Quelli che chiedono ai musulmani di dissociarsi dai terroristi. La dissociazione solo a parole non serve a niente. Mi aspetto che la comunità musulmana isoli ed espella i violenti, i predicatori che indottrinano i jiadisti. Non vedo niente di questo.
Mia mamma diceva, quando il chiasso vociante era al massimo in casa: "ma basta insoma" in dialetto mantovano.
lunedì 28 agosto 2017
sabato 26 agosto 2017
La jungla delle anime scure...ormai è su Roma...
Sessant’anni or sono, nel giugno del 1957, uscivano per l’editore Garzanti Le ceneri di Gramsci, considerato il più importante volume di versi di Pier Paolo Pasolini.
Consiste in undici poemetti: L'Appennino, Il canto popolare, Picasso, Comizio, L'umile Itailia, Quadri friulani, Le ceneri di Gramsci, Recit, Il pianto della scavatrice, Una polemica in versi, La terra di lavoro.
Estratto dalla poesia "Umile Italia" in "Le ceneri di Gramsci"
.....
La jungla delle anime scure
come la pelle e gli occhi, che
la moderna vita nutre a dure
necessità e bassezze, ormai è
su Roma, la stringe in impure
confusioni, in ciechi smarrimenti
di stile, come una piena sale
oltre i rotti argini: impotente
la Roma del potere ne sente,
ancora plebe, l'ansia nazionale.
......
Cosi' Pasolini nelle note alla fine del volume: "Gramsci e' sepolto in una piccola tomba del Cimitero degli Inglesi, tra Porta San Paolo e Testaccio, non lontano dalla tomba di Shelley. Sul cippo si leggono solo le parole: 'Cinera Gramsci', con le date"
venerdì 11 agosto 2017
POLITICA INDUSTRIALE: AGIRE SUL CAPITALE UMANO
La politica industriale, che non voglia dire solo politica per l’industria ma misure di intervento che rendano piu' agevole l'azione delle imprese, e inoltre creino un ammodernamento delle infrastrutture del nostro paese, e' una necessita' sempre piu' pressante, se si vogliano creare le condizioni per la crescita economica e la generazione di posti di lavoro. Questo significa, per la politica, ritornare a riconoscere alla manifattura un ruolo propulsivo fondamentale per il sistema economico nella sua globalita', con ricadute sugli altri settori. Parliamo quindi di azioni su infrastrutture e capitale umano, in funzione della crescita del settore industriale che ha perso il 15% di capacita' produttiva rispetto al livello pre crisi. Parlare di politica industriale vuol dire quindi agire sulle esternalita', cioe' non solo sui servizi direttamente connessi con la organizzazione tecnica ed economica dei processi industriali, ma anche su quelli del welfare - a cominciare da scuola, formazione e sanità - in quanto fattori che portano alla crescita della produttività di sistema e di quella dello stesso settore industriale. Scuola e formazione sono essenziali non solo per migliorare le condizioni di vita dei cittadini ma anche per aumentare la competitività agendo sul fattore determinante in una economia avanzata: il capitale umano
giovedì 10 agosto 2017
POLITICA ED ECONOMIA
Parliamo del rapporto fra politica ed economia. È convinzione diffusa che si debba tornare a una politica forte per dare delle regole al mercato, per ristabilire la democrazia minacciata dal potere delle multinazionali e delle Banche. Ma la domanda da porsi e' se politica e democrazia siano davvero il contrario dell'economia che agisce in autonomia e se la politica sia davvero capace di riportarla sotto controllo "democratico". Questa idea nasce da un assunto che si dimostra ogni giorno profondamente sbagliato. Si assume cioe' che la politica sia esterna o al di sopra della sfera economica, mentre e' vero il contrario, e cioe' che essa si muove completamente all'interno di questa. E non per cattiva politica, ma per motivi strutturali: per essere esterna all'economia ed agire, la politica avrebbe bisogno, di strumenti autonomi di azione. Gli interventi della politica richiedono finanza, cioe' economia. Deve sempre servirsi del denaro, ed ogni decisione che prende dev'essere "finanziata". ll potere della politica funziona solo quando puo' prelevare denaro da processi di valorizzazione che si realizzano nel mercato, quando questi processi cominciano a rallentare, l'economia riduce l'azione della politica. Diventa quindi sempre piu' evidente che la politica si trova in un rapporto di dipendenza diretto con l'economia. Ed e' che sta avvenendo da tempo: l'economia e' fuori dalla portata della politica, e non puo' che subirla. La politica da tempo non puo' che girare a vuoto e degenerare, nella ripetizione di parole vuote, di governi, di destra o di sinistra, che non possono che gestire, ormai in tutti i paesi occidentali, una urgenza continua.
E' come se avessimo perso di vista il compito primario della Politica, come azione che crea le condizioni perche' ci sia il ritorno alla crescita del reddito per migliorare le condizioni di vita e rimpolpare le casse dello stato affinche' fornisca welfare efficiente . Allora vediamo che quando la Politica ha come preoccupazione principale quella di mettere regole al mercato, mentre essa si trova impotente, senza idee nel creare le condizioni affinche' la societa', non lo Stato, generi sviluppo, allora ci si trova a far fronte a una crisi che si autoalimenta. Ci si trova anche ad affrontare minacce sempre piu' pericolose alla democrazia che non vengono principalmente e solo dallo strapotere delle multinazionali, dalle banche e dalle infiltrazioni criminali - senza volerle sottovalutare - ma molto di piu', credo, dalla poverta' e dalla disperazione, che portano a percorsi tragici che abbiamo conosciuto in altri tempi. Non si puo' gridare solo ai populismi e alle "derive" antidemocratiche, se poi riusciamo a fare molto poco per contrastarle nei fatti.
SALVIAMOLI IN CASA NOSTRA
Salviamoli in casa nostra per "purgare" le nostre colpe.
Estratto da Pascal Bruckner il singhiozzo dell'uomo bianco: "Che cosa ci rimane, a noi figli e nipoti dei barbari che hanno depredato terra e mare? Fare sempre e dappertutto il nostro atto di contrizione. “Ciascuno di noi è colpevole davanti a tutti, per tutto e dappertutto, e io più degli altri” (Dostoevskij), tale è la nostra più intima convinzione. Il sangue versato ricade su di noi e nulla, ci sembra, può riscattare l’infamia commessa, nessun compenso ristabilire l’equilibrio rotto dall’offesa coloniale. Tutti i nostri titoli di gloria, secoli di sforzi, di calcoli, di perfezionamenti, di imprese, di eroismo, che avevano fatto regnare una certa forma di saggezza umana, sono stati spazzati via, ridotti a zero: sapere che questa fioritura artistica o tecnica era legata a una egual dose d’ignominia, ci ha scoraggiati dall’accettarla o dal riprenderla. Così la svalutazione del messaggio europeo è diventata un codice comune a tutta l’intellighenzia di sinistra dopo la guerra, proprio come l’odio del borghese è stato in Europa, dopo il 1917, un autentico passaporto intellettuale, quando nessun articolo poteva giustificarsi senza un’invocazione rituale al proletariato messianico e un ostentato disgusto per i possidenti. L’indipendenza delle antiche colonie ci lascia tuttavia una possibilità di riscatto: impegnarci a fianco dei popoli in lotta, aiutare sempre e dappertutto il sud a distruggere il vitello d’oro occidentale.
Così la nascita del Terzo mondo come forza politica ha generato una nuova categoria: il militantismo espiatorio. In che modo l’odio di sé sia divenuto il dogma centrale della nostra cultura, è un enigma di cui la storia d’Europa è feconda. E’ strano infatti che nel secolo dell’ateismo militante, pensatori agnostici che hanno aguzzato il loro ingegno nella lotta contro le chiese e le loro dottrine ci abbiano riconciliati d’altra parte con la nozione che è alla base stessa del cristianesimo: il peccato originale. Mentre nei costumi e nel pensiero si verificava un formidabile rivolgimento dei valori – il rifiuto delle immagini di autorità, lo smantellamento degli idoli e dei tabù – , la morte di Dio e del Padre si univa – Sartre ne è l’esempio magistrale – a un rafforzamento della cattiva coscienza, come se una società che aveva eliminato perfino l’idea del peccato preparasse la via regia al senso di una colpevolezza generale. Il quale costituisce il prezzo da pagare per appartenere all’Europa vittoriosa, che per un momento ha trionfato sul resto del mondo. Perché la politica moderna ha cessato senza dubbio d’ispirarsi al cristianesimo, ma le sue passioni sono quelle del cristianesimo. Viviamo in un universo politico impregnato di religiosità, ebbro di martirologia, affascinato dalla sofferenza, e i discorsi più laici sono, quasi sempre, soltanto la ripresa o il balbettamento in tono minore delle omelie ecclesiali. Che una tale brama di “dolorismo”, che un tal gusto per la figura dell’oppresso in genere possano coesistere con un anticlericalismo ancora virulento non è, quindi, che un paradosso secondario
***
Il terzomondismo accredita una visione manichea, la quale vorrebbe che il peccato degli uni testimoniasse indefinitamente a favore della grazia e della virtù degli altri. La povertà spirituale di certi movimenti di liberazione, gli slogan più sommari dei loro capi sono quindi gonfiati a dismisura come altrettante parole del Vangelo, mentre il rigore intellettuale, la logica, l’educazione, monopolio dei paesi ricchi, sono respinti come diabolici stratagemmi dell’imperialismo. Le più insignificanti insurrezioni, le più trascurabili rivolte contadine, hanno diritto a una risonanza enorme, sproporzionata in rapporto alla loro importanza reale; si santifica l’ignoranza, il settarismo dei capibanda tropicali, si glorifica la marcia degli splendidi asiatici chiamati a distruggere la civiltà europea, insomma le più grandi follie sono portate alle stelle da alcuni spiriti eletti, ben felici di sottomettersi a un’autorità primitiva, di prosternarsi “davanti allo splendore d’una sana barbarie. Secondo questo principio, tutto ciò che innalza, loda, celebra l’occidente è sospettato delle peggiori infamie; in compenso, la modestia, l’umiltà, il gusto dell’autodistruzione, ciò che può spingere gli europei a eclissarsi, a rientrare nei ranghi, è onorato, salutato come altamente progressista. La regola aurea di questo masochismo è semplice: ciò che viene da noi è cattivo, ciò che viene da altri è perfetto. Insomma, si concede sistematicamente un premio di eccellenza agli ex colonizzati. Ama i tuoi nemici: mai la nostra epoca miscredente, negli anni Settanta, ha seguito così fedelmente la parola del Cristo."
IL CONDOMINIO...PD
Bisogna rileggere IL CONDOMINIO di J.G. Ballard per capire il Pd. Uguale uguale. Nel grattacielo del Pd i protagonisti non si rendano conto, (o non vogliono rendersi conto?), di quanto sta accadendo, di quello in cui si stanno trasformando? Ciò che è fuori dal grattacielo viene avvertito come strano, diverso, sbagliato; è quando sono fuori dal grattacielo che i suoi abitatori si sentono estranei a ciò che li circonda. E per reazione, si chiudono, si isolano sempre più, fanno muro contro chiunque potrebbe intromettersi ed interrompere il loro nuovo gioco. Per molto tempo ancora i condomini si laveranno, sbarberanno o truccheranno, vestiranno come si conviene e usciranno per andare a lavoro. Ma là, in ufficio, a scuola, in studio, saranno come in trance , in attesa di tornare alla vera vita: al grattacielo.
E più il grattacielo va in tilt, si gretola, si crepa, mal funziona, più va alla malora, più i suoi abitatori, desiderandolo, perdono le proprie inibizioni, si liberano di schemi ed infrastrutture mentali e regrediscono.
UOMINI E GIRASOLI
Di Chiara Boriosi
Molti anni fa, in una mattina di luglio calda come un ferro a vapore - ché ogni estate è così, anche se poi ce ne dimentichiamo - nell'ufficio in cui lavoravo allora si presentò il fioraio con un grande mazzo di girasoli da consegnare proprio a me.
Poiché non mi aspettavo nulla del genere, naturalmente fui molto sorpresa, non solo per i fiori ma perché la busta che li accompagnava conteneva solo il testo di una canzone di Jovanotti e nulla più.
Non una firma, un nome, un indizio, una traccia biologica da consegnare ai Ris, nulla.
Solo le parole di "Bella", con una frase sottolineata: "Chiara come un abc, come un lunedì di vacanza dopo un anno di lavoro".
E non fate subito gli snob, ora, ostentando disgusto e supremazia intellettuale, che tanto lo so benissimo che a nessuno di voi ha mai scritto Leopardi o Emily Dickinson per manifestarvi la propria ammirazione, eh.
Comunque, la curiosità mi prese, ma più che altro lo stupore. Perché in quel periodo non avevo nessuna storia in corso, se si esclude una sorta di schermaglia a distanza con un giornalista che avevo soprannominato l'uzbeko, perché aveva la sorprendente capacità di mangiarsi metà delle parole che pronunciava, riuscendo ad esprimersi in una lingua misteriosa che rendeva del tutto incomprensibile il fatto che costui, di professione, facesse il telecronista.
Nel dubbio, gli scrissi un messaggio per chiedergli se per puro caso fosse stato lui a mandarmi quei fiori, ma la sua risposta "nn mnd frrrr ana dnnna", chiara ed incisiva come nel suo stile, mi convinse a toglierlo dalla lista dei sospettati. Uno che scrive con un codice criptato da un frullatore, al massimo può fare il referente del cartello di Medellin, ma certo non invia fiori, anche perché rischierebbe di farsi fraintendere e di farti recapitare un meraviglioso Minipimer tre velocità che, infatti, fa frrrrrrr.
Ma anni di appassionata dipendenza dalle serie investigative mi vennero subito in soccorso, suggerendomi la brillante idea di telefonare al fioraio e raccogliere qualche indizio che mi aiutasse nella mia indagine.
Mi rispose la titolare, una signora che doveva aver fatto giusto in tempo a formarsi nel Kgb prima che lo sciogliessero per metterlo direttamente al governo della Russia.
La spia che non mi amava fu infatti irremovibile e nel suo bel fiorentino asciutto mi disse: "Oh nina, 'un tu lo sai che il fioraio gli è come il confessore, e 'un te lo posso dire chi gli ha ordinato i fiori, ma poi che ti importa di sapello. 'I mi'marito e 'un m'ha mai regalato neanche un fiorellino di campo, ma ringrazia Iddio che tu c'hai chi ti manda dei fiori che paian alberi".
E con questo prezioso consiglio riagganciò, lasciandomi esattamente al punto di partenza.
Con in più una certa inquietudine, perché l'idea che qualcuno mi osservasse nell'ombra senza palesarsi, tanto tranquilla, ad essere sincera, non mi lasciava.
Dopo un paio di settimane, mi telefonò un ex politico locale, persona che conoscevo da anni e che peraltro in quel periodo aveva intrapreso una delle sue innumerevoli relazioni con una signora che era anche mia amica e che aveva preso l'abitudine di scrivermi email traboccanti gioia per il fatto di aver finalmente incontrato l'uomo della sua vita.
Nel corso della telefonata, meramente lavorativa, di punto in bianco mi sentii chiedere: "Ti è successo nulla di strano negli ultimi tempi?" e mi venne da pensare che il caldo avesse appena mietuto i suoi neuroni, ma questo insisteva e continuava a chiedermi se mi fosse accaduto qualcosa che non mi aspettavo.
Fu un attimo, e compresi. I fiori. Me li aveva mandati lui, insieme a quel "Bella" che era veramente una sfacciata dichiarazione. Raramente mi sono arrabbiata tanto nella vita, raramente ho trattato così male qualcuno come feci con lui quel giorno. E non solo per la sua stupida e certo non richiesta messinscena, ma perché continuava ad illudere quella ingenua della mia amica mentre era il solito cercafemmine di sempre.
Dopo essermi sfogata bene ed aver percorso avanti e indietro tutto il mio personale vocabolario degli epiteti, decisi di non dire nulla alla mia amica, perché non avevo cuore di guastare la sua gioia e soprattutto perché non me la sentivo di arrogarmi il diritto di entrare così pesantemente nella sua vita che, alla fine, era cosa che apparteneva solo a lei.
All'inizio dell'autunno, quando scese il buio ad accorciare le giornate e i pomeriggi si fecero più lunghi e noiosi, il galletto si fece beccare dalla fidanzata insieme ad un'altra, e il grande amore finì, come quei girasoli che erano stati profetici nella loro breve stagione prima di piegarsi al freddo di un nuovo lungo inverno.
mercoledì 9 agosto 2017
14 - LA CORBA (da Carlo Dossi "Goccie d'inchiostro")
"...que' ricchi aggrondati che non san dove comprare un'oncia di cuore contento ..."
"Ed era cosa ben semplice! Figùrati che, svoltando in un vicoluccio, avevo dato in una vecchia, immòbile, piccina sotto una soma di corbe. Una di esse le era caduta e la pòvera donna o non poteva chinarsi per la rigida età o non osava col càrico già squilibrato delle altre. Intanto, un birbone, seduto su lo scalino di una portella, ghignava e pipava.
Quello che feci, l'avresti anche tu.
Ripeto, la cosa era semplicìssima. Eppure, seguitando il cammino, mi tremolava nel segreto del cuore un gusto che mai. La meraviglia della vecchietta nel trovar gentile un signore, i suòi ringraziamenti commossi mi circolàvan col sangue. Affè! che non mi si vada dunque a promèttere premi in un altro mondo. Non usciamo da questo. Ogni òpera buona frutta al beneficato e al benefattore. Per mè non avèo più nulla a pretèndere, anzi — siamo sinceri — dovevo.
Ma, insieme, ricordavo con compassione que' ricchi aggrondati che non san dove comprare un'oncia di cuore contento, mi chiedevo stupìto come mai, lo stesso egoismo, non li tirasse a fare del bene.
E ci ha tante corbe a levar su ancora da terra!
lunedì 7 agosto 2017
DE NITTIS: LE DUE FACCE DI LONDRA
"De Nittis dipinse la Londra del potere economico, politico e culturale: la Bank of England, Westminster, la National Gallery, che acquisivano sempre più valore proprio per l’importanza della capitale inglese nel mondo economico e commerciale. Salvo soffermarsi anche sulla convivenza di due facce della città, come nell’olio dedicato alla National Gallery, con una mendicante e i suoi bambini che cammina tra la folla elegante e benestante, e i sandwich-man che vanno su e giù per la strada con i loro cartelli."
http://www.retididedalus.it/Archivi/2013/novembre/PRIMO_PIANO/4_berta.htm
Giuseppe De Nittis,
La National Gallery e la chiesa di Saint Martin a Londra, 1877
Olio su tela, cm. 71x105,5
Petit Palais, Musée des Beaux- Arts de la Ville de Paris
UN PIÙ SPLENDENTE, UN PIÙ AZZURRO CIELO
"Un più splendente, un più azzurro cielo, da un pezzo non allegrava la montagna. L'aria, lavata dalla pioggia, imbalsamata dalle fragranti esalazioni dell'ùmida terra, lùcida come il raso, disegnava nettamente ogni profilo di monte, ogni contorno frastagliato di bosco, ravvivava tutti i colori e saliva per le nari come la bisbigliante spuma dello Champagne. Tuffati in questo bagno di puro àere, con una brezzolina fresca fresca che sfiorava i capelli ed allargava i polmoni, dissolvèvasi la stanchezza e ci si trovava tanto flessìbili e leggieri che, piuttosto di camminare, parèa di volare. Snebbiàvasi la fantasìa; nette, spiccate, schieràvansi in capo le idèe, il benèssere, la gioja si diffondèvano per tutta la persona; in una parola; a larghi càlici si beveva la vita... Oh! come sembrava mai buona!"
Carlo Dossi "GOCCIE D'INCHIOSTRO".
SIGNORE DELLA CATASTROFE IMMOBILE.
Goethe nella campagna romana di Johann Heinrich Tischbein
"Goethe è il Signore delle rovine. Se guardiamo di nuovo il quadro da questo punto di vista, ci si avvede che le rovine non hanno storia; sono sempre state rovine, ruderi, luoghi dell’uccisione e della consumazione. Ma che cosa sono quelle rovine? Sono semplicemente dei monumenti morti, o meglio progettati dentro i laboratori della morte, o dei fantasmi inefficaci, e che tuttavia portano seco un dolore disseccato, una angoscia senza aggressività? Sono resti di un mondo distrutto, o sono piuttosto l’avanguardia frammentata della distruzione? Forse, più del quadro goethiano, sono, quelli, simboli, segnacoli, bandiere; o, più acremente, indizi profetici? Giacché, ora lo rammentiamo, siamo a Francoforte, e Francoforte si gloria di questo Goethe apparentemente ufficiale, in realtà Signore della catastrofe immobile.” Giorgio, Manganelli. “L'isola pianeta (Piccola biblioteca Adelphi) (Italian Edition).” Adelphi.
PASSO DOPO PASSO
“Pas a pas
Nulle part
Nul seul
Ne sait comment
Petits pas
Nulle part
Obstinément
Passo dopo passo
In nessun luogo
Non uno
Che sappia come
Piccoli passi
In nessun luogo
Ostinatamente”
Samuel Beckett
[In occasione dell’ottantesimo compleanno di Marcuse, Samuel Beckett pubblicò sulla rivista «Akzente», 3, giugno 1978, un breve componimento in francese in suo onore. Alla pubblicazione seguì un breve scambio epistolare.]
PENSARE IL POSSIBILE?
Possiamo considerare archiviato l’insegnamento di Herbert Marcuse come sforzo del pensiero rivolto verso il futuro? Non è che questo avviene anche perché la pratica della filosofia come esercizio di elaborazione del domani ci sono diventate totalmente estranee?. Mi chiedo allora se abbia ancora un significato in un'epoca come quella attuale, che non riesce più ad immaginare il futuro, reclamare, come faceva Marcuse, un principio di possibilità che apra al cambiamento incrinando il dominio del principio di realtà comunemente riconosciuto.
Allora rileggendo “Teoria critica del desiderio. Scritti e interventi di Herbert Marcuse, IV.” penso che abbia molto senso il riflettere su passaggi come questo:"una società che possa dirsi, in verità, qualitativamente differente, poiché l’intero modo di vivere, l’intero sistema dei valori, le aspirazioni e i bisogni degli uomini saranno differenti. Anche su questi nodi vorrei tornare, almeno brevemente, martedì. Qui, contro una simile diffamazione delle possibilità storiche, spacciate per utopistiche, voglio aggiungere solo questo: per ciò che riguarda la natura umana, certo vi sono ampi livelli e dimensioni di essa che sono immutabili, quelli cioè nei quali l’essere umano è e rimarrà un animale. Al di là della dimensione animale e degli istinti animali, la natura umana può mutare non solo superficialmente, ma nella sua stessa essenza. Possiamo e dobbiamo mettere in discussione la diffamazione di questa concezione come utopistica - possiamo accettare il termine utopistico solo se pensiamo che le società costituite siano in se stesse eterne; solo se facciamo di condizioni politiche e sociali condizioni metafisiche immutabili; solo se dimentichiamo che la storia nelle condizioni date è fatta da esseri umani, e che ciò che si definisce natura umana è molto spesso solo quell’essere umano che la società costituita ci ha fatto diventare - certo non la natura immutabile degli esseri umani.” (Cit.pag.160)
venerdì 4 agosto 2017
IVAN
I tormenti di Ivan(Fratelli Karamazov) lacerato dai suoi dubbi e dalle sue angosce, sono gli stessi nella nostra epoca. Essi nascono dalla frattura, che si è creata tra l’uomo e la realtà. Infatti l’essere umano, mentre si arrovella fra il volersi sostituire all’assoluto, diventando uomo-Dio (Kirillov 'I Demoni':“Se non c’è Dio, allora io sono Dio”) e il negarsi nell’abisso del nulla, sente aumentare la paura dovuta a una realtà che viene vista come incomprensibile e comunque lontana dalle capacità di coglierne il senso.
sabato 8 luglio 2017
Per Dostoevskij la vita è bellezza, ma solo nella sofferenza trova un senso (Stefan Zweig "Dostoevskij", pagg. 118, euro 14,50 Castelvecchi). Zweig coglie l'essenza tragica, la vicinanza con l'abisso, la dimestichezza con i demoni, l'esperienza di Dio come tormento, il male e la perdizione come occasione di salvezza e redenzione, l'oscillazione tra generosità e dissolutezza, la centralità assoluta dell'anima. Kirillov, Satov, Raskol'nikov, Karamazov: i suoi personaggi, per Zweig, vivono nell'agitazione, intorno all'anima si forma il loro corpo, le passioni plasmano le loro figure.
mercoledì 5 luglio 2017
RIPARTIRE DAL LAVORO
La sinistra si presenta con la parola d'ordine (cosi' si diceva una volta):"Ripartire dal lavoro". Lavoro vuol dire produrre...difendiamo il lavoro... ma per fare cosa? una volta era il mito del progresso...adesso cosa... contro la "flessibilita" ..va bene ma le aziende chiudono... La globalizzazione ha risolto il problema del controllo del lavoro, grazie allo spostamento fuori dai paesi ricchi della produzione, per i costi più bassi...ma poiché si produce in abbondanza, il limite e' il consumo...Per alimentare il consumo si favorisce una cultura del desiderio, dei bisogni infiniti ...per soddisfarli si favorisce il debito privato e pubblico....è il massimo della libertà individuale che si autoalimenta ... Ma poi ci si sveglia e si scopre che non ci sono soldi da spendere...bisogna pagare più tasse per non aumentare il debito pubblico...e le banche non ti fanno più il mutuo per la casa e non prestano più alle imprese..e i negozi sono pieni di merce...bisogna ripartire dal lavoro?...certo! Ma che vuol dire?. Slogan e poche idee.
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