venerdì 18 novembre 2022

IL MIO NOVIZIATO Colette


IL MIO NOVIZIATO
Colette
Recensione 
Vale Flip

Libro che subito ti cattura , scritto con garbo ed intelligenza , viene considerato un capolavoro...beh, nell'epoca in cui fu pubblicato rappresentò di sicuro una rottura degli schemi , per il suo linguaggio esplicito, fresco e frizzante.
Sono scene di vita in una Parigi della prima metà del XX secolo.
I ritratti dei personaggi comprimari sono molto vividi ed illuminanti sul loro ruolo in relazione al personaggio principale che è M'Willy. Anche ambienti e situazioni sono presentati con colori brillanti e viva partecipazione. Sottotraccia...un ironia lieve, ma il sorriso non riesce ad arrivare alle labbra.
 Adesso che in prospettiva Colette la contempla, la vita in quel tempo davvero non le sorrideva : allora la viveva, la viveva e basta e non c'era spazio per porsi domande.
"A lei [che è  poi la mano di M'Willy, il marito] devo la mia arte più sicura , che non è quella di scrivere, ma l'arte domestica di saper attendere, dissimulare, raccogliere briciole, ricostruire, rincollare, rindorare,  cambiare il meglio in peggio, perdere e riconquistare nello stesso istante il gusto frivolo di scrivere..."  ritratto di un uomo che lei ama e non ama, uomo ricco di potenzialità,  con una accurata negligenza ad utilizzarle ed una sperticata attenzione alla matematica dei profitti . Davvero un ritratto ricco di attenzione ed intuizione, sprofondato fin nelle pieghe più nascoste del personaggio. Per lei , una situazione d'attesa , senza sogno, però  trepida attesa di un cambiamento, di un'epifania ben sapendo che non sarebbe arrivata mai. "A vivere s'impara,  dunque ? Sì,  se è  senza felicità.  La beatitudine non insegna niente. Vivere senza felicità e non deperirne: ecco un'occupazione, quasi una professione."
Se cerchiamo nella storia un'armonia di continuità,  ben modulata, qui non c'è ;  troviamo invece la foga del racconto, la dispersione del ricordo, la potenza della memoria, il dolore pudico e la forza di narrarsi. 
Così,  apprezziamo la capacità di coinvolgerci dello scritto, l'ingenuità della fanciulla, e il suo gusto di essere "eretica" , orgogliosamente.
Risvolto (Adelphi)
Quando Colette, ventenne, arrivò a Parigi, «non era che una giovane sposa» cresciuta in campagna e non sapeva di avere accanto a sé un affascinante, sottile mostro: Monsieur Willy, con la sua «fronte rosea, illimitata e possente», negriero di una squadra di scrittori chini a lavorare oscuramente per lui, che però aveva più talento di loro. Accanto a Willy, Colette fu introdotta a una Parigi oscillante fra la bohème letteraria, il demi-monde e il grand monde, fra scrittori come Marcel Schwob, grandi cocottes  come la Otero e varie aspiranti al ruolo di Madame Verdurin. Ma la visione che più la intrigava, e quasi la paralizzava, era Willy stesso. Quale appare dalle pagine del Mio noviziato, Willy è un personaggio immenso. Dietro alle sue perfidie, ai suoi imbrogli, alle sue crudeltà, permane un elemento di mistero. Ci si domanda addirittura se la sua strepitosa inventiva di industriale della letteratura, se la sua capacità di vivere numerose vite contemporaneamente, ingannando tutte le sue vittime femminili, se la sua lancinante passione per il denaro non fossero altrettante prove di :art pour l'art, procedimenti che si appagavano della perfezione della propria forma più che dei bruti risultati pratici. Colette subì e capì come nessuno questo monstrum psicologico, divisa fra la gelosia selvaggia e una sinuosa complicità. A Willy donò il più grande successo, permettendogli di passare come autore della serie dei libri di Claudine. E Willy le donò la scoperta di essere una scrittrice. L'intreccio erotico, letterario, economico, mondano fra questi due esseri divenne col tempo sempre più fitto. La figura di Willy appariva sempre più incombente e indecifrata. «Aver lavorato per lui, accanto a lui, ha fatto sì che io lo temessi, non che lo conoscessi meglio» osserverà lucidamente Colette. Nei tredici anni del suo «noviziato» con Willy, Colette «si era messa a soffrire con un orgoglio e una testardaggine intrattabili». Ma è questo anche il periodo in cui fu costretta a imparare la vita con quella sovrana precisione che le guidò poi la mano in tanti suoi libri.
Il mio noviziato apparve nel 1936, cinque anni dopo la morte di Willy e trent'anni dopo che Colette lo aveva abbandonato. Una lunga esperienza di scrittrice si era dovuta accumulare prima che Colette si azzardasse a raccontare una storia così rischiosamente intima. Ma ne è risultata una delle sue opere più perfette, più calibrate. Quando il libro apparve, André Gide annotò queste parole nel suo Diario: «Letto l'ultimo libro di Colette con interesse vivissimo. Vi ho trovato ben più che il talento: una sorta di genio molto peculiarmente femminile e una grande intelligenza. Che scelta, che articolazione, che felici proporzioni in un racconto così apparentemente brado! Che tatto perfetto, che cortese discrezione nella confidenza (nei ritratti di Polaire, di Jean Lorrain, e soprattutto di Willy, di «Monsieur Willy»); non c'è un colpo che non vada a segno e non rimanga nella memoria, e tutto tracciato come seguendo il caso, come giocando, ma con un'arte sottile, matura». 

IL MIO NOVIZIATO 
Nella mia vita ho avvicinato raramente quegli uomini che gli altri uomini chiamano grandi. Loro non mi hanno cercata. Per parte mia li fuggivo; mi rattristava che la loro fama li vedesse ormai offuscati, già ansiosi di corrispondere alla propria immagine, di somigliarsi, un po' irrigiditi, un po' stremati, chiedendo grazia in segreto, risoluti a «sedurre» aiutandosi con le loro piccinerie, quando non forzavano, per far colpo, la loro luce in declino. Se essi non figurano in questi «ricordi», la colpa è mia che ho preferito - il sesso non ha molta importanza -  persone oscure, colme di un succo che proteggevano, che negavano alle sollecitazioni banali. Quelle che suscitarono la mia curiosità, fino a una sorta di passione, talora erano indecise soltanto sul modo in cui profondere la loro essenza più preziosa. Facevano come i golosi che tengono in dispregio l'aragosta all'americana perché non son sicuri di saperla sgusciare come si deve. Ma probabilmente io disponevo del gesto lustrale - con una tempestiva spruzzatina d'acqua la guida italiana ridesta, al suo passaggio, l'oro sopito dei mosaici sotterranei...Una lacrima, appena uno schizzo, e i miei prediletti si aprivano. Di nulla mi vanto, se non di aver urtato, al mio passaggio, quegli esseri sapidi e oscuri. I loro nomi, inutili, talvolta si cancellano, ma io li violento ed essi tornano a incidersi sotto i volti, che sono lenti a offuscarsi. I meglio scolpiti non hanno avuto, nella mia vita, un ruolo fatale. E' nella mia natura aver cari, nel ricordo, il passante non meno del congiunto o dello sposo, e la sorpresa al pari del quotidiano. Per questo ho potuto dare, senza amore, un posto di prim'ordine al giovanotto che vidi fingere di bere, e di fumare l'oppio. Ora, è più agevole fumare e bere che fingere di farlo, e l'astenersi, cosa rara in ogni campo, rivela un'inclinazione alla sfida e al virtuosismo. Che mai cercava dunque il mio giovane asceta, sballottato di fumeria in baccanale, restandosene a digiuno? A me dovette pur dirlo, a me che non fumavo e non mi ubriacavo. Voleva soltanto sentirsi stretto, caldo da ogni parte, puntellato da ubriaconi veri e ferventi fumatori. Si spiegò male e a spizzichi, io capii tutto il giorno in cui invece di dire «la loro ubriachezza», gli scappò detto «la loro sicurezza».
Quanto all'ebbrezza se la cavava senza difficoltà, mescolando abilmente champagne e gassosa. L'oppio gli dava più problemi, e talvolta delle nausee ma quel che ci vuole, ci vuole. Quel che ci voleva a lui era l'amicizia passeggera, le confessioni, una fiorita di giovani morti senza diffidenza, e la triste felicità di posare la fronte su una spalla, un seno consenzienti, di raggiungere nel dormiveglia alleati inaccessibili...Ho conosciuto anche la bambina di otto anni che si lasciava chiamare a lungo da sua madre, in lontananza, nel parco... Nascosta, ascoltava la voce materna approssimarsi, allontanarsi, vagare, cambiare tono, farsi, intorno al pozzo e allo stagno, roca e irriconoscibile... Era una bambina dolcissima, ma che ne sapeva già troppo, come vedete, sui diversi modi di procurarsi terribilmente il piacere. Alla fine usciva dal suo nascondiglio, fingeva l'affanno e si lanciava correndo tra le braccia di sua madre, scusandosi: «Vengo dalla fattoria... Ero... ero con Anna in fondo all'orto... Ero...ero...». «Che cosa escogiterai quando avrai vent'anni?» la rimbrottai un giorno. Lei socchiuse i suoi deliziosi occhi azzurri, guardò lontano:«Oh! qualcosa troverò...» mi disse. Ma credo che si desse delle arie. Mi stupii che recitasse, per due volte, il suo gioco in mia presenza. Non mi chiedeva alcuna complicità né promessa, pareva sicura di me come lo furono, dopo di lei, altri colpevoli, sopraffatti dalla voluttà della confessione e dal bisogno di maturare sotto uno sguardo umano. Ho conosciuto una brava creatura, una di quelle donne che per vocazione e per calcolo sono come la grassa prateria, il granaio d'abbondanza dell'uomo. La usava, quale amante amichevole, uno dei miei amici, A..., che da lei trovava svago, cure affettuose ancorché amorose, la cucina genuina, l'aranciata della sera, l'aspirina per il brutto tempo e una perfetta benignità sensuale. Lui lasciava la buona Zaza, tornava, se ne andava e si dimenticava di lei, la ritrovava tra il cane grifone, un fuoco di legna e qualche sconosciuto cui ella probabilmente elargiva, oltre la tazza di verbena, la notte cordiale. B..., l'amico di A..., fu forse un po' invidioso di una relazione così tranquilla?... «Sta' attento!» disse ad A.... «A che cosa?». «A quella donna. Molto pericolosa. Il suo pallore di vampiro, le sue chiome di un rosso infernale...». «Mi fai proprio ridere» disse A.... «Se le tinge, le chiome». «Tinte o non tinte, vecchio mio, tu non t'immagini nemmeno il mutamentocspaventoso che subiscono da un po' di tempo il tuo umore, il tuo lavoro, persino il tuo fisico... Questo genere di disgregazione rapida è sempre opera di una donna fatale. Zaza ha tutto della donna fatale. Ti stai rovinando».A... si fece beffe di B..., continuò a frequentare Zaza, a dimenticarsi di lei, a ritrovarla secondo il caso e a portarla nel quartiere delle Halles per qualche buona cena pesante e sopraffina. Una sera invitò anche B..., al dolce si congedò senza premeditazione: «Ragazzi, io ho una riunione sindacale alle dieci. Bevete l'armagnac alla mia salute. Senti, vecchio, la riaccompagni tu Zaza se beve un bicchiere di troppo?...». A quattr'occhi con Zaza, B... le lasciò intuire il sospetto e la considerazione allarmata che lei gli ispirava. «Una donna come voi... Divoratrice di uomini... Ma via!... Quell'imbecille di A..., affascinante ma limitato, non ha capito nulla... Come?... A chi volete darla a bere?... Io sono ancora in grado, grazie a Dio, di smascherare...», ecc...', ecc...', ecc...' Verso mezzanotte, B... piagnucolava sulle bianche mani di Zaza che lo guardava dall'alto mordicchiandosi le belle labbra. Lei non disse nulla al nostro amico A..., ma cominciò a indossare, al cospetto di B..., l'alta tenuta, completa e fuori moda, della donna fatale. Lo lusingò, lo cacciò via, tornò ad allettarlo, con un frammento di cristallo incise sul polso del poveretto le quattro lettere delbproprio nome, gli diede appuntamenti in taxi, si incoronò i capelli rossi di aigrette di lustrini, mise camicie di chantilly nero e, cosa ancora più scandalosa, gli si rifiutò. Tanto che B..., che non si capacitava, dovette credere per forza all'arpia che si era inventato, e A... si preoccupò per lui. «Che ti succede, vecchio mio? E' il fegato? la vescica? Va' a fare la cura delle acque, consulta un medico, datti da fare! Ma non startene lì con le mani in mano, mi hai tutta l'aria di covare qualcosa di brutto!». Parole sante, giacché B..., che mangiava male, dormiva poco e s'infreddava per un nonnulla, si lasciò cogliere da una consunzione da affatturato, e morì come d'improvviso. Sotto il suo guanciale e fra le sue carte personali, mescolate a pratiche d'affari, le fotografie di Zaza contribuirono non poco a mitigare il dolore vedovile di Mme B... Fu proprio Zaza a raccontarmi, mentre lavorava a maglia un golfino celeste, la storia che riassumo. Eravamo sole solette, e lei se la prendeva comoda, moltiplicando i «...ma il bello è che... Ed ecco il mio B... che ha perso la testa... Non che vada pazzavper lo chantilly nero, ma sa tanto di romanzo...», e non cessò un attimo,vcon quel suo viso maturo e cattivante tutto increspato di malizia, d'aver l'aria di raccontarmi una storiella un po' spinta. Concluse con un cenno noncurante che avrebbe raggelato un interlocutore più sensibile, e con una frase sentenziosa: «Non si deve tentare il diavolo, nemmeno per balordaggine. Quell'imbecille di B..., ha tentato il diavolo, lui...».