venerdì 1 dicembre 2017


PER STRADA E A CASA  
Estratto da "La vita è breve"
Di Sergej Dovlatov 
Mia moglie disse:
-Ah, ha anche chiamato Gabovich. Ha una certa questione. Ha promesso di passare.
-Lo so. Forse vuole chiedermi il martello. Mi hanno detto che ha comprato uno scaffale…
Gabovich era il mio vicino e collega. In realtà non era esattamente un collega- lui era un filologo. Stava lavorando ad un libro sensazionale. Si chiamava “Incontri con la Akhamatova”. E il sottotitolo: “Come e perché essi non avvennero”. Qualcosa del genere…
Cominciai ad allacciarmi gli scarponi.
-Dove vai?
-A fare una passeggiata. Comprare le sigarette.
-E Gabovich?
-Se mi troverà, sarà una lunga conversazione. E io devo lavorare.
-Quando ritornerai?
-Non appena se ne sarà andato. Fammi un segno.
-Quale?
-Accendi, per esempio, la luce nel bagno.
-La luce nel bagno è sempre accesa.
-Allora spegnila.
-Meglio se appendo alla finestra questo straccio.
-D’accordo…
Scesi nell’atrio. Nascondendomi, passai accanto all’ascensore. Uscii in strada. A quell’ora cominciava ad imbrunire. Per di più, attraversai la strada. In quel modo, Gabovich non avrebbe dovuto notarmi.
Comprai un pacchetto di Malboro. Mi incamminai fino al negozio russo. Comprai il giornale per mia mamma. Alla cassa presi anche una bottiglia di “Perrier”.
Dopo di che mi fermò Davydov della “Voce russa”. Mi chiese come andava. Mentre rispondevo, mi interessai:
-Come va la salute di Epshtein?
-Beh, ecco- rispose- stavo proprio provando a chiamarlo in ospedale. L’infarto, capirai bene, non è uno scherzo.
-Salutamelo- dissi.
E tornai verso casa. Non c’era lo straccio bianco. Tra l’altro si era fatto anche piuttosto freddo.
Dunque entrai nel “Podmoskovie”, ordinai una tazza di caffè. Pensai che avrei potuto mangiarmi anche qualcosa.
-Mi porti il menù- dissi.
-Non c’è il menù.
-Come sarebbe a dire?
-Le dirò io cos’abbiamo.
-Non me lo ricorderò.
-Se lo ricorderà. Perché abbiamo solo gli spiedini.
-Incredibile- dissi- perché volevo proprio gli spiedini…
Mangiai. Bevvi il caffè. Nel frattempo era comparso il pubblico, era iniziata la musica. Ricordo che il capo dell’orchestra disse:
-Il nipote Eraklij augura buon compleanno alla nonna Natella. In suo onore verrà eseguita la canzone lirice…
Egli fece una pausa e poi disse solennemente:
-La canzone lirica: “Sei ancora viva, mia vecchietta!”.
Pagai e uscii in strada. A quell’ora era diventato buio. Il nostro palazzo numero sedici si distaccava totalmente dal buio.
Tuttavia lo straccio non c’era.
Inoltre avevo freddo. Entrai nel negozio sportivo di fronte allo studio di fotografie. Mi comprai una maglia per tredici dollari. La dispiegai. E solo allora notai il disegno davanti: un teschio, due ossa e la scritta schizofrenica: “Hai letto questo? Significa che sei venuto troppo vicino!”
Cammino per strada con quella maglietta degenerata. Mi avvicino a casa mia. La luce alla finestra è accesa ma non c’è lo straccio.
Vado alla cabina telefonica. Risponde mia moglie. Dico:
-Rispondi solo “sì” o “no”.
-No- dice mia moglie.
-No cosa?
Silenzio.
-Gabovich è da noi?
-Sì.
-E tu dici no… non vuole andarsene?
-Sì.
-Sì cosa? Sì, vuole, o no, non vuole?
-Io penso di no.
-Cioè, non vuole?
-No.
-Vedi di non offrirgli nulla.
-Assolutamente no.
-Non ti sei dimenticata dello straccio?
-No…
Andai di nuovo al negozio russo. Incontrai Davydov. Mi disse:
-La sai la novità, Epshtein è morto. Gli ho appena telefonato in ospedale. Volevo andar da lui, a trovarlo, ed ecco che…
-E’terribile- dico.
E lì decisi di chiamare una mia conoscente. Beh, niente di particolare. Solo una conoscente di trent’anni della casa vicina. Non sposata.
Guardo sull’elenco telefonico. Chiamo. Mi risponde proprio questa Nelly:
-Ah, sei tu? Pensavo mi avessi totalmente dimenticato…
-Posso venire da te?- chiedo.
Qui ci fu una piccola pausa. E poi:
-Mi devi scusare, ma non sono sola.
-Ok- dico io- sarà per la prossima volta.
E in risposta sento:
-Non ci sarà una prossima volta. Tra di noi è tutto finito. Hai moglie e una figlia. Dovrò pur pensare a me stessa finalmente!…
E così Nelly appese il telefono.
Qui io riflettei. Tutte le persone sono crudeli a modo loro. Gli uomini, ad esempio, sono maleducati e mentono. Sfuggono appena possono. Tuttavia, nemmeno l’uomo più crudele del mondo ti dirà mai: “Vattene! Tra di noi è tutto finito!”. Per quel che riguarda le donne, ebbene pronunciano tutto questo con leggerezza e persino senza soddisfazione: “Vattene! Ti odio! Non chiamarmi mai più!…”.
All’inizio piangono e singhiozzano. Poi si comportano in modo cattivo e gridano: “Vattene!”.
Vattene! Io non riesco nemmeno a pronunciare una cosa simile…
Guardai l’ora- le dieci e mezzo. I cinema erano chiusi. Non avevo più un soldo, praticamente. Stava salendo la notte.
Le mie finestre erano continuamente illuminate. Lo straccio bianco non c’era.
Il teschio e le ossa sulla mia maglia smisero di essere evidenti. E anche la scritta perse di senso.
Chiamai di nuovo a casa. Non avevo ancora pronunciato alcun suono, che mia moglie mi disse seccamente:
-No.
-No nel senso di sì, Gabovich è da noi?
-Sì- mi sento dire.
Penso: cosa sta succedendo lì da loro? Può essere che sia in corso qualche discorso serio? O qualche affare importante?
Persino un senso di gelosia si insinua in me.
Appendo il telefono. Chiamo Rafail, che commercia immobili. Per fortuna che Rafail abita dietro l’angolo.
-Hai dei soldi?- gli chiedo.
-Diciamo di no. Ma ho la Visa, la Mastercard, l’American Express… perché?
-Andiamo da qualche parte.
-Cioè?
-Non lo so… in Canada… o in Brasile…
-Volentieri- risponde- ma ho Rita che è malata. Possiamo fare tra una settimana?
-Tra una settimana- rispondo- probabilmente sarò già a casa.
-E ora dove sei?
-A spasso.
-Hai bevuto?
-E’un’idea. Passami dalla finestra una quindicina di dollari.
-Te l’ho già detto, non ho soldi. Li avrò domani.
-E fino a domani che faccio, passeggio sotto le finestre?
-Se vuoi, vieni dentro.
-E’meglio se mi fai un piacere. Chiama al “Forest Dainer”. Dà il tuo numero di Visa. Dì loro di darmi un drink. A dirla tutta, due. Ti riporterò i soldi appena potrò.
Entrai al “Forest Dainer”. Mi scolai due bicchieri di rum e Pepsi. Mi fumai una sigaretta e mi diressi deciso verso casa.
Era l’una di notte. La mia finestra era illuminata in modo chiaro e accogliente. A dire il vero, la luce del bagno era spenta. Forse l’aveva spenta Gabovich?
Salii con l’ascensore al sesto piano. Tirai fuori le mie chiavi. La porta si aprì. Gabovich stava in piedi all’ingresso. Aveva su il cappotto. Diceva qualcosa, gesticolando e scuotendo la cenere. Vedendomi, si profuse in un sorriso.
Mia moglie disse:
-Gliel’ho detto mille volte, di togliersi il cappotto. Ma non ne ha voluto sapere.
-Sto qua un minutino- disse Gabovich-, devo andare. Anche se ora che… Sergey è apparso, si può parlare un po’…
Si tolse il cappotto. Poi si sedette al tavolo e cominciò:
-Lei sa che ho delle rarissime fotografie della Akhmatova?
-Quali fotografie?- domando.
-L’ho già detto, fotografie della Akhmatova.
-Di che anno?
-Cosa, di che anno?
-Le fotografie, di che anno?
-Beh, del sessantaquattro. O forse, del sessantotto. Non ricordo.
-E’morta molto prima di allora.
-Beh, e allora?- chiese Gabovich.
-Come, e allora? Chi c’è, quindi, in quelle fotografie?
-Che differenza fa?- intervenne pacificamente mia moglie.
-Beh, ci sono io, immortalato- disse Gabovich- ci sono io sulla tomba della Akhmatova.
Quando lui andò in bagno, mia moglie esclamò:
-Comportati bene. Ti prego. Non a torto tutti dicono che Dovlatov ha un carattere davvero insopportabile.
(Racconto tratto da: “La vita è breve, Sergey Dovlatov. Traduzione: Valentina Moretti)
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