mercoledì 13 dicembre 2017



OMBRE FUGGONO
Ombre fuggono dalla notte
del  mio ritiro a casa
e posso vedere l'alba
mentre mi verso il caffè. 

Lo schiocco dei rami,
e il fruscio del vento 
sussurrano che non sono solo,
nel mondo che dorme ancora. 

Un piccolo punto sul monte 
dipinto di blu e oro,
lascia che  l'oscurità 
svanisca dentro l'alba.

Sbatto le palpebre
nella calma silenziosa, 
e per un solo secondo,
il mondo è solo mio. 

Ogni giorno salgo i sentiero
verso la luce scintillante
in cerca della magia
che mi aspetta da lassù. 






...COMPRENDERE E GIUDICARE...
di Gianfranco Giudice
Estratto da "Con il sigaro in bocca" 

"Se non abbiamo una visione d’insieme della vita di una persona, ma ne osserviamo solo un aspetto particolare, indubbiamente non possiamo comprendere il senso di quel che quella persona faccia. Sarebbe come guardare i movimenti di un individuo dal buco della serratura di una porta. In tal caso noi vedremmo uno spicchio di realtà, osserveremmo alcuni movimenti sconnessi da altri; così quei movimenti ci potrebbero sembrare insensati, casuali, incomprensibili, mentre invece si collegano secondo precise logiche ad altri, hanno un senso all'interno dell’agire complessivo di quella particolare persona. Dunque non è possibile giudicare dal di fuori un essere umano, si può invece cercare di comprenderlo; ovvero possiamo vedere l'insieme della sua vita, perché la vita di ciascuno di noi è un piccolo mondo dotato di un suo senso generale e preciso, che tiene insieme e raccoglie le tante cose che facciamo giorno per giorno. Comprendere e giudicare sono due cose assai diverse; il giudizio rimanda sempre a qualcosa di esterno rispetto alla cosa giudicata, per esempio un modello oppure un principio considerato di validità assoluta. Invece la comprensione di qualcosa cerca sempre di stare dentro la cosa stessa, cerca di vedere le cose a partire dal punto di vista delle cose stesse; l’eventuale giudizio viene rinviato a un tempo successivo. Per questa ragione comprendere  una persona è un po’ come abbracciarla. Chi si sente compreso e non giudicato, prova fiducia e si lascia penetrare dallo sguardo altrui, perché sente che è uno sguardo amico, disponibile a mettersi dalla propria prospettiva, dal proprio punto di vista."(CON IL SIGARO IN BOCCA)

martedì 12 dicembre 2017



PASSEGGIATA NEL PRESENTE
Di Ghiorgos Sarandaris

Giochi d'amore
baci e baci
seni di ragazze,di donne
gigli e rose.
La mia memoria sente una carezza
lavo gli occhi
abbandono le mani
nell'acqua più pura
salgo su un monte celeste
(guardo un mare che si accorge di me)
giungo alla cima
cielo insperato
e incontro le nuvole
e in mezzo alle nuvole i
miei anni intatti.


lunedì 11 dicembre 2017






LAS TARDES DE ENERO 
Juan Ramón Jiménez
Va cayendo la noche: La bruma
ha bajado a los montes el cielo:
Una lluvia menuda y monótona
humedece los árboles secos.
El rumor de sus gotas penetra
hasta el fondo sagrado del pecho,
donde el alma, dulcísima, esconde
su perfume de amor y recuerdos.
¡Cómo cae la bruma en en alma!
¡Qué tristeza de vagos misterios
en sus nieblas heladas esconden
esas tardes sin sol ni luceros!
En las tardes de rosas y brisas
los dolores se olvidan, riendo,
y las penas glaciales se ocultan
tras los ojos radiantes de fuego.
Cuando el frío desciende a la tierra,
inundando las frentes de invierno,
se reflejan las almas marchitas
a través de los pálidos cuerpos.
Y hay un algo de pena insondable
en los ojos sin lumbre del cielo,
y las largas miradas se pierden
en la nada sin fe de los sueños.
La nostalgia, tristísima, arroja
en las almas su amargo silencio,
Y los niños se duermen soñando
con ladrones y lobos hambrientos.
Los jardines se mueren de frío;
en sus largos caminos desiertos
no hay rosales cubiertos de rosas,
no hay sonrisas, suspiros ni besos.
¡Como cae la bruma en el alma
perfumada de amor y recuerdos!
¡Cuantas almas se van de la vida
estas tardes sin sol ni luceros!


Te amo por ceja

Julio Cortázar
Te amo por ceja, por cabello, te debato en corredores
blanquísimos donde se juegan las fuentes de la luz,
te discuto a cada nombre, te arranco con delicadeza de cicatriz,
voy poniéndote en el pelo cenizas de relámpago y
cintas que dormían en la lluvia.
No quiero que tengas una forma, que seas
precisamente lo que viene detrás de tu mano,
porque el agua, considera el agua, y los leones
cuando se disuelven en el azúcar de la fábula,
y los gestos, esa arquitectura de la nada,
encendiendo sus lámparas a mitad del encuentro.
Todo mañana es la pizarra donde te invento y te dibujo,
pronto a borrarte, así no eres, ni tampoco con ese
pelo lacio, esa sonrisa.
Busco tu suma, el borde de la copa donde el vino
es también la luna y el espejo,
busco esa línea que hace temblar a un hombre en
una galería de museo.
Además te quiero, y hace tiempo y frío.





Razones de la cólera 
Fauna y flora del río
Di Julio Cortázar
Este río sale del cielo y se acomoda para durar, estira las sábanas hasta el pescuezo, y duerme delante de nosotros que vamos y venimos.
El río de la plata es esto que de día

nos empapa de viento y gelatina, y es
la renuncia al levante, porque el mundo acaba con los farolitos de la costanera.
Más acá no discutas, lee estas cosas
preferentemente en el café, cielito de monedas, refugiado del fuera, del otro día hábil,
rondado por los sueños, por la baba del río.
Casi no queda nada; sí, el amor vergonzoso
entrando en los buzones para llorar, o andando
solo por las esquinas (pero lo ven igual
guardando sus objetos dulces, sus fotos y leontinas
y pañuelitos
guardándolos en la región de la vergüenza,
la zona de bolsillo donde una pequeña noche murmara entre pelusas y monedas.
Para algunos todo es igual, mas yo
no quiero a Rácing, no me gusta
la aspirina, resiento
la vuelta de los días, me deshago en esperas,
puteo algunas veces, y me dicen qué le pasa amigo, viento norte, carajo. 

LOUIS AMSTRONG 
In "Il giro del giorno in ottanta mondi" Julio Cortázar  racconta il concerto   di Louis Armstrong a Parigi nel novembre del 1952 (titolo del racconto  "Louis, grandissimo cronopio"). Così incomincia: 
Sembra che un uccellino dispotico, meglio noto come Dio, abbia soffiato nel fianco del primo uomo per animarlo e infondergli spirito. Se al posto dell’uccellino a soffiare ci fosse stato Louis, l’uomo sarebbe riuscito molto meglio. La cronologia, la storia e altre concatenazioni sono un’immensa sciagura. Un mondo che avesse avuto inizio con Picasso, invece di finire con lui, sarebbe un mondo fatto solo per i cronopios, a ogni angolo i cronopios ballerebbero aspetta e ballerebbero spera mentre Louis, salito su un lampione, soffeierebbe per ore facendo cadere dal cielo enormi pezzi di stelle di sciroppo di lampone, perché ptessero mangiarseli i bambini e i cani.

sabato 9 dicembre 2017

correzione
CORREZIONE
Thomas Bernhard
Traduzione di Giovanna Agabio
Einaudi 1995
Correggiamo in continuazione e correggiamo noi stessi con la massima durezza, perché a ogni istante riconosciamo che abbiamo fatto (scritto, pensato, eseguito) tutto in modo falso, che abbiamo agito in modo falso, come abbiamo agito in modo falso, che tutto fino a questo momento è una falsificazione, per cui correggiamo questa falsificazione e ricorreggiamo la correzione di questa falsificazione e correggiamo il risultato di questa correzione della correzione e così via, così Roithamer. Ma rimandiamo la vera correzione, quella che altri hanno fatto senza esitare da un momento all’altro, penso, così Roithamer, hanno potuto fare quando anche loro non ci hanno pensato più perché hanno avuto paura anche solo di pensarci, ma poi si sono corretti, come mio cugino, come suo padre, mio zio, come tutti gli altri che abbiamo conosciuto, che abbiamo creduto di conoscere fino in fondo, ma non conoscevamo tutte queste persone come caratteri perché siamo stati sorpresi dalla loro correzione, diversamente non saremmo stati sorpresi dalla loro vera correzione fondamentale, il loro suicidio.


LA VITA E’ BREVE

di Sergej Dovlatov (traduzione inedita)

Levitskij aprì gli occhi e subito cominciò a ricordare qualche dimenticata metafora del giorno precedente…
“Plenilunio di pasticche alla menta?” “Flessione a banana di mezzaluna?”… Qualcosa del genere, anche se più rilevante per lo spirito.
Le metafore gli comparivano di notte, quando era già coricato nel letto. Il maestro non le annotava per pigrizia. Tempo addietro, si conservavano nella sua mente fino al mattino. Ora, di regola, le dimenticava, non senza un certo piacere. Si preservava la nuvola leggera di una metafora irrealizzata. La chance perfezionata di una piccola avventura verbale.

Levitskij rivolse lo sguardo a un tavolino bianco, di colore ambulatoriale. Notò un’enorme torta in stile dorico. Cominciò a contare le sottili candele ritorte.
“Oh signore, pensò Levitskij, ancora un compleanno.”
Questa frase era degna d’esser serbata per i giornalisti. “Oh signore! Un altro compleanno! Che lieta sorpresa, settant’anni!”.
Si figurò i titoli:
“Scrittore russo festeggia i settant’anni all’estero”. “I libri del festeggiato escono dappertutto, tranne che a Mosca”. Infine: “Oh signore, ancora un compleanno!”.

Levitskij si fece una doccia e si vestì. Ritirò la posta. Sua moglie, verosimilmente, era uscita a prendere i regali. Gerlinda- qualcosa a metà tra una parente e una domestica – lo abbracciò. Il maestro la fermò con le parole:
-Sei nominata nel testamento.
Questo era un loro vecchio scherzo.
Lei gli chiese:
-The o caffè?
-Caffè, direi.
-Come lo desidera?
-Marrone, forse.

Poi udì:
-Vi aspetta una dama.
Chiese subito: -Non con la treccia, spero! (=in italiano: con la falce)
-Vi ha portato una rarità. Un libro, penso. Un incunabolo, ha detto.
Levitskij, sorridendo, disse:
De ses mains tombè le livre,
dans lequel elle n’avait rien lu. 
(“dalle mani le cadde un libro non letto…”)

Regina Gasparyan sedeva nell’atrio da oltre un’ora. È vero, le avevano offerto caffè e brioche. Tuttavia, era piuttosto umiliante. Avrebbero potuto almeno invitarla in salotto. La venerazione, dentro di lei, si mischiava all’offesa. Nella sua borsa era riposto qualcosa, di misura leggermente superiore ad una mini pistola da donna Browning “Elite 16”.
Regina Gasparyan veniva da una nobile famiglia russificata. Suo padre era un noto insegnante dell’accademia Stieglitz. Essendo armeno, si occupava di faccende cosmopolite. Nel 1950 il giudice Chuev lo battè quanto a fisionomia, con l’album di riproduzioni di Degas. Sua madre era una traduttrice qualificata. Conosceva Kashkin. Si frequentava con Rita Kovaleva. Per un mese accompagnò Caldwell nella sua turneè in Transcaucasia. Era rinomata per il carattere difficile e la bellezza esotica, orientale.
In gioventù Regina era la classica scolara sovietica. Partecipava a iniziative indipendenti. Recitava il ruolo di Zoya Kosmodemyanskaya. Il padre, riabilitato sotto Krushev, la chiamava scherzosamente “Zoya Kosmodemyanskaya”.
Arrivò il disgelo. I giovani si riunivano a casa del famoso artista Gasparyan. Soprattutto poeti. Lì si dava loro da mangiare, e soprattutto li si ascoltava pazientemente. Tra di loro, emersero Lipskij e Brein.
Tutti loro si prendevano un po’ cura della bella, erudita e snella Regina. Componevano versi per lei. Per la maggior parte scherzosi, umoristici. Brein le scrisse da Sochi all’inizio della crisi di Damanskij:

Aspettami, e io tornerò, aspetta molto e basta,
Aspetta, quando gli astragali mettono malinconia…

Cominciarono gli anni settanta. Il disgelo, come amano esprimersi i giornalisti emigranti, si tramutò in gelo. Gli amici migliori se ne andarono a ovest. Regina Gasparyan non indugiò a lungo. Suo marito, un fisico, aveva una buona, per così dire, professione obiettiva. La stessa Regina frequentò l’Inyaz (Istituto di Lingue Straniere). Sua figlia di otto anni parlava un poco d’inglese. La madre aveva parenti lontani a Chicago.
La famiglia cominciò a prepararsi alla partenza. E qui, a Regina venne l’ossessione per Levitskij. I romanzi di Levitskij già da molto circolavano sul Samizdat. Era ritenuto un grande scrittore russo in esilio. Era persino menzionato nell’enciclopedia letteraria sovietica. A dire il vero, usando epiteti vituperosi.
Anche la biografia di Levitskij era nota a tutti. Era figlio di un’eminente personalità menscevica. Aveva frequentato l’istituto Gornij a Pietroburgo. Pubblicò il libro di poesie “Il risveglio”, che da tempo era ritenuta una rarità bibliografica. Emigrò con i genitori nel 19. Studiò alla facoltà di storia e letteratura a Praga. Visse in Francia. Si dilettò a collezionare farfalle. Stampò il primo romanzo sugli “Scritti contemporanei”. Per un anno si allenò come pugile in un quartiere industriale di Parigi. Ai funerali di Khodasevich picchiò il cinico Georgij Ivanov. Peraltro proprio di fianco alla tomba.
Levitskij non sopportava Hilter. Men che meno Stalin. Chiamava Lenin “attaccabrighe con il basco”. Alla vigilia dell’occupazione si trasferì negli Stati Uniti. Passò alla lingua inglese, che tra l’altro conosceva dall’infanzia. Divenne l’unico prosaico russo- americano dei tempi.
Per tutta la vita non sopportò la cafonaggine, l’antisemitismo e la censura. Tre anni prima del suo settantesimo anniversario, si accanì contro il Premio Nobel.
Tutti erano a conoscenza della sua stravaganza. Della linea che aveva tracciato con il gessetto tre camere dopo la sua, in Svizzera. (Proibiva alla moglie e alla cuoca di calpestare il suo territorio). Della secolare causa, intentata senza speranza contro il vicino, che si era appassionato eccessivamente alla musica di Wagner. Delle sue serate con pietanze preparate secondo ricette della Grecia antica. Del suo duello con il chimico Bulavenko, che si era seduto ubriaco sui tasti del pianoforte. Della sua celebre uscita: “Da qualche parte in Siberia ci dovrà essere della letteratura artistica…”.
E via dicendo.

Sul suo snobismo si sprecavano leggende. Così come sulla sua irreperibilità. Che, in sostanza, sono la stessa cosa. A un famoso scrittore svizzero, che gli aveva richiesto un incontro, Levitskij disse a telefono: “Passi pure dopo le due, tra circa sei anni…”. Che altro dire, se già la conoscenza della cuoca di Levitskij poteva considerarsi una grandissima fortuna…
Tornando al dunque, a Regina Gasparian chiesero:
-Cosa vorresti fare al sud?
S’udì in risposta:
-Molto dipenderà dalla conversazione con Levitskij.

Io penso che lei volesse diventare una scrittrice. Non credeva molto ai giudizi degli amici. Non voleva rivolgersi a eminenze sovietiche. Non le dava pace la frase, detta da qualcuno:
“Via i cappelli, signori! Davanti a voi c’è un genio!”
Chi disse ciò? Quando? Riguardo a chi?…

Alla vigilia della sua partenza, Regina telefonò a tre conoscenti che vendevano libri. Il primo si chiamava Savelij. Le disse:
-“Il risveglio”, signora, è un problema morto.
-In che senso?
-E’ una variante del tipo: “chiedo scusa”.
-Ovvero?
-L’operazione è “spegni la luce”.
-Se è possibile, si esprima in modo più comprensibile.
-La merce è fuori prezzo.
-Cosa significa?
-Significa che i prezzi sono fantascientifici.
-Per esempio?
-Come si suol dire, da…a.
-Non capisco.
-Da tre a cinque. Come da Chukovskij.
-Da tre a cinque cosa? Centinaia?
-Eh, si.
-Ma da Chukovskij si parte da due.
-I prezzi salgono…

Regina chiamò un altro tale, che faceva “Shmyglo” di cognome, o soprannome. Quello rispose: -Chi è questo Levitskij? E cos’è ancora questo “Risveglio”? Non vuole per caso Simenon?
Il terzo venditore disse:
-Ce l’ho, la raccolta giovanile di Levitskij. Sfortunatamente, non è in vendita. Sono disponibile a scambiarla con i quattro tomi di Mandel’stam.
Alla fine, ne risultò un lungo triplo scambio. Regina prese da qualcuno un apparecchio acustico straniero. Assunsero qualcuno, su raccomandazione, all’accademia tecnico- forestale. A qualcuno toccò una mediazione per estorsione e ricatto. A qualcuno, una piastrella di rivestimento finlandese. In ultima tappa, comparve il tomo di Mandel’stam (sotto la redazione di Filippov e Struve).

Dopo un mese, Regina reggeva davanti a sé il sottile e inverdito libro. Edizioni “Iperborei”. San Pietroburgo. Anno 1916. Ivan Levitskij. “Il risveglio”.
Regina sapeva che neppure lo stesso Levitskij era in possesso di quel libro. Di questo s’era parlato nella sua famosa intervista per “La voce dell’America”. Chiesero a Levitskij:
-Qual è il suo rapporto con le poesie giovanili?
-Le ho dimenticate. Erano bozze dei miei successivi romanzi. Non esistono. L’ultimo esemplare sopravvissuto è bruciato in una stufa nella mia dacia a Kuntsevo.

D’inverno, Regina ricevette il permesso di espatriare. Poi accadde di tutto. Una scena disgustosa alla dogana. Tre mesi di miseria a Ladispoli. Un’estate umida a New York, dove lei e il marito avevano paura di uscire dall’albergo. Il primo ufficio, dal quale la licenziarono con la formula dello“ zelo eccessivo”. Alcuni racconti sulla gazzetta degli emigranti, che le vennero pagati 30 dollari. Quindi, il tentativo di ascesa del marito, che fu inaspettatamente contattato dall’azienda “Ekson”. Questo significò una casa di proprietà, viaggi in Europa, discorsi sulle tasse…
Passarono sei anni. Regina pubblicò il primo libro. Suscitò reazioni positive. A dirla tutta, uno dei recensori fui io stesso.
In tutti questi anni, lei aspirava a conoscere Levitskij. Tramite Gordej Bulakhovich venne in contatto con una sua cugina di diciotto anni. Nel frattempo, quella riuscì a litigare con il celebre parente. Concretamente, discussero su dove si trovasse la sauna nella tenuta natale dei Levitskij, Khovrino.
Regina si rivolse a Yanson, all’arciprete Konstantin, alla figlia di Zaystev: Olga Borisovna. Il vecchio scrittore Yanson rispose: “Levitskij ha detto di me a Edmund Wilson che io sono, chiedo scusa, una merda…”.
Padre Konstantin le scrisse: “Levitskij non è un cristiano. È troppo egoista per esserlo. Non dispongo, ahimè, del suo indirizzo.
Zaytseva-Reynolds le inviò un indirizzo di Berlino e una nota:
“L’ultima volta che vidi quest’odioso ragazzo, fu nel 34. Ci incontrammo alla premiere di Tannhauser. Ricordo che lui disse:
“Ho l’impressione che abbia cantato un equipaggiamento di cartone, resuscitato inaspettatamente.”
Da quel momento non ci siamo più visti. Temo che il suo indirizzo possa essere cambiato.
Ad ogni modo, Regina ricevette il suo indirizzo svizzero. Come emerse, l’indirizzo era presso l’editore Polacco. Regina scrisse a Levitskij una breve lettera. Lui rispose esattamente dopo due settimane: “L’indirizzo lo sa. Io lavoro dopo le sei. Perciò, venga di mattino. E, per favore, senza fiori, che hanno l’abitudine di appassire. Post scriptum: non inciampi nei miei scarponi, ché la notte metto fuori dalla porta”.

Seduta nell’atrio, Regina rifletteva. Perché quest’uomo vive in albergo? Può essere che lo disturbi l’idea della proprietà? Bisognerebbe fargli questa domanda. E ancora: cosa pensa Levitskij di Solzenicyn? Sono talmente diversi…
-Buongiorno, Ivan Vladimirovich!
-I miei omaggi, rispose un signore alto, dai capelli rasati.
Quindi egli, senza sedersi, chiese:
-Beve qualcosa?
-Ho già un caffè, e lei?
Levitskij sorrise e lentamente declamò:

Io bevo whisky non diluito
Bevo vodka con caviale granuloso
Mentre il mio amico, lo scrittore Levitskij,
solo le farfalle tormenta, l’eroe.

-Questi versi sono di un mio amico.
Quindi, dopo due secondi di silenzio:
-In cosa posso aiutarla, signora?
Regina si sporse leggermente in avanti:
-Bisogna dire che io sono una sua fan da lungo tempo. Specialmente apprezzo “La Riva lontana”, “La sfera”, “La genesi del tango”. Ho letto tutto questo ancora a casa. Il rischio è solo di aumentare il piacere estetico…
-Sì, – la interruppe Levitskij- lo so. È qualcosa di simile a Paul de Kock o a Maupassant. Lo leggi da bambino, con il rischio di restarvi agganciato…Mi scusi, in cosa posso aiutarla?
Regina s’imbarazzò lievemente. L’importante era non fare pause. Lui era un misogino sul serio…
-So che oggi è il suo compleanno.
-Grazie di avermelo ricordato. Un altro compleanno, una lieta sorpresa, settant’anni.
Levitskij improvvisamente passò a parlare sottovoce. I suoi occhi si sgranarono in modo strano.
-Si ricordi l’essenziale- disse- la vita è breve…
Regina, superando l’imbarazzo, disse:
-Mi permetta di darle qualcosa…Io spero…io sono sicura…insomma, ecco…
Levitskij prese un piccolo pacco postale giallo. Lo aprì, tirando fuori dalla tasca delle forbici da manicure. Ora reggeva in mano il proprio libro. Carattere antico, retro scollato, trentotto fogli di carta orrendamente artigianale.
Aprì la sesta pagina. Lesse il titolo: “Sentieri di un sogno”. Eccolo, il noto a capo sgrammaticato “imbar- azzo”. Per di più, senza il puntino sulla lettera i.
-Oh signore- disse Levitskij- un miracolo! Dove l’ha pescato? Ero sicuro che non ne esistessero copie. Le ho dischiuse a tutto il mondo…
-Lo prenda- disse Regina- e ancora…
Trasse dalla borsa un manoscritto in una busta stretta. Levitskij aspettava cortesemente. Da parecchio tempo, con sforzo studiato, domava la maschera di dolore sul suo viso. Quindi chiese:
-Questo è suo?
Regina rispose con dovuta trascuratezza:
-Questi sono i miei ultimi racconti. Non i migliori, ahimè. Vorrei che…se ciò fosse possibile…ecco, il suo parere….letteralmente, in due parole…
-Le interessa una risposta scritta?
-Sì, sa com’è, proprio tre parole…indipendentemente da…
-Le manderò una cartolina.
-Fantastico. Il mio indirizzo è sull’ultima pagina.
Levitskij si alzò.
-Ed ora, mi voglia scusare. Procedure.
Tintinnando il cucchiaino, Regina allontanò la tazzina. “Potrebbe anche informarsi su dove mi sia fermata ad alloggiare…”.
Levitskij le baciò la mano.
-Grazie. Temo che i miei versi giovanili non meritino le sue faccende.
Si girò e diresse verso l’ascensore. Regina, fumando nervosamente, andò verso la porta girevole.

Levitskij salì al terzo piano. All’uscio della sua stanza, si fermò. Estrasse dalla busta il manoscritto. Strappò il pezzo di carta con l’indirizzo. Lo infilò nelle tasche dei pantaloni di flanella. Sollevò la canna di nichel dello scarico della spazzatura. Strinse nel palmo il piccolo libro e quindi, solennemente, lo gettò nell’oscurità profonda. Sempre laggiù, sfiorando i muri del condotto della spazzatura, volò il manoscritto. Riuscì a leggerne il titolo: “Estate a Carlsbad”. Istantaneamente nacque il testo:
“Ho letto il vostro piacevole e chiaro Estate ben due volte. In esso c’è una sensazione di vita e di morte. Ma anche il presentimento dell’autunno. Mi congratulo…”
Entrò nella sua stanza. In quel momento chiamò la cuoca e disse:
-Giochiamo ad akulina (a carte)?

Racconto di Sergej Dovlatov nella raccolta “La vita è breve”
Traduzione di Valentina Moretti
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S'È SPENTO IL BRUSIO
Dedicata ad Amleto la poesia di Pasternak contenuta in Il Dottor Zivago e che leggi con le altre alla fine del romanzo:

 S’è spento il brusio. Sono entrato in scena.
Poggiato allo stipite della porta
vado cogliendo nell’eco lontana
quanto la vita mi riserva.

Un’oscurità notturna mi punta contro
mille binocoli allineati.
Se solo è possibile, abba padre, 
allontana questo calice da me. 

Amo il tuo ostinato disegno, 
e reciterò, d’accordo, questa parte. 
Ma ora si sta dando un altro dramma 
e per questa volta almeno dispensami.

Ma l’ordine degli atti è già fissato,
e irrimediabile è il viaggio, sino in fondo.
Sono solo, tutto affonda nel fariseismo.
Vivere una vita non è attraversare un campo.

(trad. di M. Socrate, Milano 2002)


RELATIVISMO
Gianfranco Giudice
Una discussione su fb 
9 dicembre 2015
PENSIERI. Si sente parlare e straparlare del relativismo dell'Occidente, del suo essere sinonimo di nichilismo, ovvero del non credere a nulla. Fine dei valori assoluti, secolarizzazione e scristianizzazione significherebbero che ognuno possa fare quello che vuole, senza più limite alcuno. Questa sarebbe la causa profonda che ci renderebbe estenuati ed impotenti di fronte al ritorno della fede assoluta, integrale, totalizzante dell'Islam, che arriva all'estremo del fanatismo. La fede assoluta darebbe un senso alla vita di giovani, alla ricerca di una identità e di una bussola con cui orientarsi nell'Occidente disincantato, che non offrirebbe più alcun punto di riferimento. Ma di quale relativismo si parla? Che cos'è il relativismo? Relativismo non significa affatto che non esista alcuna verità, ma che non esiste verità assoluta, unica e valida per sempre e tutti. Non significa affatto che ognuno possa fare il c...che vuole. Significa che la verità è storica, è un prodotto del tempo e cambia nello spazio, nelle situazioni concretamente determinate. La verità è per esempio ciò che è più utile al maggior numero di persone, è ogni volta il frutto di un accordo razionale, di una pratica individuale e collettiva. Uccidere se non per evitare di essere uccisi, procurare sofferenza gratuita, calpestare la dignità e i diritti universali e inalienabili dell'uomo, non sarà mai vero, giusto e buono per chi non crede nella verità assoluta, ma solo nella verità relativa. Verità relativa all'uomo che la vive, dunque soggetta al cambiamento, ma senza che cambi affatto l'umanità dell'uomo e il rispetto che questa pretende ovunque. Questa verità non è relativa, pur stando a fondamento di tante verità declinate relativamente.
Paola Rossi
W il relativismo che ci mette al riparo dal dogma, dal verbo assoluto, da ogni forma di fanatismo!
Ferrario Carlo
Una "religione" è sempre totalizzante, la "fede" no. Anche noi cristiani lungo i secoli ci siamo dati da fare nel fanatismo e nelle persecuzioni (eretici roghi, torture, scomuiche...)
Pietro Cazzaniga
Secondo me un conto è il problema"filosofico" e un altro il disagio "psicologico" e "sociale". Cercare cause spirituali anziché materiali è un esercizio che non mi convince. Il vero problema è che più gente vive senza fare nulla grazie alla nostra grande produttività significa sempre più gente che può (mi scuso anticipatamente per il termine ma non c'è sinonimo) farsi pippe mentali sul suo disagio di non far nulla. Ecco forse qui la filosofia cacciata da me dalla porta mi rientra dalla finestra... Avere "muscoli filosofici" allenati aiuterebbe questi spazi di pensiero a essere meno sterili e meglio indirizzati. E in questo senso il principio che ci voglia un pensiero forte non è così sciocca.
Gianfranco Giudice
Caro Pietro, certo il bisogno di filosofia...sto scrivendo un libretto sulla domanda di senso, un libretto semplice, non accademico, che spero il prossimo anno di pubblicare.
Roberto Devigili
Parlare di verità relativa è solo un gioco di parole per confondere le idee,infatti se una cosiddetta verità cambia,al punto anche di potersi trasformare nel suo opposto,ovvero la menzogna,credo si comprende bene che non esiste pressoché alcun rapporto tra la verità e la cosiddetta verità relativa.Si dice verità assoluta per distinguerla da quella relativa,ma una volta compreso che la verità relativa è un non senso,rimane solo la verità e aggiungere il termine assoluta a verità è inutile,un po' come aggiungere nero a nero.---Il relativista di solito relativizza tutto tranne se stesso.Il dogma non deve essere inteso come un macigno,un blocco di marmo,o qualcosa di pesante,rigido ed immobile,ma è più corretto intenderlo come un fato che illumina la via e l'orizzonte,in modo tale da orientarsi,questo è il dogma.---Alla fine comunque noto che relativizza l'assoluto e assolutizzi i tuoi principi e questo non mi sembra corretto,perché se non esiste verità,bisogna essere coerenti fino in fondo e negare tutto,anche la cosiddetta umanità dell'uomo,che in quanto tale può modificare nel tempo e nello spazio.Troppo comodo assolutizzare quello che vorremmo e negare il resto.
Gianfranco Giudice
Infatti io non relativizzo tutto, dico che esiste una verità relativa, in quanto verità, relativa all'irripetibile storico. La vita di ogni essere umano, per esempio, è un relativo, e nello stesso tempo è verità, la verità di una vita non sostituibile ad alcun'altra. Altro che non senso, la verità relativa è la sostanza stessa dell' esistenza.
Gianfranco Giudice
Addendum: coerentemente con quel che ho detto, aggiungere assoluta alla verità non è inutile, piuttosto è utile a negare la verità stessa, infatti verità assoluta per me è come dire non verità, essendo ogni verità relativa sempre ad un sistema di riferimento, ad un universo del discorso, ad alcuni postulati, ad un codice linguistico, ad un tempo e luogo ecc.

mercoledì 6 dicembre 2017


M5s, tra populismo e giustizialismo 
Dino Cofrancesco  Il Foglio 6/12/2017
Nella sua prima stagione, il Movimento 5 stelle venne salutato dalle frange di una sinistra, che pensava, con nostalgia, alla esaltante contestazione degli “anni formidabili”, come l’alba di un nuovo giorno, dopo tanti anni di “dittatura” berlusconiana e di gioco in difesa attuato da quanti sembravano voler dimenticare le grandi battaglie repubblicane e antifasciste – dalla Resistenza al ’68. Grillo e i suoi avevano atteggiamenti rozzi e ineducati ma erano le forze fresche capaci di rianimare un sistema politico asfittico, in perenne attesa di grandi “riforme di struttura” alle quali nessuno pareva credere più. Un ceto politico stanco e inascoltato, ormai privo di seguito elettorale e sostanzialmente estraneo alla sua tradizionale base sociale – i quartieri popolari cominciavano a votare a destra – ritrovava nei nuovi “barbari” la vitalità perduta. Si rinnovava la vecchia illusione azionista della divisione del lavoro tra il “braccio” e la “mente”: i partiti e i sindacati di sinistra avrebbero provveduto alle quadrate legioni proletarie e gli eredi di Piero Gobetti e di Carlo Rosselli avrebbero fornito i capi, le guide morali e intellettuali della Nuova Italia. Perché sia ieri che oggi gli interlocutori – i molti – avrebbero dovuto accettare il ruolo modesto del”servir messa”, lasciando agli altri – i pochi – il compito di officiarla, resta inspiegabile e, infatti, in entrambi i casi, il progetto andò a monte.
Almeno fino al 2014, però, il feeling tra grillini e sinistra (non liberale) era così forte da indurre molti osservatori, che ricordavano bene i climi che prepararono gli anni di piombo, a vedere nel M5s – fondato nel 2009, soprattutto su iniziativa di Gianroberto Casaleggio – una sorta di costola plebea del ’68. Plebea sia perché sostanzialmente priva di “ideologia” – ovvero di “testi sacri”, di tradizioni intellettuali, di “scuole di pensiero” – sia perché sempre rivolta alla “pancia” della gente e (a parole) disposta ad assecondarne le insofferenze e persino i pregiudizi iscritti nel vecchio repertorio qualunquistico, evergreen nel nostro paese. Con due non poco significative innovazioni, però: l’enfasi posta sulla rete come strumento di democrazia diretta e un radicalismo verde, che nell’ultimo scritto di Casaleggio, Veni Vidi Web (Prefazione di Fedez, Edizioni Adagio) si sposava a tematiche animaliste ispirate a fondamentalismo etico (abolizione della corrida, chiusura dei macelli etc.).
In un’ironica recensione sull’Unità del 22 dicembre 2015, Fabrizio Rondolino – esponente di un’altra sinistra, quella renziana, da tempo riconciliatasi col mercato e coi valori della società aperta – così riassumeva, l’utopia pentastellata: “Nel lager di Casaleggio, oltre ai taglialegna e ai macellai se la vedono brutta in molti: i cacciatori “sono lasciati nudi nei boschi e braccati da personale specializzato con pallettoni di sale grezzo dall’alba al tramonto”, gli avvocati verranno ridotti “a un decimo” (ma, guarda caso, non i pubblici ministeri), “gli ipermercati sono rasi al suolo ovunque”, “le statue di Garibaldi sono state sostituite da statue di Gandhi” (e le altre?), chi inquina “è condannato alla raccolta differenziata a vita nel proprio Comune” (sperando che non sia amministrato, come Livorno, dal M5s), “corrotti e corruttori sono esposti in apposite gabbie sulle circonvallazioni delle città nei week end” (ma non è specificato che cosa faranno nei giorni feriali), chi possiede beni “mobili e immobili per un valore superiore a cinque milioni” deve restituire l’eccedenza, altrimenti sarà “rieducato alla comprensione della vita in appositi centri yoga”. In questo mondo sgangherato e feroce il mercato è stato abolito: la parola sarà tollerata “solo per il mercato rionale”. Al resto ci pensa lo stato, o qualcosa del genere: reddito di cittadinanza universale come “diritto di nascita”, assistenza comunale ai mendicanti, vietata “la speculazione sugli immobili” (e qui non sappiamo dire se Casaleggio ignori l’esistenza della finanza, dove la “speculazione” è assai più feroce e redditizia, o se al contrario sia un accanito speculatore che vuol farla franca), telelavoro “diffuso ovunque” (anche se non è ben chiaro chi mai abbia voglia di faticare, visto che, se non sta in qualche campo di rieducazione yoga o nudo nei boschi, gode felicemente del reddito di cittadinanza) e “lavori pesanti fatti dai robot”. Quali lavori? “La più grande impresa del mondo – annuncia il supremo legislatore – produce biciclette e monopattini”. I pattini a rotelle invece a prezzo pieno? Ma, attenzione, non è una multinazionale, perché queste “sono state dichiarate illegali in tutto il mondo e quindi sciolte”.
Si tratta di aspetti dottrinari che non vanno presi troppo sul serio giacché l’identità di un partito – o di un movimento – non è definita dalla sua “filosofia”, o meglio dalla sua “visione del mondo”, né dal programma elettorale ma dalle battaglie, espresse in gesti simbolici, con le quali si identifica agli occhi di seguaci ed elettori. L’elettore comunista o l’elettore democristiano, in genere avevano solo un vago sentore del marxismo o delle dottrine sociali della chiesa e quasi mai, nel periodo elettorale, si prendevano la briga di leggersi il programma del partito, che restava chiuso negli armadi delle Federazioni.. A motivarlo erano gli obiettivi concreti – e spesso drammatizzati – che gli venivano presentati e che spesso non avevano tanto a che fare con gli interessi quanto con i valori: la diga contro il comunismo! L’arresto del clerico-fascismo etc.
A far adottare alla sinistra una strategia dell’attenzione nei confronti dei pentastellati erano cose come la partecipazione intesa come la quintessenza di una citizenship, fondata sulla dignità e sul rispetto dei diritti di tutti, con la connessa riprovazione morale per gli assenti e gli astenuti che se ne stanno alla finestra, pronti a beneficiare delle conquiste civili ottenute dagli altri (“La libertà / non è star sopra un albero / non è neanche avere un’opinione / la libertà non è uno spazio libero / libertà è partecipazione”, cantava Giorgio Gaber nel 1972.); la democrazia diretta, vista come liquidazione dei vecchi partiti e dei loro “buoni” uffici di mediazione sempre più costosi per i cittadini e sempre meno utili (per non dir altro);la disponibilità a scendere in piazza, “a metterci la faccia”, a gridare ad alta voce, come Howard Beale – il protagonista di “Quinto Potere” (1976) di Sidney Lumet, impersonato da un grande Peter Finch – la propria rabbia contro i padroni del pensiero, della politica, dell’economia. Per una sinistra già prima del secondo ’89 smarrita culturalmente e abbandonata dalla sua base sociale, era il classico richiamo della foresta.
Dario Fo, Moni Ovadia, don Andrea Gallo etc., grazie a Grillo, avevano ritrovato la loro giovinezza. Valga per tutti il peana di Monia Ovadia nel 2011 “quello che ha fatto il Movimento di Beppe Grillo e lui personalmente è un servizio straordinario a questo paese, perché ha avuto la forza, il coraggio e la perseveranza di denunciare e di smascherare vergogne senza nome, senza di lui, senza il Movimento che si è costruito intorno alla sua figura, ma che poi ha una sua dignità e autonomia noi molte cose non avremmo potuto saperle e non avremmo potuto avere quel cuneo che questo Movimento rappresenta per non permettere e anche per impedire ai politici di sedersi sui loro vizi”. E le citazioni potrebbero continuare per intere pagine.
Col passare degli anni, però, il M5s, che in questo ricorda la parabola del fascismo che metteva la sordina a vari punti del programma sansepolcrista via via che si avvicinava al potere, sembra aver attenuato il suo sinistrismo aggressivo sì da provocare la delusione cocente di simpatizzanti come Paolo Flores d’Arcais (Il Movimento 5 stelle non è più votabile, La Repubblica del 18 marzo 2017), il disgusto di Gad Lerner, colpito dall’antisemitismo di Grillo, e il deciso raffreddamento del Fatto quotidiano – compensato solo dall’apertura di credito del Manifesto che ancora l’11 giugno 2016, pubblicava un articolo di Guido Liguori, stimato studioso di Antonio Gramsci, dal titolo Perché si può votare 5 stelle.
E’ innegabile, tuttavia, che il Movimento, nonostante la piattaforma Rousseau, dichiari superata la distinzione destra/sinistra, incurante di quanto scriveva Maurice Duverger: se qualcuno mi dice che non ha più senso parlare di destra e sinistra, non ho dubbi, è uno di destra.
Del resto, se si esaminano le caratteristiche che inducono uno dei più seri studiosi del populismo in Italia, Marco Tarchi, a definire populista il grillismo (v. il saggio Dieci anni dopo, in Quaderno di Sociologia, n.65, 2014), la sinistrizzazione del M5s qui sostenuta, potrebbe ingenerare più di un dubbio. Le elenco in ordine sparso: “il popolo, come insieme dei cittadini, è il depositario di tutte le virtù che l’odierna classe dirigente nega o trascura”; “ostilità verso l’invadenza dello stati nella vita della gente comune”; “denuncia della ‘truffa’ implicita nel meccanismo della rappresentanza, accusato di escludere i non addetti ai lavori dalla gestione della cosa pubblica e dunque di annullare il fondamento della democrazia”; “invocazione di una politica estera isolazionista che tuteli invia esclusiva dli interessi del paese”; polemiche contro le istituzioni transnazionali e diffidenza nei confronti dell’Unione Europea; rifiuto della lotta di classe e “ruolo positivo del ceto medio, spina dorsale dell’unità nazionale”: le piccole e medie imprese etc.; “richiami alla tradizione popolare” ed “esaltazione delle radici italiane” che spiega la preferenza per lo ius sanguinis rispetto allo ius soli; “messa in guardia contro le ricadute di un’eccessiva apertura dei confini ai flussi migratori. Sfiducia negli intellettuali; estraneità del capo alla politica. “Anche l’esaltazione delle virtù della rete telematica può rientrare nella sfera populista”, conclude Tarchi.
Il politologo fiorentino ha ragione – a parte l’esaltazione delle “radici italiane” smentita clamorosamente dal sostegno pentastellato alla commemorazione delle vittime meridionali degli invasori piemontesi – sennonché resta poi da spiegare il motivo per cui alle elezioni presidenziali del 2013 e del 2015, tra i votati del Movimento, non si sia trovato una sola figura di politico, di professionista, di giurista di area moderata: da Stefano Rodotà a Ferdinando Imposimato, da P. L. Bersani a Gustavo Zagrebelsky, le preferenze non sono andate neppure per sbaglio a qualche esponente vicino al riformismo renziano. Per non parlare delle questioni bioetiche in cui i grillini si ritrovano sempre regolarmente vicino alle componenti più laiciste delle due Camere (a parte l’ambiguità sui vaccini).
Sennonché lo spirito eversivo del grillismo potrebbe ancora venir messo in dubbio se il suo populismo non avesse un aspetto inquietante, sommamente inquietante, che fa del caso italiano un caso a sé, sul quale i maggiori esperti del fenomeno non hanno, a mio avviso, riflettuto abbastanza – o a essere più precisi, non hanno riflettuto affatto. Si tratta di quella che Indro Montanelli chiamava una rivoluzione all’italiana, ovvero la rivoluzione fatta col consenso dell’Arma dei Carabinieri. Nel caso dei pentastellati, la ribellione all’ordine politico esistente può contare sul sostegno di una parte consistente della Magistratura, dagli Antonio Ingroia, ai Nino di Matteo, dai Ferdinando Imposimato ai Piercamillo Davigo. Il grillismo è divenuto il braccio armato del giustizialismo e ,al pari di questo rappresenta una minaccia mortale per la civiltà liberale, che è civiltà di forme e non di contenuti, che incorona il vincitore della competizione elettorale svolta secondo le regole, anche se il vinto è qualitativamente superiore.
A disposizione del Giudice Inquisitore i Cinque stelle mettono un corpo armato di sbirri pronti ad accatastare le legna e ad accendere i roghi. Un caso classico di affinità elettive. Il movimento che ha nel “governo ladro” la forma più incurabile della sua paranoia trova la sponda di giudici, come Piercamillo Davigo, che dichiarano “non mi occupo di politica ma di politici quando rubano”. La colpa per eccellenza, quella che non si perdona , è il furto: il magistrato non dice che suo compito è perseguire i reati – dall’abuso di potere alla violenza fisica – no, la sua missione è snidare i ladri, ad esempio quelli che evadono il fisco, non volendo dare allo stato la metà delle loro (talora modeste) entrate.
Naturalmente credo anch’io che quanti rubano vadano severamente puniti ma, in una società enormemente complessa come la nostra, credo pure che comportamenti leciti e comportamenti illeciti non siano facilmente separabili come le biglie bianche e nere deposte nell’urna elettorale. La pretesa di giudici e politici di poter riconoscere, al di là di ogni ragionevole dubbio, i criminali dalle persone perbene fa correre un brivido sotto la schiena specie quando si vedono certi politici e certi imprenditori, oggettivamente discutibili, oggetto di vere e proprie persecuzioni giudiziarie laddove i loro avversari sono intoccabili e santificati proprio perché loro avversari.
La rabbia incomposta dei grillini nei confronti degli esponenti del centrodestra, l’assoluta mancanza di fair play dimostrata dopo la proclamazione dei risultati elettorali in Sicilia, quando il candidato sconfitto si è rifiutato di telefonare al vincitore per non contaminarsi, l’appoggio incondizionato dato a Pietro Grasso che non aveva ritenuto opportuno lo scrutinio segreto per l’espulsione di Berlusconi dal Senato (contravvenendo a una precisa disposizione del Regolamento del Senato), il verso fatto al livido Travaglio ogni volta che si parla del Cavaliere (il “pregiudicato”) sono episodi simbolici che dovrebbero far paura. Gli Incorruttibili (che poi sono dei Tartufi mascherati da Saint-Just) terrorizzano più dei “corrotti” giacché corrotti essendo un po’ tutti, quanti pensano di non esserlo sono clonazioni di Dorian Gray che hanno nascosto in chissà quale armadio il loro repellente ritratto.

martedì 5 dicembre 2017


LE FRASI IN TESTA
Estratto da "CEMENTO" Thomas Bernhard
"[..] Quando abbiamo le frasi in testa non abbiamo ancora la certezza di metterle sulla carta. Le frasi ci fanno paura, prima ci fa paura il pensiero, poi la frase, poi che probabilmente non abbiamo più in testa questa frase quando vogliamo annotarla. Molto spesso annotiamo una frase troppo presto, poi una troppo tardi; dobbiamo scrivere la frase nel momento giusto, altrimenti va perduta. Il mio lavoro su Mendelssohn Bartholdy è certo un lavoro letterario, mi dicevo, non musicale, pur essendo in tutto e per tutto musicale. Ci lasciamo avvincere da un tema e ne restiamo avvinti per molti anni, decenni, e se capita ci lasciamo soffocare da questo tema. Perché non lo abbiamo affrontato abbastanza presto o perché lo abbiamo affrontato troppo presto. Il tempo distrugge tutto, qualsiasi cosa facciamo.[...]"

lunedì 4 dicembre 2017


OGNI GIORNO LE SCRIVEVO
Ogni giorno le scrivevo
 Le mie memorie 
Ricordi sbiaditi 
Che emergevano dal passato
Improvvisamente visibili.
Cominciai dall' infanzia
La sentivo inginocchiata 
Vicino a me
Mi fermavo
 e le accarezzavo i capelli
E lei mi seguiva nel tocco della mano
Nella carezza comiciava a piacersi.
Le mie storie erano per lei
come sogni mai vissuti
Eppure seguiva la mia narrazione
Mentre le aprivo il mio cuore
Senza speranza
Perché capivo che
La sua mente mi cercava
Senza trovarmi.
La seguii in un racconto 
Nuovo
Di un incontro mai fatto
Per trovare nuove sensazioni
Tutte per noi
Mi sconvolse la mente
Per le voglie sopite
E mai perdute
Ma  lei non c'era più 
persa nell'inseguire
La sua vita
Lontana da me
Ma il mio cuore
Non vuole perdere
Un barlume di speranza
Di incontrare
Il suo segreto
Desiderio
Di aprirsi e abbandonarsi
Perché io la  riempia
Fino in fondo
Su un letto di piume
Mentre voliamo lontano 
In un tempo 
che non c'è.

sabato 2 dicembre 2017




POPULISMI 
Sergio Rizzitiello

Nella vita politica italiana e internazionale si dà di solito un’accezione negativa al termine “populismo”, soprattutto si dà significato spregiativo a chi si fa protagonista di populismo.
Cerchiamo di capire perché.
Una ragione è voler determinarne il significato come sinonimo di istintivo, , irrazionale, emotivo, in antitesi perciò con tutto ciò che si reputa con ragionevole, razionale.
Insomma, il populista insegue una condotta impulsiva e scatena per questo gli impulsi più grossolani, più puerili, più volgari della gente, immagino col solo intento per spingerle a votarlo, a indicarlo come guida per conquistare un suo prestigio personale, un suo potere personale.
Ora non metto in dubbio che nella vita politica si siano espresse tali persone che hanno saputo cavalcare fenomeni di emotività collettiva, però non sempre è stato così, anzi a voler guardare bene all'interno dei due fenomeni più clamorosi di totalitarismo del Novecento, quello nazista e comunista, si danno cose un po’ diverse e sorprendenti.
Hitler è vero che magnetizzava le masse, solleticava i più bassi istinti, però poi aveva bisogno di un capillare piano razionale, demandato all'intelligenza luciferina di Goebbels, di repressione. Lo stesso sterminio degli ebrei è stato deciso ed eseguito con piani scientifici, con tutto l’apparato “razionale” di cui i gerarchi nazisti erano capaci e disponevano.
Stesso discorso vale per Stalin quando scientemente ingigantiva la macchina burocratica in maniera spaventosa al preciso scopo di opprimere, sterminare, reprimere e questo lo faceva in modo freddo, distaccato, razionale.
Mi sento di poter dire che si insegue un pregiudizio grossolano quando si fa coincidere politica svolta in modo passionale, il populismo, con politica negativa, sbagliata, soltanto foriera di sciagure e sventure.
Giustamente un liberale intelligente come l’americano Murray Newton Rothbard scrisse un po’ di anni fa che non è tanto importante se le cose si dicono in modo freddo o emotivo, ma quello che si dice, quello che si critica e quello che si propone per superare ciò che si critica.
Altra questione che egli ha scritto è stata quella di osservare che gli intellettuali che sostengono il potere, e in Italia sono spesso tutti a sinistra, di solito vedono male il populista perché li scalza dalle loro giustificazioni di "laudatori", perché il populista riesce a scardinare in un sol colpo quella rete di alibi intorno al potere che essi tanto faticosamente hanno costruito.
Insomma, mi pare così di poter concludere: si guardi oltre alla parte critica anche alla parte costruttiva, si giudichi non il modo (basta che non sia violento) ma il contenuto delle proposte, non ci si lasci ingannare dagli “intellettuali” di regime che hanno tutto l’interesse per distruggere coloro che danno fastidio allo status quo, al potere di turno, al regime di turno, all'oppressore di turno.Sul populismo
Nella vita politica italiana e internazionale si dà di solito un’accezione negativa al termine “populismo”, soprattutto si dà significato spregiativo a chi si fa protagonista di populismo.
Cerchiamo di capire perché.
Una ragione è voler determinarne il significato come sinonimo di istintivo, , irrazionale, emotivo, in antitesi perciò con tutto ciò che si reputa con ragionevole, razionale.
Insomma, il populista insegue una condotta impulsiva e scatena per questo gli impulsi più grossolani, più puerili, più volgari della gente, immagino col solo intento per spingerle a votarlo, a indicarlo come guida per conquistare un suo prestigio personale, un suo potere personale.
Ora non metto in dubbio che nella vita politica si siano espresse tali persone che hanno saputo cavalcare fenomeni di emotività collettiva, però non sempre è stato così, anzi a voler guardare bene all'interno dei due fenomeni più clamorosi di totalitarismo del Novecento, quello nazista e comunista, si danno cose un po’ diverse e sorprendenti.
Hitler è vero che magnetizzava le masse, solleticava i più bassi istinti, però poi aveva bisogno di un capillare piano razionale, demandato all'intelligenza luciferina di Goebbels, di repressione. Lo stesso sterminio degli ebrei è stato deciso ed eseguito con piani scientifici, con tutto l’apparato “razionale” di cui i gerarchi nazisti erano capaci e disponevano.
Stesso discorso vale per Stalin quando scientemente ingigantiva la macchina burocratica in maniera spaventosa al preciso scopo di opprimere, sterminare, reprimere e questo lo faceva in modo freddo, distaccato, razionale.
Mi sento di poter dire che si insegue un pregiudizio grossolano quando si fa coincidere politica svolta in modo passionale, il populismo, con politica negativa, sbagliata, soltanto foriera di sciagure e sventure.
Giustamente un liberale intelligente come l’americano Murray Newton Rothbard scrisse un po’ di anni fa che non è tanto importante se le cose si dicono in modo freddo o emotivo, ma quello che si dice, quello che si critica e quello che si propone per superare ciò che si critica.
Altra questione che egli ha scritto è stata quella di osservare che gli intellettuali che sostengono il potere, e in Italia sono spesso tutti a sinistra, di solito vedono male il populista perché li scalza dalle loro giustificazioni di "laudatori", perché il populista riesce a scardinare in un sol colpo quella rete di alibi intorno al potere che essi tanto faticosamente hanno costruito.
Insomma, mi pare così di poter concludere: si guardi oltre alla parte critica anche alla parte costruttiva, si giudichi non il modo (basta che non sia violento) ma il contenuto delle proposte, non ci si lasci ingannare dagli “intellettuali” di regime che hanno tutto l’interesse per distruggere coloro che danno fastidio allo status quo, al potere di turno, al regime di turno, all'oppressore di turno.