non mi fu possibile: due giovani animali m'avevano addentato giacca e camicia alle spalle e mi costringevano a sedere. «Ti stanno reggendo lo strascico,» spiegò gravemente il vecchio sciacallo, «in segno d'onore.» «Che mi lascino subito libero!» gridai, rivolto un po' al vecchio, un po' ai giovani. «Ti lasceranno, certo,» replico il vecchio, «se questo è il tuo volere; ma occorrerà un po' di tempo, perché, secondo l'usanza, hanno morso a fondo, e devono staccare adagio le due chiostre di denti. Ascolta intanto la nostra preghiera.» «Col vostro contegno non mi avete molto ben disposto ad udirla,» dissi. «Non infierire su di noi per la nostra goffaggine,» mi rispose, e per la prima volta calcò ad arte il tono lamentoso proprio alla sua voce; «siamo povere bestie, non abbiamo che i denti per mordere; solo i denti abbiamo per tutto ciò che vogliamo fare, sia buono o cattivo.» «Ebbene, cosa vuoi?» gli dissi, un po' ammansito.
«Signore!» gridò quello, e tutti gli sciacalli gli fecero eco ululando; era come una melodia che giungesse da grandi lontananze. «Signore, tu devi por fine alla rissa che lacera il mondo. I nostri vecchi hanno descritto a tua immagine colui che compirà tale impresa. Dobbiamo aver pace dagli arabi, vivere in aria respirabile, vedere l'orizzonte sgombro dalla loro presenza; l'urlo di dolore del montone ch'essi sgozzano non venga più a ferirci; ogni animale deve poter morire in pace, così che noi possiamo berne tranquillamente il sangue e ripulirlo sino all'osso. Pulizia vogliamo, nient'altro che pulizia!» e ora tutti piangevano, singhiozzavano. «Come puoi resistere in questo mondo, tu nobile cuore, tu molli viscere? Sia bianco, sia nero, tutto in loro è sporcizia; orribile è la loro barba, e l'angolo degli occhi fa sputare di schifo; se alzano un braccio, l'inferno si spalanca nel cavo delle loro ascelle. Perciò, o signore, perciò, caro signore, servendoti delle tue mani, delle tue mani a cui tutto è possibile, taglia loro la gola con questa forbice!» E, obbedendo a un suo energico cenno del capo, si fece avanti uno sciacallo che portava appesa a un canino una piccola forbice da cucito, ricoperta di vecchia ruggine.
«Oh, ecco finalmente la forbice, e che sia finita!» gridò l'arabo che guidava la nostra carovana: contro vento era strisciato fin lì, e agitava la sua frusta gigantesca.
Tutto il branco si dileguò, ma a una certa distanza si arrestarono, rannicchiati gli uni contro gli altri, così numerosi, fitti e immobili che sembravano un recinto concluso, lampeggiante di fuochi fatui.
«Anche tu, dunque, signore, hai veduto e udito questa parata,» mi disse l'arabo, ridendo con la giocondità consentita a lui dall'avito riserbo. «Ma tu sai che vogliono quelle bestie?» gli chiesi.«Certamente, signore,» rispose, «tutti lo sanno: finché ci saranno arabi, quella forbice errerà con noi nel deserto e continuerà ad errare fino alla fine dei giorni. Viene offerta ad ogni europeo perché compia la grande impresa, e ogni europeo dev'essere per forza l'eletto per tale compito. Quegli animali inseguono una speranza assurda: pazzi sono, davvero pazzi. Ma proprio per questo li abbiamo in simpatia. Sono come dei cani per noi, più belli dei vostri. Guarda, stanotte è morto un cammello e l'ho fatto portar qui.»
Quattro portatori s'avvicinarono e gettarono lontano innanzi a noi la pesante carcassa; non appena giacque al suolo, gli sciacalli elevarono le loro voci. Come presi ciascuno in un laccio inestricabile, avanzavano lenti, esitanti, strofinando il corpo sulla sabbia. Dimentichi degli arabi, dimentichi dell'odio, erano come stregati dalla presenza della salma graveolente che tutto obliterava. Ed ecco che uno s'avventò alla gola, e fin dal primo morso scoprì la carotide. Come una piccola pompa impazzita che, altrettanto ciecamente quanto senza speranza, si proponga di domare un furioso incendio, ogni muscolo di quel corpo si tendeva visibilmente e palpitava. E già sopra il cadavere altri facevano mucchio, intenti ad ugual lavoro.
Allora la guida, con ampio gesto, agitò in lungo e in largo lo sferzante scudiscio. Essi sollevarono le teste, fra ebbri e trasognati; videro di fronte a sè gli arabi; sentirono sui musi il morso della frusta; fecero un balzo indietro e si ritirarono per un certo tratto. Ma il sangue del cammello stagnava in pozzanghere fumanti, il corpo era squarciato in più punti. Non resistettero, tornarono all'assalto; la guida alzò nuovamente la frusta; io gli fermai il braccio.
«Hai ragione, signore,» disse, «meglio che li lasciamo al loro mestiere; del resto, è tempo di partire. Ora li hai veduti. Strane bestie, nevvero? E come ci odiano!»