domenica 27 novembre 2022

LA VERITÀ E ALTRE BUGIE Sascha Arango


LA VERITÀ E ALTRE BUGIE
Sascha Arango

Abstract
«I bugiardi tra di noi sapranno che ogni menzogna deve contenere un pizzico di verità per essere credibile. Una spruzzata di verità spesso basta, ma deve esserci, come l’oliva nel Martini»
«I fatti inventati si dimenticano in fretta, le bugie vanno imparate. È faticoso e con il tempo ogni bugia diventa una mina vagante e dunque pericolosa. Henry lo sapeva. Le bugie che si sono scordate spesso rimangono a lungo sotto la superficie e arrugginiscono, perché nessuno ci bada. Si diventa avventati, imprudenti, si dimentica. Ma gli altri non dimenticano. Chi non sa più dove sono seppellite le bugie dimenticate, dovrebbe evitare l’intera zona.»
  Scrittore di bestseller di fama internazionale, Henry Hayden vive appartato in una splendida villa sul mare. Le donne lo adorano e la vita gli sorride. La sua esistenza così perfetta rischia però di incrinarsi il giorno in cui la sua giovane amante, nonché editor, gli rivela di essere incinta. Un imprevisto che, insieme alla serenità coniugale, rischia di costargli la carriera: ma davvero raccontare tutto alla moglie è l’unica possibilità che gli resta? 

LA VERITÀ ED ALTRE BUGIE
 1 
Fatale. Bastò una breve occhiata all’immagine per dare forma all’oscuro presentimento dei mesi precedenti. L’embrione era ricurvo come un anfibio, un occhio rivolto verso di lui. E quello sopra la coda da drago era una gamba o un tentacolo? Nella vita sono pochi i momenti di grande certezza. Ma in quest’istante Henry vide nel futuro. Quell’anfibio sarebbe cresciuto, sarebbe diventato una persona. Avrebbe avuto dei diritti, delle pretese, avrebbe fatto domande e a un certo punto avrebbe saputo tutto ciò che occorre per diventare un uomo. Sull’immagine dell’ecografia, grande più o meno come una cartolina, si riconosceva a destra dell’embrione una scala di grigio, a sinistra delle lettere, in alto la data, il nome della madre e quello della dottoressa. Henry non dubitò neppure per un istante della sua autenticità. Betty fumava seduta accanto a lui al volante dell’auto e vide le sue lacrime. Gli posò la mano sulla guancia. Credeva che fossero lacrime di gioia. Lui invece stava pensando a sua moglie, Martha. Perché non poteva avere un figlio da lui? Perché si ritrovava seduto in macchina con quest’altra donna? Provava disprezzo per se stesso, si vergognava, gli spiaceva tantissimo. La vita ti dà tutto, era sempre stato il suo motto, ma mai in una volta sola. Era pomeriggio. Le onde si infrangevano monotone contro la scogliera, il vento piegava l’erba e premeva contro i finestrini della Subaru verde. Sarebbe bastato accendere il motore, schiacciare l’acceleratore, la macchina avrebbe superato il ciglio dello strapiombo precipitando di sotto tra i flutti. In cinque secondi sarebbe finito tutto, lo schianto avrebbe ucciso tutti e tre. Prima però avrebbe dovuto alzarsi dal sedile del passeggero per cambiarsi di posto con Betty. Troppo complicato. «Non dici niente?» Che cosa doveva dire? La situazione era già abbastanza pesante, quell’affare nell’utero di Betty sicuramente già si muoveva, e se c’era una cosa che Henry aveva imparato, era di non dare mai voce a ciò che era meglio rimanesse taciuto. Negli anni passati Betty lo aveva visto piangere una volta soltanto, quando gli era stata conferita la laurea ad honorem dello Smith College nel Massachusetts. Fino ad allora aveva pensato che Henry non piangesse mai. Seduto immobile in prima fila, Henry aveva pensato a sua moglie. Betty si sporse oltre la leva del cambio e lo abbracciò. Rimasero in silenzio ad ascoltare il reciproco respiro, poi Henry aprì la portiera del passeggero e vomitò nell’erba. Vide le lasagne che aveva preparato a Martha per pranzo. Somigliavano a un composto embrionale di grumi di pasta color carne. A questa vista la saliva gli andò di traverso e cominciò a tossire violentemente. Lei si tolse le scarpe, con un balzo uscì dalla macchina, strappò Henry dal suo sedile, gli cinse la cassa toracica con entrambe le braccia e premette con forza, finché le lasagne gli fuoriuscirono dal naso. Era fenomenale come Betty sapesse fare la cosa giusta senza riflettere. Rimasero entrambi in piedi nell’erba accanto alla Subaru, il vento che faceva nevicare batuffoli di schiuma di mare. 
«Su, dillo. Che cosa dobbiamo fare?»
 La risposta giusta sarebbe stata: tesoro, le cose si mettono male. Ma una risposta del genere porta delle conseguenze. Cambia le cose o le fa scomparire del tutto. E a quel punto non servono più nemmeno i rimorsi. E chi vorrebbe cambiare qualcosa che fila liscio e comodo? «Tornerò a casa e racconterò tutto a mia moglie.» «Davvero?» 
Henry vide lo stupore sul viso di Betty, lui stesso era sorpreso. Perché lo aveva detto? Henry non aveva la tendenza a esagerare, raccontare tutto non sarebbe stato necessario. 
«Che cosa intendi con tutto?» «Tutto. Le dirò tutto. Basta bugie.» 
«E se lei ti perdonasse?» «Come potrebbe?» 
«E il bambino?» 
«Spero che sia una femmina.» Betty lo abbracciò e lo baciò sulla bocca. 
«Henry, sai essere fantastico.» Già, sapeva essere fantastico. Adesso sarebbe tornato a casa e avrebbe sostituito le bugie con la verità, finalmente avrebbe raccontato ogni cosa, senza riguardi, compresi tutti i dettagli scabrosi, be’, magari non proprio tutti, ma quantomeno i fatti essenziali. Doveva essere impietoso. Ci sarebbero state lacrime, una sofferenza atroce, anche per lui. La fine della fiducia e dell’armonia tra lui e Martha, ma anche un atto liberatorio. Non sarebbe più stato un disgraziato mascalzone e niente più motivi di vergognarsi. Era giusto così. La verità avanti alla bellezza, tutto il resto sarebbe venuto da sé. Abbracciò la vita sottile di Betty. Nell’erba c’era un sasso, abbastanza grande e pesante da provocare un colpo mortale. Gli sarebbe bastato chinarsi a raccoglierlo. 
«Forza, sali.» 
Lui si mise al volante e accese il motore. Invece di partire in avanti e lanciarsi oltre la scogliera, ingranò la retromarcia e fece muovere la Subaru lentamente all’indietro. Un grave errore, come avrebbe constatato in seguito. Il viottolo lastricato con blocchi di cemento forati si snodava quasi invisibile attraverso una fitta abetaia e sbucava sulla strada forestale dove lui aveva lasciato l’auto, nascosta sotto i rami bassi. Betty abbassò il finestrino, si accese l’ennesima sigaretta al mentolo e inspirò il fumo. «Mica si farà del male, vero?» «Spero di no.» 
«Come reagirà? Le dirai che sono io?» 
Che tu sei cosa? avrebbe voluto chiederle Henry. «Glielo dirò, se me lo chiederà» rispose invece. Ovviamente Martha glielo avrebbe chiesto. Chiunque venga a sapere di essere stato metodicamente tradito, desidera sapere il perché, da quanto tempo e con chi. È normale. Il tradimento è un enigma che vogliamo risolvere. Betty posò sulla coscia di Henry la mano con cui reggeva la sigaretta accesa. «Tesoro, siamo stati attenti. Cioè, non volevamo mica un bambino, no?» 
Henry era totalmente e profondamente d’accordo. No, non voleva un bambino, men che meno con Betty. Lei era la sua amante, non sarebbe mai stata una brava madre, non ne aveva il cuore, era troppo impegnata a prendersi cura di se stessa. Un bambino in comune l’avrebbe messa in una posizione di superiorità, le avrebbe consentito di smascherarlo e di esercitare pressioni fino alle ultime conseguenze. Già da diverso tempo lui accarezzava l’idea di farsi sterilizzare, ma qualcosa di indefinibile glielo aveva finora impedito. Forse era il desiderio inconscio di avere un figlio con Martha. «Evidentemente voleva venire al mondo» disse lui. Betty sorrise con labbra tremanti. Henry aveva trovato il tono giusto. 
«Credo che sarà una bambina.» 
Scesero dall’auto e si scambiarono nuovamente di posto. Betty si mise al volante, infilò una scarpa, schiacciò meccanicamente la frizione e spostò il cambio avanti e indietro. Non è contento, pensò. Forse, però, sarebbe stato eccessivo pretenderlo da un uomo che aveva appena deciso di cambiare la propria vita e di mettere fine al proprio matrimonio? Nonostante la loro lunga relazione, Betty conosceva Henry molto poco, ma di una cosa era certa: Henry non era fatto per la famiglia. Non vede l’ora, pensò lui. Non vede l’ora che io rinunci a tutto per lei. In realtà, Henry non aveva la minima intenzione di abbandonare il suo spensierato isolamento in cambio di una vita in famiglia per la quale non era tagliato. Dopo la grande confessione alla moglie, doveva trovare una nuova identità. Ci sarebbe voluto molto impegno per inventarsi un altro Henry, un Henry solo per Betty. Bastava il pensiero a sfinirlo. 
«Posso fare qualcosa?» Henry annuì. 
«Smetti di fumare.» Betty tirò un’ultima boccata, poi gettò via la cicca. 
«Sarà tremendo.»
 «Sì. Tremendo. Ti chiamo quando sarà tutto finito.» 
Lei ingranò la marcia. 
«A che punto sei con il romanzo?»
«Non manca più molto.»
 Si chinò su di lei attraverso la portiera aperta. 
«Hai parlato a qualcuno di noi?»
«No, con nessuno» rispose lei.
«Il bambino è mio, vero? Voglio dire, c’è sul serio, nascerà?»
«Sì. È tuo. Nascerà.»
Gli porse le labbra socchiuse per un bacio. Lui si allungò controvoglia e la lingua di lei gli penetrò in bocca come una grossa vite spanata. Henry richiuse la portiera della Subaru. Betty imboccò la strada forestale diretta sulla provinciale. Lui la seguì con lo sguardo fino a che scomparve. Poi schiacciò la sigaretta al mentolo ancora accesa che lei aveva gettato nell’erba. Le credeva. Betty non gli avrebbe mentito, perché non aveva abbastanza fantasia per farlo. Era giovane e atletica, molto più elegante di Martha, era pure bella e non troppo perspicace, ma incredibilmente concreta. E adesso era incinta di lui, un test del dna era assolutamente superfluo.
Il freddo pragmatismo di Betty lo aveva colpito fin dal loro primo incontro. Era abituata a prendersi ciò che le piaceva. Era vivace, aveva i piedi affusolati, seni piccoli spruzzati di lentiggini, occhi verdi e capelli biondi e mossi. Per il loro primo incontro indossava un vestito stampato con specie animali in via di estinzione.
La loro relazione era cominciata nell’istante stesso del loro incontro. Henry non si era dovuto impegnare, non aveva dovuto mentire, né corteggiarla, non aveva dovuto fare proprio niente – come succedeva spesso – perché lei lo considerava un genio. Per questo il fatto che fosse sposato e non volesse figli non la disturbava minimamente. Al contrario. Era tutta questione di tempo. Aveva aspettato a lungo uno come lui, glielo aveva detto senza problemi. A suo parere, la maggior parte degli uomini mancava di grandezza. Non aveva specificato che cosa intendesse con quel termine.
Nel frattempo Betty era diventata direttore editoriale della casa editrice Moreany. Era partita come assistente all’ufficio commerciale, anche se per quel posto riteneva di essere sovraqualificata, perché all’epoca era già laureata in lettere. Per lo più i corsi erano stati noiosi e lei rimpiangeva di non aver seguito il consiglio dei genitori e di non aver studiato giurisprudenza. Nonostante le qualifiche, le possibilità di carriera nel mondo editoriale erano limitate. Durante la pausa pranzo andava a ficcanasare negli uffici degli editor. Un giorno, per pura noia, aveva preso come lettura per la mensa il dattiloscritto di Henry dalla pila di manoscritti non richiesti spediti alla casa editrice. Henry aveva inviato il testo come semplice piego di libri senza lettera di accompagnamento, per risparmiare sui costi di spedizione. Fino a quel momento era sempre stato in ristrettezze. Dopo aver letto una trentina di pagine, Betty lasciò perdere il pranzo. Corse al terzo piano nell’ufficio del fondatore Claus Moreany, svegliandolo dal pisolino pomeridiano. Quattro ore più tardi Moreany in persona telefonava a Henry.
«Buongiorno. Sono Claus Moreany.»
«Sul serio? Santo cielo.»
«Ha scritto una cosa meravigliosa. Davvero meravigliosa. Ha già ceduto i diritti?»
Non lo aveva ancora fatto. Il primo romanzo, Frank Ellis, vendette dieci milioni di copie in tutto il mondo. Un thriller, come si dice volentieri, con molta violenza e ben poco di conciliante. Era la storia di un autista che diventa poliziotto per scoprire l’assassino di sua sorella. Le prime centomila copie furono vendute e sicuramente anche lette nel giro di un mese. I profitti salvarono la casa editrice dalla bancarotta. Ora, a otto anni di distanza, Henry era un autore di best seller tradotto in venti lingue, con molti premi all’attivo e Dio solo sa che altro ancora. Moreany gli aveva ormai pubblicato cinque libri, tutti campioni di incassi, tutti adattati per il cinema e il teatro, e Frank Ellis era oramai diventato un testo studiato nelle scuole. Praticamente quasi un classico. E Henry era sempre sposato con Martha.
A parte Henry, soltanto Martha sapeva che lui non aveva scritto neppure una singola parola di quei romanzi.
2.
Henry si era chiesto spesso come sarebbe stata la sua vita se non avesse conosciuto Martha. La risposta che si dava da solo era sempre la stessa: uguale a prima. Non sarebbe diventato famoso, di conseguenza non avrebbe potuto vivere nel benessere e nella libertà, di sicuro non avrebbe guidato un’auto sportiva italiana e nessuno avrebbe conosciuto il suo nome. Henry non si faceva illusioni su questo. Sarebbe rimasto invisibile, un mondo a sé. Naturalmente la lotta per l’esistenza è entusiasmante, e solo la privazione rende preziose le cose. Il denaro perde la sua importanza non appena ce n’è in eccesso. Tutto verissimo. Ma la svogliatezza e l’indifferenza non sono forse un pegno accettabile per una vita di agi e lussi, e senza dubbio meglio della fame, della sofferenza e dei denti guasti? Non bisogna essere famosi per diventare felici, anche perché spesso la popolarità è scambiata per importanza, ma da quando era passato dalle tenebre della massa alla luce dell’individualità, Henry viveva incomparabilmente meglio. Per questo, da anni si occupava soltanto del mantenimento dello status quo. Non poteva arrivare più in alto di così. In questo rimaneva con i piedi per terra. Anche se era noioso.
Il manoscritto di Frank Ellis era stata una sua scoperta. Era sotto un letto sconosciuto, avvolto in carta da forno. Henry lo aveva trovato mentre, afflitto da una martellante emicrania, cercava il suo calzino sinistro per uscire di soppiatto da una stanza sconosciuta, come gli capitava spesso. Non aveva mai visto prima la donna sdraiata nel letto accanto a lui e non aveva alcuna intenzione di fare la sua conoscenza. Le vedeva soltanto un piede, la curva femminile dal fianco su fino ai capelli castani e basta. La stufa era spenta, la camera buia, c’era odore di polvere e alito cattivo. Era il momento di svignarsela.
Henry aveva una sete tremenda, perché la sera prima aveva bevuto parecchio. Era stata la sera del suo trentaseiesimo compleanno. Nessuno gli aveva fatto gli auguri. Del resto non sarebbe stato possibile, nessuno lo sapeva. Chi avrebbe potuto? Era un vagabondo e come tale non aveva amicizie, e i suoi genitori erano morti da tempo.
Non disponeva di un appartamento proprio, né di entrate stabili, non aveva idea di come avrebbe tirato avanti. Perché poi? Il futuro è incerto, chi dice di conoscerlo è un bugiardo. Il passato è solo ricordo, ovvero pura finzione; solo il presente è certo, offre spazio alla realizzazione e poi svanisce subito. Più ancora che dall’incertezza Henry era tormentato dalla prospettiva di ciò che era sicuro. Sapere che cosa lo aspettava era per lui l’equivalente del pendolo sopra il pozzo. Che cosa poteva mai derivarne se non rimorso, morte e sfacelo? In sintonia con questa valutazione rigorosamente realistica, Henry definiva la propria vita come un processo complessivo che sarebbe stato giudicato dagli storici solo dopo la sua morte. Allora beato chi non lascia niente dietro di sé, perché non dovrà temere alcun giudizio.
«Tacere è contrario alla natura umana.» Il manoscritto di Martha cominciava con questa frase. Avrebbe potuto benissimo scriverla lui, pensò Henry. Azzeccatissima e di grande semplicità. Lesse la seconda frase e proseguì, non s’infilò più il calzino sinistro, non lasciò di soppiatto l’appartamentino, non arraffò gli spiccioli lasciati in giro né altri oggetti di valore da usare per comprarsi qualcosa da mangiare.
Fin dal primo paragrafo ebbe l’impressione che la vicenda narrata non fosse dissimile dalla propria. Lesse l’intero manoscritto d’un fiato, sfogliandolo il più silenziosamente possibile per non svegliare la sconosciuta che dormiva accanto a lui russando piano. Non c’era nemmeno una correzione sulle pagine scritte fitte fitte, a quanto poteva giudicare lui nemmeno un refuso, neppure una virgola fuori posto. Ogni tanto Henry faceva una pausa nella lettura per osservare meglio la donna addormentata. Si erano già incontrati in passato? Lui le aveva raccontato di sé e poi si era dimenticato dell’episodio? Com’è che si chiamava? Glielo aveva detto? Non avevano parlato molto. Era una donna poco appariscente, minuta, con lunghe ciglia che ora proteggevano gli occhi chiusi.
Quando Martha si svegliò nelle prime ore del pomeriggio, Henry aveva già acceso la stufa, risolto il mistero dei rubinetti che perdevano, fissato la tenda della doccia, riordinato la cucina e preparato delle uova al tegamino. Aveva oliato la piccola macchina da scrivere sul tavolo in cucina e raddrizzato sulla fiamma del fornello la leva di un tasto che era piegata. Il manoscritto di Martha era tornato al suo posto sotto il letto, incartato. Lei si mise seduta a tavola e mangiò le uova con grande appetito.
Henry le propose di vivere insieme, lei non rispose, lui lo prese per un sì.
Rimasero insieme per tutta la giornata, lei gli raccontò di come si era comportato la notte prima, di come avesse sostenuto di essere una persona priva di qualsiasi importanza. Henry concordò, anche se non ricordava più niente.
Nel pomeriggio passeggiarono per l’orto botanico mangiando un gelato e Henry raccontò ancora qualcosa della sua vita passata. Parlò della sua infanzia, terminata con la sparizione della madre e la caduta dalle scale del padre. Gli anni vissuti in un nascondiglio li tralasciò.
Martha non lo interruppe neppure una volta e non fece domande. Lo teneva saldamente sottobraccio mentre camminavano dentro la serra tropicale, poi a un certo punto gli posò la testa sulla spalla. Fino a quel giorno Henry non aveva mai raccontato a nessuno tanti particolari di sé, per di più quasi tutti veri. Non tralasciò niente di importante, non aggiunse alcun abbellimento e non inventò praticamente nulla. Fu un pomeriggio felice all’orto botanico, il primo di molti pomeriggi felici insieme a Martha.
La notte seguente dormirono nel letto di Martha accanto alla stufa. Questa volta Henry fu tenero e sobrio, fu cauto, quasi timido. Lei era immobile, il respiro caldo e affannato. E più tardi, mentre lui dormiva profondamente, Martha si alzò e si sedette alla macchina da scrivere in cucina. Henry fu svegliato dai colpi dei martelletti sul carrello. Regolari, con brevi pause, punto. Poi il suono del campanellino al termine della riga. Punto, nuova riga, punto, nuovo paragrafo. Un fruscio deciso quando sfilava il foglio scritto dalla macchina, un breve fruscio ripetuto quando infilava quello nuovo. Era così che nasceva la letteratura, pensò lui. Il ticchettio durò tutta la notte, fino al mattino.
Poi Henry si dedicò al letto, che andava riparato. Quindi allestì supporti di gomma per la macchina da scrivere, procurò due nuove sedie da cucina e manomise il contatore della corrente per risparmiare sui costi di riscaldamento. Mentre si occupava di tutto questo, rifletteva su come ci si potesse creare una casa senza un capitale proprio e fino a che punto lui fosse adatto allo scopo.
Riordinava e puliva, senza che Martha facesse commenti sulle sue attività domestiche. Fondamentalmente non commentava nulla. Henry ne era ammirato. Lei non gli dava la sensazione di essere apatica o disinteressata, no, era semplicemente soddisfatta e non aveva niente da obiettare. Era come se avesse previsto tutto quanto.
Henry si accorse che Martha non leggeva mai le proprie storie. Non ne parlava, non ne era orgogliosa. Quando ne terminava una, cominciava la successiva, come un albero che in autunno perde le foglie. Quella che seguiva doveva esserle già chiara in mente durante la stesura della precedente, perché tra le due non c’era nessuna pausa creativa. Con quali mezzi si mantenesse, restò a lungo un mistero per Henry. Era laureata, ma non gli rivelò in che cosa. Doveva avere dei risparmi, ma andava in banca di rado. Quando non c’era niente da mangiare, non mangiava. Il pomeriggio usciva regolarmente per andare a nuotare alla piscina comunale. Una volta Henry la seguì, vide che andava davvero soltanto a nuotare.
In cantina Henry trovò una valigia piena di manoscritti ammuffiti, nascosti in fretta e furia sotto escrementi di topo e acqua come feti abortiti. Le pagine erano ridotte a un ammasso informe, si riconoscevano solo singole parole. Storie perdute. Anche il manoscritto di Frank Ellis avrebbe fatto la stessa fine, oppure sarebbe diventato fugace fonte di calore nella stufa in una giornata fredda se Henry non lo avesse nascosto. Questo era il suo merito. Aveva salvato Frank Ellis, se non ideato, come avrebbe raccontato più tardi alla propria coscienza. Era pur sempre qualcosa.
«La letteratura non mi interessa» dichiarava Martha sull’argomento, «io voglio solo scrivere.» Henry si annotò questa frase per il futuro. Per lui rimaneva un mistero da dove Martha traesse le idee per la creazione di personaggi così illustri, visto il suo orizzonte esistenziale tanto ermetico. Non aveva viaggiato eppure conosceva tutto il mondo. Lui cucinava per lei, parlavano, tacevano e andavano a letto insieme. Di notte lei si alzava per scrivere, nel primo pomeriggio lui preparava da mangiare e poi leggeva ciò che lei aveva scritto. Custodiva tutte le pagine, lei non chiedeva mai che fine avessero fatto. Così il loro amore cresceva con tacita naturalezza. Erano felici di stare insieme e ne traevano reciproco vantaggio. Henry aveva l’impressione che non si potesse essere più felici di così. Non distruggere questa armonia dipendeva solo da lui.
Henry inviò il manoscritto di Frank Ellis a proprio nome contemporaneamente a quattro editori che aveva scelto dall’elenco telefonico. Prima aveva dovuto promettere solennemente a Martha che non avrebbe mai rivelato per nessun motivo chi fosse l’autore. Doveva restare un segreto per sempre, e nel caso fosse stato effettivamente pubblicato qualcosa, allora soltanto con il nome di Henry. Lui non aveva problemi e lo giurò. A suo modo mantenne anche la parola.
Per lungo tempo non ci fu risposta. Henry dimenticò di aver spedito il plico e se avesse saputo quanto erano minime le probabilità di successo per un manoscritto inviato senza richiesta, non avrebbe investito nelle spese di spedizione. Ma spesso l’ignoranza si dimostra una vera benedizione.
Nel frattempo, lavorava al mercato ortofrutticolo. Si svegliava alle due del mattino, rincasava intorno a mezzogiorno, stanco morto e con addosso l’odore di verdura, poi si metteva ai fornelli e cucinava qualcosa per Martha.
Martha gli presentò i genitori. Aveva esitato a lungo, Henry ne comprese il motivo quando conobbe il padre. Durante le presentazioni l’uomo, un pompiere in prepensionamento, non aveva fatto altro che fissare Henry con rabbiosa ostilità dalla sua poltrona di velluto. I reumatismi gli rodevano le articolazioni e gli avevano già mangiato i pollici. La madre faceva la cassiera al supermercato, una donna allegra di calorosa sensibilità, la mamma che tutti vorrebbero.
Fu servito caffè al cardamomo nel salotto a fiori, parlarono del più e del meno, in una gabbia sulla credenza Henry vide degli uccellini gialli che aspettavano la morte. L’orgoglio del padre era la sua collezione storica di elmetti da pompiere esposti in una vetrina illuminata della libreria. Illustrò a Henry ogni singolo pezzo sottolineandone la data, l’origine e la funzione, mentre i suoi occhi lo scrutavano alla ricerca di qualche traccia di stanchezza o disinteresse. Henry affrontò la prova con stoica pazienza e formulò anche domande interessate.
Arrivò un inverno freddo. Henry procurò una nuova porta e due favolose coperte termiche, e isolò le finestre. La porta l’aveva trovata in un container di scarti di legname. Ci si arrampicò dentro durante una bufera di neve, recuperò la pesante porta, se la caricò in spalla e la trasportò fino a casa sul dorso come una formica tagliafoglie. La piallò un poco, aggiunse un pezzo in basso e la montò. Da allora non ci furono più spifferi freddi. Martha era estasiata. Le capacità manuali di Henry avevano sempre eccitato le donne. I lavori domestici o gli hobby scacciavano i demoni della noia e i pensieri negativi. Gli piaceva aggiustare le cose non per fare colpo, ma perché era divertente, e comunque non c’era niente di meglio.
La primavera successiva Henry uccise il suocero. Gli regalò un elmetto storico dei pompieri viennesi, tra parentesi, il corpo di pompieri professionisti più antico del mondo. L’entusiasmo e la gioia del vecchio collezionista furono tali da fargli scoppiare un aneurisma e ammazzarlo sul colpo. Henry era riuscito a compiere il tirannicidio perfetto, eseguito con assoluta maestria, senza consapevolezza né intenzione. Proprio per questo non aveva rimorsi, perché era convinto che quel subdolo vaso sanguigno sarebbe potuto scoppiare anche mentre era al gabinetto. Tutti si rallegrarono e nessuno ebbe cattivi pensieri.
La collezione di elmetti scomparve sottoterra insieme al pompiere defunto. La madre di Martha rifiorì, regalò gli uccellini gialli e sei mesi più tardi emigrò insieme a un commerciante americano nel Wisconsin, dove fu colpita da un fulmine. Da quel momento in poi scrisse lunghe lettere con la mano sinistra in cui descriveva la sua nuova vita in America.
Poi un giorno arrivò la telefonata di Moreany. Henry andò in bicicletta alla casa editrice. Se avesse immaginato quali fatidici sviluppi avrebbe assunto la vicenda in futuro, forse non ci sarebbe andato.
Betty lo aspettava nell’atrio. Salirono insieme in ascensore fino al terzo piano. Il suo profumo al mughetto pervadeva l’aria, lei vide che aveva mani da artigiano, lui scoprì un forellino nel suo lobo e la costellazione dell’Orsa Maggiore di delicate lentiggini sul suo collo. Durante il tragitto purtroppo breve verso l’alto, percepì come lei sequenziava il suo dna. Quando l’ascensore si aprì, avevano chiarito l’essenziale tra di loro.
Moreany girò intorno alla scrivania e gli andò incontro toccandolo con entrambe le mani, come si farebbe con un amico che non si vede da tempo. Il tavolo era ingombro di libri e manoscritti. In cima a tutti c’era la copia di Frank Ellis. Era più o meno così che Henry si era immaginato un editore.
Mantenne la promessa fatta a Martha e si presentò come l’autore. Gli risultò molto facile. Non ci fu bisogno di dire o dimostrare niente di speciale, perché è risaputo che un autore non sa fare nient’altro che scrivere, e quello sanno farlo tutti. Non bisogna neppure possedere nozioni specifiche né dire cose particolari di sé, basta una certa esperienza di vita, non servono carriere accademiche né diplomi. Bisogna solo presentare il testo, nient’altro. La valutazione definitiva si lascia ai critici e ai lettori, perché meno si parla della propria attività, più radioso è l’alone. La letteratura non lo interessava, spiegò Henry, voleva soltanto scrivere. Non faceva una piega.
Il romanzo ebbe un fantastico successo di vendite. All’arrivo dei primi soldi, Martha e Henry traslocarono in un appartamento caldo e più grande e si sposarono. Arrivarono altri soldi, montagne di soldi. Il denaro non scatenò in Martha episodi di shopping compulsivo o impulsi di dilapidazione. Continuò a scrivere imperterrita, mentre Henry si dedicava agli acquisti. Comperò abiti costosi, preziosi momenti con belle donne e un’auto italiana. Moreany gli versava una percentuale sugli utili che ora piovevano sulla casa editrice. Henry si sentiva come un gangster che ha realizzato il colpo perfetto e scarrozzò Martha per tutta Europa fino al Portogallo a bordo della sua Maserati. Pernottavano in hotel di lusso, per il resto cambiò poco. Martha scriveva sempre durante la notte, Henry giocava a tennis e si occupava di tutto il resto. Comperava il necessario, compilava la lista della spesa e si dedicava alla cucina asiatica.
Tutti i pomeriggi Henry leggeva le nuove pagine. Nessuno a parte lui vedeva una singola riga prima che il libro fosse terminato. Si limitava a dire se gli piaceva oppure no. In genere gli piaceva. Alla fine consegnava di persona il manoscritto concluso a Moreany. Betty e Moreany lo leggevano contemporaneamente nell’ufficio perlinato di lui mentre Henry aspettava sul divano nell’anticamera leggendo Il gran visir Iznogoud, che, tra parentesi, è il migliore fumetto del mondo.
Per ore nella casa editrice regnava un silenzio assoluto, finché i due non avevano terminato la lettura. Poi Moreany chiamava il direttore commerciale. «Abbiamo un libro!» esclamava. Otto settimane più tardi cominciava la campagna stampa. Solo una cerchia di giornalisti scelti poteva esaminare una copia staffetta nell’ufficio di Moreany. Dovevano sottoscrivere patti di segretezza, si impegnavano a dare molto risalto al romanzo sui media, e nel contempo a stuzzicare l’opinione pubblica lesinando ogni genere di informazione.
Martha non accompagnava mai Henry nelle sue apparizioni pubbliche. In occasione di fiere del libro o conferenze, con lui c’era Betty. Molti pensavano fosse sua moglie, cosa che a prima vista sembrava perfettamente plausibile, perché formavano una coppia perfetta.
Henry veniva accolto dappertutto con grandi applausi, sorrisi, congratulazioni e giri di presentazione. Non sembrava particolarmente felice, perché non amava i bagni di folla. Questo atteggiamento di riservatezza accresceva a sua volta l’entusiasmo generale, soprattutto tra le donne. La timida modestia di Henry derivava da pura e semplice cautela, perché Henry non scordava mai di non essere uno scrittore, bensì solo un millantatore, un topo in un nido di serpenti.
Inoltre gli risultava difficile ricordare tutti i volti sorridenti e i nomi nuovi. Dovunque si fermasse, si radunavano capannelli di persone. Flash di fotografi, sguardi che lo risucchiavano senza sosta, gli venivano continuamente mostrate cose che non lo interessavano o spiegati concetti che non capiva fino in fondo. Le interviste erano brevi, rifiutava sempre conversazioni sul suo modo di lavorare. La sensazione di irrealtà si rafforzava, la realtà sbiadiva come un acquarello sotto la pioggia, prima a tratti, poi del tutto. Martha lo aveva ammonito, il successo è solo un’ombra che muta con la posizione del sole. Prima o poi, questo era il timore di Henry, il sole tramonterà e tutti si renderanno conto che non esisto.
Dai suoi critici Henry imparò come interpretare la propria opera. Che i romanzi fossero buoni lo sapeva da sé, dopotutto li aveva scoperti. Ma quantolo fossero e perché, sorprese anche lui. Provava compassione per i molti poveri artisti che vengono apprezzati solo dopo essere già crepati di fame. Gli sarebbe piaciuto leggere ad alta voce a Martha i pezzi dei critici più adulatori, ma lei non ne voleva sapere. Stava già scrivendo il romanzo successivo. La fama per lei non era niente. Non guardava nessuna recensione, lui al contrario le leggeva tutte, sottolineava i passaggi più lusinghieri con il righello, li ritagliava e li incollava. “Ogni frase una fortezza”. Questa frase gli piaceva molto. Era stampata sulla fascetta, in grassetto, ed era stata scritta da un certo Peffenkofer, un critico letterario di un grande quotidiano. Avrebbe potuto essere anche sua, si diceva Henry, così sintetica e pregnante. Invece non era così. Non c’era niente che fosse suo.

 3.
Una morte da poeta sull’asfalto bagnato. Un rollio, una fugace occhiata all’indietro sulla vita, poi l’eternità. Era ciò a cui pensava Henry mentre guidava lungo campi gialli di colza tornando a casa dalla scogliera. Poteva esserci una morte più tragica e allo stesso tempo più ingiusta di quella causata dalla fredda mano del destino? E come sarebbe stata adatta a lui. Camus aveva avuto una simile morte, e Randall Jarrell, ma Ödön von Horváth no, il poveretto fu schiacciato da un ramo sugli Champs-Élysées.
Henry aveva quarantaquattro anni, l’astro del successo risplendeva allo zenit su di lui. La morte lo avrebbe reso immortale e Martha avrebbe custodito il segreto. Dopo la sua scomparsa avrebbe continuato a scrivere, lasciando i manoscritti a marcire in cantina. Henry la trovava una prospettiva confortante, sebbene non avesse intenzione di morire prima di sua moglie. In quel momento però lo desiderava. Qualunque cosa sarebbe stata più facile che confessarle di aver concepito un figlio con un’altra donna. Per di più proprio con Betty.
Henry immaginò le due donne al proprio funerale. Martha, fonte segreta del suo successo, così delicata e imperscrutabile, fianco a fianco con Betty, la Venere lentigginosa e madre di suo figlio. Chissà se avrebbero mai trovato un accordo evitando di farsi la guerra, dopotutto erano molto diverse. E tra di loro, suo figlio. Martha avrebbe riconosciuto subito la somiglianza con Henry. Lo avrebbe mai perdonato? E Betty aveva la stoffa per diventare una buona madre? Quasi sicuramente no. Ma a lui che cosa gliene importava adesso?! Molti avrebbero pianto sulla sua tomba, qualcuno avrebbe persino sofferto, altri si sarebbero sinceramente rallegrati, ma la cosa migliore era che lui, Henry, non sarebbe più stato interpellato da nessuno, non avrebbe più dovuto vergognarsi di niente, né fingere, né temere alcunché. Fantastico.
Purtroppo la strada era asciutta e non c’erano alberi in vista. La Maserati blu di Henry aveva tutte le dotazioni di sicurezza immaginabili, abs, eps e quant’altro, l’airbag l’avrebbe protetto, la carica pirotecnica avrebbe fatto riavvolgere la cintura di sicurezza. L’auto non lo avrebbe lasciato morire, e Henry si vide come non-morto condannato a dipendere da una macchina cuore-polmoni. Una prospettiva raccapricciante. Aumentò la velocità. A duecento chilometri l’ora nemmeno il sistema di sicurezza migliore poteva funzionare, se solo ci fosse stato un albero.
Il cellulare suonò. Era Moreany. Henry tolse il piede dall’acceleratore.
«Henry, a che punto sei?»
«A pagina trecento.»
«Oh, che bello. Che bello!» Moreany ripeteva spesso due volte le cose piacevoli. Henry lo trovava perfettamente inutile.
«Posso leggere qualcosa?»
«Presto. Direi che mancano una ventina di pagine.»
«Venti? Ma è fantastico, fantastico. Quanto tempo ci impiegherai?»
«Venti minuti.» Moreany rise. «Il tempo di arrivare a casa e rimettermi al lavoro.»
«Stammi a sentire, Henry, ho deciso di uscire con una prima tiratura di duecentocinquantamila copie.»
Henry sapeva che Moreany non prendeva soldi dalla banca. Non li voleva. Investiva sempre tutto il patrimonio personale per finanziare la stampa e il lancio dei libri di Henry.
«Non vuoi leggere qualcosa prima di ipotecare di nuovo casa tua?»
«Io ipoteco casa mia quando mi pare, caro mio, e mai tanto volentieri come oggi. Prova a immaginare, Peffenkofer mi ha chiesto una copia staffetta, l’ha implorata. Che te ne pare?»
Peffenkofer, l’autore di “Ogni frase una fortezza”, era la calamita tra i critici letterari. In questa sua veste toglieva tutto il peggio dalla produzione letteraria e lasciava solo il meglio. Quasi nulla lo impressionava, niente lo sorprendeva e tutto ciò che era originale lo conosceva già. Ma qualunque fosse l’opinione su di lui, era comunque in grado di vedere l’essenziale e di liberare la bellezza per farla risplendere. Lavorava nell’ombra, nessuno sapeva che aspetto avesse o se magari vivesse ancora con sua madre.
«Facciamolo aspettare finché non lo avrai letto tu.»
«Naturale! Hai già un titolo?»
«Non ancora.»
«Ne troveremo uno. Dimmi, quando posso leggerlo?»
Henry vide un capriolo fermo nel campo di colza. Rallentò ulteriormente. «Lo hai fatto di nuovo, Claus. Non volevi mettermi fretta. Potresti rimanere deluso.»
«Correrò questo rischio.»
Henry fermò l’auto sul ciglio della strada. «Claus, non ho ancora deciso quale sarà il finale della storia.»
«Hai sempre preso la decisione giusta.»
«Stavolta è difficile.»
«Ne hai parlato con Betty?»
«No.»
«Parla con lei. Chiamala. Va’ a trovarla.»
«Ogni cosa a suo tempo, Claus.»
«Soltanto venti pagine ancora. Sono entusiasta, entusiasta. Diciamo... metà agosto?»
«Metà agosto va bene.»
La tenuta di Martha e Henry sorgeva su una collina, circondata da trenta ettari di campi e pascoli affidati alle cure dei contadini. Era una classica casa padronale a graticcio con rimesse in pietra e una cappella. Filari di pioppi simmetrici conducevano in linea retta alla casa. Non c’erano recinzioni a chiudere il giardino incolto con gli alberi secolari, nessun cartello che vietasse l’accesso, nessun nome sulla porta. Tuttavia gli abitanti della zona sapevano a chi apparteneva.
L’hovawart nero andò incontro a Henry e cominciò a girare su se stesso estasiato. L’allegria di Poncho, non offuscata da umana conoscenza, lo commuoveva tutte le volte. La Maserati si avvicinò piano alla casa, le ruote che scricchiolavano lievemente sulla ghiaia. Martha non era ancora tornata dal quotidiano bagno al mare, altrimenti la sua bicicletta pieghevole sarebbe stata appoggiata accanto alla porta, che come sempre era aperta. Da quasi un anno la zanzariera pendeva lacera dal telaio, perché Poncho l’aveva sfondata. Henry aveva aggiustato spesso la bicicletta di Martha, riparando più volte le gomme, anche se aveva una Saab parcheggiata nella rimessa, che in pratica non usava mai. Avrebbe potuto permettersi pure un aeroplano o uno yacht, a lei però bastava una bicicletta pieghevole.
Henry accarezzò il manto setoso del cane, gli lasciò leccare le proprie mani, poi raccolse un sasso e lo gettò lontano sul prato. Guardò Poncho catapultarsi da quella parte e scomparire nell’erba alla ricerca del sasso. Che cane felice, gli basta un sasso.
Non appena Martha torna dalla nuotata, decise, le dirò tutto.
Sul ripiano in quercia dell’isola in cucina erano posati sei fogli scritti a macchina. L’uno accanto all’altro, in ordine. La terza parte del ventiquattresimo capitolo. Martha lo aveva terminato la notte precedente. Lui aveva sentito la macchina da scrivere ticchettare fino alle prime ore dell’alba. Gettò le chiavi dell’auto sul bancone, prese una carota dalla ciotola di legno, la addentò e cominciò a leggere. Le parole di Martha si susseguivano chiare e ordinate, nulla si poteva aggiungere, nulla si poteva togliere senza distruggere la cifra stilistica. Ogni capitolo era perfettamente legato a quello precedente, la storia scorreva sicura verso la conclusione, quasi non fosse stata inventata, bensì nascesse da se stessa, come la pianta nasce dal seme. Era qualcosa di incomprensibile, pensò Henry. Da dove veniva questo sapere, quale voce le parlava, che lui non riusciva a udire?
Dopo la lettura aprì la selezione di posta dei fan che ogni giorno gli veniva trasmessa dalla casa editrice. Firmò alcune copie di Frank Ellis, che per lo più gli venivano spedite da donne. A volte le copie autografate spuntavano in vendita su eBay a prezzi esorbitanti, secondo lui. C’erano lettrici che inviavano foto oppure fiori essiccati e non di rado impronte di baci. Henry trovava spesso capelli incollati, anche proposte di matrimonio, sebbene tutti i media avessero diffuso la notizia che era già sposato.
Da dove cominciare? Prima la questione peggiore, il bambino. Oppure era meglio evitarlo e non precipitare le cose? Non era amore quello che provava per Betty, piuttosto una bramosia ciclica, come quella che assale ogni uomo indipendentemente dall’oggetto del desiderio. Da quanto tempo andava avanti con lei? Contava anche il primo incontro, o bisognava partire dallo scambio di fluidi corporali nel motel Brezza marina, lungo la spiaggia? Quando era accaduto? Martha glielo avrebbe chiesto. La risposta giusta richiedeva una valutazione puntuale, Henry lo doveva a sua moglie. Portò la posta nello studio per controllare tra i documenti da quanto tempo la tradiva. Se doveva dire la verità, allora voleva essere preciso.
Prima di cominciare, però, si mise seduto in poltrona a sfogliare il Giornale forense, una straordinaria rivista specializzata nella divulgazione del male. Chi progetta un delitto oppure è già impegnato nella sua realizzazione dovrebbe leggere letteratura specializzata. Oltre a informare sui rischi dello smascheramento legati ai progressi della tecnica forense, rende allo stesso tempo evidente quanto sia inutile la lotta contro il male nell’uomo, perché non ci sono metodi né punizioni in grado di competere con l’istinto omicida biologico che è in tutti noi. La morte per avidità, quella per vendetta o stupidità sono, da un punto di vista storico-culturale, cause naturali, nient’altro che sfaccettature della conditio humana.
Henry si svegliò quando la veneziana automatica della vetrata panoramica si alzò. Doveva essere già sera. Aveva raccontato tutto a Martha. In maniera spietata e senza tralasciare nulla, come progettato. Aveva scelto la variante del duro di cuore, per rendere a sua moglie più facile l’addio.
«Stammi a sentire, tesoro» aveva esordito, «devo lasciarti perché desidero un’altra donna. Non la posso sopportare, ma questo al momento non è rilevante. Io ti amo, ma tu non sei più una sconosciuta per me, quindi il nostro amore è solo amicizia. Lo è sempre stato, non ti ho mai disprezzata abbastanza da desiderarti; tra di noi non c’è più nulla di eccitante, in realtà non c’è mai stato. E poi l’altra è più giovane e più bella di te. Ci conosciamo già da molto tempo. La conosci anche tu, si tratta di Betty. Sì, proprio Betty. È il mio trofeo, la mia musa, la mia schiava, la disprezzo. Siamo complici, i miei istinti più bassi la eccitano, idolatro i suoi piedi e devo riferirti da parte sua che le dispiace. Dispiace molto anche a me. Non devi fraintendermi, io nutro i sentimenti più teneri nei tuoi confronti. Ti venero come una santa, ho sempre voluto proteggerti. E l’ho fatto, per come ho potuto, ma ora è sorto un intoppo. Betty aspetta un figlio da me. Tu non ne volevi. Nemmeno io ne voglio. L’idea di tirare su un figlio mi è del tutto estranea, tu sai quanto mi innervosiscano i pianti infantili e di sicuro questo bambino piangerà continuamente, ma le cose stanno così. Ti ringrazio di tutto, starò male per tutta la vita, te lo garantisco.»
Martha aveva pronunciato il suo nome sottovoce, quando lui le aveva detto del bambino. Poi il mare era piombato sulla casa e l’aveva trascinata via.
Henry si alzò dal divano in pelle, il piede destro ancora intorpidito. Lo massaggiò per far tornare il sangue alle dita, guardò stordito i campi oltre la vetrata. Il mare era scomparso.
Zoppicò fino alla cucina per prepararsi un caffè ristretto. Quel fottuto mare avrebbe dovuto trascinare via lui, anziché lei. Lo addolorava molto ciò che aveva detto a Martha, ed era tutto così falso! Perché non aveva parlato di rispetto e riconoscenza, di ammirazione e amore, sentimenti che nessuno più di lui provava per lei? Invece no, le aveva strappato via il cuore come fosse gramigna. Lei non avrebbe mai superato il dolore, questo era sicuro.
In piedi su una gamba, aspettò che l’acqua si scaldasse. Era chiaro che avrebbe dovuto presentarle tutta la faccenda in modo più delicato, meglio senza accennare al bambino, una notizia che poteva farla uscire di senno. Ma se avesse taciuto quell’aspetto, a che scopo confessare qualcosa? In fondo non andava tutto bene così com’era? Più ci rifletteva, più Henry si convinceva di dover proteggere la moglie e al contrario di dover raccontare tutta la verità a Betty. Betty aveva un carattere forte, avrebbe sopportato la cosa meglio di Martha, poteva cominciare una nuova vita, trovare un uomo per il bambino, perché lei era fatta per sopravvivere.
Il piacevole scricchiolio degli scalini in legno di ciliegio annunciò l’arrivo di Martha dal piano di sopra. Indossava uno dei suoi vestiti da casa di seta, sandali di giunco giapponesi, i capelli scuri raccolti con una pinza di ebano. Si illuminò in viso come succedeva ogni volta che lo vedeva. Martha si muoveva senza far rumore, era rimasta lieve e delicata. Con gli anni non era ingrassata di un grammo. Da tempo dormivano e lavoravano in stanze separate. Lei di sopra, lui di sotto. Lei continuava a scrivere solo la notte, come prima riposava fino al pomeriggio, mentre lui si occupava di tutto il resto. Avrebbero potuto permettersi domestici, autisti e giardinieri, ma Martha non voleva nessun’altra persona intorno a sé oltre a Henry. Quando lui guardava il telegiornale della notte o lavorava fino all’alba alla sua smisurata piattaforma galleggiante di fiammiferi, la sentiva camminare in cerchio al piano di sopra. Allora andava in cucina e preparava della camomilla. Portava su la teiera, la lasciava davanti alla camera. A volte restava in ascolto, ma non toccava mai la porta. Poi scendeva in silenzio. A un certo punto la macchina da scrivere si metteva a ticchettare. Il demone che l’abitava iniziava a dettare.
Henry non aveva mai visto la moglie mentre scriveva. Magari le gambe le diventavano di marmo, mentre lo faceva, e sulla testa le spuntavano dei serpenti. Non aveva mai osato sbirciare.
«Henry, abbiamo una martora in soffitta.»
«Chi?»
«Una martora. Fa delle strisce grigie.»
«Strisce grigie?»
«Strisce grigie che diventano lunghe linee.»
«Come gli scoiattoli?»
«Più lunghe e parallele.»
Doveva effettivamente trattarsi di una martora. Quando Martha vedeva strisce grigie corte, di solito si trattava di piccoli roditori, se invece le strisce erano lunghe e parallele, era sicuramente un animale più grande.
Martha era sinestesica dalla nascita. Ogni odore, ogni rumore le faceva vedere colori e forme. Fin da quando aveva cominciato a imparare a scrivere le lettere dell’alfabeto, vedeva fotismi che coloravano le parole, di solito nella tonalità della lettera iniziale. Lo riteneva normale. Solo a nove anni constatò che non tutti possono vedere le meravigliose emanazioni delle parole, il che è un vero peccato. Ne parlò a sua madre, che la portò subito dal medico. Il dottore apparteneva alla vecchia scuola ed era daltonico. Le prescrisse farmaci che ebbero come unico effetto di farla ingrassare e renderla indolente. Martha vomitò le compresse e non parlò più delle apparizioni colorate. Rimase il suo segreto, fino a quando conobbe Henry.
«Vuoi venire di sopra a dare un’occhiata, per favore?»
Senti, tesoro, purtroppo sono di una inettitudine sconfortante, avrebbe voluto dire Henry, perciò non sono degno di te. Mi merito la morte, perché non riesci a lasciarmi andare? Abbi pietà e guardami una buona volta per quello che sono.
«Che ne diresti di mangiare pesce stasera?»
«Henry, quell’animale mi mette i brividi.»
«Vieni qui, tesoro.» L’abbracciò, le baciò i capelli. Martha gli posò la testa sul petto, inspirò l’aroma della sua pelle.
«Oggi sai un po’ d’arancione» constatò. «È una cosa seria?»
«Devo parlarti.»
«Dimmi.»
Non riusciva a tirarlo fuori. Borbottò qualcosa di incomprensibile anche a se stesso, rise impacciato. Quando rideva, Martha vedeva spuntargli dalla bocca spirali di un blu scuro. Nessun altro uomo al mondo rideva un oltremare con spruzzi danzanti a forma di stella.
Martha lo baciò sulle labbra.
«Se si tratta di una donna, tientelo per te. E adesso andiamo a dare un’occhiata alla martora, d’accordo?»
Lo prese per mano e lo condusse dietro di sé su per la scala. Henry la seguì sollevato. Dunque lo sapeva già e non ce l’aveva con lui. Era particolarmente ammirato dalla comprensione che lei mostrava per le sue debolezze. Per questo, quando gli capitava di andare con altre donne, Henry lo faceva sempre con tatto e discrezione. Spesso si vergognava, si riproponeva di cambiare. Ma ogni volta che tornava a casa dopo un’avventura, si comportava secondo schemi rivelatori, e Martha leggeva le lastre della sua coscienza sporca. Martha vedeva una seria minaccia soltanto in Betty, e non a torto, come già sappiamo. Eppure le due donne si erano viste una sola volta a un cocktail nel giardino di Moreany.
Era stata una serata particolarmente mite, i fiori notturni nel giardino di Moreany aprivano i calici, attirando le farfalle per l’impollinazione. Betty era in piedi al buffet – il suo abito lasciava la schiena scoperta con una scollatura che arrivava fino alle fossette sul didietro – e infilzava con la forchetta una ciotola di fragole. «Quella no, Henry» aveva sussurrato Martha cogliendo lo sguardo del marito che, come l’ago di una bussola, era stato attratto dalle fossette magnetiche di Betty. Henry capì subito a chi si riferiva Martha, e che non si sarebbe mai separato da Betty. Promise che non l’avrebbe rivista mai più. Da allora incontrava Betty solo in luoghi lontani. Si comperò un cellulare con una scheda prepagata, e per i motel e le cene a lume di candela usava solo contanti. Eppure rimase una relazione di carezze frettolose e continuamente accompagnata da un triste presentimento.
La camera di Martha, non molto grande, era tutta nelle tonalità del beige. Non le piacevano le stanze dai soffitti alti, le ricordavano troppo il periodo trascorso nell’ospedale psichiatrico. Il piccolo scrittoio con lo sgabello girevole era collocato davanti alla finestra sotto la falda del tetto, il letto rivestito di bianco era tra l’abbaino e la porta del bagno. Con il primo milione guadagnato da Frank Ellis,Henry avrebbe voluto acquistare un castello francese, ma Martha li trovava troppo grandi e troppo freddi e aveva insistito per qualcosa di più raccolto. Mentre lei scriveva il romanzo successivo, Henry aveva scoperto la vecchia tenuta sulla costa, si era scopato l’agente immobiliare e aveva dato inizio alla radicale ristrutturazione dell’edificio.
Henry si guardò intorno nello studio di Martha, rimanendo in ascolto. C’era un foglio bianco infilato nella macchina da scrivere. Niente pagine appallottolate in giro, il cestino della carta straccia era vuoto, niente appunti, nulla che indicasse schemi preliminari o correzioni. La cateratta di parole scorreva dal suo cervello direttamente attraverso la macchina da scrivere sul foglio, senza che andasse perduta neppure una parola.
«La senti?»
«Non sento niente.»
«Forse dorme.»
Attesero in silenzio. Era il momento più adatto, pensò lui. Doveva dirglielo adesso. Ma i suoi pensieri non diventarono parole.
«Era una cicogna sul tetto.»
«Le cicogne non vanno in giro di notte, Henry.»
«Hai ragione. Dove hai sentito il rumore?»
Martha indicò un punto preciso del soffitto. «Lì, sopra il letto.»
Henry si tolse le scarpe, salì sul letto e posò l’orecchio contro la falda del tetto. Tra il rivestimento interno e le travi c’era una sottile intercapedine che correva lungo tutta la struttura. L’aria contenuta costituiva un ottimo isolante naturale. Henry rimase immobile per qualche secondo. Poi gli parve di sentire qualcosa. Un raspio proprio fra le travi sopra di lui. Un rumore di denti aguzzi che grattugiavano. Poi tacque. L’animale doveva essersi accorto di lui.
Henry scese dal letto con l’espressione pensierosa da esperto.
«C’è qualcosa.»
«Quant’è grande?»
«Non si muove più.»
«Una martora?»
«Può darsi.»
«È più grande o più piccola di un gatto?»
«Più piccola. Non preoccuparti, l’acchiapperò.»
«Non la ucciderai mica?»
Lui si infilò di nuovo le scarpe. «Non adesso però. Ora devo andare a comprare del pesce.»

4.
Il paese sorgeva in una piccola insenatura proprio sul mare. Case basse, un porto naturale, piccole botteghe e aiole superflue, nessun monumento, in cambio però una piccola libreria dove era incorniciato il ritratto di Henry, a beneficio dei turisti che venivano in pellegrinaggio fin lì per incontrare il famoso scrittore.
Obradin Basaric, il pescivendolo serbo del luogo, posò il coltello da pesce e si pulì le mani quando udì il rombo della Maserati di Henry. Visto che aveva tappezzato la vetrina con foto di pesci, poteva solo intuire ciò che avveniva sulla via davanti alla sua bottega. Obradin considerava Henry il più grande scrittore vivente dopo la morte di Ivo Andrić. Il fatto che Henry avesse scelto di stabilirsi proprio in quella anonima località costiera non poteva essere un caso, perché le coincidenze accadevano solo agli atei. Henry andava da lui almeno una volta a settimana, per comperare del pesce, fumare con lui una paglia bosniaca e filosofeggiare sulla vita. Questa persona, la più gentile e insieme la più geniale al mondo, amava il pesce... e lui, Obradin Basaric, vendeva pesce. Dove poteva esserci spazio per il caso?
Henry aveva pregato Obradin di non rivelare a nessuno dove si trovasse casa sua, Obradin aveva promesso. Ma questo segreto lo turbava. Mentiva a tutte le turiste che entravano nella pescheria per informarsi in maniera timida o sfacciata su Henry, dicendo loro di non conoscere nessuno con quel nome, mentre invece gli sarebbe tanto piaciuto raccontare che li univa un’amicizia molto particolare. Spesso di notte la moglie lo sentiva gridare nel sonno: «Io lo conosco! È mio amico!»
«Non puoi immaginare quanto sia difficile avere un segreto» confessò a Henry una volta durante una battuta di pesca con la mosca. «Un segreto così» proseguì, «è un parassita. Si ciba di te e cresce sempre di più. Vuole uscire da te, ti rode il cuore, vuole venirti fuori di bocca, ti striscia attraverso gli occhi!»
Henry lo aveva ascoltato in silenzio. «Fa’ come me» gli propose. «Scava una buca e sbattici dentro il tuo segreto. Così te ne libererai e non sarai più nella merda.» Obradin giudicò queste parole indegne di un importante scrittore. Ma Henry ne aveva riso e se ne era compiaciuto per tutta la giornata.
Quella sera Henry aveva un’espressione cupa quando entrò nella pescheria. «Amico mio» esordì, «abbiamo un problema nel tetto. Una martora.»
Obradin baciò Henry su entrambe le guance in segno di saluto. «Se vuoi te la uccido io.»
«No, figurati. Martha non vuole. Come si fa per catturarla?»
«Ci vuole una trappola. Ma poi che cosa vuoi farne una volta che l’avrai catturata?»
«La porterò da qualche parte lontano.»
«Tornerà, perché sa che non la ucciderai.»
«D’accordo. Quando l’avrò presa, la porterò da te e sarai tu a ucciderla.»
Henry non si informò sull’andamento degli affari, perché sapeva che andavano male. Il peschereccio azzurro cielo di Obradin, la Drina, aveva quarant’anni e stava lentamente tirando le cuoia. Obradin era costretto sempre più spesso a comprare pesce surgelato dai grossisti, perché il suo diesel non andava più. Henry gli aveva offerto più volte un prestito a interessi zero per un nuovo cutter, ma Obradin aveva sempre orgogliosamente rifiutato. Non voleva neppure una garanzia di credito da parte di Henry, l’amicizia non era un banco dei pegni, si limitava a dire. Per questo Henry aveva iniziato a passare di nascosto somme in contanti a Helga, la moglie di Obradin, almeno per saldare i conti più urgenti. Senza il discreto sostegno di Henry, Obradin sarebbe fallito già da tempo. Se Obradin fosse venuto a saperlo, la loro amicizia senza dubbio sarebbe finita.
I due uomini si accesero una paglia bosniaca e si misero a parlare del tempo, del mare e della letteratura. A volte Obradin gli raccontava della guerra, delle fucilazioni di massa a Bratunac e della prigionia nel campo di internamento di Trnopolje. In quei momenti, lo sguardo gli si offuscava, la voce si induriva, parlava al presente come se tutto stesse accadendo in quel momento. Mentre ascoltava questi racconti, Henry non era mai sicuro da quale parte fosse stato Obradin, se vittima o carnefice. Dopo che i cetnici avevano violentato e alla fine impalato la figlia, per anni Obradin era andato tutti i fine settimana sulle sue montagne intorno a Sarajevo per farne fuori qualcuno, e Henry non poteva giurare che non continuasse a farlo in segreto anche ora.
«A che punto sei con il romanzo?»
«Non manca molto. Forse una ventina di pagine.»
«Dobbiamo festeggiare. Ho una rana pescatrice per te.»
«Però te la pago.»
«Come vuoi» rispose Obradin. «Ho letto che faranno un film da Frank Ellis.»
«Già, è orribile» ribatté Henry. «Io sono contrario.»
«Allora perché lo hai permesso? La mia Helga dice che non si può portare al cinema la letteratura, io dico: non si deve proprio farlo. Una pellicola, sai che cosa è una pellicola?» Obradin strofinò il dito nel sangue di pesce sul tagliere, raccolse un filo trasparente e lo avvicinò al naso di Henry. «Ecco, questaè una pellicola, una pasta, un fango, un escremento.»
«Hai proprio ragione» concordò Henry. «È quello che sostiene sempre anche Martha. Ma io non riesco a dire di no. Lo capisci?»
Obradin agitò l’indice peloso avanti e indietro come un pendolo. «Non mi piace come parli oggi. Che cosa è successo?»
«Niente. Non è successo niente.»
«Allora abbi pietà di te stesso, Henry. Che cosa te ne fai della fama? Non te la godi! Ti nascondi da lei, perché sei una brava persona. Parli sempre male di te stesso. Perché lo fai?»
«Io sono così, Obradin. Sono una persona fondamentalmente malvagia, priva di qualsiasi importanza, credimi.»
Gli occhi di Obradin si ridussero a due fessure. «Sai come dicono gli ebrei: dai pensieri nascono parole e dalle parole fatti. Io conosco persone malvagie, ce le ho in famiglia. Ci ho vissuto, ci ho dormito e ci ho mangiato insieme. Tu non sei come loro, sei una brava persona. Per questo tutti ti vogliamo bene.»
«Mi volete bene solo perché riempio le casse della comunità.»
Henry inspirò il fumo bituminoso del tabacco, trattenne un colpo di tosse e sollevò una gamba come un trampoliere.
«Cazzo, se è forte. Sai che cosa dicono i giapponesi, Obradin?»
«A chi può interessare quello che dicono i giapponesi?»
«Dicono: essere amati è una sventura.»
«Può darsi, Henry. Ma come fanno a saperlo quelli là?» Obradin sputò sul pavimento piastrellato. «Non si diventa scrittori così per caso, Henry. Io lo so, è un destino. Io non sono capace, la mia Helga non è capace, e ringraziamo il cielo per questo. Deve essere una condanna.»
«C’è del movimento» replicò Henry indicando due sagome ferme davanti alla vetrina tappezzata di manifesti. «Vedo dei clienti.»
Obradin lanciò una breve occhiata da quella parte. «Turisti» dichiarò quindi sprezzante.
«Ne sei sicuro?»
«Chi vuoi che guardi le mie foto dei pesci? Chi fa una cosa del genere?»
«Solo i turisti.»
«Appunto. Vengono per te. Sta’ a vedere.» Obradin si appostò dietro il bancone e posò la sigaretta sul tagliere insanguinato. Il campanello sopra la porta tintinnò. Due donne a pera con le guance arrossate entrarono nel negozio. Si piazzarono davanti al bancone a osservare distrattamente i pesci esposti. No, non erano lì per il pesce. Il fumo di sigaretta le infastidiva. Quella più anziana spostò lo sguardo dal pesce a Obradin, abbassò le palpebre e le fece fremere, come fanno spesso le donne anglosassoni, nessuno sa perché.
«Do you speak English?»
Obradin scrollò il capo. Le due donne portavano scarpe sportive bianche e zaini in goretex. Avevano i capelli corti, le labbra sottili, la pelle rosea, quella sotto il mento della più anziana dondolava mentre confabulava con la più giovane. Henry si schiarì la gola.
«Can I help?»
La più giovane gli sorrise timida. Aveva denti bianchi come alabastro e regolari. «Perhaps you know Henry Hayden?»
Prima che Henry potesse rispondere, Obradin lo precedette.
«No.»
Il serbo appoggiò gli avambracci pelosi sul bancone. «No here. Here only fish.»
Le due donne si scambiarono un’occhiata perplessa. La più giovane si voltò e si abbassò leggermente, la più anziana tirò fuori dallo zaino sulle sue spalle un libro sciupato. Era un’edizione inglese di Frank Ellis. La porse a Obradin. Con l’unghia perfettamente curata indicò la foto di Henry sul retro del volume.
«Henry Hayden. Does he live here?»
«No.»
Henry schiacciò la sigaretta con il piede. Si avvicinò con passo molleggiato alle due donne. «Allow me.» Protese la mano. La donna gli porse il libro con aria stupita.
«Obradin, hai una penna?»
Obradin gli porse la sua matita impiastricciata di interiora di pesce.
«What’s your name, Ma’am?»
La donna più anziana, sgomenta, si portò la mano affusolata alla bocca. Lo aveva riconosciuto. «Oh my god...»
«Just Henry, Ma’am.»
Henry amava questi momenti. Fare del bene e sentirsi appagati. Poteva esistere un’attività più sensata e insieme più piacevole? Dopotutto erano arrivate lì chissà da dove, apposta per vederlo. Tanta fatica per l’elemosina di un istante.
Henry scrisse due brevi dediche, Obradin scattò una foto di entrambe con Henry nel mezzo, le donne uscirono dalla pescheria senza sfiorare il terreno con i piedi. Obradin le seguì con lo sguardo, ringhiando.
«Ogni volta io mi faccio in quattro per non tradirti e poi arrivi tu e dici: eccomi.»
«Torneranno a comprare il pesce da te, perché ora sanno che non le ucciderai.»
Alla sera Henry preparò medaglioni di rana pescatrice alla griglia. Lui e Martha cenarono sulla veranda, nella fresca aria notturna permeata dal profumo di erba tagliata, bevendo Pouilly Fumé.
«Devo preoccuparmi?» si informò Martha brusca, con quella sua inimitabile schiettezza che non lasciava spazio a ulteriori controdomande. Henry conosceva abbastanza sua moglie per sapere che il tacito contesto di questa domanda era: risparmiami i dettagli, non voglio spiegazioni e soprattutto non fare il finto tonto.
Henry infilzò un pezzo di pesce con la forchetta e ci spalmò con il coltello un po’ di schiuma di Riesling. «Niente affatto» rispose sincero. «Non preoccuparti. Penso a tutto io.»
L’essenziale era stato detto. La comunicazione telepatica che si instaura negli anni di matrimonio viene spesso interpretata come silenzio dagli estranei. Lo stesso Henry, prima di sposarsi, aveva supposto che le coppie che vedeva mangiare in silenzio al ristorante non avessero niente da dirsi, ma ora sapeva che scambiavano eloquenti conversazioni senza parole. C’era persino chi raccontava barzellette in questo modo.
Martha salì di sopra prima del solito, voleva terminare il ventiquattresimo capitolo che concludeva il romanzo. Sulla porta del terrazzo, si voltò ancora una volta verso di lui.
«È arrivato il momento di un nuovo inizio, Henry? Le cose non vanno più bene così come sono?» Non aspettò una risposta.
Henry sparecchiò, lavò i piatti, diede da mangiare al cane, poi si ritirò nello studio a guardare il notiziario sportivo mentre incollava altri fiammiferi alla sua piattaforma petrolifera.
C’erano librerie piene di volumi non letti e accanto schedari colmi di articoli di giornale. Tutto quello che era stato scritto su di lui era archiviato in ordine di data, lingua e autore. I passaggi particolarmente significativi erano sottolineati con il righello, un’abitudine per la quale era stato elogiato fin dai tempi della scuola. I premi e i riconoscimenti più importanti erano appesi al muro o esposti in apposite vetrine. Fin da piccolo Henry aveva notato la propria inclinazione a copiare e archiviare. Con ogni nuovo romanzo, la sua collezione si ampliava di uno scaffale. A Martha non li mostrava più, il pensiero da solo bastava a farlo arrossire di vergogna.
Lo scrittoio era davanti alla finestra. Era qui che rispondeva alle lettere, smistava la documentazione per il commercialista e realizzava le sue piattaforme galleggianti di fiammiferi. Quando ne finiva una, la bruciava in cantina oppure la usava per grigliare salsicce in giardino durante la festa del solstizio d’estate. Aveva già attaccato quarantamila fiammiferi alla copia in scala della Sea Troll norvegese, che, tra parentesi, è la piattaforma di estrazione petrolifera più grande del mondo.
Henry guardò poi due puntate di Bonanza e andò a letto ispirato. Non sognò, ma dormì un sonno tranquillo e profondo come Orso Cartwright della Ponderosa, perché adesso sapeva che cosa doveva fare.
Fu svegliato dal ronzio della veneziana automatica. La luce del sole inondò la camera, lui gettò via le coperte, l’ombra dell’asta della sua erezione mattutina segnava le sette e un quarto. Poncho dormiva accanto al letto. Henry bevve un caffè, si concesse una lunga doccia e tirò fuori dall’armadio gli stivali da escursione. Non appena Poncho li vide, cominciò a girare su se stesso e a saltellare scodinzolando davanti alla porta d’ingresso. Precedette Henry alla macchina e balzò sul sedile del passeggero. Era l’ora della passeggiata quotidiana.
Per non essere riconosciuto dagli abitanti del luogo nel corso delle sue escursioni con il cane, Henry sceglieva sempre posti diversi in un raggio di cento chilometri. Un autore di romanzi, dopotutto, non è un viandante. Grazie a una dettagliata cartina militare, dov’erano segnati anche i più piccoli sentieri, negli ultimi due anni aveva scoperto grandi prati e foreste, aveva attraversato pittoresche brughiere ed esplorato regioni costiere appartate, aveva avvistato uccelli e animali selvatici di ogni sorta ed era persino dimagrito. Il pericolo di perdersi non esisteva, perché i duecentoventi milioni di recettori olfattivi nel naso di Poncho erano sempre in grado di ritrovare la strada fino all’auto.
Questa volta Henry scelse una zona boscosa, quaranta chilometri a ovest della località che aveva battuto già varie volte con il cane. Lasciò la macchina in una piazzola meravigliosamente all’ombra e scese. A poca distanza una cascata gorgogliava tra le felci, l’aria sapeva di resina fresca, il sole filtrava tra le fronde e luccicava su milioni di foglie.
Tirò fuori dalla tasca il suo telefono rosso e vi applicò la batteria. Non chiamava mai Betty due volte dallo stesso luogo, era una delle misure precauzionali adottate durante gli anni della sua completa sparizione in un mondo sovrappopolato. Digitò il pin e rimase in attesa. Tra l’altro, per questo grazioso aggeggio non riceveva mai bollette, perché era prepagato. Le ricariche si potevano comperare in qualsiasi distributore, in maniera pratica, conveniente, anonima. A Henry piaceva restare in incognito.
Betty rispose al primo squillo. La sua voce era rauca, aveva fumato. «Glielo hai detto?»
«Ti racconto tutto stasera. Sei al lavoro?»
«Oggi rimango a casa. Come ha reagito?»
Henry fece una pausa a effetto. Al telefono era sempre efficace, mentre vis-à-vis risultava imbattibile il sorriso misterioso. Non si sbagliava mai con quello. «Martha è stata incredibilmente coraggiosa.»
Udì lo scatto metallico dell’accendino di Betty. La sentì inalare fumo al mentolo. «Moreany mi licenzierà quando saprà di noi.»
«Da Martha non saprà niente.»
«Nei sei sicuro?»
«Assolutamente.»
«Ma sarà furiosa con me, giusto?»
«Lo è. Hai paura per il tuo lavoro, Betty?»
«Io? No. Solo che provo pena per lei. In tutta sincerità, mi vergogno un pochino.»
«Perché solo adesso?»
Tirò una boccata. Henry sentì letteralmente il crepitio della punta della sigaretta. «Perché me lo chiedi, Henry? Credi che non mi importi niente di niente?»
«Finora non ti importava.»
«Non è vero. Sei di nuovo crudele. Vedi di non prendertela con me, capisco che per te sia difficile, ma ti prego di non dare la colpa a me.»
«È soltanto la verità; né più, né meno.»
«Già. Né più, né meno. Non voglio neppure immaginare come sia per te.»
Meglio così, pensò Henry. Si accorse che il cane aveva fiutato una pista e correva a zigzag sul prato luccicante di rugiada.
«Non crederai che sia rimasta incinta di proposito, vero Henry? Sii sincero.»
«Sono sempre sincero con te, tesoro. Sempre.»
Finora non ci aveva proprio pensato. Ma adesso che lei lo aveva detto, l’idea gli risultava del tutto plausibile. Betty aveva quasi trentacinque anni, aveva aspettato a lungo, lui non era stato attento... ed era successo.
«Chiudiamola qui, Betty.»
«In che senso?»
«Dico sul serio. Sto per finire il credito. Mi restano trenta secondi al massimo. Parleremo stasera.»
«Mi hai spaventato, Henry. Lo hai fatto apposta?»
«Solo un pochino. Mi conosci. Aspettami, arrivo per le otto. E smettila di fumare. Pensa al nostro bambino.»
«Lo faccio, amore. Tu...»
«Sì?»
«Ti amo.»
«Ti sbagli.»
«Lo dici sempre. Rassegnati, devi accettarlo. Ti amo tanto, tanto, tanto. Ti bacio.»
Henry tolse la batteria dal cellulare e tornò invisibile. Betty temeva che Martha potesse tradirla con Moreany. Temeva giustamente di perdere la propria posizione di direttore editoriale che, senza saperlo, doveva esclusivamente a Martha. Moreany l’avrebbe licenziata, perché non era più in grado di svolgere il proprio lavoro in maniera obiettiva. Ma questo era anche il suo lato positivo: pensava solo a se stessa, lui non era che una parte del suo piano, e a Henry stava bene così. Betty era eccentrica, desiderava il successo e contemporaneamente l’intimità, voleva per così dire l’avventura della natura selvaggia con il riscaldamento centralizzato. In fondo all’animo era guasta e priva di scrupoli come lui. Questo rendeva tutto più semplice.
Henry fischiò per richiamare il cane. Lo vide a un centinaio di passi di distanza. Poncho aveva scovato qualcosa. Sembrava piuttosto grosso. Henry attraversò la radura, gli stivali che affondavano nel terreno sabbioso. L’hovawart era troppo lento e pesante per dare la caccia alle lepri, e quello che giaceva in terra era più grande di una lepre. A mano a mano che lui si avvicinava, Poncho azzannava sempre più determinato la preda. Giunto a una ventina di passi, Henry vide che si trattava di un capriolo. Poncho strappò un grosso brandello di carne dal fianco dell’animale. Una delle zampe posteriori guizzò nell’aria.
Il capriolo era ancora vivo. Forse gli avevano sparato, oppure era malato. L’animale fissò Henry con lo sguardo ormai vitreo mentre il cane affondava i denti nelle sue carni. Sollevò il muso tremante, la lingua bluastra penzoloni, il respiro umido.
«Lascia, Poncho, via!»
Il cane strappò un ultimo brandello di carne con il muso impiastricciato di sangue e si accovacciò a qualche metro di distanza a masticare il boccone grosso quanto una mano. Henry si inginocchiò accanto all’animale moribondo. La pelle bianca del ventre era squarciata, le interiora erano fuoriuscite, tutto in quel corpo aperto voleva continuare a vivere. Henry si tastò nelle tasche. A parte il telefono non aveva niente con sé. Il capriolo emise un verso lamentoso. Henry accarezzò il collo caldo che pulsava all’impazzata. Nei dintorni non c’era neppure un sasso per mettere fine alle sue sofferenze.
Henry racchiuse le mani intorno al collo del capriolo e strinse. Quello cominciò a dibattersi, ma Henry non allentò la presa finché non fu morto. Poi passò la mano sul cadavere caldo. La vita era già sfuggita dalla povera bestia, ora cominciava la decomposizione. Henry si sedette accanto alla carcassa e pensò a un regalo d’addio per Betty. Sarebbe stata furibonda, e delusa. Ma del resto la delusione non è forse la fine di ogni illusione? Le previsioni meteo avevano preannunciato pioggia per la notte. Di lì a dieci ore avrebbe raccontato a Betty ogni cosa.

6.
«Martha?»
Henry entrò in casa dal giardino. Si tolse gli stivali di gomma con il cavastivali e si mise in ascolto. Guardò l’orologio. Erano quasi le nove. A quell’ora di solito Martha dormiva ancora ma, stranamente, la sua bicicletta non era al solito posto. Non era appoggiata al muro accanto alla porta d’ingresso.
Sul fornello in cucina bolliva lo stufato di verdure, Henry aveva fatto un salto in giardino a prendere qualche scalogno. Li posò sul bancone accanto al Patek Philippe che aveva già incartato. Il cane gli annusò i calzoni.
«Dov’è Martha, Poncho?»
Il cane piegò il muso di lato. Che cosa vuoi da me?, sembrava domandare.
«Allora lo farò io.»
Henry salì fino in camera di Martha e bussò piano.
«Martha?»
Afferrò la maniglia e aprì cauto la porta.
«Tesoro? Sei già sveglia?»
La lampada a stelo era accesa, il letto era rifatto, sul cuscino c’era un libro aperto. Il cane entrò dietro Henry e annusò in giro. Lei non era nemmeno in bagno. Henry spalancò la finestra, la chiamò a gran voce, ma lei non rispose. Era insolito. Ma non era ancora il caso di preoccuparsi. Forse era nella rimessa.
Scese le scale un po’ più in fretta, calzò di nuovo gli stivali e uscì di casa. Aprì la porta della rimessa, la Saab di Martha era sempre lì. Forse si era svegliata presto e aveva preso la bicicletta per andare al mare.
Henry richiuse la porta della rimessa. Si soffermò a riflettere. Lei sa che mi sveglio presto, non uscirebbe di casa senza dirmelo, giusto? No, non lo farebbe. Henry decise di andare al mare a cercarla.
Aprì la portiera dalla parte del passeggero per far salire Poncho, che amava follemente viaggiare in automobile. Ma il cane non volle salire, si accucciò, schiacciò il muso per terra. Lo faceva soltanto quando Henry prendeva il tubo da giardino per fargli il bagno, dopo che si era rotolato nel fango. Henry tirò fuori di tasca un pezzo di carne secca, lo tenne in alto, il cane non si mosse. Henry gli gettò la leccornia, salì in macchina e accese il motore. Il cane sapeva tutto.
Obradin stava giusto alzando la saracinesca davanti alla vetrina quando Henry si fermò di fronte alla bottega e abbassò il finestrino.
«Obradin, hai visto mia moglie? È passata di qua?»
Obradin scrollò il capo. «Ho visto soltanto la mia. Ho del merluzzo. Vuoi del merluzzo?»
«Più tardi.»
«Hai acchiappato la martora?»
«Non ancora.»
Henry ripartì lentamente. Nel retrovisore vide Obradin che lo osservava. Arrivato davanti al porto, imboccò la biforcazione a ovest e nel giro di un minuto raggiunse la baia. Il vento soffiava dal mare, la bandiera rossa che segnalava correnti pericolose sventolava con forza. Henry lasciò la chiave nel cruscotto, scese dalla macchina e percorse il centinaio di metri di spiaggia sassosa fino all’acqua. La bicicletta di Martha era sempre appoggiata alla roccia. Ma il parka verde non era più appeso al manubrio. Il vento aveva sparso gli indumenti per tutta la spiaggia, alcuni capi erano incastrati tra gli scogli. Vide una delle scarpette di plastica verdi di Martha sui sassi, si chinò a raccoglierla. Brandelli di alghe secche danzavano sui sassi. Il mare era grigio cenere, costellato di creste di schiuma bianche.
Martha era in piedi in riva all’acqua con addosso il parka verde.
Il cuore gli si fermò quando la vide, una vampata di calore gli risalì per il collo, le ginocchia gli cedettero. Lei gli dava le spalle, era scalza, aveva arrotolato i calzoni. I capelli erano nascosti dal cappuccio. In quel momento si chinò a raccogliere un sasso. Henry corse sui ciottoli verso di lei.
«Martha!»
Lei si voltò spaventata. Henry si fermò. No, non era lei. Era molto più giovane, il viso arrossato dal vento, un sorriso spaventato sulle labbra.
«Mi scusi. Credevo che fosse mia moglie. Quello è il suo parka.»
La donna si abbassò il cappuccio e Henry vide i suoi capelli corti e ramati. Era giovane, doveva avere meno di trent’anni, e cominciò a slacciarsi il parka. Se Dio è sinonimo di natura, pensò Henry, non c’è motivo di dubitare della sua esistenza.
«No, lasci stare.»
Si schermò gli occhi con i sandali di Martha e scrutò verso il mare. La donna seguì il suo sguardo.
«Cerca qualcuno?»
«Mia moglie. È alta più o meno come lei e ha la mia età.»
A questo punto anche lei cominciò a guardarsi intorno.
«Mi spiace, non ho visto nessuno qui.» Un sorriso rammaricato scoprì una serie di denti bianchi e gengive sane e rosee.
«Da quanto tempo è qui?»
«Da almeno un’ora o forse più.»
Henry indicò la roccia con la fenditura alle proprie spalle. «Quella è la sua bicicletta. Deve essere qui da qualche parte.»
Henry si mise a correre. Corse lungo la battigia scrutando il mare. Anche la giovane donna si guardava intorno, si spostò verso la bicicletta, cercò tra gli scogli. Con la coda dell’occhio Henry la vide chinarsi a raccogliere la biancheria.
Henry andò da un’estremità all’altra della spiaggia, le onde gli lambivano gli stivali. Infine tornò alla bicicletta, trafelato. La giovane era seduta su un sasso, stringeva saldamente in grembo gli indumenti raccolti. Vide Henry inginocchiarsi e nascondersi il viso tra le mani.
Era ancora seduta lì quando i sommozzatori dei vigili del fuoco staccarono dai ganci i canotti gonfiabili e li misero in acqua. Due ore più tardi arrivò anche un elicottero della marina e iniziò le ricerche dall’alto. I pescatori della zona battevano i dintorni della baia con i cani.
Nonostante il frastuono del motore del suo vecchio cutter, Obradin udì il rombo del rotore. Risalì sul ponte della Drina e osservò il pesante elicottero della marina sorvolare la baia a bassa quota. Poteva significare soltanto che erano in corso ricerche di un annegato o di un’imbarcazione in avaria. Obradin ridiscese nel fumo della sala macchine e spense il motore. Il diesel della Drinanon sarebbe durato ancora a lungo. Aveva chiaramente perso compressione e rilasciava olio. Era giunto il suo momento, Obradin non sapeva dove andare a racimolare i soldi per un motore nuovo. La Drina non era un peschereccio d’altura. Da quando le aringhe erano diminuite, Obradin si era spinto sempre più al largo. Aveva strapazzato il vecchio diesel senza pietà anche col mare mosso, e adesso era arrivata la fine.
Quando arrivò sulla spiaggia e balzò giù dalla macchina, Obradin vide Henry immerso nell’acqua fino ai fianchi, con due uomini che lo sorreggevano e lo stavano tirando fuori. Lo trasportarono fino all’ambulanza. Era cereo, e barcollava. Mezzo paese nel frattempo si era già riunito all’insenatura, nessuno parlava, tutti pensavano la stessa cosa. Obradin vide gli occhi di Henry, erano scuri come quarzo fuso dopo che un fulmine è caduto sulla spiaggia.
Elenor Reens, la sindachessa di bassa statura con i capelli corti e la cerata gialla, porse a Obradin il binocolo e riassunse l’ineluttabile. «Non ci sarà funerale. È già stata trascinata molto lontano.»
Obradin guardò il mare attraverso il binocolo e si fece il segno della croce. Non rimaneva altro da fare.
Verso sera il vento rinforzò. Due motoscafi con fotocellule incrociavano davanti alla costa, sopraggiunse pure un’imbarcazione della guardia costiera con sommozzatori, anche se ormai ogni speranza era perduta. Le ricerche furono sospese a mezzanotte. Le luci del paese si spensero una a una. Solo nella bettola al porto si continuò a bere e a parlare degli avvenimenti della giornata. Non c’era nessuno che non fosse convinto che la quieta e riservata moglie dello scrittore fosse stata catturata dalla corrente mentre faceva il bagno e trascinata in mare aperto, dove era annegata. Tutti l’avevano vista, nessuno la conosceva, era sempre stata soltanto la moglie dello scrittore. Scendeva di rado in paese a fare la spesa o a passeggiare. Con qualunque tempo raggiungeva la baia in bicicletta, sempre da sola. La compassione degli abitanti del villaggio era tutta per l’uomo rimasto solo, che avrebbe trascorso la notte senza sua moglie, senza consolazione e senza la speranza del suo ritorno.
8.
Il cadavere galleggiava a faccia in giù e con le braccia spalancate parallelo alla costa. Un giovane cormorano si posò sul dorso, spalancò le ali e si asciugò le piume. L’uccello sul cadavere superò il cutter di Obradin e si lasciò trasportare dalla corrente lungo la sottile lingua di terra, la cui punta settentrionale si allungava nel mare per chilometri.
Obradin aveva preso la barca non per pescare, ma per riordinare i pensieri. Procedeva lentamente, per risparmiare il diesel ansimante. Quando la terraferma fu abbastanza lontana, spense il motore e lasciò il cutter in balia delle onde. Si mise a sedere a prua a fumare una paglia bosniaca. Forse si era sbagliato. Forse non era stata la macchina di Henry quella che aveva riconosciuto tanto chiaramente la notte passata. Di conseguenza l’uomo al volante non era Henry, bensì un suo sosia su una Maserati rubata. Si era trattato solo di un sogno inquietante, compresi i mozziconi di sigaretta che sua moglie Helga aveva tolto dal davanzale e posato sul comodino.
E anche se non si era sbagliato, e alcuni indizi lo confermavano, un uomo può comunque andare dove gli pare di notte a fari spenti e sua moglie può comunque annegare dove e quando le pare. Una coincidenza senza alcun nesso, e che non riguardava nessuno. Ma c’era la storia della bicicletta.
Prima dell’alba, dopo solamente un’ora di sonno, Obradin si era svegliato e si era alzato. Vestitosi in silenzio, pochi minuti più tardi aveva raggiunto il porto. La Drina dondolava pigra ormeggiata al molo. Obradin controllò le cime e le reti arrotolate, aprì e chiuse tutti i boccaporti, si assicurò che l’ancora fosse a posto, tornò con un balzo sul molo e si arrampicò sui frangiflutti di cemento accatastati negli ultimi mesi della guerra dai condannati ai lavori forzati.
Mentre sorgeva il sole, percorse a piedi le poche centinaia di metri fino alla spiaggia. Qui riconobbe la bicicletta di Martha, appoggiata a uno scoglio, la vedeva tutti i giorni passare davanti alla pescheria diretta alla baia. Ma mai prima di mezzogiorno. Gli indumenti ordinatamente ripiegati erano accanto alla bicicletta. Si schermò gli occhi dalla luce accecante dei raggi ancora bassi sull’orizzonte. Dopo aver perlustrato invano la baia alla ricerca della moglie di Henry, tornò al suo cutter.
Obradin seguì con lo sguardo il cormorano, mentre sorvolava l’antenna radio del cutter diretto verso la costa. Poi accese di nuovo il motore. La corrente lo aveva trascinato verso il largo di qualche miglio. Tornò lentamente in porto, ormeggiò la Drinae poco dopo entrò nella pescheria.
«Il diesel è andato» disse. «Senza il cutter siamo spacciati.»
Non aggiunse altro e superò Helga che come al solito era al telefono invece di lavorare, aprì la botola di legno sul pavimento e scomparve in cantina. Riemerse poco dopo reggendo sulle spalle un barilotto di Slibowitz e richiuse la botola con un calcio.
Helga tappò la cornetta con una mano. «Che cosa vuoi fare?»
«Secondo te?»
«E la bottega?»
«Chiudiamo.»
«E la zuppa di pesce?»
«Non ce ne facciamo niente.»
«Quando tornerai?»
Obradin si avvicinò alla moglie girando intorno al bancone, le accarezzò la guancia con la mano pelosa, le diede un bacio d’addio sulla bocca.
«Lo sai.»
Pochi minuti più tardi Helga telefonava al guardiacaccia e al medico del paese vicino. Dovevano tenersi pronti, entro un paio d’ore sarebbe stato necessario intervenire di nuovo. Il medico preparò la borsa, il guardiacaccia aprì l’armadietto delle armi e tirò fuori un fucile speciale.
Pallido e con la barba lunga, la camicia fuori dai calzoni e gli stivali di gomma, Henry era fermo davanti a casa. Appoggiato alla vanga, vide la Jaguar di Moreany risalire il poggio sollevando una nuvola di sabbia alle proprie spalle. Fin da lontano Henry si accorse che Moreany non era da solo. Poncho corse incontro all’auto, abbaiando e saltando. Henry vide Betty sul sedile del passeggero. Non dava segno di voler scendere. Poncho si alzò sulle zampe posteriori e annusò incuriosito il finestrino della Jaguar.
I due uomini si abbracciarono senza parlare. Le guance lisce e rosee di Moreany con le basette bianche sapevano di Old Spice. Henry guardò Betty dentro la macchina. Perché non scendeva? Aveva già confessato tutto a Moreany? Moreany si staccò da Henry, aveva gli occhi arrossati.
«Non so che dire.»
Henry gli batté una pacca sulle spalle.
«Che cosa c’è da dire?»
«Ho chiesto a Betty di accompagnarmi. Era nel mio ufficio quando hai telefonato.»
Henry aprì la portiera e porse a Betty la mano. Il profumo di mughetto fuoriuscì dall’abitacolo. Lei sentì la sua stretta di avvertimento quando lui l’abbracciò, il mento non rasato a grattarle la guancia. Si baciarono fraternamente, un fremito agitò il bassoventre di entrambi.
«Per favore, cerca di non odiarmi, caro.»
«Io ti amo. Come sta nostro figlio?»
«Si è appena mosso. Riesco a sentirlo.»
«Hai detto qualcosa di noi due a Moreany?»
«Certo che no. Sei sicuro che sia morta?»
Henry la guardò sbalordito. «Vuoi che torni?» chiese sottovoce.
Nel suo studio si sentiva odore di tabacco freddo. Il manoscritto era sulla scrivania accanto alla macchina da scrivere. Sopra c’erano la penna stilografica e un elastico rotto arrotolato. La veneziana dell’enorme finestra panoramica era abbassata, dappertutto sul pavimento erano sparsi appunti e fogli di carta appallottolati.
Henry aveva passato la mattinata a cambiare stile allo studio, decorandolo di creativo disordine. Seguendo un filo logico accuratamente programmato, aveva accatastato in piccoli mucchi libri non letti, corredati qua e là di segnalibri. Non mancavano neppure la tazza di caffè mezza piena e il mozzicone di sigaro mordicchiato, mentre tutti i giornali sportivi e le riviste maschili erano spariti. Come tocco finale aveva nascosto in un angolo la piattaforma di trivellazione avvolgendola nel Botero con i bambini grassi. C’era aria di lavoro. A parte il manoscritto, era tutto opera sua.
Betty individuò subito il manoscritto e si avvicinò allungando la mano.
«Non toccarlo!» Lei si bloccò.
«Per favore, no. Non è ancora finito.»
«Scusami, ma tu scrivi a macchina?»
«Sì, perché?»
«Hai fatto una copia del testo, vero?» si informò Moreany.
«Non ancora. Questo è l’originale. La sera lo metto in cassaforte.»
Moreany e Betty si scambiarono un’occhiata fugace. «Per usare un eufemismo, Henry, è rischioso.»
Henry aprì una bottiglia di Single Malt e riempì tre bicchieri. Moreany si ritirò brevemente nel bagno degli ospiti, con andatura incerta. Betty si guardò intorno. Quando aveva esaminato la stanza la notte prima al buio, l’aveva trovata molto in ordine. Adesso era tutto un gran caos e c’era un forte odore di tabacco. Esaminò la coperta gettata in terra accanto alla scrivania e piena di peli di cane, il cestino della carta traboccante di idee scartate, quasi di sicuro per metà potenzialmente già milionarie. Al buio aveva intravisto la piattaforma di trivellazione come una sagoma indefinita nella stanza, ora non ce n’era più traccia.
Moreany tornò nello studio, l’aspetto peggiore di prima, le mani che profumavano di sapone. Henry gli porse un bicchiere.
«Ghiaccio?»
«Un cubetto, se ce l’hai.»
«Martha non ha lasciato biglietti» esordì Henry, tornando dalla cucina con il ghiaccio, «la sua bicicletta era sulla spiaggia.»
Moreany girò il ghiaccio nel bicchiere con un dito. «Sei stato tu a trovarla?»
«Nessuno l’ha trovata. La corrente l’ha portata al largo. I sandali, i vestiti, la bicicletta, erano ancora lì.»
«Sulla spiaggia?» domandò Betty. Henry colse la sua espressione stupita.
«Sì. Nella piccola insenatura accanto al porto dove va sempre a nuotare.»
Henry bevve una lunga sorsata di scotch, succhiò brevemente il cubetto di ghiaccio e lo risputò nel bicchiere. Non sembrava soffrire particolarmente, pensò Betty, ma che aspetto ha la sofferenza?
«Vedendo che non tornava per mezzogiorno, sono andato a cercarla. Sulla spiaggia c’era una donna con indosso il parka verde di Martha, ma non era lei.»
Henry vide di nuovo lo sguardo sorpreso di Betty. «Il parka era volato via sulla spiaggia spinto dal vento, quella donna aveva freddo e l’aveva indossato.»
«Quanti anni aveva?»
«Poco più giovane di te.»
«La conosci?»
«No. C’entra qualcosa, ora?»
Moreany si schiarì la voce. «Scusate se manifesto così questa mia riflessione, ma è del tutto escluso che Martha sia ancora viva? Voglio dire, non potrebbe essere successo qualcosa di strano?»
«In che senso?» domandò Henry.
«Ecco... Vivete qui del tutto isolati. Sarebbe ipotizzabile che Martha...» Moreany fece una breve pausa per formulare il pensiero in maniera delicata, «... sia stata rapita per chiederti un riscatto?»
«Chi potrebbe essere così stupido, Claus? Ogni persona sensata avrebbe rapito me e ricattato Martha, non trovi?»
Betty si accese una sigaretta e fece scattare con ostentazione l’accendino. «Certe persone esistono, Henry. Persone stupide e cattive.»
Henry non gradì il suo tono. «Chi potrebbe essere stato?»
Per un po’ regnò il silenzio assoluto nello studio. Henry guardò il fumo che usciva dalle sottili narici di Betty come un alito di drago. Lei lo voleva punire perché sapeva che stava mentendo.
«Chi ha chiamato la polizia?» domandò infine Moreany rompendo il silenzio.
«Finora nessuno.»
«Lo farò io» disse Moreany tastandosi le tasche.
Henry posò il bicchiere. «Credo che spetti a me.»
Andò in cucina per telefonare alla polizia. Avrebbe dovuto farlo già da tempo. Piuttosto irritante. Se ne era proprio dimenticato.
Betty giocava in giardino con l’hovawart mentre Moreany e Henry aspettavano la polizia in cucina. Il cane le balzava davanti, lei lanciava il bastone. Tra i cani doveva essersi sparsa la voce che gli umani lanciano instancabilmente palle o bastoni, se poi glieli si riporta. Il sole faceva brillare la pelle impeccabile di Betty, il cielo era perfettamente sereno. I due uomini la guardavano ciascuno immerso nei propri pensieri.
Henry si accorse che Moreany si reggeva al bancone della cucina un po’ incerto sulle gambe. Negli ultimi mesi era invecchiato, dimagrito, e ora minuscole gocce di sudore gli luccicavano all’attaccatura dei capelli. Quando gli aveva porto lo scotch, aveva avvertito che le sue dita erano fredde.
«Vuoi mangiare qualcosa, Claus? Ho preparato della zuppa di lenticchie. La riscaldo in un istante.»
Senza aspettare una risposta, prese la ciotola con la zuppa dal frigorifero, tolse delicatamente il foglio di pellicola e la annusò.
«Oggi non è la giornata giusta per parlarne, Henry, ma prima volevo fare una proposta di matrimonio a Betty.»
«A chi?»
Henry voltò le spalle a Moreany e infilò la ciotola nel microonde, mentre si domandava se considerarla una notizia buona o cattiva. Vide il profilo tormentato di Moreany che si rispecchiava nel vetro dell’apparecchio.
«Hai sentito bene, mi piacerebbe sposare Betty. So di essere troppo vecchio per lei, ma l’amo. Che te ne pare?»
Henry lanciò un’occhiata fuori dalla finestra. Non c’era più traccia di Betty.
«È successo oggi?»
«Prima, nel mio ufficio. Lei entra, voglio chiederle se mi vuole sposare ma non riesco a spiccicare parola. Invece, le chiedo per due volte che cosa è successo alla sua macchina. Non è ridicolo?»
Non mi sono meritato tanta fortuna, pensò Henry. «E che cosa è successo alla sua macchina?»
«Ha avuto un problema. Poi hai telefonato tu e allora è stato troppo tardi.»
«Che problema ha avuto con la macchina?»
«Devi chiederlo a lei, io non lo so.»
Henry guardò nuovamente nel futuro. Ammettendo che quel colpo di fortuna improbabile si avverasse e Betty sposasse Moreany, lui naturalmente avrebbe fatto da testimone. Betty avrebbe messo al mondo suo figlio, di sicuro un bel bambino. Lui, Henry, sarebbe stato il padrino del proprio figlio, di sicuro il miglior padrino del mondo. Tutti quei problemi interpersonali si sarebbero risolti, almeno in parte. Come convincere però Betty ad accettare un anacronistico matrimonio di interesse? Con la gioia nascosta di un cercatore d’oro che trova una pepita grande quanto un pugno, Henry posò entrambe le mani sulle spalle del suo amico e editore.
«Sono davvero felice per te, Claus. Non è mai troppo tardi. Segui il tuo cuore e chiediglielo.»
Moreany abbracciò Henry. Anche in un momento di così profonda disperazione, Henry trovava la forza di gioire per la felicità altrui. Moreany non sapeva che cosa dire per la commozione.
Il microonde mandò uno squillo. Henry tirò fuori la ciotola con la zuppa e la posò con cura sul tavolo davanti a Moreany. Anche lui era chiaramente commosso.
«Ci vuoi anche una fetta di pane?»
Gli incisivi di Obradin erano in mezzo alla sabbia umida della cantina. Tracce di saliva insanguinata rendevano ancora più scivolosa la ripida scaletta che si poteva scendere solo all’indietro. Poco prima Obradin aveva rotto il vetro della porta della pescheria, sicuramente perché non trovava la chiave, ed era finito disteso nel tentativo di prelevare un altro barilotto dalla cantina.
Un grosso mucchio di merda accanto ai barilotti di Slibowitz testimoniava la presenza di Obradin in cantina tra le undici e le dodici del mattino. A mezzogiorno apriva la piccola osteria del porto, dove Obradin aveva lasciato un altro dente, perché il suo concetto di pagamento non in contanti non coincideva con quello dell’oste. Come appurato in seguito, il dente era cariato e sarebbe stato comunque necessario toglierlo prima o poi. Nessuno degli uomini che erano accorsi sul luogo era riuscito a calmare il serbo infuriato.
Alla fine era stato colpito da una siringa narcotizzante sparata dal guardiacaccia. Il dosaggio del narcotico, denominato “miscela di Hellabrunn”, era calcolato per un rinoceronte, ma Obradin ebbe ancora il tempo di cantare l’inno nazionale serbo prima di stramazzare in un sonno simile alla morte.
Sua moglie Helga, che aveva pronosticato accuratamente il decorso e la durata della crisi, aspettava il marito insieme al medico davanti alla pescheria, quando lo avevano riportato più morto che vivo. La sofferenza della povera donna era uno spettacolo straziante. In venti anni di matrimonio aveva assistito a una mezza dozzina di questi attacchi, senza mai conoscerne il motivo. Le crisi erano imprevedibili, come i terremoti. Obradin ammetteva di non ricordare più la causa scatenante, aspetto che da un punto di vista tossicologico non aveva nulla di sorprendente. Il medico gli diagnosticò diversi ematomi e la perdita di alcuni denti, mentre le funzioni vitali risultavano normali. Gli uomini lo portarono fino al letto dove rimase sdraiato in attesa di sviluppi.
Poncho abbaiò fuori. Stava arrivando una macchina. Henry vide che non era la polizia. Sul pianale del pick-up, fissata con una cinghia azzurra, la bicicletta di Martha somigliava a un monumento commemorativo. Henry l’aveva vista tantissime volte, senza provare mai niente. Del resto, che emozione potrebbe suscitare la vista di una vecchia bicicletta arrugginita? Ora però era diverso. Il manubrio piegato con il vecchio fanale era rivolto proprio verso di lui. La ruggine sull’asta del sellino somigliava a sangue secco, e poi c’era il raggio spezzato della ruota che lui non aveva mai sostituito.
Al volante del pick-up sedeva Elenor Reens, la sindachessa, con accanto la giovane della spiaggia. Portava un berretto da baseball e un paio di occhiali da sole appoggiati alla visiera. Elenor scese, prese dal sedile posteriore le cose di Martha, impacchettate con cura, in una busta c’erano le scarpette di plastica e il parka. Appoggiò tutto quanto sul cofano.
«Ci dica tranquillamente che cosa possiamo fare. Di qualunque cosa si tratti. Siamo sempre a sua disposizione. Parlo a nome di tutti, l’intera comunità è vicina a lei e a sua moglie.»
«Grazie.»
Elenor seguì lo sguardo di Henry.
«Lei è mia figlia Sonja.»
Sonja aprì la portiera titubante, scese, girò intorno al pick-up e strinse la mano che lui le porgeva. Portava scarpe da ginnastica bianche e un paio di jeans sbiaditi, con un giubbotto color cachi allacciato fin sotto il mento, come se avesse freddo. La sua mano era fresca ed esile, gli occhi di una serietà blu topazio, la linea delle labbra tracciata da un sottile pennello. Afrodite non si risparmia per tormentarmi, pensò Henry. «Come potrei dimenticarla. Ci conosciamo già» disse. Sonja annuì. Henry ebbe l’impressione che volesse dirgli qualcosa ma che non potesse farlo in presenza della madre.
Elenor tornò alla macchina. «A proposito, Obradin è uscito di testa un’altra volta. Il guardiacaccia lo ha tramortito con una siringa narcotizzante.»
Ogni assassino dovrebbe sapere che la moderna criminologia, come scienza del crimine, è molto vasta. Quando scompare una persona, la si cerca indagando in tutte le direzioni, finché ogni circostanza della scomparsa risulta chiarita. È un aspetto importante per l’omicida, che deve prepararsi a un’indagine che può durare a lungo e non tollera contraddizioni logiche.
Un omicida deve essere vigile. Il suo nemico è il particolare. La parola avventata, la minuzia che si dimentica, l’errore banale che fa crollare tutto. Deve mantenere vivo il ricordo del proprio gesto e rinnovarlo dentro di sé ogni giorno, mantenendo nel contempo il silenzio. Tacere però è contrario alla natura umana. Custodire un segreto non è facile. Mantenere il silenzio per tutta la vita un tormento. Da questo punto di vista, un omicida si condanna da solo il giorno in cui commette il proprio delitto.
In particolare, chi ha ucciso il proprio consorte dovrebbe rammentare che il profitto personale legato alla scomparsa del coniuge, sia esso una assicurazione sulla vita o il comprensibile desiderio di libertà, viene sottoposto a un esame ancora più minuzioso.
Tutto questo era chiarissimo a Henry. Durante il suo abbondante tempo libero aveva approfondito le proprie conoscenze in ambito forense, appurando tra l’altro che in caso di morte sospetta la polizia provvede a informare le assicurazioni. Come è noto, le assicurazioni sono riluttanti a restituire i soldi che hanno preso in precedenza. Non importa se si tratta di somme grandi o piccole. Quando accettano di versare l’indennizzo, questo va sempre considerato un gesto magnanimo e non un diritto. Quando poi si tratta del risarcimento di una polizza sulla vita in caso di decesso, le assicurazioni procedono con estrema cautela e sguinzagliano i loro detective. Bisogna guardarsi da questi specialisti, che non agiscono in maniera neutrale, bensì lavorano su provvigione. Sanno che tutti fingono e di conseguenza non vanno alla ricerca della verità, bensì sempre dell’inverosimile. Omicidio, simulazione e danni autoinflitti rappresentano per questi signori una frode assicurativa che non va onorata. Così facendo essi negano il carico di sofferenze della lotta per l’esistenza, e il rimborso di una polizza per loro equivale alla vittoria del male. In sostanza l’omicidio dovrebbe somigliare a un incidente. È più difficile di quanto possa sembrare inizialmente, perché anche un incidente ha una sua storia pregressa, cause individuabili e non capita mai per caso. Ma ne riparleremo in seguito.
A ben vedere la morte di Martha non era stato un omicidio, bensì un incidente. Henry tuttavia aveva già commesso due errori decisivi. Aveva tralasciato di informare subito la polizia e la scomparsa della Subaru di Betty non doveva essere messa in relazione con lui. Qualunque cosa avesse scoperto la polizia, alla fine non dovevano sussistere dubbi sul fatto che lui, Henry, non aveva tratto alcun vantaggio dalla scomparsa di Martha.
Questo corrispondeva in pieno alla verità. Non esisteva una polizza assicurativa di cui fosse beneficiario, bensì il contrario, Henry non ereditava niente da Martha, perché non era Martha a essere ricca, bensì lui. Lei non era stata neppure un personaggio di interesse pubblico, come invece era lui. Fin qui tutto bene. Grazie alla sua esperienza con la menzogna e la sua sorellina minore, la giustificazione, Henry poteva confidare sul fatto che gli avrebbero creduto finché avesse mentito. Doveva invece procedere in maniera discreta e misurata con la verità.
Posò il sacchetto con gli indumenti di Martha sull’isola in cucina. Poi salutò Betty e Moreany che tornarono insieme alla casa editrice. Li accompagnò fino alla Jaguar, li abbracciò entrambi di slancio e con pari intensità, quindi sussurrò all’orecchio di Betty: «Denuncia il furto della tua macchina, poi ti spiego tutto.» Lei gli rivolse un cenno affermativo di saluto. Mi tiene in pugno, pensò Henry ricambiando.
Jenssen era un giovane criminologo con capelli color ambra e occhi azzurro chiaro. I suoi antenati erano vichinghi, Henry lo capì subito. Era un tipo atletico, si capiva che praticava sport di potenza, la sua mano curata aveva una consistenza stranamente spessa. Aveva letto i romanzi di Henry, era un fan di Il peso particolare della colpa, e gli sarebbe piaciuto diventare cronista giudiziario, ma purtroppo non sapeva scrivere, come ammise lui stesso. Be’, chi è che sa farlo, pensò Henry.
«I suoi eroi agiscono, signor Hayden» dichiarò entusiasta quando si presentarono. «Succede sempre qualcosa. E non si sa mai come andrà avanti. Strane cose, oscuri segreti dietro ogni fatto, dappertutto sono in agguato pericoli e avversari veramente astuti.»
Henry lo trovò addirittura simpatico. La collega che si teneva sempre mezzo passo dietro di lui, invece, non gli risultò altrettanto gradevole. Era magra ed evidentemente poco qualificata, perché non conosceva nessuno dei romanzi di Henry.
«Ha una foto di sua moglie?» chiese, senza mostrare la minima traccia di comprensione o benevolenza.
Henry andò nello studio e prese una foto che ritraeva lui e Martha durante una vacanza in Portogallo. La poliziotta la osservò a lungo, come per imprimersela nella memoria. Il viso affilato con gli occhi ravvicinati sotto le sopracciglia ispide e cespugliose ricordava a Henry il muso di un opossum. Forse all’occasione avrebbe potuto accoppiarla con la martora nel tetto, ne sarebbero usciti cuccioli interessanti. Le ciocche argentee tra i capelli scuri lasciavano ipotizzare una forte iperacidità provocata dalla diffidenza professionale.
Porse la foto a Jenssen, quindi annusò concentrata l’odore che c’era nell’aria, cosa che Henry trovò irritante. Voleva forse filtrare le molecole di colpa e paura che emanavano da lui? I cani sanno riconoscere l’odore della paura, alcuni addirittura quello dell’epilessia o del cancro. Allora perché non la colpa? Di sicuro tali emissioni aleggiano intorno a chi teme di essere scoperto o punito. Per fortuna a oggi non ci sono apparecchi abbastanza sensibili e raffinati per misurare certe molecole. Ma non si può mai dire.
I sospetti di Henry aumentarono quando la donna si chinò ad annusare gli indumenti di Martha appoggiati in cucina.
«Di che colore è il suo costume da bagno?»
«Azzurro. Che cosa sta annusando?» domandò lui.
«Possiamo portarli via con noi?» fu la risposta.
«Me li restituirete? Sono oggetti molto personali.»
«Sua moglie andava spesso a nuotare al mare?»
Il suo modo di non rispondere alle domande era davvero insopportabile. «Mia moglie ci va tutti i giorni. Anche d’inverno e con la neve. È un’ottima nuotatrice. Nuota anche lei?»
«Lei conosce il mare qui?»
«Solo da lontano. Non ci entro mai.»
Jenssen sfoderò le sue conoscenze nautiche, senza dubbio un retaggio dei suoi antenati, e descrisse le forti correnti da nord-ovest. Quando avvenivano incidenti in mare, spesso le scarpe, in particolare quelle di plastica, venivano trasportate fino alla Groenlandia, a volte con ancora attaccato un piede. Henry ricordava che Obradin gli aveva raccontato di aver visto ogni tanto scarpe maschili spaiate in mezzo al mare. Pensò a Obradin. Perché non era venuto a fargli le condoglianze?
«Sua moglie però non indossava scarpette da bagno quando è entrata nell’acqua.»
L’opossum indicò con un dito artigliato i sandali di plastica di Martha. Henry si sentì salire il sangue alla testa, rendendosi conto dello stupido errore che aveva commesso. Non aveva riflettuto. Ovvio che Martha si fosse immersa con le scarpette, com’era possibile che fossero rimaste sulla spiaggia?
«Sinceramente è una cosa che sorprende anche me» ribatté. «Mia moglie porta sempre le scarpe quando entra nell’acqua, per proteggere i piedi dai sassi taglienti. Ha la pelle molto delicata.»
«Può darsi» osservò Jenssen, al quale non era sfuggito il caparbio uso del presente da parte di Henry, «che le scarpe le siano state sfilate dalla corrente e poi il vento le abbia soffiate sulla spiaggia. Per questo le ha trovate.»
Ottima spiegazione. Quel giovanotto gli era sempre più simpatico. Henry decise di rischiare.
«Lei ha più esperienza di queste cose, signor Jenssen. È possibile che mia moglie sia stata rapita?»
Il poliziotto inarcò le sopracciglia. «Qualcuno si è messo in contatto con lei?»
Henry scrollò il capo.
«Lei sarebbe disposto a pagare un riscatto per sua moglie?» chiese la collega cattiva.
La domanda rivelava come l’intuito della poliziotta fosse molto più sviluppato della sua corteccia cerebrale. Certo che avrebbe pagato! Non c’era somma eccessiva per riportare a casa sua moglie.
«I soldi sono irrilevanti» rispose Henry cauto.
«Sua moglie ha lasciato una lettera d’addio?»
Che razza di ignoranti! Non conoscevano Martha. Non avrebbe mai annunciato né spiegato il proprio suicidio per iscritto. Ciò che faceva accadeva senza motivazioni, in lei era tutto all’insegna dell’art pour l’art. Inoltre contraddiceva lo spiccato senso di Martha per la drammaturgia annunciare qualcosa che comunque era destinato a succedere.
«No. Non voleva andarsene, questo è sicuro. Non voleva dire addio né a me né alla vita.»
«Soffriva di depressione, prendeva dei farmaci?»
«Ride molto e le piace il pesce, se è questo che intende.»
Il poliziotto si passò una mano assorto tra i capelli biondissimi. Era del tutto privo di senso dell’umorismo. «Se posso essere diretto, avevate problemi matrimoniali, stavate forse per separarvi? È solo una domanda.»
Henry si tastò la pelle sotto l’occhio destro. La sensazione di torpore era tornata.
«Assolutamente no. Mai.»
Henry continuò mostrando ai due poliziotti l’intera casa. Parlava sottovoce, rispondeva a tutte le domande, illustrava in maniera dettagliata e veritiera le fasi della ricerca di sua moglie, raccontò che la sera prima aveva cucinato per lei e scoppiò a piangere quando si fermarono davanti al letto vuoto di Martha.
Henry continuava a parlare al presente di sua moglie, come se fosse ancora viva. Alla fine li condusse entrambi in cantina, nella stalla, nella rimessa, nel giardino e nella cappella. Diede loro un vecchio scatolone di cartone per metterci gli oggetti personali di Martha e li aiutò a caricare la sua bicicletta sulla loro auto.
Jenssen gli diede il proprio biglietto.
«Vi prego di tenermi informato se doveste trovare qualche traccia di mia moglie» disse Henry salutandoli. «Di qualunque cosa si tratti.»
Dopo che se ne furono andati, prese una pesante mazza dalla rimessa e cominciò a sfondare la parete dietro il letto di Martha.
9.
C’era qualcosa che non quadrava nella storia di Henry. Martha non era annegata sulla spiaggia. Betty era convinta che non fosse tornata a casa dalla scogliera. Quanto meno la Subaru era ancora introvabile, e forse in quel momento stava arrugginendo in fondo al mare con Martha seduta al volante. In questo caso lei stessa era coinvolta nella vicenda. A voler essere proprio precisi, era complice della morte di Martha, perché le aveva portato via il marito, oppure era stato il destino? Se la macchina fosse stata ritrovata, sarebbero sorte un sacco di domande spiacevoli. Betty decise di provare a guardare il lato positivo della cosa, per cominciare. La morte di Martha le aveva sgombrato la strada per vivere con Henry e il bambino.
Le tornò in mente che Henry una volta le aveva detto che chi realizza i propri sogni deve anche conviverci. Detto da lui dava l’impressione che la felicità fosse un’esperienza traumatica, che non è più possibile rielaborare fino in fondo. Lui non aveva più sogni, lo aveva precisato chiaramente, aveva ottenuto tutto. Per il resto Henry non aveva mai rivelato niente di sé. Non parlava mai del passato, come se fosse qualcosa di sgradevole, da nascondere prima dell’arrivo degli ospiti. Quando succedeva, al massimo raccontava dell’epoca in cui Betty lo conosceva già. Aveva l’impressione che Henry scegliesse il proprio passato adeguandolo di volta in volta alla situazione. Lo rigirava come un caleidoscopio, lasciando sempre intravedere una parte diversa di sé.
Moreany le aveva fatto una proposta di matrimonio nel parcheggio della casa editrice. Le aveva manifestato apertamente i propri sentimenti e le aveva parlato dell’eredità che le sarebbe spettata una volta che non ci fosse stato più. Betty era rimasta sorpresa e sinceramente commossa, ma era stata assalita da una nausea crescente e gli aveva chiesto un po’ di tempo per riflettere, cosa di cui poi si era pentita, perché non c’era proprio niente su cui riflettere. Si erano separati con un bacio sulla guancia. Moreany aveva attraversato il parcheggio con passo energico, Betty era salita sulla macchina a noleggio con l’intenzione di andare alla polizia. Cedendo a una vecchia abitudine, diede un’occhiata alla finestra del terzo piano. Dietro ai vetri c’era Honor Eisendraht.
Honor staccò una foglia dalla dracena e la accartocciò tra le dita. Aveva osservato il bacio nella Jaguar, e ora che vedeva Moreany attraversare il parcheggio con le ali ai piedi, provava il desiderio irrefrenabile di graffiarsi la faccia. Quando aveva iniziato a lavorare da Moreany, era stata anche lei giovane e attraente. Allora perché, perché aveva taciuto per tutti quegli anni seduta al suo posto, servendolo e aspettando che a un certo punto arrivasse una più giovane e le portasse via tutto!? Come si sa, i peggiori errori sono quelli di cui non ci accorgiamo.
Moreany entrò nell’anticamera col fiato corto, doveva essere salito a piedi anziché con l’ascensore. Honor si chiese se fosse davvero convinto che la morte avrebbe fatto un’eccezione per lui e gli avrebbe regalato un giorno in più per questo ridicolo esercizio.
«La poveretta è stata trovata?» si informò lei.
Moreany comprese al volo a chi si riferiva. «No. La corrente deve averla trascinata via, non la ritroveranno mai.»
Moreany entrò nel suo ufficio. Come al solito lasciò la porta aperta. Honor sentì un frusciare di carte. Si alzò dalla scrivania, si lisciò la gonna e varcò la soglia. Moreany stava frugando sulla scrivania, era sempre affannato.
«Come sta il signor Hayden?»
«Incredibilmente bene» rispose Moreany. «Incredibilmente bene.»
«Posso fare qualcosa? Preparare un comunicato stampa?»
Moreany interruppe le ricerche e si appoggiò con entrambe le mani alla scrivania. «Honor, sarebbe fantastico. Scriva per favore solo “deceduta”, senza particolari, e poi me lo dia.»
«Preparo un infuso di valeriana.»
«Non c’è tempo. Devo andare via subito.»
«Un certo signor Fasch ha telefonato tre volte.»
«Chi sarebbe?»
«Dice di essere un vecchio compagno di scuola del signor Hayden.»
Honor Eisendraht rimase alla finestra finché Moreany non fu salito in macchina e si fu allontanato. Entrò nel suo ufficio. Dopo essersi versata uno scotch doppio dalla caraffa di vetro collocata sul tavolino di ebano nero, si sedette alla scrivania del suo capo. «Dobbiamo rimandare Venezia» aveva detto Moreany a Betty quando era giunta la notizia della morte di Martha Hayden. Sì, pensò Honor, andate, andate. Là c’è una laguna morta. Ci sarò io ad aspettarti, Betty, maledetta puttana, per annegarti.
Svuotò il bicchiere e cominciò a rovistare nei cassetti. Con l’occasione tolse un capello biondo e un grosso moscone morto dalla vaschetta portapenne. Honor era alla ricerca di documenti di viaggio, biglietti aerei o una prenotazione alberghiera per Venezia. Il cassetto centrale era chiuso. Trovò la chiave sotto il sottomano in pelle e lo aprì. Accanto a qualche appunto e a ritagli di giornale, vide una boccetta di pillole vuota e dei contanti. In fondo c’era una busta gialla di formato A5 senza scritte. Non era sigillata. L’aprì con la punta delle dita. Dentro c’erano due immagini della risonanza magnetica delle vertebre lombari di Moreany e il referto istologico dei tumori che avevano attaccato il corpo vertebrale.
Honor raccolse la prova e tornò in fretta alla propria scrivania, mescolò i tarocchi e scoprì la carta in cima al mazzo. Era di nuovo la Torre. A questo punto non c’erano più dubbi.
Al commissariato Betty denunciò il furto della Subaru. Mentre compilava il questionario per l’assicurazione sotto gli occhi vigili dell’agente, fu assalita nuovamente dalla nausea e avvertì un dolore ai seni. Non ricordava più quando aveva mangiato per l’ultima volta. Pochi istanti dopo vomitò saliva mista a succhi gastrici nel gabinetto degli uomini, perché il bagno delle donne era occupato. Il motivo del malore non era la proposta di matrimonio di Moreany e nemmeno l’assurda storia di Henry circa la morte di sua moglie sulla spiaggia. Era chiaramente il bambino che portava in grembo. Non sarebbe stato possibile nasconderlo ancora a lungo. Doveva parlare con Henry al più presto, per definire i passi successivi da compiere.
Uscì dal commissariato superando la porta di sicurezza d’acciaio e si appoggiò al muro di mattoni inondato di sole che circondava il cortile. Tirò fuori meccanicamente una sigaretta dal pacchetto, l’accese e inspirò. Il fumo al mentolo era rivoltante. Betty gettò in strada la sigaretta e l’intero pacchetto poi comperò un quotidiano all’edicola lì vicino.
“Annegata la moglie dello scrittore Henry Hayden” stava scritto piuttosto in piccolo sul fondo della prima pagina. Era un breve articolo senza foto. Betty tirò fuori il cellulare dalla borsa e chiamò Henry. Siccome sapeva che lui non aveva la segreteria telefonica, lasciò suonare a lungo. Henry non rispose. Betty aspettò all’incirca un minuto e riprovò.
L’animale lo aveva morso. Henry sciacquò la ferita con acqua corrente e la esaminò. I denti aguzzi erano affondati fino all’osso e avevano lasciato fori bluastri sotto l’articolazione del polso. Sentì suonare il telefono in cucina. Lo ignorò e si guardò allo specchio nel bagno di Martha.
Aveva il viso annerito di polvere e fuliggine, tra i capelli c’erano larve di insetti mummificate e batuffoli di polvere. Somigliava a Indiana Jones senza cappello. L’orecchio sinistro era incrostato di sangue, la canottiera ridotta a brandelli, braccia, addome e gambe erano cosparsi di schegge di legno.
Dopo aver sfondato con la mazza in un raptus di collera la parete dietro il letto di Martha, si era armato di un fucile subacqueo ed era andato a caccia di martore. Si trattava di una manovra del tutto assurda, che Sigmund Freud definisce giustamente “azione sintomatica” in quanto «fa emergere qualcosa che l’individuo non implica in essa, qualcosa che in genere non è da comunicare, bensì da tenere per sé.» Ebbene, come dargli torto?
Tra le tegole e lo strato isolante c’era un’angusta intercapedine. Henry era salito nel tetto dal buco praticato nella parete e, strisciando sul ventre come un soldato, era avanzato sulle assi grezze. Ogni tanto si fermava, restava in ascolto, poi riprendeva la marcia. Avvertiva l’odore delle esalazioni dell’animale. Dopo un po’ udì il ticchettio degli artigli ricurvi sul legno, caricò l’elastico del fucile, spense la torcia sulla fronte e si appostò trattenendo il fiato.
Anche la martora è un cacciatore, però. Aveva la vista, l’udito e l’olfatto più sviluppati di Henry, e quello era il suo habitat. Avvertito il pericolo, la martora non uscì dal suo nascondiglio, l’istinto la proteggeva. Gli animali non capiscono molto, ma sanno tutto. Gli uomini sbagliano perché credono, gli uomini corrono incontro alla distruzione perché sperano. Gli animali non sperano, non vedono nel futuro e non dubitano di sé. Per questo la martora non uscì dal suo nascondiglio.
Henry trovò gusci d’uova, piume, ossa ed escrementi dal puzzo acre. Erano ancora morbidi e lucidi. A mano a mano che avanzava nel labirinto di vecchie assi di quercia, lunghe schegge di legno gli penetravano nella pelle. Non badò al dolore. Tanto meglio, pensava, se quella maledetta bestiaccia annusa il mio sangue, forse commetterà un errore e si avvicinerà. Ma la maledetta bestiaccia non si mostrava.
A un certo punto Henry si accorse di aver perso l’orientamento. La stanza di Martha si trovava sul lato occidentale della casa, il tetto lì era lungo almeno trenta metri. Doveva aver percorso una ventina di metri. Da una fessura fischiava il vento, soffiandogli insetti rinsecchiti nel naso. Starnutì e cercò di rigirarsi nello spazio angusto. Mentre compiva questa manovra, la torcia gli si sfilò dalla fronte, la luce si spense, le batterie rotolarono fuori dall’alloggiamento di plastica. Quando cercò di girarsi sulla schiena nell’oscurità, fece scattare inavvertitamente il fucile. La fiocina gli sfiorò l’orecchio e si conficcò nelle assi con un colpo sordo. Penetrò di mezzo dito buono nel legno di quercia. Se lo avesse colpito in faccia, gli avrebbe trapassato il cervello. A questo punto Henry fu costretto a ridere per l’aspetto comico di quella situazione; chi si autoarpiona nel sottotetto di casa propria merita una menzione d’onore ai Darwin Awards. Rimase per un po’ rannicchiato sulle assi.
La martora sbucò da dietro e gli si arrampicò sulle gambe. Henry avvertì gli artigli sul polpaccio. La pelliccia era morbida come seta e tiepida, mentre risaliva verso i fianchi di Henry e quindi su per il braccio. L’animale lo annusò, solleticandogli la spalla con le vibrisse. Era arrivato per esaminare la preda. Henry valutò realisticamente la propria situazione. Se fosse rimasto sdraiato, la martora avrebbe divorato il suo cadavere e si sarebbe fatta una famiglia. Allungò la mano per prenderla, l’afferrò per la coda, quella squittì e gli diede un morso. I denti aguzzi trapassarono il nervo sopra il polso. Henry ebbe un sussulto, mollò la presa, tirò un calcio alla martora e così facendo andò a sbattere con l’orecchio contro la fiocina. Una volta che il dolore fu diminuito, decise di lasciar perdere per un po’, chiuse gli occhi e nel giro di pochi secondi si addormentò.
Lame di luce sottilissime filtravano dalle fessure nel tetto. Svegliandosi, Henry annusò la secrezione nauseabonda che la martora gli aveva spruzzato sulla canottiera. Lo aveva marcato! La sua firma puzzolente stava a significare “qui non c’è niente per te,sei entrato nel mio territorio, dove non puoi battermi”.
Henry iniziò la ritirata, spingendosi tra le assi. Altre schegge gli penetrarono sotto la pelle. Impiegò un’eternità a ritrovare l’apertura nella stanza di Martha e a tornare nel proprio habitat. Poncho era sdraiato sul letto e scodinzolò felice quando lo vide. Quel fedele compagno lo aveva aspettato lì. Il cane gli annusò la mano, sentì l’odore della martora. Henry fu assalito da un fiotto caldo di gratitudine. Abbracciò il cane. «Amico mio, amico mio, sai che sono un idiota senza valore eppure resti con me» gli bisbigliò. Poi cominciò a sfilarsi le schegge dalla pelle.
Il telefono in cucina si mise a squillare. Henry alzò la testa e rimase in ascolto. Gli squilli tacquero e poco dopo ricominciarono. Doveva essere Betty. Era giunto il momento di raccontarle che cosa era accaduto veramente sulla scogliera.
Dopo aver fatto una doccia ed essersi fasciato il polso, scese in cucina, ma il telefono non suonava più. Sul display Henry vide che Betty lo aveva cercato quattro volte. Indeciso se richiamarla o meno, aprì una scatoletta di cibo per Poncho e si spalmò della crema al tartufo su una fetta di pane. Il telefono suonò di nuovo. Henry vide che non era Betty e rispose. Il simpatico Jenssen si presentò con voce professionale.
«Abbiamo trovato sua moglie, signor Hayden.»
Il cadavere di Martha era stato rinvenuto poco al largo della costa nel punto tal dei tali. Altezza, peso e colore dei capelli corrispondevano. Jenssen domandò premuroso se Henry si sentiva in grado di recarsi all’obitorio per provvedere al riconoscimento della salma.
Il freddo abbraccio della paura tolse il respiro a Henry. Dopo aver annotato l’indirizzo dell’obitorio, riattaccò lentamente, come se il telefono fosse di porcellana cruda, e si sentì crollare il terreno sotto i piedi. Si aggrappò al bancone della cucina, mentre la stanza, la casa intera intorno a lui, collassavano verso il centro della terra in una voragine invisibile. Con crescente velocità si sentì diventare incorporeo, e rimase sorpreso dall’effetto della levitazione. Spalancò le braccia e colpì violentemente il mento contro il piano del tavolo.
10.
Anche Gisbert Fasch aveva letto la notizia della morte per annegamento della moglie di Henry. Il nome non era indicato, non c’era nemmeno una sua foto, neppure da morta le veniva riconosciuto uno status autonomo, anche post mortem era soltanto la moglie di.
Da quattro ore era seduto nell’abitacolo soffocante e schiacciava piccoli insetti che strisciavano sul tettuccio dell’auto. Il pedinamento dell’avversario, nei libri e nei film così interessante e fulmineo, nella realtà è un lento processo fermentativo di consistenza insondabile. Si sta seduti lì, producendo anidride carbonica, il tempo si dilata e si allunga all’infinito, verrebbe voglia di dormire, ma non si può, perché non si sa mai se sta per accadere qualcosa di rilevante, e in preda alla frustrazione si schiacciano insetti.
Fasch si fece aria con il giornale stropicciato dalle frequenti letture e osservò la casa di Henry sulla collina. Gli lacrimavano gli occhi a forza di guardare. In un numero di Country Living, una rivista inglese patinata, era stata pubblicata una foto del living room di Henry, con il padrone di casa sul divano Chesterfield accanto alla moglie e al cane. Fasch aveva esaminato a lungo la foto, cercando indizi nascosti sull’ubicazione della casa. La donna ritratta aveva un’aria istruita e simpatica, con un qualcosa di raggiante. Portava stivali imbottiti e una mantella double-face in tweed. Henry, da quel cacciatore di trofei qual era, le cingeva le spalle con un braccio ed era stravaccato sul divano. Sullo sfondo sfocato una finestra panoramica, i doverosi scaffali scuri pieni di libri, un camino, irrinunciabile, e di lato un cane nero seduto nella posa altera di un Grande di Spagna. Quel salotto era un unico, grande cliché, traboccava buongusto ed era perfettamente in sintonia con un uomo come Hayden, che nascondeva la propria malvagia personalità con squisito ciarpame e i mammiferi adeguati. Disgustoso.
Nel frattempo Fasch aveva completato il cruciverba, affluenti e divinità nordiche compresi, e il tettuccio della macchina era un mare di macchie insanguinate. Di tanto in tanto una folata di vento tiepido entrava dal finestrino, portando l’odore di erba tagliata e facendo ondeggiare la piccola foto di sua madre Amalie appesa allo specchietto.
Sul sedile posteriore c’era la sua vecchia cartella. Oramai aveva raggiunto il peso di un neonato di venti settimane e conteneva tutto ciò che si poteva leggere su e di Henry Hayden. Fasch non si separava più da quella borsa. Nelle ultime settimane si era svegliato spesso con un sussulto dopo aver sognato di averla persa.
Ciò che Fasch aveva raccolto fino a quel momento su Henry consentiva una ricostruzione attendibile dei suoi primi undici e degli ultimi nove anni di vita. Nel mezzo c’era ancora un vuoto temporale di quasi quindici anni. Ogni biografia contiene macchie nere e materia oscura, insieme a cose che si preferisce tralasciare, perché risultano imbarazzanti oppure sono semplicemente irrilevanti. Cancellare un periodo di quindici anni, tuttavia, è troppo per passare inosservato. Mancava per intero la giovinezza.
Henry aveva trascorso una vita segreta, chissà dove e chissà come. Era già un ottimo risultato, perché sparire è un’arte. Richiede rinuncia e astinenza. Rinuncia a una casa, a una famiglia, ad amici, a una lingua e ad abitudini familiari. A chi parlarne, poi? Con chi condividere? Persino il dottor Mengele, costretto a cambiare continuamente nascondiglio, aveva lasciato un diario e delle tracce. «Tacere è contrario alla natura umana» stava scritto al principio di Frank Ellis. Chiaramente un indizio nascosto della sua biografia occulta.
Di colpo era riemerso e aveva cominciato a pubblicare romanzi. Così. Senza preavviso, senza esercizio, senza errori. Ogni romanzo racconta qualcosa dell’autore, per quanto possa essere raffinato il tentativo di nasconderlo. Gisbert Fasch credeva che i romanzi di Hayden, sia che li avesse effettivamente scritti lui, o che li avesse rubati, pullulassero di indizi nascosti, bastava trovare la chiave per decifrarli.
L’auto di Henry scese a velocità sostenuta lungo il viale di pioppi, lasciandosi dietro una nuvola di polvere. Fasch gettò il bicchiere di tè mezzo pieno fuori dal finestrino, accese il motore e schiacciò a fondo il pedale dell’acceleratore. Faticava a inseguire la macchina, perché era un automobilista poco esperto. Gli pneumatici consumati della Peugeot vecchia di sedici anni stridevano sulle curve, la macchina sbandava producendo cigolii isterici.
Dopo cinque chilometri circa, a una biforcazione che a destra portava all’autostrada e a sinistra alla litoranea, Fasch lo aveva già perso. A giudicare dalla velocità con cui se n’era andato di casa, Henry doveva avere molta fretta. Chi ha fretta prende l’autostrada, verrebbe da pensare. Dopo una breve esitazione, Fasch decise tuttavia di girare a sinistra in direzione della costa.
In effetti Henry aveva scelto proprio la stretta litoranea tortuosa, perché voleva approfittare dell’ultima occasione di guidare alla massima velocità la sua Maserati. Si aspettava che la polizia lo avrebbe trattenuto immediatamente, per questo aveva preso con sé uno spazzolino da viaggio, gli occhiali da lettura e l’edizione tascabile di Sunset Park di Paul Auster, casomai in cella non ci fosse niente da leggere, del resto è risaputo che il soggiorno in custodia cautelare è meno piacevole della detenzione dopo la condanna.
Da casa sua all’istituto di medicina legale c’erano quaranta chilometri, sarebbe arrivato con più di un’ora di anticipo. Henry pensò al cane. Non se l’era sentita di abbatterlo con la vanga. Chi si sarebbe occupato di lui, se non fosse più tornato? In estate voleva riaprire il vecchio pozzo e restaurare le vetrate della cappella. Ora sarebbe crollato tutto, sarebbe stato murato oppure abbattuto con le ruspe come la casa di Dutroux.
Molto probabilmente i sommozzatori della polizia avevano estratto il cadavere di Martha dalla Subaru. Gli agenti della scientifica sapevano già che l’auto apparteneva a Betty e Henry era convinto che avessero già intercettato il suo apparecchio. Questo spiegava perché Betty avesse cercato con tanta insistenza di mettersi in contatto con lui. Collaborava con la polizia per non essere accusata dell’omicidio di Martha: chi poteva biasimarla, al suo posto Henry avrebbe fatto lo stesso. Del resto era proprio il lato pragmatico quello che apprezzava in lei. Ora sarebbe stato difficile dichiarare la morte di Martha un caso di annegamento, ma a che cosa servono gli avvocati? Vengono pagati per escogitare spiegazioni. Henry poteva permettersi gli avvocati migliori e dopo l’assoluzione di O.J. Simpson, nulla era più impossibile.
Henry vide nello specchietto il suo inseguitore. La macchina rossa si avvicinò, mantenendo una distanza di circa duecento metri da lui. Dal retrovisore non era possibile capire quante persone ci fossero a bordo, soprattutto perché il sole batteva sul parabrezza. La polizia non gli avrebbe messo alle calcagna dei dilettanti come quello. Henry rallentò, lo stesso fece la macchina che lo seguiva. Non appena accelerò, la macchina rossa ripartì. Forse si trattava semplicemente di turisti o di appassionati di ornitologia che in quella stagione si recavano sulla costa per osservare i voli di accoppiamento degli uccelli marini. L’idea di essere inseguito poteva anche essere un’illusione della sua coscienza, pensò Henry, dopotutto il mondo è pieno di pericoli per chi immagina il male.
Accelerò ancora e l’utilitaria rimase indietro. Superata una curva nascosta da alti cespugli, inchiodò, inforcò gli occhiali da sole, scese dalla macchina e si mise ad aspettare l’inseguitore. Gli spruzzi finissimi di acqua salmastra si depositarono sulle lenti degli occhiali. In quel punto la costa scendeva a picco di una trentina di metri, pesanti blocchi di cemento erano disposti sul ciglio della strada come parapetto di protezione. Il vento soffiava tra le rocce, le nuvole in cielo gettavano la loro ombra sull’asfalto della litoranea. Henry vide i gabbiani che giravano in tondo. Trascorse mezzo minuto, poi sentì l’auto che si avvicinava. Procedeva a velocità sostenuta e fece stridere le gomme imboccando la curva.
Fasch vide Henry in piedi davanti all’auto. Non c’erano dubbi, era proprio lui. Se ne stava lì rilassato, le mani nelle tasche dei calzoni. I capelli ancora folti, le spalle larghe, indossava una giacca a quadretti con toppe di pelle sulle maniche, non dissimile da quella del pomposo ritratto che occupava il retro di copertina di tutti i suoi libri.
L’impatto contro il blocco di cemento frantumò il parabrezza in milioni di frattali. La faccia fu catapultata al di là e quindi all’indietro. Tutto rallentò e cominciò a girare. Al centro di quel mondo in rotazione, Fasch vide la foto di sua madre Amalie, immobile, mentre tutto il resto le si muoveva intorno. Si chiese quando le aveva telefonato per l’ultima volta e che cosa doveva regalarle per il suo settantesimo compleanno. Poi avvertì una sorta di implosione nel suo petto, mentre qualcosa lo investiva dai lati sprigionando un’ondata di calore.
La Peugeot si fermò ribaltata sul tettuccio. Una pioggia di vetri cadde fragorosamente sull’asfalto. Henry superò di corsa i trenta metri che lo separavano dall’auto accartocciata. Rischiò di inciampare sulla voluminosa borsa marrone finita sulla strada da cui svolazzarono fuori delle carte. La carcassa della macchina sibilava come un drago ferito, una miscela di liquidi fuoriusciva dalla bocca di metallo spalancata. Il tettuccio era a brandelli, una portiera era saltata via e tutti i vetri erano rotti, la ruota posteriore sinistra girava ancora. Henry si tolse la giacca di cachemire inglese e si inginocchiò nella pozza oleosa per ispezionare l’interno dell’auto. Doveva esserci ancora un po’ di tempo. Per prima cosa vide il braccio, le dita della mano che guizzavano, poi l’uomo che rantolava accasciato sul sedile posteriore. Era ancora vivo, ma certo non si intendeva molto di guida.
Henry afferrò il braccio e tirò. L’uomo gemette. Lasciò la presa, si infilò per quanto poteva nella carcassa, afferrò l’uomo per il petto insanguinato e lo tirò fuori. Il corpo scivolò sulla strada senza opporre resistenza. L’uomo aveva gli occhi aperti, ma non sembrava cosciente, il viso cominciava già a gonfiarsi, un rivolo di sangue gli usciva da un orecchio. L’asta spezzata di un poggiatesta era penetrata nella parte destra del petto. Henry rimase in ascolto sopra la bocca aperta del ferito e ne sentì il rantolo.
Afferrò l’asta metallica e la estrasse. Le costole schioccarono. Ascoltò di nuovo. Dopo pochi respiri il rantolo diminuì, il petto dell’uomo si alzava e si abbassava in fretta. Dalla ferita fuoriusciva molto sangue, così Henry strappò una striscia dalla sua camicia preferita e con il dito la infilò nel buco, spingendo come si fa quando si carica la pipa.
All’altezza del chilometro otto, a poca distanza dal bivio a sinistra per la strada forestale che portava alla scogliera, Henry girò a destra diretto in città. Fasch era sdraiato dietro, la testa posata sulla borsa che Henry aveva premurosamente recuperato. Una macchia di sangue si allargava sul rivestimento in nappa del sedile. Le gambe sollevate fuoriuscivano dal finestrino posteriore. L’uomo gemeva piano, ma non era cosciente. Il traffico aumentò, Henry manovrava l’auto con grande abilità a ogni sorpasso, guidava, bisogna ammetterlo, come un pilota provetto e nel giro di neanche venti minuti arrivò all’ospedale.
Davanti all’ingresso del pronto soccorso era ferma un’ambulanza con il portellone aperto. Un portantino con il giubbotto ad alta visibilità era seduto su una barella e leggeva il giornale quando Henry imboccò la rampa suonando il clacson. «Ho un ferito!» gridò sporgendosi dal finestrino.
Con fare stoico e senza movimenti superflui, il paramedico ripiegò il giornale. Ogni giorno vedeva una dozzina di feriti, morti e moribondi, ubriaconi in delirio, madri che piangevano e non aveva nemmeno un maledetto minuto per leggere in pace il giornale. Senza aprire bocca aiutò a caricare l’uomo svenuto sulla barella e a spingerlo dentro.
Stanco e senza sapere se la sua presenza fosse ancora richiesta, Henry salì in macchina, domandandosi se fosse il caso di telefonare a Jenssen per disdire l’appuntamento all’obitorio. Era raccapricciato alla prospettiva di rivedere il corpo di Martha deformato dalla putrefazione. Tuttavia la voleva guardare in viso, voleva toccarla. Glielo doveva. Senza dubbio i suoi lineamenti riflettevano lo sgomento degli ultimi istanti di vita, quando si era resa conto del proprio errore. Nonostante le sue capacità sensoriali sinestetiche e la sua sensibilità per la natura umana, si era sbagliata su di lui. Si era sbagliata per amore, fino al momento in cui lui vigliaccamente si era avvicinato alle sue spalle e l’aveva spinta nell’acqua buia. Era un omicidio, sebbene si trattasse di un errore. Chi, se non lui, Henry, avrebbe riconosciuto la delusione sul viso di lei?
Qualcuno bussò al finestrino. Un giovane medico. Henry scese di nuovo.
«È ferito?»
Henry si guardò dall’alto al basso. Solo ora notò i calzoni macchiati e la camicia strappata, le braccia incrostate di sangue.
«È sangue dell’altro. È vivo?»
Il medico annuì. «Qualche brutta frattura, anche cranica, ha perso molto sangue, ma ce la farà. È stato lei a portarlo qui?»
Gli fu offerto un bicchiere d’acqua. Nello studio medico del pronto soccorso, Henry si sciacquò il sangue dalle mani e raccontò l’accaduto, quello che aveva visto e fatto. Non specificò di essersi appostato dietro la curva per aspettare il suo inseguitore, e perché mai? Su un tavolo c’era una tazza mezza piena e un panino addentato, il tutto lasciato in fretta e furia per correre ad aiutare gli altri.
«Gli ha sfilato qualcosa dal petto?» domandò il medico.
«Sì, c’era un pezzo di metallo, faceva un rumore orribile. Ho pensato che gli ostacolasse la respirazione.»
«Aveva un pneumotorace, sarebbe morto soffocato.»
«Quindi ho fatto la cosa giusta?»
«Gli ha salvato la vita.»
Henry mostrò i propri documenti, poi sottoscrisse una dichiarazione. Una graziosa infermiera gli portò la giacca dalla macchina. Il camice bianco le stava benissimo. Perché gli uomini amano le uniformi nelle donne?, si chiese Henry.
«La polizia si metterà in contatto con lei, signor Hayden.»
«Non ne dubito.»
Guardò l’ora. Il tempo stringeva, la somma degli eventi era complessa. Non era ancora troppo tardi per il suo appuntamento all’istituto di medicina legale, perché era partito in anticipo, ma voleva presentarsi al proprio arresto in questo stato?
«Non ha per caso dei calzoni e una camicia pulita da prestarmi?» Il dottore scomparve brevemente in un’altra stanza e tornò con quanto richiesto. «I calzoni sono del primario, la camicia è mia.» La taglia era quella giusta, i calzoni erano solo un pochino stretti. «Può rimandare tutto semplicemente qui all’ospedale.»
Mentre percorreva il corridoio grigio del pronto soccorso, l’infermiera lo inseguì. Per la seconda volta gli riportò la giacca.
«Lei è uno scrittore, vero?»
«E lei?»
«Se sapessi scrivere, non sarei di certo un’infermiera. Le porgo le mie condoglianze, signor Hayden.»
«A che titolo?»
«Per sua moglie. L’ho letto sul giornale. Posso scattare una foto di noi due insieme?»
«Un’altra volta. Quando avrò indosso qualcosa di più adeguato.»
Henry si infilò la giacca seduto in macchina. Rimosse la benda insanguinata intorno al polso e la lasciò cadere sul pavimento dell’auto. Esaminò il morso della martora. I lembi della ferita erano arrossati e leggermente gonfi. Per un istante valutò se fosse il caso di tornare al pronto soccorso, per farsi visitare, poi scartò l’idea. Era tutto troppo ridicolo. Aveva appena estratto un’asta metallica dal petto di uno sconosciuto, il cadavere di sua moglie era all’obitorio e lo aspettava una condanna all’ergastolo. Quando ripartì, il ricordo dell’incidente si stava già sbiadendo, come quello di un sogno che si cancella al risveglio.
Non aveva un’idea precisa di quello che lo aspettava. Non avrebbe rilasciato deposizioni mentre lo arrestavano, ma avrebbe aspettato di sentire le accuse che gli venivano mosse. In tribunale un accusato dovrebbe parlare il meno possibile. Meglio se resta in silenzio. Può anche mentire. Un imputato gode del raro privilegio di poter mentire. Inoltre è al centro dell’attenzione. Non di rado un criminale sul banco degli imputati riceve per la prima volta una conferma e un sincero interesse per la propria persona e la propria vita sprecata. Qualcuno si lascia prendere a tal punto da confessare più del necessario, soltanto per il gusto di essere ascoltato. Con ogni probabilità una persona del genere non sarebbe mai diventata un criminale, se avesse ricevuto un po’ prima il prezioso elisir dell’apprezzamento. Le vittime di un delitto, i sopravvissuti, lo aspettano invano, perché è risaputo che il premio per la sofferenza consiste nel sottrarsi al castigo. Di rado l’apprezzamento è equamente assegnato.
Adesso Henry aveva tutto il tempo del mondo. Avrebbe trascorso il resto della vita ad aspettare e ricordare. Forse persino a scrivere un libro e a diventare un uomo migliore. E ovviamente si sarebbe anche pentito.
Il palazzo dall’intonaco grigio che ospitava l’istituto di medicina legale era di funzionale semplicità, privo di qualsiasi decorazione. Jenssen era accovacciato sui gradini dell’ingresso con una tazza di caffè in mano e sfogliava uno smilzo raccoglitore. Quando scorse Henry, posò la tazza su un gradino, gli andò incontro e gli porse la mano. Il suo sguardo si posò brevemente sulla Maserati e poi sulle scarpe di Henry.
«Che cosa le è successo?»
Henry si accorse di avere una scarpa sporca di sangue. Visto?, pensò, te ne sei dimenticato. Basta un attimo.
«Un incidente proprio davanti a me mentre venivo qui. Il sangue non è mio. Vogliamo entrare?»
Jenssen evitò di fare altre domande. Davvero molto premuroso da parte sua. «Non è costretto a farlo» disse a Henry mentre salivano, «possiamo benissimo aspettare i risultati dell’esame del dna.»
«Lo so. Ma vorrei vedere mia moglie. Le sono grato che mi abbia telefonato subito. È conciata male?»
«Non l’ho ancora vista neppure io. In tutta sincerità, non ho mai visto il cadavere di un annegato.» Jenssen si grattò. «C’è sempre una prima volta per ogni cosa, no?»
Ecco che cosa desidera un funzionario di polizia, pensò Henry. Non gli risulta estraneo niente che sia umano, ma resta comunque un tipo a posto, una persona compassionevole, aperta alle emozioni semplici e non indifferente alla sofferenza altrui.
«Dov’è quella sua affascinante collega, quella che assomiglia un pochino a...»
«Un opossum?» Jenssen scoppiò in una fragorosa risata. Henry annuì. «È davvero identica a un opossum. Non viene mai qui all’obitorio, perché dice che c’è troppa puzza.»
Jenssen riconobbe il proprio errore e tornò serio. «Desidera un caffè?»
«Magari più tardi» rispose Henry. «Andiamo, così non ci pensiamo più.»
Jenssen lasciò la precedenza a Henry. Henry sospettava che i modi studiatamente cortesi del poliziotto non derivassero dal rispetto, ma fossero piuttosto parte di una strategia di interrogatorio. Una porta sigillata si aprì con un ronzio, poi attraversarono un corridoio dove c’era una macchinetta per il caffè che gorgogliava e si fermarono di fronte a una postazione a vetri dietro la quale era seduta una donna di pessimo umore. Non c’era da sorprendersi che fosse risentita, dovendo passare tutta la giornata in una gabbia a vetri come una scimmia in mostra. Il corridoio sapeva di detersivo e caffè, oltre a un qualcosa di indefinibile che saliva dal sotterraneo.
Henry firmò l’ennesimo questionario, gettò un’occhiata alla luce del giorno che entrava dalla finestra e varcò una porta azzurra. Una scala conduceva a una specie di sgabuzzino nel sotterraneo dove Jenssen porse a Henry dei calzari verdi e un camice. Mentre indossava il camice, Henry si accorse che l’altro lo stava osservando. Probabilmente si aspettava una sua confessione alla vista del cadavere. Ma non voleva rendergli le cose tanto semplici.
«Che cosa ha fatto al polso?»
Una domanda rimandata, pensò Henry. Jenssen si era già accorto prima della ferita. La domanda giungeva in ritardo, a sorpresa. Fa parte della tattica, pensò Henry, devo tenerne conto.
«Sono stato morso.»
Henry entrò dopo Jenssen nell’Ade del laboratorio autoptico. L’odore di carne putrefatta gli entrò nel naso. “Questo è il luogo dove la morte corre gioiosamente in aiuto alla vita” stava scritto su una targa appesa al muro. Jenssen mise una mano sulla spalla di Henry.
«Posso darle un consiglio?»
«La prego.»
«Respiri con il naso, sarà più facile.»
Non occorrono conoscenze preliminari per sapere quale sia l’odore della morte. Non c’è niente che gli assomigli. Suscita uno sgradevole presentimento che affiora alla coscienza non appena si entra nella sala delle autopsie.
Nessun cadavere è bello. Henry per prima cosa vide i piedi. Le dita erano annerite e gonfie. Il cadavere stranamente voluminoso occupava il primo dei quattro grandi tavoli di acciaio lucido sotto una luce verticale. Il petto era già stato aperto, la testa era posata su un blocco di legno, qualcosa di scuro copriva il viso. Accanto al tavolo c’era una donna con i capelli corti e un camice macchiato, sulla cinquantina, stava deponendo in una scodella d’acciaio qualcosa di morbido, di cui preferiamo non conoscere l’origine. La patologa aveva assorbito la sobrietà della sala autoptica, per accorrere gioiosamente in aiuto alla morte. Jenssen si fermò a qualche passo dal tavolo e trattenne Henry.
«Per favore, aspetti un momento.»
Raggiunse la patologa e le parlò sottovoce. Henry colse il breve sguardo di lei, la vide annuire, prendere un telo verde e posarlo sul petto aperto del cadavere. In quel momento Henry notò la mano gonfia che sporgeva di lato sotto il telo. La pelle tesa e nera intorno alle dita era scoppiata, alcuni brandelli si erano staccati lateralmente, lasciando scoperti pezzi di osso. Mancava l’anulare.
Jenssen tornò e si frappose tra Henry e la salma. Era visibilmente impallidito.
«Le chiedo scusa, non erano stati avvisati del suo arrivo. Come vede, la salma è già stata aperta, e il viso...» Jenssen non riuscì a portare a termine la frase, «... sarebbe meglio se non guardasse.»
«Per favore. Voglio andare da mia moglie.»
Jenssen fece un passo di lato e Henry lo superò per avvicinarsi al tavolo. La patologa spinse qualcosa sotto il busto, somigliava a una spatola. Il cranio era stato segato, il cervello trasferito in una ciotola lì vicino. La pelle del viso era stata tirata in giù come quella di un animale scuoiato. L’anulare staccato con infilato un anello d’oro era in una ciotolina accanto al cervello. La patologa afferrò con i guanti di lattice i capelli verderame del cadavere e con un gesto brusco rimise a posto la faccia sul cranio.
«Sua moglie è annegata» spiegò.
Mia moglie?, pensò Henry. La faccia del cadavere somigliava a una pizza quattro stagioni, come quella deliziosa che preparava la pizzeria all’angolo, farcita con ingredienti di stagione. Dalla bocca fuoriusciva una lingua nera e pastosa, gli occhi erano ridotti a olive rinsecchite, il naso si era aperto a carciofo scoprendo due buchi neri. Non c’era niente in tutto ciò che somigliasse a Martha. I lineamenti non erano neppure lontanamente riconoscibili. Quel viso snaturato dalla decomposizione e quel corpo massiccio appartenevano a una sconosciuta.
Nonostante ne avesse già la certezza assoluta, Henry diede un’occhiata anche al dito gonfio con l’anello nella ciotola. L’anello era largo e meno bello di quello che Henry aveva infilato al dito di Martha in Comune. Non era necessario un esame del dna. Non era lei.
Henry si girò scuotendo la testa. «Questa non è mia moglie.»
Jenssen fece un cenno affermativo, come se Henry avesse appena identificato la moglie. «Giusto. Non somiglia più a sua moglie, ma è lei.»
Santissimo iddio, pensò Henry, quando dico la verità, nessuno mi crede. «Che cosa aveva addosso?» chiese, pur sapendo che questa domanda poteva essere un errore madornale.
«Era completamente vestita.»
«Allora come potrebbe essere mia moglie? Ho trovato i suoi vestiti sulla spiaggia. E poi lei è minuta e questa donna...» Henry indicò il cadavere, «è robusta. L’anello al dito non è la vera di Martha.»
Jenssen consultò il raccoglitore. «Qui non si fa riferimento a nessun anello.»
Sfogliò le pagine, come se in questo modo l’indizio mancante potesse materializzarsi, poi guardò la patologa.
«L’anello era nascosto sotto l’epidermide del palmo della mano» commentò questa asciutta.
Henry alzò una mano e mostrò la propria fede nuziale.
«Sono stato io a scegliere gli anelli, sono identici e più sottili. Ci abbiamo fatto incidere i nostri nomi. In quello lì deve esserci il mio nome.»
Per la prima volta dopo anni si sfilò l’anello, non senza una certa fatica, e lo porse a Jenssen. Questi esaminò l’incisione del nome di Martha all’interno, quindi si avvicinò al tavolo e si chinò sul dito nella ciotola.
La patologa prese una pinza e tolse l’anello dal tessuto osseo. Provocò un suono tutt’altro che piacevole. Lo ripulì sotto l’acqua corrente e lo porse a Jenssen. Per esaminarne il lato interno, Jenssen dovette avvicinarselo agli occhi. Di sicuro non doveva avere un buon odore, e comunque non recava nessuna iscrizione. Jenssen arrossì, di vergogna e di collera per il proprio comportamento precipitoso e non professionale. «Maledizione...» balbettò, «mi rincresce moltissimo.»
«Non deve.» Henry approfittò dell’occasione per esprimere apprezzamento nei riguardi della sensibilità del poliziotto, in fondo può capitare a chiunque di sbagliare. «Al contrario, Jenssen» disse posandogli la mano sulla spalla, «lei mi ha convinto che mia moglie sia ancora viva. Per questo la ringrazio. Vuole un caffè?»
Tutto era di nuovo aperto. Nessuno sospettava di lui, nessuno voleva arrestarlo, lo spazzolino e il libro non gli sarebbero serviti, sarebbe tornato a casa da uomo libero. La luce artificiale sul soffitto della sala cadeva sulla salma aperta come un raggio di sole che squarcia le nubi dopo un temporale e Henry provò pietà per quella donna morta. Che cosa l’aveva spinta nell’acqua? Era stata stanca di vivere oppure gravemente malata? Aveva dei figli? Chi la stava aspettando invano?
Come fu poi appurato, la salma apparteneva a un’impiegata statale in prepensionamento, caduta da un ponte nel tentativo di fotografare un gabbiano.
Henry offrì un caffè a Jenssen dal distributore automatico nel corridoio. Per un po’ rimasero in piedi in silenzio l’uno accanto all’altro, ciascuno immerso nei propri pensieri, sorseggiando dai loro bicchierini di plastica.
«Le persone scompaiono» disse Jenssen dopo un bel po’. Bevve un sorso, quindi accartocciò il bicchierino nel pugno.
«E alcune ritornano.»
Henry sussultò. «Che cosa vuole dire?»
«Ecco, giusto poco tempo fa è venuto da noi un tizio che era stato via per quattordici anni, praticamente era scomparso perché era stufo dei figli, ci ha spiegato.»
Jenssen ridacchiò, Henry rimase serio. Chi sa quanto sia difficile scomparire, non trova divertente una cosa del genere.
«Era stato dichiarato morto dieci anni fa, sua moglie ha sposato il vicino di casa, e adesso quel piantagrane si ripresenta e vuole che la moglie gli restituisca l’assicurazione sulla vita. Ha sporto denuncia contro di lei, non è incredibile?»
Henry comprendeva benissimo quell’uomo, ma non rispose. Jenssen tirò fuori un foglio di carta dal raccoglitore e glielo porse. Si capiva che era stato strappato da un libro. Si leggevano ancora quattro parole stampate di una frase.
«Questo lo abbiamo trovato nella giacca di sua moglie.»
Henry inforcò gli occhiali da lettura che aveva preso apposta per il carcere. Sopra il testo stampato erano state scarabocchiate delle parole a biro, la punta della penna aveva bucato la carta in più punti, probabilmente il supporto su cui posava era molle. Era una calligrafia femminile, morbida e senza spigoli.
«C’è scritto: “Se posso fare qualcosa” e poi c’è un numero di telefono.» Restituì il foglio a Jenssen. «Non è la scrittura di Martha.»
«Abbiamo telefonato. Il numero appartiene a una certa Sonja Reens.»
Henry vide davanti a sé l’immagine della giovane infreddolita in riva al mare con il parka di Martha.
«È la figlia del nostro sindaco, Elenor Reens. L’ho incontrata sulla spiaggia, mentre cercavo mia moglie.»
«Giusto. Le porge i suoi saluti e mi ha chiesto come stava.»
«E come sto?» domandò Henry.
«Non oso neppure immaginarlo» rispose Jenssen, poi indicò il foglio che Henry teneva in mano. «Il testo le risulta familiare?»
Henry lesse ad alta voce le parole stampate: «Sempre soli piuttosto che mai.»
Non aveva la più pallida idea di che cosa significasse quella scemenza.
«Non le dice niente?»
Lo sguardo di Jenssen esprimeva trionfo, come se fosse appena atterrato sul pianeta delle scimmie. Una voce interiore suggerì a Henry che dovesse conoscere meglio la frase, così decise – come faceva spesso – di utilizzare la buona vecchia euristica e di azzardare un salto nel buio. Vero è che facciamo un uso troppo scarso del nostro senso innato per le supposizioni. Al di là della ragione e della coscienza, un esercito di neuroni anonimi calcola per noi. Semplici scariche elettriche diventano ricordi, una conoscenza nascosta in profondità affiora e crea le visioni dell’inconscio. Basta confidare in esse.
«È mia. È una frase che ho scritto io.»
Jenssen fu sorpreso e altrettanto deluso. «Bingo» disse impressionato. «L’ho riconosciuta subito anch’io e ho controllato. Pagina 102, in basso. Manca soltanto la parola meglio. “Meglio sempre soli piuttosto che mai”. È nel suo romanzo, signor Hayden. Il peso particolare della colpa. Trovo che sia il suo libro migliore.»
«I miei complimenti» bisbigliò Henry ammirato. «Da questo si capisce quanto sia prezioso un lettore attento.»
11.
Decise di andare a controllare. All’altezza del chilometro otto girò in direzione della scogliera, invece di tornare a casa, come sarebbe stato molto più ragionevole, dal momento che qualsiasi dilettante sa che spesso gli assassini tornano sul luogo del delitto dove vengono arrestati. Lo fanno perché sono sentimentali, perché come ogni persona sono curiosi, altri lo fanno per vanità, altri ancora per rimorso, seguendo il richiamo della coscienza. Questi ultimi tornano sul luogo perché non vogliono credere di essere stati capaci di un simile gesto. Henry da parte sua, dopo la visita all’obitorio, era giunto alla conclusione che la polizia credesse a un incidente. Non c’era dunque nessun motivo per noncontrollare dove fosse sua moglie e che cosa le fosse successo nel frattempo. Martha se lo sarebbe aspettato, di questo Henry era convinto.
Il cartello lampeggiante di segnalazione era visibile da lontano. Mentre superava lentamente la curva dell’incidente, dove quel povero diavolo era andato dritto sbattendo contro i cordoli di cemento, vide venirgli incontro il carro attrezzi con la carcassa dell’auto sul pianale. Era ridotta molto male, un vero miracolo che l’occupante fosse sopravvissuto. In quel momento, Henry rammentò che i loro sguardi si erano incrociati, subito prima dello schianto. Invece di guardare la strada, l’automobilista aveva guardato lui, sorpreso, come se lo avesse riconosciuto. Ebbene, molte persone mi riconoscono per strada, pensò Henry, e chi se ne importa, quel fortunato è sopravvissuto grazie al mio aiuto.
Arrivato sulla strada forestale, Henry fermò la macchina nello stesso punto di sempre e percorse fischiettando il viottolo lastricato in cemento fino alla scogliera. Il cielo era solcato da qualche nuvoletta bianca, l’aria tiepida profumava di aghi di pino. Bisognerebbe passeggiare più spesso, si disse, è così salutare.
Sulla scogliera, proprio nel punto dove era stata la Subaru, c’era un camper. A giudicare dalla targa, si trattava di una famiglia inglese con bambini che produceva una notevole quantità di rifiuti, distribuiti simmetricamente. Un vero banchetto per quelli della scientifica. L’intera zona era adesso cosparsa di saliva e sudore, per non parlare poi degli escrementi, di capelli e cellule epiteliali e chissà che altro. Henry benedisse in silenzio la famiglia, persino l’investigatore più bravo al mondo avrebbe avuto lavoro per un migliaio di anni.
Si nascose dietro un cespuglio e osservò rapito la donna nuda con gli zoccoli di legno che stava stendendo della biancheria su un filo teso tra due alberi. Quella Venere tardo-neolitica doveva essere la madre. I seni candidi con le areole ben definite cadevano pesanti ma ben torniti, il girovita era decisamente allargato dalle gravidanze dei tre figli che ora giocavano a lanciarsi aghi di pino a poca distanza dal camper. L’occhio esperto di Henry non mancò di notare la cicatrice del cesareo appena sopra il pube, rimarginata molto bene e niente affatto ripugnante alla vista.
Il capofamiglia, nudo e con un cappello di paglia, leggeva il giornale su una sedia di alluminio tenendo accavallate le gambe con le varici e – che cosa faceva? – fumava sigarette! Non in maniera nervosa come Betty, ma accorciandosi la vita con gusto a ogni tiro. Questo istruito anglosassone schiacciava il mozzicone con cura sulla gamba d’alluminio della sedia, lo gettava lontano e poi si accendeva subito un’altra sigaretta. Henry avrebbe voluto regalargliene un camion. I figlioletti beneducati e nudi raccoglievano e lanciavano instancabili aghi di pino, tra risate e schiamazzi: era una gioia guardarli. Henry aveva voglia di unirsi a loro. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che anche lui aveva giocato così spensierato, quanto di rado era successo! Sì, sarebbe opportuno trascorrere più spesso le vacanze estive con i bambini, si divertono tanto.
Se mai fossero state ancora presenti impronte dei pneumatici della Subaru, ora erano state schiacciate e cancellate dalle gomme più larghe del camper. Favoloso. Henry decise di tornare alla prima occasione. Gli sarebbe piaciuto tanto superare quei patiti del nudismo per raggiungere la scogliera e dare un’occhiata a Martha, ma non bisogna sfidare il diavolo, neppure quando è di buonumore.
Grasse mosche nere formicolavano sui finestrini della Maserati. Il sole aveva riscaldato l’abitacolo e quando Henry aprì la portiera, uno sciame fuoriuscì in una nuvola d’aria puzzolente. L’odore proveniva dalla borsa sul sedile posteriore, incrostata in una chiazza di sangue rappreso d’un color ruggine. C’erano già gruppi simmetrici di uova bianche deposte dagli insetti.
Disgustato, Henry prese la borsa per il manico e la tirò. Era incollata al sedile. Il manico era annerito dal sudore. Henry guardò afflitto la macchia di sangue sulla nappa rossiccia lavorata a mano. Un caso per l’assicurazione. Fogli ingialliti spuntavano dalla borsa. Henry stava per buttarla tra i cespugli, quando notò delle parole sottolineate su una pagina. Era la copia di una pagella di terza elementare. Il suo nome era cerchiato in blu.
In fondo alla pagina c’erano firme illeggibili. I due anni della terza erano stati particolarmente difficili, li ricordava malvolentieri. I voti erano tutti insufficienti o gravemente insufficienti, a eccezione di educazione fisica. Il giudizio tra l’altro recitava: “Henry non sarà promosso. Disturba le lezioni, copia dai compagni, il suo impegno e la sua ubbidienza lasciano decisamente a desiderare”. Punto esclamativo. “Copia dai compagni” era cerchiato in rosso ed evidenziato con un altro punto esclamativo sul margine.
Accuratamente fermati con una graffetta e messi in ordine cronologico, Henry trovò una copia del suo certificato di nascita, diplomi, documenti giudiziari riguardanti i suoi genitori, protocolli di ammissione negli istituti di correzione, perizie psicologiche, articoli di giornale su Henry Hayden e i suoi romanzi, persino una copia del certificato di matrimonio, il tutto cerchiato a colori. Henry soffocò l’impulso di bruciare la borsa all’istante. La gettò sul sedile posteriore, abbassò tutti i finestrini e pochi minuti più tardi superò la curva a velocità moderata. C’erano alcuni vigili del fuoco che spazzavano le ultime schegge di vetro dalla strada. Il tizio dunque lo stava seguendo. Avrebbe dovuto fidarsi dell’istinto e lasciarlo crepare.
La fiducia nella bontà dell’uomo è un pregiudizio difficile da sradicare. Non sarebbe più ragionevole credere all’evidenza del male nelle persone? si domandava Henry mentre imboccava rabbioso il viale di pioppi che portava a casa sua. Nel suo caso personale, per esempio, gli occasionali episodi di bontà, come il salvataggio dell’uomo dopo l’incidente o la soppressione del capriolo nel campo, erano nient’altro che una breve interruzione del male. Lui era un assassino, un bugiardo e un millantatore. L’arte sublime della simulazione consiste nel non farsi chiedere chi si è veramente. A milioni divoravano i suoi libri, molte donne lo desideravano e Martha, che sapeva meglio di chiunque altro che non valeva niente, non aveva mai smesso di amarlo. È possibile amare un mostro, si domandava qualche volta Henry, è lecito farlo? È addirittura doveroso,nella misura in cui si crede nella bontà dell’uomo. Una simile convinzione porta inevitabilmente al castigo, questa era la conclusione del suo ragionamento. Perché già la fiducia in sé rende necessaria la punizione.
Quella mattina era andato all’istituto di medicina legale con la convinzione di trascorrere il resto della vita in prigione per l’omicidio di sua moglie. Durante il tragitto, quasi per caso, aveva salvato un perfetto sconosciuto, senza pensare alle conseguenze. Aveva quasi rischiato di arrivare in ritardo al proprio arresto. Forse questo rendeva meno grave l’omicidio della moglie e inferiore il castigo che lo attendeva? No, assolutamente no. Non c’è buona azione che possa controbilanciarne una cattiva, e non è per questo che la si compie. Oppure sì?
Era stato via solo per poche ore, eppure gli sembrava di tornare da un lungo viaggio. C’era qualcosa di diverso. Poncho non gli corse incontro come al solito abbaiando. Poi vide Sonja Reens, la figlia del sindaco, in piedi sulla vecchia pietra da macina in giardino, il cane davanti a lei, teso a fissarla. Sembrava averlo ipnotizzato, perché anche quando Henry lo chiamò, l’animale non girò la testa, ma continuò a osservare la donna. Lei indossava blue-jeans, infradito e una maglietta bianca aderente. Le braccia erano abbronzate e levigate, la T-shirt lasciava scoperta una striscia di pelle sull’addome. Alzò una mano, il cane si sdraiò sulla pancia, la abbassò e la girò con il palmo all’esterno, il cane si rialzò come se fosse manovrato da fili invisibili.
Henry fece scattare la chiusura centralizzata della macchina. Di solito Poncho accorreva a questo suono, che innescava in lui un riflesso condizionato, ora invece non alzò neppure un orecchio. In tutti quegli anni non era riuscito a insegnare niente al suo cane, se non a fare quello che gli andava.
Lei batté le mani, Poncho si risvegliò dalla trance e divorò scodinzolando il biscotto di ricompensa che lei gli porse. Henry agitò l’indice con aria di rimprovero. «Poncho, eravamo d’accordo che lo facessi solo con me.» Guardò la donna con ammirazione. «Come ci è riuscita?»
La sua espressione tradiva un compiacimento professionale. «È molto semplice. Ai cani piace imparare. Sono riconoscenti quando gli si dà degli stimoli. Poncho è un bel nome. Gli sta bene. È un cane sveglio.»
«Mi fa piacere. Finora avrei giurato che fosse tonto.»
Henry notò un cestino intrecciato accanto alla pietra da macina. Era coperto da una tovaglietta a quadretti. Lei colse il suo sguardo.
«Ho pensato che avesse bisogno di compagnia, signor Hayden. Mia madre le ha preparato una torta al rabarbaro.»
«Per me?»
Meglio la tortura dell’acqua. Il rabarbaro per lui era una di quelle verdure amare con le quali preparare una gelatina nauseabonda usata per torturare bambini indifesi alla mensa. Nel corso della sua odissea in vari istituti correttivi, aveva raccolto sempre la medesima esperienza: per ogni gesto c’è sempre il castigo adeguato e come ricompensa composta di rabarbaro. Ma non era questo il momento di mostrarsi risentiti.
Sonja saltò giù dalla macina. C’era qualcosa di leggiadro in lei, si chinò sul cestino, lo raccolse e lo fece dondolare avanti e indietro. Affascinato, Henry vide la propria ombra correre da lei.
«Oppure intende sul serio “meglio sempre soli piuttosto che mai”?» gli chiese lei ridendo. A Henry tornò in mente all’istante il foglietto che Jenssen gli aveva mostrato all’obitorio. Ci sono giorni in cui tutto torna da me, pensò.
«No, non l’ho scritto io. È una frase di mia moglie.»
La risata di Sonja era sincera e priva di compassione. Non gli credeva, d’altronde stava dicendo la verità. Henry notò che le loro ombre si erano già unite.
«Deve scusarmi, signor Hayden...»
«Henry.»
Lei arrossì leggermente. «Henry. Mi spiace per la pagina, ma volevo scriverle un messaggio e avevo con me solo il romanzo, nient’altro. Il libro è di mia madre. È una sua appassionata lettrice.»
Sia benedetto chi ha una madre, pensò lui. Sonja tornò inconsapevolmente al lei. «Ce l’ha per caso un po’ di crème fraîche?»
«Sì, perché?»
«Tutto è più buono con la crème fraîche.»
«Posso immaginarlo» rispose Henry, e il cielo gli era testimone che diceva sul serio.
L’ultima cosa che gli serviva adesso era una complicazione. Il romanzo non era finito, la questione su chi avrebbe dovuto portarlo a termine non era nemmeno lontanamente chiarita. Al bambino nel ventre di Betty stavano già crescendo le dita, nel tetto alloggiava un demone dei rimorsi sotto forma di martora e uno sconosciuto ficcanaso raccoglieva di nascosto le tracce del suo passato, per arrivare al suo segreto più grande. Non sarebbe stato facile trovare soluzioni a tutti questi problemi e ripristinare l’ordine, non era proprio il momento per esperimenti passionali. C’erano fasi della vita in cui si deve agire seguendo i principi e non gli impulsi.
Ma Sonja aveva una forza magnetica. Tutto di lei lo attraeva. Mentre lui preparava del tè, i loro sguardi si incontrarono nel riflesso del vetro della finestra in cucina. Poco dopo si accomodarono nello studio, lei gli raccontò degli studi universitari di veterinaria e di quanto le sarebbe piaciuto aprire un ambulatorio in campagna, lui succhiava in silenzio la pipa fredda, immaginando che fosse il suo clitoride. Sarebbe stato semplicissimo per lui aprirle un ambulatorio, i suoi pensieri libidinosi si innalzarono vertiginosi, lassù dove le parole non crescono più. Tutte le volte che lei si sporgeva in avanti per spalmare un po’ di crème fraîche sulla torta al rabarbaro con il cucchiaino da tè, lui si sentiva il sangue ribollire di ormoni prodotti da ghiandole fino a quel momento inattive. Non c’erano dubbi, tutto è più buono con la crème fraîche, e il pericolo è più erotico della ragione.
Un quarto d’ora più tardi avrebbe mangiato torta al rabarbaro con chiodi arrugginiti, se questo l’avesse fatta divertire. Parlarono del benefico isolamento della vita di campagna, lui parlò di ispirazione, lei descrisse il proprio debole per le macchine agricole. Proprio quando lui stava per confidarle di aver comperato un trattore John Deere, da usare per scavare il vecchio pozzo dietro la cappella, il telefono suonò. Il maledetto telefono. L’invenzione più perfida dopo la bomba a mano.
Era Betty.
Sonja comprese il suo sguardo muto e lasciò immediatamente la stanza. Le sue delicate infradito rimasero accanto al divano formando una V: se questo non è un segno, pensò Henry. La reazione spontanea di lei indicava che nel corso della loro breve frequentazione si era già manifestata una inclinazione al complotto. Una persona emotivamente distaccata sarebbe rimasta seduta dov’era. Adesso era questione soltanto di superare le convenzioni di provincia, di rielaborare il lutto, di allontanare persone moleste e, last but not least, aspettare la dichiarazione di morte ufficiale di Martha. Henry contò mentalmente fino a cinque e sollevò la cornetta.
La voce di Betty al telefono era più tesa e più profonda del solito. «Sono con te» gli disse. Henry girò su se stesso come se si fosse scottato con un ferro caldo e guardò fuori dalla finestra panoramica.
«Dove sei?»
«Sono con te, Henry. Volevo che lo sapessi. Ti amo, sarò sempre con te, il nostro bambino...»
Sì, il nostro bambino il nostro bambino, bla-bla-bla-bla. Henry smise di ascoltarla. Se ancora avesse provato un avanzo di sentimento per Betty, ora era stato definitivamente annientato dall’energia dirompente dell’ignoto. Sentiva di non provare più niente. Per Betty, si badi bene. Sarebbe stata l’occasione giusta per parlare chiaramente, magari per arrivare a un accordo economico, per esempio, per promettere di contribuire al futuro del bambino comune e per separarsi in amicizia e profonda sintonia. Ma non c’è momento in cui l’uomo sia più vigliacco, in cui le sue bugie siano più pietose di quando viene scoperto in flagrante con le braghe calate, non è così, signori miei?
«Devo vederti» disse lui.
«Pensavo che non volessi vedermi mai più.»
Sante parole. Lui non voleva più rivederla. Era proprio l’ora di informarla su quanto accaduto davvero alla scogliera.
12.
Le giornate più lunghe dell’anno erano ormai passate. Si diedero appuntamento verso le otto all’hotel Four Seasons. Non come prima, sotto falso nome e con gli occhiali da sole e il cellulare spento, bensì apertamente nel foyer. Henry fu riconosciuto, lo salutarono, gli porsero le condoglianze, era come trovarsi a un funerale. Lui rimase composto e rilassato come sempre e condusse Betty all’Oyster Bar, dove li fecero accomodare al tavolo migliore e sgombrarono prontamente i gigli.
Betty era a disagio. Il comportamento impeccabile di Henry, il luogo pubblico che aveva scelto per incontrarsi e soprattutto l’appiccicosa cautela con cui la toccava, rafforzarono i suoi sospetti che volesse confessarle l’omicidio della moglie. Che cosa si dice in simili circostanze? La si considera una prova d’amore e poi si chiama la polizia? Sarebbe stata costretta a testimoniare contro il padre di suo figlio? Oppure avrebbe dovuto tacere comprensiva e vivere d’ora in poi con un assassino? Che dilemma. Ordinò un’acqua minerale.
Il maître consigliò loro le ostriche Belon della Bretagna, Betty non aveva appetito, Henry scelse come al solito una bistecca con patatine fritte. Non lesse nemmeno il menu. Se la bistecca non c’era, andava bene anche una cotoletta. Betty esaminò con cura la lista, Henry capì che non avrebbe preso niente... iddio santissimo, che irritazione quando le donne trasformavano un piatto di pasta in una faccenda di Stato. Betty alla fine chiuse il menu, scrollò il capo e il cameriere si allontanò offeso.
«Avanti, parla.»
Henry si schiarì la voce come prima di un’interrogazione. Non era mai stato bravo in queste cose. «Penso che Martha non avrebbe mai voluto che tu finissi in prigione per la sua morte... per quindici anni ad andar bene. No, ne sono convinto.»
Non era una confessione. Per qualche motivo sembrava persino peggio. Betty non voleva ancora escludere che si trattasse di uno scherzo di cattivo gusto, e mantenne un certo contegno. «Io... in prigione? Ah. E perché?»
«È semplice, prova a immaginare» proseguì Henry in tono preoccupato. «La polizia trova mia moglie morta dentro la tua macchina. Ne hai denunciato il furto, giusto?»
Lei annuì in silenzio.
«Che cosa penseranno? Non c’è nessun messaggio d’addio, non ci sono indizi di suicidio, l’unica ipotesi plausibile è che sia stata tu.»
«Io?» La voce di lei si alzò di un’ottava. «Ma sei stato tu l’ultimo a incontrarla sulla scogliera.»
Henry scrollò il capo mestamente. «No, tesoro. È andata diversamente.»
Lei si sporse in avanti, Henry si accorse di un’interessante vena sulla sua fronte che non aveva mai notato prima.
«Tu non sei stato lì?»
«No, non sono stato lì.»
«E dove... sei stato?»
«Al cinema. Un film coreano. Molto emozionante.»
Arrivò la bistecca. Betty aspettò con faticoso autocontrollo. Le sue unghie grattavano piano la tovaglia di damasco. L’aroma delle patate fritte le provocò un’ondata di nausea. Giocherellava con la tovaglia, la vena sulla fronte le pulsava. Potrebbe scoppiare e il mio problema sarebbe risolto, pensò Henry tra sé, mentre rigirava la bistecca sul piatto. Lei si appoggiò allo schienale, guardò la città al di là della vetrata, mentre le sue unghie tracciavano piccoli solchi sulla tovaglia. Henry la vedeva letteralmente passare in rassegna la serata e immaginarsi a casa sua. Le lasciò tempo, infilzò qualche pezzo di patata sulla forchetta, lo insaporì sopra la bistecca e se lo portò alla bocca.
Alla fine Betty venne al punto.
«Sei corso di sopra in camera sua, per controllare se ci fosse. Pensavi che tua moglie fosse a casa? Oppure è stata solo una sceneggiata?»
«Eccome se lo pensavo, tesoro. Ero assolutamente sicuro che fosse in camera sua. A quell’ora è sempre a letto.»
Betty socchiuse gli occhi. «Se ne eri convinto, perché inscenare la sua morte sulla spiaggia?»
«Non sono stato io. La sua bicicletta era proprio lì. Ce l’ha lasciata Martha. Dio solo sa perché. Ti ricordi come ti ho portata a casa quella sera?»
Certo che lo ricordava. «Subito dopo sono corso alla scogliera. La tua macchina non c’era più. Le impronte delle gomme portavano direttamente in mare. E c’erano i tuoi mozziconi di sigaretta. Lei ha fumato le tue sigarette e poi...»
Betty si nascose la bocca con le mani. «Mio Dio, ma è spaventoso!»
Aveva compreso. Henry posò forchetta e coltello sul bordo del piatto. «Non preoccuparti. Ha piovuto tutta la notte. Non c’è rimasto più niente.»
«Non dovrei preoccuparmi?! Perché non hai chiamato subito la polizia?»
«Volevo farlo all’inizio. Ma poi ho riflettuto. Non so se ho fatto bene, ma ho deciso che tu... che voi siete tutto ciò che ho. Tu e il bambino.»
Protese la mano aperta sul tavolo. Betty la prese. Aveva le dita sudate.
«Lo hai fatto per me?»
«E per il bambino. Nostro figlio.»
Figlio. Vide che aveva le lacrime agli occhi. Ma perché le donne devono subito piangere sentendo questa parola?, si domandò Henry. Com’è possibile che basti una parola?
«Dobbiamo andare alla polizia, Henry. Subito!»
«Non è necessario. Sono stati già da me. Dopo che sei andata via con Moreany. A proposito, come sta?»
Betty non voleva parlare di Moreany e della sua stupida proposta di matrimonio. Strinse la mano di Henry come un libro di preghiere.
«Henry, adesso andiamo alla polizia e gli raccontiamo che cosa è successo.»
Con la mano libera Henry eseguì un breve shanghai con le patatine fritte. «Che cosa è successo, tesoro?» chiese a bassa voce, ma con tono urgente. «Che cosa è successo veramente?»
Com’era prevedibile, lei lasciò di nuovo la sua mano.
«Che cosa vorresti dire?»
«La bevi?»
Senza aspettare una risposta, Henry bevve il suo bicchiere d’acqua minerale. Poi abbassò la voce. «Martha è andata da sola alla scogliera oppure ce l’hai accompagnata tu?»
Betty rischiò di cadere dalla sedia per lo sdegno. «Non crederai che sia stata io a uccidere tua moglie?»
«È così?»
Betty si guardò intorno, alla ricerca di un qualche tipo di sostegno, ma non ne trovò alcuno. Si capiva che lottava contro l’impulso di alzarsi e andarsene via. Ma non lo fece, rimase seduta, le mancava la forza. Henry provò pietà per lei, ma purtroppo doveva strangolarla, come il capriolo agonizzante nel campo. Proseguì.
«In tutta sincerità, per un po’ l’ho creduto, sì. Me ne vergogno, ma ho pensato che tu l’avessi uccisa.»
«Perché?»
«Per amor mio. Per la miseria, che cosa dovevo pensare? Martha viene da te, con la sua macchina. Quindi prende la tua auto, raggiunge la scogliera e scompare. Tu dov’eri?»
Betty chiuse brevemente gli occhi. «Ero a casa. Lo sai.»
«Io lo so, ma hai un alibi?»
Lei batté lentamente le palpebre. «Che parola orribile da usare, Henry. Ero a casa e basta. Aspettavo una tua telefonata.»
«Avevo i miei dubbi» confessò Henry in tono mite.
«Adesso non li hai più?»
«No, neanche uno.»
«Che cosa credi adesso?»
«Credo che Martha sia annegata. E lo crede anche la polizia. Tu non c’entri assolutamente niente. Ecco che cosa credo.»
«Ma era sulla mia macchina.»
«Sì. È stato un errore. Non dobbiamo commetterne più.»
Betty si appoggiò allo schienale, le braccia conserte. «Quali errori potremmo ancora fare?» domandò a bassa voce. Henry scostò il piatto di lato e tentò invano di prenderle la mano.
«Tutti ti prenderanno per la mia amante, se adesso avrai un bambino da me.»
«E? Non è forse così?»
«Certo. Ma pensa al tempismo. Sarebbe fatale se poco dopo la morte di mia moglie, venisse fuori che tu aspetti un figlio da me.»
«Che cosa dobbiamo fare?» pronunciò Betty con un filo di voce. Henry le lesse le parole sulle labbra.
«Non deve saperlo nessuno. Non c’è bisogno che si sappia che il figlio è mio.»
Betty si alzò da tavola e sollevò la mano. «Mi metti paura, Henry. Mi hai sempre messo paura. Ma puoi stare tranquillo su una cosa: tuo figlio verrà al mondo. Verrà al mondo e tu sarai suo padre, che tu lo voglia o no. Regolati come preferisci, non ti creerò problemi. Se vuoi, lo terrò nascosto.»
«Non essere ingiusta adesso, Betty. Io lo voglio, io sento già di amare nostro figlio.»
Lei aprì la borsa. Henry si scansò, per non essere colpito da una nuvola di spray al peperoncino. Lei invece diede un’occhiata e rovistò brevemente all’interno, quindi la richiuse.
«Che cosa vuoi fare?» chiese lui diffidente.
«Vado a vomitare.»
«La polizia non sa niente. Non ci sono assolutamente problemi, finché non facciamo niente. Semplicemente niente, capisci?»
«Henry...»
«Sì?»
«Tua moglie sapeva tutto. Non da te, tu non le hai raccontato nemmeno una parola su di noi. Naturale. Tu non racconti mai niente.»
Betty si scostò una ciocca di capelli dalla fronte, era incantevole così arrabbiata e delusa. Com’è possibile che la desideri sempre di più quando se ne va? si domandò Henry impotente.
«Un’altra cosa, Henry. Prima di andarsene tua moglie mi disse: “dobbiamo amare Henry senza conoscerlo”. Io però non so come fare, e non credo di riuscirci.»
Betty si voltò e se ne andò. Lui la seguì con lo sguardo, senza rimpianti, ma con rispetto, era davvero una donna di classe. Non gli interessava sapere dove andasse o se sarebbe tornata. Si chiedeva piuttosto se fosse davvero possibile che Martha avesse sempre saputo della sua storia con Betty, senza cambiare il proprio atteggiamento. Chi potrebbe sopportare una cosa del genere? Fino all’ultimo istante l’amicizia nel loro amore era rimasta intatta, la routine quotidiana insieme immutata. E poi, d’un tratto, lei va dalla sua rivale per bere un tè insieme a lei? “Riesci a indovinare come finirà?” era stato l’ultimo messaggio che Martha gli aveva scritto, a matita, sotto il capitolo appena terminato. Si trattava di un avvertimento, di una minaccia, di una profezia? Henry non conosceva la risposta. Continuare a rifletterci era sfiancante. Il colpo era partito, rimuginare non serviva a niente. Con un gesto collerico fece cadere per terra una patatina mordicchiata e si guardò intorno in cerca del cameriere.
Seduta in poltrona accanto alla colonna, Honor Eisendraht guardò Betty attraversare di corsa l’atrio con una borsa decisamente vistosa sottobraccio, diretta alla scala di marmo che portava al bagno delle signore. Betty piangeva. Era molto pallida, non ondeggiava i fianchi in maniera provocante come al solito, rischiò quasi di inciampare per le scale. Doveva essere successo qualcosa, di sicuro qualcosa di spiacevole.
Honor aveva appena lasciato la soffocante e angusta aula da seminario al primo piano dell’hotel per andare a bere un caffè al Baileys. Quel sedicente Seminario di numerologia era una vera e propria farsa dal costo esorbitante. Con una cifra del genere ci si aspetta di più di una donna con la faccia porcina e una bacchetta che vaneggia di somme di cifre, di relazioni cosmiche tra i numeri di telefono e le proprietà nascoste del carattere. Ma chi crede a simili baggianate?
Honor aveva sperato di fare qualche incontro interessante al seminario, di trovare una persona sensibile con cui parlare del significato cruciale della Torre nei tarocchi, il sedicesimo degli Arcani maggiori. Proprio quella carta le era apparsa per la seconda volta. Doveva significare qualcosa. Ma lì c’erano solo inetti e millantatori.
Come sanno da tempo tutti gli iniziati, la Torre è una carta drastica. Un fulmine dal cielo nero colpisce una torre, un giovane e la sua amata precipitano tra le fiamme nella morte. La carta annuncia distruzione e nuovo inizio, che equivalgono a separazione e rottura definitiva. Ignorarla è un’imperdonabile leggerezza. Ma a volte gli indizi dell’evento imminente restano nascosti e non sono misurabili nella loro portata. Proprio per questo bisogna essere pronti a tutto, cercare con accanimento un segno decisivo nella massa informe del quotidiano.
Honor posò la tazzina di caffè, lasciò sul tavolo una banconota, prese la borsa e si incamminò sul tappeto azzurro nella direzione da cui era arrivata Betty. Se c’è Moreany, ordinò a se stessa, allora la Torre ha un senso e io mi licenzio.
Al tavolo accanto alla finestra del bar rivestito in legno c’era Henry Hayden che giocava nervoso con la manica della camicia. Il poveretto aveva l’aria tormentata e sofferta. Chissà come doveva essere inconcepibile per lui la perdita della moglie. Non ci sarà nessuno che piangerà per me quando non ci sarò più, ed è tutta colpa mia, pensò lei. Stava per andare da lui, per abbracciarlo, ma il cameriere si avvicinò al tavolo. Henry pagò, Honor vide qualcosa nel suo sguardo che la indusse ad astenersi dal porgli le proprie condoglianze.
Naturalmente non esiste alcuna relazione tra la somma delle cifre di un numero di telefono e le qualità nascoste del carattere, tuttavia non esistono incontri casuali negli alberghi, bensì soltanto osservatori distratti. In quell’angolo dell’Oyster Bar, Honor comprese che la fatidica svolta preannunciata dalla Torre si stava compiendo proprio in quel momento. Prima che Hayden potesse accorgersi della sua presenza, tornò a sedersi nella poltrona accanto al grosso pilastro, da cui si poteva tenere d’occhio tutto l’atrio dell’hotel, e nascose il viso dietro un giornale.
Henry uscì dal bar. Strinse molte mani, autografò un libro alla reception, scambiò due parole con un ospite, guardò con discrezione verso la toilette. Lei non tornava. Poco dopo uscì da solo senza voltarsi indietro nemmeno una volta.
Com’è energico, si disse Honor. Il suo passo da predatore, la figura atletica dalle spalle larghe la colpivano tutte le volte. «Cuore, apriti o spezzati» aveva letto in Il peso particolare della colpa.Prima di conoscere Henry, aveva creduto che un letterato dovesse camminare un po’ curvo sotto il peso dei propri pensieri, spinto da una forza interiore o trascinato per il mondo da un oscuro tumulto. L’artista vero è malato, diceva Fernando Pessoa, aspetta per tutta la vita la carrozza per l’abisso. Un Borges cieco litigava con l’ironia di Dio nell’infinita biblioteca dei segni, ma Henry Hayden restava atletico, era la personificazione della disciplina e dell’autocontrollo. E sempre artista. Assolutamente strepitoso.
La banconota era ancora accanto alla tazza di caffè mezza piena. Si soffermò per un attimo a valutare il tempo che doveva lavorare per guadagnarne una così e la scambiò con una di valore inferiore.
Un suono di conati proveniva dal terzo cubicolo da sinistra. Poi lo scroscio dello sciacquone, altri conati. Honor riconobbe il profumo di mughetto e vide l’orribile borsa dalla fessura inferiore della porta. Entrò nel cubicolo accanto, alzò la tavoletta e si sollevò la gonna, per creare un’impressione autentica. Tra i singoli conati colse un lieve singhiozzare, per la precisione un piagnucolare.
Era un vero dono, una dolce ricompensa, poter assistere a questo momento privato della propria rivale. Stava per dimenticarsi di tirare lo sciacquone. Era improbabile che la morte della moglie di Hayden avesse colpito tanto intensamente quella carogna, incapace di provare emozioni autentiche. Doveva essere successo qualcosa tra i due, abbastanza drammatico da spingere lei a piangere e lui ad andarsene. Estasiata, Honor ascoltò la rivale tossire, sangue forse, e poi uscire dal cubicolo per sciacquarsi la bocca nel lavandino.
Trascorse il tempo debito, che le donne usano per sistemarsi il trucco davanti allo specchio. Honor strappò la carta igienica, tirò nuovamente lo sciacquone, la sua copertura era perfetta, alla fine udì un tacchettio e poi il rumore della porta che si richiudeva. Fece passare un altro minuto, poi uscì dal cubicolo, mentalmente preparata nel caso Betty non se ne fosse andata dalla toilette, ma fosse rimasta in agguato sulla porta. C’era da aspettarselo da una come lei. In quel caso Honor si sarebbe finta sorpresa, magari avrebbe scambiato due parole con lei, ma non troppe. Invece si trovò sola nel bagno delle signore, la sua rivale non c’era più.
L’astuccio vuoto di Plasil era nel cestino accanto al lavandino. “Campione gratuito” c’era stampato di traverso, con sotto il timbro di uno studio ginecologico. All’interno mancava il foglietto illustrativo. Honor rovistò nel cestino, senza trovare altro che ciglia finte, fazzoletti macchiati e rossetti usati.
Nella farmacia vicina all’hotel, Honor Eisendraht si fece spiegare che le donne non dovevano assumere Plasil nel primo trimestre di gravidanza. Ma molte donne incinte, le confidò la farmacista con espressione crucciata, prendevano ugualmente le compresse. Lei stessa aveva vissuto le nausee dei primi mesi di gravidanza come la prova più difficile che aveva dovuto superare da giovane madre.
Honor Eisendraht tornò a casa in autobus. Scese una fermata prima della sua, per fare quattro passi fino all’appartamento. Appena entrata, si infilò le pantofole di feltro, diede l’acqua al pappagallino, si sdraiò prona sul divano da lettura, prese un cuscino, se lo premette sul viso e gridò con quanto fiato aveva in gola.
13.
Con le guance non rasate e senza gli incisivi, Obradin sembrava una zucca di Halloween con la barba. Trascorreva gran parte della giornata a fumare davanti alla finestra aperta della camera da letto sopra la pescheria, mostrando ai passanti la bocca sdentata e guardando il mare invisibile dietro la facciata delle case dirimpetto. Oramai tutto il paese non faceva che parlare della misteriosa causa del suo raptus di collera. La sua Helga taceva ferrea, per non alimentare ulteriormente i pettegolezzi. C’era chi propendeva per la schizofrenia, mentre altri supponevano che nella sua testa fosse scoppiato qualcosa. Tutto rimaneva a livello di speculazioni.
Neppure nei giorni successivi Obradin diede segno di voler lasciare la camera da letto e di riprendere gli affari. La sua Helga si occupava della pescheria. Era sempre al telefono, ma approfittò dell’occasione per far mettere una serratura alla botola della cantina e per grattare via quelle stupide foto di pesci dalla vetrina.
Per l’Ascensione, una splendida giornata d’agosto, Henry passò davanti alla pescheria di ottimo umore e con un panama bianco. La moglie era annegata due settimane prima, ma lui non manifestava segni esteriori di lutto, d’altronde ciascuno soffre a modo suo, chi può dire che aspetto ha la perdita dell’amato? Parcheggiò sul marciapiede davanti al negozio, offrì a Helga fiori e sapone spagnolo e un pennello da barba di setole di tasso per Obradin.
Helga tratteggiò a Henry per intero la storia che lui in gran parte già conosceva. Lui le consegnò una busta con dei soldi, perché comprasse di nascosto un nuovo motore per la Drina.
«Aspetta l’estrazione del lotto» le bisbigliò all’orecchio, «poi riempi una schedina con cinque numeri vincenti, capito?»
Helga comprese e gli baciò le mani. Henry prese un altro scatolone dalla Maserati e salì per la scala posteriore nell’appartamento di Obradin. Siccome aveva entrambe le mani occupate, non bussò, ma abbassò la maniglia con un gomito.
«Ehi, che ti succede, amico mio?» chiese posando lo scatolone e il regalo sul letto. Non gli sfuggì che una metà del letto matrimoniale era perfettamente intatta, Helga evidentemente dormiva da qualche altra parte.
«Ti ho portato qualcosa per farti la barba.»
Il serbo era immobile in mezzo a una montagna di mozziconi di sigaretta grossa quanto un formicaio.
«Che cofa vuoi?»
Henry guardò rispettosamente la bocca sdentata. «Grandioso. Potresti stenderci il bucato. Ora ascoltami...» Tirò fuori dallo scatolone una trappola per martore a batterie solari. «Ultrasuoni. Ecco la soluzione. Sta’ a sentire.»
Henry accese l’apparecchio. IIIIIK, un sibilo ultra insopportabile costrinse i due uomini a tapparsi le orecchie. Henry lo spense subito.
«È questo il problema. Non so quale frequenza usare per scacciare la martora e non il cane.»
«E allora?» chiese Obradin distratto.
«Ma come, conosci Poncho, è sensibile, proprio come te, impazzisce quando accendo questa macchina infernale. Aiutami a sintonizzarla, poi la sistemiamo, scacciamo la martora e ci fumiamo una sigaretta in santa pace. Vedrai che non torna più. Che cofa ne penfi?»
Henry scoppiò a ridere. Era sempre stato convinto che la commiserazione rallentasse il processo di guarigione. Al malato serve di più una battuta di spirito che una pacca compassionevole.
Obradin in effetti sorrise. Henry gli coprì la bocca con la mano. «Non dire niente, vecchio furfante di un serbo, altrimenti mi viene di nuovo da ridere. Forza. Andiamo dal dentista.»
Era lo studio privato migliore della zona. Obradin ottenne denti nuovi. Dapprima provvisori, ma niente male, solo vagamente da coniglio. In seguito un chirurgo maxillofacciale gli fissò degli impianti, due veri capolavori, ciascuno costava quanto una berlina di medie dimensioni, gli sostituirono anche il molare e prelevarono un pezzo d’osso dal palato per ricostruire l’osso mascellare. Henry si accollò i costi con naturalezza e non ne parlò più. Come detto, Henry poteva essere generoso.
Sessanta chilometri più a sud Gisbert Fasch veniva trasferito dalla terapia intensiva a una camera a quattro letti. Gravemente ferito e cosciente. Con le gambe e il braccio fratturati appesi a un trespolo d’alluminio, somigliava al povero Gregor Samsa che una mattina si era svegliato trasformato in scarafaggio.
Del pus marroncino gli fuoriusciva dal petto attraverso un tubo collegato a un piccolo apparecchio accanto al letto. Serviva per drenare il liquido e raccoglierlo in una sacca di plastica trasparente. L’asta del poggiatesta che lo aveva trafitto era piena di batteri. Ogni dodici ore la sacca piena veniva cambiata da un’infermiera, in apparenza qualificata solo per compiere quest’attività e pertanto di umore corrispondente. Gli cambiava anche i pannoloni, gli lavava e spalmava la crema sul sedere, le sue forti dita sullo scroto erano senza dubbio il momento clou della giornata.
Ogni respiro era una sofferenza. In bocca aveva un sapore indescrivibile, i polmoni gli sibilavano. Doveva avere una grave infezione da qualche parte, ne sentiva l’odore. Un fischio acuto e penetrante risuonava dalle pareti della stanza. Nessuno a parte lui sembrava udirlo.
Nella camera c’erano altri tre uomini, tutti con il pannolino. Chi non ha una camera singola, impara molto sugli altri. Per esempio l’odore della merda nel pannolino. L’uomo, lo aveva capito già Leonardo da Vinci, è un veicolo di transito per cibi e bevande, alla fine restano quasi sempre solo latrine piene.
Nella penombra artificiale della stanza svolazzava una mosca. Fasch la vedeva doppia, vedeva tutto doppio, da quando si era svegliato dall’anestesia. Attirata dall’odore del pus, girava qua e là, si posava di tanto in tanto, spiluccava la cancrena al piede del vicino di letto sulla sinistra, un diabetico anonimo che non faceva altro che gemere, quindi spariva nell’antro cavernoso della bocca spalancata dell’uomo immobile sulla destra, per depositare uova sulla sua lingua.
A causa del trauma cranico la testa di Gisbert era immobilizzata. Per guardare intorno a sé doveva usare uno specchietto. Per non vedere doppio, doveva chiudere un occhio. Gli sarebbe piaciuto avere un letto accanto alla finestra e allungare le gambe. Gli mancava molto Miss Wong, la sua compagna di una vita, e inoltre gli prudeva l’ano, ma non poteva grattarsi, perché nel dorso della mano destra aveva infilato un catetere venoso che lo nutriva. La mattina arrivava il primario con i risultati degli esami e gli chiedeva: allora come stiamo. Mi dica un po’ lei come stiamo, con il culo che ci prude senza poterci grattare. Una vera tortura.
Ciò che addolorava più di tutto Gisbert era la perdita della borsa. Quando aveva ripreso i sensi dopo l’operazione, era stato il suo primo pensiero. Come una madre che cerca il figlio perduto, aveva invocato la sua borsa. Il personale aveva creduto che avesse le allucinazioni, gli erano stati somministrati dei sedativi, nel dormiveglia aveva continuato a cercare invano la sua borsa. Fasch non sapeva chi lo avesse soccorso e portato in ospedale. Sapeva soltanto che era stato ricoverato al pronto soccorso dopo un grave incidente stradale.
La caccia a Henry Hayden era terminata. Aveva investito due anni della propria vita nell’impresa ed erano stati i più belli. Adesso era andato tutto perduto: le preziose tracce, le ramificazioni e gli enigmi, i documenti irriproducibili. Henry aveva vinto, con un trucco ridicolo, aspettandolo semplicemente dietro una curva, e così zac, bum, fine: che ingloriosa sconfitta. Se Fasch avesse perso il ricordo dell’incidente, come è normale nei casi di traumi cranici, avrebbe cantato di felicità per la seconda vita che gli veniva offerta. Invece non riusciva a dimenticare. La memoria continuava a proiettare ininterrottamente sulla sua retina la stessa sequenza di immagini. Non appena chiudeva gli occhi, imboccava la curva a tutta velocità per piombare su Henry. Sempre su Henry. Le allucinazioni si creano dal nulla, sono illusioni: la sua non era immaginazione, bensì un documentario che non si interrompeva mai, una tortura. Sempre Henry. Se non smette, si disse Fasch, mi uccido.
E poi la porta si aprì e Henry Hayden entrò. Non come spettro dietro una curva, bensì in carne e ossa. Con la disinvoltura professionale di un medico, avvicinò uno sgabello metallico al letto e si mise a sedere. Era identico alla foto su Country Living. Mancava solo la donna seduta accanto a lui. Non c’era nemmeno il cane. Si sarebbe potuto definire l’understatement della raffinatezza.
A parte un lieve sibilo emesso dal diabetico del letto vicino, il silenzio nella camera era assoluto. «Come sta?» si informò Hayden con una piacevole voce da baritono. Per quanto non originale, la domanda era pertinente, dopotutto erano in un ospedale. Per tutto il dialogo che seguì, Fasch tenne un occhio chiuso, per non dover vedere il proprio nemico doppio.
«Chi è lei?» chiese dopo una breve esitazione.
«Mi trovavo per caso sul luogo dell’incidente. Mi chiamo Henry Hayden.»
Che sangue freddo, pensò Fasch. Era appostato per caso dietro la curva, era scomparso per caso da trent’anni e ora passa qui per caso. Assai improbabile.
«Haydn... Come il compositore?»
«Più o meno. Hayden con la e come lo scrittore.»
«Davvero? Conosco i suoi libri. Purtroppo in queste condizioni non posso leggere, come vede.» Fasch dondolò il braccio fissato all’asta. «Non mi è possibile.»
Hayden avvicinò la sedia di un millimetro. «Se vuole posso procurarle degli audiolibri.»
Fasch si chiedeva quale potesse essere il motivo della visita di Hayden. Di sicuro non era venuto per offrirgli degli audiolibri. Forse Hayden si era aspettato di trovare un vegetale umano, ed era rimasto deluso. Chissà se sapeva chi era lui. Era possibile che lo sapesse? Fasch cercò di sollevarsi un poco, ma l’intelaiatura intorno alla testa non glielo permetteva. Il fischio diventò più forte.
«Lo sente anche lei?» chiese per cambiare argomento.
«Che cosa?»
«Il fischio. C’è qualcosa che fischia qui. Viene dalla parete.»
Henry si guardò intorno, rimase in ascolto, poi si strinse nelle spalle.
«Non sento niente.»
Fasch sospirò. «Anche lei non sente niente. Non lo sente nessuno, tranne me.»
«Allora è una congiura.» Henry si chinò verso il letto. «Se vedo o sento qualcosa e tutti gli altri fanno finta che non ci sia, ne sono sicuro: è una congiura.»
Fasch non riuscì a trattenere una risata. Provò dolore, non solo al petto, ma soprattutto nell’animo. Non voleva ridere. Ridere è riconciliazione, ridere lega e scaccia le emozioni negative. Lui aveva investito molto in questa emozione negativa, l’aveva coltivata e cresciuta, perché avrebbe dovuto separarsene adesso? «Lei ha visto che cosa è successo?» si affrettò a chiedere, per cambiare di nuovo argomento.
Henry annuì. «Ha imboccato la curva troppo veloce, è andato a sbattere contro il parapetto e poi la macchina si è ribaltata.»
«Non mi ricordo niente.»
«Meglio così. Non è stato particolarmente bello. È incredibile che sia riuscito a salvarsi da un disastro simile.»
«Dov’ero? Com’ero?»
Henry ci pensò su un istante. Fasch gli guardò le mani curate, posate tranquille sulle cosce. Portava un IWCcon il cinturino marrone. Doveva essere molto costoso.
«La macchina era ribaltata. C’erano vetri dappertutto... Lei era schiacciato contro il sedile posteriore, svenuto, io l’ho tirata fuori dalla macchina, ma lei non se n’è accorto.»
«Lei? È stato lei a tirarmi fuori?»
Henry sorrise compiaciuto. «Certo, non c’era nessun altro nei paraggi. Lei mi ha guardato, aveva gli occhi aperti, ma non era cosciente, vero?»
«Non ricordo più. Ho detto qualcosa?»
«Ha solo rantolato.»
«E poi?»
«Me lo chiedono spesso. Dunque, aveva un pezzo di metallo conficcato nel petto. Lungo più o meno così.» Henry indicò con due dita la lunghezza del pezzo.
Fasch si tastò con la mano destra il punto che gli doleva dove il tubo gli entrava nel petto. «Lo ha tirato fuori lei?»
«Sì.»
«Allora mi ha salvato la vita.»
«Ma che dice! Sono stati i medici a salvarla. Io ero solo presente.»
Implosione emotiva silenziosa. Fasch percepì il proprio odio trasformarsi in qualcos’altro. Fu assalito dalla tristezza, ma non poteva impedire la trasformazione, provava simpatia e gratitudine per Henry Hayden. Non c’era più motivo per odiarlo.
Henry piegò la testa di lato. «Mi chiedo come mai non abbia frenato.»
«Non l’ho fatto?»
«No. Non ha frenato. Ha proseguito dritto.»
Fasch chiuse gli occhi. Tornò a vedersi all’imbocco della curva, di fronte a lui il mare luccicante... Puntava verso Henry, bagliori di luce sugli occhiali da sole, l’immagine fugace di sua madre, e poi... Hayden aveva ragione, non aveva frenato.
Quando riaprì gli occhi, Henry era chino su di lui, le labbra serrate, nello sguardo una fredda curiosità. Eccolo di nuovo, Grendel, il mostro della palude.
«Non si sente bene?» gli chiese Henry. «Vuole che chiami un medico?»
«Per favore, no!» replicò Fasch. «Ho già abbastanza problemi.»
Henry suonò il campanello accanto al letto.
«Che cosa fa?»
«Adesso la lascio solo. Ha bisogno di dormire.»
La porta si aprì e due infermieri entrarono nella stanza. Henry rivolse loro un cenno. Cominciarono ad armeggiare con le apparecchiature accanto al letto. Fasch fu assalito dal panico.
«Che cosa sta succedendo? Che cosa fate?!»
Un infermiere si chinò verso di lui. «Stia tranquillo, la spostiamo solo in un’altra stanza, okay?»
«Ma perché? È bello qui. Non voglio andarmene!»
Fasch fu sistemato al piano di sopra, in una camera per i pazienti privati. Tranquilla e pulita. Aveva una vetrata fino al pavimento con una tenda bianca davanti, fiori su un tavolino di vetro rotondo, un televisore a schermo piatto alla parete, una riproduzione di Kandinskij sopra il lavandino. Sul comodino con le rotelle c’era un tablet nuovo di zecca. Manca solo il minibar, pensò Fasch tossendo un grumo di muco. Il letto fu spostato davanti alla finestra, in modo che potesse vedere il parco, gli fu attaccato di nuovo il drenaggio e poi venne lasciato solo. Gisbert Fasch guardò fuori dalla finestra pensando alla sua compagna, la silenziosa Miss Wong. Non veniva mai a trovarlo.

14.

Il tizio non è uno sbirro, constatò Henry, mentre la porta dell’ascensore si richiudeva alle sue spalle. Non è nemmeno un investigatore privato, ma una persona del tutto normale con una fissa. Un dilettante. Doveva stargli dietro da molto tempo. Ma perché aveva mentito, perché aveva fatto finta di non conoscerlo? Se si fosse trattato di un semplice fan, che aveva cercato in maniera goffa di avvicinarsi al proprio idolo, più tardi all’ospedale sarebbe uscito allo scoperto. Forse voleva darsi importanza e scrivere una biografia su di lui. Era plausibile che, nel corso delle sue ricerche, si fosse imbattuto nel buco nero del passato di Henry e avesse sentito odore di sangue.

Chi mi dovesse smascherare, diventerà celebre, pensò Henry, schiacciando il pulsante del pianterreno. Mentre scendeva, gli tornò in mente che Fasch non gli aveva chiesto notizie della borsa portadocumenti. Se lo avesse fatto, si sarebbe tradito, ma di sicuro ne sentiva la mancanza. Raccogliere tutto quel materiale doveva essere stato faticoso e difficile, dispendioso anche, e doveva tenerci molto a riaverla indietro.

Di una cosa Henry era sicuro: il tizio si era pericolosamente avvicinato al suo segreto, voleva danneggiarlo, ma ancora non sapeva come. Adesso ha un problema, perché è in debito con me, forse non potrà più camminare, pensò Henry con un pizzico di pietà. Tuttavia doveva precederlo, doveva scoprire quali fossero i suoi piani. Non sarebbe stato troppo difficile, perché chi cerca tracce, inevitabilmente ne lascia di proprie. In fondo al cuore Henry sapeva di aver già incontrato Fasch in passato. Da qualche parte e in qualche epoca.

Attraversò il piccolo parco della clinica per raggiungere il parcheggio. Faceva caldo, tra i tigli ondeggiavano grappoli di fiori, un giardiniere tosava il prato, il getto d’acqua di un annaffiatore automatico bagnava un giornale portato dal vento. Sulle panchine erano sedute persone in vestaglia, una donna calva con le stampelle era accompagnata dai famigliari, chiaramente si era sottoposta a una chemioterapia ed era felice di essere ancora viva. C’è di che congratularsi, pensò Henry commosso.

Si fermò e si voltò. Il suo sguardo risalì sulla facciata fino al terzo piano con la finestra aperta. Fasch gli rivolgeva un cenno di saluto dal suo letto. Henry ricambiò. Il silenzio si può comperare, la simpatia no. Nessuno lo sapeva meglio di Henry.

Portò la Maserati all’autolavaggio Royal per far togliere il sangue dai sedili. Una colonna di addetti con stupidi cappellini di carta si precipitò intorno alla macchina. Al giovane responsabile Henry spiegò che un capriolo gli era finito sul sedile posteriore.

Mentre aspettava che gli lavassero la macchina, Henry si incamminò per pura curiosità all’autosilo poco distante, dove si mise a rovistare nel cestino dei rifiuti accanto alla cassa automatica in cerca del telefono rosso. Ignorò volutamente la telecamera che lo inquadrava di sbieco, dopotutto non stava facendo niente di illegale. Naturalmente il cellulare era sparito da tempo, ridotto in frantumi oppure spedito in Africa.

Dopo un’ora la macchina era lucida e splendente e l’abitacolo era tornato a profumare di cuoio. Il figlio del principale uscì di corsa dal cubicolo di vetro che già suo padre aveva occupato per quarant’anni. Non gli piaceva che Henry distribuisse mance generose ai suoi sottoposti, ma non poteva impedirlo. Henry guardò le bretelle che gli si tendevano sull’addome.

«Signor Hayden» bisbigliò in tono ossequioso, «non l’avevo riconosciuta subito, ma nel portabagagli c’è un suo libro. Mia moglie è una sua grande lettrice, e vorrei chiederle...»

«Vuole un autografo?»

«Mia moglie ne sarebbe felicissima, e naturalmente anch’io.»

Henry prese il libro dal portabagagli e lo sfogliò con aria critica. «Non è proprio nuovo, ma se vuole glielo firmo. È stato lei a trovare il nome Autolavaggio Royal?»

Il figlio del principale aveva già la penna in mano. «No, è stato mio padre.» Sbirciò curioso aspettando di vedere ciò che avrebbe scritto Henry.

«Come si chiama sua moglie?»

«Ruth. Lei è... Sì. Ruth con th.»

Henry scrisse “Un caro saluto a Ruth da Henry Hayden”.

«Potrei chiederle un’altra cosa?» si affrettò a dire il giovane mentre Henry gli dava il libro. «Vede, mia moglie scrive.»

«Che buffo, anche la mia» rispose Henry.

«Niente di che, però ha talento. Non lo dico perché lei è mia... Sì, ecco. Quello che volevo chiederle è se può dirmi qual è la cosa più importante a cui fare attenzione mentre si scrive.»

«È una domanda molto complessa, per rispondere così su due piedi. La cosa più importante» Henry si grattò con il mignolo sotto il sopracciglio destro, «la cosa più importante è scrivere soltanto di cose che si conoscono.»

«Che si conoscono. Ah-ha.»

«E destinare molto tempo a ciò che va tralasciato. Quello che si tralascia rappresenta il lavoro maggiore.»

«Quello che si tralascia?»

«Quello che non si scrive, ciò che si tace di proposito o si elimina, è questa la parte più faticosa e più lunga. Ma non dica a nessuno che gliel’ho rivelato io.»

Ripresa la macchina, Henry si fermò al suo chiosco preferito dietro la stazione a mangiare le crocchette. Era il momento di escogitare un buon piano. Le idee migliori gli venivano lì.

Da dove cominciare? Il commissario Jenssen, quel simpatico idiota, non rappresentava un pericolo per il momento, perché credeva che Martha fosse annegata mentre faceva il bagno. La polizia criminale non avrebbe mosso un dito finché il cadavere non saltava fuori. Ma era proprio questo il punto. Il cadavere poteva saltar fuori in qualsiasi momento, nel senso più letterale del termine. È risaputo che lo scheletro umano impiega un’eternità a sciogliersi nell’acqua di mare. Il processo è disturbato dalle alghe, da temperature sfavorevoli che lo rallentano, e anche la scarsa concentrazione di ossigeno contribuisce a ritardarlo. L’unica cosa che aiuta è la profondità. I fondali più profondi sono un luogo piacevolmente inesplorato.

Poi c’era Betty. Era a tal punto arrabbiata e delusa da lui, che lo avrebbe lasciato in pace per un po’. Alla fine però il bambino sarebbe venuto al mondo. Henry non era sicuro che il dialogo chiarificatore all’Oyster Bar sul tema che cosa era accaduto veramente sulla scogliera le avrebbe impedito di correre alla polizia e di spifferare ogni cosa. Adesso aveva paura. La paura è una droga della verità, parla a bocca chiusa. Non bisognerebbe mai mettere paura a qualcuno che potrebbe denunciarci, Henry lo sapeva. Una parola di Betty sul loro punto d’incontro alla scogliera e persino il poliziotto più idiota avrebbe fatto due più due.

Infine c’era da considerare Sonja. Lui non voleva assolutamente deluderla. Henry si era guardato dentro e aveva constatato che il suo desiderio per lei era sia fisico che spirituale, alla sua età un vero colpo di fortuna. Durante il loro drammatico incontro sulla spiaggia e in seguito nel suo giardino, non c’erano stati contatti fisici, ma l’induzione immateriale della libido tra di loro, l’unione delle loro ombre, era stata magia pura. E a lei piaceva il suo cane. Meglio di così. Questo riportava Henry al punto numero due: Betty. Doveva in qualche modo placarla, soddisfarla, tranquillizzarla... in altre parole: lei doveva sparire.

Aprì il cassettino del cruscotto e tirò fuori lo scontrino di Manuale di osservazione che aveva trovato nella borsa marrone di Fasch. Sullo scontrino c’era scritto “Ufficio” cerchiato di rosso, di sicuro per detrarre l’importo dalle tasse. Accanto all’indirizzo c’era la data d’acquisto. Fasch aveva comperato quel libro di indiscussa utilità il 3 maggio dell’anno precedente. Guarda un po’, pensò Henry, il giorno del mio compleanno.

Il navigatore satellitare lo condusse senza deviazioni all’indirizzo giusto. La strada un po’ scoscesa con la pavimentazione di pietra correva parallela a una superstrada molto battuta. Il rumore del traffico lambiva i tetti e si infrangeva tra le pareti delle case. Henry fermò la macchina in una via laterale. La Maserati lucida fiammante dava troppo nell’occhio in mezzo alle utilitarie parcheggiate lì, non si inseriva nell’ambiente, ma era questione di un quarto d’ora al massimo.

La facciata era scrostata, i muri e la porta erano imbrattati di graffiti. Il portone era aperto, sul citofono accanto al campanello era scarabocchiato a penna il nome Fasch. Henry si infilò i guanti usa e getta e suonò, non si poteva mai sapere. Poi entrò nell’androne buio. La cassetta delle lettere di Fasch traboccava di posta. Henry salì al secondo piano.

Far scattare la serratura fu un gioco da ragazzi con l’aiuto di un temperino, la porta non era stata chiusa a più mandate. Impiegò meno di cinque secondi. Soddisfatto, Henry notò di non aver perso la manualità di un tempo, ma del resto non si dimentica neppure come si scia. La porta si socchiuse appena, poi andò a sbattere contro un ostacolo. La fessura era appena sufficiente per infilarsi dentro. Un intenso odore di fogna investì Henry. Entrando nell’appartamento, provò l’assurda sensazione di intraprendere un giro endoscopico in un corpo estraneo, iniziato nel retto ammuffito del corridoio.

Henry non aveva mai sottratto più soldi e più gioielli di quanti gliene servissero per vivere. Siccome rispettava la sfera privata, lasciava sempre gli oggetti personali, in modo che la perdita risultasse meno dolorosa. Stava alla larga anche dalle opere d’arte, erano oggetti troppo difficili da monetizzare. Nel caso ideale il furto non era neppure rilevato, ma capitava di rado. Una volta, molti anni prima, si era introdotto in uno studio dentistico e aveva rubato l’oro per i denti. Quando, alcuni giorni dopo, aveva letto delle squadre speciali della morte che ad Auschwitz-Birkenau strappavano i denti d’oro dalle bocche spalancate dei morti nelle camere a gas, aveva riportato subito indietro l’oro, lasciando due biglietti dell’Opera per farsi perdonare. Il dentista e sua moglie avevano così assistito lusingati a un allestimento della Traviata dai posti migliori, e quando erano tornati a casa, tutti i gioielli erano spariti. Ma era una storia vecchia.

Lungo le pareti del corridoio c’erano cataste di carta stampata fino al soffitto. Quotidiani, riviste, libri, fotocopie in quantità. La polvere aveva creato ragnatele, nuvole di cellulosa sbriciolata gli piovevano addosso. Ingegnosamente tenuti fermi con corde, manici di scopa e assicelle, quei mucchi davano al corridoio l’aspetto di un cunicolo di miniera. Tra le montagne di carta si apriva un sentiero largo meno di quindici centimetri, di cui Henry individuò il tracciato solo grazie all’esperienza maturata da giovane con gli scout.

Quando entrò in bagno, una colonia di pesciolini d’argento lucifugi si rifugiò sotto il piatto della doccia. Il cattivo odore proveniva da qui. Henry richiuse la porta. Il pavimento della camera da letto era ingombro di apparecchi elettrici mezzo smontati, frutta marcia e biancheria sporca. Sul letto era sdraiata una creatura dagli occhi a mandorla con le gambe aperte e la bocca spalancata. Il corpo perfettamente proporzionato dal viso inespressivo era girato leggermente su un fianco, nella vagina glabra era infilato un arricciacapelli. Per pura curiosità Henry sollevò la bambola e constatò che aveva il peso normale di una donna in carne e ossa, all’incirca una cinquantina di chili. Sulla pianta dei piedi affusolati era stampato il nome: “Miss Wong”. Non doveva essere costata poco. La tonalità dell’incarnato era azzeccata, anche se la pelle di silicone era fredda, e questo spiegava la presenza della pinza riscaldata nella vagina di vinile. La natura morta con arricciacapelli gli sembrava uno scherzo maschile di pessimo gusto.

In una stanza suonò un telefono. Henry ripercorse a tentoni i visceri di carta del corridoio e seguì il trillo fino a raggiungere lo studio sorprendentemente ordinato, quasi spartano di Gisbert Fasch. Su una bacheca orientabile di grandi dimensioni Henry vide se stesso. La sua biografia era ordinata in un organigramma verticale, con foto, date e centinaia di frecce colorate. Henry rimase commosso. Gli sembrava di aver appena messo piede in un ufficio dei ricordi smarriti. C’erano polaroid di edifici e luoghi, foto di giornali che lo ritraevano durante le conferenze e nella parte superiore dell’organigramma una vecchia cartolina illustrata con un cancello. Sopra stava scritto in ferro battuto: “Santa Renata”. In quel momento Henry ricordò dove aveva già incontrato Fasch.

La vecchissima segreteria telefonica si mise in azione, una cassetta cominciò a girare... «Parla Gisbert Fasch. In questo momento non posso rispondere. Lasciate un messaggio e sarete richiamati. Pip!»

«... Signor Fasch, sono Eisendraht, della casa editrice Moreany. Le avevamo già comunicato per iscritto che non le avremmo dato informazioni personali sul signor Hayden. Inoltre devo informarla che una biografia non autorizzata del signor Hayden avrebbe conseguenze giuridiche per lei. La preghiamo pertanto di non inviarci più richieste scritte al riguardo. Le auguro una buona giornata.»

La fine del messaggio Henry la udì confusamente. Era tornato in camera da letto e aveva acceso l’arricciacapelli nella vulva di plastica della bambola. Uscì dall’appartamento senza far rumore. Nessuno lo vide andare via.

Il fumo nero allarmò i vicini. Fuoriusciva da una finestra con il vetro infranto sulla facciata del palazzo. Poco dopo esplosero anche le finestre del salotto. I vigili del fuoco arrivarono con tre grandi autopompe e spensero l’incendio con la schiuma. I coinquilini preoccupati portarono in salvo figli, animali e beni più preziosi e seguirono le manovre di spegnimento pregando in silenzio. Un certo numero di curiosi dietro le transenne filmava il lavoro dei pompieri con i cellulari. Quello stesso giorno alcuni dei filmati sarebbero stati pubblicati su YouTube. Il seguito maggiore lo avrebbe riscosso una ginnasta tredicenne che aveva filmato il salvataggio di due gatti ustionati dal secondo piano, accompagnando la sequenza con una colonna sonora da lei stessa composta. Dopo che il fumo si fu diradato e la stabilità dell’edificio fu verificata, la maggior parte degli inquilini tornò nei propri alloggi. I tecnici della scientifica si misero al lavoro nell’appartamento andato distrutto. Si imbatterono così nei resti di una bambola di silicone fusa, di cui rimaneva intatto ancora un piede che ne identificava il modello come “Miss Wong”. I resti furono raccolti, le indagini per stabilire le cause dell’incendio come al solito sarebbero andate per le lunghe.

Il cortese funzionario dell’assicurazione aspettò paziente mentre Betty cercava le chiavi della macchina. Era andata ad aprire con l’accappatoio e un paio di zoccoli di legno, convinta che si trattasse di un corriere che le portava manoscritti da leggere. L’uomo rimase in attesa in corridoio. Aveva posato la borsa e intrecciato le mani sull’addome. Amava i momenti contemplativi come quello.

Betty sapeva che non avrebbe trovato le chiavi della macchina, perché erano infilate nel cruscotto della Subaru e stavano arrugginendo sul fondo del mare. Da tempo ormai usava la chiave di riserva, perché quella originale era andata perduta chissà quando. Tuttavia rovistò ugualmente nel cassetto della scrivania, con deliberata meticolosità.

«Non riesco proprio a trovare le chiavi» annunciò imbarazzata, mentre porgeva i documenti della macchina al cortese signore sulla porta. «È grave?»

«Non ha nemmeno la chiave di riserva?»

«Quella? L’ho persa già da anni.»

«Molto male» si rammaricò il funzionario dell’assicurazione. «Senza le chiavi del veicolo non possiamo risarcirle il furto.»

«Non ha importanza» si lasciò sfuggire Betty troppo precipitosamente, «non ho sporto denuncia perché volevo un risarcimento.»

«Allora perché l’ha fatto?» chiese l’uomo visibilmente sorpreso.

«Ecco, perché pensavo che fosse obbligatorio, quando si subisce il furto dell’auto. Non è così?»

«No. L’unico obbligo è di cancellare l’autovettura se non la guida più o se l’ha ceduta.»

«Io non l’ho venduta!» protestò lei, poi aggiunse più calma: «Mi è stata rubata.»

«Per questo...» L’uomo si chinò con un agile movimento per raccogliere la valigetta, «il veicolo è stato segnalato alle autorità. Lo stanno cercando in tutta Europa.» Tirò fuori un fascicolo e un modulo, e infilò con cura i documenti della Subaru in una cartelletta trasparente che ripose nella borsa. Quindi si leccò il dito, sfogliò il modulo, estrasse con velocità sorprendente una penna e fece scattare la punta.

«Bene. Dove le è stato rubato il veicolo?»

«Davanti a casa mia.» Betty cercò di restare educata. «Senta, non ho tempo ora, devo andare al lavoro.»

«Con quale macchina?»

Il tizio si faceva sempre più impertinente. «Ho preso un’auto a noleggio.»

«Le rimborsiamo una parte dei costi, se il veicolo è stato rubato.»

«Non è necessario. La macchina me la paga l’azienda.»

«Si tratta della...» l’uomo consultò i propri documenti, «... casa editrice Moreany?»

Quanto avrebbe voluto ficcargli la penna in un occhio, ma si limitò a un asciutto: «Esatto.»

«L’auto è stata noleggiata all’Avis.»

L’assicuratore sorrise di fronte all’espressione sorpresa di lei. «Anche la vettura a noleggio è assicurata presso di noi. La sua azienda, la...» tornò a consultare il fascicolo, «... la casa editrice Moreany, non compare nel contratto di noleggio.»

Betty si sentì salire il sangue al viso. Anche lui se ne accorse, ma rimase impassibile.

«Ho parlato con l’amministrazione, la signora...» per la terza volta esaminò quel maledetto fascicolo.

«Eisendraht?»

«Esatto. Non è a conoscenza di alcun contratto di noleggio a suo nome. Ma la signora Eisendraht conosce un certo signor Henry Hayden.»

Il nome di Henry la trafisse come una pugnalata. Si sentì mancare. Come diavolo aveva fatto questo tipo a risalire a Henry?! Il cortese funzionario dell’assicurazione studiò con attenzione il suo viso, registrò l’accelerazione della frequenza cardiaca, il fremito di ciglia, lo spostamento verso il basso degli angoli della bocca e il cambio di posizione dei piedi. Con l’aumentare dell’esperienza, la sua professione gli dava sempre maggiori soddisfazioni.

«Lei ha presentato come titolo di credito a garanzia una carta collegata al conto corrente del signor Hayden.»

Betty strappò il modulo di mano all’assicuratore. «D’accordo. Lo compilo e poi glielo spedisco. Non mi dovete pagare niente e comunque annullerò il contratto.» Chiuse la porta e vi si appoggiò contro con la schiena. Il cuore le batteva all’impazzata, si portò il dorso della mano sulle guance infuocate.

A questo non aveva pensato. Henry le aveva dato la carta di credito per le emergenze, per effettuare acquisti e fare commissioni a nome suo durante i loro viaggi d’affari insieme. Nell’assoluta convinzione che Henry avrebbe pagato il noleggio dell’auto, aveva utilizzato la sua carta. In via del tutto eccezionale. Ora questa documentava il suo legame con Henry. Si vestì precipitosamente. Senza accorgersene tirò un filo nella calza. Solo nella parete a specchio dell’ascensore che portava all’ufficio di Moreany si accorse della smagliatura che era risalita dal polpaccio alla coscia come un’infezione del sangue.

15.

La Eisendraht stava annaffiando la dracena alla finestra e non si voltò quando Betty attraversò l’anticamera senza salutare ed entrò nell’ufficio di Moreany. Moreany era seduto alla scrivania, pallido e immobile, e non si alzò ad accoglierla. Betty richiuse la porta.

«Vorrei chiarire una cosa, Claus» esordì, ma prima che potesse proseguire, Moreany protese la mano verso la poltrona Eames.

«Accomodati.»

Lei si mise a sedere, accavallando le gambe in modo da nascondere la smagliatura nella calza. Poteva trattarsi di qualcosa di bello o di molto brutto, ma di sicuro non riguardava la seccatura della macchina a noleggio. Mancava dall’ufficio da due giorni e in lei prese corpo il presentimento che nel frattempo fossero accaduti e si fossero sovrapposti diversi avvenimenti. Moreany si tolse gli occhiali da lettura e li posò con espressione pensierosa sulla scrivania perfettamente ordinata. Di solito la sua scrivania non era così vuota, anche questo non era buon segno.

«Ti ho messo in una situazione molto spiacevole.» Moreany fece un profondo respiro. Strinse gli occhi, era evidente che la faccenda gli risultava penosa. «Ti prego di accettare le mie scuse e di perdonare la mia... come potrei dire, sentimentale stupidità.»

Non aggiunse altro. Betty aspettò ancora un po’, finché il silenzio divenne insopportabile.

«Che cosa è accaduto?»

Moreany aprì il cassetto della scrivania e tirò fuori una busta aperta che porse a Betty senza parlare. Lei si alzò e la prese con circospezione.

«L’ho aperta solo perché era indirizzata a me.»

Betty tastò la busta, sul retro lesse l’indirizzo dello studio della sua ginecologa. Con due dita tirò fuori il cd che conteneva le immagini ecografiche del suo bambino.

«È una femmina» disse Moreany sottovoce, «c’è anche la fattura. Permettimi di saldarla.»

Torniamo agli albori dell’umanità. Un uomo di Cro-Magnon rientra dalla caccia spossato ma felice. Getta la selvaggina abbattuta accanto al fuoco nella sua accogliente caverna, diciamo nell’attuale Puglia, e si guarda intorno cercando la moglie. È stanco, ha fame, vuole raccontarle della caccia fortunata. La sente gemere nell’oscurità dell’antro. Afferra un tizzone ardente per andarla a cercare. La trova sdraiata in un cunicolo laterale, accanto a lei il bambino appena nato. Il cordone ombelicale strappato con i denti le esce dal grembo. La donna stringe a sé il neonato, copre il tenero faccino con le mani. Lui glielo strappa dalle braccia, il bambino si mette a piangere, lui lo annusa e lo osserva. È un piccolo di Neanderthal. Capisce immediatamente di non essere il padre di questo bastardo. Lo uccide lanciandolo contro la parete di roccia e torna verso il fuoco. La donna rimane dov’è, impaurita, senza sapere se sopravviverà alla notte imminente.

Dal Pleistocene sono cambiate parecchie cose, ma la questione della paternità è rimasta spinosa come allora, anche per la donna moderna. Chiunque avesse spedito l’esito dell’ecografia a Moreany, non lo aveva fatto per sbaglio, e non poteva trattarsi nemmeno di uno scambio di indirizzo, bensì soltanto dell’opera di una persona molto malvagia. Henry è escluso, ricapitolò Betty, mentre stava in piedi davanti alla scrivania di Moreany, perché non è nel suo interesse. Ma nessun altro a parte lui poteva essere al corrente della gravidanza, non ne aveva parlato neppure con sua madre. Doveva essere un nemico nell’ombra, invisibile ma molto vicino. Dopo questa breve valutazione, Betty tornò a sedersi sulla poltrona Eames di Moreany e presentò l’unica spiegazione adeguata: niente.

Anche Moreany rimase seduto in silenzio alla scrivania a guardare Betty, mentre il suo cuore piangeva. L’ultimo progetto della sua vita era fallito, l’amore di fine estate a Venezia sarebbe rimasto l’assurdo sogno di un vecchio, la fine sarebbe stata per forza solitaria. Non c’è più niente da fare, pensò, sono arrivato alla fine del viaggio. Si alzò, raggiunse il tavolino di ebano nero con passo incerto e versò del cognac in due bicchieri, porgendone uno a Betty.

«Vorrei chiederti un favore. Va’ da Henry e parla con lui del romanzo. Immagino che adesso abbia bisogno di te. I tempi sono molto stretti, oramai è già quasi troppo tardi per la fiera. Mi ha detto che gli mancano solo venti pagine, ma non credo che in questo momento sia in grado di scrivere. Sarebbe un peccato se non riuscisse a finire il romanzo prima che io vada in vacanza, no?»

Lei aveva la bocca così asciutta che quando sorseggiò il cognac le labbra le si erano incollate. L’alcol le bruciò in gola. Non lo sa, si disse, non sa che il bambino è di Henry. Si alzò, posò il calice sul tavolo e abbracciò Moreany. Lo strinse forte a sé, non si era mai sentita così vicina a lui e così riconoscente. Che persona nobile, che persona fantastica, pensò.

«Gli telefono subito, Claus, promesso.»

Moreany annuì con aria un po’ stanca. «Grazie. Se possibile, non dirgli niente di me.»

Se Moreany le avesse chiesto di sposarlo in quel momento, lei avrebbe acconsentito senza esitazioni.

«Certo, Claus.»

Honor Eisendraht staccò l’orecchio dal bicchiere che aveva usato per origliare alla porta dell’ufficio e tornò frettolosamente a sedere davanti al computer. Con un gesto della mano si sistemò le cuffie e posò le dita sulla tastiera. Betty non attraversò l’anticamera senza fermarsi come al solito, bensì si piazzò davanti alla scrivania di Honor posandoci sopra entrambe le mani.

«Honor» disse sottovoce, «posso chiederle un favore?»

Honor si tolse le cuffie. Era davvero la prima volta che questa persona si rivolgeva a lei in maniera rispettosa e soprattutto diretta. Voleva sentirla di nuovo.

«Come, scusi?»

«Potrei chiederle un favore?»

«Ma certo. Che cosa posso fare per lei?»

«La prossima volta che riceverà la telefonata di un tizio qualunque dell’assicurazione, la prego di non fornirgli informazioni riservate sul signor Hayden.»

Honor Eisendraht mosse velocemente il capo, come fa una gallina quando mette a fuoco un seme. «Ma ha chiesto espressamente del signor Hayden!»

«Sì. Molti lo fanno. E noi vogliamo proteggere la sfera privata dei nostri autori, giusto?»

Quel “giusto” non lasciò a Honor altra scelta se non di rispondere. «Lavoro qui da moltissimi anni, Betty, e se c’è qualcosa di sacro per me, è la sfera privata dei nostri autori. Dovrebbe saperlo.»

«Io so soltanto che è stata lei.» Con queste parole Betty uscì dalla porta, lasciando Honor Eisendraht in preda a emozioni contrastanti.

«Che cosa ha fatto?»

Henry balzò in piedi e si mise a camminare avanti e indietro di fronte alla vetrata panoramica. L’hovawart si sollevò all’istante dalla sua cuccia sotto il tavolino basso e se la svignò dalla stanza con la coda tra le gambe. Sarebbe tornato solo quando il suo sensibile intuito per le atmosfere tese gli avesse dato il via libera.

Sul tavolo davanti a Betty c’era la busta con il referto dell’ecografia. Seduta sul divano lei seguiva Henry con lo sguardo. In controluce vedeva la sua sagoma spostarsi qua e là, un’ombra inquieta.

«La busta è stata spedita direttamente a Moreany» proseguì lei. «La Eisendraht ha telefonato allo studio medico e ha chiesto di inviare le immagini dell’ecografia al suo indirizzo alla casa editrice.»

«La Eisendraht?»

«Deve essere stata lei. Era una donna. Si è spacciata per me, conosceva la mia età, sapeva dove abito e che sono incinta.»

Henry voltò per un attimo le spalle a Betty e guardò verso i campi. Non erano neppure le dieci di mattina e il sole splendeva intenso, il cielo era sgombro di nuvole, solo una cicogna volava alta in cerchio. Sarebbe stata una giornata calda.

«Com’è possibile che lo sappia?» chiese lui senza girarsi.

«Io di certo non gliel’ho detto.» Betty si tolse una scarpa e ripiegò la gamba sotto di sé sul divano. «E prima che tu lo chieda» aggiunse, «non ho detto niente a Moreany, nessuno lo sapeva a parte la dottoressa. Ieri tra l’altro è venuto il tizio dell’assicurazione che voleva le chiavi della Subaru. Non ho potuto dargliele.»

Sebbene non potesse vedere gli occhi di Henry, le pareva di avvertire il suo sguardo penetrante.

«Come? Non hai più nessuna chiave della Subaru?» chiese lui voltandosi.

«No.» Betty si chinò in avanti e raccolse la busta dal tavolino. «È stata tua l’idea di denunciare il furto. Perché ci comportiamo come dei criminali, Henry? Perché ci facciamo questo, invece di piangere tua moglie e rallegrarci per il nostro bambino?»

Si schermò gli occhi per vedere meglio Henry.

«Per favore, puoi spostarti dalla luce? Non riesco a vederti.»

Henry abbassò la veneziana automatica, subito il vasto ambiente diventò più fresco e piacevolmente in penombra. Henry tornò visibile.

«Io vado alla polizia, Henry. Non ha più senso.»

«Ah» fece lui piano, poi dopo una lunga pausa, «sai che cosa succederà?»

«Io non so che cosa succederà. Tu lo sai?»

Betty tirò fuori dalla busta il cd, la luce che lo colpì si scompose in tanti colori. Si rigirò il dischetto nella mano. Ha già assunto l’atteggiamento battagliero da madre, pensò istintivamente Henry, non ha più paura di me, vuole solamente salvare il suo bambino.

«Qualunque cosa succederà, mi è indifferente, se proprio vuoi saperlo» replicò Betty. «Ritengo che la verità sia la nostra opzione migliore. Non voglio che nostro figlio venga al mondo in prigione. Non ti piacerebbe vederlo?»

Henry fissò il dischetto argentato nella mano di Betty. Tutto era cominciato da questa immagine. La minuscola foto di un agglomerato di cellule vive, non più grande d’una scatola di fiammiferi. Alla vista del feto, il demone in lui si era risvegliato, il suo antico compagno e protettore dei tempi difficili. Seguimi, gli aveva bisbigliato, e Henry aveva ubbidito. Era andato con lui fino alla scogliera, per uccidere sua moglie, era strisciato dietro di lui nell’intercapedine del tetto, dove la martora lo aspettava ancora. Era stato lui a rivelargli quale fosse la curva giusta per tendere un agguato al nemico e adesso gli bisbigliava all’orecchio il suo oscuro piano.

«Il romanzo è finito.»

Betty lo guardò sorpresa. «Davvero?»

«Sì. All’improvviso, ho visto come doveva essere la fine. Allora mi sono seduto a scrivere. Ho scritto ininterrottamente, nelle notti passate.»

Lei posò il cd sul tavolino. «Non ci posso credere. Me lo fai leggere?»

«Ma certo. Leggilo, dimmi che cosa ne pensi, e poi festeggeremo.»

Henry andò alla scrivania e tirò fuori il manoscritto. Lo soppesò sulla mano, lo porse a Betty. «Non ho avuto tempo di trascriverlo al computer. Questo è l’unico originale. Non ci sono ancora altre copie.» Vide che Betty voleva obiettare qualcosa e alzò la mano.

«Vorrei che prima di darlo a Moreany lo leggessi tu. Poi andremo insieme alla polizia a chiarire ogni cosa. E ora...» Henry si sedette accanto a lei sul divano e prese il cd, «fammi vedere il nostro bambino.»

16.

La Drina beccheggiava dolcemente nella lieve risacca spinta nel porto dal vento occidentale. Obradin fece scivolare con cautela un barattolo di latta sotto il tappo dell’olio del motore diesel e lo svitò lentamente. Forse un cambio d’olio avrebbe fatto bene al motore, forse sarebbe stata l’ultima volta. Arricciò le labbra, per fischiettare come di consueto una melodia, ma uscì solo un soffio d’aria. Da quando aveva quei begli incisivi nuovi, riusciva a masticare molto meglio, il freddo non gli faceva più male, ma non era più capace di fischiare.


Nero per le scorie di metallo, l’olio riempì la vaschetta e scintillò nella luce del sole che entrava dal boccaporto della sala macchine. Obradin infilò l’indice nella vaschetta e strofinò il liquido viscoso tra i polpastrelli per esaminarne la consistenza. Un’ombra oscurò la sala macchine, Obradin ruotò la testa massiccia, alzò lo sguardo e vide Henry in piedi sopra di lui a braccia conserte. Teneva il cappello calcato sulla fronte. A giudicare dalla sua espressione, doveva trattarsi di qualcosa di serio.


Henry inspirò il fumo del tabacco e lasciò vagare lo sguardo verso il molo.


«Devo andarmene da qui, amico mio.»


Obradin vide il fumo della sigaretta che usciva dalle narici di Henry come fredda aria invernale. Il fumo si increspava brevemente per poi disperdersi sopra le reti verdastre. Non poteva esistere luogo migliore per un dialogo tra uomini della sua ondeggiante, meravigliosamente brutta Drina.


«Sono nella merda più completa e non so come uscirne. Per questo devo sparire. Ma prima...» Henry posò la mano che reggeva la sigaretta sul pantalone macchiato d’olio di Obradin, «volevo vederti una volta ancora. Tu non sai com’era la mia vita, non mi hai mai fatto domande. Non hai mai voluto sapere da dove venivo, che cosa ho fatto e che cosa faccio ogni giorno.» Inclinò la tesa del cappello leggermente all’indietro sulla fronte e sorrise mesto a Obradin. «Non sai quanto questo faccia bene.»


«Dove andrai?»


«Lontano. Sparirò, finché nessuno mi cercherà più.»


Henry guardò pensieroso la punta delle proprie scarpe. «In passato ho già fatto perdere le mie tracce altre volte. Per lungo tempo, per anni. Ho vissuto da solo in una casa con le finestre murate, senza che nessuno se ne accorgesse. La casa apparteneva ai miei genitori, era ancora in piedi, ed entrambi erano morti da tempo. Ho frequentato la scuola solo fino alla prima media, pensa un po’. Non so neppure contare a mente. Ti rendi conto?»


Obradin sputò nell’acqua un grumo di tabacco. «Questo dimostra a quanto poco serva in realtà.»


Henry si tolse il cappello e si asciugò il sudore dalla fronte. Si rigirò il copricapo tra le dita.


«Mia moglie non è annegata mentre faceva il bagno.»


Obradin balzò in piedi e alzò le braccia in un gesto implorante. La Drina cominciò a rollare.


«Non dire niente, Henry. Non voglio saperlo. Sei mio amico, non mi interessa, tienitelo per te, è meglio.»


Anche Henry si alzò e protese le mani verso di lui.


«Calmati, Obradin, devi saperlo. La notte in cui è sparita Martha, sono andato alla baia.»


Obradin si tappò le orecchie. «Basta così. Per favore.»


«Non me ne andrò di qui finché non ti avrò raccontato che cosa è successo quella notte. Ho visto la bicicletta di Martha e la sua roba sulla spiaggia, ma lei non c’era.»


Obradin tornò a sedersi con aria afflitta, tormentandosi le mani pelose. Henry vide le lacrime nei suoi occhi scuri.


«Lo so già. Ti ho visto, Henry. Ti ho visto andare di notte alla baia, a fari spenti, e ti ho visto tornare indietro.»


«Che cosa hai pensato?» chiese Henry sinceramente sorpreso. «Avanti, dimmelo, che cosa hai pensato?!»


«Proprio niente. Puoi fare quello che ti pare.» Obradin scrollò le spalle taurine, un fremito attraversò tutto il suo corpo massiccio. La camicia gli tirava sull’addome, inclinò il busto verso sinistra come un bambino difficile. «Non so che cosa ho pensato. È una faccenda tua, solamente tua.»


«C’è una donna» disse Henry sottovoce sedendosi accanto all’amico, «un’altra donna. Una donna cattiva. Si chiama Betty e lavora alla casa editrice. Mi perseguita da anni, afferma di aspettare un figlio da me. Mi ricatta. Vuole i miei soldi, ma soprattutto vuole me.»


E poi Henry raccontò al suo amico, il pescivendolo Obradin, che cosa era successo veramente quella notte alla scogliera. La Drina intanto continuava a ondeggiare piano, piccole onde si infrangevano contro la fiancata ricoperta di alghe, banchi di pesciolini sfrecciavano intorno allo scafo. Obradin ascoltò a occhi chiusi, senza interrompere Henry neppure una volta. Solo il suo indice peloso si muoveva in maniera meccanica lungo la cucitura dei calzoni, quasi volesse prendere appunti.


«Mi ha raccontato che Martha era stata a trovarla per chiarire le cose» concluse Henry il proprio racconto, «ma la sua macchina è ancora nella rimessa. Dopo l’incontro, Martha non è più tornata a casa. L’ho cercata dappertutto. Da allora la macchina di Betty è scomparsa. Ne ha denunciato il furto. E adesso quella donna usa le mie carte di credito e racconta in giro di aspettare un figlio da me. In tribunale dirà che sono stato io. Verrò arrestato per omicidio e lei otterrà tutto, la casa, i diritti dei romanzi, ogni cosa.»


Obradin aprì gli occhi e sbatté le palpebre nella luce del sole. «Perché non la mandi via?»


Henry lo guardò con aria interrogativa. «Dove dovrei mandarla?»


«In un luogo da dove nessuno ritorna.»


«Dove sarebbe?»


«È molto semplice» replicò Obradin sottovoce, «credimi.»


Henry scosse la testa con foga. «Non posso fare una cosa del genere. Lo ammetto, c’ho pensato spesso, ma sono troppo tenero per farlo.»


«Non nei tuoi romanzi.»


«Quelli sono un’altra cosa. Sono fantasia, pura invenzione. Nella realtà non riesco a uccidere nemmeno una martora. Tu sei stato in guerra, Obradin, hai perso una figlia, tu sai odiare. Io non riesco a odiare.»


«Non è necessario odiare un pesce per ucciderlo. È molto semplice.»


«Un essere umano non è un pesce, Obradin.» Henry si diede una pacca sulle cosce e si alzò. «Martha era l’amore della mia vita. Mi manca, la casa senza di lei è vuota. Non riesco più a scrivere. Amico mio, tra un paio d’anni forse riceverai una cartolina. Da uno sconosciuto. Sarò io. Fino ad allora...»


Henry infilò una mano in tasca e tirò fuori una chiave.


«È la chiave di una cassetta di sicurezza. Se dovessi trovarti in difficoltà, se non sapessi più come andare avanti, allora aprila. Per sapere in quale banca cercarla, leggi Frank Ellis a pagina 363. Addio, amico mio.»

17.

Il Vecchio Porto era l’unico ristorante della regione insignito di una stella Michelin. L’ampia terrazza restaurata con fasciame autentico era protesa sul mare sorretta da piloni di quercia incatramati, da lì si poteva godere lo spettacolo del tramonto sospesi sull’acqua. Gli eletti inoltre avevano modo di gustare la specialità della casa, il Big Sur Sundowner “Nepenthe”.


Henry parcheggiò la Maserati accanto a una Bentley scoperta modello Tudor Grey e percorse a piedi la ghiaia meticolosamente rastrellata del parcheggio, superando pietre miliari della storia dell’automobile. Si era arrotolato le maniche della camicia e portava la giacca distrattamente gettata sulle spalle. Aveva appena fatto la doccia, era affamato e profumava di dopobarba. Salì i gradini due alla volta con passo elastico, per entrare nella lobby del Vecchio Porto rivestita con pannelli di legno di sandalo. Chi, come lui, arriva alla lobby superando gli status symbol cromati e lucenti senza provare neppure un briciolo d’invidia o di senso d’inferiorità, vuol dire che è arrivato e appartiene all’ambiente.


Nonostante gli occhiali da sole scuri, Henry fu riconosciuto dal capocameriere che lo condusse al table pour deux situato sul lato della terrazza. Era il tavolo d’angolo vicino al parapetto di legno, quello da cui si poteva osservare meglio l’immersione della sfera di fuoco nell’oceano e l’emersione di nuovi ospiti. Tra i tavoli c’era spazio sufficiente per allungare le gambe e fuggire comodamente in qualunque momento. Henry gettò una rapida occhiata intorno a sé. Il concetto di casual dining richiede un codice d’abbigliamento comodo, la maggior parte degli avventori maschili portava scarpe da vela come lui, occhiali da sole come lui e orologi costosi come lui. L’ambiente era esclusivo, formato da ultracinquantenni rimasti giovani, come si dice oggi. I posti più ambiti lungo la balaustra erano stati prenotati da mesi. Henry vide davanti a sé sulla tovaglia candida due calici per l’acqua con il lungo stelo, due set di posate, due ciotoline per l’aperitivo e due tovaglioli immacolati dal motivo discreto. Guardò l’orologio, erano le 18.46. Era in anticipo di un quarto d’ora.


Betty aveva trascorso l’intera giornata a leggere. Gli avvolgibili alle finestre del suo ufficio erano abbassati, solo una volta si era alzata per andare a prepararsi un infuso alla menta. Terminata l’ultima pagina, era rimasta immobile, sconcertata. «Non è possibile» disse a se stessa a voce alta, «non è possibile.» Mancava la conclusione del romanzo. Non c’era scritta sotto neppure la parola “fine”, non c’era proprio.


Il romanzo Tenebra bianca era incredibilmente avvincente. Betty aveva sfogliato le ultime pagine con le dita sudate, in attesa dell’epilogo... e poi di colpo tutto si interrompeva. Fissò il grande spazio vuoto sull’ultima pagina, come se lì fosse nascosto un micropunto che celava il segreto della soluzione. Invece c’era solo un insignificante grumo marrone di escrementi di mosca.


Circola una voce non confermata che gli amici del drammaturgo Čechov cercassero di introdursi di nascosto nel suo studio per salvare le preziose conclusioni dei suoi lavori. Era noto infatti che Čechov lasciava soltanto il nucleo essenziale dei testi e dopo aver terminato i racconti, ne cancellava l’inizio e la fine, perché a suo parere non erano indispensabili per la storia. Così qualche lettore del suo racconto La signora con il cagnolino constata con raccapriccio di aver raggiunto già l’ultima pagina... proprio quando il tormentato amore di due persone solitarie si innalza sopra le convenzioni e l’eterna incertezza russa, per trovare nell’ebbrezza liberatoria dell’amore finalmente... E così si conclude, fine, basta. Il tanto agognato finale non fa più parte di questo racconto. È terribile, ma bisogna rassegnarsi.


Betty soffocò l’impulso di telefonare subito a Henry. Era pur sempre plausibile che si fosse semplicemente dimenticato di aggiungere le pagine mancanti, non più di un capitolo. «Il romanzo è finito» le aveva detto con un sorriso enigmatico. Forse le aveva sottratto la fine per tormentarla? Sarebbe stato illogico. Questo romanzo era diverso dai precedenti. Era più appassionato e più empatico in ogni dettaglio, ma senza le pagine mancanti, era solo un abbozzo. Era incredibile la veemenza e la sensibilità con cui questo tizio corazzato di indifferenza sviluppava i propri personaggi, pensò Betty, mentre finiva di bere il tè alla menta ormai freddo. Appoggiò il manoscritto accanto a sé.


Henry aveva descritto proprio lei. Betty si era riconosciuta fin dalle prime pagine. Lo stesso uomo che lei riteneva responsabile dell’omicidio di sua moglie e che non manifestava alcun apparente sentimento per suo figlio, aveva tratteggiato un ritratto preciso e affettuoso di lei. Un editor impara a scindere la persona dall’opera. Nell’opera di un artista si riflette la personalità, non la persona. “Bisogna amare Henry senza conoscerlo” erano state le parole pronunciate da Martha sulla porta prima di andare via. Martha di certo aveva amato Henry per quello che era, per l’uomo che non conosceva.


Intorno alle diciassette, prima di lasciare la casa editrice, Betty si chiuse nella stanza delle fotocopie. Caricò le trecentottanta pagine del manoscritto di Henry nella fotocopiatrice, infilò la propria chiavetta usb e azionò il tasto “scan”. L’apparecchio cominciò a risucchiare le singole pagine, a illuminarle e a salvarle sulla chiavetta come pdf. Alla fine del processo le risputava fuori. Betty infilò il manoscritto in una busta di plastica e se lo mise nella borsa. La chiavetta la posò nella ciotola di vetro di Murano che aveva sulla scrivania.


Prese l’ascensore per salire da Moreany. In quel momento percepì con maggiore chiarezza i movimenti sempre più evidenti del bambino e si posò una mano sulla pancia. L’agitazione si placò all’istante. I terribili attacchi di nausea erano scomparsi. Betty non prendeva più alcuna medicina, da settimane aveva rinunciato all’alcol e alle sigarette e beveva tè al posto del caffè. Contrariamente a quanto si era aspettata, la rinuncia alla quotidiana dose di veleni le risultava molto facile, la temperanza la rendeva ancora più bella, gli uomini si giravano spesso a guardarla, anche le impiegate della casa editrice lo facevano di nascosto.


La maggior parte dei collaboratori era già andata a casa, per trascorrere un weekend al mare. Mentre passava, Betty raccolse le tazze sparse sul bancone della macchinetta del caffè raggiungibile facilmente da ogni ufficio. Salutò l’attraente giovane dell’ufficio stampa, che le lanciava sempre aeroplanini di carta. Quindi entrò nell’anticamera di Moreany, dove Honor Eisendraht riordinava i raccoglitori dell’amministrazione davanti al Bisley dei segreti, l’armadio che Moreany definiva la macchina cuore-polmoni della casa editrice. Il computer era spento, accanto alla tastiera sulla scrivania Betty vide un mazzo di tarocchi. La porta dell’ufficio di Moreany era chiusa.


«Moreany è già andato via?»


Honor Eisendraht fece sparire i tarocchi, tolse la borsa dalla spalliera della sedia. Betty notò il suo profumo discreto, l’acconciatura accurata e una sensibilità naturale per i colori con i quali armonizzava l’ufficio e l’abbigliamento.


«Aveva un appuntamento alle quindici.»


Betty cercò di leggere nei suoi occhi se le taceva qualche informazione, ma la segretaria aveva un’espressione neutra e educata, simile a quella che si vede sui manichini nei musei di antropologia. Solo l’occhiata fugace alla pancia di Betty tradì ciò che pensava.


«C’è altro?» chiese Honor Eisendraht lisciandosi inconsapevolmente il pullover all’altezza dell’ombelico.


«Sì. Non le ho mai manifestato la mia stima. È stato sciocco da parte mia, mi rincresce sinceramente. La rispetto e ammiro il suo lavoro. Le auguro una buona giornata.»


Honor rimase per un po’ immobile nell’anticamera. La dracena perse una foglia, per il resto rimase tutto come prima. Oppure no. Non era privo di una certa ironia ricevere i complimenti più toccanti proprio dalla bocca del nemico, sul cui freddo disprezzo finora si poteva contare. Honor Eisendraht conosceva le donne troppo bene per non capire con assoluta chiarezza che le scuse di Betty erano serie, sincere, e prive di calcolo. Prese la borsa e uscì dall’ufficio stringendosi nelle spalle. A volte succede. Non ci si può fare niente.


Henry scelse la bistecca con patatine fritte. Non i soliti bastoncini, bensì avec des frites allumettes. Anche il Red Snapper Thai Style del tavolo a fianco aveva un aspetto invitante, come pure la signora con il seno al silicone seduta al medesimo tavolo che avrebbe gradito immensamente unirsi a Henry, se le circostanze lo avessero permesso, ma questo non era tuttavia il caso. Henry però si accontentava anche di una bistecca. Trangugiò quel che restava del Sundowner, il sole era ancora alto sul mare, l’orologio segnava le 19.07. Gettò un’occhiata alla lobby del ristorante, il capocameriere la intercettò e accorse al suo tavolo. Naturalmente vedeva il secondo coperto, naturalmente capiva che Henry voleva ancora aspettare prima di cominciare a mangiare, non c’era neppure il minimo dubbio che la compagnia di Henry fosse femminile, per questo propose un vermouth, che il signore poteva bere in attesa della signora senza apparire sconvenientemente ingordo. Un attimo dopo il telefono di Henry vibrò. Era Betty.


«Sono in macchina, e sto procedendo lungo un’orribile pista di sabbia. È giusto?»


«Sì, è giusto.»


L’aria nella macchina era rovente, Betty guardò fuori dal finestrino offuscato dalla sabbia, lo abbassò ancora un po’. Particelle di polvere finissime entrarono nell’abitacolo, formando una nuvola, si posarono sulla sua pelle, le si infilarono tra i capelli e nei polmoni, dove si mescolarono all’umidità delle mucose.


«Che cosa vedi?»


«Dunque, sulla destra ci sono campi e tralicci dell’alta tensione, e a sinistra cespugli e nient’altro. C’è un sacco di polvere, quando arrivo sembrerò Ben Hur dopo la corsa con le bighe.»


Henry vide con gli occhi della mente che Betty aveva preso la strada giusta. «I tralicci ti porteranno proprio fino a qui.»


Betty guardò il navigatore. «Il navigatore segna una strada bianca. Ancora quattro chilometri e nove. È possibile?»


«È giusto. Sempre dritta fino all’acqua. È un vecchio porto. Anche il ristorante si chiama così: Al Vecchio Porto. Sei quasi arrivata. Hai con te il manoscritto?»


«Certo.»


«Ottimo. Vuoi che ti ordini già un Sundowner?»


«Niente alcol per me. Bene, ci vediamo tra poco.»


Betty posò il telefono accanto a sé nella borsa aperta con il notebook e il manoscritto di Henry. Aveva provato una bella sensazione, quando era uscita dalla sede della casa editrice per andare all’appuntamento con Henry. Il primo passo verso una riconciliazione con Honor Eisendraht era stato fatto. Il tradimento di Honor, per quanto subdolo, aveva avuto un effetto catartico, in realtà le aveva fatto un piacere, anche se non era stata certo questa la sua intenzione. Con le immagini dell’ecografia era finita quella stupida segretezza, nessuna relazione è tanto importante da negare l’esistenza di un bambino.


Le buche sulla strada erano sempre più profonde, Betty rallentò, il paesaggio era costellato di container metallici arrugginiti e brandelli di copertoni. Mulinelli di polvere si sollevavano impalpabili, Betty vedeva davanti a sé larghe impronte di pneumatici e cercava di non finire nei profondi solchi impastati dalla pioggia e induriti dal sole.


Procedeva lentamente e la strada le sembrava sempre più infinita e assurda. Ma Henry aveva sempre avuto un fiuto infallibile per luoghi isolati e di bellezza unica. Betty ripensò a Es Verger, sul Puig de Alaró a Maiorca. Henry aveva affrontato deciso la salita, il motore soffriva, scricchiolava e sbuffava. «Prima o poi arriveremo in cima» erano state le sue parole, e lei gli aveva creduto. Dopo un interminabile tragitto in ripida salita tra curve strettissime, avevano finalmente raggiunto la madre di tutti i ristoranti di montagna e avevano gustato l’agnello più prelibato della loro vita. Il bambino era stato concepito quella notte, Betty ne era sicura.


In lontananza spuntò un cartello. Era mezzo sprofondato, sostenuto da pilastri di ferro, scolorito dal sole e dalla polvere. Betty riconobbe la sagoma di un peschereccio e delle lettere sbiadite: “... Porto”. Doveva essere quello. Il navigatore indicava una distanza inferiore al chilometro per raggiungere la meta. Sul display era comparsa la sagoma di un’area rettangolare prospiciente al mare. «Tra settecento metri siete arrivati alla meta.» L’area era circondata da un recinto metallico. All’interno spuntò l’orribile facciata di cemento di un edificio industriale, con gabbiani appollaiati su gru scheletriche.


Betty superò a passo d’uomo il cancello aperto e seguì il percorso sulle lastre di cemento ricoperte di erbacce. Qua e là c’erano mucchi di rifiuti scaricati illegalmente, fusti di plastica gialli e blu ondeggiavano al vento, nell’aria aleggiava un odore di marcio. Betty fermò la macchina davanti a un muro basso su cui stava scritto a lettere sbiadite “Vietato l’ingresso”. Scese e si guardò intorno.


«Seguite le indicazioni delle frecce» cinguettò il navigatore.


La terrazza era inondata dalla luce rossa del tramonto, altri ospiti avevano occupato i tavoli, proprio in quel momento una donna veniva condotta oltre quello di Henry, lui ne ammirò i polpacci abbronzati e i sandali col tacco. Il suo telefono vibrò.


«Betty, dove sei?»


«Sono finita in una discarica, davanti a me c’è scritto “Vietato l’ingresso”. Che cos’è, uno scherzo? Qui non c’è nessun ristorante.»


«Sei davanti a un muro, giusto?»


«Sì, e non ho intenzione di proseguire, è un posto davvero inquietante.»


Henry rise. «Non badare al cartello, vai avanti ancora per un po’. Ti vengo incontro.»


La risata di Henry la tranquillizzò. Betty risalì in macchina dopo un momento di esitazione e costeggiò lentamente l’orribile muro. Intanto teneva il telefono all’orecchio. Sentiva il respiro tranquillo di Henry. Dopo una cinquantina di metri alla sua sinistra vide aprirsi uno spazio da cui si scorgeva il mare.


«Bene, ho raggiunto l’acqua. C’è un hangar, ci sono bidoni e vecchi binari dappertutto. Non c’è anima viva, nessuna macchina. Dove sei?»


«Sto venendo da te. Fermati vicino all’hangar. Arrivo subito.»


Betty accostò la macchina all’hangar, il cui enorme portone spalancato somigliava alle fauci di un alligatore. La polvere sul parabrezza creava un tale riflesso da non permetterle di vedere che cosa fosse nascosto all’interno della struttura.


«Il ristorante è lì dentro?»


«Ti vedo, Betty. Scendi, girati, mi vedi?»


Betty aprì lentamente la portiera della macchina e scese. Un vento freddo soffiava dalla tenebra dell’hangar. Tenendo il telefono stretto in pugno, si guardò intorno alla ricerca di Henry.


«Henry, dove sei?»

18.

Jenssen amava le statistiche. Naturalmente, come la maggior parte dei suoi colleghi, conosceva la statistica criminale annuale. I numeri raccontano. Soprattutto quando si mettono a confronto: per esempio, nel 2009 in Germania esattamente 38.117 donne si sono sottoposte a trattamenti laser al viso mentre il totale degli uomini nello stesso periodo è stato di 42.623. «Che cosa ci dice questo?» si compiaceva di domandare Jenssen quando presentava questi dati alla mensa del commissariato.


Nella categoria omicidi colposi e volontari, i delitti capitali avevano subito una lieve flessione del 2,2 per cento rispetto all’anno precedente. La quota di successi nelle indagini era del 95,9 per cento, cosa che getta una luce favorevole sul lavoro degli inquirenti e sfavorevole sull’intelligenza del criminale medio. La probabilità quasi assoluta di essere accusati e condannati per omicidio è quindi considerata accettabile dalla maggior parte dei delinquenti. Forse proprio perché si tratta solo di quasi il cento per cento, e perché la statistica non riguarda loro personalmente, ma solo gli altri. Inoltre, la casistica criminale fornisce dati solo sugli omicidi accertati. Quelli non riconosciuti, per non dire riusciti, restano al contrario nel paradiso delle cifre imprecisate. Così c’è da aspettarsi che negli anni a venire saranno commessi e puniti in percentuale un numero analogo di omicidi. Una certezza che rimane un brutto presentimento.


La morte di Martha Hayden per annegamento era per Jenssen un classico incidente, data l’assenza di movente e di indizi di altro genere. Era stata la bicicletta ritrovata sulla spiaggia a convincerlo. Aveva convinto tutti. Tuttavia la “morte in acqua” era solo un’ipotesi, basata esclusivamente sul ritrovamento della bicicletta, tra l’altro proprio da parte del coniuge. Da un punto di vista puramente ipotetico, la bicicletta sulla spiaggia poteva indurre a concludere che la proprietaria fosse stata rapita dagli extraterrestri e in quel momento se la spassasse a bordo di una nave spaziale con xenomorfi minorenni. Perché no?


La scomparsa della trentaquattrenne editor Betty Hansen dalla casa editrice Moreany, invece, non era un incidente e di sicuro neppure un suicidio. Un elicottero della guardia costiera avvistò la carcassa dell’auto in fiamme verso le dieci di sera durante un volo notturno di routine. Dopo l’arrivo dei vigili del fuoco intorno alle 22.45, restavano da spegnere con la schiuma solo le parti sintetiche dell’auto che ancora ardevano. La schiuma distrusse preziose tracce nelle immediate vicinanze della carcassa. Gli investigatori non trovarono resti di corpi umani.


Un’ora dopo l’inizio del primo turno, Jenssen raggiunse l’area della fabbrica di pesce dismessa. Non era più utilizzata da un decennio e gli fece l’effetto di una località balneare apocalittica sulla Costa Brava. Gli dolevano tutti i muscoli del corpo, perché la sera prima in palestra aveva cercato di recuperare in una volta sola tre settimane di allenamento saltato. Nonostante i millecinquecento milligrammi di ibuprofene, non riusciva a camminare normalmente, ma poteva solo ciondolare di lato agitando le braccia come un orango.


La finissima polvere bianca della schiuma estinguente intorno alla macchina si era trasformata in una poltiglia grigiastra. I colleghi della scientifica erano accovacciati tutt’intorno alla ricerca di tracce di sangue, capelli, resti di grasso umano o cenere d’ossa. Jenssen ringraziò la propria lungimiranza che lo aveva indotto a non scegliere il servizio nella polizia scientifica all’inizio della carriera. Non perché il lavoro fosse privo di interesse o insensato, no, l’aspetto più faticoso era che nella maggior parte dei casi le tracce sono microscopiche, il ritrovamento di un capello assomiglia a quello di un tronco d’albero. Questo frugare nell’ambito delle nanoparticelle era sprovvisto di qualsiasi attrazione tattile per Jenssen.


Percorse la distanza fino al mare contando quarantadue passi. Vecchie rotaie entravano nell’acqua su una pista di cemento leggermente inclinata, dove era visibile la struttura arrugginita di vecchi vagoncini utilizzati per trainare a terra il carico dei pescherecci. Negli anni buoni, quando c’era ancora pesce.


I cani poliziotto erano stati caricati di nuovo sul furgone dopo infruttuose ricerche, un paio di agenti controllavano ancora nell’acqua davanti al complesso recintato, nel corso del pomeriggio sarebbero arrivati i sommozzatori richiesti. Non avrebbero trovato niente neppure loro, di questo Jenssen era convinto. Si sedette su uno pneumatico di autocarro che era già stato controllato dalla scientifica ed eseguì senza dare nell’occhio esercizi di stretching per riconquistare il controllo dei muscoli delle braccia. Era sicuro che non sarebbe stato trovato né un cadavere né alcuna traccia del colpevole e neppure qualcosa di utile a chiarire il caso. Tirò fuori un’altra volta il foglio spiegazzato del fax con la trascrizione della chiamata d’emergenza.


Alle 21.16 Henry Hayden aveva chiamato il numero d’emergenza della polizia dal cellulare. Per prima cosa si era informato se alla polizia era stato segnalato un incidente stradale. Poi Hayden aveva spiegato che Bettina Hansen, editor della sua casa editrice, non si era presentata al luogo dell’appuntamento con il manoscritto originale del suo nuovo romanzo. Lo aveva chiamato due volte lungo il tragitto. La prima per chiedergli la strada, la seconda per segnalargli di essere in ritardo. Da ore il suo telefono risultava staccato. L’agente in servizio aveva spiegato a Henry che non c’erano segnalazioni di incidenti e che era ancora troppo presto per presentare una denuncia di scomparsa. Formalmente niente da eccepire. Jenssen era sicuro che un controllo sulle telefonate riguardo alla durata e alla provenienza avrebbe confermato le dichiarazioni di Hayden.


Era l’accumulo di analogie a risultargli singolare. Due donne sparivano in meno di un mese, entrambe molto vicine a Hayden. Con la prima era sposato, con la seconda lavorava. Ma al suo posto non avrebbe fatto chiunque la stessa cosa? si domandava Jenssen. Una ulteriore coincidenza stava nel fatto che le due donne erano scomparse “del tutto”, senza tracce, senza capelli, senza lasciare la minima particella. Martha Hayden era una provetta nuotatrice. La sua morte era plausibile, nessuno riesce a superare una corrente troppo forte. Ma come si spiegava che una donna sana, dotata di intelligenza com’era questa editor, avesse potuto sbagliare strada in quel modo? Dalla litoranea a lì bisognava percorrere cinque chilometri di strada sterrata piena di buche. Nessun cartello, nessuna indicazione, nessuna segnalazione sul navigatore che indicasse un ristorante in quel deserto. E dove era finito il suo cadavere?


Jenssen si alzò e superò lentamente i colleghi diretto verso l’hangar. Fece cinque passi nel buio, si voltò e gridò a voce alta: «AIUTO!»


Tutti si fermarono all’unisono, guardandosi intorno senza tuttavia riuscire a vederlo. Cinque passi soltanto ed era diventato invisibile, constatò Jenssen. Molto probabilmente l’assassino era arrivato proprio da lì.


Dopo la quinta telefonata a vuoto, Honor Eisendraht chiamò un taxi e si fece portare dalla casa editrice direttamente alla villa di Moreany. Entrò nel parco secolare dal cancello e tenne premuto il campanello sulla porta tanto a lungo fino a farsi venire un crampo al dito indice. Poi fece il giro della casa ed entrò in biblioteca dalla porta della veranda aperta. Perlustrò la grande dimora in preda all’angoscia. Numerose stanze erano vuote o riempite di libri e scatoloni. Lo chiamò per nome, rimase in ascolto.


Alla fine lo trovò nella camera da letto al primo piano. Era sdraiato su un fianco nell’enorme letto americano, il viso bagnato di sudore, il respiro rallentato. Vide una scatola di compresse di morfina aperta tra le lenzuola, mancavano tre pillole da dieci milligrammi. Girò Moreany sulla schiena, lui aprì gli occhi ansimando, la riconobbe e sorrise. Lei prese dell’acqua, gliela fece inghiottire con cautela, lo aiutò a sollevarsi e lo sostenne mentre barcollava verso il bagno. Moreany era in preda ai dolori. Era talmente debole che lei dovette reggerlo sul gabinetto. Quattro tazze di caffè più tardi stava un po’ meglio. La guardò e le lesse la preoccupazione in viso.


«Lo so già. Henry mi ha chiamato questa notte. Anche il romanzo è perduto.»


«Perduto?» Honor si coprì il viso con le mani, sconvolta.


«Betty aveva il manoscritto con sé in macchina.»


«No! Non c’è una copia? Deve pur aver fatto una copia.»


Moreany scrollò il capo. «Lui scrive sempre a macchina. Ho visto il manoscritto. È la fine, Honor. Se vuoi piangere, fammi la cortesia di andarmi a prendere prima uno dei miei biscotti inglesi al burro.»


Honor trovò la scatola di latta corrispondente in una dispensa piena di prelibatezze andate a male. Tutto era ricoperto di sottili veli di finissime secrezioni di insetti. Prosciutto spagnolo con sopra un prato di muffa azzurra, salsicce mummificate, frutta essiccata, barattoli pericolosamente panciuti, i ripiani in legno collegati da numerose gallerie di tarli. Non c’era dubbio, mancava una mano femminile. Honor non osava aprire la scatola dei biscotti, ma con suo sollievo il contenuto era in perfetto stato.


«Hai visto gli avvoltoi sul tetto, Honor? Spero che siano vegetariani. Non so quanto resisterò ancora.»


Era la prima volta che Moreany le dava del tu. Honor gli prese la mano e la strinse. Lui masticò di gusto un biscotto. «Allora, mia piccola Eisendraht» disse lui, poi chiuse gli occhi, «passiamo alle buone notizie. Ce n’è qualcuna?»


Il piccolo bilocale era in ordine. In tutte le stanze aleggiava una traccia di profumo di mughetto e della biancheria stesa in salotto. Jenssen camminò lentamente per gli ambienti, osservò i mobili, la piccola collezione di vetri veneziani, vestiti e scarpe. Alla parete era appeso un ritratto in bianco e nero di Betty di grandi dimensioni, la mostrava di tre quarti con molta luce sui capelli biondi e ricordava la star hollywoodiana degli anni Quaranta Lana Turner. Jenssen ne fece una foto con il cellulare. Il tavolo in cucina era ancora apparecchiato per la colazione, con una mela mordicchiata accanto a un quotidiano letto a metà, e sullo sportello del frigorifero era appeso un calendario magnetico con un cerchio rosso su una data. “Ginecologa” c’era scritto a pennarello rosso. Jenssen controllò sul proprio orologio, la data era esattamente quel giorno.


Sul piccolo scrittoio in camera di Betty, Jenssen trovò foto private e di lavoro. In alcune immagini riconobbe Henry Hayden. Si capiva che dovevano essere state scattate in occasione di conferenze e fiere del libro. Jenssen non trovò alcun computer, solo un router WLAN che testimoniava una connessione a Internet. Sopra una pila di manoscritti era posato il modulo dell’assicurazione non ancora compilato. La X nella casella del furto e il modello dell’auto erano già stati inseriti dall’agente dell’assicurazione. Jenssen sapeva che Betty Hansen aveva denunciato il furto della propria auto, senza poter fornire le chiavi della vettura. Sapeva anche che usava una macchina a noleggio pagata con la carta di credito intestata a Henry Hayden. La domanda era, perché?


A Jenssen piaceva visitare gli appartamenti dei morti. C’era qualcosa di festosamente macabro nel camminare a passo lento e rispettoso per le stanze come un ateo in chiesa, che contempla l’assenza di Dio. Poteva esserci decisamente qualcosa di tragico in un paio di scarpe lasciate accanto a un divano, tolte con il proposito di metterle a posto alla prima occasione, un libro aperto sul letto era come un orologio fermo, ogni appunto sul calendario un messaggio dall’aldilà.


Sopraffatto dalla malinconia degli oggetti rimasti, Jenssen pensò alla sconosciuta che aveva vissuto lì. Ancor prima di scoprire il suo ritratto sulla parete, aveva intuito che lei fosse l’amante di Henry Hayden. Era perfetta per lui. Giovane e bella, chiaramente istruita e ambiziosa, lavorava a stretto contatto con lui: la maggior parte dei matrimoni e le relazioni più segrete si stringono in ambito professionale. Anche questa era una semplice ipotesi, un’intuizione, ma Jenssen era convinto che la morte delle due donne fosse misteriosamente collegata e riconducibile a un unico movente.


Henry Hayden non aveva ucciso Betty Hansen. Questo era già stato appurato. Aveva indubbiamente l’alibi migliore del mondo. La aspettava in un luogo pubblico sotto gli occhi di tutti, le aveva persino parlato al cellulare. Il telefono antiquato sullo scrittoio suonò. Jenssen trasalì. Dopo una breve esitazione rispose. Era la segretaria dello studio ginecologico Hallonquist, che le ricordava gentilmente l’appuntamento per il controllo.


«Quando?»


«Oggi, alle quindici.»


Henry vide la macchina della polizia ferma nel parcheggio. L’antenna era discretamente fissata al tettuccio, ma non abbastanza invisibile. Salutò il vecchio portinaio e si informò sulle condizioni della moglie afflitta da reumatismi. Come al solito soffriva molto. Poi salì a piedi fino al terzo piano per rendere plausibile l’accelerazione del proprio battito cardiaco.


Honor Eisendraht gli andò incontro in corridoio, come se lo stesse aspettando. Aveva gli occhi arrossati, la pettinatura leggermente scomposta. Indossava un tailleur grigio antracite, adeguato alla situazione. «C’è la polizia» sussurrò a Henry, «sono in tre e stanno interrogando tutti. Hanno sigillato l’ufficio di Betty. Moreany sta molto male. Come è potuto accadere tutto questo?»


«Lei è già stata sentita, Honor?»


«Sono la prossima. Quando avranno finito con Moreany. Henry, il romanzo è davvero perduto?»


Lui annuì serio. «Posso ricostruirlo dagli appunti, ma ci vorrà del tempo. Se Betty è morta, allora è perduto.»


«Lei crede forse che sia ancora viva?»


Henry vide che le tremavano le labbra. Commosso, l’abbracciò e le accarezzò dolcemente la schiena. «Finché non troveranno il suo cadavere, non posso credere che sia morta.» Si staccarono dall’abbraccio. Honor si asciugò le lacrime.


«Henry, non crederà forse che sia stata io?»


«Che sia stata lei a fare che cosa?»


«Non l’ho spedito io il referto dell’ecografia.»


«Lei? Santo cielo, no, non ci penso neppure! Sa che cosa credo? Credo che sia stato il vero padre del bambino.»


Quando Henry entrò nella stanza, l’interrogatorio di Moreany si era appena concluso. I tre agenti della polizia criminale sembravano gli ultimi pezzi rimasti su una scacchiera. Con il viso cereo e la barba non fatta, Moreany era seduto sulla poltrona Eames. Era troppo debole per alzarsi e si limitò a salutarlo con un cenno.


«Henry, questi signori sono della polizia criminale. Vi prego di scusarmi, ho dimenticato i vostri nomi.»


Henry riconobbe l’opossum, in piedi accanto a Jenssen. Nel frattempo si era depilata le sopracciglia, la trave continua sopra l’attaccatura del naso era scomparsa. Il tizio moro e slanciato dai lineamenti delicati non lo conosceva. Si presentò. «Awner Blum» disse asciutto. «Dirigo le indagini.» Henry non sapeva giudicare se fosse una notizia buona o cattiva. Strinse la mano di tutti e avvertì di nuovo la stretta energica di Jenssen.


«Sono già state raccolte – come potrei dire – informazioni significative?» chiese Henry guardando i presenti.


«Siamo ancora in fase di valutazione» rispose Jenssen in tono professionale. «Il o la colpevole hanno incendiato l’auto per eliminare tutte le tracce. Quello che ci preme capire è se si sia trattato di un gesto impulsivo o premeditato.»


«Chi potrebbe averlo premeditato?» Henry guardò con aria interrogativa le facce degli investigatori. «Betty ha sbagliato strada. Non sapeva neppure lei dov’era finita, non lo sapeva nessuno.»


«È proprio questa la domanda, signor Hayden» si intromise Blum. Jenssen rimase in silenzio.


«Intende che poteva esserci qualcun altro con lei in macchina?»


«Per esempio. Sarebbe plausibile, no?»


«E chi poteva essere?»


La porta si aprì lentamente, alle spalle di Henry comparve Honor Eisendraht. Henry si accorse che l’opossum stava già fiutando una nuova traccia.


«Se non ha niente in contrario, signor Hayden, proseguiremmo con lei.» Jenssen si rivolse a Moreany. «C’è una stanza libera per noi?»


Prima che Moreany potesse rispondere, Henry alzò la mano. «Vorrei dire qualcosa che riguarda tutti i presenti. Ho perso mia moglie di recente.» Henry fece una pausa per darsi un contegno. «Come forse già sapete, insieme a Betty è scomparso anche il manoscritto del mio romanzo, al quale ho lavorato a lungo.»


Henry guardò Moreany che annuì. «L’ho appena detto alla polizia.»


«Qualche giorno fa» proseguì Henry, «ho incontrato Betty all’hotel Four Seasons. Era... nervosa e terrorizzata, era fuori di sé. Aveva paura.»


L’opossum sguainò un registratore. «Ha qualcosa in contrario se registro le sue dichiarazioni?»


«Niente affatto. Stavo dicendo, ci siamo seduti all’Oyster Bar e abbiamo parlato del romanzo. Io le ho spiegato le mie difficoltà a scrivere dopo la morte di Martha. Lei non mi ascoltava, le ho chiesto che cosa avesse e allora si è sfogata. Mi ha raccontato di essere incinta.»


Honor si appoggiò al muro dell’ufficio. Si sentiva mancare.


«Le ha fatto un nome?» chiese Jenssen, che era visibilmente imbarazzato a condurre quella conversazione di fronte ad altri testimoni.


«No. Ha parlato di un errore madornale che aveva fatto, e che era troppo tardi per abortire.»


«Ritiene che fosse stata violentata?» domandò l’opossum.


«Non vorrei escluderlo. In ogni caso ha parlato di un uomo che la terrorizzava. Era pericoloso e imprevedibile, lei aveva interrotto la relazione, temeva la sua vendetta. Lui continuava a chiamarla e a minacciarla di spedire il referto dell’ecografia del bambino alla casa editrice, lei diceva che era stato lui a rubarle la macchina.»


«Comprese le chiavi?» domandò Jenssen incredulo.


«Di questo non so niente.»


Jenssen cominciò a prendere appunti scuotendo la testa.


«Ho consigliato a Betty di andare alla polizia e l’ho pregata di trasferirsi per qualche giorno a casa mia, lei ha rifiutato. Poi si è sentita male, è dovuta andare alla toilette, non è più tornata indietro e io sono tornato a casa per lavorare al romanzo. È stata l’ultima volta che l’ho vista. Oggi mi rimprovero di non essermi rivolto subito alla polizia. Lei era in pericolo, in difficoltà, non avrei dovuto lasciarla sola.»


«Posso confermare tutto» disse Honor sottovoce. Era appoggiata al muro, curva su se stessa. «Quel giorno, era martedì di due settimane fa, anch’io mi trovavo per caso nella lobby dell’hotel. Ho visto Betty andare alla toilette. Deve aver vomitato e ha pianto. Ha pianto molto. Il signor Hayden è uscito dall’Oyster Bar e ha lasciato l’hotel. Non mi ha vista.»


Moreany si alzò faticosamente dalla poltrona e lasciò posto a Honor. Si mise seduto dietro la scrivania con una smorfia di dolore.


«Ti abbiamo interrotto, Henry.»


«Voglio aggiungere una cosa soltanto» concluse Henry. «Se Betty è morta e, come ha detto il signor Jenssen, non si è trattato di un gesto impulsivo, bensì di omicidio volontario, allora dovete cercare il padre del bambino.»


Nell’ufficio di Moreany calò un silenzio assoluto, interrotto solo da un colpo di tosse.

19.

L’investigatore capo Awner Blum guidava la sezione 9 per gli omicidi premeditati, composta da tre squadre. Era preceduto dalla fama di genio nell’analisi dei reati, ovvero in ciò che cinema e televisione definiscono abitualmente profiling. A volte in effetti le sue squadre producevano profili criminali così esatti che gli assassini arrestati si congratulavano con lui dalla prigione. Blum non possedeva neppure un briciolo di sensibilità psicologica, ma disponeva di un istinto sovrannaturale per la gestione del personale. Sembrava fatto apposta per guidare una squadra omicidi. Reclutava i migliori esperti seguendo metodi da head hunter e ciò gli permetteva di raggiungere una quota di successi pari al cento per cento. Aveva ottenuto questo risultato per tre anni consecutivi. Blum era un donnaiolo e amava monologare, le sue conferenze sui profili criminali infarcite di citazioni inglesi erano interminabili, Jenssen era del parere che l’atto di ascoltarle dovesse già essere conteggiato come straordinario. I successi maggiori erano raggiunti mettendo a confronto i profili dei movimenti di vittima e assassino. Era un metodo molto valido. Si realizzava una biografia il più possibile esauriente della vittima e quindi si cercavano “punti di intersezione” con i profili dei potenziali indiziati.


Gli esperti dell’unità di analisi avevano constatato che negli ultimi sei mesi Betty Hansen aveva effettivamente avuto contatti telefonici regolari con uno sconosciuto. L’identità del soggetto era ancora ignota. La scheda sim prepagata da cui chiamava era stata registrata con un nome di fantasia a un indirizzo falso. Erano scomparsi altresì il cellulare di Betty come pure il portatile con le e-mail salvate. Dall’agenda rilegata in pelle e dalla corrispondenza privata e professionale non era stato possibile individuare alcun nome.


Nello studio medico Jenssen interrogò la ginecologa che aveva eseguito l’ecografia. Betty Hansen non aveva rivelato il nome del padre neppure a lei. Senza una amniocentesi alla madre non era possibile ottenere il dna del padre. Furono interpellati parenti, amici, i colleghi alla casa editrice e tutti i vicini di casa, nessuno fu in grado di rilasciare dichiarazioni rilevanti. La ricerca di impronte digitali nell’appartamento evidenziò, oltre a quelle di Betty, solo le impronte di Jenssen e di una vicina di casa. L’unica traccia utilizzabile era il ricco profilo di movimenti del chiamante. Di conseguenza questa pista fu seguita con la massima attenzione.


Com’è noto, le compagnie telefoniche tengono in archivio i dati sul chi, dove, con chi, per quanto tempo delle chiamate solo per sei mesi. Un periodo troppo breve per un’indagine approfondita, secondo Awner Blum. Ai fini delle indagini criminali sarebbe molto più efficace una conservazione indiscriminata di tutti i dati, in quanto ogni proprietario di telefono è un potenziale criminale e dovrebbe subire un adeguato trattamento preventivo. Soltanto la National Security Agency ha in mano tutto e per sempre, ma si sa che gli americani sono piuttosto avari nel concedere informazioni preziose.


Jenssen non trovò particolarmente utile il risultato dell’analisi del traffico telefonico. Attaccò il foglio trasparente con il profilo dei movimenti del chiamante misterioso sulla grande carta geografica a parete nel suo ufficio e ordinò una maxi pizza al tonno con capperi extra. Luogo, ora e durata delle chiamate erano indicati in forma di punti. Questi punti si estendevano come una nuvola. Collegati da linee creavano un disegno astratto, esteticamente ambizioso, ma disastroso per l’acquisizione di informazioni. Ogni telefonata aveva un’origine diversa. Alcune erano fatte in città, tra l’altro a poca distanza dall’appartamento di Betty Hansen. La maggior parte però proveniva da zone scarsamente abitate, come boschi isolati e riserve naturali in un raggio di trecento chilometri. La posizione esatta del telefono era pertanto difficile da determinare. Inoltre il chiamante accendeva l’apparecchio subito prima della telefonata e lo spegneva subito dopo. Non c’erano dunque movimenti su strade, non c’erano linee, bensì solamente punti.


Una unità speciale stava cercando assiduamente un naturalista, un guardiacaccia o un cacciatore. Le zone in cui il soggetto aveva acceso l’apparecchio erano setacciate con centinaia di agenti. Furono utilizzate anche termocamere e riprese satellitari per scovare un nascondiglio segreto, mentre i cani addestrati cercavano cavità sotterranee. Gli investigatori si imbatterono solo in tane di animali selvatici e in un campo scout abbandonato. Molti ignari escursionisti furono fermati dalla polizia, che ne controllò i cellulari, ma per il resto le ricerche rimasero infruttuose.


Siccome la caccia allo sconosciuto restava senza esito, si affrontarono i cold cases, i casi di omicidio irrisolti con uno schema analogo. Si aggiunsero nuove ipotesi e altri esperti, la squadra omicidi diventò sempre più numerosa, le ricerche sempre più ampie. Jenssen, che intanto usava la carta geografica nel suo ufficio come bersaglio per le freccette, non credeva alla teoria dell’uomo dei boschi. Per lui la comparsa e la sparizione quasi da guerrigliero dello sconosciuto rappresentavano una strategia molto più disinvolta. Jenssen aveva la certezza che l’uomo misterioso altri non fosse che Henry Hayden.


In occasione della quotidiana riunione della squadra, Awner Blum distribuì la fotocopia di un nuovo profilo criminale. «Cerchiamo un uomo che da molto tempo conduce una doppia vita» esordì. «È sportivo, tra i trenta e i quarantacinque anni, potrebbe essere sposato, avere dei figli, condurre un’esistenza agiata e anonima. Vive in un raggio di trecento chilometri da qui. Forse è un cacciatore, una guardia forestale, addirittura un poliziotto o un soldato di carriera, perché sa camuffarsi alla perfezione e conosce le tecniche di localizzazione. Cerca il brivido che gli è sempre mancato nella sua normale vita privata. Forse nel tempo libero rapina banche o uccide la gente, forse è addirittura in fuga da qualcosa.»


«Da che cosa?» domandò Jenssen da uno degli ultimi posti.


«Qualcosa nel suo passato» rispose Blum. «Un evento traumatico che lo perseguita, oppure un reato. Non lascia niente al caso. A un certo punto conosce la sua vittima. Probabilmente le racconta una storia fantastica su di sé, così credibile che la donna non parla di lui con nessuno, neppure con gli amici e i parenti più stretti. Dobbiamo supporre che lei non conoscesse la sua vera identità. Poi, un giorno, o una notte, lei rimane incinta. Lui non lo voleva, le cose diventano troppo pericolose. Era in macchina con lei durante il tragitto verso l’appuntamento con il testimone Hayden. L’ha uccisa e l’ha fatta sparire.»


«Come?» chiese Jenssen dal fondo.


«Con una barca o una nave. L’omicidio si è consumato in riva al mare.»


Jenssen si alzò dal suo posto.


«Mi perdoni, nessuna donna è così stupida. La vittima era un editor. Gli editor leggono libri per professione, li analizzano e cercano errori logici o falsi collegamenti. Sono esperti di storie fantastiche. A loro non sfugge niente. Secondo me è possibile illudere chiunque, ma non per un tempo illimitato. Se il nostro uomo voleva mimetizzarsi, come ha senza dubbio fatto, perché le avrebbe telefonato?»


Le riflessioni di Jenssen provocarono un certo disagio nella stanza, ma lui proseguì imperterrito. «Credo semplicemente che al nostro uomo piaccia passeggiare. Perché avrebbe dovuto spedire il referto dell’ecografia del bambino all’editore, se nessuno doveva venirlo a sapere?»


Awner Blum si guardò intorno. «Sarebbe plausibile pensare che sia stata la vittima stessa a spedire le immagini per sbarazzarsi di lui?»


«Certamente no, se aveva paura di lui.»


«Okay, Jenssen.» Blum era visibilmente indispettito, perché come genio certificato dell’analisi criminale detestava avere uno scettico improduttivo nella squadra. «Allora potrebbe rivelarci chi è, secondo la sua opinione, lo sconosciuto?»


Jenssen borbottò qualcosa.


«Come dice? Parli un po’ più forte, per favore, non riusciamo a sentirla.»


«Ho detto che forse lo conosciamo già.»


«Forse?» Awner Blum guardò l’orologio a muro. Questo Jenssen gli dava proprio sui nervi con il suo “forse”. Era ancora giovane e relativamente inesperto per una squadra omicidi, inoltre era lento e non era un buon giocatore di squadra. Da diverso tempo Blum stava valutando l’ipotesi di trasferire Jenssen a un altro incarico. Un’amichevole “candidatura” a un’altra sezione sarebbe stato un metodo eccellente.


«Tutti qui conosciamo la sua teoria, Jenssen, e ci chiediamo perché continui a sostenerla con tanta tenacia. All’ora del delitto il testimone Hayden era seduto sulla terrazza di un ristorante pieno di gente. Non ha alcun movente, a parte essere celebre, si è adoperato, nei limiti del possibile, per collaborare alle indagini... non dimentichi che ha telefonato alla vittima con il suo cellulare. Secondo lei quale avrebbe potuto essere il suo possibile movente?»


«Il sesso» rispose Jenssen dopo essersi schiarito rumorosamente la gola, «la vittima Betty Hansen era la sua amante. Lui è il padre del bambino. Lui oppure entrambi hanno ucciso la moglie Martha. Ma qualcosa è andato storto.»


Nella quiete climatizzata della sua camera privata, Gisbert Fasch si rese conto di essere un uomo con dei problemi. Non solo dopo l’incidente, bensì da molto prima. Sua madre Amalie, che andava a trovarlo sporadicamente, glielo confermò. Era sempre stato un bambino solitario, spiegò al figlio, nonostante avesse due sorelle maggiori. Per questo aveva trascorso metà dell’infanzia negli istituti correttivi. Dopo questo dialogo chiarificatore, Fasch ruppe ogni contatto con sua madre.


Il fastidioso fischio, così fu spiegato a Fasch da un neurologo di nome Rosenheimer, non proveniva dall’esterno attraverso il muro, bensì era un acufene, ovvero un disturbo della percezione uditiva, causato dalla compressione cerebrale. Questa compressione danneggiava tra l’altro anche la corteccia visiva che si trova inspiegabilmente in un’area posteriore del cervello, per questo ci vedeva doppio. Entrambi i disturbi erano permanenti, come pure una certa rigidità delle gambe, un volume polmonare ridotto della metà e una probabilità dell’ottanta per cento di sviluppare crisi epilettiche nei successivi sedici mesi. Questo Rosenheimer non era una persona compassionevole. Fasch avrebbe parlato volentieri con uno psichiatra, ma quelli notoriamente non facevano visite ospedaliere. A tre settimane di distanza dall’incidente, non era ancora in grado di alzarsi dal letto autonomamente. Le gambe non erano più appese a un’asta, ma avvolte in bende elastiche, dal drenaggio sul petto fuoriusciva solo una minima quantità di liquido limpido.


Gisbert Fasch non era mai stato più felice. La consapevolezza di godere di una nuova vita con tutte le occasioni di un nuovo inizio lo riempiva di gioia e gratitudine, gli faceva sopportare meglio i dolori e i rumori nelle orecchie. Spesso pensava all’uomo al quale era debitore. Sul comodino accanto al suo letto c’erano tre raccolte dei Sopranos, che gli aveva portato Henry, e un documento della procura, dal quale si evinceva che era stata intentata contro di lui una causa per incendio colposo. Il suo appartamento era andato completamente distrutto. La causa dell’incendio era stata individuata in un arricciacapelli elettrico che si era acceso all’interno di una bambola di silicone marca “Miss Wong”. A quanto sembrava, una volta dimesso dall’ospedale, Fasch si sarebbe ritrovato senza un tetto e forse sarebbe pure finito in prigione. Fasch aveva letto e riletto almeno un centinaio di volte il paragrafo sottolineato CAUSA DELL’INCENDIO ed era pronto a giurare di aver spento la pinza per capelli dentro di lei prima di uscire di casa.


Bussarono alla porta, l’infermiera di turno infilò dentro la testa. Il viso affilato con il caschetto nero e la spessa riga di eye-liner sopra gli occhi espressivi ricordavano a Fasch la compianta Miss Wong e accendevano notte dopo notte le sue fantasie erotiche.


«C’è una visita per lei.»


Jenssen arrivò con una borsa insolitamente voluminosa. Gisbert provò un tuffo al cuore, ma poi si accorse che era nera e non marrone come la sua. Il poliziotto con la giacca di velluto si presentò in maniera amichevole, mostrò a Fasch il proprio distintivo, posò la borsa dietro di sé sul tavolo accanto al muro. Questo poveraccio non ha l’assicurazione e può permettersi una camera privata, pensò Jenssen scostando con la mano massiccia la tenda bianca per dare un’occhiata al sontuoso parco. Poi si girò a guardare ammirato l’interno della grande camera.


«Si è sistemato proprio bene qui.»


Questa cortese frase di circostanza poteva essere il preludio a una notizia particolarmente cattiva oppure a un argomento del tutto nuovo. In ogni caso era insolitamente intima per un poliziotto del tutto sconosciuto.


«Potrei vedere un’altra volta il suo distintivo, per favore?» chiese Fasch. Jenssen glielo mostrò di nuovo.


«Signor Fasch, non è tenuto a parlare, se non vuole. Questo non è un interrogatorio, né una deposizione, non mi trovo qui neppure a causa dell’incendio al suo appartamento, bensì vorrei farle alcune domande sul suo incidente.»


Fasch gettò lo sguardo oltre le ampie spalle dell’uomo e lo posò sulla borsa nera sul tavolo. «Per caso lì dentro non ci sono i miei appunti?»


Jenssen sorrise astuto. «I colleghi della stradale hanno trovato questi documenti nella carcassa della sua auto.» Jenssen aprì la borsa e porse a Fasch una busta spessa mezzo centimetro. Fasch la aprì. Con notevole delusione vi trovò solo un catalogo dell’editore Moreany, la copia di un registro dei nomi dell’istituto Santa Renata del 1979 e qualche foto ritagliata di Henry. Una di queste era quella di Country Living, con Henry e sua moglie seduti sul divano. Fasch aveva cerchiato con il pennarello il viso di Henry, cosa che a posteriori risultava ridicola.


«Come mai conosce il signor Hayden?»


Non aveva senso negare. «Mi ha tirato fuori dalla macchina e mi ha portato all’ospedale. Ma probabilmente questo lo sa già.»


Jenssen annuì. «Come fa a ricordarlo? Era privo di sensi.»


«È una semplice deduzione logica. L’uomo che mi ha portato in ospedale è anche quello che mi ha tirato fuori dalla macchina.»


«Ineccepibile. Come mai era presente all’incidente?»


«Posso garantirle» rispose Fasch, che si aspettava questa domanda, «che il signor Hayden è estraneo all’incidente.»


«Le credo. Dunque si trovava sul luogo per puro caso?»


«Sì. Mi ha detto che non è un interrogatorio.»


Il poliziotto dal fisico atletico gettò un’occhiata malinconica fuori dalla finestra. Lui non avrebbe mai avuto una camera privata così bella se si fosse ammalato. «Sarò sincero con lei. Solo un’ora dopo che lui l’aveva portata al pronto soccorso, ci siamo incontrati all’istituto di medicina legale, dove il signor Hayden doveva riconoscere il cadavere della moglie.»


«Ho letto che è annegata.»


«La donna all’obitorio non era sua moglie.»


«Perché mi racconta queste cose?»


«Un paio di giorni fa, un’altra donna è rimasta vittima di un omicidio. Una giovane, che tra l’altro si occupava della revisione dei romanzi del signor Hayden presso la casa editrice Moreany. Questo Hayden sa scrivere, mi piace il suo stile. Lei lo conosce bene?»


Fasch decise di rimanere sul vago. «Chi può dire di conoscere bene una persona?»


«Però raccoglie materiale su di lui?»


«Non solo, cioè: non più. Tutto è andato distrutto, ma lo sa anche lei.»


«Mi chiedevo» Jenssen prese una sedia e l’avvicinò al letto, «che cosa la interessa del passato del signor Hayden.»


«Siamo stati insieme all’istituto Santa Renata.»


«Era un orfanotrofio.»


«Sì. È passato molto tempo.»


«Lei non sta scrivendo una biografia o qualcosa di simile su di lui, vero?»


Gisbert Fasch era solo a una risposta di distanza. Poi sarebbero diventati amici, lui e il poliziotto. Dopodiché forse avrebbe evitato l’increscioso processo per l’incendio, e insieme alla polizia avrebbe inchiodato Henry.


«Attualmente lavoro alla mia autobiografia, cercando di guarire.»


Ci fu un breve momento di silenzio. Jenssen non credette neppure per un istante a un incontro casuale tra i due. Ma comprese che così non sarebbe andato lontano. Quel poveraccio non avrebbe detto niente, dopotutto doveva a Henry la propria vita. Sicuramente risultava dal verbale di ricovero al pronto soccorso. L’aspetto singolare era che Hayden non aveva fatto parola del proprio gesto eroico più tardi all’istituto di medicina legale.


«Allora non posso fare altro che augurarle di cuore una pronta guarigione.»


«Grazie.»


Jenssen raccolse la borsa dal tavolo. Era ancora pesante. Porse a Fasch la mano in segno di saluto.


«È tutto?»


«Sì.»


«Per caso è stata ritrovata la mia borsa marrone?» chiese Fasch mentre stringeva la mano di Jenssen.


«Purtroppo no. Ha detto... marrone?»


«Sì, marrone con una cinghia intorno. Grande più o meno come la sua.»


«Sarà finita in mare a causa dell’impatto.»


«È probabile» ribatté Fasch, «non era legata.»

20.

Henry scorse la figura dalla finestra della cucina, mentre tagliava a pezzi il fagiano. Era appostata nella penombra tra i rovi accanto alla rimessa. Un battente del portone era accostato, l’altro spalancato. Poncho era sdraiato accanto a lui sul pavimento fresco della cucina. Era tranquillo, non doveva essersi accorto di niente. Henry posò il coltello e scavalcò all’indietro il cane. Era la terza volta in una settimana che vedeva l’intruso. Qualche giorno prima lo aveva visto passeggiare in lontananza, tra i campi della sua proprietà. Henry lo aveva preso per un escursionista, che non si era accorto di essere entrato in una proprietà privata, dato che non c’erano recinzioni o cartelli a delimitare i trenta ettari della tenuta. Quando si era accorto che lo sconosciuto camminava avanti e indietro parallelo alla casa, era andato a prendere il binocolo nel suo studio. Ma a quel punto l’escursionista era sparito. Due giorni dopo, si era ripresentato tra i pioppi del viale d’accesso, a un centinaio di metri dalla casa. Appoggiato a un albero, guardava verso Henry, come se volesse stabilire un contatto. Non era Obradin e dall’aspetto non somigliava neppure al poliziotto Jenssen, che aveva le spalle larghe ed era biondo. Non poteva trattarsi nemmeno di quel poveraccio di Fasch, ancora ricoverato in ospedale. Henry rivolse un cenno alla figura, ma questa rimase immobile contro il pioppo, senza ricambiare. Henry andò a prendere di nuovo il binocolo, la figura sparì un’altra volta.


Adesso era in giardino.


Henry aprì la porta dello sgabuzzino, prese la scure e uscì in terrazza sul lato occidentale della casa, a quell’ora ancora in ombra, per avvicinarsi di soppiatto alla rimessa passando da dietro. Poncho lo seguì con la lingua penzoloni. Henry strisciò curvo lungo il muro della casa, cercando riparo dietro i ciocchi di quercia accatastati.


Nugoli di zanzare volavano sospese su botti d’acqua mezze vuote lasciate a marcire contro la parete posteriore della rimessa. Henry si arrampicò su una trebbiatrice arrugginita ricoperta di escrementi di uccello e da quella che sembrava una bizzarra parrucca di steli putrefatti. Da un’apertura si infilò di slancio nella rimessa. Poncho rimase fuori scodinzolando, poi, assalito dalla febbre della caccia, cominciò a correre intorno all’edificio.


Una vecchia lampadina era appesa al soffitto, le rondini avevano lasciato i nidi e volavano in cerchio agitate sotto le travi di legno. Poncho entrò di corsa dal portone aperto, si fermò ansimando e alzò il muso annusando l’aria. Henry aspettò immobile con la scure stretta in pugno. Poncho si mise a trotterellare su e giù senza troppo interesse, alla fine alzò una zampa e marcò un palo. Henry lasciò cadere la scure.


«Ehi?»


Nessuna risposta, solo lo sbattere d’ali irrequieto delle rondini. Henry allungò il braccio e bloccò la lampadina che oscillava. Doveva essere stato il volo degli uccelli a farla muovere. A destra di Henry c’era la Saab bianca di Martha. Sul cofano si delineavano le impronte delle zampe di un gatto sul sottile strato di polvere. Henry si accorse che la portiera del guidatore non era perfettamente chiusa. Dal finestrino laterale si riconosceva chiaramente mezzo viso di Martha e le dita della mano destra. Le dita diafane si muovevano. Henry lasciò cadere la scure e indietreggiò. Il mezzo viso aprì la bocca e la richiuse, senza emettere suono. Henry si sentì letteralmente accapponare la pelle.


Rimase così per un tempo indefinito. In queste situazioni è risaputo che il tempo si accorcia e si dilata contemporaneamente, Henry alzò timido una mano in un gesto di saluto. Il volto dietro il finestrino rimase inespressivo, le dita a tastare il vetro su e giù. Henry aveva l’impressione che un velo immateriale, nerissimo, coprisse la metà mancante del viso. Superato lo shock iniziale, chiuse gli occhi e li riaprì. Il volto scomparve brevemente per poi materializzarsi di nuovo insieme alle dita senza mano.


Non era Martha. L’apparizione non era completa, non le somigliava neppure, era un’illusione, eppure sembrava reale come la macchina dove sedeva. Henry si fece forza e si avvicinò lentamente al viso dentro la Saab che non si dissolse. Aprì di scatto la portiera. Un odore stantio di umidità uscì dall’abitacolo. Dentro non c’era nessuno. Poncho infilò il muso oltre la gamba di Henry e annusò. «Non c’è niente» mormorò Henry richiudendo la portiera. Guardò di nuovo attraverso il vetro, il volto non si ripresentò. Raccolse la scure dal pavimento coperto di paglia e si chiuse alle spalle la porta della rimessa. Per sicurezza esaminò il terreno morbido accanto ai rovi in cerca di impronte, ma trovò solo quelle delle grosse zampe di Poncho.


Sonja uscì dal bagno degli ospiti nuda, con un asciugamano avvolto come un turbante intorno alla testa. Si avvicinò da dietro a Henry che era tornato in cucina a spolpare il fagiano. Il raffinato Patek Philippe le luccicava al polso; era quello che Henry aveva comperato come regalo d’addio per Betty, prima di assassinare sua moglie. «Non ti spaventare» gli bisbigliò, cingendolo in vita con le braccia, e premendogli i seni contro la schiena. Avevano trascorso una meravigliosa mattinata. Insieme a Obradin avevano fatto una breve crociera lungo la costa con la Drina. Obradin non aveva aperto bocca.


«Si sa già che cos’è l’amore» domandò Sonja facendo le fusa, «la materia è già stata studiata?»


Lui non rispose, ma continuò ad affettare con il coltello.


«Mi chiedo se sia possibile misurarne l’intensità, la durata e sapere che cosa viene dopo.» Si staccò da lui quando avvertì il calore umido della sua pelle. Aveva la camicia bagnata sulla schiena. «Mio Dio, sei tutto sudato.» Il suo viso era bagnato di sudore e mostrava un pallore grigiastro. «Che cosa è successo?» Lo accarezzò sulla fronte, la sua mano profumava di olio di rosa. Lui posò il coltello e si voltò verso di lei.


«C’è mia moglie seduta in macchina.»


Involontariamente Sonja afferrò il pareo di seta giallo zafferano gettato sulla spalliera di una sedia, si alzò in punta di piedi e sbirciò impaurita sopra la spalla di lui fuori dalla finestra della cucina.


«Dove?»


«Nella rimessa. Sta seduta in macchina nella rimessa.» Henry la bloccò tenendola per l’avambraccio. «Tu non puoi vederla.» Avvertì la consistenza del tricipite ben sviluppato sotto la pelle del braccio di lei. È troppo giovane per tutto questo, pensò. «C’è solo mezza faccia e delle dita senza mano. Non somiglia a Martha, ma so che è lei. Vuole mettersi in contatto con me.»


«È un’allucinazione, Henry.»


«Chiamala come vuoi. Io la vedo e lei mi vede.»


Sonja era più bassa di Henry, non gli arrivava neppure al mento. Alzò la testa preoccupata per guardarlo, una goccia d’acqua si staccò da una ciocca di capelli sotto il turbante e le scivolò lungo la guancia come una lacrima.


«Tu soffri per il lutto» disse lei piano.


Come poteva essere altrimenti? Forse la parola lutto non era esatta, però Martha gli mancava. Gli mancava il suo amore, gli mancava la sua presenza che non poteva essere sostituita da niente. Ma sinceramente, si può parlare di lutto quando una persona avverte il desiderio di perdono e anela solamente alla quiete e alla liberazione dai sensi di colpa? Un assassino può avere il diritto di essere in lutto per la vittima del suo gesto? Anche Betty e il bambino erano in un luogo dal quale nessuno ritorna, e Henry non provava alcuna tristezza. Se fosse stato in grado di sentire autentico cordoglio, non avrebbe dovuto soffrire anche per loro?


«Vieni con me», Henry prese per mano Sonja, «ti mostro una cosa.»


Spinse di lato il pesante comò che ostruiva la scala verso la mansarda. Non si preoccupò delle profonde scanalature che lasciò sul parquet. Sonja non era mai salita al piano di sopra. Sapeva che ci aveva abitato Martha, e non provava il minimo desiderio di vedere la sua camera, soprattutto considerato che al pianterreno c’erano due bagni con sauna e diverse camere degli ospiti, il salotto perlinato con il camino e lo studio con la finestra panoramica.


«È proprio necessario, Henry?»


Lui non rispose.


«Aspetta, mi metto addosso qualcosa.»


Henry aspettò sulla scala che lei tornasse avvolta in un accappatoio. Le porse la mano, lei la prese e lo seguì su per i gradini nel buio del primo piano.


Sonja si portò le mani alla bocca sgomenta alla vista del sottotetto distrutto. Il controsoffitto era stato sfondato completamente, strisce di plastica azzurra ondeggiavano come alghe. Intere pareti divisorie erano state abbattute, cavi della corrente e tubi dell’acqua strappati via, dappertutto spuntavano ciuffi di lana di vetro. La pioggia era entrata dalle tegole rotte e dalle fessure nel tetto e aveva lasciato orribili macchie bianche sulle pareti e sui pavimenti. Tutt’in giro erano sparsi grossi pezzi di travi.


«La stabilità dell’edificio ne ha un po’ sofferto. Senti?» Henry si dondolò avanti e indietro, le assi del pavimento scricchiolarono. «Prima non lo facevano.»


«Sei stato tu? A fare tutto questo...»


Henry indicò i resti di una parete di legno. «Questa era la camera di Martha. Prima è stata qui. Poi si è spostata per tutta la lunghezza del tetto all’indietro fino... Vieni, ti faccio vedere dove si nasconde adesso.»


Sonja ritrasse la mano. «Chi, si nasconde?»


«La martora. È ancora lì, ma la prenderò. La scuoierò e la farò arrostita e la mangerò e poi la cagherò in una buca.»


Sonja fece due passi indietro verso le scale. «Una martora? Stai demolendo tutta la casa per colpa di una martora?»


«Shhh!» Henry alzò la mano e rimase in ascolto.


«Non sento niente» bisbigliò lei. Vide il suo sguardo stranamente allucinato, la mano protesa. Il vento agitava un foglio di plastica che frusciava.


«È solo il vento, Henry.»


Lui annuì. «Ora ha smesso. Sa che siamo qui.»


«Torniamo di sotto, okay?» Henry la guardò per un po’ in silenzio. «So che cosa pensi. A volte lo penso anch’io, che non esista, altrimenti l’avrei catturata da tempo.» Si arrotolò la manica della camicia e le mostrò i segni del morso sul polso. «L’avevo quasi presa. Mi ha morso.»


Henry scostò con la punta della scarpa un’asta segata. Sotto c’era un mucchietto di escrementi rossicci con piccoli ciuffi di pelo. Henry si accovacciò. «Questa è merda di martora. Senti l’odore, Sonja? Dimmi che non è un’invenzione.»


Sonja vide che gli tremava il mento. «Hai bisogno d’aiuto» bisbigliò, «da solo non puoi affrontare tutto questo. Nessuno potrebbe. Vieni, torniamo di sotto.»


«Hai paura di me?»


Lei si voltò e scese i gradini. Lui rimase di sopra a guardarla. Sonja si tolse l’accappatoio e cominciò a rivestirsi in fretta. Quando uscì dal bagno, Henry stava risistemando il comò davanti alle scale. Lei voleva aiutarlo, voleva salvarlo, ma lui entrò in cucina senza parlare, per disossare il resto del fagiano.


Il telefono svegliò Henry dal sonnellino pomeridiano. Era Fasch, che lo chiamava dall’ospedale. «Un certo Jenssen della polizia criminale è stato qui. Mi ha fatto domande su di lei... Pronto? È ancora lì?» domandò Fasch incerto, perché da Henry non proveniva nessun suono di conferma.


«Sì, ci sono» replicò Henry.


«È un funzionario della squadra omicidi» proseguì Fasch, «voleva sapere se lei si trovava sul luogo dell’incidente per caso e come mai ci conosciamo. Temo che lei sia nei guai.»


«Lei sa che la seguivo» proseguì Fasch, dopo che Henry si era messo seduto accanto al suo letto. Le tende della camera erano tirate, sul comodino c’era una catasta di libri e riviste. «Lei mi stava aspettando dietro la curva, giusto?»


L’espressione di Henry rimase amichevolmente distaccata. «Perché non ha frenato?» ribatté.


Fasch rise impacciato. «Me lo ha già chiesto una volta. Non lo so. Forse perché prima o poi tutto deve finire. Comunque, ci eravamo incontrati già in passato, ma lei non se lo ricorda.» Fasch vide l’interlocutore spostare il peso del corpo e accavallare le gambe.


«Santa Renata» bisbigliò Henry, «tu stavi nel letto di sopra.»


Fasch socchiuse gli occhi turbato. «Fino al tuo arrivo, Henry. Ma non parliamo di quel periodo oscuro.» Raccolse la foto ritagliata da Country Living. «So che hai perso tua moglie.» Henry annuì. «Mi spiace. Deve essere molto dura per te. Aveva un’aria simpatica e intelligente. Il vostro cane sta bene?»


Henry osservò il ritratto senza dire niente del cerchio disegnato intorno alla propria testa, poi posò il foglio di nuovo sul letto. «Poncho. Sta magnificamente.»


Fasch cercò l’interruttore per inclinare un po’ di più la testata del letto. «Non so come potrò mai ringraziarti per questa camera e per tutto ciò che hai fatto per me.» Henry voleva replicare qualcosa, ma Gisbert lo fermò con un gesto della mano. «Pochi giorni fa è stata uccisa una donna che si occupava della revisione dei tuoi romanzi, mi ha raccontato questo Jenssen. Sta cercando di trovare un collegamento tra il mio incidente, la morte di tua moglie e la morte di quest’altra donna.»


«Non c’è proprio nessun collegamento.»


«L’ho immaginato subito anch’io. Ma lui crede che ci sia. Quando la polizia comincia a cercare, trova sempre qualcosa. Avevo una borsa marrone in macchina. C’era tutto quello che avevo raccolto su di te. Questa foto...» Fasch posò la mano sul ritratto, «era insieme ai documenti che conteneva. Jenssen me l’ha restituita e sostiene di non aver trovato nessuna borsa. Io credo che la polizia abbia tutto.»


«Che cosa hai raccolto su di me?»


«Il tuo passato. Gli atti giudiziari sui tuoi genitori, le tue peregrinazioni tra gli istituti, e anche tutto quanto sulla tua carriera di scrittore. Praticamente tutto quello che sono riuscito a trovare.»


«Perché?» chiese Henry senza la minima traccia di collera nella voce.


Fasch chinò il busto ancora più avanti. Le stecche sulle gambe scricchiolarono piano. «Per distruggerti, Henry. Perché ero invidioso. Perché ero un piccolo insignificante fallito assetato di vendetta. Perché non ho raggiunto niente nella mia vita, perché volevo essere come te, perché tutti vogliamo essere qualcosa, dobbiamo fare qualcosa. Mi sentivo così solo, che ho trascorso gli ultimi anni con Miss Wong, una bambola di silicone.» Fasch tossì ridendo, allungò la mano verso il bicchiere d’acqua, Henry si alzò e glielo porse. Fasch lo svuotò.


«Ero terribilmente invidioso del tuo successo. L’invidia è peggio del cancro, ho sofferto, se questo ti può essere di consolazione. Volevo danneggiarti e dimostrare...» L’ultimo briciolo di verità faticò a uscirgli dalle labbra, «che non eri stato tu a scrivere i tuoi romanzi. Potrai mai perdonarmi?»


Fasch si lasciò ricadere all’indietro. Lo aveva detto. Chiuse gli occhi sfinito e contò mentalmente fino a tre. Ma invece di vedersi sfrecciare oltre la curva verso Henry, vide soltanto una benefica oscurità. Quando riaprì gli occhi, Henry era alla finestra e guardava fuori il parco.


«Almeno era carina, Miss Wong?» chiese.


«Carina? Era bellissima. Aveva un QI 90-60-90! Ora non c’è più, è andata bruciata.»


«Mi spiace.»


«Figurati, da tempo non avevamo più niente da dirci. A proposito, devo ancora finire di pagare le rate per lei.» L’accesso di riso che seguì causò il distacco dal tessuto polmonare provato di Gisbert di un grumo di muco che gli finì nella trachea. Fasch diventò cianotico, Henry suonò per chiamare l’infermiera. La giovane con i capelli a paggetto arrivò di corsa dal suo paziente privato, gli collocò la maschera d’ossigeno sul viso e abbassò la testata del letto.


«Deve restare disteso, signor Fasch» lo rimproverò, lisciando le lenzuola. Henry osservò la piacevole forma del suo didietro mentre era china sul letto. Lei doveva essersi accorta della sua occhiata, perché si rialzò e si raddrizzò il camice. «Le serve qualcos’altro, signor Fasch?» Prima che Fasch potesse rispondere, gettò un’occhiata incuriosita a Henry e andò alla porta.


I due uomini attesero in silenzio che fosse uscita. «Tutte le volte che entra, ho una esperienza di premorte. In confronto a lei Miss Wong era una contadinotta» disse Fasch con un sospiro. «Se non altro però mi ascoltava.»


«Gisbert» disse Henry, tornando a sedersi accanto al letto, «che cosa sai di me?»

21.

Il fronte di bassa pressione si era formato da qualche parte sull’Atlantico settentrionale a ovest delle isole Fær Øer. Era un fenomeno insolito per la stagione, con colonne d’aria calda in ascensione che risucchiavano aria più fresca a causa della diminuzione della pressione. Si svilupparono i primi venti, milioni di tonnellate di minuscole gocce d’acqua salirono, si trasformarono in cristalli di ghiaccio e cominciarono a ruotare in senso antiorario. Il fronte di bassa pressione prese a spostarsi verso est a velocità crescente. Un’ora più tardi il servizio di previsioni marittime trasmetteva i primi avvisi di burrasca ai ripetitori sulla costa scozzese.


Henry era nel giardino della sua proprietà, accanto a un ramo sporgente del ciliegio e teneva puntato l’obiettivo da 85 mm della sua Canon verso il portone aperto della rimessa. Scacciandosi le zanzare dal viso, aspettava. La figura all’interno della rimessa aveva un comportamento neutrale. Non si spostava, rimaneva immobile sulla propria ombra. Il corpo non era trasparente, su di esso si riflettevano addirittura isolati campi di luce. Come prima, le mancava una metà della faccia. Henry schiacciò per l’ennesima volta l’interruttore. Il display della macchina fotografica mostrò come previsto un’inquadratura del portone della rimessa senza la figura.


Fin dal principio Henry era stato convinto che le allucinazioni non fossero fotografabili neppure con gli apparecchi digitali più sofisticati, proprio perché erano illusioni. Ma anche le illusioni possono essere cancellate. Proprio di recente aveva letto in una rivista forense che i soggetti amputati sofferenti di dolori fantasma traggono sollievo dall’applicazione di una protesi. Il cervello accetta l’arto artificiale e cessa di inviare segnali di dolore, evidentemente si accontenta anche di soluzioni posticce.


Aveva seguito questo ragionamento, decisamente elementare, e aveva fotografato la propria allucinazione per poi convincersi della sua inesistenza guardando la foto. Se il mio cervello afferra quello che io so già, pensava, forse le allucinazioni avranno fine.


Poncho intanto sonnecchiava all’ombra come un casellante messicano. Di tanto in tanto apriva un occhio, casomai fosse successo qualcosa, poi lo richiudeva. Nel suo mondo non c’erano soluzioni posticce né proiezioni, solo cose piacevoli o spiacevoli. Henry appoggiò la macchina fotografica sul cavalletto, caricò l’autoscatto su 10 secondi e si voltò. A occhi chiusi rimase ad aspettare con la schiena rivolta alla rimessa, finché sentì lo scatto dell’otturatore.


A bordo della Drina Obradin ricevette l’avviso di burrasca attraverso la radio portatile, mentre accendeva il nuovo motore diesel. Il barometro segnava un aumento della pressione di tre ettopascal nell’ora precedente, il cambiamento meteorologico era imminente. La burrasca con venti di uragano faceva rotta verso il Mare del Nord meridionale, il fronte freddo stava attraversando le isole Shetland. Il traffico marittimo da e per Stavanger era stato interrotto. Nel corso della notte seguente la burrasca avrebbe colpito la costa con maggiore intensità. Il diesel si accese, sputò fuori una nuvola di fuliggine grigia e si mise a girare regolarmente. Obradin controllò il livello dell’olio e appoggiò la mano sulla plancia. Il motore Volvo era silenzioso e il legno non vibrava quasi. Un motore fantastico, ma di certo non era stato vinto dalla moglie al lotto.


Alla stessa ora Jenssen fissava una fune di nylon a un paracarro di cemento e si calava con cautela oltre il ciglio rinforzato della strada. Raggiunse una sporgenza rocciosa, dalla quale poteva scendere ulteriormente, fino ad arrivare alla fessura dove si trovava l’oggetto marrone che aveva scorto dalla strada. Si sdraiò sul ventre e guardò nella cavità buia. Sulla parte superiore che sembrava di pelle riconobbe una borchia di ottone opaco e poi un manico. Esaltato, protese il braccio muscoloso nella fessura, mancava all’incirca una spanna tra la punta delle dita e il manico. Si mise a sedere, si tolse la scarpa da ginnastica e il calzino, e cercò di recuperare la borsa con il piede, ma anche questo tentativo fallì, perché il polpaccio era troppo grosso per la stretta apertura. Dall’alto gli giunse il rumore di una macchina che superava la curva dove Fasch aveva avuto l’incidente. Jenssen imprecò e si guardò intorno alla ricerca di un bastone. La rada vegetazione intorno al crepaccio non offriva niente, ma a cinque metri di distanza sul lato scorse un cespuglio secco con rami abbastanza lunghi per soddisfare lo scopo. Si avvolse la fune intorno alla vita, tirò per verificarne la tenuta, poi scivolò lateralmente lungo la parete di roccia sospeso nel vuoto.


Il telefono di Henry suonò. La voce di Honor Eisendraht era arrochita dall’emozione. «Abbiamo trovato il suo manoscritto, signor Hayden, lo abbiamo trovato!»


Henry posò la Canon per terra. «Dove?»


«Una chiavetta usb nell’ufficio di Betty. Pensi un po’. La polizia criminale ha liberato l’ufficio solo stamattina. La chiavetta era in una ciotola di cristallo sulla sua scrivania. Dentro c’era il manoscritto scansionato pagina per pagina. Siamo davvero felicissimi, Henry, in particolare Moreany. Verrà apposta in casa editrice. Tenebra bianca... è questo il titolo?»


Henry si morse il labbro, strofinandosi il lobo dell’orecchio tra le dita. «È il titolo provvisorio. Lei mi ha salvato la vita, Honor» esultò per quanto gli riusciva, «è una notizia meravigliosa.» Henry gettò un’occhiata alle proprie spalle nella rimessa. Il fantasma era scomparso.


«Sono davvero molto contenta per lei, Henry. Se per lei va bene, lo faccio stampare subito.»


«No!» esclamò Henry, «aspetti prima il mio arrivo.» Pensò rapidamente. «Passerò stasera in casa editrice. Non appena avrò terminato qui.»


Honor fece una breve pausa. «Vuole mettersi in viaggio con la burrasca, Henry?»


«Quale burrasca?»


La borsa si muoveva. Jenssen spostò con cautela il rametto dalla punta ricurva, che aveva infilato nel manico. Il sudore gli colava negli occhi. Una lucertola dall’aspetto bizzarro si arrampicava sulle rocce, senza incontrare l’interesse di Jenssen. Poi il bastoncino si spezzò. «Merda!» esclamò Jenssen con impeto, «merda, merda, merda!» Il poliziotto gettò il legno spezzato nella fessura e diede un pugno alla roccia. Aveva impiegato un quarto d’ora per staccare quel robusto pezzo di legno dalle radici del cespuglio. Pur essendo morto da tempo, si era opposto con tutte le sue fibre rinsecchite, per poi spezzarsi come un grissino.


Jenssen si tolse la camicia e sentì l’aria fredda che proveniva dal mare. All’orizzonte si stavano addensando cumuli di nubi scure. Si sdraiò nuovamente sulla roccia, infilò la mano nella fessura, soffiò fuori l’aria, per guadagnare un altro centimetro, prese il manico e tirò fuori la borsa dalla fessura. In realtà si trattava di una borsetta da donna di finta pelle. Il suo contenuto era completamente marcio, ne piovvero fuori insetti morti che si polverizzarono nel vento.


Henry svitò il tappo della tanica e versò mezzo litro di benzina super nella borsa con i documenti di Gisbert Fasch. Richiuse la tanica, la ripose, accese un fiammifero, il vento glielo spense. Solo il quarto rimase acceso. Con una detonazione sorda la borsa prese fuoco e rilasciò una nuvola di fumo nero. Lui rimase a guardare finché il cuoio diventò nero, le fiamme alimentate dalle raffiche di vento. Il cane si era svegliato dal suo pisolino da casellante e saltellava inquieto qua e là, abbaiando al vento.


I rovi si piegavano fino a terra ora, le nuvole sfrecciavano sopra il tetto, Henry vide che i lucernari erano aperti, il temporale avrebbe completato l’opera di distruzione cominciata da lui. “Riesci a indovinare come andrà a finire?” era stato l’ultimo messaggio di Martha indirizzato a lui, un ammonimento, più precisamente una visione, che tutto ciò a cui si dà inizio prima o poi deve essere portato a termine.


Dopo le devastanti inondazioni nel gennaio di quindici anni prima, il servizio di protezione civile era stato sottoposto a continui miglioramenti. All’epoca l’uragano aveva colpito la località con furia disordinata, sollevando prima i pescherecci dal bacino del porto, aggrovigliandoli insieme e ammassandoli in grotteschi mucchi di detriti. Distrusse gli edifici storici del porto, strappò i castagni davanti al municipio come se fossero margherite. Cortine d’acqua impetuose, trascinate come un sudario dalla tempesta, aravano le strade e strappavano via le lapidi dal piccolo cimitero.


Quando Henry entrò in paese, le ultime finestre sulla via principale venivano protette con pannelli in truciolato. Due ore prima del tramonto del sole era già buio. La pioggia scrosciava impetuosa con raffiche di vento forza 7/8. Gli uomini sui camion dovevano aggrapparsi quando gettavano i sacchi di sabbia davanti agli usci. Henry si fermò all’altezza del blocco stradale dove stava il sindaco Elenor Reens con l’uniforme dei volontari dei vigili del fuoco. Abbassò poco il finestrino e la pioggia lo schizzò in viso.


«Serve aiuto?»


«Ci serve l’aiuto di tutti.» Elenor indicò la strada più in basso. «Dia una mano alla moglie di Obradin a proteggere le finestre.»


«Dov’è Sonja?»


«È troppo giovane per lei.» Elenor batté sul tettuccio della macchina e gli fece segno di passare.


Helga lottava da sola davanti alla vetrina della pescheria. Era minuta, aveva le braccia troppo corte e troppo deboli per sistemare il pesante pannello di legno nella posizione giusta. Henry scese dalla macchina, la pioggia lo infradiciò all’istante. Afferrò il pannello, lo tolse dal vento. «Dov’è Obradin?!» gridò. Helga si strinse nelle spalle e gli rispose qualcosa che lui non capì. Dopo due tentativi falliti, insieme collocarono il pannello nella guida, Helga fece scattare il chiavistello di ferro. Henry allora fece uscire il cane che abbaiava dalla macchina e lo portò dentro la pescheria. Impaurito e simile a un cucciolo, Poncho si rifugiò in un angolo e si raggomitolò su se stesso. Henry notò che il bancone era perfettamente vuoto e pulito.


«Che cosa succede? Dov’è Obradin?»


«Secondo lei? È dalla sua amante!» Helga si asciugò il viso con il dorso della mano, difficile dire se erano lacrime o gocce di pioggia. «Quel pazzo ha ricominciato a bere. Passa tutta la giornata su quel maledetto peschereccio ad armeggiare con il nuovo motore, come se non ci fosse nient’altro al mondo. Sento che mi lascerà.»


La Drina danzava in una cortina di schiuma bianca, l’albero si inclinava di qua e di là come un metronomo nelle acque del porto, le luci sull’albero e sulle fiancate erano accese, il motore pure. Henry percorse il molo piegato su se stesso per non essere spazzato in mare. Solo due cime tenevano ancorato il cutter a bitte di legno ad altezza d’uomo. Fontane d’acqua si alzavano nello spazio tra la fiancata e il molo. Henry raggiunse una bitta, vi si aggrappò con forza e, strisciando carponi sulla passerella, salì a bordo dell’imbarcazione che ondeggiava.


Obradin era riverso accanto al motore con indosso la cerata completa. Molta acqua era già entrata nella sala macchine. Henry lo voltò sulla schiena.


«Molla gli ormeggi, amico mio, salpiamo!» biascicò il serbo completamente ubriaco. Il pranzo a base di cipolle e insalata gli si era appiccicato in faccia e sul petto.


Henry gli sollevò il busto e Obradin proruppe in un rutto vulcanico. Gli diede due buffetti sul viso con il dorso della mano. «Non fare l’idiota, vieni a terra. Non rendere infelice tua moglie.»


«Che cosa ne sa lei dell’infelicità! Dille che tornerò domani.» Una cascata d’acqua si riversò dentro la sala macchine, Obradin richiuse gli occhi, Henry lo scosse.


«Non ci sarà nessun domani, brutto ubriacone. L’uragano deve ancora arrivare, non ce la farai a tornare indietro!»


Henry cercò di rialzare Obradin. Con un faticoso movimento del braccio il corpulento serbo lo allontanò da sé, mandandolo a sbattere con la schiena contro il motore. Per un attimo Obradin tornò completamente lucido, si sollevò minaccioso e strinse il pugno. «Siamo pari, Henry! Tu hai dato, tu hai ricevuto. Non sono più in debito con te.» Poi roteò gli occhi e cadde pesantemente all’indietro. La testa gli finì nell’acqua.


Una dichiarazione definitiva e pesante. Henry ci pensò su. Erano pari. La morte di Obradin avrebbe eliminato anche l’ultima traccia di eventuale rischio, il dettaglio pericoloso, la parola avventata, la minuzia che si dimentica, l’errore invisibile che vanifica tutto. Obradin sarebbe annegato e con lui anche il fattore umano. Nessuno avrebbe mai stabilito un collegamento con la scomparsa di Betty. A Henry sarebbe bastato scendere dal cutter e lasciare che il destino lavorasse per lui. Finora non lo aveva mai deluso. Ma invece di fare così, Henry si slacciò la cintura, la legò intorno al tronco di Obradin e lo trascinò giù dal peschereccio. Sporadicamente bisogna proprio chiamarlo il bene, quello che secondo Henry doveva portare al castigo e non era altro che una breve interruzione del male.


L’uragano imperversò per due ore. I bollettini marittimi venivano trasmessi via radio a intervalli di un minuto: «... Forti venti di burrasca fino a 120 chilometri l’ora, a nord forza 10/11, in spostamento a ovest; Skagerrak a ovest forza 12, in spostamento a nord-est, in calo a forza 11...» Henry si sdraiò sfinito accanto a Obradin che russava sulla brandina sistemata nel municipio dove era stato improvvisato una specie di lazzaretto per l’emergenza. I muri esterni dell’edificio erano rinforzati con cemento armato, porte e finestre schermate con serrande d’alluminio, si poteva sopravvivere a un attacco aereo degli alleati senza nemmeno sentirlo. Ogni tanto la terra sussultava, ma per il resto l’atmosfera era noiosa come nella sala d’aspetto di uno studio medico. Le donne bisbigliavano, gli uomini sussurravano, i bambini piagnucolavano, i cani guaivano, il tutto interrotto dalla voce regolare che proveniva dalla radio: «... Skagerrak a ovest forza 11, in spostamento a nord-est, in calo a forza 10...» Sarebbe stato un buon momento per morire, ma lui, Enrico il Grande, non moriva mai, lo facevano sempre gli altri.


Elenor Reens, sempre con l’uniforme da pompiere, distribuiva caffè e biscotti al burro. Henry pensò a Sonja e al proprio cane. La stanchezza gli chiudeva gli occhi, aveva un’immagine sfocata di Elenor con la sua caffettiera e la sua maledetta premura, la sua sete di felicità e giustizia e quel desiderio per lui tanto incomprensibile di condivisione. Aveva i calzoni bagnati, sentiva il torpore alla pelle del viso. Chiuse gli occhi ed entrò nella casa dei genitori. Salì lentamente le scale, come suo padre allora, scorse la luce sotto la porta della camera, udì un fruscio dentro la stanza, aprì la porta, vide il materasso bagnato, il piccolo Henry aveva cercato di nuovo di nascondere le lenzuola macchiate. Avvertì la rabbia dietro gli occhi chiusi, afferrò il bambino, lo tirò fuori da sotto il letto. «Perché ti nascondi da me. Perché non sei a scuola, perché tutte le notti pisci a letto, dov’è quella puttana di tua madre?»

22.

Qualche trave del tetto si stagliava ancora isolata nel cielo limpido, con attaccati brandelli di lana di vetro. L’intera copertura era stata spazzata via dal vento. In giardino erano sparsi detriti e macerie. Legno, rami, foglie, mattoni, calcinacci, piante sradicate e molto vetro. In mezzo a quella confusione Henry trovò la martora morta. Aveva il collo spezzato. Henry la seppellì per evitare che il cane la divorasse.


Il resto dell’edificio, a parte qualche finestra rotta, era danneggiato ma agibile. Era stato un addio a tappe. Prima Martha, poi Betty, ora la martora. Non c’era più motivo di rimanere. Avrebbe venduto la casa, di sicuro a un prezzo inferiore al suo valore, ma comunque senza rimetterci. Era giunto il momento di un nuovo inizio.


Poncho si aggirava qua e là annusando, la coda dritta per l’esaltazione. L’atto di distruzione creativa dell’uragano aveva sprigionato nuovi odori interessanti, una città bombardata deve essere un vero Eldorado per i cani con il suo aroma di devastazione e decomposizione. Il vento aveva piegato il tetto della rimessa, pezzi di calcinacci erano caduti sulla Saab di Martha, ammaccando il tettuccio e la carrozzeria. Il parabrezza era esploso, la portiera del guidatore era aperta.


«Vieni, sali, siediti accanto a me.»


Henry si voltò verso la voce. Era quella di Martha, limpida e dolce come durante i loro anni di matrimonio. Non aveva mai alzato il tono, non lo faceva neppure ora. Martha non era seduta in macchina, cosa che non meravigliò Henry, dopotutto le presenze immateriali non sono legate ai luoghi.


«Non ne posso più di recitare la parte dello scrittore» replicò lui calmo ma determinato, perché le allucinazioni vanno trattate con rispetto, ma non vanno viziate. «Era un tuo desiderio, l’ho fatto per te, l’ho fatto volentieri, ma tu non esisti più. Non voglio più essere uno scrittore.»


«Che progetti hai?»


«Niente di concreto. Voglio mettere fine a questa storia.»


Dalle pagine del giornale locale, Henry apprese che l’uragano aveva arrecato danni inferiori al previsto. Per le società assicurative fu un giorno di festa nella storia dei risarcimenti per catastrofi naturali. Tanti complimenti agli azionisti. La più colpita era stata la gente qualunque, che non può permettersi di stipulare polizze esose. Lungo la costa erano stati distrutti o danneggiati molti pescherecci, alcune strutture portuali, edifici scolastici e ponti. Niente di rilevante per una multinazionale.


Nella cronaca locale Henry trovò anche questo trafiletto:


«... Lungo la porzione di costa colpita più violentemente, i volontari della guardia costiera hanno rinvenuto ieri la carcassa di un’autovettura, al volante, una salma di sesso femminile. La polizia criminale ha già avviato le indagini.»


Alla fine l’avevano trovata. Henry cercò di immaginare che cosa sarebbe passato per la mente del povero Jenssen nell’apprendere l’identità del cadavere e a chi apparteneva la macchina in cui si trovava. Probabilmente ne sarebbe rimasto sconcertato. Il processo di decadimento biologico di Martha doveva essere in uno stadio più avanzato rispetto al cadavere della donna annegata che aveva visto all’istituto di medicina legale. Questo avrebbe escluso l’ipotesi che la causa della morte fosse l’uragano.


Henry non prevedeva che lo avrebbero informato rapidamente della morte di sua moglie. È risaputo che la polizia cerca dapprima la spiegazione più plausibile, per sviluppare una strategia di indagine. All’origine di ogni reato c’è una matrice di collegamenti invisibili, ma la chiave per il movente e l’esecuzione ce l’ha solo l’autore. La ricerca di una spiegazione del tutto soddisfacente avrebbe richiesto un certo tempo e sicuramente non avrebbe portato a niente, perché la morte di Martha nella macchina di Betty era stato semplicemente un evento fortuito, una sventurata concatenazione di circostanze. Un tale “contrattempo” sfugge a ogni causalità logica. Sarebbero state sprecate molte ore di straordinari per tirare a indovinare, con conseguente aumento della frustrazione e della collera. Solo a quel punto gli investigatori si sarebbero rivolti a Henry, per chiedergli ciò che di più prezioso esiste nella ricerca della verità: la conoscenza dell’autore. Soltanto Henry era in grado di spiegare tutto, e soltanto lui non era pronto a farlo. Da questo punto di vista Henry aveva abbastanza tempo per prepararsi. Decise di utilizzare una tattica ben collaudata, che consentiva di risparmiarsi la maggior parte delle seccature e di fingersi ottuso in maniera intelligente.


Trascorse i giorni successivi a ripulire il giardino. Come aveva previsto, non accadde niente. Fece stimare i danni alla casa, informò l’assicurazione e si mise in contatto con un architetto. Poi Moreany morì.


Claus Moreany morì in un ospedale di Venezia. Sul letto di morte sposò la sua segretaria Honor Eisendraht e le affidò la casa editrice e tutto il suo patrimonio privato. Lei fece trasferire la salma e preparò la sepoltura nel mausoleo di famiglia. Il funerale era fissato a una settimana di distanza dalla morte, con la partecipazione di collaboratori, amici e autori. Nel frattempo Honor Moreany assunse la direzione ad interim della casa editrice, in attesa che le questioni ereditarie venissero definite. Continuò a gestire gli affari dalla sua anticamera con la dracena, dove si trovava il classificatore Bisley con tutte le informazioni confidenziali senza le quali nessuno sarebbe stato in grado di mandare avanti una casa editrice. Lasciò prontamente il suo piccolo appartamento per trasferirsi armi e bagagli nella villa del defunto marito, dove per prima cosa fece disinfestare la dispensa. Essendo una persona amante dell’ordine, si dedicò quindi al compito di suddividere le montagne di posta non letta che si innalzavano come stalagmiti nello studio. Dapprima le suddivise in ordine di data di arrivo, quindi aprì una a una le buste con un coltello sacrificale azteco che aveva trovato in un semplice scrittoio Roentgen.


Due giorni prima del funerale, Henry Hayden si presentò alla casa editrice. Era vestito di scuro. Salutò Honor con il baciamano e le propose di darsi del tu. Bevvero un tè verde della varietà gunpowder e parlarono per un po’ del morto. Honor gli riferì di aver trascorso insieme a lui i suoi ultimi giorni nella città lagunare, finché, dopo un collasso epatico, lui le aveva fatto una proposta di matrimonio all’ospedale SS. Giovanni e Paolo. Seduto sulla poltrona Eames, Henry ascoltava commosso. Si vergognava di non aver dato un ultimo saluto al suo amico e mecenate.


Honor posò una mano sopra la sua. «C’è stato pochissimo tempo, e sono successe tante cose terribili, Henry. Cose inconcepibili. Il più grande regalo per lui era il tuo romanzo, che abbiamo ritrovato.»


«Lo hai letto?»


Honor annuì sorridendo. «So che non volevi che lo facessi. Claus l’ha fatto stampare e l’ha portato a Venezia. Lo abbiamo letto insieme. È bellissimo, Henry. È grande letteratura.»


«E la fine? Come vi è sembrata la fine?»


Ci fu una lunga pausa. «È singolare» rispose Honor, «l’ho trovata per caso nella posta.»


Si alzò e si avvicinò alla scrivania di Moreany, aprì un cassetto e ne tirò fuori una busta marroncina. Ne estrasse un plico di fogli alto mezzo dito, battuti a macchina. Henry riconobbe subito i caratteri della macchina da scrivere di Martha.


«Ho provato una sensazione stranissima a leggere questo, Henry.»


Gli porse le pagine. Con le orecchie in fiamme, Henry stava incollato alla poltrona. Aveva l’impressione che gli avessero premuto un panno caldo e bagnato contro il viso. Sulla prima pagina c’era un... come chiamarlo?... messaggio scritto a mano da Martha.


Caro Henry, amato marito, metto in salvo te e questa conclusione, perché non potrei sopportare di lasciarti andare senza tutto. Non so che cosa sia successo o cosa succederà oggi, ma i colori chiari che fin dal primo giorno del nostro incontro ti circondavano, sono diventati di un nero monocromo e granitico. Ho paura per te.


A questo punto dobbiamo fare una breve pausa, perché Henry singhiozzava così tanto da non riuscire a proseguire nella lettura.


Qualunque cosa ti spinga a distruggere ciò che ami, io mi sento sempre esclusa dai tuoi furori. Tu mi proteggi, tu mi capisci, tu mi lasci stare. Hai buttato via questa bella fine del tuo romanzo per seguire il tuo demone a un appuntamento oscuro. Io te la porto, la custodisco per te e la mando a Moreany. Con tenerissimo affetto, Martha.


Spesso ci si fa un’opinione sbagliata delle cose che non si sono ancora vissute. Quando alla fine si sperimentano, si rivelano poi sorprendentemente familiari. Honor non aveva mai visto un uomo adulto piangere prima d’ora. Henry pianse a lungo e di getto, come un bambino che chiama sua madre. Se Honor non gli avesse sfilato delicatamente di mano il manoscritto, lo avrebbe ridotto a un acquerello. Lo lasciò da solo e chiuse la porta dell’ufficio di Moreany dietro di sé.


Quando aveva trovato l’ultimo capitolo tra la posta non letta di Moreany, a tarda ora la notte prima, aveva inizialmente pensato a un errore, dal momento che il messaggio di Martha era rivolto solo a Henry. Sulla busta però, Martha aveva scritto con la sua elegante calligrafia l’indirizzo privato di Moreany. Dunque non poteva trattarsi di uno sbaglio. Per l’intelletto esotericamente dilatato di Honor, esisteva un inconfutabile collegamento tra la sparizione di Martha e questa lettera d’addio teneramente sinistra. Martha parlava di distruzione e di un appuntamento oscuro di Henry con il demone, il suo scritto aveva qualcosa di inquietante. Honor avrebbe di certo avvisato la polizia, se non fosse stata a capo di una casa editrice della quale Henry Hayden era l’idolo indiscusso. Il capitolo conclusivo del romanzo era un assegno circolare e aveva la precedenza sulle remore morali. Per questo Honor Moreany, nata Eisendraht, consultò gli arcani dei tarocchi invece della polizia. Uscì l’undicesima carta, la Giustizia. Ecco qua. Certi dubbi si dissipano da soli.


Ci sono funerali in cui i presenti danno mostra di falsa devozione e falso turbamento. Non di rado, la colpa di questo atteggiamento bigotto è del morto, che in vita non ha avuto un comportamento tra i migliori e che, in sostanza, ha frequentato le persone sbagliate. Claus Moreany fu sepolto come era vissuto. Con rispetto, senza tragedie e accompagnato da lacrime sincere. C’era molta gente riunita nel piccolo cimitero in quella plumbea giornata di inizio autunno. Circa trecento persone fiancheggiavano il viale dalla cappella al mausoleo, molte delle quali senza ombrello. Il feretro sfilò tra di loro e proprio in quel momento cominciò a piovere.


A discreta distanza, Henry notò Jenssen e altri agenti di polizia. Erano gli unici che non si erano vestiti di scuro, il che lasciava intuire che fossero lì per lavoro. Perché no? pensò. Oggi è un buon giorno per parlare della morte. Tra due vecchi platani c’era Gisbert Fasch. Quando i loro sguardi si incontrarono, agitò timidamente la stampella in segno di saluto. Era visibilmente ingrassato e i capelli gli erano ricresciuti sul cranio rasato. Trascorse quasi un’ora prima che anche gli ultimi partecipanti ebbero posato i loro fiori sulla bara, poi il corteo si spostò verso l’uscita del cimitero, dove la colonna di vetture del servizio shuttle aspettava per trasbordare gli ospiti dal cimitero alla casa editrice.


«Abbiamo rinvenuto sua moglie» bisbigliò Jenssen a Henry, quando questi gli passò davanti. Nello stesso istante Jenssen si rese conto della mancanza di compassione di questo saluto, perché ammutolì, forse spinto anche dallo sguardo di Henry.


«È sicuro che stavolta si tratti proprio di lei?» chiese Henry.


Il superiore di Jenssen, il presunto genio dell’analisi dei reati, si intromise. «Mi chiamo Awner Blum, dirigo la squadra omicidi e vorrei scusarmi per i modi un po’ troppo diretti del mio collaboratore.»


Henry si fermò. «Avete veramente trovato mia moglie?»


«Senza dubbio alcuno. Mi... Mi spiace, ma è così. È stata identificata.»


«Non da me. È morta?»


«Purtroppo sì. Le mie condoglianze.»


«Dove? Dove l’avete trovata?»


«Non siamo stati noi a trovarla. Ma forse non è questo il luogo né il momento adatto per affrontare l’argomento. Se per lei va bene, sarà meglio parlare con calma alla centrale.»


«Dov’è?»


«All’obitorio.»


Honor Moreany lasciò la testa del corteo e tornò da Henry e dai poliziotti. «Che cosa è successo?»


«Hanno trovato Martha.»


Honor guardò in faccia il poliziotto. «E siete venuti qui a dircelo?»


«Possiamo spiegarle tutto con calma alla centrale, signor Hayden. Non ci vorrà molto.»


Honor abbracciò Henry e lo strinse forte. «Va’ con loro, Henry. Claus lo avrebbe voluto da te.»


Henry baciò la mano di Honor e guardò Jenssen. «Da che parte?»


«Di qua, prego.» Gli uomini si incamminarono nella direzione opposta del corteo, verso l’uscita laterale del cimitero.


Henry colse le occhiate sorprese degli altri partecipanti. «Sembra un arresto. È proprio necessario?»


«Assolutamente no. La nostra presenza qui ha motivazioni puramente organizzative, signor Hayden. Ci serve il suo aiuto, non è né un arresto né un interrogatorio.»


Era stata un’esibizione pubblica. Avrebbero potuto benissimo aspettarlo all’uscita accanto alle vetture. Gli appassionati delle tattiche di negoziazione poliziesca vogliano cortesemente notare come né Blum né Jenssen avevano in un primo momento dichiarato che Martha fosse morta, né dove, come e quando fosse stata trovata. Avevano deciso evidentemente di carpire da Henry fino all’ultima briciola di conoscenza diretta. Be my guests, motherfuckers, pensò Henry. Era preparatissimo.


Jenssen si fermò alla vista di Gisbert Fasch, che zoppicava dietro di loro con la velocità che le gambe rigide gli consentivano. Gli andò incontro e scambiò qualche parola con lui, mentre Henry, scortato dai tre agenti di polizia, lasciava il cimitero e saliva in una Audi A6 bianca. Fasch rimase indietro. Henry non lo rivide mai più.

23.

Non avevano niente.


Sarebbe bastato un alito di intuizione, una punta di indizio per rendere superfluo questo discutibile rituale di intimidazione al cimitero. Non avevano niente, non sapevano niente, non erano niente. Svolgevano il loro lavoro e volevano un risultato. Smascherare reati è un lavoro faticoso tanto quanto commettere reati, con la differenza che le pause vengono pagate.


«Quando sarà pubblicato il suo nuovo romanzo?» si informò Jenssen lungo il tragitto. Si capiva che voleva rimediare al proprio screzio con Henry.


«In tempo per la fiera.»


«Posso chiederle di che cosa parla?»


«Certo che può.» Henry guardava fuori dal finestrino e vedeva passare le facciate grigie e simmetriche. Sarebbe stata una lotta lunga e difficile. Erano venuti in quattro, per registrare fin dal principio ogni emozione, ogni parola e ogni contraddizione. Per tutti i quindici chilometri del viaggio non fu pronunciata nessun’altra parola.


Il muro di mattoni rossi sormontato di filo spinato circondava l’intero complesso della centrale di polizia. Quella sede era stata progettata prima dello scoppio della Grande Guerra in origine come caserma, e l’insieme di edifici, muri e reticolati conservava tuttora il fascino di una battaglia in una sacca. Quando la sbarra si alzò, Henry bisbigliò «Santa Renata.»


La “sala riunioni”, come la chiamavano, era una camera a gas con fori di aerazione. Henry vide macchie di caffè sparse sul pavimento di linoleum come colture di muffe. Al centro della stanza c’era una grande lavagna pieghevole, coperta da un telo grigio topo. Henry si accomodò su una poltrona girevole imbottita, fissò la lavagna coperta, mentre Jenssen gli portava un caffè. Si trattava senza dubbio della fase uno della procedura di inquisizione, veniva lasciato da solo seduto di fronte alla lavagna coperta. Fin dal Medioevo è documentato che basta la vista degli strumenti di tortura per spezzare la resistenza del criminale.


«Abbiamo moltissime risposte per le quali non abbiamo ancora trovato le domande giuste» esordì Awner Blum. Niente male, pensò Henry sorseggiando il caffè, caldo ma decisamente annacquato. «Sono sicuro che si starà chiedendo perché l’abbiamo fatta venire qui in centrale, signor Hayden.»


«Non sono affatto sorpreso, signor Blum, mi fa davvero soffrire il fatto che mi nascondiate la verità. Che cosa è accaduto a mia moglie?»


Blum scambiò una breve occhiata con Jenssen. «Il motivo è che ci troviamo di fronte a un enigma come non ne ho mai incontrati prima nel corso della mia carriera. Abbiamo bisogno del suo aiuto. Lei conosceva sua moglie meglio di chiunque altro.»


«Un delitto, allora.»


«Che cosa glielo fa pensare, signor Hayden?»


«Il fatto che stiamo seduti qui alla centrale di polizia e lei appartiene alla squadra omicidi, oppure sbaglio?»


«Non del tutto. Sappiamo che sua moglie non è morta per cause naturali. Può essersi trattato anche di suicidio.»


Henry guardò Jenssen che sorrideva educato e sorseggiava a sua volta un caffè annacquato. Chissà se quella mattina si era svegliato accanto a una donna. Aveva letto il giornale, tirato fuori il bucato dalla lavatrice e si era preparato un uovo sodo per colazione? Oppure lo preferiva alla coque? Che cosa distingue i poliziotti dai criminali, le persone civili da quelle incivili, a parte la rudezza dei loro istinti e il tempo di cottura delle loro uova a colazione? «Ho già detto al signor Jenssen che il suicidio non era un’opzione plausibile per mia moglie. Era felice. Eravamo felici. Non mi avrebbe mai lasciato da solo.» Subentrò un nuovo silenzio. «Che cos’è, un gioco a quiz?» chiese poi Henry. «Devo essere io a indovinare la causa della morte di mia moglie?»


Jenssen posò la tazza sul tavolo. «È stato lei a trovare la bicicletta e gli effetti personali sulla spiaggia.»


«Ne abbiamo già parlato. Il mio ricordo comincia a sbiadire, ma è vero, erano lì.»


«Sua moglie non è annegata sulla spiaggia, ma trenta chilometri più a est» proseguì Jenssen. Gli uomini osservarono Henry mentre elaborava questa informazione. Henry vedeva mentalmente il camper parcheggiato sulla scogliera e i bambini inglesi nudi che si lanciavano pigne.


«Com’è possibile?»


«È quello che ci chiediamo anche noi. Sua moglie era seduta in un’auto. Aveva ancora la cintura allacciata. È precipitata in mare nell’auto saltando da una scogliera.»


Henry balzò in piedi. «Non è possibile!»


«Perché no?»


«La sua macchina è ancora nella rimessa.»


«Non era la sua.» Blum andò alla lavagna e con un gesto tirò giù il telo che la copriva. «L’auto apparteneva alla signora Bettina Hansen, la sua editor.»


Le foto erano a colori e spaventosamente nitide. La Subaru vista di lato e da davanti. Il corpo di Martha divorato dai pesci era seduto al posto di guida trattenuto soltanto dalla cintura, il cranio scheletrito ricoperto da brandelli di pelle, la bocca scarnificata e spalancata, i denti perfettamente conservati. Henry chiuse gli occhi. Le immagini affiorarono di nuovo nella sua mente. La vide battere i pugni contro il finestrino in un grido silenzioso, la vide che cercava di aprire la portiera, vide l’acqua spaventosamente gelida entrarle nei polmoni. Vide Martha morire.


I poliziotti gli lasciarono tempo. Osservò in silenzio le immagini, quindi voltò le spalle agli agenti e guardò il cortile desolato fuori dalla finestra.


Dopo un po’ Jenssen si schiarì la voce. «Una frana lungo la scogliera ha provocato un’ondata che ha trascinato l’auto in superficie tra gli scogli, nel caso le interessi.»


«A chi ha detto che apparteneva la macchina?»


«A Bettina Hansen, la sua editor.»


Henry si girò e guardò in viso i due uomini. Sembravano due sordomuti che per la prima volta ascoltano l’aria della Regina della Notte. «Questa è la risposta» disse Henry sottovoce, «qual è la domanda?»


«La domanda è: sa spiegarci, signor Hayden, perché il cadavere di sua moglie si trova nell’auto dell’editor scomparsa?»


«Non capisco come sia possibile. No. Vorreste essere così gentili da coprire le fotografie? È molto doloroso per me.» Blum gettò un’occhiata a Jenssen che ricoprì la lavagna.


«Sua moglie e la sua editor si conoscevano?»


«Si erano incontrate. A un cocktail party nel giardino del mio editore, nel frattempo morto anche lui.» Con la coda dell’occhio Henry vide uno degli agenti infilare la mano nella tasca della giacca senza poi tirarla fuori. Di sicuro aveva acceso un registratore nascosto.


«Di tanto in tanto andavano a nuotare insieme.» Henry avvertiva l’aria nella stanza farsi sempre più carica di tensione. «Io non c’ero mai. Martha mi raccontava che Betty non sapeva nuotare bene. Dovete sapere che le passioni di Martha erano il nuoto e le escursioni.» Jenssen tirò fuori una biro.


«Le spiace se prendo appunti?»


«Si figuri. La nostra vita era molto, come posso dire, molto regolare. Io scrivo di notte. È il momento in cui mi vengono le idee migliori. Al mattino dormo, mia moglie andava a nuotare o a passeggiare.»


«Dove? Seguiva dei percorsi stabiliti?»


«Non sarebbe stato in sintonia con il suo carattere. Decideva sempre in maniera spontanea. Le piaceva percorrere sentieri isolati, dove non incontrava altre persone. Amava la natura, la solitudine... Avete una cartina?»


I poliziotti si scambiarono un’occhiata, poi Jenssen uscì dalla stanza e tornò poco dopo con la cartina bucherellata dalle freccette. Henry rimase a guardare mentre gli agenti la stendevano con cura sul pavimento. Notò le linee e i punti che la ricoprivano. «Non badi ai buchi sulla cartina, signor Hayden. Ci sa dire dove andava a passeggiare sua moglie?»


«Ma certo» rispose Henry inginocchiandosi, «me ne parlava spesso.» Indicò diversi punti. «Qui, per esempio, in questo bosco con tutti questi punti, ci andava spesso. Deve essere bellissimo.»


Tra i poliziotti si diffuse un’atmosfera vacanziera. «E qui?» Blum indicò la zona della costa rocciosa.


«Martha amava molto il mare e non soffriva di vertigini. Le piaceva passeggiare in alto sul mare, proprio sul ciglio della scogliera, era una cosa terribile a vedersi. Io insistevo per regalarle un cellulare, in modo che potesse raggiungermi in caso di necessità, ma lei non ne voleva sapere. Odiava i telefoni cellulari.»


«Abbiamo il nostro interlocutore telefonico misterioso!» esultò Blum nel bagno degli uomini.


«In questo caso» ribatté Jenssen, mentre ancora svuotava la vescica, «Martha Hayden sarebbe il padre del bambino con la doppia vita, che sa camuffarsi alla perfezione ed è esperto di tecniche di localizzazione?»


Blum si stava asciugando le mani. «Jenssen, per essere un criminologo di successo, deve saper abbandonare i modelli di pensiero pregressi. Provi ad astrarre. Avevamo imboccato la strada sbagliata. Sono intervenuti nuovi sviluppi.»


Jenssen si lavò le mani, cosa che non avrebbe fatto se con lui non ci fosse stato il suo superiore. «Perché l’editor telefona a lei» obiettò, «invece che, poniamo, a suo marito? Di che cosa deve parlare con lei? E perché in segreto?» Blum posò una mano sulla maniglia.


«Noi siamo nati proprio per scoprirlo. Lei invece no, vero, Jenssen?»


Quando i due uomini tornarono dal gabinetto, Henry aveva tolto il telo dalla lavagna e stava osservando le foto. «Non credo che mia moglie si sia gettata in mare dentro questa macchina. Siete sicuri che si tratti di quella di Betty? Lei mi ha detto che le era stata rubata.»


«È proprio la sua auto, signor Hayden, e questo particolare ci dà molto da pensare. La signora Hansen ne ha denunciato il furto, ma non è stata in grado di fornire le chiavi, naturalmente, perché erano ancora infilate nel cruscotto, come sappiamo ora. Ha dichiarato all’assicurazione...» Jenssen consultò un foglio, «... di non volere alcun risarcimento.»


«Questo è singolare. Mi ha parlato di quest’uomo, questo...»


Blum spostò il discorso. «Se la macchina fosse stata rubata, avrebbe dovuto avere almeno una copia delle chiavi.»


Siano lodate le chiavi della macchina! Più di una volta Henry aveva ringraziato la mano favorevole del destino, che interviene all’insaputa dell’individuo per compiere piccole correzioni che trasformano situazioni senza via d’uscita in veri e propri trionfi. Lui, che solitamente pensava a tutto, non si era aspettato che una minuzia come una chiave d’automobile potesse acquisire una tale importanza. E potesse diventare così utile come nel suo caso. Per i criminali di ogni risma e sicuramente anche per i truffatori delle assicurazioni questo può solo significare che nella creazione di leggende non esistono minuzie, ma soltanto particolari di eguale importanza.


«Siamo poco inclini a credere che esista questo misterioso uomo al quale lei accennava.»


«Ma lei era incinta» replicò Henry. «Allora chi è il padre?»


Jenssen voleva dire qualcosa, ma Blum lo interruppe di nuovo. «Speravamo che lei potesse aiutarci su questo punto.»


«E come? Lei non mi ha detto chi è. L’ha raccontato a qualcuno? Io non lo so.»


«Lei non le ha chiesto niente?»


«Sì, certo. Gliel’ho domandato, lei mi ha detto solo che era un uomo pericoloso.»


«Non si riferiva a lei, vero?»


Henry scoppiò a ridere. «Lei mi sopravvaluta, signor Jenssen. Non so se prenderlo come una provocazione oppure un complimento.»


Henry riteneva che fosse giunto il momento adatto per svelare a lor signori il mistero di ciò che era avvenuto veramente sulla scogliera. Awner Blum pronunciò la parola magica che gli aprì la strada per farlo.


«Dunque sua moglie e la sua editor andavano spesso a fare il bagno insieme.»


«È vero e non è vero. Era mia moglie, la mia editor.» Henry fece una pausa a effetto. «Ogni giorno leggeva tutto quello che avevo scritto. Vedeva ciò che io non vedevo. Senza di lei non avrei portato a termine neppure un romanzo. Credo che Betty soffrisse per questo.»


«Allora, se mi permette la domanda» Blum, assorto, unì le dita delle mani a formare una sfera, «che cosa rivedeva la sua editor?»


«Niente. Non era competente, era troppo ambiziosa, non mi fidavo di lei. Quando il romanzo era finito, lo portavo alla casa editrice, Betty leggeva solo il manoscritto ultimato.»


«Per che cosa veniva pagata allora?»


Una domanda che poteva porre solo un impiegato pubblico. Henry sorrise comprensivo, perché è risaputo che i burocrati non capiscono niente di letteratura. «Non vorrei essere frainteso, sono molto riconoscente a Betty, perché è stata lei a scoprire il mio primo romanzo. Frank Ellis, non so se lo avete letto.»


«Io no» rispose Blum, «ma il collega Jenssen lo ha letto. È il nostro topo di biblioteca e oggi stesso ne parlava in tono entusiasta. Non è così, Jenssen?» Questi annuì impacciato. Henry si rendeva conto che il poveraccio odiava essere presentato come un orso ammaestrato. Questo è un movente per un omicidio, pensò Henry. Avanti, Jenssen, spara a questo cane con l’arma di ordinanza e buttalo in cortile. Ti do la mia benedizione.


«Di tanto in tanto Martha parlava con la signora Hansen dei progressi del mio lavoro» proseguì Henry. «Probabilmente quando andavano a fare il bagno insieme. Betty riferiva la cosa al suo capo Moreany, facendolo passare per un lavoro proprio. Io me ne sono accorto ed ero indignato. Ero fuori di me! Com’è possibile spacciare per propria l’opera creativa di un altro?! Mia moglie però ci ha riso su e ha detto di lasciar perdere. Ognuno vive come può, ogni persona è buona a fare qualcosa. Era fatta così. Martha vedeva sempre il lato buono in tutti.» Henry guardò nuovamente la foto del cadavere putrefatto di sua moglie sulla lavagna. «Ora credo che fosse un errore.»


«Aveva affermato che il suo nuovo romanzo era sparito. Adesso è ricomparso.»


«Il romanzo era terminato, la data di pubblicazione era già fissata. Dopo la scomparsa di mia moglie, ho dato a Betty il manoscritto originale. Doveva portarlo a Moreany. Non l’ha fatto. Il manoscritto deve essere bruciato con lei nella macchina. Sapete già che cosa le è accaduto?» Non lo scoprirete mai, e lo sapete, pensò Henry. Non sapeva neppure lui dove Obradin l’avesse fatta colare a picco.


Alla fine Jenssen trovò la domanda appropriata alla grande quantità di risposte sparse un po’ dappertutto: «Come ha fatto a ritrovarlo lei, il romanzo?»


«Non l’ho ritrovato. Lo ha scoperto casualmente Honor Eisendraht, che ora dirige la casa editrice. Su una chiavetta usb. La signora Hansen lo aveva copiato di nascosto. Perché lo avesse fatto, non lo so.»

24.

Il feretro era di legno d’abete grezzo e molto piccolo. Ai lati erano inserite quattro borchie di ferro. Henry aveva deciso che i resti di sua moglie fossero cremati. Martha non avrebbe desiderato altro. In questo modo di lei sarebbe rimasto solo fugace calore e cenere. La pesante lastra d’acciaio del forno crematorio si alzò, rilasciando ondate di calore, una pedana elettrica fece scorrere la bara all’interno, il legno si incendiò all’istante, una luce bianca accecò Henry, la lastra si riabbassò e chiuse l’apertura. Si accese la soffiatrice, il forno computerizzato eseguì il proprio lavoro completamente automatico. Henry trovava questo processo di cremazione particolarmente rispettoso, perché non coinvolgeva nessun essere umano.


Il funerale di Martha ebbe luogo a poca distanza dal mausoleo della famiglia Moreany. Seguendo le prescrizioni del regolamento del cimitero, i becchini portarono l’urna fino alla fossa già preparata in precedenza e foderata da una intelaiatura quadrata di legno, ricoperta da uno strato di prato artificiale. Sulla lapide di granito nero era inciso solo il nome, senza data. Non era stato pubblicato nessun necrologio, Henry non aveva invitato nessuno, ma era andato da solo a sotterrare l’urna. Era stata una cerimonia quasi anonima. Siccome Henry non si era mai interessato a Dio o alla vita dopo la morte, non era presente neppure un sacerdote, e nessuno tenne un’orazione funebre. Solo una donna con l’annaffiatoio si soffermò brevemente per dare un’occhiata, quindi riprese il cammino verso la tomba del marito.


Quando Henry si trovò davanti alla buca con l’urna, fu assalito da una grande stanchezza e si chiese che cosa avrebbe fatto per il resto della vita. La sua recita straordinaria come scrittore era terminata. Sonja non si era più fatta sentire dopo l’uragano. Doveva aver capito che con uomini come lui non era possibile instaurare una quotidianità, tutto restava frammentario. Henry era riuscito a compiere il delitto perfetto, ora era di nuovo solo. Nessun romanzo nuovo da pubblicare, nessuna moglie ad aspettarlo, nessun bambino da prendere a scuola, nessuno ad attenderlo a casa a parte il cane. Persino la polizia prima o poi avrebbe perso ogni interesse per lui. Henry era consapevole che non avrebbe lasciato altro che la storia decisamente avvincente di una simulazione, ma a chi raccontarla? Non c’era altro da fare oramai che sparire. I becchini cominciarono a riempire di terra la piccola fossa sotto lo sguardo di Henry.


Jenssen lo aspettava al cancello del cimitero, accanto alla bicicletta di Martha. L’aveva salvata dalla distruzione, perché il deposito giudiziario della polizia cronicamente stracolmo doveva essere ampliato e gli oggetti privi di rilevanza giuridica sarebbero stati eliminati. Henry non gli chiese dove avesse saputo del funerale di Martha, dopotutto un poliziotto è pagato per venire a conoscenza dei movimenti e delle attività di un sospettato, ci si aspetta addirittura che sappia più di quanto si ritenga plausibile. Caricarono insieme la bicicletta e gli effetti personali di Martha nel bagagliaio della Maserati di Henry.


«Ha già trovato nuove domande per le sue risposte?» chiese sarcastico Henry, richiudendo il portellone del portabagagli.


Jenssen si passò la mano tra i capelli, la manica della camicia si tirò sul suo bicipite monumentale. «Non riesco a capirla, Hayden. Ci provo, ma non ci riesco.»


«Che cosa c’è da capire?»


«Perde sua moglie. Vede queste foto spaventose e mantiene una calma sovrannaturale. Non piange neppure.»


«Quando piango, non vedo niente.»


Jenssen fece un gesto stizzito. «Salva la vita a un uomo che probabilmente la perseguita e non ne fa parola, ma paga le spese del suo ricovero ospedaliero. Per lei è un perfetto sconosciuto. Perché lo fa?»


Henry si tolse la giacca scura e la gettò dentro la macchina. Fece due passi verso Jenssen. «Lei è un cacciatore, Jenssen. Dà la caccia agli uomini. Perché diamine non spara?»


Jenssen spostò una gamba all’indietro e chinò in avanti le spalle. «Io non do la caccia a nessuno. Io cerco la verità.»


«Dentro di me?» gli gridò Henry. «Dentro di me non c’è nessuna verità. La verità l’hanno mangiata i pesci, la verità è bruciata nel forno, la verità è cenere.» Henry tornò calmo. «Lei crede che io sia un assassino. Vorrebbe arrestarmi... e che cosa fa? Cerca di capirmi. Se vuole cacciare, allora lo faccia. Se vuole capire, cominci da se stesso. Ma le dico subito che non troverà nessuna verità.» Henry tornò vicino alla propria macchina. «Chi chiama la selvaggina, la fa scappare. La preda si avvicina solo quando si sente sicura.»


Henry salì in macchina e accese il motore. Jenssen posò la mano massiccia sul tettuccio e si chinò sul finestrino.


«Dov’è sua madre?»


Il quartiere giaceva nel coma vigile del declino industriale, iniziato negli anni Settanta con la chiusura della grande fabbrica di lamiere ondulate. Il sole del pomeriggio illuminava le facciate rivolte a ovest delle palazzine ancora rimaste. Per lo più erano state abbandonate, solo qua e là crescevano alte siepi e i giardinetti davanti alle case erano curati. Parallela alla strada correva una ferrovia a scartamento ridotto abbandonata che creava una linea di confine con i campi incolti e le discariche di detriti e rifiuti. Ciuffi di acetosa crescevano tra i panconi, betulle isolate e vite americana.


Il cancello del giardino con il numero 25 era chiuso da una catena con lucchetto. Dietro la recinzione prosperavano cespugli in fiore, il vialetto era completamente ricoperto d’erba. «Se le interessa la botanica, qui troverà specie interessanti» disse Henry aprendo il lucchetto. «Per caso non ha mica con sé un machete?»


Jenssen si accorse subito che il lucchetto era molto nuovo. I due uomini si aprirono un varco fino alla casa, tra l’alta vegetazione si sentì frusciare un animale. Jenssen notò dei cumuli di terra ricoperti d’erba.


«Là dietro viveva la belva.» Henry indicò una bassa rimessa tra alcuni noccioli. Jenssen si fermò e si schermò gli occhi con la mano, il sole in questa stagione era decisamente più basso di quando si erano conosciuti la prima volta in maggio. «Da piccolo andavo a giocare lì dentro. La rimessa era il mio palazzo. La bella e la bestia, l’ha letto?»


Jenssen ci rifletté un istante. «Ho visto soltanto il film.»


Henry si fece largo fino alla porta d’ingresso, sprangata da un massiccio pannello di truciolato. Fiori di bardana gli rimasero attaccati all’abito da funerale, ma lui non ci badò. «Provi a indovinare chi ero io.»


«La bestia?»


Henry rise e tirò fuori dalla tasca una chiave fissata a una catena. «Me l’ero immaginato che avrebbe risposto così. La bella. Io ero la bella.»


Jenssen avrebbe voluto chiedere chi era la bestia, ma ci rinunciò. Anche il lucchetto sul pannello di truciolato era nuovo. Henry lo aprì e spostò il pannello dalla porta. Jenssen si tastò la Heckler & Koch nella fondina alla cintura e slacciò il cinturino. Sulla porta si vedevano chiari segni di colpi e una fenditura verticale. Riconobbe i resti sbiaditi dei sigilli di polizia ancora attaccati sopra la vecchia serratura.


Henry aprì la porta che non era chiusa a chiave. «Lei è il primo ospite dopo tantissimo tempo. Benvenuto a casa mia.»


Dalla porta aperta il sole illuminava l’ingresso. Il resto della casa era buio, Jenssen tirò fuori dalla tasca interna della giacca una pila a led. Davanti alla porta l’impiantito era ancora intatto, ma tre passi più in là il pavimento era stato divelto, c’erano solo panconi su resti di muri e vecchie putrelle.


«Ho comprato la casa sette anni fa. Era proprietà del demanio, nessuno ci aveva più abitato e valeva molto poco. Come tutta la zona qui.»


Henry avanzò in equilibrio sulle assi come un gatto. «Faccia attenzione a dove mette i piedi.»


Jenssen illuminò l’oscurità tra le travi. «Qui sotto c’è una cantina?»


Henry si fermò. «Il locale caldaia. Non è in muratura. Solo fango e terra.»


Jenssen illuminò un cucinotto, anche qui il pavimento era stato sollevato fino a sotto la stufa, a ogni passo si sentivano scricchiolare minuscole corazze di insetti.


«Vuole vedere la scala?» domandò Henry alle sue spalle. Jenssen lo seguì per una stanza piena di anfratti che un tempo doveva essere stata la sala da pranzo, fino a una stretta scala con la ringhiera, poco più larga delle sue spalle. Ai gradini era ancora fissata una passatoia di fibra sintetica.


Jenssen guardò su per la scala. Era ripida e lunga non più di tre metri. «Qui?» chiese.


Henry salì prima di lui e si voltò a guardarlo. «Mio padre si fermò proprio dov’è lei adesso.» Jenssen lo illuminò da sotto. Non appena spostò il fascio di luce, la sagoma di Henry scomparve.


«Lei lo vide?»


«Stavo proprio quassù.»


Jenssen spostò la luce della pila su e giù per la scala. «Fu lo stesso giorno in cui scomparve sua madre?»


«Come ho detto, rimasi convinto per molto tempo che mia madre se ne fosse semplicemente andata per cominciare una nuova vita altrove. L’ho aspettata. Qui, in questa casa. Ma lei non è mai tornata, non ha più dato notizie. Sono passati più di trent’anni.»


Jenssen salì le scale. «Ha detto che si trovava in cima alla scala. Come mai?»


«La mia camera è quassù. Venga.»


Henry aprì una porticina. Jenssen gli si mise accanto e illuminò l’interno. Il pavimento era intatto. Il lettino era sotto una finestra chiusa da assi inchiodate. Le lenzuola erano distese ordinatamente sopra, ricoperte di muffa ed escrementi di topo. «Mio padre salì di sopra a cercarmi. Ma mi ero nascosto.»


«Dove?»


«Sotto il letto.»


«Perché?»


«Era molto arrabbiato, e deluso di me. Mi trascinò fuori dal letto e mi chiese se sapevo di essere un figlio di puttana.»


«Un figlio di puttana?»


«Sì. Esatto.»


«E lei che cosa gli rispose?»


Henry rise. «Come ho detto, avevo nove anni. A quell’età non si sa che cosa significa. Immaginavo che fosse qualcosa di brutto. Mio padre me lo spiegò. “Henry” disse sottovoce in tono amichevole, “sei un figlio di puttana perché sei nato da una puttana. Tu non sei mio figlio.” Questo l’ho capito subito.»


Jenssen si grattò dietro l’orecchio. «Lo crede ancora oggi?»


«Ovviamente no. Oggi so che ce l’aveva con me, perché non ero suo figlio e questa scoperta sicuramente l’aveva addolorato. Ma all’epoca ancora non lo sapevo.»


«Però continua a chiamarlo padre.»


«Non avevo nessun altro.»


«Perché venne in camera sua quella sera?»


«Era venuto a prendermi. Mi trascinò fino alle scale. Mi aggrappai alla ringhiera, lui mi tirava con tutte le forze, il pigiama si strappò, era tutto bagnato, perché mi ero fatto la pipì addosso. Lui ha perso l’equilibrio ed è caduto dalle scale. Per sempre.»


«Lei che cosa fece?»


Henry scoppiò a ridere. «Tornai a letto. Vuole vedere anche la cantina?»


Mentre si aprivano di nuovo un varco nel giardino per tornare sulla strada, Jenssen si fermò un’altra volta. Posò il piede su uno dei cumuli di terra. «Che cosa sono questi?»


Henry si tolse la polvere e i fiori di bardana dalla manica. «Buche. Ho scavato dappertutto, l’ho cercata dappertutto. Ma non ho mai trovato mia madre.»


Raggiunsero il parcheggio davanti al cimitero che era già buio. Rimasero per un po’ seduti in silenzio, poi Jenssen aprì la portiera. «Signor Hayden, lei sa dove si trova adesso Betty Hansen?»


«Se lo sapessi, non sarei qui.»


«Dove sarebbe?»


«A casa da mia moglie.»


Henry Hayden sparì senza lasciare tracce prima della pubblicazione del romanzo. Contrariamente alle aspettative, il libro non fu un best seller. I critici scrissero che la conclusione era sconcertante e inconsueta. Un anno dopo la scomparsa di Hayden, Obradin Basaric ricevette una cartolina da uno sconosciuto, su cui con inchiostro marrone e calligrafia minuta c’era scritto: “Meglio sempre soli piuttosto che mai”.