ASPETTANDO GODOT
(Estratto)
Samuel Beckett,
[...] Andiamocene/ Non si può/ Perché?/ Aspettiamo Godot./ Già, è vero. Sei sicuro che sia qui?/ cosa?/ Che dobbiamo aspettare./ Ha detto davanti all’albero [...]
[...] È terribile/ Sembra di essere a teatro/ Al circo/ Al varietà/ Al circo/ Ma verrà la notte? [...]
Samuel Beckett, Aspettando Godot, trad. Carlo Fruttero, Einaudi, 1965,pag.25 e pag. 46,47
Queste righe di Aspettando Godot mettono in scena con grande precisione l’assurdità dell’attesa.
Il dialogo procede per brevi frammenti ripetuti e circolari:
«Andiamocene / Non si può / Perché? / Aspettiamo Godot.»
Ogni tentativo di movimento viene subito bloccato dalla stessa risposta, creando un loop che impedisce qualsiasi progresso. La domanda «Sei sicuro che sia qui?» e la replica «cosa? / Che dobbiamo aspettare» sottolineano quanto sia fragile e arbitraria la ragione per cui i due restano fermi. Non c’è certezza, solo una vaga indicazione («Ha detto davanti all’albero») che viene accettata senza vera convinzione.
Più avanti il testo rivela la consapevolezza teatrale dei personaggi:
«È terribile / Sembra di essere a teatro / Al circo / Al varietà».
Vladimir ed Estragon si rendono conto di stare recitando una situazione ridicola, eppure continuano a farlo. Il riferimento al circo e al varietà accentua il carattere grottesco e meccanico del loro scambio: sembrano due numeri comici che si ripetono all’infinito, senza pubblico che applauda e senza finale.
La paura della notte («Ma verrà la notte?») introduce un elemento di angoscia concreta. La notte rappresenta il passare del tempo, il peggioramento della situazione, l’avvicinarsi di qualcosa di indefinito e minaccioso. Anche questa preoccupazione, però, viene assorbita dal meccanismo del dialogo e non porta a nessuna decisione.
In poche battute Beckett mostra il meccanismo essenziale dell’opera: due personaggi immobilizzati da un’attesa di cui non conoscono né l’origine né lo scopo, consapevoli della propria assurdità, eppure incapaci di interromperla. Il testo non spiega, non risolve, non offre via d’uscita. Si limita a far girare la ruota del dialogo, rendendo visibile l’inutilità del movimento e la tenacia con cui gli esseri umani restano aggrappati a un’aspettativa priva di fondamento.
Vladimir ed Estragon aspettano perché, in un mondo privo di senso intrinseco (dopo le due guerre mondiali, in un universo che appare indifferente), l’essere umano sente il bisogno di aggrapparsi a qualcosa che dia una parvenza di direzione o di salvezza. Godot rappresenta qualsiasi cosa si aspetti fuori di sé: un evento, una persona, un cambiamento, un significato, una risposta. Non serve che arrivi davvero. L’importante è che l’attesa riempia il vuoto.L’attesa diventa un modo per passare il tempo, per dare una struttura minima alla giornata, per evitare il silenzio totale o la decisione di andarsene (che sarebbe un atto di libertà troppo rischioso).Se smettessero di aspettare, dovrebbero ammettere che non c’è niente da aspettare, che la loro esistenza è vuota e che devono inventarsi da soli un senso (o accettarne l’assenza). L’attesa è più comoda: rinvia il confronto con l’assurdo. È una forma di autoinganno collettivo che permette di continuare a “fare qualcosa” (anche se quel qualcosa è solo stare fermi e parlare).
