giovedì 14 dicembre 2017




LA CENTOTTAVA STRADA
Estratto da "STRANIERA"
Di Sergej Dovlatov 

Nel nostro quartiere è accaduta questa storia. Marusja Tatarovic ha ceduto e si è
innamorata del sud-americano Rafael. Per due anni ha tentennato, ma poi ha fatto la
sua scelta. Seppure, a guardar bene, Marusja non avesse altro da scegliere.
Tutta la nostra via stava in ansia a vedere come si sarebbero evoluti gli eventi. Queste
cose, si sa, qui da noi si prendono sul serio.
Noi, significa sei edifici in mattoni intorno ad un supermercato, abitati quasi solo da
russi. Cioè, da ex-cittadini sovietici. Oppure, come scrivono i giornali, da emigranti
della «terza ondata».
Il nostro quartiere si estende dalla rete ferroviaria alla sinagoga. Un po’ più a nord, c’è
il Meadow lake, a sud il Queens Boulevard. E noi stiamo in mezzo.
La Centottava strada è la nostra arteria principale.
Noi abbiamo negozi, asili, fotografi e parrucchieri russi. C’è un’agenzia di viaggi
russa. Ci sono avvocati, scrittori, medici ed agenti immobiliari russi. Ci sono gangster
e matti russi, prostitute russe. C’è pure un suonatore cieco russo.
Gli abitanti del posto, li consideriamo stranieri. Se sentiamo parlare inglese, ci
mettiamo in guardia. In questi casi, chiediamo con insistenza:
-Parli russo!
Come risultato alcuni abitanti del posto si sono messi a parlare in russo. Il cinese della
tavola calda mi saluta:
-Buon giorno Solzenicyn! - (A lui vien fuori Soloseniza).
Per gli americani proviamo un sentimento complesso. Non so neanche cosa ci sia di
più, se indulgenza o devozione. Ci fanno pena, come dei bambini irragionevoli e
spensierati. Tuttavia, ogni tanto, ripetiamo:
-Mi ha detto un americano...
Pronunciamo questa frase con l’intonazione di un argomento decisivo e cruciale. Ad
esempio:
«Mi ha detto un americano che la nicotina fa male alla salute!...».
Gli americani del posto sono per lo più ebrei tedeschi. La terza emigrazione, salvo
rare eccezioni, è ebraica. Così è piuttosto facile trovare una lingua comune.
Spesso gli abitanti del posto chiedono:
-Lei viene dalla Russia? Parla yiddish?!...
Oltre agli ebrei, nel nostro quartiere vivono coreani, indiani, arabi. Di neri ce ne sono
relativamente pochi, di latino-americani di più.
A noi sembrano persone misteriose con i transistor (per noi è gente enigmatica, con i
suoi transistor, a noi sembrano marziani). Non sappiamo chi siano; comunque, per
ogni evenienza , li disprezziamo e ci fanno paura.
La strabica Frida, esprime il suo disappunto:
-Se ne andassero nella loro lercia Africa!...
E Frida stessa viene dalla città di Šklov. Vivere le piace di più a New York...
Se volete conoscere il nostro quartiere, mettetevi accanto alla cartoleria. Si trova
all’angolo della Centottava e della Sessantaquattresima. Veniteci il prima possibile.
Ecco che partono i nostri tassisti: Lëva Baranov, Percovic, Eselevskij. Sono tutti
robusti, accigliati, risoluti
Lëva Baranov ha più di sessant’anni . È un ex-pittore-molotovista. All'inizio della sua
carriera, dipingeva esclusivamente Molotov. I suoi lavori esponevano in numerosi
edifici amministrativi, poliambulatori, comitati di lavoro. Anche sui muri delle chiese
sconsacrate.
Baranov aveva studiato fin nei particolari l’aspetto di questo ministro dal viso di
operaio qualificato. Per scommessa disegnava Molotov in dieci secondi e, come se
non bastasse, lo disegnava anche ad occhi bendati.
Poi Molotov è stato destituito. Lëva ha tentato di disegnare Chrušcëv, ma era inutile: i lineamenti di un agiato contadino si sono rivelati al di sopra delle sue forze.
La stessa storia è accaduta con Breznev. La sua fisionomia da cantante d’opera a
Baranov proprio non riusciva. E così Lëva, dal dispiacere, è divenuto un astrattista. Si 
è messo a dipingere macchie, linee e ghirigori colorati. E inoltre si è messo a bere e
fare risse.
I vicini si lamentavano di Lëva con il commissario di quartiere:
-Beve, si azzuffa, fa cose tipo cinismo astratto...
In definitiva Lëva ha emigrato, si è messo al volante e si è calmato. Nei momenti di
tempo libero raffigura Reagan a cavallo.
Eselevskij a Kiev era professore di marxismo-leninismo. Discussa la tesi di dottorato,
si preparava a conseguire il post-dottorato.
Una volta, per caso, aveva conosciuto uno studioso bulgaro che lo aveva invitato ad
una conferenza a Sòfia. Solo che ad Eselevskij non hanno dato il visto. Si deve che
non volevano mandare all’estero un ebreo.
Per la prima volta in vita sua ad Eselevskij si è guastato l’umore. Ha detto:
-Ah! È così!? E allora me ne vado in America!
E se n' è andato.
In Occidente Eselevskij è stato definitivamente deluso dal marxismo. Ha cominciato a
pubblicare sulla stampa dell’emigrazione articoli biliosi. Poi però è stato deluso anche
dai giornalisti dell’emigrazione. Non gli restava altro che mettersi al volante...
Per quanto riuguarda Percovic, anche a Mosca faceva il tassista. Cosi la sua vita è
cambiata poco. Certo che si è messo a guadagnare molto di più. E anche il taxi qui
era suo.
Ecco che passa il proprietario del laboratorio fotografico, Evsej Rubincik. Nove anni
fa ha comprato la sua ditta, da allora sta pagando i debiti. I soldi che restano se ne
vanno nell’acquisto di nuova tecnologia.
Sono nove anni che Evsej mangia pastasciutta. Sono nove anni che trascina le sue
scarpe militari dalla suola in gomma fusa. È da nove anni che sua moglie sogna di
andare al cinema. È da nove anni che Evsej consola la moglie con l’idea che l’attività
resterà al figlio. Per quel momento i debiti saranno estinti. Ma poi - gli ricordo io -
comparirà una tecnologia ancora più nuova...
Ecco che corre a prendere il giornale del mattino il neo editore Fima Druker. A
Leningrado era considerato un famoso bibliofilo. Spariva per giornate intere al
mercato dei libri. Aveva messo insieme seimila esemplari rari e persino unici.
In America, Fima ha deciso di diventare editore. Non vedeva l’ora di restituire alla
letteratura russa i capolavori dimenticati: i versi di Olejnikov e Charms, la prosa di
Dobycin, Ageev, Komarovskij.
Druker è andato a fare le pulizie in un centro commerciale. Sua moglie è diventata
infermiera. In un anno sono riusciti a mettere da parte quattromila dollari.
Con questi soldi Fima ha affittato un ufficio accogliente. Si è fatto fare della carta
intestata color azzurrognolo, delle biro personalizzate e dei biglietti da visita. Ha
assunto una segretaria che, tra l’altro, era la nipote di Erenburg.
Ha chiamato la sua impresa «Il libro russo».
Druker ha fatto conoscenza con insigni letterati americani, Roman Jakobson,
Malmstad, Edward Brown. Se Roman Jakobson citava una poesia poco nota della
Cvetaeva, Fima si affrettava ad aggiungere:
-Almanacco «Mosty», millenovecentotrenta, pagina duecentosessantaquattro.
I filologi lo amavano per la sua erudizione e il suo disinteresse...
Fima frequentava simposi e conferenze. Conversava nei corridoi con Georges Nivat,
Ottenberg e Rannit. Era in corrispondenza con Vera Nabokova. Custodiva
gelosamente i telegrammi ricevuti da lei: «Mi oppongo decisamente». "Sono in totale
disaccordo». «Non ritengo le condizioni accettabili». Eccetera.
Si è fatto fare un timbro di gomma: «Efim G. Druker - editore», poi uno stemma, un
volume da cui spuntava una penna d’oca, e l’indirizzo. Con ciò i soldi sono finiti.
Druker si è rivolto a Michail Baryšnikov. Baryšnikov gli ha dato millecinquecento
dollari ed un buon consiglio: imparare a fare il massaggiatore. Druker ha trascurato il
consiglio ed è partito per una conferenza ad Amherst. Là ha conosciuto Weidlé e
Karlinskij. Li ha sorpresi per le sue conoscenze; ha ricordato ai due vecchi studiosi
una quantità di pubblicazioni di cui si erano scordati.
Sulla via del ritorno, Druker ha fatto un salto da Jurij Ivask. Ha trascorso una
settimana dal vecchio poeta, conversando di Vaginov e Dobycyn: in particolare su chi
dei due fosse omosessuale.
E di nuovo i soldi sono finiti.
Allora Fima ha venduto una parte della sua eccezionale biblioteca. Con i soldi
ricavati, ha ripubblicato l’opera di Feuchtwanger Süss l’ebreo. Era una strana scelta
per una casa editrice dal nome «Il libro russo». Fima supponeva che la tematica
ebraica avrebbe suscitato l’interesse dei nostri emigranti.
Il libro è uscito con un solo errore di stampa. Sulla copertina era scritto
FEUCHTWAGNER. Si vendeva male. In patria non c’era libertà, ma c’erano i lettori.
Qui di liberta ce n'era tanta, ma i lettori mancavano. Nel frattempo la moglie di
Druker ha chiesto il divorzio. Fima si `e sistemato nel suo ufficio. Il locale era pieno
di casse con Süss l’ebreo. Fima dormiva su queste casse. Ha regalato Süss l’ebreo a
numerosi amici. Con i libri ha saldato i debiti con la nipote di Erenburg. Ha tentato di
scambiarli con salame al negozio russo.
La cosa sorprendente è che tutti, tranne la moglie, lo amavano...