sabato 25 aprile 2026

UNA SOLITUDINE TROPPO RUMOROSA Bohumil Hrabal

 


UNA SOLITUDINE TROPPO RUMOROSA

Bohumil Hrabal


Hrabal lo scrisse negli anni Settanta, durante la “normalizzazione” dopo la Primavera di Praga. Il libro circolò per anni solo in samizdat e all’estero. Un racconto poetico e malinconico che mescola il "lerciume" della vita quotidiana con l'elevazione spirituale data dall'arte. Paragonato alla prosa di Thomas Bernhard o alla visione alienante di Franz Kafka, la scrittura di Hrabal è caratterizzata da un flusso di coscienza denso e barocco.

«La mia Solitudine rumorosa dichiara lo stesso Hrabal nell'intervista in appendice al volume – è solo e soltanto la deduzione, la riconduzione a denominatore comune di tutto ciò che sono stato fino all'epoca in cui l'ho scritta.».

Hanta, il protagonista, lavora da trentacinque anni in una pressa idraulica nel seminterrato di un deposito di carta da macero a Praga. Il suo compito è distruggere libri. Invece di farlo meccanicamente, li salva, li legge, li assimila. Vive letteralmente sommerso dalla carta stampata: Goethe, Schiller, Hölderlin, Nietzsche, i mistici, i filosofi, i poeti cinesi, le edizioni di lusso confiscate dal regime. La sua cantina è un mausoleo di cultura condannata alla distruzione.

 


Dopo Hrabal, una rumorosa solitudine di Giorgio Pressburger

L'articolo di Giorgio Pressburger che qui pubblichiamo è apparso su «il manifesto», 17 aprile 1998.

Bohumil Hrabal, un tempo vero vessillo della letteratura nazionale e ora collocato sulla linea d'ombra tra presenza e oblio, è uno dei maggiori narratori degli ultimi decenni. Le vicende letterarie del nostro pianeta sono così vertiginose, la «letteratura globale» è tanto chiassosa e grondante grandi cifre, da lasciare poco tempo alla riflessione. Ciò che fino a qualche anno fa pareva una nuova stagione della letteratura europea si sta trasformando in qualcos'altro, forse in una sorta di «canto del cigno». Non è il caso di inoltrarsi in considerazioni a questo proposito: sarebbe in contrasto con l'ardente ottimismo della persona di cui stiamo parlando.

È stata proprio l'enorme energia vitale dei romanzi di Hrabal a porlo al centro dell'attenzione dei lettori italiani. "Ho servito il re d'Inghilterra", quando fu pubblicato dalla casa editrice e/o, venne considerato un vero caso letterario. Il prorompente umorismo, l'ironia, la carica erotica dei personaggi e della vicenda fecero amare Hrabal forse più d'ogni altro scrittore europeo. Fu l'apoteosi dell'Est postcomunista. Lo scrittore di Praga divenne il personaggio del giorno; fu invitato in Italia a ricevere premi, i suoi romanzi conobbero versioni teatrali a volte molto fortunate, si scrissero tanti articoli su di lui. Era l'epoca in cui improvvisamente il pezzo perduto dalla gigantesca macchina dell'Europa venne recuperato e pareva che la corsa potesse continuare sotto i migliori auspici.

La mia conoscenza con Hrabal risale proprio a quegli anni. Ho avuto modo di scrivere del nostro incontro in un ristorante della Roma antica, vicino a piazza Campitelli. Ci andai con mal repressi timori e pregiudizi. Temevo Hrabal per la sua fama di grande bevitore, anzi di grande ubriacone. Del resto lui stesso, in più di un libro memorabile, accenna ai suoi «slalom giganti» di birreria in birreria nel cuore della «magica» Praga. Non ho mai avuto amici ubriaconi; l'ebreo medio dell'Europa centrale considera quell'abitudine l'inizio di una violenza persecutoria nei propri riguardi. Forse è il ricordo dei ghetti e degli «shtetl» polacchi e russi, tramandato di generazione in generazione, ad alimentare quei timori. Fino alla fine del secolo scorso gli aristocratici e i militari dell'Ucraina, della Russia, della Polonia, dopo una grande sbronza, solevano far irruzione nei villaggi degli ebrei e massacrarli impunemente. Erano i famosi «pogrom» entrati dal russo nel lessico internazionale e portati al massimo della perfezione dalla Germania nazista. Mi rendevo conto dell'assurdità dei miei sentimenti eppure li avvertivo in me, quella sera a Roma. All'appuntamento con i signori Ferri della casa editrice e/o e con Hrabal arrivai in ritardo. In un attimo furono smentiti tutti i miei timori: trovai lo scrittore allegro, sorridente, con un volto luminoso e i piccoli occhi azzurri che volevano trasmettere un incoraggiamento all'amicizia, esprimevano un candore e un'assenza di malevolenza che non avevo mai riscontrato in nessuno. Il volto era simile a quello di tanti abitanti di quella parte dell'Europa in cui vivono popolazioni slave e germaniche: quando ero bambino da quei volti per me erano venute espressioni minacciose, parole di comando, insulti. Da Hrabal un allegro invito all'amicizia, un morbido segno di sentimento fraterno. Quando gli dissero chi ero, da dove venivo, lui, a sua volta, fece dire dall'interprete che gli abitanti della «mitteleuropa» si capivano sempre tra loro. Da quel momento abbandonò l'esclusivo uso del ceco, e parlammo un po' in francese, in tedesco, e lui si servì persino di due–tre parole «yiddish». A un certo punto si mise a recitare a memoria, come se niente fosse, una cinquantina di versi di Esenin, in traduzione ceca. Poi parlò di Joyce, Proust, Dostoevskij. Era un innamorato della letteratura, parlava di tutti gli scrittori viventi e morti con amore fraterno, o, qualche volta, con civettuola maldicenza. Lasciai quel ristorante con un sentimento di felicità, di vero senso di libertà interiore.

Rividi Hrabal sei–sette mesi dopo, a Praga. Erano gli ultimi giorni del '92. Faceva molto freddo e nevicava. Ero andato per invitarlo in Italia, alla prima rappresentazione romana della versione teatrale del suo romanzo Una solitudine troppo rumorosa. Quel libro di poco più di cento pagine, scritto negli anni settanta, narra di un operaio addetto al macero di vecchi volumi e riviste. Parla dell'amore per il libro, del destino della letteratura nel mondo che si sta preparando.

È una metafora vitale e forte, che tocca, in qualche modo, molto alla lontana, corde non dissimili da quelle di Don Quijote, o di Auto da fé del grande Elias Canetti. Il protagonista è uno «spaccone dell'eternità», una persona semplice che a furia di salvare dal macero libri di grandi autori e di portarli a casa per leggerli, comincia a dialogare, nel suo scantinato, con Laozi, Hegel, Kant, persino con Gesù Cristo. Poi lo mandano a lavorare in una pressa moderna, con operai in tute colorate e luci fortissime dappertutto, dove il libro da distruggere è un pezzo qualunque della catena di «smontaggio», e allora il proletario–letterato, per la disperazione pensa di uccidersi, di farsi stritolare dalla pressa. Pensa di farlo, ma non lo fa. La presenza nel parco in cui si è addormentato, di alcune prostitute zingare gli ridà la carica vitale. Il libro si chiude con una poesia in omaggio a Kafka.[...] Giorgio Pressburger 


UNA SOLITUDINE TROPPO RUMOROSA

 


1.

Soltanto il sole ha diritto alle sue macchie


Goethe


Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story. Da trentacinque anni presso carta vecchia e libri, da trentacinque anni mi imbratto con i caratteri, sicché assomiglio alle enciclopedie, delle quali in quegli anni avrò pressato sicuramente trenta quintali, sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari. Così in un solo mese presso in media venti quintali di libri, ma per trovar la forza per questo mio benedetto{1} lavoro, allora in questi trentacinque anni ho bevuto tanta birra che questa lager formerebbe una piscina da cinquanta metri, un parco di peschiere per le carpe di Natale. Così contro la mia volontà sono diventato saggio e sto adesso accertando che il mio cervello è fatto di pensieri lavorati dalla pressa meccanica, di pacchi d'idee. Una noce di Cenerentola è la mia testa, alla quale i capelli sono bruciati e io so come dovevano essere ancor più belli i tempi in cui tutto il pensiero era iscritto soltanto nella memoria umana, quella volta se qualcuno avesse voluto pressare libri avrebbe dovuto pressare teste umane, ma anche questo non sarebbe servito a nulla, perché i pensieri veri provengono da fuori, accanto all'uomo sono come tagliolini in una gavetta, sicché i Koniás{2} di tutto il mondo vanamente bruciano libri, e quando quei libri hanno registrato qualche cosa che vale, si sente solo la risata silenziosa dei libri bruciati, perché un libro come si deve rimanda sempre altrove e fuori. Ho comperato quella piccola calcolatrice e moltiplicatrice ed estrattrice di radici, quella piccola macchina non più grande di un portafogli, e dopo essermi fatto coraggio ho staccato con un cacciavite il tassello posteriore e ho avuto un fremito di gioia, perché con soddisfazione ho trovato dentro la calcolatrice una minuscola placchetta non più piccola di un francobollo e non più spessa di dieci fogli di libro e poi niente più altro che aria, aria carica di variazioni matematiche. Quando gli occhi mi capitano su un libro come si deve, quando rimuovo le parole stampate, del testo anche qui non restano che pensieri immateriali, i quali svolazzano per l'aria, poggiano sull'aria, dall'aria sono nutriti e nell'aria ritornano, perché tutto in fin dei conti è aria, così come contemporaneamente nell'ostia santa il sangue c'è e non c'è. Da trentacinque anni imballo carta vecchia e libri e vivo in un paese che da quindici generazioni sa leggere e scrivere, abito in un ex Regno nel quale era ed è mania pressarsi pazientemente dentro la testa pensieri e immagini che apportano una indescrivibile gioia e un ancor più grande dolore, vivo fra uomini che per un pacco di pensieri pressati sono capaci di dare anche la vita. E adesso tutto si ripete dentro di me, da trentacinque anni pigio i bottoni verde e rosso della mia pressa, da trentacinque anni però bevo anche brocche di birra, non certo per il bere, io ho orrore degli ubriachi, io bevo per aiutare il pensiero, per arrivare meglio al centro stesso dei testi, perché quello che io leggo non è né per divertimento né per far passare il tempo o addirittura per addormentarmi meglio, io, che vivo in un paese in cui quindici generazioni sanno leggere e scrivere, io bevo per poter non dormire mai più a causa della lettura, perché la lettura mi faccia venire il tremito, poiché io condivido con Hegel quell'opinione che un uomo nobile è poco un nobile e un criminale è poco un assassino. Se io sapessi scrivere, scriverei un libro sulla maggiore felicità e sulla maggiore infelicità dell'uomo. Attraverso i libri e dai libri ho appreso che i cieli non sono affatto umani e che un uomo che sa pensare, anche lui non è umano, non che non lo voglia, ma ciò contrasta col giusto modo di pensare. Sotto le mie mani e nella mia pressa meccanica periscono libri preziosi e io non posso impedire questo flusso e corso. Non sono nulla più di un tenero macellaio. I libri mi hanno insegnato il gusto e la gioia della devastazione, io amo i nubifragi e le squadre di demolizione, sto fermo ore intere per vedere come i pirotecnici, con un movimento sincronizzato, come se pompassero giganteschi pneumatici, fanno saltare blocchi interi di case, intere vie, fino all'ultimo non mi sazio di guardare quel primo attimo che solleva tutti i mattoni e le pietre e le travi, perché poi sopravvenga il momento in cui le case scivolano giù silenziose come un vestito, con la velocità di un transatlantico sul fondo del mare dopo lo scoppio delle caldaie. Così poi sto nella nube di polvere e nella musica del crepitio e penso al mio lavoro nel profondo magazzino dove sta la mia pressa, alla quale lavoro da trentacinque anni alla luce delle lampadine, sopra di me sento dei passi aggirarsi per il cortile, e da un'apertura nel tetto del mio magazzino si riversano come dal cielo le cornucopie, i contenuti di sacchi, casse e scatole che riversano nell'apertura in mezzo al cortile carta vecchia, steli appassiti di fiorerie, carte dei grandi magazzini, programmi e biglietti scaduti e bustine di cremini e cassate, cartoni inzaccherati di imbianchini, mucchi di carta bagnata e insanguinata delle macellerie, trinciature taglienti di studi fotografici, il contenuto dei cestini di uffici comprese le bobine delle macchine da scrivere, mazzi di fiori per i compleanni e gli onomastici già avvenuti, a volte nel magazzino mi cade una pietra di selciato avvolta in un giornale affinché la carta pesi di più, e per errore coltelli e forbici da cartone gettati via, martelletti e pinze per estrarre chiodi, coltellacci da macellaio e tazze col caffè nero rappreso, a volte anche un mazzo di fiori da sposalizio sfiorito e una corona funebre artificiale fresca. E io tutto questo lo presso da trentacinque anni nella pressa meccanica, tre volte a settimana i camions trasportano questi miei pacchi alla stazione fino ai vagoni e poi ancora alla cartiera, perché lì gli operai taglino i fili e scarichino il mio lavoro negli idrosolfiti e negli acidi, dentro i quali si sciolgono anche le lamette con le quali a ogni momento mi tagliuzzo le mani. Tuttavia così come nel flusso di un fiume torbido che è scorso fra le fabbriche balena un bel pesce, così nel flusso della carta vecchia brilla il dorso di un libro prezioso, per un attimo guardo abbagliato altrove e poi lo pesco, lo strofino col grembiule, lo dispiego e annuso il testo, e poi come una predizione di Omero mi leggo la prima frase sulla quale poggio gli occhi e soltanto dopo ripongo il libro fra le altre belle cose ritrovate, dentro una cassetta tappezzata di santini che qualcuno per errore ha gettato in magazzino con tutti i libri di preghiera. Allora poi è la mia messa, il mio rituale, non solo di leggere ogni libro del genere, ma di riporne dopo la lettura uno in ogni pacco, perché io devo scartabellare ogni pacco, gli devo dare il mio carattere, la mia firma. È il mio tormento, che ogni pacco sia diverso, ogni giorno di lavoro devo restare in magazzino due ore in più, devo arrivare al lavoro un'ora prima, devo lavorare a volte anche il sabato per pressare quella inesauribile montagna di carta vecchia. Il mese scorso mi hanno portato e gettato in magazzino seicento chili di stampe di famosi maestri, sei quintali di fradici Rembrandt e Hals e Manet e Monet e Klimt e Cézanne e altri pezzi grossi della pittura europea e così adesso ricopro i lati di ogni pacco con le stampe e verso sera, quando i pacchi stanno in fila davanti all'ascensore, non riesco a saziarmi e a smetter di guardare quella bellezza adorna ai lati, qui La ronda di notte, lì la Saskia, Le Déjeuner sur l'herbe, La casa dell'impiccato, Guernica. E io, unico al mondo, in più so che nel cuore di ogni pacco riposa qui un Faust aperto, lì un Don Carlos, qui poi, circondato da schifose copertine insanguinate, giace un Iperione e qui ancora, dentro i pacchi coi sacchi del cemento, riposa Così parlò Zarathustra. Così, unico al mondo, io so in quale pacco giacciono come in una tomba Goethe e Schiller e dove Hölderlin e dove Nietzsche. Così unicamente io sono a me stesso in un certo senso artista e spettatore al tempo stesso, e per questo sono ogni giorno sfinito e stanco morto e a pezzi e scioccato, e per diminuire e attenuare questo enorme dispendio bevo brocche su brocche di birra e mentre vado a prendere la birra da U Husenskych ho abbastanza tempo per meditare e per far sogni sul mio prossimo pacco. Solo per questo bevo queste masse di birra, per veder meglio davanti, perché io in ogni pacco seppellisco una reliquia preziosa, una piccola bara di bambino aperta, ricoperta di fiori appassiti, di frange di alluminio, di capelli d'angelo, così da fare una gradevole cuccia per i libri che mi sono comparsi sorprendentemente in magazzino, come sono comparso in questo magazzino io. Per questo sono sempre in ritardo col lavoro, per questo la carta vecchia si erge in cortile fino al soffitto, proprio come la montagna di carta nel mio magazzino riempito dall'apertura nel soffitto prosegue fino al soffitto del cortile. Per questo il mio capo a volte scava con un gancio nella carta vecchia e attraverso l'apertura grida giù a me di sotto, con la faccia paonazza di rabbia: Hanta, dove sei? Perdio, non starti a guardare i libri e muoviti! Il cortile è zeppo e tu laggiù sogni e fai fesserie al quadrato! E io alle falde della montagna mi raggomitolo come Adamo nel cespuglio{3}, con un libro in mano apro gli occhi su un mondo diverso da quello dove appunto stavo, perché io quando incomincio a leggere sto proprio altrove, sto nel testo, io mi meraviglio e devo colpevolmente ammettere di essere davvero stato in un sogno, in un mondo più bello, di essere stato nel cuore stesso della verità. Ogni giorno io sbigottisco dieci volte, come ho potuto allontanarmi così da me stesso. Così alienato e derubato ritorno anche dal lavoro, silenzioso e in profonda meditazione cammino per le vie, oltrepasso i tram e le auto e i passanti nella nube dei libri che ho trovato quel giorno e che porto a casa nella borsa, passo sognante col verde senza neppure accorgermene, non urto contro i lampioni né contro i passanti, soltanto cammino e puzzo di birra e di sporcizia, ma sorrido, perché in borsa porto libri dai quali mi aspetto che a sera da loro apprenderò su me stesso qualche cosa che ancora non so. Così cammino per le vie rumorose, mai col rosso, so camminare in una subconscia incoscienza e nel dormiveglia, in uno stato di ispirazione subliminale, ogni pacco che ho pressato quel giorno echeggia in me quieto quieto e silenzioso, e io ho la sensazione tattile di essere anch'io un pacco pressato di libri, che anche dentro di me c'è la piccola fiammella di controllo di uno scaldabagno, quel piccolo focherello di controllo di un frigorifero a gas, una piccola lucina eterna alla quale quotidianamente aggiungo l'olio dei pensieri che ho letto sul lavoro e contro la mia volontà dai libri che ora mi porto a casa nella borsa. Così ritorno come una casa in fiamme, come una stalla in fiamme, la luce della vita proviene dal fuoco e il fuoco a sua volta dalla morte del legno, il dolore nemico è restato sul fondo della cenere e io da trentacinque anni alla pressa meccanica presso carta vecchia, cinque anni mi mancano per la pensione e quella mia macchina verrà con me, io non la lascio, risparmio, ho un libretto di risparmio apposito e andremo in pensione ambedue, perché io quella macchina dalla ditta la compero, me la trasporto a casa, la metto da qualche parte nel giardino di mio zio fra gli alberi, e soltanto allora, lì nel giardino, farò un unico pacco al giorno, ma quello sì che sarà un pacco, un pacco alla decima potenza, come una statua, come un artefatto, dentro questo pacco poi metterò tutte le mie illusioni giovanili, tutto quello che so, che ho imparato in quei trentacinque anni al lavoro e dal lavoro, così soltanto in pensione lavorerò spinto dal momento e dall'ispirazione, un unico pacco al giorno coi libri che ho in casa, più di tre tonnellate, sarà un pacco del quale non dovrò vergognarmi, sarà un pacco già sognato, meditato in precedenza e in più poi, quando metterò nel tino della pressa i libri e la carta vecchia, durante questo stesso lavoro, che sarà creazione nel bello, ci verserò dentro a massima pressione confetti e lustrini, ogni giorno un pacco pressato, e dopo un anno una mostra dei pacchi nel giardino, una mostra nella quale ogni visitatore potrà creare da solo, ma sotto il mio controllo, il proprio pacco, mentre la lastra della pressa al tocco del bottone verde viene in avanti e con immensa forza trita e pressa la carta vecchia adorna dei libri e dei fiori e di quei rifiuti che ciascuno avrà portato, in modo che lo spettatore sensibile potrà provare l'esperienza come se nella mia pressa meccanica venisse pressato lui stesso. Già siedo in casa nella penombra, siedo su uno sgabello, la testa mi cade e alla fine tocco me stesso con le labbra bagnate e solo così schiaccio un pisolino. A volte, nella posizione della sedia Thonet, dormo così fin verso la mezzanotte e quando mi sveglio sollevo la testa e ho la gamba dei pantaloni madida di saliva al ginocchio, tanto mi sono raggomitolato e rannicchiato su me stesso, come un gattino d'inverno, come il legno di una sedia a dondolo, perché io mi posso permettere quel lusso di essere abbandonato, anche se io abbandonato non sono mai, io sono soltanto solo per poter vivere in una solitudine popolata di pensieri, perché io sono un po' uno spaccone dell'infinito e dell'eternità e l'Infinito e l'Eternità forse hanno un debole per le persone come me.

 


2.

Da trentacinque anni presso carta vecchia e in questi anni i raccoglitori mi hanno gettato in magazzino tanti libri che se avessi tre granai sarebbero pieni. Quando finì quella seconda guerra mondiale, qualcuno gettò vicino alla mia pressa meccanica un cestino di libri, e quando mi fui calmato e aprii uno di quei ninnoli, vidi il timbro della regia biblioteca prussiana, e quando il giorno dopo dal tetto calarono in magazzino quei libri rilegati in pelle e l'aria luccicava di margini dorati e di scritte, corsi di sopra e lì stavano due ragazzi e io spremetti da loro che da qualche parte presso Nové Strasecì c'era un granaio e che lì nella paglia c'erano tanti libri da far girar la testa. Così andai dal bibliotecario militare e ci recammo a Strasecì e lì nei campi trovammo non uno, ma tre granai pieni della Regia biblioteca prussiana, e così dopo esserci deliziati concludemmo le trattative, e poi le auto militari una dopo l'altra e per un'intera settimana trasportarono a Praga in un'ala del ministero degli esteri quei libri, affinché quando i tempi si fossero calmati la biblioteca ritornasse nuovamente là da dove era stata portata, ma qualcuno tradì quel sicuro nascondiglio e la Regia biblioteca prussiana fu dichiarata bottino di guerra e così i camions riportarono nuovamente i libri rilegati in pelle e coi margini dorati e le scritte alla stazione e lì quei libri furono caricati su vagoni scoperti e piovve e diluviò tutta la settimana, e quando l'ultimo camion ebbe portato l'ultimo libro il treno si mosse dentro il diluvio e dai vagoni scoperti gocciolava acqua dorata mescolata a fuliggine e a inchiostro nero tipografico e io ero appoggiato a una pompa e sbigottii per quello di cui ero testimone, quando l'ultimo vagone sparì nella giornata piovosa, sul volto la pioggia mi si mescolò alle lacrime, e quando uscii dalla stazione e vidi un poliziotto in uniforme incrociai i polsi e in tutta sincerità lo pregai di mettermi le manette, i ferri, la bigiotteria, come si dice a Liben, di portarmi via, che avevo commesso un crimine, che notificavo un crimine contro l'umanità. E quando mi ebbe portato via, alla fine in commissariato non soltanto mi risero dietro ma minacciarono di mandarmi in prigione. E alcuni anni dopo incominciai ormai ad abituarmi, caricavo intere biblioteche di castelli e case borghesi, libri belli, rilegati in pelle e marocchino, ne caricavo vagoni interi, e quando i vagoni erano trenta, tutto il treno trasportava nei carri merci quei libri in Svizzera e in Austria, un chilogrammo di bei libri per una corona Tuzex{4}, e nessuno ci faceva caso e nessuno ci piangeva su, neanch'io versavo una lacrima, solo me ne stavo lì in piedi, sorridevo e guardavo l'ultimo vagone del treno che portava bellissime biblioteche in Svizzera e in Austria, una corona Tuzex al chilogrammo. Quella volta avevo già trovato in me la forza di riuscire a guardare freddamente le disgrazie, di riuscire a smorzare la mia commozione, quella volta incominciavo a capire quanto bello è guardare le distruzioni e le disgrazie, caricavo altri vagoni e altri treni partivano dalla stazione in direzione dell'Occidente, per una corona Tuzex un chilogrammo, guardavo e riguardavo la lucerna rossa sul gancio dell'ultimo vagone, stavo appoggiato a un lampione e stavo diritto come Leonardo da Vinci, che anche lui appoggiato a una colonna stava diritto e guardava come i soldati francesi avevano fatto della sua statua equestre un bersaglio, e pezzo dopo pezzo smitragliavano cavallo e cavaliere, e Leonardo come me quella volta stava diritto e guardava con attenzione e soddisfazione quella cosa orribile di cui era testimone, perché Leonardo già quella volta sapeva che i cieli non sono umani e che l'uomo che si occupa del pensiero non è umano neanche lui. Quella volta mi giunse la notizia che stava morendo la mia mamma, arrivai a casa in bicicletta e siccome avevo sete corsi giù in cantina e presi dalla terra fresca un cántaro di latte acido, con le due mani reggevo quel vaso in pietra e avidamente bevevo e bevevo e d'improvviso vedo come davanti ai miei occhi navigano sulla superficie due occhi, ma la sete era più forte e così continuai a bere e quei due occhi apparvero di fronte agli occhi miei così pericolosamente vicini come le luci di una locomotiva che entra in un tunnel di notte e poi quegli occhi scomparvero e io avevo la bocca piena di qualcosa di vivente e dalla bocca estrassi per una zampetta una ranocchia palpitante, la portai in giardino e poi tornai indietro, per finir di bere quel latte in tutta tranquillità, come Leonardo da Vinci. Quando la mamma mi morì, piansi in qualche modo dentro, ma non versai neppure una lacrima. Quando uscii dal crematorio, vidi il fumo del camino salire verso il cielo, la mamma in bel modo saliva ai cieli e io, che lavoravo nel magazzino della raccolta di carta vecchia già da dieci anni, discesi anche nel magazzino del crematorio, immaginavo di fare la stessa cosa come con i libri, e poi aspettai, e quando la cerimonia finì, vidi che venivano bruciati contemporaneamente quattro cadaveri e la mamma stava nella terza sezione, guardavo immobile le ultime cose dell'uomo e vidi come l'addetto sceglieva le ossa e poi le macinava in un macinino a mano, nel macinino a mano stritolò anche la mamma e solo dopo ripose gli ultimi resti corporali della mamma in una scatola di metallo e io non facevo altro che star lì diritto e fissare, precisamente come quando si allontanava il treno che trasportava bellissime biblioteche in Svizzera e Austria a un chilogrammo per una corona Tuzex. Pensavo soltanto a frammenti di versi di Sandburg, dove dell'uomo alla fine resta un po' di fosforo che basterebbe per una scatola di zolfanelli, e non più ferro di quanto basterebbe a forgiare un gancio al quale potrebbe impiccarsi un adulto. Dopo un mese, quando in cambio di una firma ricevetti l'urna con le ceneri della mamma, la portai dallo zio, e mentre entravo con l'urna in quel suo giardino e poi nella cabina lo zio esclamò: Sorellina, come mi ritorni? E gli detti quell'urna e lo zio, dopo averla soppesata, affermò che di sua sorella ce n'era poca, visto che in vita pesava settantacinque chilogrammi, e si sedette e poi conteggiò, dopo aver pesato l'urna, che ci sarebbero dovuti essere cinquanta grammi di mamma in più. E mise l'urna sull'armadio e una volta in estate, mentre sarchiava le rape, lo zio si ricordò di sua sorella, la mia mamma, che le piacevano tantissimo le rape, e così prese l'urna e l'aprì con l'apriscatole e cosparse delle ceneri della mamma il rapuglio con le rape, che più tardi poi mangiammo. Quella volta, mentre pressavo alla mia pressa meccanica dei bei libri, quando la pressa trillò nell'ultima fase triturando i libri con la forza di venti atmosfere, sentii la tritatura di ossa umane, come se stessi stritolando in un macinino a mano i crani e le ossa dei classici triturati nella pressa, come se stessi pressando la frase del Talmud: siamo come olive, soltanto quando veniamo schiacciati esprimiamo il meglio di noi. Soltanto dopo lego con i fili e con una tenaglia il pacco in questa situazione di stress per poi premere il bottone rosso di ritorno, i libri pressati tentano di rompere i fili ma il cavo di acciaio è più saldo, vedo il petto teso di un forzuto da fiera, più aria nei polmoni e la catena si spezza, ma il pacco è chiuso in un saldo abbraccio dai fili, tutto dentro di lui tace come in un'urna e io poi porto l'umile pacco là dove stanno gli altri e lo giro in modo che le stampe siano rivolte verso i miei occhi. Questa settimana ho trovato un centinaio di stampe di Rembrandt van Rijn, cento di quegli stessi ritratti del vecchio artista con la faccia a fungo, ritratti di un uomo che attraverso l'arte e l'ubriachezza giunse alla soglia stessa dell'eternità, e vedo la maniglia della porta muoversi e qualcuno sconosciuto l'apre ormai dalla parte opposta dell'ultima porta. Incomincio ad avere ormai quello stesso volto di pasta sfoglia marcita, tanto che il mio volto assomiglia a un muro crepato e intriso di orina, comincio già anche a sorridere un po' stupidamente e comincio a guardare il mondo dal lato opposto degli accadimenti e delle cose umane. Così ogni pacco oggi è incorniciato dal ritratto del vecchio signor Rembrandt van Rijn e io carico nel tino carta vecchia e poi libri aperti, oggi mi sono accorto per la prima volta che ormai neppure mi accorgo più di caricare e pressare topi, nidi interi di famiglie di topi, quando getto nella pressa topi ciechi, la loro mamma salta dietro di loro e non se ne allontana e così condivide il destino della carta vecchia e dei libri classici. Nessuno crederebbe quanti topi ci sono in un magazzino così, forse duecento, forse cinquecento, la maggior parte di quelle bestiole, che vorrebbero far amicizia, sono nate semicieche, ma tutti i topi hanno in comune con me il fatto che si nutrono di caratteri, ciò che trovano più saporito sono Goethe e Schiller rilegati in marocchino. E così il mio magazzino è sempre pieno del battito e della rosicatura dei libri, durante il tempo libero i topi sono vispi come gattini, mi strisciano sui bordi del tino e lungo il rullo orizzontale, solo quando la parete del tino al tocco del bottone verde spinge fatalmente tutta la carta compresi i topi in situazione di stress, quando lo squittio si affievolisce, allora i topi nel mio magazzino a un tratto diventano seri, si mettono seduti, si rizzano sulle zampe posteriori e ascoltano di che suoni si tratta, ma siccome quei topi perdono la memoria nel momento in cui è passato l'attimo presente, continuano poi nei loro giochi e continuano a rodere testi di libri, quanto più son vecchi, tanto più gli piace quella carta vecchia, come un formaggio ben stagionato, come un vino ben invecchiato. Sono ormai così connesso con quei topi nella mia vita che anche quando innaffio verso sera tutto il mucchio della carta con la pompa, innaffio diligentemente, sicché ogni giorno i topi sono fradici, come se avessi immerso per un attimo l'intero magazzino in una piscina, ciò nonostante anche se io li annaffio e la corrente dell'acqua li sbalza via, continuano ad essere di buon umore e anzi aspettano quel bagno, perché poi per ore intere si leccano e si scaldano nelle loro tane di carta. Io a volte perdo il controllo dei topi, vado a prendere in profonda meditazione la birra, sogno accanto al banco della mescita e quando, assorto nei pensieri, apro la giacca per pagare, salta sul banco, sotto la spina, un topo, di topi dai pantaloni a volte me ne sbucano fuori due e le servette diventano matte, salgono su una sedia e si turano le orecchie e urlano al soffitto come dissennate. E io sorrido e agito la mano tiepida e vado via con l'idea dell'aspetto che avrà il mio prossimo pacco. Così da trentacinque anni spingo in situazioni di stress ogni pacco, mi segno ogni anno e ogni mese, e nel mese ogni giorno, per quando andremo ambedue in pensione, la mia pressa ed io, ogni giorno a sera mi porto a casa nella borsa i libri e la mia casa al secondo piano di Holesovice è colma di libri e solo di libri, piena la cantina e la soffitta non è bastata, la mia cucina è piena, la dispensa e il gabinetto pure, solo i passaggi per le finestre e i fornelli sono liberi, in gabinetto c'è solo quello spazio sufficiente per potermi sedere, sopra il vaso del water all'altezza di un metro e cinquanta già ci sono le travi e le tavole e sopra fino al soffitto si ergono libri, cinque quintali di libri, basta un unico movimento imprudente nel sedersi, basta un imprudente gesto in alto e io urto la trave portante e mi vola addosso mezza tonnellata di libri e mi stritola coi calzoni abbassati. Ma anche qui non si può aggiungere nemmeno un libro, e così nella camera, sopra i due letti vicini, ho fatto mettere travi e tavole portanti, e così ho creato un baldacchino e dei cieli di letto, sui quali sono allineati fino al soffitto libri, due tonnellate di libri ho portato a casa in questi trentacinque anni, e mentre mi addormento, due quintali di libri opprimono come un incubo di venti tonnellate il mio sognare, a volte, quando mi giro senza fare attenzione oppure caccio un urlo dormendo e ho un sussulto, ascolto con terrore come i libri slittano, basta solo un leggero tocco del ginocchio, magari solo un grido e come una valanga tutto precipiterà dai cieli sopra di me, la cornucopia ripiena di libri preziosi si riverserà sopra di me e mi spiaccicherà come un pidocchio, più di una volta mi capita di pensare che quei libri tessono contro di me un intrigo e così come io ogni giorno presso centinaia di topi innocenti, così i libri sopra di me preparano il giusto compenso per me, perché ogni malefatta ama tornare. Me ne sto sdraiato sulla schiena disteso sotto un baldacchino di chilometri di testi e mezzo ubriaco provo paura di pensare a certi avvenimenti, a fatti terribilmente spiacevoli, a volte mi appare il nostro guardaboschi, come prese nella fodera rivoltata della manica una donnola sotto il basamento del capanno, e invece di ucciderla giustamente come punizione perché aveva mangiato i polli, il guardaboschi prese un chiodo e lo piantò nella testa della bestiola e la lasciò andare e la donnola lamentandosi corse per il cortile finché morì, altre volte mi viene in mente come un anno dopo questo fatto il figlio del guardaboschi fu ucciso dalla corrente elettrica mentre lavorava a una betoniera, ieri mi è apparsa di punto in bianco sotto il baldacchino la figura di un cacciatore il quale, quando sorprese da noi un riccio tutto raggomitolato, appuntì un paletto, e siccome un colpo di fucile sarebbe costato caro, piantò quel paletto appuntito nella pancia del riccio e in questo modo liquidò ogni riccio fino a quando si mise a letto con un cancro al fegato e per tutti i ricci agonizzò lentamente per tre mesi, raggomitolato, con un tumore nella pancia e il terrore nel cervello, finché morì… Questi pensieri adesso mi fanno inorridire, mentre ascolto come i libri sopra di me tramano la vendetta, e le possibilità minacciano la mia pace spirituale a tal punto che preferisco dormire seduto sullo sgabello vicino alla finestra, del tutto inorridito dall'idea di come i libri precipitati dapprima mi schiacceranno sul letto e poi sfonderanno il pavimento fino al primo piano e poi al pianterreno e alla cantina, come un ascensore. E io poi osservo come il mio destino è connesso, come cadono e si precipitano sopra di me dall'apertura nel tetto del magazzino non soltanto libri, ma anche bottiglie e calamai e cucitrici, proprio allo stesso modo come ogni sera mi minacciano i libri sopra di me, minacciano di uccidermi con la loro caduta, nel migliore dei casi di ferirmi gravemente. Così abito io, la spada di Damocle che io stesso ho appeso al soffitto del gabinetto e della camera da letto mi costringe ad andare a prendere, così come al lavoro anche a casa, la birra con la brocca, come difesa contro una bella disgrazia. Una volta alla settimana vado dallo zio per cercare nel suo grande giardino il posto per quella mia pressa, quando andremo in pensione. Quest'idea, di risparmiare e comperare per la pensione la mia pressa meccanica, quest'idea non è venuta a me. È venuta a mio zio, il quale per quarant'anni ha lavorato in ferrovia, alzava e abbassava le sbarre dei passaggi a livello e nella cabina di blocco poi manovrava gli scambi, quarant'anni ha lavorato come scambista e, come me, nient'altro gli piaceva che andare al lavoro, così in pensione non poteva vivere senza la cabina, allora in pensione si comperò da un rigattiere una vecchia cabina di una stazione di confine abolita, se la trasportò nel giardino e si costruì una capanna e dentro ci mise quella stessa cabina nella quale aveva servito per quarant'anni, e siccome aveva amici macchinisti, allora per la pensione comprarono da un ferrovecchio una piccola locomotiva che aveva tirato agli altiforni carrelli e vagoncini, una locomotiva marca Ohrenstein e Koppel, dal ferrovecchio comperarono anche le rotaiette e tre vagoncini e nel vecchio giardino snodarono le rotaie fra gli alberi e ogni sabato e domenica accendevano la caldaia nella locomotiva e poi viaggiavano con quella locomotiva marca Ohrenstein e Koppel e al pomeriggio trasportavano i bambini e poi a sera bevevano birra e cantavano e mezzo ubriachi si trasportavano l'un l'altro nei vagoncini oppure stavano tutti dentro la locomotiva, con loro quella locomotiva sembrava una statua del dio fluviale Nilo, la figura distesa di un bell'uomo nudo, rivestita di figurine… Così a volte andavo dallo zio e cercavo il posto dove avrei messo anch'io quella mia pressa. E intanto già si faceva buio e la macchina si apriva coi fari la via sulle cune fra i vecchi meli e peri, mio zio sedeva nella cabina e manovrava gli scambi, vedevo com'era entusiasta e, come la macchina Ohrenstein e Koppel, anche mio zio era sotto pressione, qua e là brillava una gamella di alluminio e io passeggiavo fra le grida e i clamori dei bambini e dei pensionati e nessuno mi invitò a unirmi a loro, e nessuno mi domandò se avevo voglia di bere una sorsata, tanto erano perduti nei loro giochi, i quali non erano niente altro che la continuazione del lavoro che avevano amato tutta la vita, e io camminavo così, portavo come Caino il mio segno sulla fronte, poi dopo un'oretta me ne stavo andando via, girandomi per vedere se qualcuno mi invitava a unirmi a loro, ma nessuno mi invitò, quando uscii dal cancello mi girai nuovamente e alla luce delle lanterne e della cabina vidi le silhouettes gironzolanti dei bambini e dei pensionati, il fischio della macchina e poi ancora il fracasso dei vagoncini sulle rotaie mentre facevano un'ellissi ammaccata, come se un organetto di Barberia sonasse quella stessa canzone, una canzone così bella che fino alla morte nessuno voleva mai sentirne una diversa. Eppure lì sul cancello vidi, sebbene nessuno da lontano potesse vedermi, che mio zio mi vedeva, che mi aveva sempre visto mentre vagavo tra gli alberi, tolse un braccio da una leva della cabina e agitò stranamente le dita verso di me, fece solo onduleggiare con le dita l'aria e io dall'oscurità gli risposi anch'io con un saluto, come se ci stessimo salutando da treni che partivano in direzioni opposte. Quando arrivai alla periferia di Praga mi comprai una salsiccia e mentre mangiavo quella salsiccia sobbalzai, perché non fu neppure necessario portare la salsiccia alla bocca, bastò che io chinassi il mento e la salsiccia toccò le mie labbra calde, e mentre reggevo la salsiccia all'altezza della vita guardavo spaventato in basso e vidi che metà della salsiccia toccava quasi le mie scarpe. E quando presi la salsiccia nelle due mani, trovai che quella salsiccia era normale, che quindi io in qualche modo ero diminuito, m'ero abbassato negli ultimi dieci anni. E quando fui tornato a casa rimossi in cucina centinaia di libri dallo stipite della porta e lì trovai i segni a inchiostro e le tacche con la data di quanto misuravo nel giorno indicato. Presi un libro, mi accostai di schiena allo stipite della porta, dall'alto appoggiai il libro sul cocuzzolo della testa, poi girai su me stesso, feci una tacca e già a occhio vidi che in quegli otto anni da cui m'ero misurato l'ultima volta ero diminuito di nove centimetri. Levai lo sguardo in alto verso il baldacchino di libri sopra il mio letto e giudicai che m'ero incurvato perché era sempre come se portassi sulla schiena quei cieli di due tonnellate di libriccini e libri.

 


3.

Per trentacinque anni ho pressato carta vecchia, e se dovessi nuovamente scegliere, allora non vorrei di nuovo fare nient'altro che quello che ho fatto in quei trentacinque anni. Eppure una volta dopo tre mesi quel mio impiego prese il segno opposto, a un tratto quel magazzino mi diventò odioso, le osservazioni e i lamenti e gli insulti del mio capo, attraverso una specie di amplificatore, mi ululavano nelle orecchie e in testa a tal punto che quel mio magazzino mi cominciò a puzzare come l'inferno, quella carta vecchia accumulata dal fondo del magazzino fino al soffitto del cortile, quella carta umida e ammuffita cominciava a fermentare, tanto che al confronto con la carta putrescente il letame profumava, una specie di pantano che si disfaceva sul fondo del mio sotterraneo, putrefaceva e in alto salivano bollicine come fuochi fatui da un ceppo putrescente in una schifosa pozza di fango. E io dovetti uscire all'aria, dovetti scappare dalla pressa meccanica, ma io non andai a prendere aria fresca, io non sopportavo più l'aria fresca, all'aperto soffocavo e tossicchiavo e raschiavo come se buttassi giù il fumo di un avana. E mentre il capo gridava e si torceva le mani e mi minacciava, io uscii dal mio magazzino camminando a casaccio per altri magazzini e sotterranei. Più di ogni altra cosa, preferivo andare dai ragazzi della cantina dove stava il riscaldamento centrale, dove legati al lavoro come cani alla cuccia c'erano persone con istruzione universitaria, che durante il proprio lavoro scrivevano la storia della propria epoca, indagini sociologiche, qui nelle cantine ho appreso come il quarto stato s'è spopolato, come gli operai sono passati dalla base alla sovrastruttura e come a loro volta quelli con istruzione universitaria lavorano come operai. Preferivo però più di ogni altra cosa far amicizia coi raschiafogne, ci lavoravano due accademici e intanto scrivevano un libro sulle cloache e le fogne che attraversano incrociandosi tutta Praga, qui ho appreso che la domenica colano nelle stazioni di depurazione di Podbaba materie fecali di un certo tipo e il lunedì materie fecali di un altro tipo, ogni giorno feriale ha le sue caratteristiche, e così è possibile comporre un grafico dello scorrimento delle materie fecali, secondo la portata di preservativi si può dedurre a posteriori in quali quartieri praghesi ci si congiunge di più e in quali di meno, io però fui colpito in più dalla informazione accademica di come i ratti e i surmolotti conducevano la stessa guerra totale come gli uomini, una guerra era appena finita con la piena vittoria dei surmolotti, i quali però si erano immediatamente divisi in due gruppi, due clans di surmolotti, in due società organizzate di topi, e proprio in quel momento sotto Praga in tutte le fogne, in tutte le cloache infuriava una lotta per la vita e la morte, una grande guerra di surmolotti su chi avrebbe vinto e avrebbe dunque avuto i diritti su tutti i rifiuti e le materie fecali che attraverso i canali di caduta colano a Podbaba, ho appreso da quei raschiafogne con istruzione universitaria che, appena la guerra finisce, la potenza vincitrice si scinde subito dialetticamente in due campi, così come si scindono i gas e i metalli e tutto ciò che è vivo al mondo, affinché tramite la lotta la vita si metta di nuovo in movimento, e poi tramite il desiderio di mettere in equilibrio gli opposti venga di minuto in minuto acquisito l'equilibrio, sicché il mondo nel suo complesso non zoppica neppure un attimo. E così vidi come è giusto il verso di Rimbaud, la lotta spirituale è tremenda come qualsiasi guerra, penetrai la dura frase di Cristo, non son venuto a portare la pace, ma la spada{5}. E ogni volta, con queste visite nelle fogne e cloache e stazioni di depurazione di Podbaba, mi sono calmato, e siccome ero istruito contro la mia volontà, rabbrividivo e sbigottivo sopra Hegel, il quale mi insegnava che l'unica cosa di cui si può aver terrore al mondo è ciò che si è calcificato, il terrore delle forme rigide, morenti, che l'unica cosa da cui si può aver gioia è quando non soltanto il singolo, ma anche la società umana riesce a ringiovanire attraverso la lotta, a conquistare attraverso forme nuove il diritto alla vita umana. Mentre ritornavo al mio sotterraneo per le vie di Praga, avevo gli occhi a raggi X e vedevo attraverso il marciapiede trasparente come nelle fogne e nelle cloache i quartieri generali dei surmolotti comunicavano con le proprie truppe combattenti, come i comandanti con radio trasmittenti senza fili impartivano ordini sul fronte dove occorreva intensificare la lotta, e così camminavo e sotto le mie scarpe strepitavano i denti aguzzi dei surmolotti, camminavo e pensavo alla malinconia dell'eterna costruzione del mondo, girovagavo per le cloache, e intanto con le lacrime agli occhi guardavo in alto, per vedere a un tratto ciò che non avevo mai veduto, che non avevo mai notato, che sulle facciate e sulle fronti dei palazzi e degli edifici pubblici, dove puntavo lo sguardo, fino alle grondaie, io vedevo la cosa nella quale si proiettavano e che bramavano Hegel e Goethe, quella Grecia in noi, quella bella ellenicità come modello e scopo, vedevo un ordine di colonne doriche, i triglifi e i gocciolatoi di stoffa greci, vedevo le cornici a corona e gli ordini di colonne ioniche coi fusti e le volute, un ordine di colonne corinzie con l'ondulatura a foglie, vedevo gli atri dei templi, le cariatidi e le balaustrate greche fin sul tetto stesso dei palazzi, nella loro ombra camminavo, e intanto osservavo che quella stessa Grecia è anche nelle periferie di Praga, sulle facciate delle comuni case di abitazione, che sui portali e intorno alle finestre sono adorne di donne nude e di uomini nudi e di fiori e di ramoscelli di flora esotica. Così camminavo e mi ricordai come un fuochista con istruzione universitaria mi aveva detto che l'Europa Orientale non incomincia con la porta di Porìcì{6}, ma soltanto là dove finiscono le vecchie stazioni austriache di stile impero, là da qualche parte in Galizia, fin dove era arrivato il timpano greco, e che Praga è così piena di spirito greco, non solo sulle facciate dei palazzi praghesi ma anche nelle teste degli abitanti, soltanto perché i ginnasi classici e le università umanistiche hanno imbrattato di Grecia e di Roma milioni di teste ceche. E mentre nelle cloache e nelle fogne della capitale Praga due clans di surmolotti si respingono con una apparentemente insensata guerra, nelle cantine lavorano angeli decaduti, uomini con istruzione universitaria che hanno perduto la propria battaglia, che non hanno mai condotta, e tuttavia continuano a lavorare per un'immagine più umana del mondo. E così ritornai nel mio sotterraneo, e quando vidi come saltellavano e si agitavano e mi venivano incontro quei miei topi, mi ricordai del fondo dell'ascensore, che lì c'era il chiusino che copre la fogna. Lungo la scaletta discesi sul fondo della tromba, e dopo aver preso coraggio tolsi il chiusino, m'inginocchiai e ascoltai come scrosciavano e gorgogliavano le acque di scarico, udii nella discesa il battito degli sciacquoni, ascoltai il flusso melodico dei lavandini e lo scarico delle saponate dalle vasche, come se ascoltassi una mareggiata di onde marine e di acque salate, tuttavia quando aguzzai l'udito echeggiò con ogni chiarezza al di sopra di tutte le acque il grido dei surmolotti in lotta, il rodimento della carne, il lamento e il tripudio, il crepitio e il gorgoglio dei corpi in lotta, suoni che provenivano da imprecisate lontananze, ma io sapevo che in qualsiasi periferia, se tolgo il chiusino o la grata e discendo giù, dappertutto si sta ora conducendo quell'ultima lotta di surmolotti, quell'apparente ultima guerra che finirà con un grande tripudio che durerà fino a quando si troverà un motivo perché tutto ricominci di nuovo. Richiusi la fogna, e quando poi fui alla mia pressa ero arricchito di una nuova conoscenza, che sotto i miei piedi si svolge in tutte le fogne una crudele battaglia, sicché neanche i cieli dei surmolotti sono umani, sicché umano non posso essere neanche io, che da trentacinque anni imballo carta vecchia e in qualche modo somiglio ai surmolotti, da trentacinque anni vivo soltanto nelle cantine, non faccio volentieri il bagno, anche se il bagno ce l'abbiamo subito accanto all'ufficio del capo. Io, se facessi il bagno, io mi ammalo subito, io con l'igiene devo andarci cauto e graduale, perché lavoro solo a mani nude, così a sera mi lavo le mani, io lo so, se mi lavassi le mani più volte al giorno, allora mi si screpolano i palmi, ma a volte, quando mi prende il desiderio dell'ideale greco del bello, mi lavo un piede e a volte anche il collo, un'altra settimana mi lavo poi l'altro piede e un braccio, e quando vengono le grandi feste cristiane, allora mi lavo anche il petto e le gambe, ma questo lo so da prima e mi prendo una compressa di harburn, perché mi viene il raffreddore da fieno, anche se fuori cade la neve, e questo io lo so. Così adesso presso in quella mia pressa meccanica carta vecchia, nel cuore di ogni pacco inserisco un libro aperto di un filosofo classico, in qualche modo mi sono calmato con la passeggiata per Praga, mi sono ripulito la mente col fatto che non solo io, ma anche migliaia di persone simili a me lavorano nella Praga sotterranea, nei sotterranei, e per la testa gli scorrono pensieri vivi, vivificatori e vivificativi, in qualche modo mi sono calmato, sicché lavoro più facilmente di ieri, addirittura lavoro meccanicamente, e intanto posso tornare indietro nel grembo dei tempi, quando ero giovane, quando ogni sabato mi stiravo i pantaloni e mi lustravo le scarpe con la crema sulla suola, perché chi è giovane ama la pulizia e l'immagine che ha di sé, immagine che è suscettibile di essere migliorata, col ferro da stiro pieno di carbone ardente traccio cerchi nell'aria finché volano scintille, poi poggio i pantaloni sull'asse per stirare dapprima le pieghe schiacciate e solo dopo distendo i pantaloni e faccio le pieghe e sui pantaloni metto un panno bagnato sul quale ho spruzzolato l'acqua di cui mi sono riempito la bocca, poi stiro con cura principalmente la gamba destra, che è sempre stata un po' sdrucita per il fatto che ai birilli, quando lanciavo la boccia, col ginocchio toccavo sempre la terra battuta del campo, ero sempre eccitato quando levavo cautamente il panno bagnato e fumante, sarà precisa la piega sui pantaloni? E soltanto dopo mi infilavo i pantaloni, come ogni sabato ora esco sulla piazza del paese, prima di arrivare ai paletti dell'osteria inferiore dovevo sempre girarmi, mi giro e come sempre vedo che la mamma mi segue con lo sguardo, se ho tutto a posto e se mi sta bene. È sera, sono a una festa da ballo, quella che aspettavo viene, è Mancinka e dietro di lei sventolano le fettucce e i nastri intrecciati nei capelli, la musica suona e io ballo solo con Mancinka e balliamo e il mondo gira intorno a me come una giostra e io con la coda dell'occhio cerco posto tra i ballerini per volarci dentro al ritmo della polka con Mancinka, vedo come intorno a me e a Mancinka si trascinano le fettucce e i nastri tesi, come il vortice del ballo li solleva e li porta via, tanto che sono in quasi posizione orizzontale, quando devo rallentare il ballo i nastri scendono lentamente, ma io ricomincio a ballare con giri veloci e vedo come le fettucce e i nastri di nuovo salgono, qua e là toccano la mia mano, le mie dita che reggono le manine di Mancinka, che per di più si regge saldamente a un fazzolettino ricamato bianco, per la prima volta ho detto a Mancinka che le voglio bene e Mancinka mi sussurra che lei mi vuole bene già dalla scuola, e così si è stretta a me e così mi si allaccia, e così siamo a un tratto vicini come mai prima, e poi Mancinka mi ha pregato di essere il suo primo compagno nel ballo a scelta delle donne, e io ho gridato Sì! e quel ballo era appena incominciato che Mancinka impallidì e si scusò, sarebbe tornata subito. E quando tornò aveva le mani fredde, e continuammo a ballare, io la feci volteggiare perché tutti vedessero come so ballare, come stiamo bene io e Mancinka, come siamo una coppia da rimirare, quando la polka raggiunse la vertigine e i nastri e le fettucce di Mancinka si alzarono sventolando nell'aria proprio come la sua treccia paglierina, a un tratto vidi che i ballerini smettevano di ballare, si allontanavano disgustati da noi, alla fine nessuno più balla tranne me e Mancinka e tutti gli altri ballerini fanno cerchio, ma non un cerchio di ammirazione, ma un cerchio nel quale li ha scagliati con forza centrifuga qualche cosa di orribile che non indovinammo in tempo né io né Mancinka, finché sua madre si precipitò e prese Mancinka per mano e con raccapriccio e orrore corse fuori dalla sala da ballo dell'Osteria di sotto, perché non venisse poi mai più, perché io non vedessi mai più Mancinka, solo un paio di anni dopo, perché Mancinka da quell'epoca incominciarono a chiamarla la Mancinka cacata, in quanto Mancinka, così come era eccitata da quel ballo libero delle donne, Mancinka commossa dal fatto che le avevo detto di volerle bene, era andata al cesso di campagna dell'osteria, che aveva una piramide di materie fecali quasi fino all'apertura dell'asse, si era bagnata quei suoi nastri e fettucce nel contenuto di quella latrina di campagna e poi dal buio era corsa di nuovo nella sala illuminata, perché il movimento centrifugo dei suoi nastri e fettucce schizzasse e inzaccherasse i ballerini, tutti i ballerini che erano a tiro…


Presso la carta vecchia e il bottone verde è movimento della parete in avanti e il bottone rosso è movimento indietro, così la mia macchina esegue il movimento fondamentale del mondo, così come i mantici di un organino, così come una circonferenza, che da qualsiasi luogo sia partita deve ritornare lì. Mancinka, senza poter conservare la propria gloria, dovette portare solo la propria vergogna, della quale non aveva colpa, perché quello che era successo era umano, troppo umano, Goethe l'avrebbe perdonato a Ulrike von Levetzow, Schelling sicuramente alla sua Caterina. Solo Leibnitz avrebbe ben difficilmente perdonato quel fatto dei nastri e delle fettucce a quella sua regia amante Carlotta Sofia, proprio come il sensibile Hoelderlin alla signora Gontard… Quando cercai dopo cinque anni Mancinka, l'intera famiglia s'era trasferita da qualche parte in Moravia a causa di quei nastri e fettucce, la pregai di perdonarmi tutto, perché io mi sentivo colpevole di qualsiasi cosa succedesse dappertutto, qualsiasi cosa leggessi sui giornali, di tutto mi sentivo colpevole io, così Mancinka me lo perdonò e io la invitai a una gita, avevo vinto al lotto cinquemila corone e siccome non mi piacevano i soldi, allora volevo rapidamente farli scomparire dal mondo, per non aver problemi col libretto di risparmio. E così andammo con Mancinka in montagna, sul Colle dorato, all'albergo Renner, un albergo caro, perché finissero prima le preoccupazioni e i soldi, tutti gli uomini mi invidiavano Mancinka, tutti quanti ogni sera si facevano sotto per prendermela, più di tutti anelava a Mancinka l'industriale Jìna, e io ero felice perché i soldi li spendevo, qualsiasi cosa ci veniva in mente con Mancinka, la prendevamo, e Mancinka ogni giorno sciava, e il sole splendeva, era tardo febbraio, così era abbronzata e sciava come tutti sui pendii sfavillanti con solo una maglietta senza maniche e con una grande scollatura e intorno a lei sempre signori, mentre io stavo seduto e sorseggiavo cognac, ma prima di mezzogiorno tutti i signori erano già seduti sul terrazzino davanti all'albergo, si abbronzavano sulle sdraio e le brandine, cinquanta sdraio e sedie in una fila sola accanto a trenta tavolini sui quali si deponevano liquori e aperitivi tonificanti, mentre Mancinka invece sciava fino all'ultimo momento prima di venire a pranzo in albergo. E così l'ultimo, il penultimo giorno, il giorno quinto, quando ormai mi erano restate solo cinquecento corone, siedo nella fila degli altri ospiti dell'albergo, vedo come Mancinka arriva, abbronzata e bella, dal declivio del Colle dorato, siedo con l'industriale Jìna e facciamo tintinnare i bicchieri perché ne ho spese quattromila in cinque giorni, l'industriale Jìna pensava che fossi un industriale anch'io, e vedo Mancinka sparire dietro i pini e gli abeti stentati, ma poi ricomparve e con movimenti rapidi raggiunse l'albergo, e come sempre procedeva aggirando gli ospiti dell'albergo, ma siccome quel giorno era così bello, il sole splendeva in quel modo, tutte le sdraio, tutte le brandine erano occupate, tanto che dall'albergo i garzoni avevano dovuto portare altre sedie, e la mia Mancinka sciava, sfilava come ogni giorno intorno a quelle file di ospiti che si abbronzavano, e davvero, aveva ragione l'industriale Jìna, Mancinka oggi era da coprir di baci, ma appena Mancinka sfiorò i primi veneratori del sole, vidi come le donne si giravano a guardarla e poi ridevano nascondendo la faccia nelle mani, e quanto più si avvicinava a me, tanto più vedevo come le donne soffocavano dal ridere dietro a Mancinka, mentre gli uomini si distendevano, si mettevano il giornale sulla faccia, preferivano fingere di essere svenuti o di prendere il sole con le palpebre chiuse, e così Mancinka arriva fino da me, mi oltrepassa e io vedo come su uno sci, dietro le sue scarpe, c'è un enorme sterco, uno sterco grande come un fermacarte, come scrisse in quella sua bella poesia Jaroslav Vrchlicky, e io improvvisamente seppi che quello era il secondo capitolo della vita di Mancinka, la quale ha per destino di conservare la propria vergogna senza conoscere la propria gloria. E quando l'industriale Jìna guardò quel che Mancinka aveva fatto come bisogno sulla parte posteriore dello sci da qualche parte dietro un pino stentato sul declivio del Colle dorato, l'industriale Jìna svenne, era paralizzato ancora il pomeriggio, mentre a Mancinka il rossore fioriva su tutto il volto fino alla radice dei capelli… I cieli non sono umani e un uomo che sa pensare, neanche lui può essere umano, io presso pacco dopo pacco, nel cuore di ciascuno depongo un libro aperto col più bel testo, presso alla macchina e coi pensieri sto con Mancinka, con la quale quella sera avevamo speso tutti i soldi in champagne, ma neppure il cognac era bastato al nostro desiderio che Mancinka, in quel momento in cui era sfilata col proprio sterco davanti alla compagnia, Mancinka divenisse un'immagine che da sola era sfuggita a se stessa. Invece, dall'albergo Renner, la mattina del giorno seguente, dopo aver passato tutto il resto della notte a pregarla di perdonarmi quel che era successo, non mi perdonò e andò via superba e impettita, per inverare così le parole di Laozi, conoscere la propria vergogna e conservare la propria gloria, un uomo così è un modello sotto i cieli…


Aprii il Libro canonico delle virtù, trovai la pagina e come un sacerdote deposi il libriccino aperto sull'altare sacrificale nel cuore stesso del tino, fra le schifose carte ammucchiate delle panetterie e del cemento. Pigiai il bottone verde, il quale spinse in avanti quei cascami mescolati col putridume e guardavo, così come in una preghiera disperata si stringono e chiudono intrecciate le dita delle mani, le pareti della pressa schiacciare il Libro canonico delle virtù, dal quale mi saltò fuori per una lontana associazione mentale il ritratto di una certa frazione di vita della beltà della mia giovinezza, di Mancinka. Come un profondo sottotesto, nelle profondità delle cloache e delle fogne scrosciavano le acque di scarico nelle quali due clans di surmolotti conducono la guerra per la vita e la morte. Oggi è stato un bel giorno.

 


4.

Un pomeriggio i macellai del Macello mi portarono un camion pieno di carte insanguinate e cartoni sanguinolenti, intere cassette di carta che io non lo sopportavo, perché quella carta mandava un profumo dolce e io ero sempre insanguinato come un grembiule di macellaio. Per difesa, nel primo pacco inserii aperto l'Elogio della pazzia di Erasmo, nel secondo pacco deposi piamente il Don Carlos di Schiller e nel terzo pacco, affinché anche la parola si facesse carne insanguinata, aprii l'Ecce Homo di Friedrich Nietzsche. E lavoravo dentro un incessante sciame e nube di mosche carnarie, quelle terribili mosche portate dai macellai del mattatoio, e nuvole di mosche carnarie turbinavano con folle ronzio e mi colpivano il viso come grandine. E mentre bevevo la quarta brocca di birra, mi apparve accanto alla pressa un leggiadro giovine e io riconobbi subito che non era nessun altri se non Gesù stesso. E accanto a lui poi stava un vecchio col volto aggrinzito e io compresi subito che non poteva essere nessun altri se non Laozi stesso. E così ambedue stavano lì affinché potessi confrontare il vecchio signore e il giovane uomo, e così ambedue stavano lì e migliaia di mosche carnarie e di mosche al cobalto in migliaia di spire volteggiavano come folli qua e là e il suono metallico dei loro corpi e ali ricamava nell'aria del magazzino un grande quadro vivente composto di incessanti spire, di zampilli, proprio come con la fonditura dei colori componeva i suoi giganteschi quadri Jackson Pollock. E io non mi meravigliavo di quelle due figure, perché i miei avi e progenitori per l'abitudine di bere acquavite avevano avuto anche loro delle visioni, gli erano apparsi gli esseri delle favole, mio nonno incontrava spesso vagabondando ondine e ondini, il mio bisnonno, quello credeva invece negli esseri che gli apparivano negli agri attorno alla birreria Litovel, i feuermen, folletti e fate, e io, siccome contro la mia volontà ero istruito, allora mentre mi addormentavo sotto i cieli del mio letto di venti quintali, sul tavolato mi apparivano Schelling e Hegel, i quali nacquero nello stesso identico anno, una volta venne a cavallo fino al mio letto lo stesso Erasmo da Rotterdam e mi domandò la strada per il mare. Così non mi sono meravigliato quando oggi mi sono capitati in magazzino due uomini ai quali volevo bene, e così come stavano l'uno accanto all'altro, per la prima volta mi sono reso conto che è terribilmente importante, per conoscere il loro pensiero, l'età che ha ognuno di loro. E mentre le mosche levavano le loro folli danze e ronzii e io avevo la blusa da lavoro zuppa di sangue umido, schiacciavo alternativamente il bottone verde e quello rosso e vedevo Gesù che saliva senza posa un monte, mentre Laozi era già sulla cima, vedevo il giovane uomo infervorato che vuole cambiare il mondo, mentre il vecchio signore si guardava rassegnatamente intorno e attraverso il ritorno all'origine imbastiva la propria eternità. Vedevo come Gesù esorcizzava con la preghiera la realtà, che tende al miracolo, mentre Laozi con la Grande Via segue le leggi naturali e soltanto così giunge alla dotta non conoscenza. E io caricavo a bracciate insanguinate carta rossa bagnata, la faccia l'avevo piena di macchie di sangue, e quando schiacciavo il bottone verde, la parete della mia pressa pressava, insieme con quella tremenda carta, anche quelle mosche che non erano riuscite a strapparsi dai pezzetti di carne, le mosche carnarie che, divenute folli per quell'odore di carne, bramivano e si accoppiavano e poi con passione ancora maggiore formavano, con piroette saltellanti intorno al tino pieno di carta, fitti cespi di dissennatezza, così come nell'atomo turbinano gli elettroni. Bevevo birra dalla brocca e con gli occhi non lasciavo il giovane Gesù, come qualmente era pieno di fervore, sempre attorniato da giovani uomini e belle signorine, mentre Laozi in tutta solitudine cercava una tomba dignitosa. E quando la pressa ebbe pressato fino all'ultima fase la carta insanguinata così che essa versava e sprizzava stille di sangue pressate insieme con le mosche carnarie, continuai a vedere Gesù pieno di leggiadra estasi, mentre Laozi in profonda malinconia si appoggiava al bordo del mio tino con disprezzo e disinteresse, vidi poi Gesù che pieno di fede dava ordini e la montagna si spostava un po' più in là, mentre Laozi ricopriva il mio magazzino con una rete tessuta di intelletto inafferrabile, vedevo Gesù come una spirale ottimistica, Laozi come un cerchio senza via d'uscita, Gesù pieno di situazioni conflittuali e drammatiche, mentre Laozi silenziosamente riflettendo meditava sulla irresolubilità della situazione morale degli opposti. E al tocco del bottone rosso la parete della pressa intrisa di sangue ritornò indietro e io continuavo a gettare nello spazio libero del tino con ambedue le braccia scatoloni di cartoni insanguinati e imballaggi intrisi di sangue e di effluvi di carne, trovai ancora la forza di sfogliare in un libro di Friedrich Nietzsche le pagine su come avevano stretto con Richard Wagner un'amicizia stellare, per deporre poi quel libro nel tino come un bimbo nella vaschetta e poi scacciare svelto con le due mani gli sciami di mosche azzurre e verdi che mi frustavano in viso come ramoscelli di salici piangenti durante un turbine. E quando pigiai il bottone verde, per le scale del magazzino scendevano a passettini veloci due gonne, la gonna verde turchese e quella rossa satinata di zingare che venivano a visitarmi sempre come apparizioni, a un tratto, quando ormai non le aspettavo più, quando pensavo già che erano morte, che da qualche parte le avevano sgozzate col coltello da contrabbandiere i loro ganzi, le zingare, due giovani raccoglitrici di carta vecchia, che la portavano dentro fazzolettoni sulla schiena, coi nodi enormi come quando ai vecchi tempi le donne portavano l'erba dal bosco, quelle due zingare si dondolavano per le vie, piene di vita in modo tale che i passanti dovevano farsi da parte nelle vetrine e nei passaggi, sicché quando poi quelle zingare entravano con quel carico di carta nel nostro passaggio, ostruivano del tutto l'uscita, per poi girarsi davanti alla bilancia e cadere di schiena sul mucchio di carta, e poi scioglievano le cinghie, si liberavano da quell'enorme cavezza e trascinavano quel fagotto sulla bilancia e tutte sudate e affannate si asciugavano la fronte e guardavano la lancetta, la quale indicava sempre trenta, quaranta, a volte anche mezzo quintale di scatole e coperture e carta di scarto dei negozi e dei grandi magazzini. E quando gli veniva nostalgia, o quando erano ormai troppo disfatte da quello sforzo, quelle zingare avevano una tal forza e ripresa che da lontano sembrava, mentre trascinavano quei loro fazzolettoni, come se trasportassero sulla schiena un piccolo vagone o tram, così, quando ormai ne avevano abbastanza, allora correvano giù da me, gettavano via quell'enorme panno, si buttavano sul mucchio della carta secca, si alzavano le gonne fino all'ombelico, pescavano da qualche parte sigarette e fiammiferi e così distese sulla schiena fumavano, facevano boccate come se dalla sigaretta mordicchiassero cioccolata. E io tutto dentro la nube di mosche gridavo qualcosa per saluto, la zingara turchese con la gonna alzata fino alla vita giaceva sulla schiena e aveva gambe belle e una bella pancia nuda e un bel ciuffo di peli che trapelava come una fiamma dalla panciolina, e teneva un braccio ripiegato sotto il fazzolettino che racchiudeva i capelli neri e grassi, e con l'altra mano tirava potenti boccate, così senza malizia stava stesa la zingara turchese, mentre quella rossa satinata stava stesa come un asciugamano buttato lì, solo così, disfatta e distrutta da quei tirannici carichi di carta. E io col gomito indicai la borsa, m'ero comprato salame e pane, ma quando bevevo quelle brocche di birra, allora quella colazione che m'ero portata la riportavo di nuovo a casa, non riuscivo a mangiare, tanto sul lavoro tremavo, zampettavo e avevo i brividi e alla fine ero sempre troppo bevuto di birra, e le zingare rotolarono via dalla carta come due sedie a dondolo, e con le sigarette infilate in bocca frugarono a piene mani dentro la borsa, e scartarono il salame e fecero le parti equamente, poi schiacciarono teatralmente le cicche, usando il tacco con cura, come se pestassero testoline di vipere, spensero i resti delle sigarette e si sedettero e prima mangiarono il salame e soltanto dopo mangiarono il pane, amavo guardare come mangiavano il pane, non mordevano mai, ma spezzavano il pane con le dita e in qualche modo con quel pane diventavano serie, portavano alla bocca i bocconi con le dita, annuivano, si toccavano l'un l'altra con le spalle, come due cavalli che sono condannati a tirare un carro insieme fino a quando li porteranno al macello, quando incontravo queste due zingare per strada, mentre andavano con le tele ripiegate nei negozi e magazzini, una teneva sempre l'altra per la vita, fumavano e camminavano a passo di polka. E queste zingare non avevano per nulla vita facile, con la raccolta della carta vecchia mantenevano non soltanto se stesse e i propri due bambini, ma anche il magnaccia, uno zingaro che ogni pomeriggio incassava il conto, il quale saliva man mano che le zingare portavano quegli enormi fagotti. Era quello zingaro una persona particolare, agli occhi aveva occhiali con montatura in oro, i baffi e i capelli con la riga nel mezzo e appesa a una cinghia sulla spalla aveva sempre una macchina fotografica. Ogni giorno fotografava quelle zingare, quelle due bonaccione cercavano sempre di assumere davanti alla macchina l'aria migliore che potevano, lo zingaro gli correggeva sempre la posizione della faccia e soltanto dopo si allontanava per fotografarle, ma non aveva mai con sé la pellicola, e le zingare non ricevettero mai neppure una fotografia, però ogni giorno si lasciavano fotografare e aspettavano i futuri ritratti, come i cristiani il cielo e il paradiso. Una volta incontrai le mie zingare là dove il ponte di Liben balza da Holesovice alla parte opposta della Vltava, lì nella curva vicino agli Scholler, lì dirigeva il traffico un agente di polizia zingaro, portava guanti bianchi e un bastone a strisce e si girava verso le direzioni del traffico libero con un passo di polka così bello e così dignitoso che anche io mi fermai e guardai con quanta fierezza quello zingaro eseguiva quella sua mezz'oretta prima di avere il cambio, e a un tratto mi colpì l'occhio un colore turchese e rosso satinato e lì dall'altra parte, vicino alla ringhiera come me, stavano quelle due zingare e non riuscivano a togliere gli occhi di dosso a quello zingaro nel mezzo dell'incrocio, e intorno a quelle zingare stavano bambini zingari e tutti erano sbigottiti e spalancavano gli occhi e in tutti gli zingari si scorgeva la fierezza per quanto era arrivato lontano uno zingaro. E quando poi sopravvenne il momento, e lo zingaro ebbe il cambio di servizio con un altro agente di polizia, lo zingaro adesso stava in mezzo ai suoi zingari e riceveva congratulazioni e onoranze e quelle due mie zingare a un tratto caddero in ginocchio e io vidi come caddero a terra la gonna turchese e quella rossa satinata, e le zingare con quelle gonne lucidavano le scarpe di servizio impolverate e lo zingaro sorrideva e alla fine non riusciva più a nascondere quella gioia di se stesso e rideva anche lui e non si contenne e scambiò baci cerimoniosi con tutti gli zingari, mentre le gonne verde turchese e rossa satinata gli lucidavano le scarpine di servizio. Ora le zingare avevano finito di mangiare e raccoglievano le briciole e mangiarono anche quelle, la gonna turchese si mise sulla carta e si scoprì fino alla vita, così senza malizia mi parò la pancia e mi domandò con serietà… Allora, babbino, facciamo? Le mostrai le braccia insanguinate e con la mano feci un segno come quando si abbassa una tendina e dissi… Non facciamo, mi fanno male le ginocchia. E la zingara si strinse nelle spalle, abbassò la gonna turchese, continuava però a guardarmi con occhi che non battevano ciglio, proprio come la zingara rossa satinata, che era già seduta vicino alla scala. Poi si rialzarono, e rinforzate e rinfrescate in qualche modo presero le cocche delle tele e corsero su per le scale, per gridarmi e squillarmi prima di scomparire, come quando si arrotola un metro pieghevole, con le teste tra le ginocchia, una specie di saluto con voci di contralto e salirono dritte al corridoio e poi udii come i loro piedi nudi pestavano il cortile, udii il loro inimitabile passo di polka, per andare a prendere la carta vecchia là dove le mandava quel loro zingaro che con la macchina fotografica sulla spalla, i mustacchi scrinati e la riga in mezzo ai capelli e con gli occhiali gli aveva combinato in anticipo l'affare. E io continuai a lavorare, feci presa col gancio e dal soffitto precipitarono verso il tino della pressa scatoloni e cassette e imballaggi intrisi di sangue e carta fradicia, e ora che si era aperto un foro in mezzo al cortile, sentivo tutti i suoni e tutte le voci come sospinte da un megafono, alcuni raccoglitori si avvicinavano all'apertura, li guardavo da sotto come se guardassi delle statue sul portale di una chiesa, tanto profonda sotto il cortile giaceva la mia pressa, la mia pressa che somigliava al catafalco o alla tomba del padre della patria Carlo quarto, e a un tratto comparve lì il mio capo e di nuovo la sua voce che cadeva su di me dall'alto era piena di odio e di rabbia e ululava e si torceva le mani dal dolore… Hanta, che ci facevano di nuovo lì quelle profetesse, quelle due fattucchiere? E io come sempre mi spaventai, caddi su un ginocchio e con una mano mi reggevo al tino della pressa e guardavo in su e non ho mai potuto capire perché a me riserva sempre la faccia più orribile, come uno che si prepari a lungo contro di me, così quella sua faccia era ingiustamente indignata, così piena di dolori che gli avevo portato io, che ogni volta, proprio come anche adesso, scoprivo di nuovo quale essere ripugnante e impiegato tremendo io fossi, quali terribili preoccupazioni dessi a un così nobile capo… io. Mi alzai dal pavimento, così come si alzarono i soldati spaventati quando saltò in aria la lastra della tomba dalla quale uscì poi Cristo, mi alzai, mi spolverai le ginocchia e continuai a lavorare, non avevo più la sicurezza di prima, ma le mosche carnarie radunarono ora tutte le loro forze e suoni, forse erano matte di rabbia perché gli avevo quasi imballato tutta quella loro carta insanguinata, forse avevano perso il senno per la corrente d'aria nata dal fatto che stavo scavando sotto il mucchio con un punteruolo infilzato dentro, fino al cortile, formavano ora intorno a me e alle mie mani e alla carta nel tino della pressa un fitto cespo, così fitto come un cespuglio di lamponi, come frasche di more, cosicché avevo la sensazione, mentre le scacciavo con le mani, di lottare contro fili di acciaio e lunghe schegge. E così, fradicio di sudore insanguinato lavoravo, e per tutto quel tempo che in magazzino c'erano state le zingare, Gesù e Laozi erano restati vicino al tino della mia pressa meccanica, e ora che ero di nuovo solo e dall'abbandono me ne stavo rinserrato nel solo meccanismo del lavoro ed ero incessantemente circonfluito e battuto da cordoni di mosche carnarie, vidi, Gesù è un campione di tennis che ha appena vinto Wimbledon, mentre Laozi del tutto distrutto somiglia a un commerciante il quale pur avendo ricche scorte ha l'aria di non avere niente, vedevo la corporalità insanguinata di tutte le cifre e i simboli di Gesù, mentre Laozi era avvolto in un sudario e indicava un tavolato di legno grezzo, vedevo, Gesù è un playboy, mentre Laozi è un vecchio ragazzo abbandonato dalle glandole, vidi, Gesù solleva imperioso il braccio e con un gesto potente danna i propri nemici, mentre Laozi rassegnatamente abbassa le braccia come ali spezzate, vedo, Gesù è un romantico, mentre Laozi è un classico, Gesù come flusso, Laozi come riflusso, Gesù come primavera, Laozi come inverno, Gesù come efficace amore per il prossimo, Laozi come culmine del vuoto, Gesù come progressus ad futurum, Laozi come regressus ad originem… E pigiavo alternativamente i bottoni verde e rosso e gettai via l'ultima bracciata della schifosa carta insanguinata che mi avevano portato i macellai inondandomi tutto il magazzino, ma contemporaneamente mi avevano portato per mano Gesù e Laozi. Così nell'ultimo pacco deposi la Metafisica dei costumi di Immanuel Kant{7}, e quasi tutte le mosche carnarie persero il senno a tal punto che si posarono dentro i resti insanguinati succhiando il sangue secco e rappreso con avidità tale che neppure si accorsero che la parete laterale le stava schiacciando e poi pressando e spiaccicando in pellicole e stille. Mentre legavo e avvolgevo coi fili quel cubo pressato di schifezza e trasportavo il pacco vicino agli altri quindici, trasportavo con me anche tutto il resto dello sciame di mosche impazzite, ogni pacco era rivestito di mosche carnarie, su ogni stilla pressata brillava dal pacco in un rosso nerastro una mosca verde o azzurro metallico, come se ciascuno di quei pacchi fosse un enorme lombo di manzo appeso al gancio in una macelleria di campagna a mezzogiorno di una calda giornata estiva. E quando alzai gli occhi, vidi che Gesù e Laozi erano andati via per le scale imbiancate a calce, come quelle gonne turchese e rossa satinata delle mie zingare, e la brocca era vuota. Allora arrancai per le scale, per un attimo camminai su tre zampe, in qualche modo mi girava la testa per quella mia solitudine troppo rumorosa, solo all'aria fresca della viuzza posteriore mi misi diritto e presi saldamente in mano la brocca vuota. L'aria luccicava e io ammiccavo con gli occhi come se ogni raggio di sole fosse stato salato, camminavo per la viuzza seguendo il muro della parrocchia del tempio della Santa Trinità, gli sterratori avevano il selciato aperto e qui vidi quelle mie zingare, le gonne turchese e rossa sedevano su un'asse e fumavano e chiacchieravano con gli zingari, a questi scavi qui gli zingari lavorano a gruppi, trovano questo lavoro e lavorano di gusto, perché quello scopo chiaro diminuisce la loro stanchezza, mi piace sempre guardarli quando, spogliati fino a metà corpo, affrontano con zappa e piccone la terra dura e le pietre del selciato, mi piace vederli quando sono dentro terra fino alla vita, come se si stessero scavando la tomba, gli voglio bene a quegli zingari, perché a un tratto mi viene la nostalgia e perché sempre in vicinanza del luogo del lavoro ci sono le loro donne e i bambini, così spesso mi capita di vedere come una zingara con le gonne alzate sterra un buco sul fondo e un giovane zingaro tiene in braccio un bimbo piccolino e ci gioca, e gli rivolge in qualche modo strane amorevolezze, in realtà per il fatto di giocare col bimbo gli ritorna una qualche forza, non la forza nei muscoli, ma la forza nell'anima. Sono terribilmente sensibili questi zingari, sono come una bella Madonna della Boemia del sud che gioca col bambino Gesù, a volte ti guardano così che il sangue si fredda, questi zingari hanno occhi, occhi così grandi e così saggi di una qualche cultura da tempo dimenticata, ho sentito dire che quando noi ancora correvamo con le asce e ci mettevamo pelli attorno alla vita gli zingari avevano uno stato e un'organizzazione che aveva già vissuto una seconda decadenza, mentre questi zingari qui sono a Praga solo da due generazioni e, dovunque lavorano, amano accendersi un piccolo focherello rituale, un allegro fuoco scoppiettante da nomadi, solo per il piacere, un focherello di assicelle spaccate col piccone, un focherello somigliante al riso dei bimbi, come simbolo dell'eternità, un fuoco che c'era prima del pensiero umano, un fochino gratuito come un dono del cielo, la cifra vivente di un elemento accanto al quale passano passanti non interessati, un fuoco che nelle buche delle strade praghesi nasce dalla morte di assicelle spezzate col piccone e così riscalda gli occhi e l'anima nomade, quando fa freddo anche le mani, mi dicono, e intanto guardo come la servetta da U Husenskych mi versa quattro boccali da mezzo litro nella brocca inclinata e con uno scivolone sul bancone di zinco mi spedisce il resto in mano dentro un bicchiere, affinché io beva il resto, perché dalla brocca ormai trabocca la schiuma. E poi si è allontanata da me quella servetta, perché ieri mentre pagavo mi è saltato fuori dalla manica un topo. Così stavo finendo di bere, forse quella servetta si era allontanata da me perché avevo le mani insanguinate, le braccia rivestite di sangue rappreso, e quando mi carezzai col palmo della mano la faccia, io mi asciugo sempre così col palmo aperto tutto il viso, sentii come la mia fronte era piena di mosche carnarie rapprese, per come l'avevo spiaccicata con potenti manate per difesa da quelle mosche folli. Così me ne tornavo assorto per la viuzza disselciata, le gonne turchese e rossa satinata stavano già dentro il sole del muro del tempio della Santa Trinità e lo zingaro con la macchina fotografica nelle dita gli correggeva la posizione del mento, si allontanò e guardò attraverso il mirino e ancora una volta corresse quei due volticini da cromotipia facendole sorridere beate e poi si mise all'occhio il mirino e con la mano dette il segnale, e poi scattò, e fece girare un po' quella pellicola inesistente e le zingare battevano le mani e si rallegravano come piccoli bambini, con un brivido, chissà se sarebbero venute bene su quelle foto. Mi calcai il cappello sugli occhi e mentre attraversavo da destra a sinistra, di fronte a me stava tutto confuso il professore di filosofia, gli occhiali spessi puntati contro di me come la canna di un fucile da caccia, occhiali come due posacenere, si frugò negli abiti per un attimo e poi estrasse come sempre un biglietto da dieci corone e me lo mise nel palmo della mano e domandò… Il giovane c'è? C'è, dico. E poi come sempre mi sussurrò all'orecchio… Siate buono con quel giovane, d'accordo? Ed io dissi di sì. E guardai il redattore correr giù per il cortile nella Spálená, e così attraversai veloce la viuzza e discesi per il retro nel magazzino, mi tolsi il cappello e così calvo ascoltai come il professore attraversava timidamente il cortile, e come scendeva silenziosamente nel magazzino, e come i nostri occhi si incontrarono, il professore fece un sospiro e disse… Dov'è il vecchio? Dico, come sempre, da qualche parte a bere birra. E il professore mi domandò ancora… fa sempre il cane feroce con voi? Dico, come sempre, è geloso perché sono più giovane di lui. E il professore di filosofia mi dette un biglietto da dieci corone sgualcito e me lo mise dentro il palmo e la voce gli tremolava mentre mi domandava… Eccovi qua, così cercate meglio, avete trovato qualcosa? E io andai alla cassetta e tirai fuori vecchi numeri di «Národnì politika» e «Národnì listy», e come sempre c'erano dentro recensioni di opere teatrali, articoli scritti da Miroslav Rutte e Karel Engelmueller e li detti al professore, che aveva lavorato al Giornale teatrale e nonostante ne fosse stato cacciato già da cinque anni, nonostante questo, aveva un interesse folle per le recensioni teatrali degli anni trenta. Dopo aver rimirato, ripose quei giornali nella borsa e si congedò da me, dopo avermi come sempre fatto omaggio di un altro biglietto da dieci. Sulle scale si girò e disse… Continuate a cercare con energia, soprattutto adesso, e speriamo di non incontrare il vecchio. E salì in cortile e io mi misi come sempre il cappello, corsi per il retro della viuzza, e attraversai il cortile dalla parrocchia e stavo accanto alla statua di San Taddeo col cappello sugli occhi, accigliato e meravigliato, guardavo come il professore camminava rasente il muro, e quando mi vide come sempre sobbalzò, ma quando si fu ripreso mi si avvicinò e come sempre mi dette un biglietto da dieci corone e disse accoratamente… Con quel giovane non siate così cattivo, perché non vi piace? Siate buono con lui, capito? E io come sempre annuii col capo, il critico del «Giornale teatrale» se ne andò, sapevo che sarebbe dovuto andare a Karlák, ma lui come sempre preferì deviare entrando nel cortile, in qualche modo riemerse lì dietro l'angolo, vidi la borsa dentro il cortile volare tirata dalla mano, perché finisse più rapidamente lo straordinario incontro con me, col vecchio imballatore che è cattivo come un cane feroce coll'imballatore più giovane. Vidi come nel nostro cortile entrava a marcia indietro un camion, ritornai per il retro nel magazzino e mentre stavo lì con la carrioletta vicino all'ascensore guardando i quindici pacchi che avevo imballato quel giorno, vidi che avevo adornato i lati dei pacchi con stampe bagnate di Paul Gauguin, Buongiorno, signor Gauguin! e in qualche modo tutti quei pacchi lampeggiavano e imbellivano, mi dispiaceva che fossero venuti così presto a prendere quei pacchi, mi sarebbe piaciuto tanto guardare quei quadri che si paravano come quinte e ne nasceva una veduta così bella e scompigliata, dentro la quale rimbombavano cori di mosche carnarie ormai stanche… E dentro l'ascensore mise il viso l'autista e così trasportai sulla carrioletta un pacco dopo l'altro, mi rimirai fino a scoppiare quel Buongiorno, mi dispiaceva che quei pacchi dovessero andarsene dal mio magazzino, ma in fondo, mi dico, quando sarò in pensione e mi comprerò quella pressa, allora tutti i pacchi che farò me li terrò, non farò le mostre, neanche se qualcuno mi comprasse quel pacco firmato da me, magari uno straniero, e vista la mia sfortuna, affinché nessuno mi compri quel pacco, ci metterei il prezzo di mille marchi, e vista la mia sfortuna, quello straniero mi pagherebbe i mille marchi e mi porterebbe via il pacco e io non saprei dove sarebbe e dove potrei andare a gustarmelo ancora una volta… Così un pacco dopo l'altro saliva con l'ascensore su in cortile, sentii come un portapacchi imprecava, quante mosche carnarie c'erano intorno ai pacchi e addosso a lui, e quando partì l'ultimo pacco partirono con lui anche tutte le mosche carnarie e il magazzino senza quelle mosche folli era a un tratto triste e abbandonato, così come sono di solito abbandonato e triste anch'io. Arrancai via a quattro zampe, quando ho bevuto la quinta brocca di birra, io i gradini li debbo fare come su una scaletta a pioli, a quattro zampe, e mentre guardavo come il portapacchi portava l'ultimo pacco, e l'autista prendeva quel pacco coi guanti e lo piazzava col ginocchio sugli altri pacchi, vidi come la schiena della tuta del portapacchi era piena di sangue rappreso, una specie di batik insanguinato, vidi come l'autista si tolse schifato i guanti insanguinati e li buttò via, e poi il portapacchi si sedette accanto all'autista e dal cortile partivano i pacchi, e io ero contento che sopra le fiancate brillassero tutti quei lati, tutti Buongiorno, signor Gauguin, gioiscano di quei quadri quelli che passeranno accanto al camion in marcia, gioisca colui che verrà sfiorato da quel camion addobbato, e con quei pacchi partirono dal cortile anche quelle folli mosche carnarie, nel sole di via Spálená vedevo come riprendevano vita e svolazzavano come dissennate intorno a tutto il camion quelle mosche matte azzurre e verdi e dorate, che certamente si lasceranno caricare insieme con Paul Gauguin, Buongiorno, signor Gauguin, sui vagoni merci, per farsi infine versare dentro gli acidi e gli idrossidi delle cartiere, perché una mosca carnaria folle non abbandonerà mai l'idea che potrebbe vivere meglio da qualche altra parte invece che in un bel sangue ammuffito e in decomposizione. Mentre stavo per andare in magazzino, a un tratto il mio capo con la faccia da martire si inginocchiò davanti a me e con le mani congiunte mi scongiurò e pregò… Hanta, per grazia di Dio, ti scongiuro, ti prego in ginocchio, tirati su finché c'è tempo, e non trincare quelle brocche di birra, e lavora e non martirizzarmi, perché se va avanti così, mi farai morire martirizzato… Mi spaventai, mi chinai e presi teneramente il capo inginocchiato per un gomito e lo pregai… Tiratevi su, buon uomo, dico, non è degno di voi inginocchiarsi così… e alzai il mio capo, sentivo come tremava tutto, e allora lo pregai di nuovo di perdonarmi, non sapevo che cosa mi doveva perdonare, ma questo era una cosa mia, di pregare sempre e continuamente per ottenere il perdono, perché anch'io pregavo spesso me stesso di perdonare a me stesso ciò che ero io, ciò che era nella mia natura… Così del tutto distrutto ritornai nel magazzino, gravato oltretutto dal senso di colpa verso il mio capo, mi stesi sulla schiena dentro la fossetta, la fossetta ancora calda della zingara in gonna turchese, giacevo e ascoltavo i suoni della via, quella bella musica concreta, ascoltavo come nel palazzo di cinque piani dove sta questo nostro deposito di carta vecchia scorreva e gorgogliava incessante da qualche parte l'acqua di scarico, sentivo come tiravano le catenelle del water, e quando mi misi in ascolto della profondità della terra, sentii molto chiaro e silenzioso come da qualche parte vi scorrevano le acque di scarico e le materie fecali nelle cloache e nelle fogne, e mentre le mosche carnarie si erano ritirate con tutte le legioni, sotto il cemento sentivo il sibilo e il tetro fischio dei surmolotti, in tutte le fogne della capitale Praga continuavano ancora ad infuriare le battaglie dei due clans su chi sarà signore di tutte le cloache e le fogne della città. I cieli non sono umani e la vita sopra di me e sotto di me e dentro di me neppure. Buongiorno, signor Gauguin!

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