EGEMONIA SENZA CULTURA
Andrea Minuz
Recensione
Sto leggendo «Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana» di Andrea Minuz, uscito nel marzo 2026. Minuz fa una incursione ironica e. affilata dentro uno dei tic più resistenti del dibattito pubblico italiano: l’egemonia culturale. Partendo da Gramsci il libro ricostruisce come questo concetto sia diventato, nel corso di un secolo, una specie di spettro malleabile che ogni schieramento evoca a proprio uso e consumo:
1. Ogni governo lo invoca quando vuole cambiare narrazione.
2. Ogni sconfitta elettorale della sinistra lo reclama come spiegazione (“ci hanno battuti perché loro controllano la cultura”).
3. Ogni schieramento denuncia il monopolio dell’altro, anche se quasi nessuno sa più esattamente cosa significhi.
Un tempo era l’ossessione dell’intellettuale di partito (l’“organico” gramsciano). Con la Seconda Repubblica torna in auge. Oggi:
1. A sinistra funziona soprattutto come recriminazione per una supremazia intellettuale che percepisce come svanita o minacciata.
2. A destra si trasforma in resa dei conti, desiderio di vendetta, progetto di “cambio di passo” nella narrazione del Paese (con varie sfumature, da chi vuole davvero conquistarla a chi la considera un’illusione).
Dal libro emergono tre principi guida, quasi paradossali:
1. Nessuno sa più davvero cosa sia l’egemonia culturale.
2. Gli egemoni sono sempre gli altri.
3. Con la cultura non si vincono le elezioni (Berlusconi e Trump ne sarebbero la dimostrazione pratica).
L’autore si chiede perché un’idea che dovrebbe essere anacronistica nell’era degli algoritmi, dei social e della frammentazione continui invece a ossessionarci. La conclusione implicita (e un po’ malinconica) è che l’egemonia culturale sia diventata più che altro un sintomo di confusione italiana: nostalgia per un tempo in cui la cultura sembrava ancora in grado di costruire un orizzonte condiviso, mentre oggi è soprattutto fumosa, malleabile e strumentale.
EGEMONIA SENZA CULTURA
Avant-propos
Per fortuna ho avuto dei genitori che in fatto di cultura lasciavano fare. Qualsiasi cosa andava bene. Pochi libri in casa, molto cinema, moltissima televisione. Nessuna gerarchia tra Rai3 e Canale5, nessuna censura sui film (a parte i «vietati ai minori»). Mi pareva quindi incredibile ci fossero famiglie dove invece non si potevano vedere Vacanze di Natale, oppure Top Gun, Rocky IV, La notte dei morti viventi perché ritenuti volgari, scemi, violenti, diseducativi, «troppo americani». Capitava così a qualche mio amico con genitori colti e comunisti o molto cattolici e di principi irremovibili: eccoli costretti a sorbirsi adattamenti pirandelliani dei fratelli Taviani, poi a commentarli: «prima leggiamo il libro, anzi le novelle, poi vediamo il film e ne parliamo». Mi sembrava una punizione straziante.
Il problema naturalmente non era Pirandello, che era un genio, e neanche i Taviani che, nel loro genere, erano bravi e noiosi al punto giusto. Il problema è che quella rigidità sembrava mossa dalla paura che il virus del pop, dello svago, del trash o fate voi si insinuasse in casa, dilagando, corrompendo il buon gusto faticosamente coltivato tra letture e visioni critiche consapevoli. Il problema era quello che Bourdieu chiamava «il culto della cultura»: il feticismo, la devozione, il compiacimento narcisistico per il gusto legittimo e presentabile.
Mio padre invece aveva una cotta eterosessuale per Steve McQueen che scorrazzava su una Triumph TR6 al confine con la Svizzera, inseguito dai nazisti, nel finale del capolavoro di John Sturges, La grande fuga. Oggi so che tutte le mie fantasie di libertà, esplorata in ogni suo possibile significato, si sono formate su quella scena primaria vista non so più quante volte in TV.
Grazie a questo laissez faire, l’idea che film, libri, canzoni possano essere sorvegliati e selezionati su basi che non siano la curiosità, il divertimento, l’evasione, l’empatia, l’immedesimazione con personaggi travolti da avventure incredibili, non mi è mai passata per la testa. Fino almeno ai vent’anni, nei dintorni dell’università.
Lì ho scoperto che la cultura poteva avere a che fare con altre cose: l’essere accettati dagli altri, la reputazione, lo stile, il conformismo, la figaggine, l’indottrinamento, l’insicurezza, il narcisismo e soprattutto con la politica. In Italia, tantissimo con la politica.
Era come se fino a quel momento mi fossi abbuffato alla rinfusa di cose sbagliate e ora avessi deciso di mettermi a dieta. Selezionavo, sceglievo, soppesavo i grammi di cultura da ingurgitare in funzione di una «crescita» e di obiettivi precisi (leggendo La nausea e ascoltando Avec le temps e Paris-Canaille, avrei spuntato la casella «esistenzialismo», e così via).
Adesso guardavo Die Hard con Bruce Willis e quello che vedevo non era più un grande film ammazza-cattivi ma una sfacciata propaganda repubblicana, un tripudio di armi, machismo, muscoli, una spudorata apologia della National Rifle Association of America. In una banale canzone d’amore si poteva annidare l’ideologia del possesso romantico e borghese, la mascolinità tossica, la «cultura dello stupro», come dicono oggi i miei studenti. E i romanzi? Non bastava più leggerli. Ora venivano dissezionati alla ricerca di «strutture egemoniche» nascoste. Tutti ne erano pieni. Tutto era testo. Tutto era discorso. Tutto era «dominio» e tutto andava decostruito. La mia «coscienza critica» era in fibrillazione.
Ero pronto ad appassionarmi al Grande Disegno dell’Egemonia Culturale. All’idea che tutti, ma proprio tutti, possano essere educati a pensare in modo corretto non attraverso qualche coercizione poliziesca o le vecchie bacchettate del professore, ma squadernando loro davanti il fascino irresistibile della cultura e della lenta e paziente costruzione delle idee. Una rivoluzione fatta coi libri.
L’intuizione di Gramsci non è mica da ridere: il potere non è solo manganelli e censure, ma idee che si insinuano come un virus. L’egemonia culturale è il motivo per cui, mentre ti lamenti del tuo capoufficio, magari stai anche sognando di diventare ricco come lui, invece di sognare un mondo dove i capi non esistono più o, quantomeno, non ti sfruttano. È la pillola rossa di Matrix. È la manipolazione dei sogni di Inception (ricordate la tagline? L’idea è un virus), due film che lo avrebbero fatto impazzire – Gramsci non era schizzinoso – e che a differenza dei Quaderni vanno dritti al punto, altro che «blocchi storici», «intellettuale organico», «guerra di posizione».
L’idea gramsciana che la dominazione non si regge solo sulla forza ma sulla costruzione di un senso comune e di una cultura che ha uno scopo preciso («organizzare le forze sociali per un cambiamento») è certamente una delle più potenti intuizioni del pensiero politico moderno, solo che – come avrei scoperto ben presto – proprio non fa per me. È come quella lettera che un malcapitato spettatore scrisse a Stanley Kubrick dopo aver visto 2001: Odissea nello spazio al cinema: «Il suo film dice sicuramente cose molto profonde sulla vita, ma non sulla mia». Semplice, chiaro, perfetto.
La convinzione che ci sia una massa da educare alla retta via, qualunque essa sia, sembra però non passare mai di moda e anzi sta vivendo un grande revival. Più la cultura diventa irrilevante, più la si vive come un pericolo, un campo di battaglia, una casella da occupare. Molti anni dopo Gramsci, l’egemonia culturale è ancora un rumore di fondo della chiacchiera pubblica e un ritornello dello scontro politico: ogni governo la evoca, ogni sconfitta elettorale la reclama, ogni schieramento ne denuncia il monopolio altrui, anche se nessuno sa più bene cosa sia. L’accento va tutto sul sostantivo, lasciando cadere quel «culturale» come un’eco, un orpello, un’esca. Molta egemonia, poca cultura.
Questo libro è allora un’impresa impossibile: azzardare una piccola scorribanda intorno a quest’ossessione, girovagare tra alcuni luoghi canonici dell’egemonia – scuola, università, televisione, festival culturali – ma anche il fantasy come vendetta culturale, i talk show come industria del rancore, la fiction Rai come laboratorio identitario o «Repubblica» ultima trincea del middlebrow progressista. È insomma un tentativo di capire perché questa formula vuota continua a frullarci in testa come un vecchio jingle pubblicitario o un rimpianto amoroso del liceo. Una cosa che io per primo avevo sottovalutato: ho iniziato a scrivere il libro pensando di occuparmi di un fantasma in soffitta, mi sono ritrovato ad aggiornarlo di settimana in settimana, inseguendo casi di cronaca e cambi di scena repentini che rimettevano in discussione tutto. Dunque, eccoci qui.
N.B.: I capitoli hanno una loro autonomia e volendo si possono leggere in ordine sparso. In qualche caso ho ripreso e rielaborato alcuni pezzi usciti sul quotidiano «Il Foglio». Il grosso del lavoro è originale.
I
Make Egemonia Great Again
All’inizio del 2023, in piena era Meloni, mi sono lanciato all’inseguimento di festival, convegni, tavole rotonde, presentazioni di libri che incrociavano il tema del momento, improvvisamente tornato di gran moda: l’egemonia culturale (sospiro). Come Hollywood vive ormai di reboot e remake di vecchi film, noi ogni tanto tiriamo fuori le ceneri di Gramsci per stabilire chi detiene la «guida morale e intellettuale del paese», chi ha in mano le redini della cultura, il copyright delle idee dominanti.
In questi due anni ho raccolto un numero sorprendente di articoli e interviste con «egemonia culturale» nel titolo o nel sottotitolo. Alla fine avevo una cartellina da fare invidia alle tremiladuecentoquattordici pagine dei Quaderni del carcere di Gramsci, dove peraltro il termine «egemonia culturale» compare una volta sola (Gramsci, poverino, scriveva e ragionava nelle condizioni che sappiamo e divagava, prendeva appunti, ci tornava su, e alla fine una definizione netta e perentoria di egemonia culturale non c’è: la fortuna inizia proprio qui). Mi sono imposto di guardare troppe puntate di talk show dedicate al superconcetto gramsciano con titoli come In questo momento la destra sta leggendo Gramsci, Egemonia canaglia, La Rai perde Fazio e l’egemonia culturale. In un crescendo allucinatorio aspettavo di vedere Asor Rosa e Bobbio ospiti da Lilli Gruber che duettano con Scanzi e Severgnini sull’ultimo numero di «Rinascita», col PCI ai massimi storici e il volumone dei Quaderni appena uscito, naturalmente Einaudi, sistemazione filologica di Valentino Gerratana (1975: climax del gramscismo italiano, insieme ai Quaderni arrivavano una Guida a Gramsci per Rizzoli e un Leggere Gramsci per Feltrinelli).
Ho ascoltato podcast, letto blog, newsletter, forum su «Repubblica». Ho seguito qualche rissa sui social a tema «egemonia». Ricordo persino un non ironico quistione, come usava scrivere Gramsci, in un thread su Facebook in cui si commentava qualche proclama dell’ex ministro della Cultura Sangiuliano, ben presto divenuto un virtuoso dell’egemonia. La febbre gramsciana era altissima.
Premi Strega e scrittori ospiti al Salone di Torino rispondevano a domande come: «E tu vedi un’egemonia culturale della sinistra? E dove la vedi?». Ma loro non la vedevano mai. Sembravano perplessi. Una caccia alle farfalle. Mi capitava di incontrare la formula in articoli sul Barcellona («il Barça è gramsciano: cerca l’egemonia culturale»), Beyoncé («si è presa anche il country, l’egemonia è completa»), Jannik Sinner («costruttore di un’egemonia culturale dalla forza incredibile»), Sydney Sweeney («le sue tette sono la nuova egemonia culturale»). Ed è giusto sappiate che Rutti di Morgan era «una canzone contro l’egemonia del mercato, per il ripristino dei valori umanistici».
Nei vari dibattiti che ho seguito il mio momento preferito era quello in cui qualcuno, in genere l’ospite più autorevole, chiamato a commentare il fatale dominio culturale della sinistra, non ne poteva più, sbuffava, alzava il sopracciglio e spiegava che «la vera cultura non è né di destra, né di sinistra… è cultura e basta!». Qui partiva l’applauso. Si osannava il fraseggio risolutivo e liberatorio. La sentenza lapidaria chiudeva ogni discussione e ci mandava tutti a casa meno sconsolati. Ben detto! Bravo! Chi non può dirsi d’accordo con una frase del genere? E così il paese che si divide ferocemente su tutto, il «paese della politica», come lo chiamava Goffredo Parise, trovava proprio nella cultura un regno ideale, neutro, obiettivo. Una cultura libera, pacificata, disintossicata dalla politica e dall’ideologia, «né di destra, né di sinistra»: la versione egemonica di «fuori i partiti dalla Rai!» detto però sempre dopo aver perso le elezioni, mentre gli altri formano il CDA.
Sganciata da Gramsci come la leggerezza calviniana da Calvino, l’egemonia culturale risuonava con una gravitas operistica nel dibattito italiano. Una parola-giocattolo. Un punching ball. Un bottone da premere per far partire una giostra che fa sempre lo stesso giro. Ma perché e come mai tutto questo entusiasmo?
Qualche ipotesi
In Italia il fantasma dell’egemonia culturale si ripresenta dopo ogni grande snodo elettorale, quando al governo va chi non ha fatto della cultura la sua storia e la sua cifra identitaria, oppure ha miti culturali diversi da quelli canonizzati nel pantheon dell’Impegno Civile (gli unici legittimi e presentabili cui tutto è concesso: anche immortalarsi su Instagram con la faccia di Che Guevara stampata su un orrendo pedalino bianco di spugna, come il sindaco di Milano Beppe Sala in versione biker). Fu così trent’anni fa con la vittoria di Berlusconi che portava in dote la «cultura di mercato» (orrore!). È così, con ben altri conti in sospeso, nell’Italia di Meloni che già in campagna elettorale fissava in agenda il Grande Tema dell’Egemonia Culturale, terra promessa che i Testi Sacri avevano promesso ad altri.
Negli anni Settanta quest’idea era stata il giocattolo preferito della sinistra. Una chiave di lettura per capire perché gli operai non si ribellavano come da manuale, continuando a preferire «Stop» e «TV Sorrisi & Canzoni» a «l’Unità» o al «Metallurgico» e a guardare la TV invece di darsi alla lotta di classe. L’egemonia era un mantra. Un passepartout per spiegare tutto.a
Poi col tempo ha iniziato ad affascinare anche la destra. Poi è diventato uno psicodramma nazionale. Una formuletta-zombie ripetuta all’infinito per continuare a crederci anche nell’era di TikTok.
Nella campagna elettorale del 2022, quando Giorgia Meloni annunciò che avrebbe «ribaltato l’egemonia culturale della sinistra», molti hanno pensato a una provocazione. Altri a una dichiarazione di guerra. Altri ancora: che palle, ci risiamo. Tutte e tre le posizioni sono legittime, anche se la terza sembra più comprensibile. Qualche esempio pescando a strascico dagli ultimi trent’anni:
«Se, come mi sembra logico, nella cultura si comprendono scuola ed università non c’è dubbio che una dittatura in Italia c’è stata, ed è stata quella democristiana, come sa qualunque insegnante» (Cesare Cases, 1994); «L’egemonia culturale marxista l’abbiamo vista all’opera tutti» (Marcello Pera, 1994); «La nozione di egemonia è stata usata male, non si tratta di un comando, è un fatto che si realizza quando le idee di qualcuno s’impongono perché sono più valide. Il resto è un problema che non esiste: Veltroni non può certo decidere la cultura del nostro Paese» (Massimo D’Alema, 1996); «Questo tormentone sull’egemonia culturale della sinistra comincia un po’ a stufare» («Il Secolo d’Italia», 2004); «È finita l’egemonia culturale della sinistra» (Silvio Berlusconi, 2005); «Dunque la destra esercita un’egemonia culturale?» (Ezio Mauro, 2018); «Alla netta egemonia politica della destra, non corrisponderà mai un’egemonia culturale, Trump ha il potere ma non ha la bellezza» (Michele Serra, 2019); «Da almeno quarant’anni l’egemonia culturale è saldamente in mano alla destra: l’individualismo, il familismo, la ritirata nel privato cominciata all’inizio degli anni ’80 non sono mai finiti» (Aldo Cazzullo, 2019); «L’egemonia culturale di sinistra non è mai esistita!» (Dacia Maraini, 2024); «Cultura e cinema sono in mano alla sinistra» (Pier Francesco Pingitore, 2024); «Dopo anni di egemonia culturale di sinistra ecco un programma TV su d’Annunzio, Guareschi, Marinetti, Mazzini» («L’Espresso», 2025); «A Firenze si celebra la liberazione dell’egemonia rossa, ora la cultura è di tutti» («Il Secolo d’Italia», che evidentemente non si era poi così stufato, 2025); ecc.
La lunga citazione rende l’idea del repertorio, del fraseggio dell’egemonia, dei tanti dubbi irrisolti e buchi cognitivi (quante volte è finita l’egemonia della sinistra? Da quanto dura quella della destra?). S’intravedono nell’elencone molto parziale oggetti, personaggi, interpreti ricorrenti: la professoressa di lettere col «manifesto» e la kefiah nella borsetta, il preside pretesco e democristiano, l’intellettuale di destra inviso al Sistema e un po’ piagnone, l’Enciclopedia di Gentile o quella einaudiana, lo Stato culturale veltroniano, il film italiano con molto impegno e niente spettatori, il neoliberismo fatto con Drive In, Dallas e Ok il prezzo è giusto! o la Rai che infila nel palinsesto Mazzini, d’Annunzio, un’Oriana Fallaci a forma di Miriam Leone, scatenando nella società civile la paura del Pensiero Unico, salvo poi ritrovarci sempre, sistematicamente, qualunque cosa accada, Benigni in una serata-evento su Rai1.
Nella sventagliata di citazioni non c’è solo l’idea gramsciana ma la sua riconversione in Zeitgeist, colonna sonora di un’epoca, inconscio collettivo. C’è il regolamento di conti: la vendetta, gli egemonizzati che vogliono diventare egemoni. C’è l’egemonia come «familismo culturale»: gruppi, gruppetti, circoli e circoletti di potere con la loro toponomastica di fantasia (Capalbio, le terrazze romane, la sinistra ZTL), che tengono sotto scacco il cinema, pezzi della Rai, le collane editoriali, la vita culturale del paese. Senza però mai chiedersi effettivamente quanti spettatori, quanti lettori, quanto Auditel. Scagliandosi più che altro contro vecchie rendite di posizione, cose morte, nobiltà decadute. Confondendo «egemonia» e conformismo.
In un’epoca di tracollo delle élite, senza intellettuali e partiti, tra idee e ideuzze provvisorie che scorrazzano su meme e algoritmi, ritirare fuori la vecchia formuletta gramsciana suona come uno scherzo, una parodia o una palese presa per il culo. Nel gigantesco blob dell’entertainment continuo, l’egemonia fa venire in mente il ciclostile, i cineclub con le sedie di legno, il catalogo Einaudi, le querelle sul «Politecnico» di Vittorini e altre reliquie da Guerra Fredda. Un pezzo di modernariato intellettuale. Una retromania. Come il vinile, la poltrona Bowl, le Polaroid o una cabina del telefono piazzata all’angolo di una strada mentre tutti camminano chini sullo smartphone, ognuno preso dall’egemonia di sé stesso.
L’idea di imporre libri, film, idee, opinioni, appellandosi al magistero della Cultura in un mondo in cui ogni individuo è potenzialmente scrittore, regista, personaggio, editorialista, opinionista col suo microfandom, è talmente improponibile da risultare quasi affascinante. Lo psicodramma dell’egemonia culturale vola però sulle ali della cronaca: nuovo fanatismo, culture wars, polarizzazione radicale del nostro Io online, liste di proscrizione, parole proibite da destra, parole proibite da sinistra, film e libri considerati ancora in grado di mettere strane idee in testa ai giovani e free speech ribaltato in terrore dentro un caro vecchio clima «anni Settanta» negli atenei, nei cortei, nel lessico, nello sguardo ormai comprensivo e benevolo verso la violenza, il terrorismo, il fondamentalismo, ma con modi e prassi ancora più infantili, bambineschi, dunque potenzialmente peggiori e letali.
«Pare che le sorti di questo governo, e quelle della stessa Repubblica, dipendano ormai da ciò che accade al ministero della Cultura, divenuto evidentemente un simbolo» scriveva Alessandro Campi nei giorni concitati del ricambio tra i ministri Sangiuliano e Giuli. Mai in effetti si era litigato così tanto per un dicastero che tutti i governi della Prima Repubblica ritenevano minore («a questo gli diamo ’a cultura» era la frase rituale nelle contrattazioni tra correnti e partiti giunti alle terze o quarte file). Poi la cultura è diventata un campo di battaglia in cui tutti hanno qualcosa da dire. La culturalizzazione generale, effetto della crescita dell’istruzione di massa combinata con la possibilità di farsi un’idea su qualsiasi cosa con Google, potrebbe essere un’altra spiegazione. Quando Gramsci scriveva «io estendo molto la nozione di intellettuale, non mi limito alla nozione corrente che si riferisce ai grandi intellettuali», non aveva ancora visto nulla. Non poteva immaginare quanto sarebbe stato preso alla lettera nel mondo di Internet e dell’attivismo instagrammabile. Se «tutto è cultura», individuare un’egemonia culturale, buttarla giù, sostituirla con un’altra, diventa moneta corrente. L’egemonia, dunque, non perde fascino e spiega l’irruzione di una nuova epoca: «Un vero e proprio cambio di egemonia culturale si sta compiendo a cielo aperto, davanti a noi» leggevo con apprensione su «Repubblica» a ridosso della seconda elezione di Trump. «Dopo decenni di minorità e frustrazione, la radicalità di destra ibridata al tecnofuturismo oggi tiene in mano il vocabolario del futuro,» anche se non si evocò mai alcuna «tecnosinistra» o egemonia culturale quando Facebook, Apple, Amazon appoggiavano con entusiasmo Obama, sposavano la causa woke, illustravano e promuovevano censure «giuste». Ma in tanti concordano: si è aperto un periodo di Restaurazione dopo la sbornia di politiche inclusive, diversity management, gender equality, autostrade di pronomi e asterischi. Quando andavamo a scuola però «Restaurazione» significava Congresso di Vienna. Significava parrucconi incipriati, verticismo e rigidità morale che mettevano fine al caos rivoluzionario. Un immaginario di ordine, rigore, austerità. Qui invece robot-taxi di Tesla, Musk nello spazio, Hulk Hogan che si strappa lo smoking davanti a Trump mentre insieme si scatenano coi Village People.
«È un nuovo fascismo carnevalesco» mi spiega un collega all’università. «Un rovesciamento dell’ordine tipicamente bachtiniano fondato sul corpo grottesco.» Ma certo. Perché non ci ho pensato prima?
La maggior parte dei miei colleghi universitari – persone cioè che vivono, pensano, lavorano in un fortino dove l’antica egemonia si conserva come un’arca dell’alleanza – non ha dubbi: se per cultura intendiamo la mentalità dominante, le idee diffuse, i comportamenti collettivi, siamo tutti diventati di destra (tranne loro). Houellebecq, invece, non è d’accordo: «Una leggenda metropolitana dice che la destra ha vinto la battaglia delle idee. Scusate, ma non me ne sono accorto. La sinistra domina ancora». Non se ne esce.
Mi domando se tutto questo fantasioso attaccamento all’egemonia culturale non tradisca anche una certa nostalgia per l’autorità. Il languore per quel grande passato mitico, quando la cultura era davvero cultura. Quel tempo che forse non è mai esistito se non nella nostra fantasia. Una cultura alta e venerata oggi sparita. Una cultura maestosa, severa, organica, controllabile, certo più chiusa e sorvegliata da pochi magistrati del Gusto. Bei tempi! È la nostalgia di un mondo dove la gente leggeva veri libri e guardava film bellissimi e non viaggiava low-cost. Mica il blob, mica il caos, mica il magma sottoculturale e incontrollabile di oggi: senza autorità centrale, senza piramide culturale, senza «canone occidentale», senza niente di niente. In effetti può essere terrificante. È un po’ come ritrovarsi all’improvviso in un supermercato gigantesco con diecimila tipi diversi di merendine, e soprattutto molte marche scadenti, dopo essere cresciuti nel culto della monomarca autorevole. Fa girare la testa. Più la cultura scompare dai radar, più ci si affanna nello sperpero discorsivo dell’egemonia culturale. T.S. Eliot, alla fine degli anni Quaranta, su questo punto era stato chiarissimo:
Possiamo asserire con una certa sicurezza che il nostro è un periodo di declino; che la media della cultura è più bassa che non cinquanta anni or sono; e che le prove di questo declino sono evidenti in ogni settore dell’attività umana. Non vedo ragione perché il decadere della cultura non debba procedere assai oltre, e perché non possiamo prevedere un periodo d’una certa durata del quale sarà possibile dire che non ne avrà alcuna. Allora la cultura dovrà ricrescere dalle radici. E con questo non intendo dire che essa potrà venir portata alla luce da una qualsiasi attività di demagoghi politici.
Galateo dell’egemonia
Fatto sta che oggi in un ipotetico manuale di conversazione sull’egemonia culturale si dovrebbe partire da due regolette semplici:
nessuno sa più bene cosa sia;
egemoni sono sempre gli altri.
Ovviamente tutti conoscono la formula magica, il «dominio basato sul consenso» che è meglio della «forza», più elegante della censura. È il principio su cui, senza scomodare Gramsci, si reggono i matrimoni felici e i rapporti tra colleghi in ufficio, dove la gente non si spara a vicenda durante il meeting del lunedì mattina. Ma anche quando la nozione si tira in ballo con nonchalance e consapevolezza, le tante incertezze restano lì.
Per i «non iniziati», quelli che si sintonizzano solo ora sulle ultime stagioni del dibattito, la Grande Battaglia per l’Egemonia ha regole complesse e incomprensibili. L’egemonia culturale sembra un talismano che incenerisce gli avversari (Lenin, animale-guida di Gramsci, si vantava che nei dibattiti non si trattava di confutare tesi o idee, ma di distruggere l’interlocutore e basta). La scuola di pensiero sviluppata a destra lancia la sua protesta accorata contro il «giogo dell’egemonia», espressione di una cultura a lungo occupata dalla sinistra prima comunista poi buonista poi progressista. Contro la GLE (Grande Lamentazione dell’Egemonia) insorgono i teorici della PEC (la Presunta Egemonia Culturale). Agnostici radicali, i fautori della PEC sostengono che «l’egemonia culturale della sinistra» non è mai esistita. È un’invenzione piagnona e paranoica della destra. Una corrente possibilista ammette che sì, forse, magari una volta, ai tempi del grande PCI, ma è stata sostituita da quarant’anni almeno dall’«egemonia del neoliberismo». Qui si viene presi in contropiede.
Si immagina un paese venuto su tra collettivi anarcocapitalisti, antagonisti futuristi, appelli degli intellettuali per il libero mercato, saggi di Hayek e Milton Friedman in tutte le case degli italiani, speech dei registi premiati ai David contro la pressione fiscale, Alba Rohrwacher che fa Ayn Rand in un biopic di Martone in gara a Cannes o «Biennali del dissenso» che celebrano «la forza propulsiva dell’individuo creativo e la dinamica generativa del libero scambio».
Altrettanto strabiliante è proclamarne una nuova di zecca da destra: «È tempo di una nuova egemonia!» fatta così, per decreto, calata dall’alto, infilata nella finanziaria, anziché sedimentata nella storia e nei congegni delle idee, nel linguaggio, nei miti culturali.
Ma non c’è neanche bisogno di leggere Gramsci per sapere che una qualche egemonia culturale si orchestra prima della conquista del potere, non dopo, di sicuro mai durante e di certo non annunciandola al Tg1.
Una storia d’amore non corrisposta
Il fatto è che si tratta di una battaglia impari e un po’ disperata. Qui cari miei ci si scontra con schemi di percezione e valutazione che, in fatto di cultura, sono stati modellati nel tempo, coltivati, introiettati, diventati senso comune: «scrittore impegnato», «militante», «società civile», «cinema politico», «attivista» sono tutti sinonimi e perifrasi di «sinistra», senza neanche stare lì a specificarlo. Si dice, o si diceva, «intellettuale» come segno di appartenenza a una vasta categoria dello spirito. Ma intellettuale cattolico, liberale, e peggio ancora di destra, indica subito l’anomalia, la bizzarria, lo scarto rispetto alla norma, come l’unicorno nello zoo. Così ora ci si muove in un terreno ignoto: potrà esistere una direttrice d’orchestra bella, bionda, bianca, dal nome italianissimo e anche dannunziano, figlia di fascista e amica prediletta di Meloni? E la protesta filologico-viscontiana degli abbonati alla Fenice che lanciano volantini in solidarietà agli orchestrali contro la nomina di Beatrice Venezi, proprio come in Senso si protestava contro l’austriaco invasore, è un pezzo di egemonia culturale da repertorio o uno scatto d’orgoglio risorgimental-resistenziale contro la tirannide meloniana? Oppure un banale «aridatece i soldi»? Se all’improvviso si passa dal pupillo di Abbado, Diego Matheuz, «fiore all’occhiello del “sistema venezuelano”» (con lacrimuccia sudamericana e guevarista per l’anziano abbonato) a un’icona della destra e amica di Giorgia, il confine tra guerra egemonica, pregiudizio o profanazione pop di un tempio della musica colta si fa misterioso e insondabile («la musica è arte, non intrattenimento!» e qui volendo potremmo stare delle ore ma lasciamo perdere).
L’unica cosa certa è che, nel caso Venezi si rivelasse poi non così male o comunque all’altezza del compito, non si potrebbe ammetterlo, tantomeno dirlo in pubblico, per carità. È quello sbalordimento nelle facce di colleghi e amici quando quasi vergognandosi mi dicono: «Ma lo sai che la mostra sul futurismo non era brutta?!… ma lo sai che Buttafuoco sta facendo un ottimo lavoro alla Biennale? Che eleganza, che bravo… non credevo…». E io li rassicuro: non lo dirò in giro, non lo saprà nessuno, così possono tornare a scrivere «la destra sta uccidendo la cultura, dobbiamo reagire!!!» nei gruppi Facebook e nelle chat «25 aprile».
Ma a destra il richiamo dell’egemonia sembra irresistibile. Come i puritani erano destinati a edificare un nuovo Stato di virtù e riscatto dal Vecchio Mondo lasciandosi alle spalle una lunga persecuzione, all’alba del 2023 la destra italiana pensava di aver ricevuto un mandato dagli elettori per «ribaltare l’egemonia culturale della sinistra».
Tra fragorose dichiarazioni su Dante padre nostro della fiamma tricolore e tagli ai troppi finanziamenti per i «film di sinistra», si annunciava un repentino «cambio di narrazione del paese». Cominciamo dalle idee. Riordiniamo la libreria nazionale. Espelliamo influenze estranee e narrazioni devianti. Come se la cultura fosse un armadio disordinato e bastasse una Marie Kondo dell’egemonia per dare una ripulita energica, far riemergere la vera identità italiana, sepolta sotto strati di polvere marxista, postmodernismo, globalismo ecc.
Armati di nomine, decreti, lunghi post su Instagram e dichiarazioni roboanti al Tg1, i nuovi conquistatori culturali avanzavano con l’entusiasmo dei neofiti, anche se tanto neofiti poi non erano. Si facevano largo al Collegio Romano, tra le leve del comando cultural-ministeriale, nelle bolge dei grandi ritrovi festivalieri, nelle biennali, nelle fondazioni, dichiarandosi da sempre gramsciani (Gramsci letto da destra non è una novità, ma la platealità dell’operazione con libri, convegni, omaggi floreali al Quisisana, la clinica romana dove Gramsci morì, apriva una nuova fase).
Dall’altra parte si levavano le voci della società civile: giù le mani dalla cultura, la cultura non è roba vostra! Risuonava il disco rotto della deriva autoritaria, dell’assalto alla democrazia, il noiosissimo fascismo che ora occupava posti, cariche, organi culturali strategici, più o meno come si è sempre fatto, ma spiegando che stavolta era peggio. «Per la libertà della cultura è davvero finita» diceva una mia collega, fingendo di credere sul serio a una frase del genere.
Uno stallo, più che altro: perché qui la bancarotta culturale della sinistra convive da trent’anni con la nascita sempre proclamata, sempre differita, di una fatidica alternativa di destra, tirando fuori però ogni volta un po’ le solite cose: il futurismo, d’Annunzio, Tolkien, Mogol-Battisti, Prezzolini, la riforma Gentile, gli stessi tre o quattro nomi che sento da quando avevo vent’anni. Persino Marcello Veneziani non ne può più («da trent’anni mi attribuiscono sui giornali ministeri culturali, presidenze, conduzioni di programmi TV»). La Grande Lamentazione dell’Egemonia ha ormai alle spalle una lunga scia di think tank, fondazioni, università del pensiero liberale mai nate, manifesti, adunate per «amalgamare cattolici, liberali, riformisti», libri, appelli, congressi sulla cultura di destra di ieri, oggi, domani.
Qualche mese prima delle elezioni del 2022, ero andato a curiosare alla grande convention di Fratelli d’Italia, a Milano: «Italia, Energia da liberare», come uno spot dell’ENI. Il MiCo, centro congressi dalle lamiere attorcigliate e sinuose, sembrava un’astronave atterrata in zona Cadorna. Un pubblico in estasi accoglieva l’arrivo di Giorgia. Una grandiosità da convention americana: ventottomila metri quadri, nove tavoli programmatici, una torma di testimonial sui concetti di «indipendenza, libertà, crescita». Nomi di un certo peso: Luca Ricolfi, Marcello Pera, Paolo Del Debbio. Poi un concerto diretto da Beatrice Venezi che dava «simbolicamente voce ai milioni di lavoratori – autonomi, professionisti, artigiani, commercianti e agricoltori – privi di forme di garanzia». Una sinfonia delle Partite IVA. La versione patriota delle vecchie sbornie operaiste della musica colta, quando Maurizio Pollini portava Musorgskij nelle fabbriche occupate e Luigi Nono componeva sinfonie coi fragori della calandra, gli stridii delle lamiere, le voci registrate degli operai dell’Italsider di Genova, che forse avrebbero preferito la solidarietà di Celentano, Morandi, i Pooh e invece si beccavano cassa integrazione e musica concreta.
Non mancavano i «numi tutelari». Venti cartonati, inconsapevoli e sparsi per il MiCo, messi lì con quel solito effetto-playlist: Enzo Ferrari, Giovanni Paolo II, Flaiano, Jünger, Hannah Arendt, Guareschi, Dostoevskij, Margherita Sarfatti, l’immortale Pasolini, l’amatissimo Tolkien. I «volti delle patriote d’Italia»: Tina Anselmi, Anita Garibaldi, le sorelle Giussani di Diabolik, Trebisonda Valla detta «Ondina», prima italiana medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino nel 1936, oppure Ottavia Penna, candidata dal Fronte dell’Uomo Qualunque di Giannini alla presidenza della Repubblica nel 1946. Nulla naturalmente che rimandasse alla vecchia destra di Evola e Gentile, tanto che il povero cronista di «Repubblica» si limitava a notare che Ottavia Penna era una «qualunquista». Poca roba.
La controegemonia della destra era già in pieno trip Leopolda e «storytelling», rimbalzando tra Gramsci e Baricco. Il lessico holdeniano si era impossessato dei portavoce del partito: cambiare la narrazione, un’altra narrazione, una nuova narrazione per l’Italia. «Narrazione» era sostantivo citato ogni dieci minuti nel convegno Pensare l’immaginario italiano. Stati generali della cultura nazionale, celebrato dopo la vittoria elettorale: atto fondativo della nuova egemonia, catarsi collettiva, «rovesciamento della narrazione mainstream nel cinema, nell’editoria, in TV». Era una gran festa di vecchi funzionari, direttori di testate, dirigenti Rai, amministratori locali, professori, giornalisti, intellettuali d’area, fiancheggiatori, animatori di case editrici che si chiamano Passaggio al bosco, Il Cerchio, Settecolori, Ferrogallico, Idrovolante, tutti riuniti all’hotel Quirinale di Roma, divisi per cassetti: editoria, teatro e musica, arte e beni culturali, cinema e televisione, più un intermezzo goliardico di Osho (Federico Palmaroli), e una conclusione roboante dal titolo Linee programmatiche per una cultura nazionale. Un desiderio mimetico assoluto con le costituenti della cultura del vecchio PCI. Un’egemonica invidia del pene, forse. Tra addetti, funzionari, quadri, mozioni d’ordine, vecchi ingranaggi, parole feticcio. Anche un intrigante futurismo inclusivo per tenere il passo.
C’è in questa ossessione il senso di inadeguatezza dell’innamorato respinto. Il rancore di chi è stato a lungo bullizzato che porta a strafare, straparlare, esagerare. Come quando l’allora ministro della Cultura Sangiuliano imponeva quaranta minuti di foibe a Sanremo e la bontà del gesto arrivava meno della piccola ripicca personale verso un festival visto come una «casamatta» queer della sinistra pop e giusta, quella che si autocelebra sulle cover di «Vanity Fair», col faccione di Serena Bortone che dice: «Io sono antifascista».
Il fatto è che finché la destra in Italia era riconducibile ancora a Berlusconi tutto questo arrembaggio culturale non trovava grandi sbocchi. Vagheggiava sullo sfondo: qualche esternazione di Baget Bozzo, Fisichella, il fatidico Karl Popper di Marcello Pera, un’università del pensiero liberale mai decollata e un po’ di battaglia sui manuali di storia nelle scuole (ci torneremo). La verità è che in fatto di cultura libresca, Berlusconi, come i migliori democristiani, non voleva convincere proprio nessuno. Da questo punto di vista, resta di gran lunga il più liberale di tutti. Uno che non si sarebbe mai presentato al Tg4 a dire «adesso facciamo l’egemonia della TV commerciale!».
All’inizio del 1994, quando Berlusconi trascinava gli underdog di destra sotto le luci della ribalta dopo almeno mezzo secolo di inevitabili catacombe, Sandro Viola restituiva così il quadro degli ultimi arrivati:
Se mai fossero rimasti dei dubbi sul fatto che l’egemonia ci fu – e come, e quanto arrogante – quei dubbi scompaiono quando leggiamo la prosa dei giornalisti e intellettuali di destra che approdano man mano ai «media» di larga diffusione. I loro nomi, la loro età, i loro precedenti ci sono sconosciuti. Le piccole riviste alle quali collaboravano sino a ieri non le abbiamo mai viste. In qualche caso, succede anche di restare sorpresi dalla originalità dell’approccio, dal vigore delle argomentazioni, dalla qualità della scrittura. Ma ciò che ci impressiona soprattutto è la ruggine, il rancore, il livore che affiorano da quelle prose. Com’è evidente la loro provenienza catacombale. Com’è perfettamente immaginabile l’isolamento, l’emarginazione in cui sono maturate. Com’è scoperto lo spirito di rivincita che le percorre … il fatto è che essa risale dal sottosuolo, piagata dall’emarginazione, usa ai deliri da solitudine. E questo non gioverà, anzi, ai primi passi della Seconda Repubblica.
La sprezzatura di Viola (rimasta intatta su «Repubblica» dopo trent’anni, ma senza più il suo fraseggio) non teneva conto però di un dettaglio: l’intellettuale di destra non ha mai accettato l’etichetta «intellettuale di destra». Anche oggi si definisce semmai «conservatore», come il garbato e ben pettinato Francesco Giubilei, il Timothée Chalamet di Fratelli d’Italia. «Di destra» suonava e suona come una condanna senza appello. Sia perché a destra mancavano posti, cattedre, un’idea di politica culturale ramificata nelle istituzioni e riconosciuta, legittimata dal pubblico. Sia perché non ce n’era bisogno: in Italia basta dire di non essere di sinistra per finire tra i sospetti. «Di destra», poi, magari ognuno lo era a modo suo, in un arco che andava dalla terza pagina del «Giornale» di Montanelli a certe ambiguità adelphiane di Battiato.
Fino agli anni Novanta, quando tutti anche a sinistra cominciarono a dirsi improvvisamente «liberali», la destra culturale era un’alternativa impresentabile in società (ora è subentrata un po’ di stanchezza, di rassegnazione). Poi anche esteticamente, SOPRATTUTTO esteticamente. Perché è qui che la faccenda si capisce davvero. A destra facce sempre contrite, grugni, tanti papillon, solo uomini. Quarte di copertina con foto pensose tra divani damascati, librerie in noce, tendaggi pesanti, l’aria di saloni con finestre sempre chiuse. Nulla del glamour rivoluzionario, del lifestyle cosmopolita dell’engagement. «Me li ricordo i professori di destra…» dice Stenio Solinas, scrittore, giornalista passato da «La Notte», «L’Europeo», «Il Giornale», promotore della «nuova destra» degli anni Settanta, «i più cretini, i più codini, persi dietro i sogni di gloria delle interrogazioni, del programma… mai letto nulla che fosse fuori dal programma… per i quali Manzoni era la Provvidenza, Leopardi l’infelicità e d’Annunzio il dilettante delle sensazioni… le loro giacche dai colori ridicoli, le cravatte, Dio, che cravatte… le scarpe con la para, la forfora». Un tema su cui c’è ancora da lavorare.
Anche Zerocalcare ha detto la sua sull’egemonia culturale e la zona d’ombra in cui vivono gli intellettuali di destra. «È vero che ’a cultura fascista è rimasta ’n panchina pe’ tanti anni,» ha spiegato a una convention dei centri sociali «ma tendenzialmente ’sta cosa de’ eggemonia non pò funziona perché fanno robba poco attraente e anacronistica.» Insomma, datevi una sistemata. Tirate fuori almeno due fratelli d’Innocenzo di destra, due patrioti brandizzati Gucci, in casacche floreali, sneakers, giacche pastello, con un film di denuncia sul proletariato bianco e romano minacciato dalla sostituzione etnica, tra lunghe sequenze ipnotiche e musica rarefatta. Prima o poi una retrospettiva al cinema Godard della Fondazione Prada non ve la leva nessuno.
Terzo principio dell’egemonia
Se allora facessimo stendere la destra italiana sul lettino dello psicanalista, analizzando con calma la sua patologia egemonica, potremmo portare solide prove a vantaggio di una tatticissima resa senza condizioni: lasciar perdere. Basta. Smetterla col desiderio mimetico e attenersi al terzo principio dell’egemonia:
È storicamente dimostrato che con la cultura non si vincono le elezioni.
Si intende appunto la cultura progressista, gravida di battaglie civili, impegno, umanitarismo, lacrima facile, Fabio Fazio. La cultura percepita come «di sinistra». Quella che per gli italiani è in gran parte la cultura.
È dimostrato insomma che avere dalla propria parte grandi scrittori, registi, artisti, comici, conduttori televisivi, filosofi, cuochi, star del pop che arringano le folle al concertone del Primo Maggio, in un arco che va da Salvatore Settis a Elodie, non garantisce alcuna presa sull’elettorato. Anzi. Sembra invece inconcepibile che si possa canticchiare Elodie ascoltandola al supermercato senza correre poi a votare ai referendum della CGIL perché ce lo chiede lei. Sembra inconcepibile che si possano seguire con affetto le sue performance ma annoiarsi o irritarsi davanti alle litanie elodiache sui diritti, la bandiera della Palestina con le chiappe al vento, i corpi liberi, il patriarcato, continuando però a trovarla molto simpatica, ci mancherebbe. Il fatto è che siamo in Italia. Quindi siamo rassegnati. Sappiamo che a un certo punto anche Elodie dovrà dire «qualcosa di sinistra». Non si sfugge.
Ma come tutte le idee astratte che amano la pianificazione, l’egemonia si sfalda non appena entra a contatto con la natura umana e il modo distratto in cui consumiamo libri, film, canzoni. Anche se non lo rivedo da vent’anni, trovo che Palombella rossa sia uno dei migliori film di Nanni Moretti. Quando alza il pugno davanti al Dottor Zivago quasi mi commuovo, pur non avendo io mai avuto a che fare col PCI e i suoi miti culturali, e trovando anche un po’ fastidioso quel modo di recitare-non-recitare morettiano, specie con l’avanzare degli anni (i suoi e i miei). Penso che, se fosse cresciuto a Brooklyn, Moretti sarebbe stato un altro Woody Allen. Ma so che è cresciuto a Roma, in un paese cattolico e nella FGCI. So che in Italia le nevrosi devono essere politiche e collettive. Ci vuole il NOI che prevale sull’IO, anche al colmo dell’IO più narcisistico, come quello morettiano. Ci deve essere sempre un moralismo di fondo. Un po’ di comunismo rimpianto, vagheggiato, romanticizzato, discusso. Ci deve essere il fastidio per la TV. La condanna pretesca del consumismo ecc. Posto tutto questo, quel sentimento della perdita, quello spleen pascoliano che Moretti racconta in Palombella rossa posso proiettarlo anche in un mucchio di altre cose che col rimpianto comunista non c’entrano nulla. È la differenza tra film che funzionano e film noiosi, senza idee, prevedibili. Non ho bisogno di avere in casa una vecchia tessera del PCI o condividere appelli, girotondi, post civili di Moretti su Instagram. Così come non devo conoscere le regole del baseball per appassionarmi a L’arte di vincere, con Brad Pitt e Jonah Hill, scritto da Aaron Sorkin, che ho visto decine di volte, senza essere sfiorato dal bisogno di imparare qualcosa sul baseball e le sue regole assurde.
Insomma, qui Gramsci si sbagliava: l’egemonia culturale esiste, solo che funziona al contrario. Più si è egemoni nella cultura, più le elezioni le vincono gli altri, come negli ultimi trent’anni hanno dimostrato le imprese elettorali di Berlusconi e oggi il caso americano.
Alle ultime presidenziali, l’endorsement di Taylor Swift era atteso con ansia come l’arma segreta per battere Trump. Alla fine, la popstar globale che ha in pugno milioni e milioni di fan scioglieva le riserve e pubblicava il fatidico post. Diceva che avrebbe votato Kamala Harris, firmandosi «Childless Cat Lady», cioè «gattara senza figli», un riferimento critico a un’intervista di Trump («gli Stati Uniti sono governati da un gruppo di gattare senza figli che non sono soddisfatte della propria vita e delle scelte che hanno fatto, e vogliono rendere il resto del paese ugualmente infelice» – e bisogna ammettere, anche senza il senno di poi, che gattare senza figli può avere una presa sull’elettorato maggiore di All Too Well o You Belong with Me).
«È il messaggio che da mesi i Democratici speravano e i Repubblicani temevano: più di un milione di like in tre minuti per il post di Taylor Swift» scriveva «la Repubblica» riprendendo l’entusiasmo della stampa americana.
Il fatto è che sui social ti vedono tutti, in cabina elettorale no. Non è escluso infatti che togliendo la segretezza del voto vincerebbero sempre i Democratici o da noi la sinistra.
Tutti ci teniamo a sostenere la parte giusta in pubblico. A sposare cause presentabili in società. A stare dalla parte dei buoni. Anche quando in gran segreto sghignazziamo per come i cattivi gliele suonano sempre.
a. Nel 1978, Beniamino Placido raccontava un episodio illuminante. La Federazione lavoratori metalmeccanici di Milano aveva lanciato un’inchiesta sulle letture degli operai che vivevano nell’hinterland. E qui scopriva con orrore la realtà dei consumi proletari: gli operai non leggevano «Il Metallurgico», rivista ufficiale della categoria, o «l’Unità». Preferivano «Stop», «Confidenze», «Grand Hotel», «Tex Willer», soprattutto «TV Sorrisi & Canzoni». La Federazione definiva i risultati dell’inchiesta «sconcertanti». Gli operai deludevano le attese. «Quelli dell’FLM pensano all’operaio come a un santo,» scriveva Placido «metallurgico al mattino, metallurgico il pomeriggio, metallurgico la sera. E sempre pronto a ricacciare indietro le tentazioni dell’evasione, che è evidentemente per loro ciò che il peccato è nella liturgia cattolica.»
II
Gramsci Goes to Hollywood
Alla fine degli anni Ottanta, qualche mese prima della caduta del Muro di Berlino, la rivista economica «Forbes» pubblicava un pezzo dal titolo minaccioso e un po’ oscuro per il lettore americano, The Gramscists are coming:
Antonio Gramsci (1891-1937) fu un comunista italiano che predisse forse meglio di chiunque altro che il marxismo si sarebbe trasformato in una teoria della cultura piuttosto che dell’economia … Mentre vedono le economie marxiste fallire in modo spettacolare in tutto il mondo, alcuni intellettuali non vogliono rinunciare al loro sogno socialista, ma piuttosto preferiscono trasporlo in un nuovo campo di battaglia. Vogliono farlo in modo pacifico, attraverso la persuasione ideologica. In America Latina Gramsci imperversa. Visto che Gramsci predisse il marxismo culturale che stiamo vivendo oggi in America, è probabile che ne sentiremo parlare presto.
L’autore del pezzo era Michael Novak, intellettuale cattolico e liberista, consigliere di Reagan, autore di saggi poderosi sullo spirito del capitalismo americano. Questa sbrigativa presentazione di Gramsci su «Forbes» serviva sia a spiegare lo schema di gioco del nemico (una persuasione ideologica costruita nelle università, nei media, nella società civile) sia a spronare i conservatori a mollare il loro proverbiale atteggiamento antintellettualistico. A farsi un po’ gramsciani.
Novak non era certo il solo a intuire che la lotta politica si stava spostando tutta sul campo della cultura. Lo storico Robert Conquest, liquidando il Novecento, notava che le ideologie che partivano dal presupposto che tutti i difetti del mondo derivano dall’oppressione capitalista erano state sconfitte sul piano della realtà ma si ripresentavano sotto le vesti della cultura – dichiarando anzitutto che «la realtà è solo un costrutto sociale» (dunque, nessuna sconfitta!).
Naturalmente si trattava di una cultura in cui erano già saltate le distinzioni tra «alto» e «basso», intrattenimento e impegno. Conquest citava «jeep e auto granturismo degli studenti parcheggiate nei box dei campus americani con adesivi sui paraurti con scritto NON SEGUIRE IL PARADIGMA DOMINANTE che sostituiva il vecchio ABBATTI IL SISTEMA. Il linguaggio comune iniziava a riempirsi di complicate allocuzioni in sostituzione delle vecchie parole d’ordine degli anni Settanta. «Soggettività», «decostruire», «logocentrismo» entravano come intercalare nel discorso (Woody Allen registrava il nuovo tic in Deconstructing Harry, nel 1997, Harry a pezzi in Italia, perché da noi l’università la fanno in pochi).
Alla metà degli anni Novanta, Robert Hughes ci consegnava il miglior ritratto in tempo reale della lunga stagione di culture wars che si rilanciava in quel decennio. Politicamente corretto, multiculturalismo, femminismo, culture queer, colonialismo, scontro di civiltà uscivano dal recinto accademico col loro bagaglio di paroloni-feticcio e alimentavano una polarizzazione radicale e mainstream. Anche se alcuni temi sono ora meno di moda, La cultura del piagnisteo sembra scritto oggi, anzi domani, e credo funzionerà anche tra trent’anni.
Il fatto è che Hughes non coglie solo i tanti fenomeni esteriori (la «Lourdes linguistica» che prende il largo col politicamente corretto, la retorica delle minoranze, il conformismo accademico ecc.), ma sottolinea un elemento decisivo del nuovo campo di battaglia: la struttura psicologica delle nuove guerre culturali sta nella fusione tra il NOI dell’intossicazione politica anni Settanta e l’IO bambinesco e capriccioso degli Ottanta. Il vecchio impegno dei movimenti di liberazione si mescola al narcisismo di massa, il velleitarismo culturale alla mitomania, l’amore e il trasporto per minoranze esotiche all’egomania. Ieri l’intellettuale mitomane che si presentava come «delegato» della Classe Operaia. Oggi l’attivista-performer che si presenta come delegato di tutte le vittime della Storia.
Di «decennio dell’IO» parlava già Tom Wolfe verso la fine degli anni Settanta, quando le persone iniziavano a dedicare la propria esistenza a una cura e a un culto di sé sempre più fantasiosi: «Se ho una vita sola lasciatemela vivere da __________ (non avete che da riempire lo spazio vuoto)». Robert Hughes riempiva lo spazio vuoto scrivendoci: VITTIMA.
Tutto il discorso culturale era già incurvato sul vittimismo e uno specchio puntato su noi stessi, anche se ancora non c’erano i social. Tutti gli accenti cadevano su ciò che proviamo e percepiamo anziché su ciò che siamo in grado di conoscere. La lagnanza, l’infantilistica cultura del piagnisteo, trovava sempre un padre-padrone cui dare la colpa di tutto. Se la nuova sensibilità del politicamente corretto decretava che i nostri eroi erano solo le vittime, cioè tutte le minoranze possibili, «il rango di vittima cominciava a essere reclamato anche dal maschio americano bianco». Ipotesi che J.D. Vance trasformerà in brillante e paracula intuizione drammaturgica nel suo memoir-bestseller, col proletariato bianco degli Appalachi che diventa minoranza etnica e oppressa.
Trent’anni dopo, nell’America di Trump, Gramsci è una stella polare della Alt-right. «Fare con Gramsci quel che loro hanno fatto a noi,» dice con un fraseggio tipicamente vittimista Christopher Rufo, stratega culturale, originario di Frosinone, l’aria da Ryan Gosling MAGA. Prendere quindi scuola, università, dipartimenti dell’Istruzione e ribaltarli (sono americani: se lo dicono lo fanno). Stilare liste di parole da cancellare, come nel fanatismo woke ma invertendolo di segno. Passare da una censura all’altra. Entrare nel Deep State, liberare le istituzioni americane dalla sinistra, vincere la battaglia delle idee mobilitando non tanto i vecchi intellettuali, ma podcaster, influencer, algoritmi, fabbriche di meme.
Prove me wrong
Hughes raccontava un’America che rigurgitava di casi in cui «qualcuno impedisce a qualcun altro di dire qualcosa» in nome della libertà, della difesa degli oppressi e di una realtà ormai inghiottita dalla parodia:
Una mattina del 1991, in un ristorante di Berkeley, California, una cameriera di nome Barbara, che rifiuterà di rendere noto il suo cognome, vede a un tavolo un giornalista che legge un articolo sulla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, ma l’articolo è pubblicato su «Playboy», sicché Barbara Vattelapesca rifiuta di servirgli la colazione, si dice «scandalizzata» e «inorridita», la sola vista di «Playboy» è una forma vicaria di stupro, di molestia sul posto di lavoro, di offesa alla dignità delle donne. La cameriera e il direttore del locale chiedono al malcapitato giornalista di andarsene. Lui, che voleva solo un panino e un succo d’arancia, non uno scontro sui diritti civili, batte in ritirata. Poco dopo, un gruppo di fautori delle libertà civili di San Francisco organizza un comizio al ristorante, con distribuzione gratuita di «Playboy» fornite dall’ufficio stampa del giornale. Segue una controdimostrazione di gruppi femministi, le cui esponenti opinano variamente che la «presenza di “Playboy” in un ristorante danneggia la salute delle donne» e che l’accaduto non ha niente a che fare con la libertà di espressione ma col «potere degli uomini bianchi di imporre i loro modelli».
Consiglio di rileggere queste pagine ogni volta che commentiamo con un lapidario «è tutto colpa dei social» i tanti casi di follia vittimista e cortocircuito della suscettibilità di oggi, visto che nel 1991 non c’era neanche Internet (ma proprio quell’anno Tim Berners-Lee definisce l’Hypertext Transfer Protocol e inaugura il primo sito della storia). La storiella del ristorante di Berkeley è un protocollo da manuale: un panino in un ristorante può trasformarsi in una battaglia per i diritti civili. Uno scrittore non più invitato in TV in un atto di «censura». Un programma chiuso nella fine del free speech, ogni vittoria elettorale della destra in una crisi della democrazia – con tutto uno strascico di reazioni isteriche e bambinesche di chi, sebbene adulto, non riesce ad accettare un verdetto delle urne diverso da quello che voleva lui.
Nelle pagine di Robert Hughes c’è già il seme dell’assassinio di Charlie Kirk. Ci sono già le reazioni ignobili o grottesche dei giorni a seguire (i deficienti che festeggiavano su TikTok, o una serie davvero sorprendente di kirkiani italiani della prima ora, dove l’unico Prove me wrong che conosciamo è quello di vecchi gladiatori da talk show che si insultano a vicenda).
Perché aveva successo il format che Kirk portava in giro nei campus? Anzitutto perché era uno spettacolo. Una rissa social messa in una stampante 3D e risputata come evento «live». Aveva a che fare più con la stand-up, il wrestling e la lotta nel fango che con la dialettica. Charlie Kirk aveva trentun anni, quindi è cresciuto in un altro mondo rispetto a noialtri del Novecento. Per la sua generazione, qualunque sia l’ideologia da diffondere, bisogna prima di tutto pensare ai like o ai dislike (è uguale). Bisogna generare un rumore talmente forte da superare quello di fondo che ci circonda, che è già tantissimo. Bisogna polarizzare, estremizzare, spararla grossa, semplificare, parlare per slogan, tifare ecc. Dietro quegli eventi c’era una macchina organizzativa e un business che Kirk aveva messo su con grande caparbietà e scaltrezza. Ha visto un mercato libero e l’ha occupato nell’unico modo in cui si può occupare in un’epoca in cui la soglia di attenzione crolla dopo 11 secondi. Avrete visto i video in cui ingaggia i suoi proverbiali duelli nei campus. Be’, ammetto di essere troppo vecchio per trovarla una cosa costruttiva: da un lato c’è questa sfilza di ragazzini molto freak, fragili, soli, lo sguardo spento, trincerati dietro parole sacre come dei fondamentalisti religiosi. Ragazzini che prendono il microfono e dicono «intersectionality», «marginalized communities», «gender dysphoria» convinti di parlare a nome dell’umanità. Dall’altro c’è Kirk, col suo eloquio brillante, muscolare, un personaggio molto televisivo che li provoca in senso opposto e incarna tutto ciò che agli studenti è stato insegnato essere cattivo, ripugnante, sbagliato. Sono delle sedute di analisi collettiva che stanno al free speech come Amici di Maria De Filippi alla musica. Per capire fino in fondo questa roba bisogna risalire alla lunga tradizione dei predicatori americani, ma ciò che davvero mi stupisce di quei video è che tutti quanti hanno opinioni nette e perentorie. Ce l’hanno i ragazzi, che più sembrano fragili, persi, insicuri, più sfoderano un vangelo di dogmi e certezze transgender per risolvere i problemi dell’umanità. Ce l’ha ovviamente Charlie Kirk, che a trentun anni aveva un’opinione netta su tutto – beato lui –, dall’aborto al Medio Oriente.
Ma il vero motivo del successo del format era un altro. Kirk metteva a suo modo a nudo il dramma di un’università dove non si parla, non si discute, ma si riproducono slogan. Dove non esiste niente di neanche lontanamente paragonabile al confronto tra opinioni e idee diverse. Un luogo chiuso e protetto, dove può capitare che studenti di Economia non abbiano mai sentito nominare non dico Murray Rothbard, ma neanche Hayek, per non rovinare il ritornello su diseguaglianze, capitalismo cattivo, bianchezza colpevole, colonialismo ecc. Tutte cose che Kirk si divertiva a stanare.
Italians do it better
Se l’egemonia culturale appartiene alla grande e non così adorabile famiglia delle idee totalitarie, sembra logico che proprio ora ritrovi tutto un suo charme, saltando con disinvoltura da Togliatti a Steve Bannon e Peter Thiel, cofondatore di PayPal, primo investitore di Facebook, finanziatore di Trump, lettore di Tolkien e Girard, ossessionato dall’immortalità e convinto che la democrazia sia incompatibile con la libertà (un cattivo dei film Marvel, ma vero). Come l’ormai cara vecchia «cancel culture» passa da Jane Austen sporca colonialista a Stephen King bandito dalle scuole americane, o «Mamme per la libertà» che censurano manuali scolastici, libri di Toni Morrison, biografie per bambini di Michelle Obama. Non c’è solo il fascino della censura, ma anche l’idea che libri e film debbano servire a spostare convinzioni politiche e non possano essere lasciati in pace, relegati a piacere, distrazione, curiosità.
Hannah Arendt ricordava come in Russia le associazioni scacchistiche a un certo punto dovettero sciogliersi per risorgere in una foggia bolscevizzata, perché «giocare a scacchi per amore degli scacchi» rappresentava una sfida. Una devianza borghese. Anche gli scacchi dovevano avere un qualche scopo, un peso, un ruolo nel grande disegno della rivoluzione. Le distrazioni erano vietate. Una cosa che fino a pochi anni fa ci sarebbe sembrata assurda. Oggi, bisogna riconoscerlo, ci suona familiare.
Anne Applebaum, premio Pulitzer e editorialista per «The Atlantic», si stupisce nei suoi saggi dell’impennata della polarizzazione politica, della fascinazione per autocrazie, regimi, intolleranze varie, come un nuovo terreno mitico di isteria collettiva. Be’, qui possiamo tornare a dire la nostra: noi che abbiamo inventato il fascismo, abbiamo avuto il Partito comunista più grande e influente dell’Occidente, una Guerra fredda permanente e l’unicum di un Sessantotto durato quindici anni (o forse mai finito) che provava a realizzare la pedagogia gramsciana con la lotta armata, non ci stupiamo per niente. Come diceva Gore Vidal: «Dalla Seconda guerra mondiale, l’Italia è riuscita, con caratteristico talento, a creare una società che combina alcuni dei meno affascinanti aspetti del socialismo con, in pratica, tutti i vizi del capitalismo».
Nel XXI secolo gli americani hanno scoperto con sgomento il progressismo illiberale: quello che censura voci dissenzienti, monopolizza opinioni, impedisce a intellettuali conservatori di parlare all’università – tutta roba con cui noi, che una sinistra liberale non l’abbiamo mai avuta e all’università non abbiamo fatto parlare neanche il Papa, siamo praticamente cresciuti.
Quando Bret Easton Ellis racconta l’isteria americana antitrumpista, i tracolli psichici di persone apparentemente normali, le reazioni fascistoidi della sinistra, non c’è un passaggio che possa sorprenderci – avendo qui avuto vent’anni di esagitazione antiberlusconiana altrettanto isterica, violenta, patologica. «Quell’estate,» scrive parlando del 2018 «la sinistra sembrò mutare in qualcosa che non avevo mai visto in vita mia: un partito intriso di superiorità morale, intollerante e autoritario, che era distaccato dalla realtà e mancava di qualsiasi coerenza ideologica al di là del cieco rifiuto di accettare un’elezione in cui qualcuno che loro disapprovavano aveva, almeno legalmente, tecnicamente, conquistato la Casa Bianca.» Grande segnale di decadenza: ora sono gli americani che ci copiano.
La contrapposizione, la polarizzazione permanente, la distanza tra le idee che ci governano e quelle della cultura: ogni generazione italiana dal dopoguerra in poi è cresciuta con questo insegnamento. La sinistra aveva le idee e la purezza ma non poteva governare. Gli altri avevano il potere, ma non volevano avere a che fare con le idee.
Lo schema si sarebbe riproposto a lungo, anche senza più il PCI, anche senza più la sinistra, sempre però con la solita solfa: la destra potrà avere il potere, ma cultura e bellezza non le apparterranno mai. La strada è sbarrata. L’egemonia sarebbe insomma nell’ordine naturale delle cose. L’engagement di intellettuali, scrittori, artisti, cantanti non ha mai avuto né avrà mai eguali da nessun’altra parte.
E così eccoci finiti in qualcosa a metà tra La cultura del piagnisteo di Hughes e Un americano woke a Roma, coi suoi calchi di doppiaggese della Social justice, come «ageismo» per dire anziani, nel paese che non sa mettere l’accento giusto in sauté di cozze, come dice il mio amico Michele Masneri. Oppure «persona con capacità riproduttiva uterina» per dire madre: la versione woke del nostro immortale «faceva ritorno presso la propria abitazione» per dire «tornava a casa». L’antilingua di Calvino, l’italiese di Flaiano, come grandi startup del lessico woke. Una lingua in cui non c’è mai un «problema», ma una «problematizzazione», dove non si «agisce» ma si «performano ruoli». Provare a fare lo sforzo di comprendere qualcosa sembra meno affascinante che fingere scioltezza nel gergo post-strutturalista. Quella nebulosa in cui ogni atto è una «performance», una rappresentazione di forze sociali più ampie. Dove non c’è più Tizio che ha commesso un reato, ma Tizio «sintomo» di un sistema oppressivo, di una cultura tossica, di una «narrazione distorta». Sbiadisce così anche ogni cara vecchia idea di responsabilità individuale, secondo un mantra anni Settanta rimesso al centro della pista. Stato emozionale bambinesco, linguaggio militante, euforia dello sfascio, come nel «blocchiamo tutto» dei cortei per Gaza, dove si rivive l’entusiasmo di un nuovo Sessantotto, con le solite litanie affettive degli adulti emozionati per una gioventù ardente, generosa, meravigliosa, che esce dal torpore dell’indifferenza, ma sempre con gli stessi slogan di cinquant’anni fa.
«Negli anni tra il ’68 e il ’70,» ricordava Goffredo Parise «in piena contestazione ideologica, in tempi così politicizzati, udivo una gran quantità di parole che si definiscono comunemente difficili. Difficili anche da pronunciare. Per esempio: Rivoluzionarizzazione. Ecco, non esprime nulla. Sentivo una grande necessità di parole semplici.»
Ma se le parole vuote non ci abbandonano, anzi levitano e si gonfiano come dirigibili, l’egemonia culturale non esiste più. Non esiste come progetto, come strategia, come conquista paziente delle menti, ma solo come sintomo della nostra confusione. L’idea che si possa dominare la cultura, dunque piegarla a un disegno, orientarla verso un obiettivo politico, è semplicemente incompatibile con la vita del XXI secolo, a meno che non si opti per una teocrazia religiosa o un’autocrazia à la Putin. È incompatibile cioè con quella roba disordinata, caotica, contraddittoria, complessa, o insignificante che respiriamo ogni giorno: l’ultima canzone che ti si ficca in testa, il meme idiota che ti fa ridere, la serie TV che ti tiene incollato, il film, il libro, un racconto letto su Wattpad, un post su Substack, o una puntata di Temptation Island. Anche volendo, sarebbe complicato diventare soldatini di un’ideologia che legge i libri giusti e guarda i film giusti e condanna o censura tutto il resto. Ma c’è un però. Il collasso di una stella o uno sciame sismico generano onde che viaggiano a lungo nello spazio-tempo, specie in un paese come il nostro, dove le tradizioni di famiglia sono dure a morire. Perciò, chiediamo scusa al lettore, ma qui si rende inevitabile una digressione storica.
III
Presunta, supposta, eventuale
La prima volta che andai a New York, parecchi anni fa, nel mondo prima di Amazon e degli smartphone, ero ansioso di andare da Strand, la celeberrima libreria nell’East Village, dietro Union Square. All’epoca leggevo «la Repubblica», seguivo i consigli di lettura degli inserti del «manifesto», volevo stare al passo delle mode culturali che spiavo dal buco della serratura.
Ero al primo o secondo anno di Lettere: cose come il «fascismo della lingua» di Barthes, o l’«Io so» di Pasolini, mi sembravano di una limpidezza assoluta. Come avevo fatto a non pensarci prima! Ingurgitavo dosi massicce di Foucault, Derrida, Baudrillard, ancora Brecht, persino Lukács, persino Althusser, in via di esaurimento scorte. Nessuno però osava sussurrare che l’illeggibile Althusser aveva strangolato la moglie dopo averla beccata a letto con l’amante, godendo all’epoca della difesa a spada tratta del mondo intellettuale parigino: niente patriarcato, niente mascolinità tossica, ma grande comprensione per la disgrazia (poi anche un romanzo-testimonianza del filosofo sull’accaduto, subito accolto calorosamente dalla comunità).
Quanto a me, non ero mai uscito dall’Europa. Non capivo niente, non avevo alle spalle una famiglia intellettuale e a New York facevo quella cosa turistica di chi vuole darsi un tono: andavo da Strand.
Ora, tra gli scaffali di Strand, mi accorgevo di due cose, ed è il motivo per cui me lo ricordo ancora. La prima è che tutti quei libri di teoria critica che all’università mi venivano presentati come «il canone» avevano copertine molto più belle, colorate, persino divertenti. Niente a che fare col bianco punitivo degli Einaudi. Sembravano libri fatti anche per essere venduti, non solo diffusi come Il Verbo attraverso circuiti universitari.
La seconda è che erano tutti ammucchiati in un reparto con su scritto «Marxist and post-marxist thought». Un problema che non mi ero mai posto. L’etichetta dello scaffale di Strand poteva essere anche vaga e imprecisa, come sempre nelle categorie delle grandi catene di librerie (come Netflix che mette sotto «grandi classici» film usciti tre anni fa). Volendo essere precisi, molti erano più figli di Heidegger che di Marx. Ma la cosa che mi colpiva era la differenza con l’aria di casa. Nella Feltrinelli in cui andavo non avrebbero mai scritto «marxista o postmarxista» sopra i drammi di Brecht, i libri di Foucault, Althusser, Fortini, e neanche in quelli su Marx: quei libri erano la cultura. Non la cultura marxista o postmarxista, ma le cose da leggere per conoscere, scoprire, saper stare al mondo e darsi un tono. Da Strand invece sembrava ci si potesse dare un tono anche pescando da altri scaffali: «Liberal thought», «Libertarian thinkers», «Analytic philosophy». Era proprio come da Walmart, dove c’erano novantacinque marche di latte diverse e non due o tre come da noi. Ecco un’offerta definita in modo chiaro: i marxisti di qua, i liberali di là, i libertari qui sopra, eccetera. Il canone culturale che inseguivo a casa, l’unico legittimo, l’unico presentabile, ora mi sembrava l’equivalente delle ferrovie di Stato, della compagnia aerea di Stato, della televisione di Stato. E in effetti: perché mai con la cultura sarebbe dovuto essere poi così diverso? Ero nel fatidico «momento-Folagra». La scena in cui l’impiegato comunista rivela a Fantozzi Das Kapital e le logiche di sfruttamento dei padroni di cui sin lì era rimasto all’oscuro. Però al contrario.
Chi l’ha vista?
Quindi anche in questo libretto è arrivato il momento di porre la domanda fatidica: C’è stata un’egemonia della sinistra (comunista) sulla cultura italiana o è soltanto uno spauracchio della destra piagnona? Sarà un fatto storico su cui si può essere d’accordo o una leggenda metropolitana come i coccodrilli nelle fogne di New York, il triangolo delle Bermuda, la Grande Muraglia che si vede dallo spazio?
Oggi quando si parla di «egemonia» si mette sempre davanti «eventuale», «supposta», «presunta». Nella mia cartellina, la voce «Presunta Egemonia della sinistra» è la più ricca di interventi, articoli, interviste. Tra rimozioni, negazioni, distinguo, specifiche varie, su «Repubblica» siamo ormai a un passo da «settant’anni di egemonia culturale della destra». Eppure, ci sono cose che sappiamo tutti. Per esempio, che nessun altro partito in Occidente come il Partito comunista italiano fece propria e sviluppò in modo sistematico l’idea di un ruolo attivo e propulsivo della cultura e degli intellettuali nella lotta per il socialismo. Tutto il fascino che il comunismo italiano esercitava agli occhi degli osservatori stranieri veniva da qui: dalla sua spettacolare capacità di mobilitare, coinvolgere, assicurarsi la partecipazione attiva di artisti, scrittori, intellettuali di ogni genere. Che poi non tutti votassero PCI o che l’intelligenza letteraria dei Calvino, Ginzburg, Pasolini, La Capria non fosse condizionata dal voto è un altro discorso. C’è da dubitare che Calvino credesse davvero, come scriveva da giovane, che il «compito degli scrittori è trasformare in poesia la nuova moralità dell’uomo comunista che si va delineando chiaramente in milioni di uomini in tutto il mondo». Ma certo aveva capito, con la scaltrezza dello scrittore intelligente, che le idee, la carriera, un pubblico disposto ad ascoltarti, giravano solo da quelle parti lì (e proprio come Pasolini, Calvino andrebbe studiato anche come modello di business, abilità di destreggiarsi nelle intemperie della politica ecc.). «Insisteva sempre con questa storia della tessera del Partito comunista» raccontava Carlo Fruttero nel periodo in cui erano entrambi einaudiani. «Io gli rispondevo che dopo aver letto Buio a mezzogiorno di Koestler non avrei mai potuto, e poi non volevo rinunciare allo sherry e alle giacche di tweed. E lui: “Ma guarda che non sono più quei tempi, ti basterà venire a qualche riunione e salire sul carro dell’Einaudi il Primo Maggio”. Era davvero così: la cellula comunista dell’Einaudi allestiva un carro allegorico per il Primo Maggio. Poi venne il ’56. E dal PCI uscì pure il mio amico Calvino.»
Oggi però si liquida la faccenda come un’allucinazione collettiva. «Non c’è stata nessuna egemonia, l’egemonia di sinistra non è mai esistita» spiega Dacia Maraini in TV, sollecitata a intervenire sul Grande Tema. «Se Camilleri è un grande scrittore l’ha deciso il pubblico, la potenza rivoluzionaria della cultura non ha bandiere, insegue l’intelligenza del paese.» L’esempio non aiuta, perché mi pare improbabile anche per il più esagitato lettore di «Libero» sostenere che Camilleri venda come Camilleri grazie all’egemonia culturale della sinistra. Invece la fatidica associazione «cultura-intelligenza del paese» potrebbe essere proprio uno dei cascami della presunta egemonia. Tutti però continuano a guardarsi attorno increduli. Egemonia? Dove? Come?
Ospite in un talk, Marino Sinibaldi, dominus di Radio3 da trent’anni, è smarrito: «Ma non si riesce a capire dove sta quest’egemonia, ma chi l’ha vista? La colpa non è nostra, che c’entriamo noi?».
Eppure, se penso a un residuo della vecchia egemonia, a un luogo dove si vedono gli effetti del lungo lavoro di educazione monoculturale, penso proprio a Radio3, recinto ideologico, tribù dei colti governata da leggi immutabili: un esperimento sociale come in The Village di Shyamalan, l’idilliaca comunità di Covington che, grazie a un’elaborata messinscena, vive isolata dal mondo nella convinzione di essere minacciata da creature mostruose e misteriose.
Insensibile al richiamo dei podcast, ascolto ogni mattina «Prima pagina», titolo billywilderiano della storica rassegna stampa di Radio3, la più liturgica delle rassegne stampa. Niente jingle, stacchetti, musichette. Si entra a Radio3 come in una camera iperbarica, col fruscìo della carta dei giornali in sottofondo, i silenzi, le pause riflessive. Il bello di «Prima pagina» è il «filo diretto con gli ascoltatori», la mia parte preferita. Un concentrato quotidiano di ceto medio riflessivo in purezza, quello scomparso dal Censis e che invece resiste, lotta, telefona ogni mattina a Radio3. Ottimi studi, istruito, sensibile, colto, impiegato presso il ministero dell’Istruzione e del Merito, sovente indignato, adombrato, puntiglioso, cattivissimo. L’ascoltatore di «Prima pagina» si sente erede della parte migliore del paese, quindi coscienza etico-civile, «unità di crisi» nelle emergenze democratiche, soprattutto correttore di compiti in classe, pronto a riprendere il conduttore per la pronuncia sbagliata di un viceministro finlandese senza portafoglio.
È un ascoltatore che non chiama mai per fare solo una domanda ma per «sollevare un tema». La domanda è sempre incorniciata da una premessa. Poi lo svolgimento in una cascata di citazioni a effetto, «del resto lo notava già Husserl», «non è forse Calvino che ha detto», «anche io con Gramsci penso che», «persino Karl Jaspers ebbe a sottolineare». Informato su tutto, entra nello specifico. Poi quel «tutto» si risolve sempre nell’ovvio progressista, nella diffidenza per il mercato, i «privati», il capitalismo, il lavoro che uccide, i cattivissimi, il profitto, le destre sempre cattive, insomma nella prosecuzione dei temi del liceo al telefono. Non un’egemonia ma una bolla di supremazia e superiorità etica e culturale, forte semmai della sua cifra minoritaria. Mai sfiorata dal dubbio. Perennemente infastidita dalla volgarità del resto del paese. C’è chi ha l’incubo ricorrente di rifare l’esame della maturità, io quello di essere rapito, portato in uno scantinato e interrogato dagli ascoltatori di «Prima pagina», che indossano tutti la maschera, come i surfisti-rapinatori in Point Break, ma con le facce dei miei professori delle superiori.
Ecco invece un vecchio editoriale in cui anche Scalfari provava a far chiarezza sul Grande Tema, riportandoci a un’Italia culturalmente aperta, plurale, variegata, svincolata da ogni appartenenza politica:
L’eventuale egemonia della sinistra altro non sarebbe derivata che dalla qualità dei prodotti culturali dovuti alla libera creatività di artisti, letterati, registi, giornalisti, che hanno lavorato in piena libertà conquistando e affezionando lettori e ascoltatori liberissimi a loro volta di dirigere altrove le loro scelte quando quelle effettuate non avessero più appagato i loro gusti.
Un’italianissima mano invisibile che nel libero mercato delle idee avrebbe premiato più Brecht che Orwell, più Asor Rosa che Chiaromonte, più Lizzani, Maselli, Montaldo che Germi, Zeffirelli e il povero Zurlini, su cui gravava l’ignominia dell’etichetta di «regista borghese». Per Scalfari si vinceva solo per «meriti culturali sul campo». Vinceva chi giocava meglio. Mentre persino nel calcio vince chi gioca nella squadra più forte. Figuriamoci nella cultura.
Scalfari, che era intelligente e queste cose le scriveva nel 2004, sapeva bene che la faccenda era un po’ più complicata. Peraltro, questi sono argomenti che davvero non fanno onore a Gramsci: mai, infatti, il Nostro ha nascosto come e quanto la demonizzazione radicale dell’avversario fosse una componente decisiva della partita, o che il progetto egemonico-culturale prevedesse una lunga lotta, non certo l’affermarsi di un argomento perché svolto meglio degli altri. L’egemonia c’entrava poco con la censura, ma anche con la bravura, il talento, la scarsezza. Coinvolgeva schemi mentali, visioni del mondo, pregiudizi, valori, credenze, faide tra intellettuali, ripicche. Lasciava scivolare in una linea d’ombra cose anche notevoli. Isolava autori e opere. Tutte strategie che fanno parte del mondo culturale di ogni epoca, ma qui c’era un Grande Disegno, una comunità di destino, uno scopo ultimo – e la lotta di classe poteva essere un ottimo alibi per stroncare l’odiato rivale che magari vendeva di più. Certo, va da sé che Fellini alla lunga veniva fuori lo stesso, nonostante i tentativi comunisti di stroncarlo, bollandolo come roba sbagliata, vaga, superficiale e irrazionale, o quelli cattolici di censurarlo.
Tra i sortilegi dell’egemonia c’era l’abilità di trasformare l’utilità alla causa in bravura e viceversa. Si poteva nascere storti, sbagliati e raddrizzarsi dopo, come nel caso celebre del Gattopardo: arrivato come romanzo sospetto e reazionario, poi messo in mano a Visconti dal PCI, quindi trasformato in acclamato film progressivo e di sinistra, il nostro Via col vento gramsciano. Un piccolo capolavoro di egemonia ortopedica, con la serie Netflix che diventa poi compimento ultimo, fase terminale, liquidazione dell’egemonia: libro di destra, film di sinistra, serie TV per promuovere la tenuta di Donnafugata agli americani.
Qui una volta era tutta egemonia
Almeno fino alla fine dei Settanta, la cultura che contava rispondeva a un’ipoteca gramsciano-marxista che tracciava uno stretto corridoio d’opinioni nel dibattito italiano. Tutte le critiche al marxismo si fermavano alla dogana. Orwell entra nel canone italiano solo negli anni Ottanta, dopo l’edizione Mondadori di Animal Farm, tradotta da Gabriele Baldini nel 1983 (però da noi lo si legge soprattutto come un critico del fascismo e ora del trumpismo, oppure come ho sentito dire in radio facendo zapping: «Il 17 agosto del 1945 usciva La fattoria degli animali, ricordiamo oggi questo straordinario libro di Orwell che racconta gli eccessi del consumismo»).
Socialismo di Ludwig von Mises, il più completo e penetrante attacco all’economia pianificata, pubblicato a Vienna nel 1922, si traduce in italiano solo dopo la caduta del Muro di Berlino e resta nell’ombra ancora oggi. L’oppio degli intellettuali di Raymond Aron, uno dei due o tre libri da tenere sempre sul comodino, ancora valido per i prossimi settant’anni, esce nel 1958 per l’editore Cappelli di Bologna, dunque quasi subito (il saggio è del 1955). Altrettanto rapidamente finisce sotto silenzio. Nessuna censura, ma indifferenza, esclusione dal dibattito pubblico, stigma sull’autore, secondo il noto adagio che andrà a lungo di moda, «meglio avere torto con Sartre che ragione con Aron». Per parecchio tempo resterà un libro introvabile, da passarsi sottobanco come carbonari (ci ho messo un po’ a trovarlo anche negli anni Duemila). Ecco un assaggio dalle prime righe dall’introduzione:
Nel tentativo di spiegare l’atteggiamento degli intellettuali, implacabili verso le debolezze delle democrazie ma indulgenti nei confronti dei più grandi crimini, purché perpetrati in nome delle buone dottrine, per prima cosa mi sono scontrato con le parole sacre: sinistra, rivoluzione, proletariato.
Sbeffeggiare Arcipelago Gulag, arrivato in Italia nel 1974 e caduto nel vuoto, nonostante il clamore in Francia, come fece Umberto Eco che sul «manifesto» definiva Solženicyn un «Dostoevskij da strapazzo», era a dir poco scontato. Quel libro-inchiesta-testimonianza cadeva fuori dal cerchio magico intorno all’antifascismo e alla cultura. Metteva in crisi la nostra tolleranza per il sistema concentrazionario sovietico. Anni fa comprai la prima edizione Mondadori su eBay: l’annuncio diceva «libro mai letto, in ottime condizioni». Un’epigrafe perfetta della sua vita editoriale italiana.
Sì, lo so che volendo sulla tragica truffa intellettuale e morale del comunismo da quarant’anni possiamo sapere tutto. Libri neri e bestseller non mancano di certo. Ma siamo seri: negli stessi ultimi quarant’anni, quante volte vi è capitato di sentire al liceo o all’università un professore di storia o filosofia o altro dedicarsi con passione allo smontaggio pezzo per pezzo della parola «comunismo» e del fascino che esercita – citando magari Mises, che lo aveva già smontato come progetto economico «radicalmente irrazionale», senza neanche bisogno dell’onere della prova?
Quando Cristina Comencini scrive L’illusione del bene, un romanzo in cui prova a fare più o meno questa cosa qui, si becca gli attacchi dell’«Unità» per il reato di lesa maestà. Parliamo del 2007, quasi vent’anni dopo la caduta del Muro di Berlino. Come forse saprete, i romanzi di Comencini diventano spesso film, vengono recensiti sui grandi quotidiani, se ne parla, insomma sono del giro giusto. Lei peraltro all’epoca era un pezzo di quella sinistra elegante e antiberlusconiana che incarnava il meglio della società civile e ogni giorno resisteva alla «deriva autoritaria» del paese. Ma L’illusione del bene cade nel vuoto. «È un libro che fa discutere» dirà Aldo Cazzullo intervistandola anni dopo. E lei: «Il comunismo è stato una tragedia rimossa. La sinistra italiana ha evitato di fare i conti sino in fondo con il passato. Le difficoltà del Partito democratico si spiegano anche così. Mi confortò una lettera di Ezio Mauro, che mi scrisse: “finalmente qualcuno ha scritto il libro che mancava sul comunismo italiano”». Ma la recensione su «Repubblica» no.
Nel 2003, Koba il Terribile di Martin Amis veniva presentato in Italia come un duro atto d’accusa dei crimini dello stalinismo, evitando di usare la parola «comunismo» («it addresses itself to the central lacuna of twentieth-century thought: the indulgence of communism by Western intellectuals», si legge invece nell’originale). È un libro magnifico e spietato che s’aggrappa al lavoro di Robert Conquest, storico dell’URSS, interrogandosi sull’incredibile compiacenza di gran parte dell’intellighenzia occidentale verso quel sistema di terrore e miseria, durata almeno fino ai Settanta, dice Amis (ma da noi molto di più). Come altri prima di lui, Amis fa i conti con un bagaglio di idee che conosce bene. Intreccia vicende familiari, il rapporto col padre, l’amicizia con Christopher Hitchens. Perciò ci sono due libri: un saggio storico e una lunga confessione privata in cui Amis, che certo non era di destra, si domanda come mai, ancora oggi, essere stati comunisti in passato sia una cosa di cui andare molto fieri (qui invece siamo rassegnati: ogni generazione si becca la sua dose di romanticizzazione del comunismo). Koba il Terribile ha innescato dibattiti sul «Guardian», sul «New York Times», mentre dal 2003 a oggi ho trovato solo due recensioni italiane: una sul «Giornale», l’altra su una rivista online. Ricordo però grandi festeggiamenti nel 2024 per il centenario della morte di Lenin, articoli struggenti su «Wired» (Cosa rimane di Lenin oggi), colonnine da Feltrinelli con l’opera in bella mostra, piazzata vicino ai libri sulla Resistenza. Su Instagram, post commossi di Sellerio che riproponeva il Lenin di Gor’kij (primo commento: «Grazie per questa pubblicazione! La lotta di classe non è mai stata così attuale come adesso»). Il curatore spiegava che Lenin aveva «una personalità molto complessa, il cui operato non può essere giudicato o tutto bianco o tutto nero come talvolta si fa, dev’essere giudicato secondo anche le qualità caratteriali» (provate a mettere Hitler al posto di Lenin, solo per sentire il suono che fa). Proverbiali certe sue intemperanze caratteriali, quel vizio per impiccagioni, esecuzioni di massa, deportazioni, internamento sistematico di intere popolazioni, e l’incrollabile fede nella carestia, «uno dei quattro capisaldi del comunismo,» come ricorda Amis «insieme al terrore, alla schiavitù e naturalmente al fallimento, al monotono e incorreggibile fallimento».
Di nuovo: non è certo per un complotto o un oscuro disegno che Koba il Terribile di Amis cade nel vuoto e La zona d’interesse di Amis diventa un film da Oscar visto in tutto il mondo. Semplicemente, per una delle due cose c’è meno mercato. Nessuna persona colta, progressista, di sinistra, più o meno riconducibile a un passato o una gioventù comunista, ama sentirsi dire che ha sostenuto una gigantesca truffa. Ecco un grande lascito della vecchia egemonia culturale: l’anticomunismo da noi fa ridere. Non rientra nelle buone maniere. Ha sempre qualcosa di ridicolo e inopportuno. L’anticomunismo è «cringe». Metterci sempre davanti «viscerale», quindi sentimento annebbiato, confuso, «di pancia». Di chi ha studiato poco, male o sui libri sbagliati.
Casa madre
Nel 1990, tre mesi dopo il crollo del Muro di Berlino, Ernesto Galli della Loggia pubblicava un articolo sulla «Stampa» in cui riprendeva una nota sulla «dittatura marxista nella cultura italiana» di Nicola Matteucci, politologo, accademico, storico fondatore del Mulino. Galli della Loggia snocciolava i tanti titoli filosovietici del vasto e bianco catalogo Einaudi, «il punto più alto dell’egemonia comunista». A fronte di pochi saggi che sistematicamente ci mettevano in guardia dalla disumana e cattivissima società americana, «sull’URSS si leggeva tutto» dice Galli della Loggia. Fino ai primi anni Settanta, non una riga di Berlin, Popper, Tocqueville, ma volumi a cascata sulla «straordinaria democraticità del regime sovietico» come diceva Kelsen: Sviluppo economico e decentramento nell’URSS, La proprietà socialista dello Stato, Il comunismo sovietico: una nuova civiltà, e altri titoli deliziosi, quasi swiftiani, tipo, Viaggio di un tecnico curioso nella civiltà sovietica. Nulla che non si sapesse già. Ma ora faceva un altro effetto.
La polemica, come una tosse stagionale, si trascinò per mesi. Persino Beniamino Placido, l’epitome dell’understatement, perse le staffe. Quel «dittatura marxista» l’aveva fatto imbestialire. Poi fu il turno di Bobbio. Chiamato in causa con allusioni non troppo velate, Bobbio replicava con la sua calma olimpica ma la lama affilata del chirurgo einaudiano e sul medesimo quotidiano respingeva il processo sommario: «Caro Galli della Loggia, non leggevamo solo alla marxista,» dice Bobbio che tira fuori i Pavese, i Carlo Levi, i Max Weber, «perfino la raccolta di discorsi extraparlamentari di Giolitti» e conclude che sì, per carità, un po’ di comunismo filosovietico a via Biancamano c’era stato, perché negarlo, ma mescolato a tanto pluralismo, voci contro, sopra, sotto ecc. Certo che l’URSS era il paese-guida dei comunisti di tutto il mondo. Certo che c’era stata una lunga dominante marxista, un filtro Einaudi nella cultura medio-alta del dopoguerra. Ma che un editore comunista, nel paese del più grande Partito comunista dell’Occidente, pubblicasse soprattutto cose comuniste non era poi un gran reato.
Il fatto è che Galli della Loggia ce l’aveva con la disinvoltura con cui, dopo il crollo del Muro, ci si era lasciati tutto alle spalle come se niente fosse. Avevamo ragione noi ad aver avuto torto, insomma.
Anche Galli della Loggia si era formato col catalogo Einaudi. Raccontava, con un misto di affetto e rimpianto, del suo indebitamento einaudiano, una cambiale culturale pagata mese dopo mese dal 1960, «conto aperto per l’appunto in quel tempo lontano e da allora mai chiuso». Ma come a molti altri italiani di sinistra della sua generazione, a un certo punto gli era venuto il desiderio di saperne di più «sulla storia del comunismo, dell’URSS, della III Internazionale, dell’Europa dell’Est». E qui, in una ricerca affannosa tra «bancarelle e librerie» scopriva Orwell, Katkov, Medvedev, Besançon, Silone, Grossman, Berdjaev, Nadežda, Mandel’štam, Conquest, Fejtő, Aron, Gilas, Hannah Arendt e tutti quelli per cui l’URSS non era il paese-guida che raccontava il catalogo Einaudi, ma una vasta e spietata prigione a cielo aperto, «uno dei casi più straordinari e spaventosi di esercizio brutale del potere, mischiato a un uso quasi diabolico della menzogna ideologica».
Pare insomma difficile liquidare queste cose alla voce «piagnistei della destra». Persino i corsi di storia del cinema che ho frequentato all’università, alla fine degli anni Novanta, erano un tripudio di Dovženko, Ėjzenštejn, Vertov, Tre canti su Lenin. Un piccolo Parnaso comunista che abbracciava avanguardia estetica e supremazia dello Stato al servizio del popolo. L’Ottobre delle arti! E giù lacrimoni. E quanti «collettivi Majakovskij», «cooperative Gor’kij», «gruppi Dziga Vertov», seminari che s’intitolavano «avanguardia, operai, contadini» messi su da studenti che un operaio o un contadino non l’avevano visto neanche col binocolo. E non eravamo nel 1977 e neanche nel 1989: c’era già Internet. C’era Britney Spears. Toy Story era al secondo episodio. Ma all’università si celebravano i Kino-Pravda. Il cinema sovietico era raccontato come una grande lezione di arte e libertà: «Ogni artista ha il diritto di creare liberamente,» diceva Lenin «ma noi comunisti dobbiamo guidarlo secondo un piano», era la seconda parte che non si citava mai.
Il montaggio di Ėjzenštejn, bello e importante, per carità, si prendeva i riflettori della storia del cinema lasciando in un’ombra di sospetto Lubitsch, Wilder, Howard Hawks, tutti i film di genere. Hollywood era ancora la tana del diavolo che aveva reso il cinema un vile commercio. È difficile da immaginare, ma all’università si poteva insegnare cinema e odiare Hollywood, che è come studiare la storia del teatro proclamandosi antiellenisti.
Tutta questa attenzione al formalismo russo era anche contenutismo mascherato. Si dimostrava – film alla mano – che c’era stato un comunismo buono, al servizio delle arti, della sperimentazione, della felicità degli uomini. Poi le cose si erano complicate. Ma Ėjzenštejn e Vertov bastavano a dimostrare la giustezza dei principi della Rivoluzione, la superiorità della Russia comunista su quella zarista, schiavista e borghese dell’Ottocento, che però ci aveva anche dato Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj, Čechov, mentre dopo settant’anni di comunismo restavano una manciata di film d’avanguardia degli anni Venti e Tarkovskij in esilio. Insomma, alla fine degli anni Novanta, a Lettere, la mitologia sovietica seduceva ancora.
Kino sarà il nome dato a un cinema-off romano aperto nel 2011 da un collettivo cinematografaro: una saletta interrata nel quartiere bohémien del Pigneto, «il Village romano», per offrire ai suoi avventori «una programmazione giornaliera ibrida e meticcia che si muove tra le pieghe della distribuzione e della comunicazione recuperando immagini invisibili o nascoste». Nel frattempo, naufragato il progetto, si è riconvertito in elegante ristorante radical-gourmet.
Solo un grande sceneggiatore però, uno showrunner come David Chase o Shonda Rhimes, poteva immaginare il trionfo elettorale di Berlusconi e insieme, in quel 1994, Mondadori che si compra Einaudi: la Casa Madre, la cattedrale dell’egemonia alta, severa, inespugnabile che finiva nelle mani del Nemico (anche se, secondo Franco Tatò, allora presidente di Fininvest, Berlusconi Einaudi neanche la voleva, se la ritrovò un po’ a sorpresa nel pacchetto d’acquisto).
Somma tragedia nazionale.
«Ognuno può prendere le proprie decisioni» diceva Giulio Einaudi invitando gli scrittori angosciati per la nuova proprietà a non lasciare «lo Struzzo». «Quel che posso consigliare agli autori è di continuare a lavorare, continuare a consegnare i loro libri finché non ci saranno rifiuti ideologici o politici.» «Meglio scrivere sui muri, se non troverò un editore libero» replicava Corrado Stajano. Ben Jelloun proponeva una colletta. Carlo Ginzburg usciva dal gruppo. Giulio Ferroni intuiva il compimento di un disegno ancora imperscrutabile ma oppressivo: «La tradizione antifascista di Einaudi potrebbe dar fastidio al nuovo editore, è questa la mia paura». L’editore con una linea politica precisa, netta, dichiarata era quello libero. L’editore di mercato che puntava casomai a vendere e prima di tutto a recuperare i debiti era quello oppressivo e censore. Un’ovvietà tutta italiana.
A Stajano, Ferroni, Ginzburg, sembrava inconcepibile che i libri fossero anche dei prodotti progettati per un mercato, in funzione di un fatturato o di un prestigio culturale, anziché tasselli di un Grande Disegno Egemonico, almeno nell’ambito della cultura libresca.
Sommo pedagogo, come diceva Roberto Calasso, Giulio Einaudi si era assunto il compito di «educare e addestrare l’intero popolo della sinistra, identificabile innanzitutto in folte schiere di professori, dalla scuola media all’università, che molto avrebbero contribuito alle fortune commerciali della casa editrice, zavorrandone però il catalogo con le continue offerte, troppo spesso accolte, di propri titoli per concorso». La maestosa strada del materialismo dialettico si scioglieva in uno studio matto e disperatissimo, sorvegliato dal motto dello Struzzo, «Spiritus durissima coquit», quindi mandando giù qualsiasi cosa, ma con rigore, sobrietà, austerità, «a tavola bene il pinzimonio, le frittate, i cibi poveri» (Ernesto Ferrero a proposito dell’einaudianità come categoria dello spirito). Con Einaudi siamo anche in una grande saga arcitaliana, l’avvicendamento generazionale di tre Italie, i nostri Buddenbrook: padre nume tutelare del liberalismo che elogia il profitto, figlio editore comunista che detesta il denaro, nipote pianista new age che disegna un lamento modulare di echoes, time-lapse, divenire.
Soltanto avendo in mente una lotta ancestrale tra «cultura» e «mercato» si poteva immaginare Berlusconi che si prende Einaudi per vendicarsi non si sa bene perché della tradizione antifascista e cancella le collane, licenzia tutti, pubblica solo audiolibri con la voce di Giorgio Mastrota. A Berlusconi, invece, Einaudi andava bene così. Un po’ comunista, highbrow, professorale, polverosa e gloriosa. Come sappiamo, in tutti questi anni i più autorevoli nemici di Berlusconi, da Augias a Zagrebelsky, hanno pubblicato con Einaudi, Mondadori, Rizzoli, o altre case editrici riconducibili a Berlusconi. Endemol, la casa di produzione televisiva, ci dava contemporaneamente Il Grande Fratello su Canale 5 e i monologhi di Fazio e Saviano a Vieni via con me, su Rai3, col meglio della cultura e della società civile che leggevano elenchi e liste in penombra, piangendo per la Costituzione, dolendosi per la «democrazia svenduta». Ma quando c’è di mezzo la cultura, questo alfabeto minimo della domanda e dell’offerta si sospende. Eppure, sappiamo tutti che solo in un’economia di mercato c’è un disperato bisogno di libri, film, vangeli dell’anticapitalismo, la media di un bestseller all’anno (dal Capitale nel XXI secolo di Piketty al Capitale nell’Antropocene di Saito Kohei, «il libro di economia più eversivo del decennio», naturalmente tradotto da noi togliendo «Marx» e «comunismo» dal titolo originale – Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism).a
a. Mentre scrivo, Einaudi ha appena pubblicato una sfavillante edizione del Capitale in una nuova traduzione a cura di Roberto Fineschi. Il mercato tiene. Il mercato rende liberi di leggere Marx e Hayek, anche se col secondo siamo un po’ indietro con le traduzioni.
IV
Allora ricapitoliamo
Allora, ricapitoliamo: per costruire un’egemonia culturale ci vogliono gli intellettuali e le idee che si insinuano poi nelle istituzioni. Le idee definiscono un sistema di credenze, valori, visioni del mondo. Si diffondono attraverso le «reti del sapere», scuola, università, libri, giornali ecc. Poi però ci vuole qualcuno che le sappia tradurre in modo semplice, immediato, accattivante. Le idee devono diventare «storytelling» direbbero alla Holden o alla Leopolda, e cioè fatto di «costume», emozione collettiva. Per fare l’egemonia culturale ci vuole Sartre ma anche Juliette Gréco che canta al cabaret Le Tabou, Brecht ma anche Milva che rifà il verso a Brecht a Sanremo, l’anticapitalismo di Chomsky e i graffiti di Banksy (o anche Hayek e il «Greed is good» di Gordon Gekko in Wall Street). Il problema della vecchia egemonia del PCI è che funzionava ai piani alti della cultura professorale, borghese, letteraria, einaudiana. Funzionava nel cinema d’impegno civile e, dopo gli anni Settanta, nella scuola e nell’università. Ma più si scendeva nelle classi sociali, più ci si addentrava nell’insidioso terreno dell’odiata cultura di massa, più il controllo sfuggiva di mano. Il pubblico si annoiava, non capiva, non seguiva. Magari gli piaceva Milva, ma Brecht proprio non lo mandava giù.
«L’operazione Gramsci» messa su da Togliatti nel dopoguerra, che rimonta, taglia, mixa i Quaderni in base alle esigenze dell’epoca, puntava infatti sulla cultura alta e squadernava i suoi dogmi: dominio assoluto del realismo, primato dell’intellettuale civile, sbarramento antifascista, mitopoiesi della Rivoluzione e dell’Unione Sovietica. La cultura si zavorrava di ideologia. L’idea di cultura si caricava di attese, missioni, compiti smisurati che scontiamo ancora oggi. Nulla di simile nel mondo laico, ancora meno in quello liberale che qui lasciavano colpevolmente campo libero al PCI. «Una politica della cultura la fanno i partiti totalitari, la fanno i partiti che vogliono imporre dei contenuti alla cultura» diceva Giovanni Malagodi, che però era nato a Londra, ottima famiglia, ottimi studi, ottime frequentazioni. Vedeva il lato oscuro dell’idea gramsciana, meno gli effetti di lungo periodo di una cultura lasciata in mano ai comunisti. Tra i cattolici invece grande attenzione alla scuola, alla famiglia, alla censura, ma disinteresse per la cultura alta: il famoso «culturame» di Mario Scelba che sbeffeggiava gli intellettuali e ridimensionava il loro peso nella società (offesissimi, quelli giuravano fedeltà al PCI: nasce tutto da qui, la categoria, si sa, è molto permalosa).
Passano gli anni. C’è il Sessantotto. Entra in scena la Nuova sinistra. Non più il partito-guida come in Gramsci, ma l’Intellettuale Collettivo e già globale prima di Internet: Parigi, Berkeley, Roma. Il mito dell’Unione Sovietica esce di scena, anche se da noi più lentamente che altrove – e a vedere come siamo messi oggi, forse non se n’è mai andato. «È il momento di una bohème intellettuale, divisa tra l’odio di sé e il culto di sé» dice Furet. «Più che invocare una società modello, si mette tutta la società contemporanea in stato d’accusa». Non più analisi economiche, ma discussioni infinite sull’apparato di Althusser che nessuno sa bene cosa sia. È negli anni Settanta che ci si convince che cambiando il linguaggio si cambia anche la realtà, altra palude da cui non si uscirà più. La triade Marx-Lenin-Gramsci si fa crescere i capelli, sfoggia pantaloni a zampa, si mescola con Marcuse, Adorno, Freud, Foucault, Frantz Fanon e il terzomondismo, poi Cuba, Mao, il Vietnam, volendo anche la lotta armata e disperata. È scientificamente provato che il bisogno di Marx si rinnova ogni due generazioni. Ora rivive nella Social justice: Marx antispecista, transfemminista, decostruzionista, ecologico-apocalittico, Marx con l’asterisco, per l’Antropocene, Marx fondamentalista, con Hamas, l’Iran, gli Ayatollah.
Negli anni Settanta l’egemonia comunista è «totale nei quartieri e negli ambienti della borghesia colta, nell’editoria, nel mondo dello spettacolo, lì dove le opinioni si formano e contano» come ricorda nei suoi memoir Giampiero Mughini. «Potevi non essere comunista, e chi scrive non lo è stato un solo istante della sua vita, ma immancabilmente erano comunisti o un amico, o una fidanzata, o un caporedattore con il quale dovevi fare i conti, o il conduttore di una trasmissione televisiva dov’eri andato a presentare un tuo libro.» Insomma, se eri uno che leggeva libri e giornali «non potevi non imbatterti nella letteratura comunista o influenzata dal comunismo». È sorprendente come oggi si possa negare una cosa del genere. Una cosa ovvia, scontata, di cui tutti, anche ben oltre gli anni Settanta, abbiamo fatto esperienza diretta. Lotta Continua passerà alla storia come l’unico ascensore sociale che ha funzionato in Italia. Un Grande Sogno Italiano, la Silicon Valley culturale del paese, con tanti piccoli Steve Jobs e Bill Gates che applicavano le loro intelligenze non alla rivoluzione tecnologica ma all’antagonismo operaista e al radicalismo sindacale. Una land of opportunities col mito della fabbrica al posto dei garage californiani. Lotta Continua ha catapultato tanti giovani dai picchetti a Mirafiori ai vertici dell’università, del giornalismo, ai piani alti dell’industria culturale. Ha dato corpo al celebre aforisma di Flaiano: «In Italia non si potrà mai fare una rivoluzione, perché ci conosciamo tutti», e ci siamo conosciuti tutti dentro Lotta Continua. Altro che massoneria!
Poi però le cose si complicano. Sconfitta dalla realtà, la sinistra si rifugia sulle alture dell’etica e della morale. Trova riparo nell’università, nei media, nell’industria culturale. L’egemonia culturale diventa cerchia ristretta, conformismo, gregarismo, automatismo, pacche sulla spalla e premi ai festival che ci diamo tra di noi. Si riduce a presentabilità, carriere, prestigio, consenso. Appartenenza a una generica Internazionale Progressista che, come dice Jonathan Franzen, a un certo punto scopre di «avere molto più in comune con gli eletti di altri paesi che con i negletti del proprio».
L’egemonia smette di trastullarsi solo con la cultura alta e professorale e scende nelle paludi del pop. Si passa così da «troppo Chomsky» e «poco Banksy» a niente Chomsky, solo Banksy. Persino la sinistra italiana – la più conservatrice dell’Occidente – dai e dai raccoglie con entusiasmo la nuova missione.
Solo che i nostri non hanno mai saputo fare i conti con il pop, tradendo peraltro in modo plateale la lezione di Gramsci che come è noto si appassionava ai feuilleton, ai romanzi d’appendice, ai Temptation Island del suo tempo. L’ansia da status di un ceto intellettuale che vedeva sgretolarsi il proprio prestigio sociale e cercava disperatamente di difenderlo dai nuovi barbari è sempre stata dominante nella cultura italiana di sinistra, di destra, di centro. Nel paese della politica, la cultura non può avere un rapporto sereno e pacificato con il divertimento.
«Per quasi trent’anni l’inesorabile declino del Paese, più che al debito pubblico o alle mancate riforme, è stato attribuito al palinsesto Mediaset» ricordava Francesco Mazza in un pezzo uscito tempo fa su «Linkiesta». In un bel libro uscito da poco (Meglio poter scegliere), Alberto Mingardi ha ricostruito i referendum del 1995, quando il mondo della cultura si scagliava contro la pubblicità in TV, compattandosi attorno al celeberrimo slogan «Non si interrompe un’emozione». In quel 1995, la Repubblica fondata sulla televisione era a un bivio: scegliere la cultura o la pubblicità, «l’integrità dell’opera» o l’interruzione di detersivi e pannolini, il grande cinema italiano finanziato in gran parte dallo Stato o la stupida TV commerciale però gratuita. In quella furibonda guerra di posizione c’era tutta la spocchia, la chiusura mentale, la vocazione pedagogica della cultura italiana. La lunga guerra di religione contro la TV commerciale, portata avanti con toni da crociata contro gli infedeli, passerà agli atti come una delle più spettacolari cantonate degli intellettuali italiani (c’è da dire però che sulla TV cadono sempre tutti: dai marxisti agli ultraliberali, da Bourdieu a Popper, e anche i saggi di Eco sono sempre stati attraversati da un sottile disprezzo per il mezzo e il suo spettatore). Quel referendum fu così per gli intellettuali ciò che era stato il referendum sul divorzio per i cattolici: una roboante presa di coscienza dello scollamento tra ciò che si proponeva al paese e ciò che il paese desiderava. Nel 1995 il «New York Times» stava per inaugurare un sito Internet, iniziavano a diffondersi su larga scala le mail, c’erano i primi banner sull’edizione online di «Wired». In Italia volevamo limitare le reti televisive private e i film con la pubblicità.
Qui però si dovrebbe anche aprire una parentesi – inevitabile – sul veltronismo (che richiuderemo subito). Veltronismo come egemonia «one-man-band», creazione di un piccolo regno del middlebrow dove Veltroni fa tutti i ruoli: politico, sindaco, ministro della cultura, vicepresidente del Consiglio, showrunner del PD, direttore dell’«Unità», editore, romanziere, prefatore instancabile, curatore di antologie, di mostre, regista di film, documentari, autore televisivo, editorialista, giallista, presidente del premio Campiello, dimenticando sicuramente qualcosa.
Se c’è una cosa che la destra assetata di egemonia non potrà mai avere è uno come Veltroni. E non c’entrano la bravura, il talento, le «conoscenze», le «conventicole», anche perché, dopo trent’anni che sono arrivati al governo, quelle ci sono anche a destra. Per muoversi nell’industria culturale come Veltroni serve altro: una grammatica incorporata, un savoir faire sedimentato dentro più generazioni e scaturito dalla storia culturale della «parte migliore» del paese. Bisogna avere un «habitus», direbbe qui Bourdieu. Quella cosa che rende naturale la fluttuazione continua di Veltroni tra politica e cultura, giornalismo e letteratura, imprese televisive e cinematografiche. È questa grammatica incorporata che lo fa naturalmente buono o «buonista», cioè in pace col mondo. Veltroni parla con tutti. Chi l’ha incontrato anche solo una volta, in genere alla presentazione di un libro di Veltroni o con una prefazione di Veltroni, non può che prendere atto di quanto sia persona squisita, gentile, disponibile. Quindi un veltronismo patriottico, nazionalista, identitario, con un po’ di frustrazione, conti in sospeso, rabbia strisciante, la paura di non essere legittimati, la sindrome dell’escluso che porta poi a essere meno buoni di Veltroni, ecco no. Proprio non può esistere. Non me lo so immaginare. Ci vorranno altre sette generazioni di intellettuali di destra. Poi forse, chissà. Vedremo.
Avant-Pop!
«Evidentemente gli intellettuali non potevano impedire alle masse di imparare a leggere e scrivere,» osserva John Carey in The Intellectuals and the Masses «ma potevano impedire loro di fruire la letteratura rendendola troppo difficile da capire – e così fecero. All’inizio del XX secolo si è assistito a uno sforzo deciso, da parte dell’intellighenzia europea, per escludere le masse dalla cultura.» Poi, all’alba del XXI secolo, si è assistito allo sforzo contrario. Non tanto quello di farsi comprendere da tutti, nel modo più immediato, semplice, scontato. Quanto di spostare la vocazione all’oscurità dalla cultura alta alla cultura di massa. Rendere difficili anche le cose immediate. Quelle che si capiscono subito. Con l’euforia del neofita, o come quei bambini che iniziano a parlare tardi e poi non smettono più, si è passati dall’ostilità comunista e francofortese verso tutto ciò che sapeva di «industria culturale» a un’appropriazione euforica e sfrenata di ogni leccornia del middlebrow e del pop.
Oggi non c’è più un angolino di pop che non sia un «discorso», un «testo», un «segno» da buttare nell’arena della critical theory e dare in pasto alla vasta disoccupazione intellettuale. Non c’è rimasto un pezzo di pop che non sia preso troppo sul serio, politicizzato, culturalizzato oltre ogni livello di guardia, zavorrato di ideologia. L’industria culturale ringrazia. Perché il prodotto si vende così due volte: la prima come oggetto pop, la seconda come oggetto culturale che abbiamo scoperto essere anche complesso, stratificato, ricolmo di sottotesti, parodico, metariflessivo, spesso anche anticapitalista. Qui non è certo colpa di Instagram o TikTok ma delle humanities che da trent’anni danno a laureati semianalfabeti l’illusione di essere Susan Sontag alle prese col «camp» e mettono addosso una gran nostalgia del canone di Harold Bloom («Harold Boomer», dice una mia studentessa che ce l’ha a morte col canone bianco, maschio, occidentale e così via). Già Robert Hughes, buonanima, trent’anni fa restava sgomento davanti alla sfilza accademica di Madonne lacaniane, baudrillardiane, freudiane, foucaultiane, marxiste (una «Madonna che mina le costruzioni capitalistiche e rifiuta il nocciolo dell’episteme borghese»). Notava che certi accademici vogliono solo «una porzioncina del lustro spettacolare fornito dalla cultura di massa. Abbagliati dal suo luccichio e dal suo blablabla, sono più dei groupies che dei ribelli». Ma lasciare Madonna nel posto da pop star che le compete non è invece attraente o conveniente per nessuno: per Madonna, per gli accademici, per i laureati in sociologia della cultura che reclamano una porzioncina di lustro su Instagram.
La regola dei vent’anni
Deve essere stato Mattia Feltri, se non sbaglio, una ventina d’anni fa, a diffondere il paradigma fondamentale, la via più breve per comprendere il succo dell’egemonia culturale, senza neanche passare dalle pagine dei Quaderni. È la sequenza che cristallizza gli stadi principali, il ciclo vitale di prodotti culturali, idee, personaggi. È la formula che fissa e scompone il fatidico passaggio dall’impresentabilità alla presentabilità:
UNA STRONZATA DI DESTRA
UNA COMMOVENTE SCOPERTA
DA SEMPRE PATRIMONIO DELLA SINISTRA
La «stronzata di destra» può essere un pezzo di cultura alta ma arrivato a noi come sospetto, ambiguo, oscuro (Nietzsche come caso scuola). Oppure anche un pezzo di cultura pop amato da tutti, tranne che dalla sinistra. Feltri usava la sequenza per illustrare la cosiddetta «regola dei vent’anni», cioè il cronico ritardo con cui da sinistra si accettano cose che al loro apparire si erano ritenute sbagliate, frivole, pericolose, disgustose, «fasciste», salvo poi cambiare idea e allinearsi a ciò che il pubblico aveva decretato subito, ma riproponendogliele come «scoperta» (questo, per esempio, era un sortilegio classico del veltronismo). L’interpretazione però è restrittiva. Lo schema andrebbe divulgato in una chiave più ambiziosa. Perché qui non si tratta solo di ritardi, tantomeno di tornare sulle proprie idee – cosa sempre sacrosanta – quanto di ricordare a tutti chi è che detta le regole del gioco, chi stabilisce i canoni della presentabilità o impresentabilità, i confini mobili del gusto legittimo: finché le cose non piacciono a noi (noi guardiani del gusto) non sono giuste. «Sdoganare» un oggetto culturale, una moda, un’idea – termine orrendo che iniziò a diffondersi intorno agli Novanta – presuppone la presenza di una dogana, di guardie doganali, controlli, autorizzazioni al passaggio da una regione del gusto all’altra. E questa, c’è poco da fare, si chiama egemonia. Senza «presunta» o «eventuale» davanti.
In un elenco incompleto e alla rinfusa cadono nella sequenza: Heidegger, Nietzsche, Checco Zalone, Maria De Filippi, il catalogo Adelphi, Longanesi, Hitchcock, Céline, Borges, Jovanotti, Simenon, la Mitteleuropa, Fight Club, Stephen King, Tolkien, Orwell, Totò, Alberto Sordi, Sanremo, gli Urania Mondadori, gli horror, i poliziotteschi, gli 883, Raymond Aron, Scerbanenco, Sergio Leone, Pietro Germi, Dario Argento, Spielberg, Mike Bongiorno, Fiorello, La storia di Elsa Morante, i manga, la fantascienza, Philip Dick, Houellebecq, Il cacciatore di Michael Cimino, i fratelli Vanzina, Clint Eastwood, le gemelle Kessler, Fellini, Nabokov ecc. ecc.
Back to the future
Insomma, dovrebbe essere chiaro: l’egemonia non era un fatto di talento letterario. Non era capacità argomentativa. Non era «bravi autori, buoni libri, registi migliori», come oggi si tenta di far credere, trasformando il Grande Tema in un «X-Factor» culturale. «Se l’egemonia marxista o anzi comunista fosse dovuta solo ai libri,» scriveva Alberto Ronchey mezzo secolo fa, quando ancora se ne parlava senza negarne l’esistenza, allora «avrebbe preso solo il posto che già fu dell’egemonia crociana». Invece «tale opera procede mediante complessi apparati, secondo la famosa strategia culturale suggerita da Gramsci e da trent’anni sperimentata al punto che oggi il proselitismo è possibile non solo attraverso la persuasione individuale ma per condizionamenti collettivi. Tanto che spesso il reclutamento dell’intellettuale diviene una condizione della sua stessa sopravvivenza in quanto intellettuale». Siamo alla vigilia del 1977 e del rapimento Moro, climax della saldatura tra il marxismo-leninismo culturale e la lotta armata. L’intellettuale italiano sente odore di Rivoluzione. Ma qui ci viene in aiuto sempre il solito Flaiano che, come dice Christopher Hitchens parlando di Orwell, aveva ragione su tutto: «Rileggevo giorni fa Machiavelli e di colpo ho avuto questa modesta illuminazione: non sono gli italiani che vanno verso la sinistra, è la sinistra che va verso gli italiani, i quali sono inamovibili come la montagna di Maometto. Essi faranno la sinistra a loro immagine e somiglianza. Cioè, molto elegante».
La tesi è semplice: pensare che un’idea di «cultura» così totalizzante e divorata dalla politica, come quella gramsciana – un’idea prima coltivata e allestita in pompa magna dal fascismo, che prese molto alla lettera la proposta di Gramsci anche se rovesciandola di segno, poi fatta propria dal PCI per mezzo secolo – pensare, dicevo, che un’idea così ramificata nella cultura italiana non abbia lasciato tracce, oppure che sia stato tutto spazzato via dal «neoliberismo» nel paese delle marche da bollo pare davvero poco probabile. Un’egemonia poi mica sparisce così. Come quando a scuola studiavamo il Rinascimento, il Manierismo, il Barocco, due pagine di manuale e via. Le agonie degli imperi in decadenza possono durare secoli. In Italia, poi, non ne parliamo. L’egemonia culturale è stata reale, seducente, potente quanto il PCI. E come il PCI è finita quando la storia l’ha resa obsoleta. I suoi effetti però si riciclano, si riattivano, rivivono nella romanticizzazione del comunismo che da noi ancora resiste e nelle traiettorie dell’«ascensore culturale». Cambiano i riferimenti ma non i meccanismi. Perciò ora parliamo di questo.
V
L’ascensore culturale
Capita a ogni generazione. In quella finestra crudele compresa tra i sedici e i venticinque anni, se si è posseduti dal demone culturale, ci si ritrova agganciati a una catena umana di lotte, rivendicazioni, barricate immaginarie che annunciano la fine del razzismo, della guerra, delle diseguaglianze, dei gas di scarico, dell’ignoranza, della società avida e cattiva in nome della fratellanza tra i popoli (è l’età in cui non si apprezza ancora l’aforisma di Flaiano «se i popoli si conoscessero meglio, si odierebbero di più»).
In quel limbo della nostra formazione, la cultura ci spinge dalla parte dei buoni e ci traghetta com’è ovvio a sinistra, senza neanche stare lì a chiedersi perché. È il rito di passaggio più prevedibile del mondo occidentale postbellico. Una legge di natura, un’attrazione gravitazionale, un riflesso condizionato: cultura chiama sinistra, e la sinistra risponde con un coro di «Pace nel mondo!», «Abbasso la borghesia!», «Abbasso il capitalismo! Il maschio bianco! L’Occidente colonialista!». Ma ancora di più ci cattura con un lifestyle intrigante. È qui che si gioca il grosso della faccenda.
È la musica che ascolti, i film che guardi, i libri che fingi di aver letto, gli eroi tormentati con cui ti identifichi, le manifestazioni e i concerti dove forse rimorchierai (come si diceva una volta). È la tua patente di nobiltà intellettuale e morale. La garanzia che sei dalla parte giusta della società. Come dice Deirdre McCloskey, «impariamo da giovani a odiare la borghesia, il capitalismo, il libero mercato e a credere appassionatamente nello Stato Sociale», e per un bel po’ di persone rinunciare alle opinioni acquisite intorno ai vent’anni, specie se diventano parte di un’identità e di una fede, può essere una grande fatica. Non fate finta di non capire, voi che ora sfoggiate completi di sartoria e biografie di Margaret Thatcher sul comodino. Ci siamo passati quasi tutti. Poi, a un certo punto, succede qualcosa. O almeno dovrebbe.
Un clic, una crepa, conti che non tornano. Le virtù da sposare si moltiplicano. Ogni giorno una nuova causa. Il fardello diventa insostenibile. E il fatto che tali virtù siano irrimediabilmente tutte e solo e sempre di sinistra insinua un dubbio su come sono state distribuite le carte all’inizio: chi è il croupier? Le virtù non dovrebbero essere «redistribuite» in parti più o meno uguali come la ricchezza? È possibile che i malvagi siano così malvagi e i buoni così intrinsecamente buoni? Il dubbio ci assale.
Ma se il demone culturale è insopprimibile, se preme per farsi addirittura vocazione letteraria e professione intellettuale, be’, allora la faccenda si complica. Sarà obbligatorio considerare il fascismo eterno anche da adulti? Dovrò essere un fiero oppositore del capitalismo anche se tutto sommato non mi ci trovo così male e le altre opzioni mi sembrano di gran lunga peggiori?
Parlando del declino del romanzo in un’epoca che considera la letteratura ininfluente o un lusso elitario, Don DeLillo dice: «Tutto nella cultura si oppone al romanzo, per questo abbiamo bisogno di uno scrittore antagonista, di un romanziere che scriva contro il Potere, le multinazionali, lo Stato o l’intero apparato di assimilazione» (o che sia contro il Potere almeno nelle interviste, nei post su Instagram, negli appelli che firma). La cosa non riguarda solo il romanzo, ma l’idea stessa di cultura, almeno quella socialmente condivisa. Un sano e machiavellico realismo ci spingerà allora a mantenere la posizione. La carriera dipenderà dall’abilità in questa pantomima. Ma a quel punto, meglio crederci sul serio. Meglio convincersi. Entrare fino in fondo nella parte. Tutto sembrerà più naturale, spontaneo, sincero. L’ascensore sociale della cultura italiana ha vari tasti ma solo uno porta al rooftop in alto a sinistra. Come la toilette nei ristoranti che, si sa, è sempre «in fondo a destra».
Star system
Nel 1973, intervenendo al Congresso «Intellettuali per la libertà», a Torino, Giuseppe Berto si presentava così al pubblico:
Mi chiamo Giuseppe Berto. Ho 58 anni e da trent’anni faccio lo scrittore. Sono un isolato. La critica – quando dico critica non intendo soltanto la schiera di coloro che recensiscono libri per mestiere, includo anche i vari gruppi di potere intellettuale – da principio mi definì un dilettante. Poi, siccome mi ostinavo a scrivere, ma ancora più mi ostinavo a osteggiare i gruppi che manipolano i successi, dissero che ero pazzo e negli ultimi anni anche fascista. Ora, io non sono fascista, ma non sono nemmeno antifascista. Sono venuto qui appunto per difendere il mio diritto a non essere perseguitato come fascista soltanto perché non voglio dichiarami antifascista. Da anni ormai amo definirmi afascista, fascista con un alfa privativo davanti. Lo faccio non per lo snobismo d’introdurre una parola nuova, ma perché questa parola, afascista, secondo me esprime qualcosa di nuovo, e cioè un’avversione al fascismo intima e completa da non poter tollerare l’antifascismo, il quale, almeno così come viene praticato dagli intellettuali italiani, è terribilmente vicino al fascismo.
Leggendo questa presentazione con gli standard di oggi, Berto sarebbe arruolato nelle fila dei piagnoni lamentosi. Quelli che pensano che il mondo ce l’abbia con loro e vedono complotti ovunque. Sarebbe arruolato, di nuovo, come allora, nelle file dei fascisti impenitenti perché non si dichiara «antifascista» in conferenza stampa o in un’intervista a «Vanity Fair». Intendiamoci, Berto non era vittima di una censura. Non è che non trovasse un editore (l’abbiamo detto: la censura non c’entra). Tutti erano liberissimi di leggere i suoi libri e in tanti lo leggevano. Semmai, per la cultura italiana che conta Berto non esisteva. Fuori dal giro, fuori dallo star system. Non si poteva e non si può infilare Il male oscuro tra i più grandi romanzi italiani del dopoguerra, anche se bastano davvero poche pagine per rendersene conto (neanche il film di Monicelli con Giannini e Emmanuelle Seigner, nel 1990, gli renderà giustizia). Ancora oggi, ci sono davvero poche possibilità di incontrare Berto in qualche corso di letteratura italiana, schiacciato dai Pasolini, Calvino, Eco, Morante, Moravia – acerrimo nemico di Berto che a sua volta esibiva una sfacciata avversione per quello che chiamava il «clan Moravia». Il fatto è che Berto era insofferente alla retorica dell’antifascismo e ai cliché dell’Impegno. Per esempio, provava fastidio per la retorica del Sud buono e contadino distrutto dalla modernità che piaceva tanto agli intellettuali gramsciani e che è tornata di moda anche oggi, o forse non se n’è mai andata. Berto invece scriveva cose come: «Appena giunti a Cosenza, si ha subito voglia di non passarvi neppure la mezza giornata necessaria» (ma la frase potrebbe trarre in inganno: Berto passerà gli ultimi vent’anni della sua vita in Calabria, a Capo Vaticano, lontano dalla romanità letteraria che detestava). Il fatto è che, rispetto alla lamentazione parapasoliniana per «il progresso che devastava il Sud», fatta però da Roma o da Milano, Berto rimarcava una posizione più originale. Non cercava colpevoli. Non assolveva la mutazione in corso nel mondo contadino. Sapeva che per praticare la «nostalgia dell’autentico», per liricizzare il mondo contadino e apprezzare «il dono della povertà» – come nei film di Alice Rohrwacher – bisogna prima essersi lasciati la povertà alle spalle. Ancora meglio se da qualche generazione. Berto, che all’antifascismo militante preferì sempre l’afascismo, sarà circondato da una vasta e diffusa diffidenza, dal tremendo sospetto che votasse a destra, quando non votare PCI era già una provocazione, un tradimento. Pietro Germi, un altro che raccontava il Sud senza retorica paternalista, fu a lungo isolato dalla supposta egemonia e sistematicamente distrutto dalla critica solo perché socialista. Tutti oggi ammettono però che era «il più bravo di tutti» – e ricordano che Divorzio all’italiana è uno dei pochi film studiati nelle scuole di sceneggiatura di tutto il mondo.
Berto muore di cancro nel 1978 dopo un lungo soggiorno in una clinica di Innsbruck dove trovò il tempo di comporre una breve apologia sulla Calabria. Nel necrologio uscito su «l’Unità» si vagheggiava di un’opera da tempo «in declino», «tristemente approdata al neomisticismo», di una «falsa immagine di libertà tradotta in schemi di sconcertante rozzezza». Si commentavano con sdegno alcune sue frasi invecchiate decisamente meglio dell’articolo: «Sono convinto che Marx ha costruito una colossale trappola per l’uomo, pensando di liberarlo» diceva Berto, quando a dirlo erano in pochi. Oppure: «Sono partito da un collettivismo nel quale mi sarei volentieri annullato pur di servire gli altri – anche il mio fascismo, con la sua forte componente nazionalistica, ebbe questo carattere – e sono arrivato a un accanito individualismo, persuaso che servire me stesso è l’unico modo che io ho per servire gli altri». Uno scandalo.
Un venti-trentenne di oggi fatica a capire certi giudizi su Fellini, Fenoglio o Goffredo Parise, definito «reazionario» dopo l’uscita di Sillabari. Fatica a capire il disprezzo per la commedia all’italiana, la diffidenza del PCI verso l’arte astratta o tutte quelle stroncature di Hitchcock, Sergio Leone, Billy Wilder, condotte su basi ideologiche. Resterebbe forse sbalordito davanti a quel campionario di idiozie, scemenze, violenze verbali, che non chiama in causa la fallibilità della critica – un campo in cui in ogni epoca la cantonata è dietro l’angolo – ma un progetto educativo e ortopedico.
Nel settembre del 1973, un giovanissimo Steven Spielberg è a Roma per presentare Duel, il suo film d’esordio (se non l’avete visto: un commesso viaggiatore ha la malaugurata idea di superare un’autocisterna, questa inizia a inseguirlo senza sosta per tentare di buttarlo fuori strada, un film praticamente senza dialoghi, tutto costruito su questa tensione). Sin lì Spielberg ha girato cortometraggi e telefilm per la Universal. È la prima volta che mette piede fuori dagli Stati Uniti. È un nerd cinefilo, dell’Italia conosce i nostri grandi film e poco altro. La proiezione stampa si rivela un disastro. Finito il film, i critici italiani vogliono sapere solo una cosa, e cioè se questo lungo inseguimento tra un’autocisterna e la Plymouth guidata da Dennis Weaver è una «metafora della lotta di classe». «In che senso?» chiede Spielberg. Si spiegano meglio: «L’automobilista è un simbolo della classe operaia americana minacciata dalla reazione del postfordismo?». Spielberg non sa cosa rispondere. Pensa di aver fatto un film di suspense. Dice che girandolo aveva in mente semmai gli inseguimenti di Willy Coyote e Beep Beep nel canyon. I critici si alzano, vanno via. Spielberg torna in albergo affranto. Non capisce dove ha sbagliato. Per un po’ non avrà molta voglia di tornare in Europa. Duel però gli spiana le porte di Hollywood.
Sono cose vecchie, direte voi. Roba passata. Ma il fatto che oggi qualcuno noterebbe magari che in Duel non ci sono personaggi neri o che le auto non sono elettriche non mi pare poi un gran progresso.
Il grosso del pubblico naturalmente se ne fregava. Anche se all’epoca in tanti avevano soggezione del severo giudizio intellettuale che non approvava consumi culturali errati. Su tutto poi aleggiava l’italianissimo mantra: se vi divertite non è cultura, se è cultura non c’è niente da ridere. Il pubblico finiva spesso sul banco degli imputati. «Com’è possibile che film brutti siano popolari? Com’è possibile che il popolo ami film non progressisti?» si domandava «l’Unità» schifata dagli incassi di Pane, amore e fantasia, dal successo dei drammoni strappalacrime con Amedeo Nazzari e dei film di Don Camillo. Le ragioni non erano poi così complicate da capire. Eppure, per i critici di sinistra era inconcepibile.
Lo stesso sgomento che ritorna in questo vecchio pezzo di Concita De Gregorio, esterrefatta davanti agli spettatori dei Soliti idioti quasi settant’anni dopo:
Perché un ragazzo coi soldi del biglietto in tasca dovrebbe entrare a vedere un tipo truccato da vecchio marpione con la faccia di plastica che cambia il motivo di «Besame mucho» in «besaje er bucio» invitando il figlio a mignotte se nella sala accanto c’è Sean Penn di incalcolabile bravura nel film di Paolo Sorrentino, che poi parla di musica e di droga e di donne anche quello, volendo, ma insomma diciamo in altro modo?
Lasciando stare che lo Sean Penn di incalcolabile bravura (lì sfigurato in un’improbabile caricatura di Robert Smith dei Cure) oggi non se lo ricorda nessuno, e lasciando stare che This Must Be the Place è uno dei film più sgangherati e non riusciti della carriera di Sorrentino, colpisce la persistenza dell’attitudine pedagogica. Il ditino sempre alzato. Lo sguardo sempre schifato che non riusciamo a toglierci quando «il popolo non capisce». Un paese dove si legge poco, coi consumi culturali agli ultimi posti, pochi laureati, ma ossessionato dal tracciare confini intorno alla cultura.
«Forse con i ventenni non ce la faremo più, è troppo tardi» scriveva Concita De Gregorio chiudendo il suo articolo-constatazione-di-fallimento. «Ripartiamo, chi ha le energie per farlo, dai seienni. Proviamo coi cartoni animati.»
Di fronte a film e romanzi che non rispondono ai criteri giusti non c’è mai solo un pubblico poco raffinato, ma tutto un paese da redimere, una società da guarire, educare. Come nell’indigesta tiritera sui cinepanettoni «simbolo del degrado morale del paese», andata avanti incredibilmente per trent’anni, tra lo stupore degli osservatori stranieri che non capivano, ci guardavano come dei matti, ma come mai ma perché litigate così tanto sui film di Natale? All’uscita di ogni cinepanettone c’era in gioco il buon nome del paese, il gusto corrotto delle masse. Il cinepanettone era il simbolo delle peggiori nefandezze. La sua forza al box office era proporzionale alla vergogna e allo scandalo per battutacce e doppi sensi tirati via, subito eletti a specchio, simbolo, epitome dell’Italia peggiore. I critici ridevano di nascosto, ma mai alle anteprime. Tullio Kezich raccontava d’aver sghignazzato durante Vacanze di Natale ’95 beccandosi la riprovazione e il disgusto dei colleghi. Entrando al cinema come un antropologo, Francesco Piccolo descriveva la platea di Natale a Miami come «un altro mondo»: «Donne con la pelliccia, famiglie al completo, nonni coi nipotini,» notando poi come i suoi vicini fossero quasi tutti «molto grassi», quando ancora si poteva dire così senza farsi togliere dieci punti alla patente di intellettuale progressista. Finito dentro Natale a New York, Massimo Ghini rassicurava tutti che sarebbe rimasto un uomo di sinistra, figlio di un militante e partigiano comunista. A Sabrina Ferilli andava meglio: per lei si scomodavano Gramsci, il «nazional-popolare», la «meta-ironia».
Se però li chiamiamo «film d’evasione» vuol dire che c’è una qualche prigione da cui ci fanno fuggire. E il lasciapassare per chiunque osi emergere dal fango dell’intrattenimento popolare è sempre lo stesso: un biglietto senza ritorno per il Maestoso Discorso dell’Impegno.
Prendiamo solo uno degli ultimi esempi: Paola Cortellesi.
Ora, come chiunque saprà, Paola Cortellesi è sempre stata bravissima. Un talento puro. Cristallino. Da quando poco più che ragazzina prestava la voce per il jingle Cacao Meravigliao nella trasmissione di Arbore, Indietro tutta!, alle imprese con la Gialappa’s, Mai dire Goal, Mai dire Grande Fratello, e poi Sanremo, Zelig, eccetera. Brava a cantare, ballare, recitare, presentare. Un talento all’americana, si dice sempre in questi casi, visto che da noi quelli bravi a fare tutto senza prendersi troppo sul serio sono una rarità da mostrare al circo. Cortellesi, infatti, è una delle pochissime attrici italiane capace di riempire una sala cinematografica. Un vero e proprio miracolo in un paese che non solo non ha uno star system, ma lo rifugge sdegnato. Lo star system non ci piace. Non sta bene. Non si fa. Troppo americano. Noi siamo il paese degli antidivi, delle anime torturate, dei geni incompresi e malvestiti che disdegnano la volgarità del successo commerciale.
Per tutto questo tempo, Paola Cortellesi era rimasta lì, sospesa in un limbo di incerta rispettabilità. Era «quella della televisione». Leggera, simpatica, spigliata, brava per carità, ma certo non un’artista nel senso che sappiamo noi. Nella pagina «Cultura e spettacoli» finiva sotto il secondo termine. Poi il colpo di fulmine col pubblico più di sinistra. Il diluvio universale di consenso civile con C’è ancora domani. Struccata, menata, annamagnanizzata, virata in bianco e nero nella povera Italia neorealista, Paola Cortellesi diventa madrina della cultura, testimonial di lotte civili, sponsor di referendum. Un faro. Un esempio per tutti. Un’eroina di «Repubblica» che lancia appelli alle istituzioni e presenta Una giornata particolare di Scola al Cinema America Occupato di Roma, in un tripudio di resistenza al governo e al patriarcato. Non ha più solo un talento, ma una «missione» da portare avanti come testimonial della Costituzione più Bella del Mondo.
A Hollywood come a Roma (ma a Roma di più) la comunità cinematografara, che più di ogni altra congrega culturale sconta una dipendenza patologica dai soldi, dal glamour, dagli affari, sente un bisogno disperato di prediche anticapitaliste e vive di verità rivelate e indiscutibili: il mercato è cattivo, l’Occidente una cultura disprezzabile, Israele uno stato coloniale, predatorio, razzista. Fine del dibattito. Naturalmente in privato tutti adorano il lusso, i vantaggi della vita borghese, il fottuto capitalismo che a parole detestano, e preferiscono di gran lunga il nostro Occidente malato e corrotto alla sharia. Ma in mondi come quello del cinema le idee non si dividono in destra e sinistra (anche perché esistono solo quelle di sinistra), ma in «presentabili» e «impresentabili». Così nei festival si scatena la catarsi collettiva: si elegge un cattivo (a Cannes Trump, a Venezia Netanyahu e Israele), si trasformano divi e registi in profeti, i film in prediche, le première sul red carpet in assemblee dell’ONU. Più Gaza spopola nei festival, più la nostra Palma d’Oro andrebbe al primo cineasta che cascando dal pero domandasse ai suoi colleghi, «ma come mai siamo in silenzio su Ucraina, Sudan, Nigeria e altre catastrofi umanitarie in corso?». A Cannes, per esempio, il mondo del cinema si dice pronto a contrastare «l’estrema destra, il fascismo, il colonialismo, i movimenti antitrans, il sessismo, il razzismo, l’islamofobia e (in coda) l’antisemitismo». Quanti film ci vorrebbero per affrontarli tutti?
L’ABC dell’egemonia
A tutti sarà capitato di sentire frasi del genere: «È facile essere di destra, significa seguire gli istinti e non il ragionamento; essere di sinistra, invece, è più difficile perché gioca sul terreno della conoscenza degli argomenti» (Corrado Augias); «Non puoi non avere una sensibilità di sinistra per scrivere le canzoni di qualità» (Francesco Guccini); «La cultura è empatia: per questo non può essere di destra» (Francesco Bruni). La nostra vita sociale è regolata da queste profonde convinzioni, anche se viene in mente quanto poco empatici potessero essere Gadda o Salinger o Stanley Kubrick, e quante canzoni di qualità si siano scritte fregandosene della sensibilità di sinistra o proprio contro la sensibilità di sinistra, come Il potere dei più buoni, di Gaber («artista ormai sempre più lontano dalla sinistra» scriveva «l’Unità» quando uscì il disco). «La cultura è di sinistra» è una frase che tutti ci vergogniamo a dire (o almeno si spera) ma esiste pur sempre un’intensa lunga luna di miele tra alcuni miti della sinistra e alcuni miti della cultura che sarebbe difficile negare. Il cumulo di cliché che sovrappone cultura e sinistra produce tipi umani che conosciamo bene: nella bio su Instagram sfoggiano «Odio gli indifferenti» o un lapidario «Il fascismo si vince leggendo, il razzismo viaggiando» – frase che Miguel de Unamuno forse non avrebbe mai scritto nell’epoca di Internet e dell’overtourism, se non altro perché non si è mai letto e viaggiato così tanto (quanto agli «indifferenti», in un’epoca in cui bisogna posizionarsi su tutto se ne sente davvero la mancanza).
Federica Pellegrini, campionessa di nuoto e celebrity, dice in un’intervista di essere di «destra moderata». Non una gran notizia, direte voi. Ma io subito mi vado a leggere i commenti sotto l’articolo sapendo già cosa troverò. Non tanto il diluvio di «ecco perché mi eri antipatica», né le obiezioni a quel «moderata» («Non esiste una destra moderata!»). No no, questo non mi interessa. Vado a leggermi i commenti sotto l’intervista per vedere quanto ci metteranno a tirare fuori «i libri». Sesto commento: «I libri Federica! Ecco cosa succede quando uno non legge buoni libri!».
In un paese che legge poco, massimo è il feticismo del libro come del titolo di studio (Gramsci altro non-laureato che oggi sarebbe messo in croce se lo facessero ministro). Il libro ha valore in quanto libro. I libri in Italia aiutano a non diventare di destra.
Vent’anni fa uscì sul «Corriere della Sera» un articolo di Giovanni Raboni con un titolo acchiappalike, come diremmo oggi: I grandi scrittori? Tutti di destra. Poeta, critico letterario, raffinato intellettuale di sinistra, Raboni ragionava sul grande cliché che vuole gli scrittori tutti di sinistra: «Una convinzione talmente diffusa da trasformarsi in luogo comune metastorico» diceva. L’idea era vedere se il luogo comune fosse «almeno in parte infondato».
«Se si abbandona l’angusta attualità italiana» e ci si rivolge a «quanto è successo durante gli ultimi cento anni in ambito mondiale» ecco che ci si para davanti un paesaggio di grandi scrittori del Novecento riconducibili «a una delle diverse culture di destra». E quindi, Borges, Céline, Claudel, Gadda, Hesse, Ionesco, Nabokov, Pound, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Yeats o, come diceva Raboni, «i grandi perseguitati da Stalin, Babel’, Brodskij, Bulgakov». Ce n’era abbastanza per «mettere in discussione la credibilità della famosa equazione». Raboni ragionava ancora con criteri estetico-formali, e non per genere, etnia, religione, ideologia. Tentava di dimostrare cose che un tempo sembravano ovvie: per esempio, che le scelte stilistiche e quelle politiche possono essere due sfere che non coincidono affatto («si può essere rivoluzionari nella scrittura e conservatori o addirittura reazionari, in politica, e viceversa», una cosa divenuta di nuovo impossibile da spiegare). Cercava di difendere il primato della scrittura su quello del contenuto politico-civile, l’elogio aprioristico di un libro perché «porta avanti un discorso» contro qualcosa o qualcuno, o per l’appartenenza del suo autore a qualche battaglia civile o minoranza (come oggi quando per convincermi della bontà di un thriller mi dicono «è un thriller, ma al femminile», quindi più bello, più giusto). Soprattutto, si trattava di «sfatare un luogo comune». Quello che ha determinato e determina la diffidenza di «grandi strati dell’opinione pubblica piccolo borghese» verso gli scrittori, e più in generale verso la cultura. Si legge poco, ci si accosta con paura ai libri, diceva Raboni, anche per via dello stereotipo degli «scrittori tutti di sinistra» e della tremenda retorica sacrale e civile che circonda la lettura.
Senza contare poi, come dovrebbe essere chiaro a tutti, che intellettuali e scrittori hanno spesso posizioni politiche naif, improbabili, devote al proprio narcisismo come causa prima e ultima, oppure sono stronzi, opportunisti, vigliacchi, come molti altri esseri umani, però almeno sanno scrivere bene, come Simenon:
Memorabile la serata di gala che nel 1942 organizzò a Fontenay-le-Comte per la prima mondiale del film tratto dal suo romanzo La Maison des sept jeunes filles. Si era presentato a braccetto con la sua ultima amante, arruffianandosi i nazisti in vista della vendita dei diritti alla Continental, la potente casa cinematografica che faceva capo a Goebbels. Ma, non appena cacciati i nazisti, aveva avuto la faccia tosta di girare con «l’Humanité» esibita in tasca, per allontanare il sospetto di collaborazionismo. Non fu sufficiente. Dovette cambiare aria per un po’, prima in Canada, poi in America.
Al ragionamento di Raboni si potrebbe aggiungere l’argomento commerciale. Come ricordava Pierluigi Battista «nell’epoca d’oro dell’egemonia culturale della sinistra i libri più venduti erano stati (quasi) sempre di destra. O comunque vilipesi ed etichettati come tali, all’ingrosso, senza sfumature». Quei tanti bestseller del Novecento italiano che proprio di sinistra non sono, Il gattopardo e Don Camillo o Va’ dove ti porta il cuore o Il sangue dei vinti di Pansa o gli ultimi Fallaci ecc. Insomma, il tema sollevato da Raboni chiamava in causa la possibilità di grattare via una volta per tutte la crosta di cliché che circonda la coppia «cultura» e «sinistra», residuo della fatidica «presunta» egemonia. L’articolo era progettato per innescare un dibattito. Ma se ne parlò più che altro per sentito dire, fermandosi alla «provocazione» del titolo e al gioco delle «figurine». Scalfari faceva le pulci all’elenco dicendo che lì c’erano destre troppo diverse tra loro. Alcuni tiravano fuori gli esclusi («e allora Brecht? E allora Sartre e Neruda?»). Altri dicevano che «un vero scrittore non è di destra, né di sinistra». Se però il pezzo di Raboni fosse uscito oggi avremmo notato una cosa soltanto, e su quella ci saremmo scannati: tutti scrittori maschi, bianchi, europei, occidentali, in gran parte etero, terribilmente morti. Un canone elitario, snob, privilegiato, senza scritture postcoloniali, minori, marginali, intersezionali, liminari.
Ma se veramente volete darvi un tono in fatto di egemonia, allora prima o poi dovete tirare fuori la Bellezza. Ideale, imbellettata, contemplativa, artistica, inclusiva: la Bellezza come esperienza sensoriale diffusa o la «Bellezza dei borghi», degli «itinerari della Bellezza», dei «festival della Bellezza» con Recalcati che spiega «il taglio, la castrazione, la ferita della Bellezza inseguita da Burri». Quella Bellezza lì. Avete capito. Perché l’altra, quella fisica, è sfacciatamente di destra, non egualitaria, molto poco democratica.
La Bellezza è sempre un ottimo escamotage: se anche gli altri vincono le elezioni e mettono le mani sulla cultura e – poniamo per astratto – tirano fuori scrittori, cantanti, registi, di certo non avranno mai la Bellezza, a suon di citazioni del povero Dostoevskij. Con la Bellezza è andata come col Nietzsche adelphiano: ripulita dai cascami patriottici, dal dannunzianesimo, dalla «primavera di bellezza» è diventata patrimonio esclusivo di sensibilità progressiste. Arte, Cultura, Bellezza: l’ABC dell’egemonia.
Ospite a Propaganda Live, Marco Bellocchio lo spiega bene: «La destra ha pochi artisti e poca fantasia, perché la Bellezza non può andare a destra, non può andare con Sangiuliano», che messa così sa anche un po’ di body shaming. La lagna sulla Bellezza ha raggiunto uno dei suoi climax all’epoca dell’omonimo film di Sorrentino, quando sulla scia dell’entusiasmo per l’Oscar si mandavano appelli e lettere aperte al governo Letta per chiedere di mettere «la Bellezza in cima all’agenda del nuovo parlamento». Quando l’onorevole Serena Pellegrino, di Sinistra, Ecologia e Libertà, proponeva di riconoscere ufficialmente il «diritto alla Bellezza», integrando l’art. 1 della Costituzione (già peraltro «Più Bella del Mondo»), con un esplicito riferimento alla «Bellezza come tratto identitario dell’Italia». «Fondata sul lavoro» è in effetti un po’ tetro. Una Repubblica fondata sulla Bellezza è più in linea coi tempi e l’idea che il lavoro sia solo sfruttamento. Tanto vale mollare tutto, viaggiare, girare il mondo, dedicarsi alla contemplazione della Bellezza.
Scriveva poco tempo fa Michele Serra: «Il mio sguardo è quello di un vecchio italiano di educazione mezzo borghese e mezzo comunista, che considera belli Berlinguer e Picasso, la Costituzione e il cinema, le librerie e le passeggiate in montagna. La sola vera lotta per l’egemonia culturale non è tra la destra e la sinistra, ma tra il brutto e il bello» («ho l’impressione,» aggiungeva «che il brutto sia in vantaggio»). Poi raccontava di quando una volta, nel covo di un boss, vennero trovati dei libri. «Si avvistarono, nei servizi del telegiornale, addirittura delle copertine Adelphi.» E qui un fremito. Perché «finché un boss legge un libro “vero” un guizzo di luce è ancora vivo, in mezzo alle tenebre».
Serra ha fatto anche cose buone, ma quando leggo pezzi del genere mi rendo conto che la mia fortuna è stata crescere in una casa con pochi libri, a parte un magnifico Come cucinare con i surgelati, che conservo ancora. Quando racconto a qualche collega universitario che i miei primi incontri con la lettura sono stati letteralmente «incontri col vuoto», non nel senso zen o decostruzionista ma perché pescavo un libro e mi ritrovavo tra le mani un dorsino in pelle senza pagine che i miei genitori usavano per riempire gli spazi nella credenza, mi guardano come avessi confessato di essere stato violentato in famiglia. L’anno scorso, in un negozio di arredamenti a Roma, girando negli stand con camerette componibili per bambini, ho visto anche i «falsi Adelphi». Anche Vita e destino di Grossman, scala 1:1, senza pagine. Perfetto per credenze, madie, mensole molto grandi. Un guizzo di luce ancora vivo in mezzo ai tetri mobilifici.
I tasti giusti
L’idea di una «letteratura-che-fa-bene», come ricorda Walter Siti, si appoggia di solito su «basi contenutistiche». Una lista di temi e argomenti di presa sicura, anche perché dello stile non frega niente a nessuno. Se non c’è meglio. Oppure, come nei film di Sorrentino, che sia sparato, vistoso, eccessivo, sottolineato con l’evidenziatore a ogni dialogo e inquadratura. Quanto stile! Ma alla fine sono i temi che toccano i tasti giusti. Anche Sorrentino è diventato Sorrentino col Grande Tema Politico, regalando al pubblico Servillo-Andreotti mafioso che sbaciucchia Totò Riina al ralenti.
Se avete mai visto qualche frammento della cerimonia di premiazione dello Strega o un doloroso estratto di quell’inno alla noia che sono i David di Donatello su Rai1, saprete appunto che il discorso è intercambiabile per film e romanzi. Stessi temi. Stessa prevalenza del Bene. Stessa celebrazione autoreferenziale e corporativa, tra un’ode a Pasolini, una kefiah sullo smoking e l’appello per la Palestina (non per l’Ucraina, la causa non è glamour). Nulla che provi neanche lontanamente a incontrare qualcosa come «il racconto del paese», ma film e romanzi per chi la pensa già come noi, ha letto i nostri libri, condivide la nostra idea di Italia. I temi li conosciamo tutti e sono poco contestabili. Chi sarebbe così scemo da pronunciarsi contro solidarietà, diritti, lotta al razzismo, uguaglianza, marginalità? Temi come cause civili che si possono adattare senza troppi sforzi a vecchi schemi narrativi. Come dice un mio amico produttore, «prendi un western, metti una lesbica al posto di John Wayne, falle fare le stesse cose, hai una nuova sceneggiatura giusta e inclusiva». Peccato che il western qui però non va.
I temi squadernano un principio educativo così scoperto, spudorato, sfacciato che chissà perché poi non incontra l’entusiasmo del pubblico. Siamo dentro quell’unanimità da «educazione civica», vera egemonia culturale del progressismo di oggi. Come ricorda Claudio Giunta: «mentre le tendenze del passato non potevano non sollecitare delle contro-tendenze, sicché il punto di vista comunista produceva il punto di vista anticomunista, e al punto di vista nazionalista si opponeva l’ecumenismo, l’educazione civica non sembra poter avere avversari». Applicata a film e romanzi, l’educazione civica cancella ogni ambiguità, zona grigia, indecidibilità morale. Quelle cose che, per esempio, facevano la grandezza della commedia all’italiana, un genere dove era impossibile stabilire il confine tra complicità e condanna dei personaggi cialtroni di Sordi, Gassman, Tognazzi. Stava qui la forza di quei film. Il principio educativo, invece, ci mette di fronte a un mondo di finalità morali. Rende la vita più semplice. Come mi dice Gipi, fumettista, disegnatore, regista, adottato nelle file della cultura di sinistra salvo poi sganciarsi, quella dei Giusti è «una vita stupenda». «È bellissimo essere convinti che esista un mondo ideale che non si concretizza solo perché ci sono i cattivi, che se i confini non esistessero tutti sarebbero fratelli, che gli islamisti siano in realtà dei democratici confusi e che ci sia sempre una responsabilità di qualche Sistema per i mali del mondo, quella roba lì. È una roba che ti accarezza la coscienza.»
La coscienza è accarezzata da un prontuario di posizionamenti che conosciamo tutti prima ancora di aver visto il film o letto il libro. Per esempio, se c’è il Sud non sarà quello da cartolina, dei villaggi turistici, degli yacht ormeggiati a Porto Cesareo ma un Sud punitivo, severo, senza mare, sacca di resistenza alla modernità. Un Sud dove si resiste coi grani antichi, il lievito madre, le giornate che scorrono lente, come nel Pensiero meridiano di Cassano (Franco, maestro del «Southern Thought», ma anche Antonio). Se c’è la scuola, sarà una scuola di periferia, con giovani professoresse democratiche che tra mille difficoltà lottano in un mondo che della scuola non ne vuole sapere. I migranti non saranno mai alle prese con problemi sentimentali, professionali, esistenziali, cazzeggio migrante: solo disagio. Come l’operaio immaginato dal cinema e dalla letteratura operaista di un tempo, il migrante, al cinema, non esce mai dal ruolo. Gli antagonisti invece sempre di destra, broker spietati, ignoranti, stupratori, pezzi grossi e corrotti dell’industria farmaceutica, sindaci leghisti che svendono il centro storico di Chiodate Sul Capo a Airbnb eccetera.
Domanda: ma se i tasti giusti li conosciamo tutti, come mai alcuni autori vanno su e altri no? Anzitutto perché anche qui ci vogliono originalità e talento. Poi rapidità, scaltrezza, prontezza negli aggiornamenti di sistema (capire per esempio prima degli altri quando è il momento giusto per sostituire il migrante con l’adolescente «in transizione di genere»). E poi un po’ di culo. Tutte quelle cose che insomma fanno la differenza tra il copista e l’artista, almeno finché non avremo addestrato ancora meglio l’AI.
Amici di Michela Murgia
Michela Murgia, per esempio, aveva il grande talento degli scrittori che arrivano al primo libro dopo aver lavorato: venditrice di multiproprietà, operatrice in un call-center, portiere di notte, vari anni come insegnante di religione a scuola, anche se qui siamo già in zona «vocazione letteraria». Divenuta celebre, ha incarnato il personaggio della scrittrice «contro» e «anti», emblema d’una militanza caciarona.
Una parabola emblematica: dall’esperienza di Azione Cattolica alla teorizzazione della famiglia queer, passando per un femminismo sempre più radicale e attacchi a casaccio al fascismo. Un percorso che illustra come un manualetto per scrittori italiani lo spostamento d’asse della sinistra dalle vecchie questioni sociali alle battaglie identitarie e morali (ma portandosi sempre dietro il fascismo come «jolly»). Il suo essere sarda le ha garantito poi quel tanto di esotismo interno che in Italia funziona sempre. Non troppo esotico da risultare incomprensibile, abbastanza peculiare da sembrare autentico, antico, arcaico. Una regione con una lingua propria, tradizioni mitiche, un’isola che è quasi un continente a sé, insomma, materiale perfetto.
Tanto per cominciare, Michela Murgia ha dichiarato guerra al veltronismo, proclamandone la sostituzione col wokismo. Quando a un certo punto dice di un giallo di Veltroni che è «il libro più brutto che ho mai letto» non è solo una stroncatura. Bisogna tenere conto del tempismo. Siamo a ridosso del Black Lives Matter. L’onda woke sta montando anche da noi. Come nelle dispute tra classici e romantici, in quell’attacco a Veltroni non c’è una contesa letteraria ma uno scontro ideologico che riflette cambiamenti sociali, politici, culturali. Murgia dichiara finita per sempre quella sinistra borghese, quel PD, il middlebrow pacato e riflessivo dei romanzi di Veltroni. Bisogna alzare la posta in gioco: ci vuole anche qui la Social justice, la fluidità LGBTQIA+, il femminismo incazzoso, la ripresa martellante del fascismo. Un wokismo all’italiana e glocal, con la «queer family» e la Sardegna misterica e antica. E su questo Murgia è brava quasi come Sergio Leone che non copiava il western, lo faceva diventare italiano.
Michela Murgia ha capito che in Italia l’impegno letterario è solo una questione di personal branding. I libri invece sono medaglie da mettersi sul petto per rendere più credibile l’impresa.
Martin Amis diceva che quando sosteniamo di amare il lavoro di uno scrittore, magari mettendoci anche la mano sul cuore, esageriamo sempre un po’. Al massimo amiamo metà della sua produzione, a volte anche meno. Chissà in quanti, mettendosi la mano sul cuore per ricordare Michela Murgia sui social nel giorno della sua scomparsa, avranno letto anche solo la metà della sua produzione e quanti invece erano fermi alle lacrime versate per quelle ultime interviste al «Corriere» e a «Vanity Fair». Il fatto è che, volendo, i libri di Murgia si possono tranquillamente ignorare e questo non sminuisce il suo impatto e la sua forza. Non sto dicendo che siano libri senza valore, anche se non sono riuscito a finirne uno. Sto dicendo che il valore di uno scrittore, in questo campo da gioco, non si misura col talento letterario, lo stile, l’abilità di scrittura, e neanche col successo, i premi, le classifiche, le vendite, casomai sempre sospette. Il valore di uno scrittore si misura con il posizionamento, l’abilità di abitare in modo originale l’Impegno. Vogliamo santini laici, non bravi scrittori. Vogliamo vite esemplari, prediche, indicazioni di strade da seguire, denunce dei mali, delle ipocrisie, testimonianze, lotte in prima persona. È la vita impegnata, non l’opera, che detta legge.
Dal diario in forma di blog che teneva ai tempi del call-center alla trasformazione della sua malattia in una narrativa sul senso delle cose ultime, Michela Murgia è stata fedele a questo principio. Ha scelto un’entità precisa contro cui scagliarsi (il patriarcato, la famiglia tradizionale – tutte cose già sfasciate da mezzo secolo), come Pasolini aveva la borghesia, il consumismo, il «Palazzo». Ci ha messo la tigna, la grinta, la tenacia di chi vuole far sentire la propria voce. Per «denunciare le ingiustizie», direte voi, ma anche per trovare un suo posto nel mondo, come tutti noi. Che non è certo un motivo meno nobile. Michela Murgia sembrava felice come una principessa Disney nel backstage di quell’ultimo servizio fotografico su «Vanity Fair». Finalmente libera di uscire dal personaggio che le aveva dato fama e gloria. «Volevo vedere le sfilate, ma sono sempre stata troppo pauperista e comunista,» ha confessato al Salone di Torino «dicevo “ma se mi vedono alle sfilate cosa penseranno?”. Ma io non sono il segretario del Partito democratico, io ci posso andare. Non ho più limiti. Però vi dico: non aspettate di avere un cancro per fare la stessa cosa.» Resta agli atti come la sua cosa più trasgressiva che ho letto.
La menopausa intellettuale
L’interesse per lo scrittore-come-brand supera di gran lunga quello per i libri. Forse era così anche ai tempi di Oscar Wilde, di sicuro lo era negli anni Settanta («degli scrittori sembrano contare non tanto le opere bensì le indicazioni ricavabili dai loro interventi e dibattiti e recensioni e articoli su questioni ideologiche e politiche» scriveva Arbasino nel 1977). La cosa però è sfuggita di mano: pienone ai festival letterari e calo sistematico delle vendite tirando le somme a fine anno. Si legge poco, ma si pende tutti dalle labbra degli scrittori.
D’altro canto, lo scrittore vive in funzione di qualsiasi cosa possa attirare attenzione su di sé. L’ultimo grido è la declamazione della propria sofferenza psichica: dalla fatica insostenibile di finire il romanzo al TSO. Scrittori che nelle interviste promozionali dicono di pensare più volte al suicidio, che raccontano il ricovero nel reparto di psichiatria, che escono stravolti dai loro libri. M. di Scurati diventa un’impresa che «ha segnato psicologicamente lo scrittore». «Non riconoscevo più la mia voce. Sentivo Mussolini sempre presente, fuori e dentro.» «Ne ha parlato con l’analista?» domanda «la Repubblica». «Vado dallo psichiatra» taglia corto Scurati (dall’analista ci vanno pure i tronisti, Giulia De Lellis racconta le sue sedute di terapia su Instagram, gli artisti hanno lo psichiatra). Non credo che gli scrittori siano insinceri nel racconto delle proprie psicosi. Ma come sappiamo la sincerità può essere una forma di pornografia emotiva. Casomai qui hanno individuato un altro tasto giusto. «Fare la vittima è come una droga,» dice Bret Easton Ellis «attiri così tanto l’attenzione del prossimo, finisce davvero per definirti, è una botta di vita, e ti fa sentire perfino importante nel momento in cui mostri le tue presunte ferite in modo che la gente possa leccartele.»
Quando l’ascensore arriva al rooftop, l’intellettuale-artista-scrittore è chiamato a un’ultima mutazione: diventare coscienza civile del paese. In pochi si rifiutano, anzi ci cascano quasi tutti. È la tentazione irresistibile di abbandonare la propria disciplina, dove magari si eccelle, per costruirsi un pulpito, attirare l’attenzione su di sé, proclamare opinioni su tutto, «rimodellare l’universo con la sola luce dell’intelletto» come diceva Paul Johnson, columnist per «The Spectator» e autore di un grande libro sugli intellettuali. Qui si spalancano le porte della menopausa intellettuale.
Il fisico di talento, abile divulgatore, molla la fisica, campo che non permette molte incursioni nella politica, e sale sul palco del Primo Maggio: qui inneggia alla Pace ma come la vuole Putin, contro la NATO, nel rimpianto del Patto di Varsavia. Oppure ricorda che bisogna sempre capire le ragioni dell’ISIS. Ubriaco di fama, trasformato in intellettuale civile, proclamato guru dalla sinistra, Carlo Rovelli ci regala su Facebook post come questo:
Oggi conversando è nata un’idea semplice che mi piacerebbe molto potesse essere realizzata: una semplice carta d’identità rilasciata dalle Nazioni Unite a tutti i cittadini della Terra. Potrebbe anche essere utile come documento d’identità. Ma soprattutto avrebbe un valore simbolico fortissimo: siamo tutti parte di una stessa comunità.
La menopausa intellettuale porta spesso alla luce latenze e deficit che erano sempre stati lì, però tenuti ben nascosti dalla competenza sfoderata su un campo specifico (il Medioevo di Barbero, la fisica di Rovelli, la letteratura di Murgia & Co.). Ci sono però almeno due elementi ricorrenti e sistematici, che si ritrovano più o meno in tutti i casi:
Un’assoluta incomprensione dei meccanismi del libero mercato, anche nel loro minimo funzionamento. Qualcosa che travalica l’ignoranza e l’incompetenza economica dell’intellettuale, soprattutto in un paese agli ultimi posti per le «competenze economico-finanziarie di base» come il nostro, e diventa fiero sfoggio di oscurantismo;
Una malcelata fascinazione per regimi totalitari, terrorismi, violenza in generale: sempre giustificata o approvata o spiegata se condotta in nome della causa giusta.
«Esempio praticante di questa tecnica è il linguista Noam Chomsky» ricordava Paul Johnson. Noam Chomsky rivela infatti una straordinaria attitudine per entrambi i deficit. Il suo è un percorso esemplare dell’ascensore culturale: raggiunta la meritata notorietà con lo studio degli universali della sintassi, Chomsky molla la linguistica e diventa il più grande oppositore della politica americana, vate della geopolitica, difensore di tutti i regimi totalitari purché si scaglino contro l’Occidente borghese, fino a celebrare i massacri di Pol Pot (come peraltro molti intellettuali marxisti dell’epoca), cioè – lo ricordiamo per il nostro lettore più giovane – circa due milioni di cambogiani uccisi dai Khmer rossi tra il 1975 e il 1979. La reazione di Chomsky a quelle atrocità è «molto istruttiva» diceva Johnson, e passava attraverso «quattro momenti» che restano esemplari e utili ancora oggi:
Non c’era stato alcun massacro, era tutta un’invenzione della propaganda occidentale;
C’erano forse state uccisioni su piccola scala, ma erano state strumentalizzate dalla borghesia occidentale: era la posizione di Sartre sui gulag sovietici, di cui non bisogna scrivere «per non tradire la speranza dei lavoratori in Occidente»;
Le uccisioni erano state più diffuse di quel che si credeva all’inizio, ma erano il risultato degli effetti dei crimini di guerra americani;
Alla fine Chomsky riuscì a citare uno studioso che aveva abilmente rimaneggiato la cronologia collocando i massacri a metà del 1978. A quella data secondo Chomsky il regime «aveva perso ogni coloritura marxista». Era diventato «il veicolo di un populismo contadino approvato dalla CIA».
«Insomma,» conclude Johnson «per Chomsky i crimini di Pol Pot erano in realtà crimini americani.» Tutto dimostrato con infallibile metodo intellettuale. «Il nesso tra intellettuali e violenza si ripropone troppo spesso perché lo si possa considerare un’aberrazione individuale» dice Johnson e non si può che dargli ragione.
È il caso di Bill Gray, celebre scrittore che vive isolato dal mondo, protagonista di Mao II di Don DeLillo. Bill Gray crede che ci sia un nodo che lega insieme romanzieri e terroristi, che il terrore «è l’unica azione significativa», che il pericolo che i terroristi rappresentano «è pari alla nostra impossibilità di essere pericolosi». Bill Gray è un grandioso pezzo di menopausa intellettuale. Bill Gray è Sally Rooney che scrive su Instagram: «Mi limito a dire che ammiro e sostengo Palestine Action con tutto il cuore e che continuerò a farlo, anche se dovesse diventare un atto terroristico». Bill Gray è Judith Butler che ritiene il 7 ottobre un grande momento di catarsi rivoluzionaria. Bill Gray è il «per me è semplice: la penso come Hamas», una delle grandi menopause intellettuali dell’ultima Murgia.
VI
Un necessario capitolo sull’università che renderà questo libro troppo lungo
«Se si volesse rievocare il mio caso,» raccontava molti anni fa Renzo De Felice «potrei fornire un’ampia documentazione di quel che si è detto e scritto su di me, compresa la parte non semplicemente negativa, ma anche intimidatoria.» La sinistra «storiografica» ha rappresentato a lungo un’inconfutabile prova di egemonia universitaria: efficace, diffusa, radicata sul territorio, all’occorrenza anche intimidatoria, come diceva De Felice (che – ricordiamolo sempre per i nostri lettori più giovani – era colpevole di aver studiato la concretezza storica del fascismo anziché lasciarlo nell’iperuranio del Male Assoluto, dove è tornato oggi). De Felice era stato nel PCI fino al 1956, poi einaudiano, anticomunista, a lungo attaccato anche da destra fino almeno agli anni Ottanta («Non ho una formazione culturale di destra,» diceva «non ho nessun rapporto con quel mondo politico, solo qualche amico, come ogni persona civile, che rispetta e apprezza i miei studi»). Il suo caso fece scuola, però non gli impedì di diventare un venerato maestro, certo più noto, letto, discusso, dei suoi tanti avversari. Sarebbe allora più corretto parlare di una lottizzazione imperfetta della storiografia italiana, orchestrata attraverso la gestione dei concorsi universitari, coi dipartimenti di Storia che erano spartiti in una complessa mappatura dove logica partitica, guerre ideologiche, baronia universitaria trovavano un magico punto d’incontro. Per esempio, il dipartimento di Storia e in generale la facoltà di Lettere a Roma (La Sapienza) era in mano al PCI. Poi per discendenza dinastica passava alle sue varie propaggini, DS, PDS, finché la politica ha cominciato a disinteressarsi sempre di più all’università. Le carriere accademiche non passavano più da lì. Nei beati anni però, il Partito si faceva garante dell’ascensore accademico. In modo limpido, solare, trasparente. Una cosa normale. Se in Rai il PCI stentava, all’università spadroneggiava.
Nei dipartimenti di Storia si studiava e si celebrava il PCI, soprattutto dopo la sua sparizione, proiettandolo dentro un destino mitico e irrisolto. Tanta Resistenza ricondotta solo al PCI, tanti corsi di storia dell’India, storia della Cina, storia della Rivoluzione cubana, storia orale del PCI tra Reggio Emilia e Forlì e seminari sulla «militanza politica come modello di cittadinanza attiva». Insomma, di tutto e nel segno del pluralismo.
Il professore entrava con un blocco di fogli, si sedeva, parlava, cioè leggeva i suoi appunti come a una relazione di congresso a Botteghe Oscure, caffè e sigaretta in mano, vicino la finestra. Faceva il corso sulla «storia delle due Germanie», sempre lo stesso, ma arrivava un’ora dopo e andava via mezz’ora prima perché, come spiegava l’assistente, «stava scrivendo le bozze del manifesto del PD». Tutti in aula sospiravano. Stiamo facendo la storia.
Poi c’era la storia dal basso: storia sociale marxista, storia orale marxista, memorie di operai, contadini, comunità montane che ritrovavano «la propria voce». Mai però una storia dal basso di persone comuni cresciute nei paesi dell’Est, il racconto della vita quotidiana negli anni Settanta o Ottanta a Bucarest, Tirana, Chișinău. Per il professore sarebbe bastato portare in aula uno dei romeni-moldavi-albanesi che gli stavano ristrutturando casa al mare (in nero) per fargli ritrovare «la propria voce». Gli studenti dei collettivi comunisti (sì, ci sono ancora) avrebbero scoperto dalla voce viva del muratore romeno che lo Stato lì decideva il taglio di capelli, il numero di vestiti, la quantità di pane scientificamente calcolato in modo da bastare per tutti. Se poi avevi ancora fame, allora eri uno sporco individualista. Scientificamente calcolata anche la quantità di benzina per quei pochi che avevano la macchina, cioè quelli del Partito e i delatori. Poi la sera due ore di telegiornale in TV. Niente film, a parte qualche polpettone russo sottotitolato in romeno, o avanzi di magazzino del cinema indiano quando ancora non si chiamava Bollywood (però tutto un mercato nero con VHS sgranatissimi in cui provare a vedersi Star Wars piratato e doppiato in turco, salvo che spesso si rivelava un porno). Con la sua voce ritrovata, il muratore romeno avrebbe potuto incantare l’aula rievocando i giorni di scuola: studio della storia del comunismo, materialismo dialettico, il comunismo che aveva salvato il mondo, aveva inventato tutto, era il regno perfetto, e i bambini comunisti che erano fortunati perché gli altri bambini (occidentali) vivevano nel mondo terribile del capitalismo. Sull’ultima parte, anche in Italia dicevamo la nostra.
Per carità, quanto a storici c’erano anche Rosario Romeo e De Felice, c’erano i loro allievi Giovanni Sabbatucci, Vittorio Vidotto, Galli della Loggia e altri, ma certo non la maggioranza. Casomai, nei dipartimenti di Storia, l’università riproduceva tutte le correnti della sinistra italiana e moltissimi miti del vecchio PCI: culto degli anni Settanta, demonizzazione degli anni Ottanta, fascismo eterno e intergalattico, ode alla «Rivoluzione mancata» e lamento per la «Resistenza tradita». Tutto questo diventava poi per estensione il dogma del «paese mancato», come nell’omonimo saggio di Guido Crainz.
Qui un Pasolini dolente e pensieroso in copertina ci giudica severamente perché non abbiamo corretto il boom economico col «Piano quinquennale di programmazione economica» del 1964, da cui derivano, spiega Crainz, tutte le nefandezze d’Italia a seguire. E cioè «desideri di possesso finalmente realizzabili», oppure italiani lanciati in «percorsi di arricchimento e miglioramento di status scarsamente rispettosi delle regole», mentre «a fronte del moltiplicarsi di moto, auto, autostrade il numero di chi viaggiava in ferrovia diminuiva». E capite anche voi che non va bene: l’auto è individualista, il treno collettivo. Il paradigma del «paese mancato» è la versione storiografica della letteratura operaista degli anni Sessanta e Settanta che, come ricordava Cesare De Michelis, «è disperatamente pauperista, tecnologicamente arretrata, pericolosamente violenta». Una letteratura in cui «la fabbrica era il feticcio di una modernità ostile all’uomo, il tempio di una nuova religione tecnocratica che annunciava catastrofi» e cioè, come al solito, la malefica «iniziativa privata».
Sì, lo so che l’università è un mondo a parte e che non si può generalizzare. Però ora che coi collettivi ProPal coccolati dai rettori è tornata alla ribalta della cronaca, ora che in tanti si rendono conto di quanto estremismo, conformismo ideologico, discriminazione, siano parte integrante di quel mondo, anche io, lavorandoci da oltre vent’anni, posso dire qualcosa.
Oggi quando sento i miei colleghi indignati e disperati e in lacrime per gli attacchi di Trump al magnifico mondo di Harvard capisco, sono d’accordo, immagino. Ma vorrei ricordargli che è almeno dagli anni Novanta che la gran parte dei dipartimenti delle cosiddette humanities e spesso non solo quelli si sono trasformati in piattaforme di cause civili. Se poi cambia il vento, cambiano le idee, cambiano i controllori, ecco che cambiano anche le cause da portare avanti. Ma forse non dovrebbe proprio funzionare così. Non solo quando in cabina di controllo ci sono i cattivi.
Guardando gli attacchi postmoderni alla cara vecchia idea di razionalità occidentale, già molti anni fa John Searle parlava di una sottile ridefinizione dell’idea di disciplina accademica da quella di campo da studiare a quella di causa da portare avanti. E una causa da portare avanti non potrà mai avere molto a che fare con il metodo scientifico o l’analisi razionale. E neanche con l’attenzione allo stile, se parliamo di letteratura, arte contemporanea o cultura pop, per il solito problema degli «scacchi» di Hannah Arendt. Lo stile si eclissa, sommerso dal ricatto del contenuto che porta avanti la causa.
«Quando vennero creati i dipartimenti di Women’s Studies,» scriveva Searle oltre vent’anni fa «molti pensarono che questi nuovi dipartimenti fossero impegnati nell’analisi “oggettiva” e “scientifica” di un campo – la storia della condizione attuale delle donne – così come pensarono che i nuovi dipartimenti di Biologia molecolare stessero investigando un campo – le basi molecolari dei fenomeni biologici. Ma nel caso degli studi sulle donne, come anche in molte altre discipline simili, ciò non fu affatto quel che accadde. I nuovi dipartimenti credettero che il loro scopo fosse quello di portare avanti precise cause morali e politiche, come il femminismo» e, in generale, aggiunge: «lo smontaggio radicale del discorso razionale occidentale».
Lo notava già Saul Bellow nelle sue scorribande universitarie o nella prefazione che scrive per The Closing of the American Mind di Allan Bloom nel 1987: «L’università, in una società governata dalla pubblica opinione, avrebbe dovuto essere un’isola di libertà intellettuale, dove tutte le opinioni venivano prese in esame senza restrizioni». Poi però, dice Bellow, sono subentrate altre preoccupazioni, l’ascensore universitario faceva salire gli accademici solo se toccavano alcuni tasti, l’università veniva inondata e saturata dai problemi della società stessa, infine diventava «il magazzino concettuale di influenze spesso nocive».
Oggi però non è solo il monopolio culturale di chi insegna all’università a preoccuparci, ma la democraticizzazione dell’analfabetismo di chi ci va. La difficoltà di leggere mezzo libro. L’incapacità di distinguere tra «citare un testo» e copiarlo di sana pianta. Una differenza saltata definitivamente in aria con i software di AI. Oggi quando consiglio un vecchio film a qualche mio studente la prima domanda è: «Quanto dura?». Neanche avesse l’agenda di appuntamenti di un CEO di Google.
Lo «smontaggio radicale del discorso razionale», come lo chiamava Searle, pescava e pesca a piene mani da Foucault. Foucault è ancora uno degli architravi della copertura culturale e antropologica del pensiero antioccidentale e anticapitalista. Si potrà anzi d’ora in poi costruire un percorso senza ostacoli, un coming of age che si snoda dall’infanzia all’età adulta: alle elementari si va alle manifestazioni con la kefiah e la maestra che intona From the River to the Sea, all’università si studiano Judith Butler e Foucault.
Si capisce però che leggere Foucault all’università era affascinante. Quel tono «spesso carico di rabbia, di un’ira violenta e insistita», come dice Michael Walzer, restituiva l’inebriante sensazione di essere allo stesso tempo intelligentissimi e incazzati col mondo come a sedici anni. Come scrive Walter Siti: «Fino ai diciotto o vent’anni lo scetticismo non è una postura diffusa, è piuttosto un regalo dell’età matura; tutta la complessa vicenda storica e politica che ha portato alla critica dell’imperialismo bianco e alla condanna di ogni indebita “appropriazione culturale” ha trovato nella mente degli adolescenti un terreno fertile e un’accezione rigida, senza sfumature».
Tutte le critiche al Potere, all’idea di Potere, hanno una carica liberatoria, specie se lette a vent’anni. Ma il Potere di Foucault o le Tracce di Derrida erano roba da X-Files. Un Potere mutaforme fatto di «relazioni di potere» che si nasconde e «annida» ovunque. Una rete, una struttura, un magma in mutazione permanente. Il Potere di Foucault non lo puoi acciuffare. È come La cosa di John Carpenter: un’entità che assimila qualsiasi organismo vivente, replicandone l’aspetto e il comportamento, per poi attaccare e assimilare altre vittime. Poi però al culmine della complessità quantistica di Foucault ecco il sinistrismo infantile e capriccioso. Perché a Foucault, per esempio, non fregava proprio nulla di migliorare la condizioni delle carceri, obiettivo magari limitato rispetto all’abbattimento dell’idea di Potere, ma anche un po’ concreto e percorribile. Su questo era insolitamente chiaro: lo scopo di quelle analisi estenuanti dei «dispositivi disciplinari» non era «allungare il diritto di visita dei carcerati a trenta minuti o procurare toilette con lo sciacquone» o magari dotarli di aria condizionata. Lo scopo era mettere in dubbio, far saltare, «la distinzione sociale e morale tra chi è innocente e chi è colpevole». Soprattutto, con Foucault & Co., la violenza dell’oppresso diventa sempre resistenza (e lo si vede bene oggi: è il vero grande imbroglio di queste dottrine). La violenza dell’oppresso non è mai propriamente violenza. Questa resta sempre appannaggio del Sistema: una sorta di ossatura invisibile che affonda le radici nel linguaggio, che è già violenza. Insomma, non se ne esce.
Persino io, autodidatta, ignorante, aspirante semicolto, mi domandavo negli anni universitari come fosse possibile che la patria dell’Illuminismo, la patria di Diderot e Voltaire ci avesse poi dato in sorte Foucault, il logofallocentrismo di Derrida, la schizoanalisi di Deleuze & Guattari, la surdétermination di Althusser e altre idee di insigni pensatori per i quali il totalitarismo era sempre e solo quello occidentale e borghese. Sapeva un po’ di truffa. Ma chi ero io per mettere in discussione i maestri?
Che liberazione quindi leggere anni dopo Fashionable Nonsense, in cui due professori di fisica (Alan Sokal e Jean Bricmont) smontavano con le sole armi dell’analisi logica e dello scherzo il grosso della fuffa postmoderna e decostruzionista, il suo abuso di concetti scientifici per darsi un tono ma senza capirci nulla. Sokal e Bricmont spiegavano che quando Luce Irigaray dice che E=mc2 è un’«equazione sessuata» perché privilegia la velocità della luce rispetto alla viscosità dei fluidi, ci sta prendendo per il culo due volte. La prima perché non ha la minima idea di come funzioni la fisica. La seconda perché postula che la spinta creativa di Einstein sia guidata dal patriarcato. Imposture intellettuali (questo il titolo italiano) da noi non innescò un dibattito. Fu in gran parte respinto come un «attacco neoliberista». Una crociata ideologica contro le humanities, nonostante gli autori (che si dichiaravano di sinistra) avessero l’intento opposto: difendere il rigore intellettuale, la razionalità delle argomentazioni, la possibilità di separare la fuffa e il ragionamento dimostrativo. All’università si è invece continuato come se niente fosse. Anzi insistendo. Fino a quando non ci si è schiantati contro Trump.
Negli attacchi scomposti all’università del movimento MAGA c’è senz’altro anche una lunga storia di pensiero americano antintellettualistico, l’ombra del sospetto che risale su dagli anni bui del maccartismo. Tutto vero. Ma i colleghi che in questi anni andavano a lavorare per qualche mese a Columbia, Stanford, Harvard, tornavano traumatizzati. La faccia di chi aveva visto un mostro all’opera, un sistema asfissiante, paraterroristico, messo su naturalmente in nome del Bene, senza più alcun rapporto con cose come il pensiero critico, il dubbio, l’analisi empirica e razionale.
Un’amica molto ricca oggi mi racconta di quanto sia pentita di aver mandato la figlia a studiare a Yale, dopo essersene vantata per anni, sfoderando ogni volta il ventaglio di ipotesi che la attendevano al rientro a Milano: ruoli strategici in compliance aziendali, mergers & acquisitions, due diligence, alle brutte CFO nell’Horse Country Resort di famiglia, in Sardegna. E invece quella capita a Yale in pieno Black Lives Matter, frequenta seminari che si intitolano «Genealogie del Potere e Forme dell’Oppressione: Smontare i Discorsi Egemonici», torna a Milano completamente wokizzata, biascicando una lingua incomprensibile, perennemente indignata. «Ora pretende che mi iscriva a un corso per “decolonizzare lo sguardo” che organizzano in una galleria d’arte a Milano,» mi racconta la mia amica «come un esorcismo, come dovessi liberarmi dal demonio. Mi urla addosso: “Ma ti rendi conto che qui, in casa nostra, mamma, ho sentito dire a gente che tu frequenti abitualmente, il-mio-filippino-è-peruviano? Ti rendi contoooo”.» Bisogna purificare la casa. Decolonizzare sguardo e linguaggio. Servizio completo.
Il fatto è che l’università che ho conosciuto io è sempre stata il luogo dove avere timore delle proprie opinioni e annuire per quieto vivere di fronte a sonore cazzate sentite nei convegni sull’intersezionalità della sofferenza nelle narrazioni orali del Salento. L’università, soprattutto quando entra in gioco l’ascensore sociale della carriera accademica, pur con le dovute e tantissime eccezioni, è uno dei posti di gran lunga culturalmente meno liberi che abbia mai frequentato. Questa cosa può attribuirsi solo in parte alla vecchia egemonia o all’effetto-fortino del posto. Ha a che fare col conformismo, la pigrizia, l’effetto-corporativo, gli automatismi di un pensiero alle prese con concorsi, tantissima burocrazia, ricerche astratte, autoriferite, valutate coi punti a premio (ma non con la competizione, come in America, in Italia non esiste alcuna competizione tra gli atenei).
La ricerca e la carriera accademica nelle humanities è spesso blindata da parole chiave (gender, colonialism, feminism, critical theory & co.) che corrispondono a corridoi privilegiati per copiosi finanziamenti erogati dalle istituzioni nazionali e sovranazionali. Presentare ricerche con punti di vista diversi o opposti non è vietato, ma out, bizzarro e, va da sé, ha scarse possibilità di finanziamento. Gli intellettuali, gli accademici soprattutto, si muovono per istinto gregario, come tutti gli esseri umani. Solo che chiamano questo istinto «spirito critico». E lo spirito critico sorveglia il sistema dei finanziamenti alla ricerca garantendo che la critica sia rivolta sempre verso le stesse cose – parlo naturalmente di quei campi delle scienze sociali più alle prese con l’attualità e che sconfinano nella «causa da portare avanti». Poi negli ultimi anni c’è stato un salto. Che nelle università americane, non paragonabili alle nostre per mille motivi, a cominciare dalla retta, è apparso davvero vistoso a chiunque. Il Black Lives Matters e soprattutto il 7 ottobre hanno fatto da spartiacque ma hanno solo reso evidente a tutti cose che giravano da anni. Hanno reso evidente che, comunque la si possa pensare, all’università qualche problema di egemonia e deficit di cultura liberale ce l’abbiamo.
Quindi è una sorta di resistenza silenziosa, la nostra. Una clandestinità ideologica tra le mura del sapere umanistico, fatta di occhiate, chat segrete su WhatsApp, lessico carbonaro. Ci muoviamo con cautela, pesando ogni parola. Camuffiamo le nostre vere opinioni dietro un velo di genericità, di diplomazia elegante, non sapendo mai di chi ci si possa fidare. Cari wokisti, all’università siamo noi le vere «soggettività marginalizzate». Perché ammettere in pubblico di non vedere un Occidente cattivo-totalitario-oppressore in un mondo di vittime e sfruttati, oppure non fare tana al fascismo dietro ogni angolo, o ancora peggio lanciarsi magari senza paracadute in un elogio delle economie di mercato dentro il fortino dell’università pubblica, trovando magari del buono nella motosega di Milei e nella difesa della libertà economica, significherebbe autoescludersi. Essere etichettati come «problematici», «polemisti», «provocatori», «bizzarri». Forse proprio un po’ matti. «Il professore non sta bene, ha bisogno di un periodo di riposo.» Che può anche essere una tattica per lavorare meno.
VII
All You Can Eat
Però adesso bisogna alleggerire. Anzi ci scusiamo col lettore, ci siamo fatti prendere un po’ la mano, il tema era appassionante. Questo allora sarà un capitolo piuma. Rapido, leggero, leggiadro. Un capitolo di contorno. Un breve intermezzo, prima di tornare sui luoghi «classici» dell’egemonia.
Nel 2011, Enrico Brignano conduceva Le Iene insieme a Ilary Blasi e Luca Argentero. Il suo sketch era un monologo di dieci minuti su temi di cronaca, attualità. Per esempio «un certo filmino hard che è finito in rete», parlando di un sex tape di Belén col fidanzato di allora che fece molto scandalo, squadernando nuove frontiere dello sputtanamento nell’era dello smartphone. Cose così. Poi, proprio nella puntata andata in onda subito dopo, Brignano si scaglia contro «la casta», «i poteri forti», gli stipendi dei parlamentari. Sventola per tutto il tempo lo scontrino della mensa del Senato, «cari onorevoli, ma non vi fate un po’ di schifo da soli?». Un tripudio. Indignazione alle stelle. Un monologo subito eletto a simbolo ed emblema di una stagione che stava montando e che – ormai era chiaro – avrebbe travolto tutto. Era anche uno dei primi pezzi di televisione che diventava virale sulle bacheche di Facebook e su YouTube. La puntata era andata bene, ma i numeri delle Iene erano nulla in confronto ai milioni di visualizzazioni che il monologo aveva fatto in rete. Qui succedeva qualcosa di nuovo. Non era più un pezzo di show televisivo, ma un’accusa, una denuncia vibrante, un discorso di piazza. Montava la convinzione che fosse una verità scomoda, censurata. Un monologo tagliato nella messa in onda del programma, un monologo che il Potere voleva nasconderci ma che potevamo vedere grazie alla rete. Si caricava su YouTube con titoli clickbait, «Il monologo che non vogliono farti vedere», «La verità che la TV ti nasconde». «Enrico Brignano censurato anche dal canale YouTube delle Iene… fate girare!!! In Italia c’è la censura!!!» si leggeva su blog e pagine Facebook del Movimento 5 Stelle. In tanti ci credevano.
Il monologo di Brignano era esemplare per vari motivi. Anzitutto, era il «grado zero» della morte del contesto. Non era difficile capire che fosse una pillola delle Iene che se ne andava in giro sulla rete, eppure il racconto della censura funzionava. Era quindi anche la prova che in tanti ormai arrivavano alla TV solo da Internet. Era infine la conferma che il populismo (in TV o in politica, poco cambia) ha sempre bisogno del paradigma «complottista», della retorica del disvelamento, della controegemonia che attacca dal basso il sistema corrotto dei media. Era insomma la dimostrazione che ormai anche Enrico Brignano poteva diventare Pasolini che incrimina il «Palazzo»: «So i nomi e ho anche gli scontrini».
La rissa sull’egemonia culturale non tiene conto dei vari candidati che in questi anni si sono dati un gran da fare per costruire un senso comune e una visione del mondo, superando i vecchi schieramenti. Nuovi aspiranti al ruolo di dominus del «pensiero critico» si sono diffusi con metodo gramsciano, come un virus, senza però una cabina di regia, senza passare dai luoghi classici, scuola, università, cultura, intellettuali: roba vecchia, superata, inutile. È il nuovo mondo dove non c’è alcun centro, «i nostri nemici sono dei cani sciolti, i nostri media sono dei cani sciolti e la cultura non appartiene più ai titani ma a chiunque riesca a catturare in un modo o nell’altro la nostra attenzione» (Bret Easton Ellis). È curioso che la spensierata TV commerciale degli anni Ottanta sia ritenuta ancora oggi il grande incubatore del berlusconismo politico, mentre il sistema dei talk show, per esempio, non è visto come un grande, spettacolare e ben più esplicito megafono dell’economia della rabbia di questi ultimi vent’anni.
Il populismo e il complottismo ci hanno proposto una versione aggiornata e All You Can Eat di quel «pensiero critico», un tempo dominio della sinistra, shakerato con la cultura del sospetto e il vecchio cospirazionismo anni Settanta: quello che vedeva ovunque un Grande Disegno della perfida SIM, quando non era ancora la card dei nostri cellulari ma lo Stato Imperialista delle Multinazionali. Frullato nella cultura di Internet, il cospirazionismo di sinistra è diventato brutto, sporco, cattivo e abbiamo preso a chiamarlo «complottismo».
Questo nuovo senso comune forgiato sull’indignazione sembra in effetti un esperimento sociale: vediamo di quante cose puoi sospettare, quante cose puoi odiare, contestare, denunciare tutte insieme andando avanti fino all’indigestione. Un All You Can Eat della rabbia sociale. Qui entra in gioco, prima ancora di Internet, la cara vecchia televisione.
Invece di considerarlo un’ideologia, una dottrina, una protesta o un termine ombrello che tiene insieme fenomeni molto diversi, dovremmo pensare al populismo come a un grande format che ammassa più generi televisivi.
L’Italia del rancore non si è certo formata sulle pagine de La casta di Rizzo e Stella ma su vent’anni di servizi-inchiesta delle Iene, anzi «Cada chi deve cadere» («Caiga quien caiga»), come recita il titolo della versione originale del format importato in Italia nel 1997. Trasmesso sulla TV argentina dalla metà degli anni Novanta, costruito come un rotocalco di attualità che si faceva beffe dei politici con un linguaggio innovativo e un ritmo da videoclip, Le Iene si rivelò subito un programma perfetto per un paese che aveva ancora negli occhi gli arresti di Tangentopoli. In tutti questi anni la ventata di aria fresca, il linguaggio supergiovane à la MTV ha poi lasciato il posto a un populismo della denuncia sempre più sgangherato che si è trasformato in un formidabile incubatore di populismo, grillismo, fake news, ostilità verso ogni forma di «expertise», ambientalismo paranoico e cultura antiscientifica, che nel paese del liceo classico trova sempre vaste autostrade per farsi largo.
Le Iene si sviluppa a ridosso della diffusione di Internet e YouTube, in un gioco di specchi tra la vecchia TV e la nuova rete che rilancia i video, i servizi, i monologhi sganciati dal contesto come quello di Brignano. Quando Barbara Lezzi (deputato M5S) pubblicava un video in cui spiegava che il PIL italiano era cresciuto per colpa del caldo e del conseguente aumento di spesa energetica per i condizionatori, non sapevi più se eri dentro la cronaca politica, alle Iene o in una loro parodia. Il caso «Stamina», la campagna a favore di Vannoni (medico laureato in Scienze della comunicazione), fu un grande cavallo della trasmissione e momento apicale di un dibattito pubblico ripiegato ormai tutto sull’agenda del populismo mediatico, l’esaltazione della frode scientifica, il rilancio cinico e iperbolico del vecchio wannamarchismo spacciato per inchiesta.
L’irriverenza deborda nell’irresponsabilità. Il «metodo Iene» consiste nel lavorare sulle reazioni pavloviane di uno spettatore impaurito da un tema. Come nella puntata dedicata agli esperimenti nucleari sotto il Gran Sasso. Una cialtronata assemblata come una parodia della Sindrome cinese, vecchio thriller ambientalista con Jane Fonda e Michael Douglas, solo che una parodia non era o non voleva essere. Si toccavano invece le corde della paura ancestrale automaticamente innescata dalla parola «nucleare» e il gioco era fatto. Tanto più se non ne sappiamo nulla, o quel che sappiamo è fermo alle posizioni di Elsa Morante che diceva «nell’atomo non c’è poesia».
Nella sua versione upper class e di sinistra il «metodo Iene» genera «il metodo Report», baluardo di pensiero critico old fashioned, impacchettato per il pubblico indignato ma raffinato di Rai3.
Noialtri umili servitori del giornalismo d’opinione e peggio ancora «di costume» abbiamo un debole per chi traffica con la Verità naturalmente maiuscola. Abbiamo un debole per le grandi inchieste che sfidano il Potere. Abbiamo un debole per Report.
Ognuno ha la sua hit parade di inchieste preferite. Per me al primo posto svetta ancora Autogrill dei segreti, la puntata del cagotto alla stazione di Fiano Romano, con Renzi e «l’uomo dei Servizi» che parlano fitto in una piazzola con una rustichella fredda in mano. Trame italiane. Piste nere. Sosta con dissenteria e professoressa democratica che immortala tutto col telefonino. Segreti di Stato en plein air. Report al suo meglio.
I titoli delle inchieste di Report sono sempre bellissimi, a metà tra Cronaca vera, i film di Franco e Ciccio e una versione inchiesta degli Urania Mondadori: Boccia & Boccioni (intrecciando la ex amante di Sangiuliano e la mostra sul futurismo), Rimetta a posto la candela (la storia di un dipinto rubato da Sgarbi) e poi Renzi d’Arabia, Il pacco di Amazon, Grande Raccordo Criminale, Babbi e spie, Il vaccino cubano, economico, sicuro, efficace, anticapitalista: il vaccino preferito di Report, tiene lontano anche il neoliberismo.
Report, naturalmente, era nel primo pantheon del «Movimento», con La Casta, la Trattativa, i documentari di Michael Moore, Serge Latouche, Sabina Guzzanti, Povera patria di Battiato. L’inchiesta televisiva è diventato in questi anni il genere populista par excellence. Lo svelamento di Verità che il Potere tiene nascoste. L’arrivo delle telecamere leggere e digitali e poi gli smartphone e altre diavolerie portatili ha rovesciato sull’inchiesta un lessico visivo diventato ormai la norma: inquadrature sghembe, mai frontali, riprese occulte à la Blair Witch Project, col telefonino puntato a terra (il famoso «piano americano», ma dalla cintola in giù). E interviste al citofono, screenshot, pezzi di chat, vocali, intercettazioni recitate, dichiarazioni estorte senza consenso, manipolate, riscritte, rimontate, decontestualizzate. Sempre naturalmente in nome del «diritto di cronaca», in ossequio alla retorica dell’irriverenza, come industria dell’indignazione comanda.
Al posto dei tempi lenti e riflessivi della vecchia inchiesta, con una cura e una ricercatezza dell’immagine magari anche pallosa ma con un grande senso del racconto, quelle di oggi celebrano il «montaggio sovrano», come dicevano i costruttivisti russi. «L’effetto Iene» come «l’effetto Kulesov»: il senso del racconto non sta dentro l’immagine, scaturisce dall’accostamento più o meno truffaldino tra inquadrature, dalla manipolazione del «girato». Si ricorderà che Renzi oppose alla sua intervista a Report il video integrale non montato per far vedere la differenza che c’era. E la differenza era parecchia.
Nella piramide dei generi giornalistici l’inchiesta domina la vetta. È il sublime della professione. E così sono anni che sentiamo invocare a gran voce il «ritorno delle grandi inchieste», risucchiate, marginalizzate dai troppi talk show smarmellati sul palinsesto (anomalia italiana che condividiamo solo con la TV russa). Sono anni che sentiamo rimpiangere la TV di Zavoli e Biagi o le docufiction su Camorra e Cosa nostra di Marrazzo (Giuseppe, detto «Joe», padre di Piero).
Quei suoi servizi nei TG erano piccoli gioielli di scrittura con un gran senso neorealistico dell’ambiente e lui, Marrazzo, che si piazzava a casa di Raffaele Cutolo insieme ai boss. Ma bisogna anche ammettere che quella TV è oggi improponibile. Il pubblico è smanioso di arrivare al dunque. Rivedetevi La notte della Repubblica su RaiPlay. Un capolavoro, per carità. Però solo la sigla dura quanto un servizio delle Iene. C’è il maestoso tempo tragico di una rappresentazione al teatro greco di Siracusa. Tutto è teatrale, solenne, non televisivo. Forse anche il Sergio Zavoli di oggi ci infilerebbe un montaggio sbarazzino, l’intervista a un brigatista al citofono, lo scrolling sulla chat di gruppo di Mario Moretti, i deepfake del SISDE su TikTok.
Free speech e talk show
Un’Italia sepolcrale riemerge sempre dall’abisso per rianimarsi e agitarsi nei talk show, luogo del pensiero magico, del sommerso ancestrale, dell’eterno ritorno dell’uguale. Quando al conduttore di talk show si domanda: «Ma si può invitare un ospite che sostiene tesi imbarazzanti solo per mezzo punto di share in più?» la risposta dovrebbe essere una sola: «Sì, si può». Diffidare di chi dice il contrario. Per mezzo punto di share in più dell’avversario si va a condurre la trasmissione a Odessa tra i sacchi di sabbia davanti l’hotel, ci si litiga l’opinionista improbabile e ubriaco in un gioco al rialzo delle sue performance dadaiste. Si invitano flotte di giornalisti russi buttati in trasmissione dall’ufficio-propaganda del Cremlino e poi si evocano il free speech e il maccartismo se qualcuno solleva un’obiezione.
Anche sull’orlo dell’apocalisse, dell’allarme nucleare o della Terza guerra mondiale, la televisione non potrà smettere di fare la televisione. Ieri servivano no-vax e no-green pass e filosofi pronti a scagliarsi contro la dittatura sanitaria, poi sono arrivati difensori delle ragioni di Putin, accusatori dell’infingardo accerchiamento della NATO, poi pensatori geopolitici filo-Hamas. Gli ospiti però sono sempre quelli. Come in una porta girevole, gli habitué della trasmissione di Massimo Giletti uscivano di scena coi monologhi contro i vaccini e rientravano contestando le immagini delle catastrofi di Mariupol, false, messe in scena, allestite: «Glielo dico io che di cinema me ne intendo» spiegava Alberto Contri al conduttore, «tutto quell’attacco era un set». Il retroscenista compulsivo e paranoico è un personaggio chiave di ogni dibattito televisivo. Ci vuole sempre. Come il bandito messicano in un film western.
Industria della provocazione, parata di esibizionismo, gabbia di matti, in bilico tra rutto libero e libertà di parola, i talk show si mettono su con pochi soldi, molta cagnara, ospitate gratis ripagate in «visibilità», rimborsi spese in buoni-taxi: una TV perfetta per l’economia di guerra di questi anni. Ormai dovrebbe essere chiaro che se le bombe cadessero anche qui, con le città martoriate e strette in un assedio medievale, e Giletti e Formigli e Floris trasmettessero da un bunker con la felpa, la mimetica e la barba di tre giorni, non cambierebbe granché. Ci sarebbero sempre ospiti in studio:
un esperto di media che nega l’esistenza dei bombardamenti;
una professoressa di filosofia che li «problematizza»;
un deputato di Potere al Popolo che li riconduce alla spietatezza del capitalismo spiegando che al dunque se ci bombardano è colpa nostra;
un oscuro avvocato radiato dall’albo con un canale Telegram assai seguito che svela le vere ragioni della guerra: una gigantesca copertura per giustificare l’aumento della benzina.
Ma la televisione è questa cosa qui. Dove c’è informazione libera non può non esserci anche un ininterrotto sperpero di parole e analisi e commenti e punti di vista anche molto sgangherati che in fondo le danno senso. Poi, certo, la TV non si fa da sola.
Ci sono le inesorabili ragioni degli inserzionisti e dello share, ma ci sono anche le responsabilità dei giornalisti. Si prenda un bravo giornalista come Floris. Più in TV lascia ampio spazio al populismo, più nella saggistica diventa pedagogico. Recensendo un suo libro, Ultimo banco. Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia, Ferruccio De Bortoli scrive che «Floris si domanda se tutto quello che sta accadendo nella politica, nel comportamento della classe dirigente, non sia l’inevitabile conseguenza del tracollo della scuola». Nessuno dei due sembra sfiorato dal ragionevole dubbio che c’entrino qualcosa anche gli ultimi vent’anni di talk show.
«La TV» scrive Stefania Carini «negli ultimi anni ha fatto proprio il populismo non per spiegarlo ma per indossarlo. È diventato allora puro stile e posa, fine a sé stesso.»
Great television
Data sempre per morta, la TV dona ancora il suo contributo al presente. Forma «pezzi di immaginario», come si dice in questi casi. «This is going to be great television» confessa Trump in chiusura dell’incontro-agguato con Zelensky e Vance nello Studio Ovale, allestito come studio televisivo, set, teatro di performance. Il «Faith Office» inaugurato alla Casa Bianca con la seconda presidenza è anche l’approdo governativo dei grandi show evangelici degli anni Ottanta, quelli di Jimmy Swaggart o del reverendo Jerry Falwell, e della telepredicazione come colonna portante della TV americana. Gli storici del futuro alle prese con la ricostruzione e comprensione del fenomeno Trump, prima ancora che occuparsi di fake news, meme, trolling, dovranno vedersi le quattordici stagioni di The Apprentice, più dei Sanremo di Pippo Baudo. Quando The Donald annuncia al mondo la sua prima vittoria e dice «d’ora in poi ogni americano avrà l’opportunità di sviluppare appieno il suo potenziale» sta ancora parlando come host di The Apprentice. Quando al secondo mandato squaderna il suo «Gaza Real Estate» davanti a giornalisti increduli, e decanta le lodi di una Las Vegas del Medio Oriente, una «riviera» con casinò, piscine vista mare, resort di lusso, sta ancora parlando al pubblico di The Apprentice.
Donald Trump è un’icona dei reality, quel fenomeno epocale che stava a metà tra la vecchia televisione e l’anteprima del mondo nuovo dei social. Noi abbiamo avuto al governo il primo partito generato da un esperimento simile a quello del Grande Fratello (in entrambi i format, quello inventato dall’olandese John De Mol e quello del team Webegg di Casaleggio, si mettevano in gioco l’osservazione delle logiche di gruppo, la riproduzione in vitro dei meccanismi del consenso giocati sulla retorica della trasparenza). Le candidature su Internet degli aspiranti M5S erano ricalcate sul modello dei casting per i reality. Nei codici di «comportamento dei candidati ed eletti del Movimento» si firmava un documento in cui «si dichiara[va] di non far parte dei servizi segreti italiani o stranieri», un testo che sembrava uscito dalla Talpa – vecchio e sfortunato reality condotto da Paola Perego, coi concorrenti tutti indagati, impegnati a smascherare la talpa nascosta tra loro mentre il pubblico faceva una classifica dei «sospettati». La dittatura dell’onestà si nutriva della retorica dei reality. E come naturalmente ricorderete, Rocco Casalino si era dato da fare nella prima edizione del Grande Fratello. Non aveva vinto. Ma nella scheda concorrente, alla voce «progetti per il futuro» aveva scritto «diventare presidente del Consiglio». Ci è andato vicino.
I reality hanno dato una spallata decisiva alla crisi dell’expertise, hanno esaltato la «gente» contro le élite culturali e politiche. Hanno diffuso l’ideologia dell’uno-vale-uno contro il caro vecchio, desueto, discriminatorio «talento». Furono una grande prova generale di democrazia diretta o «popolocrazia», come la chiamano Ilvo Diamanti e Marc Lazar. Tutte cose con cui avremo a che fare ancora per un bel po’. No, non si può ancora liquidare la televisione.
Quando, nel 2004, gli Imam del Bahrein facevano chiudere Il Grande Fratello arabo dopo sole due settimane, senza nessun vincitore, inorriditi da quello spettacolo osceno e immorale, i nostri intellettuali erano confusi: da che parte stare? «la Repubblica» optava per la paralisi, anticipando altre future impasse islamiche: «Che cosa facciamo adesso? Protestiamo per l’intervento oscurantista contrario alla libertà d’espressione? O applaudiamo l’unica parte del mondo dove è stato proclamato ufficialmente che Il Grande Fratello è una boiata pazzesca?».
In tutti i paesi, i reality si trascinavano dietro un gran corteo di discorsi, polemiche, dibattiti che non riguardavano più solo l’eventuale volgarità della TV o quel che le persone erano disposte a fare per inseguire la celebrità, ma questioni rilevanti come la privacy, la connessione permanente, i confini etici del voyeurismo, la sorveglianza, il narcisismo, la spettacolarizzazione del niente («Non avrei mai creduto di poter stare davanti alla TV a guardare persone che dormono» dicevano molti spettatori nelle prime ricerche sulle audience del Grande Fratello – mentre ora non facciamo neanche caso a dirette Instagram di book influencer che leggono in silenzio un Adelphi in cameretta). Nella sua prima edizione, Il Grande Fratello non era raccontato come un incubatore di aspiranti celebrities, ma come inedito esperimento di psicologia sociale: uno show a metà tra una soap opera, i test sull’obbedienza di Milgram e le teorie di Goffman sulla «vita quotidiana come rappresentazione». Qualcosa in cui nessuno poteva prevedere quel che sarebbe successo. In America o in Inghilterra, la diffusione dei reality e dei loro nuovi modelli comportamentali era letta come il sintomo di un più vasto collasso delle democrazie fondate sul welfare. L’ennesimo emblema del neoliberismo selvaggio. I «reality», si diceva, spingono sulla supremazia dell’individuo chiamato a risolvere da solo tutti i problemi che la società o la giungla gli pongono, potendo contare solo su sé stesso e sulle proprie competenze. Non essendo cose che ci appartengono molto, qui in Italia andavamo casomai sui grandi classici: lo sconcerto per la scopata in diretta, l’ignoranza dei concorrenti, l’egemonia sottoculturale della TV commerciale. E, di nuovo, l’ossessione dei libri e la mania pedagogica.
L’allora ministro della Cultura, Giovanna Melandri, turbata dall’ignoranza dei partecipanti, inviò nella Casa una cesta piena di libri con una lettera: «Cari ragazzi, abbiamo notato che nella casa del Grande Fratello manca uno scaffale di libri e abbiamo pensato di regalarvene un cestino sperando di fare cosa gradita, quelli che troverete qui sono titoli scelti tra i classici più amati, si leggono facilmente e in poco tempo; alcuni sono tra i più vicini al comune sentire della giovinezza. Sceglierli è stato un divertimento ed è stato difficilissimo limitarsi a venti titoli». I giornali pubblicavano la lista: I dolori del giovane Werther, Siddharta, La linea d’ombra, Il giovane Holden, Il barone rampante, Natale in casa Cupiello, Sulla strada (c’era sicuramente lo zampino di Veltroni).
Melandri consigliava di leggerli ad alta voce.
Arcipelago Google
Naturalmente le discussioni (o i libri) sull’egemonia culturale appassionano forse un target preciso: età media alta o molto alta, idee e convinzioni formate nel Novecento, lettori di quotidiani, libri eccetera. Proiettata nello spirito del XXI secolo, può invece assumere forme aliene. Internet è per definizione straordinariamente inadatto a qualsiasi progetto egemonico e di controllo della cultura, almeno nelle forme classiche. Il gioco andrebbe riprogettato su basi diverse e anche René Girard oggi scriverebbe Il desiderio memetico.
Deirdre McCloskey ricorda per esempio che negli anni Cinquanta c’erano due modi di essere adolescente («o eri mainstream o eri James Dean»). Negli anni Novanta erano diventati almeno quindici («rockettaro, surfista, ballerino hip-hop, dark, punk, hippie ecc.»). Se dovessimo aggiornare l’elenco agli anni Venti di questo secolo non basterebbero due pagine. Anche Gramsci del resto oggi si appassionerebbe a meme, troll, algoritmi, agiterebbe canali Telegram e newsletter, s’incanterebbe su Instagram, giocherebbe a Candy Crush, perderebbe un sacco di tempo e dopo un po’ nemmeno lui si ricorderebbe cosa stava scrivendo (una sensazione che in effetti si prova leggendo i Quaderni). Metterebbe forse al centro delle sue preoccupazioni il fatto che la cara vecchia attenzione nei confronti di qualcosa o qualcuno è diventata una merce rara. Un bene prezioso in via di esaurimento scorte, come l’acqua, il rame, il legname.
Noialtri del Novecento siamo ormai divisi tra il nostro vecchio Io che vorrebbe leggere tutti quei libri che si porta in vacanza e il nostro nuovo Io che scrolla sul telefono, sbircia video, foto, post, legge incipit di articoli senza arrivare a metà o saltando dall’inizio alla fine – un processo che, come dice Chris Hayes in uno degli ultimi saggi sul tema, è l’intreccio di «the loss of focus» e insieme «the addictive focus on the wrong things for too long».
Quando Herbie Hancock ha detto che non fa un album da quindici anni perché si distrae continuamente su YouTube, ci siamo sentiti tutti meno soli, anche se il mondo non aspetta il nostro prossimo disco. Herbie Hancock, peraltro, non se la prendeva col capitalismo digitale, la sorveglianza, il controllo dei dati e della tecnologia sulle nostre vite come nei libri di Byung-Chul Han. Spiegava di essere finito in vari rabbit hole su YouTube, nuovi software di scrittura musicale, video sulla salute, cose tecnologiche e concludeva: «Sono vittima di questa cosa ma che ci vuoi fare… è la vita». Tempo fa, avendo alle spalle già molti anni di Facebook e Twitter, mi rimisi a leggere Gadda. Alla terza pagina mi girava la testa. Il suono di parole come circumrapato, gruzzolante, sbrugnoccolo era sempre magnifico, ma la fatica un tempo gratificante diventava insostenibile, anacronistica. Non riuscivo a concentrarmi più di tre minuti di fila. Sarei dovuto andare in un monastero, incatenato a letto, senza Wi-Fi. Ho detto tre minuti, cioè un’enormità. Ma i dati in nostro possesso fissano a diciannove secondi netti l’intervallo di tempo mediano in cui uno studente universitario riesce a concentrarsi su qualcosa prima di mollare la presa. Del resto, anche chi è cresciuto nel Novecento fatica ormai a vedere un film senza double screen, cioè senza scrollare o chattare con qualcuno su WhatsApp.
Me, me, e ancora me
Tutti i vecchi parametri su cui si poteva reggere una teoria dell’egemonia culturale sono saltati da un pezzo. L’idea di intellettuale di Gramsci, per quanto originale all’epoca della sua formulazione, è morta da oltre mezzo secolo, anche se rimpianta nei nostri dibattiti, coi soliti «una volta avevamo Moravia, ora c’è Fedez». Neanche Gramsci o Sartre potevano però figurarsi l’esercito di semicolti che armati di Google e ChatGPT ogni giorno scendono nell’arena della battaglia delle idee («semicolti» non è un’offesa: tutti apparteniamo ormai a questa vasta categoria dello spirito). Joe Rogan, per dire, è un intellettuale gramsciano perfetto: autore e conduttore del podcast più diffuso degli Stati Uniti, una media di undici milioni di ascoltatori a puntata, crea senso comune, sposta voti più del «New York Times» e del «Wall Street Journal» messi insieme.
Non mi metterò a spiegare come e perché Internet è così versato nella creazione di culture tribali, frammentate, temporanee, molto identitarie, dunque nella distruzione della vecchia cultura «di massa», perché è una cosa che sappiamo tutti e tutti vediamo all’opera ogni giorno. Voglio solo dire che se la possibilità di costruire la propria identità culturale si è estesa in modo esponenziale – e trovo che sia un’ottima cosa – c’è anche, come sempre, un prezzo da pagare.
Da qualche anno all’università ho in classe studenti nati dopo l’11 settembre 2001. Per loro l’attentato alle Torri Gemelle è un evento che fluttua già in una galassia lontana e imperscrutabile, pronto a unirsi alla guerra dei Trent’anni, alla rivoluzione industriale, al Muro di Berlino. Anche se ci sono reperti televisivi e racconti di prima mano dei loro genitori o fratelli e sorelle maggiori, loro non c’erano. E questo basta a creare uno spartiacque epocale, un prima e un dopo, con me e senza di me. Del resto, quando chiedo il titolo di un vecchio film mi rispondono Joker o Fast & Furious 9. Chi non ha dimestichezza con la scuola o l’università potrà inorridire, ma di fatto sono la dimostrazione di quel fenomeno che il Censis, in un rapporto di qualche anno fa, definiva «presentismo»: «Uno scarso quanto confuso senso della storia, la mancanza di una visione del futuro e l’incapacità di vedere oltre il proprio ordine temporale», da cui tra le altre cose deriva una «perdita di valore e credibilità delle notizie». Non sono peggio di me o di voi alla loro età. Sono solo «diversamente ignoranti» e devono districarsi tra tante possibili egemonie, tra cui quella di un disperato, patologico, spettacolare dominio dell’IO egoriferito su tutto il resto. «Professore, non ho visto i film di storia del cinema che erano in programma per l’esame» mi ha detto una volta uno studente (parliamo di Kubrick, Fellini, Chaplin, insomma i classici). Naturalmente pensavo volesse dire non sono riuscito a vederli perché ho preparato l’esame in fretta, oppure mi è esploso il computer, la televisione, il telefono, mi hanno operato alla cataratta. Invece specificò con un certo orgoglio che lui i film non li aveva visti di proposito. Neanche uno. E non li aveva visti perché intendeva diventare un regista: «Vede, non vorrei poi essere influenzato dagli altri, io vorrei fare i miei film».
Se questa risposta, che non era affatto ironica, vi fa ridere, vuol dire che non siete ancora del tutto sintonizzati sul secolo di Internet. Il mio studente peraltro è in ottima compagnia. Per il lancio della serie Netflix Il Gattopardo, Kim Rossi Stuart spiegava di essere arrivato sul set in uno «stato verginale»: «Non avevo mai letto il libro, né visto il film e reputo sia stata una fortuna. Ho un’età, cinquantacinque anni, che coincide con quella del personaggio, il principe di Salina, e ho una prospettiva sulla vita molto simile», prospettiva esistenziale che, immagino, sarà stata dedotta googlando.
Red pill
Il «presentismo» annebbia la progressione storica degli eventi, inclusa l’idea di avere a che fare con un qualche canone o tradizione culturale, o semplicemente con qualcuno più bravo di noi. In questo senso, funziona meglio di qualsiasi «cancel culture». Tra gli effetti collaterali più evidenti c’è la propagazione senza precedenti del pensiero complottista: quel miscuglione in cui Piramidi, alieni, «Illuminati», sette di nazisti fuggiti in Argentina, Internazionale Comunista e Bilderberg convivono insieme in un’unica gigantesca manovra destabilizzante. I primi venticinque anni del XXI secolo hanno fatto del rancore e del complotto un sistema di pensiero, un metodo di azione sistematico e un possibile aspirante al titolo di egemonia culturale del presente, anche se politicamente imprendibile e molto intersezionale. In questi venticinque anni logica populista e logica complottista si sono alimentate a vicenda e intrecciate attorno allo stesso presupposto: una visione del mondo monolitica, in bianco e nero, con la verità (o il popolo) da una parte, e il complotto (o Bilderberg) dall’altra. Come ha scritto Kathryn Olmsted, «le teorie del complotto sono modi semplici di raccontare storie complesse». Questa «immediatezza del pensiero», tipica di Internet, sembra al momento largamente egemone.
Per esempio, ogni anniversario dell’11 settembre si è ormai trasformato in una gran festa per la galassia antagonista-complottista, i fanatici della dittatura sanitaria, della cospirazione del Nuovo Ordine Mondiale, della finanza ebraica che governa il mondo dalla notte dei tempi. Come dimenticare, del resto, a poche ore dall’attentato, le scene di giubilo, i brindisi, la malcelata soddisfazione del nostro amico anticapitalista e oggi attivista ProPal? Ecco il meritato castigo divino, la vendetta, il sogno inconfessabile che si materializzava come happening catastrofico e opera d’arte definitiva: «Eine kosmischer Kunstwerk», come diceva un ubriaco Karlheinz Stockhausen in quei giorni lì. Ma quella era ancora la vecchia egemonia che agitava la coda.
Nel 2021 HBO ha prodotto una serie di documentari, New York Epicenters: 9/11 – 2021 1/2, realizzati da Spike Lee con varie interviste a operatori sanitari, pompieri, testimoni oculari, al sindaco Bill De Blasio o al senatore Chuck Schumer. Rinvigorito dal Black Lives Matter, celebrato a Cannes, Spike Lee presentava la serie dichiarando di volere includere le teorie complottiste secondo le quali la quantità di calore necessaria per far fondere l’acciaio delle torri non era stata raggiunta: «E poi quando lo metti accanto ad altri crolli di edifici demoliti è come se stessi guardando la stessa cosa». Il regista di Fa’ la cosa giusta riprendeva quindi la tesi dell’«inside job», un attentato, anzi una «demolizione» pianificata e occultata dalla CIA. È un’ipotesi che circolava già poche ore dopo il primo crollo, quando un tizio di nome David Rostcheck scrisse su un forum: «Sono solo io o c’è qualcun altro che riconosce che non è stato l’impatto dell’aereo a far crollare il World Trade Center ma una demolizione controllata?». Immaginate cosa sarebbe successo coi social.
Con la sua osservazione a occhio nudo, davanti alla TV, in preda al panico come tutti noi, Rostcheck gettava le basi di una tra le più consolidate teorie sull’11 settembre. Ma, come saprete, ce ne sono parecchie. Ne ricordiamo qualcuna: i Boeing sono stati disegnati al computer e aggiunti in postproduzione sopra le immagini televisive (tutti i media sono complici del complotto); gli aerei erano in realtà droni e missili camuffati da jet pilotati a distanza dalla CIA; dietro l’attacco non c’è la CIA ma il Mossad (l’abbiamo sentita tutti almeno una volta: «Hai notato che tutti gli ebrei che lavoravano nelle Torri Gemelle o frequentavano la zona quel giorno non c’erano? Sono stati fatti evacuare in tempo»). Poi c’è la teoria del «raggio energetico», un’arma segreta, sperimentale e naturalmente invisibile che ha polverizzato le Twin Towers, come spiega Judy Wood, ingegnere e scrittrice, in Where Did the Towers Go? Evidence of Directed Free-Energy Technology on 9/11. Il suo corollario più recente è l’idea che gli incendi in California siano stati provocati da un raggio laser spaziale controllato da una setta ebraica, come sostiene Marjorie Taylor Greene, celebre «deputata di QAnon» eletta in Georgia, poi rimossa dal Congresso. Dalle nostre parti ricordiamo almeno Zero, docufilm tratto da un’inchiesta di Giulietto Chiesa, adattamento in chiave cospirazionista ma «aderente ai fatti», con endorsement di Beppe Grillo e Dario Fo. In una forma appena più presentabile, ma proprio per questo più inquietante, l’eco del complotto arriva in un testo scolastico francese pubblicato nel 2019 dalla casa editrice Ellipses, un manuale di storia pensato per preparare l’ingresso a Sciences Po: «Questo evento mondiale – probabilmente orchestrato dalla CIA (servizi segreti) per imporre la propria influenza in Medio Oriente? – tocca i simboli del potere americano sul suo territorio». Col punto interrogativo per sollecitare il «pensiero critico».
Naturalmente i complotti esistono da sempre, ed esiste una teoria del complotto per tutto. The Paranoid Style in American Politics di Richard Hofstadter, ancora oggi punto di partenza per ogni discussione accademica sul tema, uscì oltre sessant’anni fa. Ma è indubbio che l’11 settembre abbia innescato un’accelerazione incredibile nella crescita e nella diffusione del complottismo. La concomitanza di fattori allineati – la dimensione epocale e impensabile dell’attentato, la diretta televisiva, l’accesso a una vasta rete di video amatoriali, gli aerei, le fiamme, il cielo, il World Trade Center, insomma tutto un immaginario cinematografico di disastri, apocalissi, invasioni aliene che si saldava alla cronaca – lo rendono un modello esemplare. Il padre e la madre di tutti i complotti. Internet e il successo di Matrix hanno fatto il resto.
Nel 1999, il film degli allora fratelli Wachowski poi diventate sorelle pescava tra «velo di Maya», caverna di Platone, Il mondo nuovo di Huxley, Savi di Sion, «Illuminati» e molta tecnofobia, offrendosi come la perfetta allegoria di ogni complotto della storia dell’umanità. Un’unica, gigantesca teoria onnicomprensiva buona per tutto. Dopo l’attentato, alcuni notarono che nel film il passaporto di Neo, il protagonista interpretato da Keanu Reeves, scade l’11 settembre del 2001. Un caso? Non credo. Matrix arriva nell’anno di No Logo di Naomi Klein e di Turbo-Capitalism di Luttwak. Con un tempismo perfetto, si aggiornavano all’epoca della realtà virtuale le figure classiche dell’anticapitalismo. Lo «strapotere del mercato» diventava un sogno collettivo generato dalle macchine. Il capitale globale è ovunque e in nessun luogo. Con la scena della pillola rossa e della pillola blu, filosofi come Žižek camparono di rendita per tutti gli anni Duemila. Varoufakis, ministro delle Finanze in Grecia sotto Tsipras e in quel momento grande idolo della sinistra, col giubbetto di pelle heavy-metal, belloccio, un po’ biker un po’ rockstar, ci costruì su l’impianto del suo libro, È l’economia che cambia il mondo, una specie di «liberismo selvaggio spiegato a mia figlia».
La «pillola rossa» (quella che nel film conduce fuori dal sogno e dalla finzione) è anche un refrain della Alt-right americana, il simbolo della presa di coscienza di un cattivissimo Deep State. Toni Negri, che in quel momento pubblicava Impero, disse: «A me sembra quasi un film che descrive l’Impero, piuttosto che un libro», avendo in mente forse Matrix.
Noi novecentisti fatichiamo a capire quello che succede nell’era delle emoji e di un senso comune costruito interamente su Internet. Per esempio, nei giorni di grande agitazione ProPal nei cortei, a un certo punto, scendendo per strada, vedevo bandiere che mi ricordavano quelle dell’ISIS (cosa ormai del tutto plausibile). Era invece il simbolo di One Piece – un teschio che ghigna su fondo nero con un cappello di paglia – e cioè un manga, un fumetto giapponese scritto e disegnato da Eiichirō Oda, che ha ispirato anche un’omonima serie d’animazione e un’altra in live action su Netflix. Googlo: «Dal Nepal alla Francia, dal Madagascar all’Indonesia, fino all’Italia. La bandiera di One Piece è diventata un simbolo di protesta. Negli ultimi giorni è apparsa nelle manifestazioni ProPal, ma in Asia durante l’estate i ragazzi l’hanno portata con loro in piazza come segno di dissenso. Ora è diventata un simbolo in qualsiasi manifestazione in cui ci si ribella alle ingiustizie e al potere». Dove la parola chiave è: «Qualsiasi».
Siamo insomma come il padre di Adolescence, la serie horror per genitori ansiosi, quando si immerge nel mondo degli Incel, la subcultura online che raduna misogini e antifemministi frequentata da suo figlio, dove non a caso si usa la metafora della pillola rossa di Matrix: un mondo che non riesce a comprendere, gli mancano i codici, non può orientarsi in quel linguaggio impenetrabile. I nativi digitali faticano invece a prendere sul serio l’idea che la cultura, la vecchia idea di cultura libresca, teatrale, cinematografica, ministeriale, possa avere a che fare con una qualche forma di egemonia o manipolazione delle idee. Del resto, anche la pillola rossa di Adolescence non viene mica da Matrix, che quei ragazzi non hanno mai visto. Viene dai meme su Matrix che girano da anni su Instagram.
VIII
La vendetta del fantasy
Quando ero bambino, Atreju era quel ragazzino dai tratti un po’ nativi americani, una specie di Pocahontas maschio, che svolazzava a cavalcioni di Falkor, pupazzone dal pelo bianco, drago-cane volante con muso da golden retriever, non proprio bellissimo. La storia infinita era quel film che si ricordava più che altro per l’omonima canzone: non era E.T., non era I Goonies, non era Ritorno al futuro. Era molto kitsch, troppo europeo per i nostri gusti e con effetti speciali non irresistibili. Lo passavano su Italia 1 il pomeriggio e lo guardavamo con un misto di noia e inquietudine, anche per via di quella scena col cavallo che affonda nella palude della tristezza, la melma simbolo di depressione, disperazione, vuoto esistenziale.
Passati poi i vent’anni, dimenticato il film, il nome Atreju però ritornava. Ora evocava oscuri raduni notturni a Colle Oppio, Roma, tra le spelonche fatiscenti e i ruderi identitari del parco, quando era ancora «l’Eurofesta dei giovani di Alleanza Nazionale». A quell’Atreju del 1998 – prima edizione – andavano fortissimo le spillette col Dux, le croci celtiche, i segnalibri con le frasi di Jünger («Noi non vogliamo un mondo pacifico e ben costruito») o l’Ezra Pound marzulliano di «Rinnovatevi col Sole e con ogni Sole rinnovatevi». Si parlava di tradizione, Europa delle patrie. Mogol commemorava Battisti, «artista nel quale abbiamo sempre ritrovato le nostre emozioni», Luca Carboni declinava gentilmente l’invito, e Rutelli, allora sindaco di Roma, si affacciava per cortesia istituzionale. Il programma prevedeva lezioni di sollevamento pesi, giochi fantasy, il cabaret di Enrico Brignano, la presentazione del libro di Roberto Giacobbo Il segreto di Cheope, tornei di calcio, concerti degli Audio 2 che imitavano Battisti, proiezioni di film epici e combattivi tipo Michael Collins, Braveheart, Il quinto elemento. Quell’Atreju lì. Quell’Atreju da sagra paesana con venature occultiste-esoteriche, birre artigianali e brutti ceffi in felpa nera.
Quell’Atreju è ormai un ricordo sbiadito. Una fotografia ingiallita. Perché quello di oggi, l’Atreju di governo, della controegemonia, delle sfilate di ministri e soubrette, è un oggetto antropologico completamente diverso: 105 mila presenze, 144 ore di dibattiti, 743 interventi, 1000 volontari, 1400 giornalisti accreditati da tutto il mondo. Un parco a tema un po’ Holiday on Ice, un po’ Christmas World, un po’ Festa dell’Unità ma rigorosamente in blu, molto convention aziendale, molto TED Talk. Il Circo Massimo o i giardini di Castel Sant’Angelo trasformati in villaggio natalizio: quaranta casette di legno, stand gastronomici, presepi artigianali, odore di vin brulé – come a Cortina, quella di Vanzina, si capisce. Una sovranità alimentare che salta subito agli occhi: no sushi, no poke, no kebab, no veganesimo, ma «sugo di castrato», «pasta e fagioli con guanciale croccante», «pizza con la mortadella». Cibi sani, sostanziosi, identitari (c’è anche lo stand della Nutella). Un recupero da destra della filiera corta, del chilometro zero, dei grani antichi, col «caciocavallo impiccato» della transumanza sulla Sila. Tendoni trasparenti e riscaldati che ospitano panel su panel: la sala «Giustizia Giusta» e la sala «Rosario Livatino», la riforma Nordio e il welfare sussidiario, il deepfake e l’odio social, Pasolini e Mishima, Marx e Nietzsche, la deterrenza e la Mezzaluna sciita, le giovani coppie e il piano casa.
Atreju è ormai un posto family friendly. Vi si respira aria di festa, e strategica è la scelta di posizionarlo a Natale. Sembra di entrare in una romantic comedy newyorchese, gli innamorati coi paraorecchie di peluche al Rockefeller Center, ma con l’odore forte di salsicce e arrosticini abruzzesi nell’aria. Lo scorso anno avevo portato mia figlia a pattinare sul ghiaccio e lei non vedeva l’ora di tornare. Così andiamo anche quest’anno – edizione 2025 – ancora più «bigger than life». Facciamo lo slalom nella folla, tra i cartelloni «Chi non salta comunista è» con l’immagine di Giorgia che zompetta, e gli odiatori della sinistra esposti alla gogna, il pantheon dei grandi italiani – Colombo, Marconi, Marco Polo, Don Bosco – e le foto dei ministri sorridenti, e le famiglie con i passeggini, e i nonni col cappotto di cammello, le signore bionde, anzi biondo cenere, nell’acconciatura resa celebre da Giorgia («un semibob a onde», lo definisce il suo parrucchiere). Con quella chirurgia plastica moderata, discreta. E mia figlia pattina felice con altri bambini mentre dalle casse escono Mariah Carey e Last Christmas in tutte le versioni, anche con l’autotune, e alle mie spalle i giovani di Atreju si fanno i selfie con Giulio Tremonti. Hanno l’aria da bravi ragazzi. Niente a che fare con quelli di Colle Oppio. Facce pulite, no tatuaggi, no piercing, sembrano studenti fuorisede iscritti alla Luiss o alla Link University.
Atreju è diventato un grande pezzo di pop. Un format televisivo all’aperto. Una versione di destra – o fantasy – del tavolone degli ospiti di Fazio, con sfilate improbabili che però tracciano lo Zeitgeist: Carlo Conti, Mara Venier, Marco Liorni, Raoul Bova, molto applaudito in un panel sui deepfake con Arianna Meloni (in cui racconta la vicenda degli «occhi spaccanti» – se non la conoscete c’è Google). E poi Fabio Ferrari detto Chicco dei Ragazzi della 3a C, Ezio Greggio ma in collegamento su Zoom da Milano, la commemorazione di Beppe Vessicchio – premio Atreju alla carriera in memoriam, ritirato dalla figlia Alessia – insieme a tanti altri «premi Atreju»: Buffon, Velasco, Fefé De Giorgi. E poi ministri, sottosegretari, produttori televisivi che si «riposizionano» (e che tra dieci anni diranno: «Mai stato ad Atreju, io»).
Il conservatorismo che si respira qui non è quello austero di Roger Scruton, non è Burke, né Oakeshott. È piuttosto una grande nostalgia degli anni Ottanta: il decennio in cui Giorgia Meloni era bambina e restò folgorata, appunto, dal giovane Atreju. Guardate I ragazzi della 3a C e guardate i ragazzi di Atreju oggi: stessa aria da bravi ragazzi, stessi sorrisi puliti. L’Italia di Pertini che alza la coppa, di Craxi che governa, della TV commerciale che esplode, del riflusso che spazza via gli anni di piombo. Un passato prossimo sufficientemente vicino da essere ricordato, sufficientemente lontano da essere mitizzato. Non il Medioevo di Tolkien, ma l’Italia di Vacanze di Natale, gli azzurri, il Mundial. Un’Arcadia di consumi e leggerezza, prima di Internet, della crisi, della globalizzazione e del wokismo. Prima che tutto si complicasse.
Quando Giorgia Meloni e i suoi cofondarono la festa, nel 1998, il fantasy era ancora un genere di nicchia, una cosa da nerd, da giochi di ruolo, da fumetterie polverose. Il Signore degli Anelli non era ancora un franchise planetario – il primo film di Peter Jackson esce nel 2001. L’idea che un partito politico, per giunta erede del MSI con la fiamma nel simbolo, battezzasse la propria festa giovanile con il nome di un personaggio tratto da un film tedesco-americano basato su un bestseller ecologico di Michael Ende poteva sembrare, al minimo, eccentrica. Eppure, il fantasy si è rivelato un terreno decisivo.
A lungo reietto del buon gusto, roba da nerd improbabili, il fantasy è ovunque in ascesa. Un universo in continua espansione. Uno dei pochi immaginari di massa ancora condivisi. «Mia figlia si definisce un elfo e non so cosa fare» scrive allarmata una mamma in un forum su Internet. «È diventata parte della “cosa degli otherkin”» le rispondono per tranquillizzarla. «Sono ragazzi che si sentono elfi/nani/ecc. intrappolati in corpi umani. È solo entrata in un furry fandom», cioè una comunità di gente che si sente un pupazzo di peluche a piacere. «Non c’è da preoccuparsi» le spiegano. È la vita che è diventata un po’ fantasy.
Sembra una storia di controegemonia culturale perfetta: un genere bollato come reazionario, kitsch e impresentabile che cinquant’anni dopo domina la cultura pop globale. Una vendetta servita fredda, anzi ghiacciata nelle lande di Mordor. Il realismo gramsciano e l’impegno civile travolti da elfi, draghi e anelli magici.
Il Signore degli Anelli, per esempio, è la nemesi del Gattopardo: lì un romanzo scettico, pessimista, «di destra» veniva trasformato in grandioso film progressista, viscontiano e di sinistra. Qui invece abbiamo un libro adottato dagli hippie e dalla controcultura dei campus americani che arriva in Italia molto in ritardo e diventa oggetto di culto dei ragazzi della nuova destra. La storia è lunga ma esemplare per capire come funzionano le cose da noi. Proviamo a raccontarla dalla fine.
Tolkien e noi
Alla mostra su Tolkien, alla fine del 2023, prima tappa del Grande Disegno di ribaltamento dell’egemonia culturale, c’erano tutti: ministri, sottosegretari, capi di gabinetto, intellettuali d’area. Tanti bodyguard e auto blu parcheggiate ai piedi dell’imponente scalinata della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, a Roma, proprio sotto viale Gramsci, lì dov’era partito il lungo Sessantotto italiano, la «battaglia di Valle Giulia», scontri, occupazione e lettera di Pasolini a seguire. Una grande metafora: volevate la fantasia al potere eccovi il fantasy al governo. Allo show tolkieniano erano affidati propositi smisurati: «Dopo tanti decenni, l’egemonia culturale promossa da Antonio Gramsci sta per crollare». Tolkien: Uomo, Professore, Autore con tre maiuscole, era la spallata finale. Mostra autocelebrativa, regolamento di conti, dimostrazione di forza. Ci si andava con la nostalgia dei beati anni dei Campi Hobbit. Ci si andava per farsi vedere, come alle anteprime romane dei film di Veltroni. Lì, in quei grandi saloni dove la divina Palma Bucarelli aveva rivoluzionato l’arte italiana del Novecento, esponendo Burri, portando dall’America Pollock e Rothko, ora c’era lo scrittoio di Tolkien. Poi anche i futuristi, Marinetti, un idrovolante scala 1:1. Una vendetta, non c’è dubbio.
«Questo è il fascismo degli elfi di cui aveva scritto già Michela Murgia» diceva Chiara Valerio. Paolo Crepet ci metteva in guardia dalle dinamiche patriarcali dei cavalieri. Massimo Giannini era convinto che dietro gli attacchi del governo alla magistratura ci fosse una «grande sbornia di Tolkien e di letteratura fantasy» e Michele Serra confessava: «Ho capito perché non sono un intellettuale di destra, perché io non parlo con gli elfi».
Quando a Radio3 leggono Tolkien ci sono quelli che chiamano in redazione indignati, mandano mail a raffica, insorgono: «Tolkien è misogino», «È un fascista», «Via da Radio3!». L’associazione Tolkien-fascismo c’è anche altrove, ma è questione marginale rispetto all’interesse per il testo, l’epica, la lingua. Noi siamo un mondo a parte.
Si può apprezzare Tolkien per la raffinata produzione saggistica, gli studi di filologia: il Tolkien elegante fumatore di pipa, inventore di lingue, grande medievista, animatore di circoli oxfordiani, insegnante di lingua norrena, massimo esperto di Middle English e autorevole esegeta del Beowulf. Questo farà di voi degli intellettuali anticonformisti e inclusivi. Quelli che non si fermano certo al rozzo cliché «Tolkien è di destra». Se invece sprofondate nel Signore degli Anelli come fosse Hunger Games, se conoscete mappe, personaggi, alberi genealogici della saga, se citate in continuazione frasi a effetto come Arianna Meloni: «Ti accompagnerò sul monte Fato a gettare quell’anello nel fuoco, come Sam con Frodo», rivolgendosi a Giorgia, su Instagram, il giorno della vittoria elettorale – be’ allora le cose sono un po’ diverse. Siete amanti del fantasy. Siete cresciuti con Dungeons & Dragons. Forse avevate una balestra in casa, guardavate Voyager in TV, una volta siete andati a Lucca Comics vestiti da templari. La vera cultura vi schifa ma l’industria culturale vi ama.
Il fantasy è l’unico fenomeno libresco in controtendenza in Italia: si legge sempre meno, l’editoria è crisi, le vendite diminuiscono ogni anno, ma i lettori di fantasy aumentano. «Spesso considerato un genere di “serie B”, il fantasy negli ultimi anni si sta prendendo la sua rivincita» leggo su un report di fine anno delle vendite di libri. Mettendo «destra» al posto di «fantasy», le due «rivincite» viaggiano assieme.
Ma Tolkien piace a Meloni, al collettivo Wu Ming, a Tony Blair. Ci sono tolkieniani di destra, di sinistra, tradizionalisti, modernisti, ultracattolici, ecoattivisti, neonazisti e chissà quanti altri. Di sicuro, hanno tutti in comune il fatto di prenderlo molto sul serio.
Un’operazione di ripulitura consiste nel dire: «Il Signore degli Anelli è letteratura, non fantasy», separando persone colte, raffinate, in grado di apprezzarlo come opera polifonica e fan esagitati che sguainano la spada. Ma non è per la sperimentazione linguistica e la reinvenzione dell’Old e Middle English che è diventato un bestseller e una piattaforma identitaria.
Ai raduni dei giovani militanti, Giorgia Meloni si vestiva da Samvise Gamgee e da presidente del Consiglio infila dove può citazioni tolkieniane. In uno dei tanti cimiteri di Internet si trova ancora il suo vecchio blog sulla chat Undernet, nickname Khy-Ry la draghetta di Undernet. Si presentava così:
Mi chiamo Giorgia, ho 21 anni, sono di Roma, i miei interessi sono i libri fantasy (naturalmente Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien è il mio libro preferito); libri di filosofia (adoro F. Nietzsche); libri horror (soprattutto Stephen King), ascolto musica irlandese, soprattutto i Chieftains, Loreena McKennitt, Sinéad O’Connor e i Cranberries.
Prima dei film di Peter Jackson, il culto della letteratura fantasy aveva ancora il fascino dell’underground, delle sottoculture catacombali che si radunavano su blog e chat tipo Digiland. Un mondo in cui la cultura di destra era già un’altra cosa e dove tutto si frullava con tutto, secondo la prima legge di Internet. Ecco una qualsiasi adolescente degli anni Novanta, col fantasy, la musica irlandese, i miti celtici e quella spolverata di «effe puntato Nietzsche» per distinguersi da fricchettoni, punkabbestia, militanti dei centri sociali, adepti dei Nirvana, fighetti britpop. L’orgoglio italiano sarebbe arrivato dopo.
«Meloni e gran parte del suo attuale gruppo dirigente sono cresciuti leggendo le saghe tolkieniane, non Giovanni Gentile o Julius Evola,» dice Alessandro Campi «sulle pareti delle loro sezioni era appeso il poster di Borsellino e non quello di Leon Degrelle.»
Avreste dovuto vedere la faccia di Einaudi, Ginzburg, Calvino
Pochi generi come il fantasy possono vantare un così alto numero di pregiudizi. Forse solo il musical è altrettanto divisivo, ma non così disprezzato. In tanti invece amano odiare il fantasy. «A me non piace il fantasy, già se c’è un drago non lo guardo» diceva Antonio Scurati aprendo una sua lezione alla scuola Holden un po’ di tempo fa, mentre fuori imperversava Il Trono di Spade. Goffredo Fofi si interrogava «sul senso di questa operazione» parlando con sconcerto del Racconto dei racconti, film con cui Garrone mollava il «cinema del reale» e sconfinava nel terreno ideologicamente impervio del fantasy. Un progetto così «poco italiano», si disse subito – formula che è in genere un bacio della morte. E così fu.
«Avreste dovuto vedere la faccia di Giulio Einaudi, di Natalia Ginzburg, di Italo Calvino, quando annunciai che lasciavo la loro casa editrice per andare a fare Urania, un giornaletto di fantascienza con omiciattoli verdi in copertina» raccontava Fruttero quando un «Meridiano» dedicato a Philip Dick, con prefazione di un premio Strega, era inconcepibile: più fantascienza di tutti gli Urania messi insieme.
In Italia, in quegli anni, la fantascienza si leggeva di nascosto. Si scriveva sotto pseudonimo. Lino Aldani, professore di matematica poi sindaco di San Cipriano Po, provincia di Pavia, considerato uno dei primi scrittori di science-fiction in Italia, pubblicava un saggio sulla rivista piacentina «Galassia» in cui esaltava i racconti di N. L. Janda (cioè i suoi), paragonandosi a Bradbury e Matheson. Di fantascienza si parlava un po’ sulla rivista «Mondo Operaio» e alla fine di Apocalittici e integrati. Eco, grande lettore delle riviste «Galaxy», «The Magazine of Fantasy & Science Fiction», scriveva: «La fantascienza è letteratura di consumo, e quindi non va giudicata (se non per finzione snobistica) secondo i criteri applicabili alla letteratura sperimentale e di ricerca». Ma almeno fino agli anni Settanta prevaleva il rifiuto. La fantascienza era considerata scema e di destra.
Poi alla fine degli anni Settanta anche la sinistra antagonista, anche i collettivi milanesi come «Un’ambigua utopia», anche gli ex militanti di Avanguardia Operaia scoprono che possono smettere di vergognarsi di leggere sci-fi. Si può andare nello spazio con Marx, Lenin, le avanguardie rivoluzionarie, ma senza divertirsi troppo, restando concentrati sugli scopi ultimi. Negli anni Settanta le cose si stavano rimescolando.
Leggere Tolkien a Benevento
Immaginatevi allora questi giovani di destra, emarginati, odiati da tutti, che sognano il loro pezzo di Sessantotto. Una rivolta contro i padri, come i loro coetanei di sinistra. Immaginateveli a Montesarchio, provincia di Benevento, sperduti nelle lande molisane per ricreare un pezzo di Medioevo celtico nel nome di Tolkien, anche se il paesaggio non aiuta.
Qui, nell’estate del 1977, si celebra il primo Campo Hobbit, la risposta della nuova destra al Parco Lambro del proletariato giovanile. C’era sicuramente una certa invidia per tutta quella spregiudicatezza sessuale, ammucchiate, energia dionisiaca: insomma perché loro sì e noi no? Ci vuole una Woodstock medievale.
Quello che «l’Unità» dell’epoca definiva «un lager», un «ritrovo di addestramento paramilitare» era un accampamento di cosplay tolkieniani, tra stampa alternativa, fumetti, street food, citazioni di Massimo Cacciari, profeta del pensiero negativo, radio libere, Bob Marley, ma senza canne. Una cornice rurale in cui la nuova destra rinnova i suoi simboli, provando a sganciarsi dall’icona del duce, allineandosi ai capisaldi della critica alla modernità: il rifiuto della società massificata, il mondo messo sotto scacco da un capitalismo distruttore di terre, idee, valori, il nichilismo della società dei consumi, la tecnologia cattiva. I vertici del Movimento Sociale seguivano con apprensione. Non amavano il fantasy. Guardavano con sospetto. «Qui va tutto a puttane» pensava Almirante guardando questo Parco Lambro tolkieniano.
Scrivono Lucio Del Corso e Paolo Pecere in un libro in cui provano a smontare l’appropriazione da destra di Tolkien: «Il richiamo al Medioevo avviene soprattutto a livello iconografico, promuovendo in tutti i modi tra i partecipanti la diffusione del simbolo della croce celtica – apposta su adesivi, magliette, poster, persino monili d’argento – allo scopo di sostituire il simbolo del fascio littorio, ormai retaggio del passato (tra le altre cose, il 12 giugno, prima della chiusura del campo, i convenuti improvvisarono una sorta di enorme croce celtica umana)». E sulla croce celtica umana a Montesarchio, Rauti e Almirante prendono le distanze. Vedono nella deriva fantasy un abbandono della militanza politica. Una fuga dalla realtà. Che ce ne facciamo di questi che giocano a fare i templari a Montesarchio? Si apre una frattura generazionale. Mezzo secolo dopo, i tolkieniani sono al governo.
Il successo di Tolkien in Italia è una personale e rocambolesca vendetta di Alfredo Cattabiani, storico delle religioni, spiritualista di formazione gesuita, influenzato dai lavori di Del Noce e Mircea Eliade. Uno che in pieno Sessantotto «usava i saggi su De Maistre, Rosmini, Simone Weil, Bernanos, La Rochelle, Prezzolini, come mattoni utili a costruire un muro di riflessione cristiana contro la deriva comunista». Celebre l’aneddoto della sua tesi di laurea su De Maistre, discussa a Torino alla fine degli anni Cinquanta, relatore Luigi Firpo. Mentre Cattabiani espone con brillantezza il suo lavoro, Bobbio, seduto in commissione, prende la tesi e la scaraventa per terra. «Non discuterò in quest’aula di un teorico della schiavitù!» E anche se gli fanno notare che un conto è De Maistre, altro una tesi su De Maistre, Bobbio non sente ragioni.
Cattabiani si laurea e capisce subito l’aria che tira. Resterà per tutta la vita un intellettuale appartato, tranne che per una breve parentesi, alla fine degli anni Sessanta, quando viene catapultato al centro della scena culturale come responsabile editoriale della Rusconi. Qui nasce il «problema Tolkien».
Reazionario, cattolico, fascista, monarchico, sono tutte etichette appiccicate a Rusconi e che da lì passano per osmosi al Signore degli Anelli, naturalmente senza averlo neanche letto.
Rusconi, «quello dei rotocalchi», quello di «Gente», si era messo in testa di fare libri seri. Alla fine degli anni Sessanta, con Longanesi e Rizzoli in declino, capisce che c’è spazio per operazioni editoriali controcorrente e anticonformiste, rispetto al canone marxista dominante e divenuto straripante col Sessantotto. E allora chiama Cattabiani.
Rusconi è un liberal-cattolico, anticomunista, vecchio stile, ma ragiona da imprenditore. Cerca successi editoriali. Ha un gran fiuto. C’è un nuovo mercato culturale per la «maggioranza silenziosa» e vuole occuparlo. Per Cattabiani si tratta invece di immaginare nientemeno che un controcanone trascendentale per la cultura italiana. Un centinaio di titoli in poco più di tre anni: Bernanos, Jünger, Simone Weil, Del Noce, Mircea Eliade, Elémire Zolla, Cristina Campo, l’esordio di Guido Ceronetti con Difesa della luna, i pamphlet anticomunisti di Armando Plebe. È un grande prequel dell’ascesa di Adelphi che renderà tutto più chic e instagrammabile.
L’operazione Rusconi è intelligente, funziona, quindi viene subito respinta in blocco dagli intellettuali. La casa editrice è bollata come neofascista, boicottata, demonizzata. «Un pericolo per la democrazia». I libri Rusconi sono esclusi dal giro delle recensioni che contano oppure ridicolizzati. Più inammissibile dell’«apertura a destra» è il passaggio dai rotocalchi con principi e principesse in copertina ai libri di filosofia, fatti anche per vendere, agitare le acque, sfruttare un mercato lasciato scoperto.
«Un certo capitale editoriale,» scriveva Umberto Eco, «passato dal nutrimento morale delle folle (vedi certi rotocalchi “savoiardi”) al nutrimento delle élite, sta offrendo occasioni contrattuali convenienti a studiosi e scrittori, alcuni dei quali rimanevano isolati per vocazione, e altri non sono altro che arrampicatori frustrati.» Rusconi, che si era fatto da solo sgobbando per Rizzoli, era l’intruso. Il parvenu. La nemesi di Giulio Einaudi, il Principe, il predestinato, l’Eletto che avrebbe salvato la cultura italiana. Gli intellettuali amano l’aristocrazia e odiano più di ogni altra cosa la classe media che scala posizioni. È sempre stato così.
Tolkien e Gramsci
Il Signore degli Anelli esce in volume unico per Rusconi nel 1970, con una prefazione di Elémire Zolla, dopo due rifiuti della Mondadori e un tentativo della piccola casa editrice Astrolabio, nel 1967, che però andò male, nonostante ottime recensioni, tra cui Mario Praz e Gabriele Baldini sul «Corriere». È il gran colpo di Cattabiani che però inizialmente era perplesso: nani? gnomi? elfi? Mah… Lo convince Zolla. Lo convincono Quirino Principe e Piero Crida che disegnerà la copertina. Anche Rusconi all’inizio non voleva. Poi lascia fare. Butteremo un po’ di soldi, pazienza.
Rusconi fece stampare trecento copie, fuori commercio, rilegate in pelle, col nome del ricevente inciso sopra. Fanfani aveva la copia numero 2, Rumor la 8, Maria Bellonci la 248, la numero 1 era per Cattabiani. Rusconi è anche il primo a utilizzare il termine fantasy per pubblicizzare il libro di Tolkien. Sin lì si usava «fantastico» (quello che Todorov portava ai piani alti della teoria letteraria e della rispettabilità). Sui giornali ora si leggeva: «Tolkien ha fatto conoscere in Italia il filone della fantasy», con l’articolo femminile, anche inclusivo.
Fu soprattutto Zolla, di ritorno dagli Stati Uniti dove gli hippie impazzivano per Tolkien, a suggerire a Cattabiani di prendere il libro. Sulla fascetta della prima edizione c’era infatti scritto «la Bibbia degli hippies».
Tolkien, dunque, in Italia non andava bene non perché era conservatore, ma perché era finito in un libro Rusconi e la sua ascesa editoriale coincideva col primo arrembaggio della destra al sistema della cultura ufficiale.
Dietro l’operazione c’era un direttore editoriale di destra (Cattabiani), un prefatore di destra (Zolla), un curatore di destra (Quirino Principe), almeno secondo gli standard degli anni Settanta, quando per essere di destra bastava qualche simpatia socialdemocratica. Il verdetto del Tolkien rusconiano, divenuto nel frattempo bestseller, era senza appello: trattatasi di favola reazionaria.
Però, quando nel 1975 Einaudi traduce Il cacciatore di draghi (un inedito di Tolkien), «l’Unità», che aveva passato sotto silenzio Il signore degli Anelli, elogia subito «l’ironica e bellissima fiaba». Inizia da qui un’altra ricezione di Tolkien che rimbalza tra giovani di destra, situazionisti, anarchici, indiani metropolitani, come spesso capita con gli oggetti di culto. Quando arrivano i film di Peter Jackson, Tolkien diventa un fenomeno globale, come Star Wars, Harry Potter, i film della Marvel. Ma in Italia si continua come se niente fosse.
All’epoca dell’operazione Rusconi, Cattabiani non si capacitava del perché Mondadori, Einaudi o Bompiani non avessero tradotto Tolkien, già da anni uno dei libri degli autori più letti dalle nuove generazioni. «Mi sembrava improbabile che i consulenti dei maggiori editori, che spesso si recavano oltre Manica, non avessero saputo del suo successo e mi rifiutavo di credere che l’avessero respinto per motivi ideologici» dice. Proprio la doppia adozione di Tolkien da parte degli hippie e dei giovani della nuova destra dimostrava la forza dell’opera, che però nessuna grande casa editrice italiana aveva intuito. Il Signore degli Anelli dava vita a un potente mondo alternativo che in quel momento, a ridosso del Sessantotto, poteva suggerire un rifugio nel Mito, una critica del presente, un rifiuto dell’esistente in salsa tradizionale o controculturale, insomma qualsiasi cosa. Gli Hobbit caddero come una pietra d’inciampo anche nella lunga e maestosa strada del Progresso che da Marx e Gramsci ci aveva portato a Sartre, Brecht, Lukács, Potere Operaio. Il bestseller tolkieniano divenne «vasto fenomeno di costume» di cui non si poteva non tenere conto. Gli elfi si intrufolavano anche tra operai e barricate.
Tra i primi lettori del manoscritto c’è Elio Vittorini, direttore della collana Medusa e consulente per Mondadori, che lo riceve nel 1962. Immaginiamoci allora l’autore di Uomini e no e Conversazione in Sicilia alle prese con milletrecento pagine di nani, hobbit, elfi, orchi, stregoni, anelli. Vittorini ci prova. Lo legge in inglese. L’inglese di Tolkien. E non è detto che abbia capito tutto. Ha in mente Faulkner, Hemingway, si attacca anche a Shakespeare ma niente. Non ce la fa. Ci furono letture anche positive di altri consulenti, ma nel complesso Mondadori lo considerava troppo «nordico» per l’Italia. Probabilmente nel 1962 Tolkien non avrebbe trovato molti lettori, mancando anche la spinta delle controculture giovanili che si impossessarono del libro. Ma c’è un passaggio della sua nota interna che parla ancora di noi, oggi: per avere successo, scrive Vittorini, il libro avrebbe dovuto «implicare la metafora di una qualche attualità, ma ciò non si verifica affatto». Un romanzo doveva essere realistico o almeno allegorico. Parlare del presente anche se parlava del passato. E denunciare, impegnarsi. Doveva avere uno scopo. In Tolkien invece non c’era nulla che s’avvicinasse ai Grandi Temi italiani (realismo sociale, classe operaia, lotte contadine ecc.). Era letteratura di pura evasione, fuga dalla realtà. Inutile. A Tolkien, insomma, mancava Gramsci.
Né di destra, né di sinistra, il fantasy era ed è intrinsecamente nostalgico. Guarda a un passato mitizzato – il Medioevo, l’Antichità, l’Arcadia – come a un’epoca d’oro perduta. La Contea di Tolkien è un’Inghilterra rurale preindustriale; Fantàsia di Ende è un regno dell’immaginazione minacciato dal Nulla della modernità; Westeros di Martin è un’Europa feudale senza Chiesa ma con i draghi. Questa nostalgia non è conservatorismo in senso stretto – può essere anche critica del presente, utopia retroattiva, desiderio antimoderno di un mondo più incantato. Risuona insomma con chi diffida del progresso, della globalizzazione, della dissoluzione delle identità.
Infine, c’è la questione dell’eroismo individuale. Nel fantasy, la storia è fatta da eroi, non da classi sociali o da processi economici. È Frodo che porta l’Anello a Mordor, non una rivoluzione proletaria. È Atreju che attraversa le Paludi della Tristezza, non un movimento di massa. Questa centralità dell’eroe – del leader, del predestinato, del «prescelto» – si sposa bene con una politica carismatica, verticale, personalistica. Si sposa bene col nostro tempo. Non è un caso che Meloni abbia fatto della propria biografia una narrazione eroica: la ragazza di Garbatella che diventa la prima donna presidente del Consiglio, la militante che non ha mai mollato, la madre che governa un paese.
Del resto, le egemonie non si costruiscono con i manifesti. Si costruiscono con le feste, i riti, i ricordi d’infanzia. Con le piste di pattinaggio e l’odore di vin brulé. Come si costruivano una volta con gli Inti-Illimani alle Feste dell’Unità, i tortellini in piedi sotto il tendone, i padri che compravano «l’Unità». O con i centri sociali negli anni Novanta, dove andavi a sentire la tua garage band preferita e all’ingresso firmavi appelli a caso per la Palestina, per Cuba, per il Chiapas, per i curdi, per chiunque fosse abbastanza lontano da non richiedere verifiche, purché ti lasciassero entrare al concerto. Funzionava così. Funziona ancora così. Con le cose che sembrano innocue, normali, ovvie: il fantasy, gli arrosticini e Mariah Carey, mentre si pattina ad Atreju.
IX
La «Repubblica delle Idee»
«Da ragazzo, all’inizio degli anni Novanta, leggere “Repubblica” era soprattutto un fatto estetico» mi dice uno dei testimoni che ho interrogato per questo capitolo (giornalisti, lettori, persone che «sono diventate di sinistra grazie a “Repubblica”», che ci lavorano o ci hanno lavorato).a Pronuncia «Repubblica» come si pronuncia il nome di un primo amore e in quella frase c’è già tutto un mondo che scompare. Ultimo presidio dell’egemonia culturale della sinistra italiana, roccaforte delle professoresse democratiche, tempio del middlebrow, «Repubblica» è ora in vendita a un armatore greco con ottimi rapporti a Riad e Mar-a-Lago, giusto in tempo per i cinquant’anni del giornale. Adieu!
«Più che altro leggevo “il Venerdì”, perché “Repubblica” lo sfogliavo. Lo comprava mio padre e lo trovavo in casa, mentre il supplemento lo leggevo per tutto il fine settimana. Articoli, impaginazione, tono, grafica: tutto ti faceva sentire parte di un club esclusivo. Con la rubrica sentimentale di Aspesi, le risposte di Scalfari ai lettori, la pubblicità patinata ma non pacchiana. Tutti i giornali negli anni Novanta mi sembravano vecchi, tranne “Repubblica”».
«“Repubblica” ha accompagnato sia me che mia sorella, non lo abbiamo mai tradito, ferme e fedeli come mai con gli uomini.» Oppure: «Mio padre era un convinto e fiero partigiano, uomo colto, intelligente, amante della letteratura, dell’arte, della storia, delle belle cose, capì subito che “Repubblica” sarebbe diventato un punto di riferimento». E ancora: «Vorrei ricordare Beniamino Placido, Gianni Brera, Giorgio Bocca, Mario Pirani, Piero Ottone, Gianni Mura, Ernesto Assante, ma un pensiero particolarmente grato va alle dieci domande a Berlusconi e al loro ideatore, Giuseppe D’Avanzo». Queste invece sono alcune delle testimonianze recapitate al giornale per celebrare il suo primo mezzo secolo («Le mail sono tutte vere» mi dice un’amica che lavora a «Repubblica», anche quello che scrive: «Vinsi il concorso in banca grazie a Scalfari, perché la sera prima della prova scritta avevo letto un suo illuminante fondo sull’inflazione»; nella golden age del giornalismo con «Repubblica» si trovava lavoro).
Sono naturalmente persone dai cinquanta-sessant’anni in su. L’ultima generazione di italiani che può dirsi davvero repubblicizzata. Quella che comprava e forse compra il DVD, CD-ROM. «Non esiste progetto politico, compresa la linea di un quotidiano, che non debba accompagnarsi a un progetto culturale» disse subito Scalfari in quello che era in effetti un programma-manifesto: raccogliere la vocazione egemonica della sinistra, rilanciarla in una società fluida, senza più classi, a immagine e somiglianza di un vasto ceto medio progressista che si nutre di cose belle, raffinate, esclusive ma anche di massa. L’homo novus scaturito dal tracollo della vecchia egemonia del PCI, spaventato dal radicalismo della lotta armata, entrato titubante negli anni Ottanta, scopriva con «Repubblica» una nuova famiglia in cui conciliare le esigenze dell’IO e quelle del NOI. È il fatidico «riassorbimento della società politica nella società civile» (Gramsci). È «la Repubblica» l’ultima spiaggia dell’egemonia e grande ascensore culturale per scrittori e intellettuali, col Padre Fondatore compagno di banco di Italo Calvino, agitatore delle notti di via Veneto, autore di libri a quattro mani col Papa, vate del giornalismo riunito in un doppio «Meridiano», morto il 14 luglio, mica un giorno qualsiasi.
Un’opera mondo
I primati del giornale sono noti: il primo vero quotidiano nazionale che supera le appartenenze locali, il sorpasso sul «Corriere», la rivoluzione nel linguaggio e nel formato (l’abolizione della «Terza pagina», la cultura squadernata nel paginone centrale, come una vetrina delle idee, e all’inizio la rimozione dello sport, segno inequivocabile di distinzione). Una storia del giornalismo italiano divisa in due: prima e dopo «la Repubblica».
Ma «la Repubblica» non è mai stato solo un giornale. Essere lettori della «Repubblica» ha sempre significato qualcosa di più: un grande movimento d’opinione, un partito senza elettori, il «partito-Repubblica», secondo la nota formula, sempre però respinta dai suoi fondatori e direttori. E ancora: un’officina del ceto medio riflessivo, un laboratorio permanente di identità, mode, lifestyle della sinistra italiana, uno sfogatoio collettivo per le sue sconfitte, una vetrina aspirazionale per scrittori e intellettuali. Un’isola di supremazia morale e culturale: «Repubblica» e il regno di Capalbio, due grandi invenzioni dei Caracciolo.
Non un giornale allora, ma un’Opera Mondo, secondo la definizione letteraria di Franco Moretti: opera corale, stratificata, molteplice, testo sacro della società civile, inclassificabile rispetto ai canoni e ai generi: «la Repubblica» come il Faust, Moby Dick, i Cantos, La terra desolata, Gli ultimi giorni dell’umanità, L’uomo senza qualità, che si potevano trovare anche citati tutti insieme in un editoriale dell’ultimo Scalfari domenicale, o acquistare in edicola a 4,90 euro l’uno, con la collana «Novecento» della Biblioteca di Repubblica, quando nessuno si preoccupava troppo delle piccole librerie del centro che chiudono.
All’alba della grande guerra culturale contro il berlusconismo, gli oggetti, gli autori, gli intellettuali, i libri, gli artisti adottati da «Repubblica» erano quelli giusti e presentabili. Il resto era o troppo snob e di nicchia («Il Foglio») o troppo vecchio e antagonista («il manifesto») o vecchio e basta («Corriere», «Stampa»). Per la terza pagina del «Giornale» di Montanelli, quella di Piovene ed Enzo Bettizza, era tardi. A quelle cose poi ci si arriva sempre dopo.
«Repubblica» ti portava in un mondo, non informava ma «arricchiva». Rafforzava la sensazione di essere dalla parte giusta, bella e democratica del paese, e che tutto questo fosse semplicemente nell’ordine naturale delle cose.
Ma è soprattutto «l’estetica di Repubblica» che torna spesso nei racconti che ho sentito. Lo shock visivo della foto a colori in prima pagina, il titolone sparato in grande (altra cosa inedita per il giornalismo italiano). Lì veniva fuori tutto il mestiere di Scalfari, la sua militanza nel «Mondo», la conoscenza delle tecniche aggressive da rotocalco.
Era il «giornale prodotto» che tanto inorridiva il vecchio lettore comunista. «Repubblica» cavalcava battaglie civili ma lanciava anche «Affari & Finanza», il primo settimanale economico italiano. Un progetto chiaro e definito, sin dal font usato, lo stesso di «Capital», la bibbia dei manager anni Ottanta.
Poi arriverà «l’Eugenio», omaggio al fondatore, carattere elegante, creato dallo studio grafico che cura il «Guardian», soprattutto un po’ più grande, per venire incontro all’età media del lettore con la vista che si abbassa ogni mese. Poi anche «l’Eugenia», tributo a «D» di «Repubblica», mobile, fluido e contro il patriarcato.
Estetica della prima «Repubblica»
Nella prima «Repubblica», quella di fine anni Settanta, l’idea di mettere insieme «sinistra» e «mercato» («la saldatura tra operai e borghesia» diceva Scalfari), passava soprattutto dall’estetica. Ci si rivolgeva a una sinistra non più comunista, una sinistra «di Repubblica» che custodiva la formula segreta, l’algoritmo di «una certa idea dell’Italia», come da massima gobettiana, che i direttori di «Repubblica» amano citare spesso.
Le Brigate Rosse che rapiscono Moro non potevano fotografarlo se non con quel giornale in mano. Il rimescolamento del compromesso storico era già all’opera. Quella foto farà schizzare le vendite del quotidiano che all’epoca aveva solo due anni di vita. Moro è stato il primo, involontario testimonial di «Repubblica».
Tre anni dopo, il giornale approfitterà del coinvolgimento del «Corriere» nello scandalo della P2, strappando lettori e firme prestigiose al quotidiano milanese. È il fatidico «sorpasso». Uno shock. Come quando Canale 5 superò per la prima volta la Rai negli ascolti.
Il progetto egemonico di «Repubblica» puntava tutto sulla cultura e il lifestyle per preparare il terreno al Grande Disegno di una sinistra al governo, sempre rivendicato a chiare lettere da Scalfari, anche se poi si cambieranno spesso obiettivi, strategie, interlocutori: una «Repubblica» laica e di sinistra ma sospetta al PCI, poi vicina al PSI, intrigata dalla DC di De Mita, quindi piattaforma dell’Ulivo. Infine, «la Repubblica» della irriducibilità morale, della lotta continua al berlusconismo, delle domande di D’Avanzo e della lettera aperta di Veronica Lario. Quella che per la mia generazione è «la Repubblica».
«La cosa che mi interessa di più è la partita culturale, definire, oltre all’agenda politica, l’agenda culturale per un pezzo di paese» diceva Ezio Mauro. Il vecchio club esclusivo e snob di Pannunzio diventa così di massa. Accoglie le istanze delle tante professoresse democratiche che nel cuore custodiscono la «questione morale» e saranno per «Repubblica» quel che la «casalinga di Voghera» era per la vecchia TV generalista. Costruito su un’immagine cosmopolita e urbana, «Repubblica» è radicato di fatto nella media provincia italiana. Diventa quotidiano nazionale, senza una città di riferimento ma con un magnetico effetto comunità, un movimento centripeto che raduna una provincia diffusa. Caracciolo era un grande amante dei piccoli giornali di provincia, se li comprava (nel senso della proprietà) e li monitorava, li leggeva, li considerava la vera factory del giornalismo italiano. Concita De Gregorio si farà strada a «Repubblica» arrivando dal «Tirreno».
«La Repubblica» di Scalfari e De Benedetti era un mondo aperto, una finestra spalancata sulla modernità, ma governato con le ferree regole di un Impero asburgico. Accoppiamenti giudiziosi, corna in famiglia, tante province sparse e una Vienna a forma di Capalbio.
Chi usciva da quel mondo restava spretato. Non rientrava più. Giampaolo Pansa, tra i più amati da Scalfari, a un certo punto fa dei libri per conto suo, libri che vendono molto, dei bestseller. Per «Repubblica» diventa fascista. Uno da odiare. Fuori da «Repubblica» c’è solo l’impresentabilità.
Il mio avvicinamento a «Repubblica» è stato tardivo e breve, perché cominciai a leggerlo in piena caccia alle streghe, quando le prime quindici pagine del giornale erano dedicate a Berlusconi, un giorno sì e l’altro pure. Solo scontri tra il Bene e il Male, l’ombra del fascismo sempre imminente. Mancavano i dubbi. Mancava la anche vaga e remota possibilità che una vittoria del centrodestra non fosse la fine della democrazia. Ma certo anche io subivo «l’effetto “Repubblica”». La «posa “Repubblica”». Sognavo di essere Bernardo Valli inviato a Parigi. Me lo immaginavo seduto al Café de Flore, elegantissimo, davanti a un Kir Royal, a scrivere un pezzo sulla mostra di William Klein vista a Beaubourg la sera prima.
Alcuni segni di riconoscimento:
«Quando entravi in una casa dove si leggeva poco o niente c’era sempre in bella mostra il libro di Vespa, mentre nelle case di sinistra c’era la collana “Novecento” della Biblioteca di Repubblica» mi racconta un’altra fan di «Repubblica». La Biblioteca di Repubblica era l’Enciclopedia Einaudi senza le rate (volendo c’era l’Enciclopedia di Repubblica, in collaborazione con UTET, prezzo stracciato). Volumi eleganti, veste grafica accattivante, colori pastello. Gli Adelphi per chi non leggeva gli Adelphi. Prima uscita: Il nome della rosa (più didascalici di così).
«Per la mia generazione, Cent’anni di solitudine è un libro di “Repubblica”, non di García Márquez. Credo di averli ancora tutti. E oggi quando vedo Ezio Mauro in qualche collegamento video come ospite in un talk show con i volumi della collana alle spalle quasi mi commuovo.» È il canone letterario di «Repubblica»: La strada di Swann, Il vecchio e il mare, Memorie di Adriano, Il giovane Holden che entravano nelle case degli italiani. Come i vecchi «Oscar» Mondadori, ma qui con un progetto preciso, quella «certa idea di Italia» sempre in testa.
La collana fece subito numeri pazzeschi. «Non si era mai tentato nulla di simile» scrive oggi «Repubblica» glorificando la propria iniziativa: «portare la grande letteratura nelle edicole, ma senza danneggiare le librerie, piuttosto creando un circuito virtuoso, un effetto rimbalzo in alcuni casi in grado di rivitalizzare i cataloghi degli editori».
Con «Repubblica» si potevano tentare quegli esperimenti filosofici di annullamento delle barriere tra teoria e prassi, astrazione ed esperienza (come sarebbe vivere nel Tractatus di Wittgenstein? Che aspetto avrebbe il mondo prendendo alla lettera Essere e tempo?). Quindi si poteva «pensare Repubblica», «mangiare Repubblica», «viaggiare Repubblica», vestire come suggeriva «Repubblica», seguire i consigli di «D» di «Repubblica», fare gite fuori porta con le guide di «Repubblica» sottobraccio. Anche nella musica, Max Gazzè, Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, avevano tutti la benedizione di «Repubblica» o ancora meglio di «XL», il mensile musicale di «Repubblica». Ci scrivevano Niccolò Ammaniti e Carlo Lucarelli. E poi se piacciono a Ernesto Assante e a Gino Castaldo piaceranno anche a te. «Quando Ute Lemper veniva in Italia, “Repubblica” dichiarava l’evento imperdibile. A me annoiava, troppo tedesca, troppo Brecht, però lavorando in redazione mi sentivo un po’ in colpa a dirlo.»
Massimo Bottura col suo proustiano «ricordo di un panino alla mortadella» è anche una creatura di «Repubblica». La Puglia su «Repubblica» non è mai solo la Puglia ma «la regione che Guido Piovene definiva terra di passaggio e di venti e di nuvole». «Certe isolette della Grecia,» mi racconta un’amica che lavora a «Repubblica», «pensavo esistessero solo nell’inserto dei “Viaggi di Repubblica”. Ora stiamo spingendo molto Karpathos, nel sud dell’Egeo» (leggo su «Repubblica»: «Qui c’è una società agricola che ha resistito sinora al turismo e persino all’asfalto. Beni e terreni, e cognomi, si trasmettono al femminile. Le matriarche ricamano e lavorano i campi, producono il pane e fanno le dichiarazioni dei redditi»). L’isola di «Repubblica».
Grande palcoscenico del mondo Slow Food, «Repubblica» trasformava Carlo Petrini in un personaggio culturale del nostro tempo, vate dei grani antichi, del lievito madre, del chilometro zero. Nelle interviste su «Repubblica» se la prende con la «logica del profitto», il consumismo, cita Pasolini «che diceva che senza più contadini e senza più artigiani non c’è più la storia». Dalla fusione «Repubblica»-Slow Food scaturisce tutta una via glamour alle fantasie di povertà della sinistra, come nel Cinema Del Reale, come nei film di Alice Rohrwacher. Si squaderna la tradizione italiana di ricerca del vero, del genuino, dell’autentico, del bello purificato dall’industria: dai sacchi poveri di Burri ai maglioni di Brunello Cucinelli, l’Adriano Olivetti del cachemire, idolo di «Repubblica» che ora dice: «La Cina sarà il benessere dell’umanità».
È questa promessa di borghesia cosmopolita, raffinata, esclusiva, ma di massa e semicolta che «Repubblica» sventaglia agli occhi degli italiani alla fine degli anni Novanta. Anni che coincidono con la «seconda» (o «terza» o «quarta») «Repubblica», quella che rivendicherà il copyright morale, estetico, culturale e giudiziario sull’antiberlusconismo (un mondo e un giornale che finiscono di fatto quando Berlusconi esce di scena).
Amore per una borghesia colta, illuminata, astratta, rappresentata però da insegnanti e statali. Fastidio, rifiuto o anche odio per la piccola borghesia dei lavori pratici, quella che sembra fare a meno di tutte le cose belle che piacciono a «Repubblica».
«Leggevo “Repubblica” negli anni di Berlusconi, che per me erano gli anni del liceo. Ero di sinistra, quindi dovevo odiare Berlusconi. Ma allo stesso tempo non mi sentivo comunista come i fricchettoni che leggevano “il manifesto” o mio padre che leggeva ancora “l’Unità”. Volevo essere borghese. Una borghese di sinistra che viaggia, mangia in bei ristoranti, vede bei film, frequenta i grandi festival culturali, ha amici a Parigi, a New York. “Repubblica” mi dava l’idea di poter diventare così, anzi di sentirmi già così. Vengo da una piccola provincia e da lì “Repubblica” mi sembrava un corridoio che ti tirava fuori, con quei bei reportage a doppia pagina che ti raccontavano il mondo. In provincia, l’attivismo di sinistra sapeva di salsicce e braciolate alla Festa dell’Unità e circoli Arci.»
Era la comunione perfetta: lusso, glamour e coscienza civile. Come nel romanzo Le cose di Perec. Un inventario dei desideri del consumismo anni Sessanta, coi due protagonisti, Jerome e Sylvie, giovani studenti parigini che vanno alle manifestazioni contro la guerra d’Algeria ma sognano soprattutto soldi, ricchezza, lampade, divani di design, abbondanza di cose, oggetti, status symbol del neocapitalismo.
«Con “Repubblica” ti schieravi in modo netto, perentorio, però anche in un senso borghese, raffinato, colto. Eri sprezzante del berlusconismo soprattutto per via della televisione, per la sua estetica inqualificabile.»
Eroi di «Repubblica»
Ricordo un lungo editoriale di Scalfari qualche giorno prima dell’arrivo del Grande Fratello in Italia. Scalfari spiegava che il paese era pieno di problemi, il tracollo dello Stato sociale, la legge elettorale da approvare, il conflitto di interessi, ma lui avrebbe parlato di «qualcosa di ben più grave». Avrebbe parlato «della trasmissione in corso di allestimento su Canale 5 dal titolo Il Grande Fratello». Perché questa sarà «la fine del giornalismo, del teatro, della letteratura, del cinema». Perché sarà «seppellita la poesia e con essa i poeti e le persone aiutate dalla poesia a vivere attimi di commozione e partecipazione al creato». Perché anche «tornassero Flaubert o Stendhal, Dostoevskij o Tolstoj, Faulkner o Virginia Woolf» non se li filerebbe più nessuno.
Ma insomma, noi cosa potevamo fare? Scalfari intravedeva due soluzioni. La prima era sperare nella tenuta degli ascolti di Un medico in famiglia, «una fiction ottimamente riuscita»; però, «conoscendo l’indole dei nostri concittadini che sono tutti voyeur» diceva Scalfari, era un’ipotesi da scartare. Ecco allora l’idea di una radicale resistenza attraverso la poesia: «Sembra che parecchi giovani siano sensibili alla poesia. Forse bisognerebbe organizzare nelle case e magari nei teatri letture di poeti mentre la tivù trasmette Il Grande Fratello; sarebbe un modo di fare resistenza. Brigate partigiane che leggono poesie; è un’idea, parliamone: da cosa nasce cosa». Come quegli anziani che nei paesi si facevano il segno della croce quando passava il treno, emblema diabolico della modernità.
Ma questa era appunto una «Repubblica» che non aveva più niente a che fare col giornale rotocalchesco e aggressivo degli anni Ottanta. L’antiberlusconismo aveva dato lustro, identità, valanghe di lettori a «Repubblica». Un’Italia sempre indignata, severa, col ditino puntato verso l’altra Italia, quella che, del tutto inspiegabilmente, non seguiva i consigli elettorali di «Repubblica».
Scriveva in quegli anni un lettore a Scalfari: «Sono abbastanza colto, ho letto più o meno gli stessi libri e ascoltato le stesse musiche dei miei amici di sinistra, viaggio all’estero per lavoro e per diporto; insomma sono un italiano come milioni di altri, ma non ho mai votato e mai voterò per la sinistra». Inconcepibile. E infatti Scalfari rispondeva che era sbagliato dividere il Bene e il Male, che le contrapposizioni frontali tra due metà del paese fanno male a quel paese, salvo ricordare che però una della metà qui era «allergica alle regole». Un’Italia di grandi spiriti contrapposta a una sotto-Italia, secondo una definizione di Moravia affidata alle pagine dell’«Espresso» alla fine degli anni Cinquanta, «l’Italia del tifo e della prosa incredibile delle gazzette sportive; delle canzoni imbecilli di Sanremo; della televisione tanto cara alle famiglie; del qualunquismo, della mafia, delle madonne che piangono e che muovono gli occhi, delle lotterie statali, dei neomilionari e dei neocriminali, dei fusti e delle maggiorate fisiche e di non sappiamo quante altre manifestazioni melense, viscerali, sentimentali, e misteriose».
Eroi di «Repubblica». C’è il Saviano scrittore di successo col bestseller Gomorra. Il Saviano Mondadori. E c’è il Saviano eroe civile, martire, guardiano della democrazia che è invece un’invenzione di «Repubblica». Saviano diventa «Saviano» quando muore Taricone, il primo eroe del Grande Fratello. Quel giorno, nella riunione di redazione a «Repubblica», qualcuno dice «ma perché non chiediamo un commento a Saviano?». Saviano aveva fatto lo stesso liceo di Taricone, a Caserta. Non erano stati neanche in classe insieme, ma tanto bastava a renderlo una voce autorevole per commemorare «O’ guerriero». A nessuno sin lì era venuto in mente che Saviano potesse parlare a braccio di un po’ di tutto, à la Pasolini. Che potesse diventare un oggetto culturale di massa, duttile, plastico, versatile.
Scalfari in quegli anni accarezzava l’idea di una forza politica, un grande movimento della società civile con dentro Saviano, pilastro etico, faro morale contro «l’Italia del malaffare». Saviano doveva entrare nelle coscienze degli italiani e il gancio con la morte di Taricone era perfetto. Un Saviano pop, quello che poi andrà ad Amici di Maria De Filippi. Ecco un passaggio del pezzo che si intitolava Io e lui compagni di scuola (sottotitolo: «Soffro per non averlo ringraziato perché mi difese dopo gli attacchi di Berlusconi»): «Amava volare, “perché il cielo non tradisce”, come ogni paracadutista sa. A tradirlo è stato l’atterraggio, è stata la terra. Mi mancherà riconoscere nei suoi sguardi e nel suo atteggiamento l’inconfondibile matrice della mia terra, mi mancherà, guardandolo, ricordare la nostra adolescenza, le manifestazioni a scuola, le gite. Quella vita che lo attraversava e mi contagiava. Addio Pietro, addio guerriero». Lacrime.
Negli anni dell’antiberlusconismo ruggente, «Repubblica» è la startup di riferimento di intellettuali, attivisti, scrittori che cercano l’approdo in classifica, un corridoio per un premio letterario, una rubrica fissa, un filo diretto con la società civile. Entrare nel pantheon di «Repubblica» voleva dire difendere il paese dalle continue emergenze democratiche. Stare in prima linea. È il giornale del «partito degli intellettuali», secondo la formula di Pierluigi Battista. Il giovane giornalista di «Repubblica» che vuole fare carriera, tentare lo scatto di categoria, diventare quindi intellettuale e opinionista indignato, deve invece pubblicare un libro. Non importa su cosa, purché con Feltrinelli o Einaudi. Seconda scelta Rizzoli. Mondadori, solo se sei Augias.
«Repubblica» in quegli anni s’inventa Lorella Zanardo e offre appoggio incondizionato e promozione permanente al Corpo delle donne, documentario, libro Feltrinelli, relativa battaglia su «Repubblica», tour nelle scuole quando ancora non si diceva «patriarcato». Zanardo viene spinta dal vento di «Repubblica» sino alle soglie del CDA Rai. Poi però non se ne fa nulla. Piano piano esce di scena, declassata a «blogger del “Fatto”». «Repubblica» dà, «Repubblica» toglie.
«Repubblica» plasma il fenomeno Recalcati, il Sorrentino della psicanalisi che seduce l’inconscio delle professoresse che leggono gli inserti culturali del quotidiano. «Repubblica» lancia Michela Marzano, filosofa, parlamentare del PD, scrittrice che si occupa di «corpi», dà voce alle vittime di violenza di genere e su «Repubblica» lancia sfide non raccolte a J.K. Rowling («Pensa davvero che il proprio essere donna coincida con il proprio sesso biologico?»). Poi, come in un plot twist di una telenovela brasiliana, Marzano scopre di avere un nonno fascistissimo. Uno che «nel maggio del 1919 aveva contribuito alla nascita della sezione romana dei Fasci di combattimento». Allora ci tira fuori l’ennesimo libro, romanzone con titolo à la Austen, Stirpe e vergogna. Molto promosso, molto lanciato su «Repubblica», come confessione aperta che ruota – indovinate un po’ – intorno al fatto che «i conti con il fascismo non sono mai stati fatti non solo a casa mia, ma anche in Italia».
«Repubblica» cavalca l’ondata di wokismo all’italiana, arrivata dopo un lungo lavoro preparatorio di Michela Murgia, che diventa Michela Murgia anche grazie a «Repubblica».
Crescono piante e alberi del murgismo: Chiara Valerio, Nicola Lagioia, pezzi sparsi della famiglia queer (Murgia poi rompe con «Repubblica», l’intervista in cui rivela di avere pochi mesi di vita la rilascia al «Corriere», grande smacco). Scrittori, intellettuali, musicisti, poi anche chef, influencer, tiktoker, attivisti si trasformano con «Repubblica» in un patrimonio della società civile. C’è una Elodie che svolazza tra i pali della lap dance e una Elodie santino di «Repubblica», che svolazza tra i pali della lap dance ma come watchdog dei diritti, eroina della giustizia sociale, finalmente libera, finalmente donna, non oggetto (io maschio sono costretto a spiegarlo a mia moglie femmina ogni volta che parlando di Elodie lei continua a vedere solo un corpo perfetto e una grande gnocca-performer, poi dice che c’è il mansplaining). L’immunologa Antonella Viola passa con disinvoltura, grazie a «Repubblica», dai batteri ai festival letterari. Ora è il turno di Edoardo Prati, bambino prodigio delle Belle Lettere, la svolta. Lo Shirley Temple del nostro liceo classico, rimbalzato tra Fazio e i podcast di «Repubblica». È la linea «teen» del gruppo Espresso. Quando in scena entrano i poco più che bambini è sempre segno di decadenza, basso Impero. Come quando il comico un tempo famoso, ma che da anni non fa più ridere, si gioca lo sketch vestito da donna. Dice Guia Soncini:
Il mondo è di Edoardo Prati, che con un po’ di parlantina e quattro nozioni alla portata di chiunque abbia sfogliato un Bignami di letteratura ha conquistato tutto il cucuzzaro del ceto medio riflessivo, da Fazio a «Repubblica». Quest’inverno faceva una serata al Duse, il teatro di prosa più prestigioso di Bologna, e io mi sto chiedendo da mesi se il fatto che io alle medie abbia visto lì Gassman e Proietti, Bene e Gaber, e i ragazzini di oggi ci vedano Edoardo Prati, se sia questo il più clamoroso segnale dell’apocalisse delle élite culturali, o sia proprio necessario aspettare la pioggia di rane.
Oppure si torna ai grandi classici. Il wokismo ha stancato. Ecco tutto un riflusso old fashioned: l’epica delle maestre, la pedagogia, la scuola diseguale, il romanzo di Viola Ardone sul PCI buono e giusto che salvava i bambini con una grande staffetta umanitaria. Un po’ di vecchia sinistra come si deve. Ma da anni l’intellettuale di «Repubblica» annaspa. Sente la mancanza di un nemico all’altezza di Berlusconi. L’ondata di fascismo, nazismo, tecnofascismo stellare, riaccende grandi speranze. Via libera al brand Mussolini. Via libera al fascismo martellante e ipnotico di Scurati, con tentativo di sorpasso a destra di Stefano Massini che cala la carta «Hitler». Scurati su «Repubblica» racconta il duce giorno per giorno, discorso per discorso, verbi al presente, un fitto gioco di specchi con l’attualità: «Quel giorno alla Camera seppellisce la democrazia» (Meloni? Salvini?), «i moderati sciamano verso l’uscita bisbigliando con disappunto» (Calenda? Renzi?). Massini allora tasta il terreno del nazismo. Ma il nazismo è lontano. Si attualizza meno. Su «Repubblica» ci racconta i lavori della Trump Tower tirata su come le piramidi («un tempio costruito in mancanza di ogni regola, con turni massacranti per gli operai e nessuna garanzia di sicurezza») che diventerà poi un libro su Trump. Oppure, Massini porta a teatro Scalfari, inteso come spettacolo, L’Italia secondo Eugenio. Cronache di fine millennio, raccontato da Stefano Massini.
Il modello è un po’ Emanuele Severino che, recensendo Incontro con Io di Scalfari, scriveva «in linea con Giacomo Leopardi … un libro che è insieme di poesia e filosofia». Il racconto su «Repubblica» della pièce aziendalista andata in scena all’Auditorium di Roma è una meraviglia sin dal titolo, Massini da brividi: è la voce di Scalfari. Ci si para davanti una «sala Sinopoli gremita e palpitante per un’ora e mezza in cui la voce di Scalfari è tornata forte, limpida a tuonare sul palco, fatta carne e sangue dal suo alter ego teatrale». Ecco Scalfari-Massini che incontra Moro, pochi giorni prima del rapimento, «ne raccoglie le preoccupazioni e la volontà di dare vita, per il bene della democrazia, al compromesso storico con il Partito comunista». Questo Moro «si staglia, nella voce di Scalfari in tutta la sua statura morale, pari solo a quella di Enrico Berlinguer, forse il personaggio della nostra vicenda comune che più scalda i cuori degli spettatori. Ancora oggi». Brividi, applausi, sipario.
Ormai un giornale non può non avere il suo festival, che è anche un nuovo modello di business per raccogliere sponsor e partner. I quotidiani non si leggono ma i «festival» sono gremiti di gente. Anche qui «Repubblica» ha aperto un mondo.
La prima edizione di «La Repubblica delle Idee» è a Bologna, nel 2012. Poi un gran giro d’Italia: Palermo, Reggio Emilia, Genova, Bari, Torino, Firenze, Napoli (ma a Roma e Milano non funziona, l’abbiamo detto: le radici di «Repubblica» sono nella grande provincia italiana). Bologna diventa quindi il punto di riferimento della festa, «la copia di mille riassunti» della ricca provincia italiana. Ogni edizione un grande tema da dibattere assieme tra giornalisti, intellettuali, personaggi della cultura e dello spettacolo. Titoli evocativi: Fondata sul lavoro (a Torino), In principio era il Logos (a Bari), Scrivere per ricominciare (a Firenze).
Leggendo i nomi dei partecipanti alle varie edizioni della «Repubblica delle Idee», ci si trova davanti alla borsa valori degli opinionisti culturali e delle pop star libresche di questi anni: chi sale, chi scende, il periodo Dandini, il periodo Baricco, la fase Recalcati, la scalata del murgismo, il jolly sempre mutevole del veltronismo. Ma lasciamo parlare i testimoni:
«Ho partecipato a varie edizioni, ricordo bene l’edizione di Napoli» mi racconta una giornalista di «Repubblica». «Era impressionante vedere così tante persone pazze per “Repubblica”. Gente che era lì per “toccare” Ezio Mauro o Massimo Giannini o Concita De Gregorio. I giornalisti erano accolti come star. Sai quando il cast di una fiction saluta i fan in qualche evento? Cose così.»
Bisogna osservarli da vicino, i devoti di «Repubblica». A Napoli, e anche in altre edizioni, si poteva ammirare la ricostruzione scala 1:1 di una redazione, il desk, le scrivanie. Un Madame Tussauds di «Repubblica».
«Tutti si mettevano in fila lì davanti, volevano farsi una foto, era l’attrazione del festival.» La cosa più stressante quando si prepara «La Repubblica delle Idee», mi racconta una giornalista che ci ha lavorato, è trovare un numero di donne adeguato nel parco relatori. «All’inizio magari ci si faceva meno caso, ma poi è diventato subito un problema.» Poche «voci al femminile». E così ti ritrovi Concita De Gregorio che deve farle tutte da sola, «one-woman-band». «Oppure si prendevano delle giornaliste, naturalmente non ti faccio nomi, ma insomma delle colleghe che sono state un po’ spinte ad avere delle opinioni che non avevano, creando poi anche dei fenomeni un po’ così, delle bolle, ecco. C’erano queste riunioni di redazione drammatiche, alla ricerca di una donna da affiancare a Zagrebelsky sulla Costituzione, a Todorov sulle derive delle democrazie, a Vito Mancuso sulle intelligenze artificiali, però non si trovavano mai. La soluzione era “chiederemo loro di moderare l’evento”. Capita ovunque, per carità, ma “Repubblica” è di gran lunga il giornale più maschilista dove mi sia capitato di lavorare.»
I festival dei quotidiani funzionano. Danno l’illusione che i giornali siano ancora una cosa viva. Ma ormai da anni siamo nella notte della «Repubblica». Vendite in calo, lettori che si sfilano, radicalizzazione del nostro Io online. È il tramonto del middlebrow. Il progetto egemonico di Scalfari, unificare classe media e sinistra, non esiste più. I lettori di «Repubblica» invecchiano, quelli nuovi non comprano giornali.
Scalfari aveva ragione sul Grande Fratello: ha davvero seppellito qualcosa. Solo che non era la poesia, non erano Flaubert e Virginia Woolf. Era proprio «Repubblica». Perché nell’Italia dei reality, dei talent, dell’indignazione permanente sui social, dell’estetica trash, del populismo come entertainment, non c’è più spazio per il progetto di un ceto medio colto che si riconosce in Ute Lemper e nelle guide di viaggio dell’Egeo.
a. I colloqui per scrivere i capitoli su «Repubblica» e le parti sulla fiction Rai sono avvenuti di persona in località segrete. Le fonti restano anonime.
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