lunedì 7 novembre 2022

IL SOCCOMBENTE Thomas Bernhard



IL SOCCOMBENTE 

Thomas Bernhard 

Recensione 
È una sorta di monologo, continuo, incalzante,  Da un pensiero ne seguono altri, fino a che si ritorna al pensiero originale arricchito con qualcosa in più. Penso che chiunque di noi si è trovato ad essere aspirato nel vortice dei suoi pensieri  ritornando più volte sugli stessi.  Ho letto molto altro di Thomas Bernhard, poiché è uno scrittore capace di donarmi una ricchezza di argomenti di meditazione.  Ci sono  anche in questo libro degli aspetti negativi. Vi è una continua ripetizione di termini, concetti, frasi. Ma anche noi ci troviamo qualche volta nel circolo vizioso dei nostri pensieri, quando rimuginiamo più volte lo stesso  argomento, per cercarne una comprensione, una soluzione. È un monologo. Per me è stato come entrare nella mente di un'altra persona, per quanto fittizia, ma al tempo stesso molto reale.Il tema è affascinante: cosa può scaturire dall'incontro di un filosofo, un genio e un soccombente? In quale misura le nostre azioni possono essere condizionate dagli incontri casuali o ricercati col prossimo?

Perché leggere “Il Soccombente” di Thomas Bernhard.(https://www.illibraio.it/news/dautore/il-soccombente-giuliana-altamura-thomas-bernhard-325949/amp/)

Il  romanzo di Bernhard si apre con un’estate piovosa a Salisburgo, in cui tre pianisti seguono un corso di Horowitz. Due di loro sono promesse del concertismo mondiale, il terzo è Glenn Gould. Il narratore stringe da subito un’amicizia intellettuale con Glenn e a loro si unisce in seguito Wertheimer. Decidono di prendere insieme un appartamento per la durata delle lezioni e in poco tempo diviene evidente la superiorità pianistica di Gould rispetto allo stesso Horowitz. Alla fine dell’estate Glenn sceglie di tornare in Canada. I due sono convinti che si tratti di un addio, che il suo invasamento musicale, il suo radicalismo pianistico, l’avrebbero presto ucciso. Glenn, invece, comincia la sua ascesa vertiginosa in America, mentre quell’estate pone fine alle loro carriere, entrambi diversamente incapaci di sostenere il paragone col genio. Ma è Wertheimer,  il vero soccombente, è Glenn a ideare quel soprannome per lui. Quando l’amico assiste per la prima volta all’esecuzione delle Variazioni Goldberg di Bach a opera di Gould, cade nella “trappola mortale della sua vita” e non sarà più in grado di liberarsi. In quel momento Gould annienta Wertheimer e a lui non rimane alternativa all’autodistruzione.

Il romanzo è costruito come un unico flusso di pensiero concepito dal narratore nella locanda vicina alla villa in cui il soccombente si è tolto la vita. Questo stream è destrutturato in una sorta di catena che, servendosi di ripetizioni frequenti, amplia e approfondisce di anello in anello i nuclei tematici fondamentali, spaesando il lettore e allo stesso tempo guidandolo nel caos vorticoso di un pensiero capace di scavare nelle più inconfessabili profondità dell’uomo, lì dove la sua verità si trasforma in dissoluzione. Solo il discorso ha questo potere.

IL SOCCOMBENTE

Un suicidio lungamente premeditato,
pensai, non un atto repentino
di disperazione.

Anche Glenn Gould, il nostro amico e il più importante virtuoso del pianoforte di questo secolo, è arrivato soltanto a cinquantun anni, pensai mentre entravo nella locanda.

Solo che non si è tolto la vita come Wertheimer, ma è morto, come si suol dire, di morte naturale.

Quattro mesi e mezzo a New York suonando e risuonando le Variazioni Goldberg e l’Arte della fuga, quattro mesi e mezzo di Klavierexerzitien, come Glenn Gould ripeteva di continuo e solo in tedesco, pensai.

Esattamente ventotto anni prima avevamo abitato insieme a Leopoldskron per studiare con Horowitz e (ciò riguarda Wertheimer e me, ma non, com’è ovvio, Glenn Gould) nel corso di un’estate completamente guastata dalla pioggia avevamo imparato da Horowitz più che negli otto anni precedenti al Mozarteum e alla Wiener Akademie. Horowitz ha veramente abolito tutti i nostri professori. Eppure quegli atroci maestri ci erano stati utilissimi per capire Horowitz a fondo. Per due mesi e mezzo piovve ininterrottamente e noi, chiusi a chiave nelle nostre stanze a Leopoldskron, lavoravamo giorno e notte, l’insonnia (di Glenn Gould!) era ormai diventata per noi uno stato irrevocabile, di notte elaboravamo per conto nostro ciò che Horowitz ci aveva insegnato durante il giorno. Non mangiavamo quasi nulla e per tutto quel periodo non patimmo dei dolori di schiena che ci avevano tormentato di continuo fintanto che avevamo studiato coi nostri vecchi professori; sotto Horowitz quei dolori di schiena non li sentimmo affatto perché studiavamo con una tale intensità che in ogni caso non avremmo potuto sentirli. Al termine del nostro corso con Horowitz, fu chiaro che Glenn già suonava il pianoforte meglio di Horowitz stesso, ad un tratto avevo avuto l’impressione che Glenn suonasse meglio di Horowitz e, da quel momento in poi, Glenn fu per me il più importante virtuoso del pianoforte di tutto il mondo, per quanti pianisti io abbia sentito da quel momento in poi, nessuno suonava come Glenn, lo stesso Rubinstein, che ho sempre amato, non suonava meglio di lui. Wertheimer ed io eravamo pari quanto a bravura, anche Wertheimer ha detto molte volte che Glenn era il migliore, lo ha detto perfino quando ancora non osavamo dichiarare che era il migliore del secolo. Il ritorno di Glenn in Canada significò veramente per noi la perdita del nostro amico canadese, non pensavamo di rivederlo mai più, era invasato dalla sua arte in una tale maniera da farci supporre che non potesse tirare avanti in quello stato ancora per molto e che in breve tempo sarebbe morto. Invece, passati due anni da quando avevamo frequentato con lui il corso di Horowitz, Glenn suonò al Festival di Salisburgo le Variazioni Goldberg su cui due anni prima si era esercitato giorno e notte con noi al Mozarteum studiandole e ristudiandole di continuo. Dopo il suo concerto, i giornali scrissero che fino ad allora nessun pianista aveva mai suonato le Variazioni Goldberg con tanta arte, dopo il suo concerto di Salisburgo essi scrissero dunque ciò che noi già sapevamo e avevamo detto due anni prima. Con Glenn ci eravamo dati appuntamento, dopo il suo concerto, al Ganshof di Maxglan, una vecchia osteria che io amavo. Bevemmo dell’acqua e non parlammo di nulla. Non appena ci rivedemmo, io dissi subito a Glenn che noi, Wertheimer (venuto apposta a Salisburgo da Vienna) ed io, non avevamo mai pensato, nemmeno per un attimo, di poterlo rincontrare, che l’unica cosa di cui eravamo sempre stati convinti era che lui, Glenn, una volta tornato nel Canada da Salisburgo, si sarebbe ben presto rovinato a causa del suo invasamento per l’arte, a causa del suo radicalismo pianistico. Sì, parlando con lui, usai proprio questo termine, radicalismo pianistico. Il mio radicalismo pianistico è un termine che Glenn ha poi usato di continuo, e io so che questa espressione l’ha adoperata molto spesso anche in Canada e in America. Già allora, dunque quasi trent’anni prima della sua morte, Glenn non amava nessun altro compositore più di Bach, subito dopo per lui veniva Händel, Beethoven lo disprezzava, perfino Mozart, quando lui ne parlava, non era più lo stesso Mozart da me amato come nessun altro, pensai entrando nella locanda. Glenn non ha mai suonato una nota senza accompagnarsi con il canto, pensai, non è mai esistito un altro pianista con questa abitudine. Della sua malattia polmonare parlava come se fosse la sua seconda arte. Nello stesso periodo abbiamo avuto la stessa malattia che poi ci è rimasta, pensai, e ultimamente anche Wertheimer si è ammalato della nostra malattia. Ma Glenn non si è rovinato a causa di questa malattia polmonare, pensai. Ciò che lo ha ucciso è l’assenza di vie d’uscita in cui lui stesso si è cacciato suonando per quasi quarant’anni, pensai. Lui naturalmente non ha smesso di suonare il pianoforte, pensai, mentre io e Wertheimer abbiamo smesso di suonare il pianoforte in quanto non lo abbiamo trasformato in una mostruosità come Glenn, che da questa mostruosità non si è più tirato fuori non avendo mai avuto la voglia, in effetti, di tirarsi fuori da questa mostruosità. Wertheimer mise all’asta al Dorotheum il suo pianoforte a coda Bösendorfer,mentre io un giorno, per evitare che il mio Steinwayseguitasse a tormentarmi, lo regalai alla figlia di nove anni di un maestro originario di Neukirchen presso Altmünster. La figlia del maestro rovinò il mio Steinway in brevissimo tempo, il che non mi dispiacque affatto, anzi osservai con piacere perverso questa ottusa opera di distruzione. Wertheimer si era addentrato, lo diceva di continuo lui stesso, nella scienza dello spirito, io avevo dato inizio al mio processo di intristimento. Senza la musica, che da un giorno all’altro non ero più riuscito a sopportare, io intristivo, intendo senza la musica pratica, quella teorica aveva sempre avuto su di me, fin dal primo momento, solo un effetto devastante. Da un momento all’altro avevo odiato il pianoforte, il mio pianoforte, non ce l’avevo più fatta a sentirmi suonare; non volevo più sbagliare nota sul mio strumento. Così un giorno andai a cercare il maestro per annunciargli il mio dono, ossia il mio Steinway, la gente dice che sua figlia è dotata per il pianoforte, avevo detto al maestro annunciandogli il trasporto dello Steinway in casa sua. Ero giunto per tempo al convincimento di non essere adatto alla carriera del virtuoso, avevo detto al maestro, siccome in tutto quello che facevo miravo all’eccelso, ero costretto a separarmi dal mio strumento poiché certo con esso, come avevo capito all’improvviso, non avrei mai raggiunto risultati eccelsi, e dunque non c’era da stupirsi che mettessi il mio pianoforte a disposizione di sua figlia che era così dotata, io non alzerò mai più, nemmeno una volta, il coperchio del mio pianoforte, avevo detto allo strabiliato maestro, un uomo alquanto primitivo che ha una moglie ancora più primitiva di lui, originaria anch’essa di Neukirchen presso Altmünster. I costi del trasporto me li assumo ovviamente io! avevo detto al maestro che conoscevo benissimo fin dall’infanzia, come del resto conoscevo la sua dabbenaggine, per non dire imbecillità. Il maestro ha subito accettato il mio dono, pensai entrando nella locanda. Nemmeno per un attimo avevo creduto al talento di sua figlia; di tutti i bambini che vivono in campagna i maestri dicono che hanno del talento, talento per la musica soprattutto, e in realtà invece non hanno il minimo talento, sono tutti bambini assolutamente privi di qualsiasi talento, e il fatto che uno di loro soffi in un flauto o pizzichi una chitarra o strimpelli su un pianoforte non dimostra ancora che egli abbia del talento. Sapevo di consegnare il mio prezioso strumento a una persona totalmente inetta, proprio a questo scopo lo avevo fatto portare nella casa di quel maestro. In brevissimo tempo la figlia del maestro ha mandato in rovina e reso inservibile il mio prezioso strumento, uno dei migliori strumenti in assoluto, uno dei più rari e dunque dei più ricercati e dunque anche dei più costosi strumenti che ci siano. Ma la rovina del mio amato Steinway era esattamente ciò che avevo voluto. Wertheimer si è addentrato, come diceva di continuo lui stesso, nelle scienze dello spirito, io ho dato inizio al mio processo di intristimento, e mandando il mio strumento nella casa del maestro ho avviato per mio conto questo processo di intristimento come meglio non avrei potuto. Wertheimer, tuttavia, aveva seguitato a suonare il pianoforte per vari anni ancora dopo che io avevo regalato il mio Steinway alla figlia del maestro, in quanto per vari anni ancora era stato convinto di poter diventare un virtuoso del pianoforte. Del resto egli suonava mille volte meglio della maggior parte dei nostri virtuosi del pianoforte che si esibiscono in pubblico, ma alla fine la prospettiva di diventare nel migliore dei casi un virtuoso del pianoforte come ce ne sono molti altri in Europa non riuscì più a soddisfarlo, e allora smise di suonare e si immerse nelle scienze dello spirito. Io stesso, di questo son convinto, suonavo ancora meglio di Wertheimer, eppure non sarei mai riuscito a suonare così bene come Glenn, e per questo motivo (lo stesso motivo, dunque, di Wertheimer!) ho abbandonato il pianoforte dall’oggi al domani. Avrei dovuto suonare meglio di Glenn, ma questo non era possibile, anzi era escluso, e dunque rinunciai a suonare il pianoforte. Mi svegliai in un giorno di aprile, non so più esattamente quale, e mi dissi, col pianoforte ho chiuso. E in effetti non sfiorai più lo strumento. Mi recai immediatamente dal maestro e gli annunciai il trasporto del pianoforte. D’ora innanzi mi dedicherò a ciò che è filosofico, pensavo recandomi dal maestro, benché naturalmente non riuscissi neanche a immaginare in che cosa consista questo filosofico. Non sono assolutamente un virtuoso del pianoforte, mi dicevo, non sono un interprete, non sono un artista della riproduzione. Non ho niente dell’artista. Ero subito stato attratto dal progressivo rattrappirsi del mio pensiero. Lungo tutta la strada che mi portava dal maestro, non avevo fatto che ripetere queste tre parole: Niente dell’artista! Niente dell’artista! Niente dell’artista! Probabilmente, se non avessi conosciuto Glenn Gould, non avrei abbandonato il pianoforte e sarei diventato un virtuoso del pianoforte, forse addirittura uno dei migliori virtuosi del mondo, pensai nella locanda. Se incontriamo il primo di tutti, dobbiamo rinunciare, pensai. Stranamente ho conosciuto Glenn sul Mönchsberg, il monte della mia infanzia. Veramente lo avevo già visto al Mozarteum, ma con lui non ho scambiato una sola parola prima di quell’incontro sul Mönchsberg, chiamato altresì monte del suicidio perché si presta al suicidio come null’altro al mondo, e infatti tutte le settimane si scagliano da quel monte nell’abisso almeno tre o quattro persone. I suicidi salgono fino in cima con l’ascensore scavato nel cuore della montagna, fanno un paio di passi e poi si scagliano giù nella città. Quelli che giacciono sfracellati sulla strada mi hanno sempre affascinato e io stesso (come anche Wertheimer del resto!) sono salito molte volte sul Mönchsberg, a piedi o in ascensore, con l’intento di scagliarmi giù, ma non mi sono scagliato giù (e non lo ha fatto nemmeno Wertheimer!). Più volte mi ero messo in posa (come pure Wertheimer!) per buttarmi di sotto, ma come Wertheimer non mi sono buttato. Ho fatto dietrofront. Naturalmente finora sono più numerosi quelli che hanno fatto dietrofront di quelli che si sono buttati di sotto, pensai. Glenn l’ho incontrato sulla cosiddetta Altura Richter del Mönchsberg, dalla quale si gode la vista più bella sulla Germania. Ero stato io a rivolgergli la parola, gli avevo detto: Noi due studiamo con Horowitz. Sì, era stata la sua risposta. Guardammo giù verso la pianura tedesca e subito Glenn si mise a parlare dell’Arte della fuga. Mi sono imbattuto, avevo pensato, in un intelligentissimo uomo di scienza. Aveva una borsa di studio della Fondazione Rockefeller, disse. E comunque suo padre era un uomo ricco. Usava espressioni come star nella pelle, o stare nei panni, insomma parlava il tedesco meglio dei nostri compagni di studio provenienti dalla provincia austriaca. È una fortuna che Salisburgo si trovi qui e non in Germania, ossia quattro chilometri più in giù, disse, perché in Germania non ci sarei andato. Fu fin dal primo istante un’amicizia intellettuale. Perlopiù quelli che suonano il pianoforte, anche se sono celeberrimi, non sanno nulla della propria arte, disse. È vero, dissi io, ma questo succede anche in tutti gli altri campi dell’arte, è esattamente così nella pittura, nella letteratura, dissi, e nemmeno i filosofi hanno cognizione di che cosa sia la filosofia. Gli artisti non hanno quasi mai cognizione della propria arte. Hanno dell’arte una concezione dilettantesca, restano a vita legati al dilettantismo, perfino gli artisti più celebri nel mondo intero. Ci eravamo subito intesi, eravamo stati attratti fin dal primo istante, questo devo dirlo, dalle nostre differenze, che erano in effetti differenze abissali, benché avessimo spontaneamente la medesima concezione dell’arte. Solo un paio di giorni dopo questo incontro sul Mönchsberg, Wertheimer si è unito a noi. Glenn, Wertheimer ed io, che per le prime due settimane avevamo abitato ciascuno per proprio conto, ma tutti e tre in alloggi assolutamente inadeguati della Città Vecchia, alla fine affittammo insieme, per la durata del nostro corso con Horowitz, una casa a Leopoldskron, nella quale potevamo fare ciò che più ci piaceva. Nella Città Vecchia tutto aveva avuto su di noi un effetto paralizzante, l’aria era irrespirabile, le persone intollerabili, l’umidità dei muri aveva recato grave danno a noi e ai nostri strumenti. In realtà abbiamo potuto continuare il nostro corso con Horowitz solo grazie al fatto che ce ne siamo andati via da quella città, la quale è in definitiva la città più avversa all’arte e allo spirito che si possa immaginare, un buco ottuso e provinciale, con gente stupida e muri freddi, nella quale con l’andare del tempo tutto è reso ottuso, tutto senza eccezioni. È stata la nostra salvezza aver impacchettato le nostre quattro carabattole ed essercene andati fuori, a Leopoldskron, che allora era ancora un prato verde nel quale pascolavano le mucche e dimoravano gli uccelli a centinaia di migliaia. La città di Salisburgo, che essendo stata dipinta di fresco fin nei suoi più piccoli anfratti, è adesso ancora più orribile di quanto fosse allora, ventotto anni fa, era ed è tuttora una città nemica di tutto ciò che gli uomini hanno di più intimo, che col tempo vien da essa annichilito, noi questo lo avevamo capito subito ed eravamo scappati a Leopoldskron. I salisburghesi sono sempre stati atroci, così come il clima nel quale vivono, e quando oggi giungo in questa città non solo mi confermo nel mio giudizio di allora, ma tutto mi appare ancora più atroce. Eppure certamente fu per noi un grandissimo vantaggio aver frequentato il corso di Horowitz proprio in questa città così avversa allo spirito e all’arte. In un ambiente di studio che ci è ostile studiamo meglio che in un ambiente a noi amichevole, e colui che si accinge a studiare farebbe bene a scegliere un luogo di studio che gli sia ostile piuttosto che un luogo con un’atmosfera amichevole, in quanto un’atmosfera amichevole gli toglierebbe gran parte della concentrazione sullo studio, mentre un ambiente a lui ostile permette una concentrazione totale, al cento per cento, su questo studio, dal momento che su questo studio egli deve concentrarsi se non vuol cadere in preda alla disperazione, e in questo senso Salisburgo, come tutte le altre cosiddette belle città, è probabilmente raccomandabilissima per chi voglia compiervi un corso di studi, certo soltanto per un carattere forte, un carattere debole andrebbe in rovina inesorabilmente in brevissimo tempo. Per tre giorni Glenn era stato ammaliato dall’incanto di questa città, per poi accorgersi ad un tratto che si trattava, come si suol dire, di un incanto fasullo, che quella bellezza era in fondo ripugnante e che gli esseri umani, in questa città dalla bellezza ripugnante, erano volgari. Il clima prealpino rende psicopatici gli esseri umani che già da piccolissimi hanno dovuto subire l’ottusità e che con l’andare del tempo diventano malvagi, dissi. Colui che vive qui e non mente a se stesso questo lo sa bene, colui che vi giunge da fuori se ne rende conto dopo poco tempo, e deve andar via, prima che per lui sia troppo tardi, a meno che non voglia diventare come questi ottusiabitanti di Salisburgo, come questi psicopatici che con la loro ottusità uccidono a poco a poco tutto ciò che ancora non è come loro. All’inizio, disse Glenn, aveva pensato che crescere qui sarebbe stato bellissimo, ma già due o tre giorni dopo il suo arrivo gli era parso un incubo essere messi al mondo in questa città, e qui essere costretti a crescere, a diventare adulti. Questo clima e questi muri uccidono la sensibilità, disse. E io non ebbi altro da aggiungere. A Leopoldskron lo spirito maligno di questa città non poteva più danneggiarci, pensai mentre varcavo la soglia della locanda. In fondo non fu soltanto Horowitz che mi insegnò a suonare il pianoforte fino alle sue estreme conseguenze, fu anche il quotidiano contatto con Glenn Gould nel periodo in cui seguimmo il corso di Horowitz, pensai. Il mio ultimo maestro prima di Horowitz era stato Wührer, uno di quei maestri che ti soffocano nella mediocrità, per non parlare di quelli che avevo avuto prima di lui, tutti nomi illustri, come si suol dire, che ad ogni piè sospinto suonano in pubblico nelle metropoli e occupano cattedre assai ben remunerate nei nostri celebri conservatori pur non essendo altro che gente rovinosa, uomini che suonano il pianoforte senza avere la minima idea dei concetti musicali, pensai. Dappertutto suonano e occupano posti di insegnamento questi maestri di musica, e guastano migliaia e centinaia di migliaia di allievi, quasi che il loro compito vitale consistesse nel soffocare sul nascere le doti straordinarie dei giovani musicisti. Non c’è posto al mondo in cui l’irresponsabilità regni sovrana come nei nostri conservatori, pensai, i quali recentemente hanno preso il nome di universitàmusicali. Di ventimila maestri di musica uno solo è il maestro ideale. Horowitz era quello che intendo un maestro ideale, pensai. Glenn, se si fosse dedicato all’insegnamento, sarebbe stato lui pure un maestro ideale. Glenn, al pari di Horowitz, possedeva la sensibilità e la comprensione ideali per questa disciplina, anche lui sarebbe riuscito nell’intento di trasmettere quest’arte. Ogni anno decine di migliaia di studenti di musica percorrono la strada dell’ottusità negli istituti superiori di musica e sono mandati in rovina dai loro inqualificabili maestri, pensai. Capita qualche volta che diventino famosi pur non avendo capito niente, pensai mentre varcavo la soglia della locanda. Diventano Gulda o Brendel, eppure non sono nulla. Diventano Gilels, eppure non sono nulla. Anche Wertheimer, se non avesse incontrato Glenn, sarebbe certo diventato uno dei nostri più importanti virtuosi del pianoforte, pensai, non avrebbe dovuto abusare delle scienze dello spirito come io del cosiddetto campo filosofico, perché come io da decenni ho abusato della filosofia o del campo filosofico, così Wertheimer ha abusato fino alla fine della sua vita di quelle che vengono chiamate scienze dello spirito. Lui non avrebbe riempito tutte quelle schede, pensai, e io non avrei riempito tanti manoscritti, sono crimini contro lo spirito, questo pensai entrando nella locanda. Cominciamo come virtuosi del pianoforte e finiamo per rovistare e frugare nelle scienze dello spirito oppure nelle filosofie, e così ci roviniamo. Perché non ci siamo spinti fino al limite estremo e al di là di questo limite estremo, pensai, e abbiamo abbandonato il pianoforte per riguardo a un genio nel nostro campo. Ma a esser sincero, io non sarei comunque mai potuto diventare un virtuoso delpianoforte, poiché in realtà non volevo essere un virtuoso del pianoforte in quanto ho sempre avuto contro questa idea le più ampie riserve e ho soltanto abusato del virtuosismo pianistico ai fini del mio processo di intristimento, sembrandomi addirittura fin da principio che chi suona il pianoforte fosse un personaggio ridicolo; essendo stato traviato dal mio talento veramente straordinario per lo studio del pianoforte, io questo talento l’ho prima applicato all’attività pianistica, e poi, dopo quindici anni di torture, l’ho buttato a mare da un momento all’altro e senza farmi il minimo scrupolo. Non è nel mio stile sacrificare la mia esistenza al sentimentalismo. Sono scoppiato a ridere e ho fatto trasportare il pianoforte nella casa del maestro, poi per vari giorni mi sono divertito di me stesso che ridevo del trasporto del pianoforte, sì, è proprio così, da solo mi sono preso gioco della carriera del virtuoso che io stesso da un momento all’altro avevo spezzato. E forse questa carriera da me infranta tutt’a un tratto, pensai entrando nella locanda, è una parte indispensabile del mio processo di intristimento. Noi tutti sperimentiamo ogni sorta di cose per poi spezzare di continuo questi esperimenti, gettiamo tutt’a un tratto decenni di esistenza nel mucchio dei rifiuti. Wertheimer era sempre stato più lento, mai risoluto come me nel prendere le decisioni, la sua carriera di virtuoso del pianoforte l’ha gettata nel mucchio dei rifiuti vari anni dopo di me e, a differenza di me, non se n’è fatto una ragione né allora né mai, di continuo l’ho sentito rammaricarsi per il fatto che non avrebbe dovuto abbandonare l’attività pianistica, che avrebbe dovuto continuare a suonare, che entro certi limiti il colpevole ero io, essendo sempre stato io il suo modello nelle questioni importanti, nelle decisioni esistenziali, così ha detto una volta, pensai entrando nella locanda. Per me e per Wertheimer aver frequentato le lezioni di Horowitz era stato micidiale, mentre quelle lezioni erano state per Glenn l’espressione del suo genio. Non Horowitz, pensai, ma Glenn aveva ucciso sia in me sia in Wertheimer tutto ciò che aveva a che fare col virtuosismo pianistico e, in definitiva, con la musica in generale. Glenn ci ha reso impossibile il virtuosismo pianistico in un’epoca nella quale noi due credevamo ancora fermamente nel nostro virtuosismo pianistico. Per vari anni ancora dopo il corso di Horowitz, avevamo creduto nel nostro virtuosismo, benché esso fosse già morto nel momento in cui avevamo conosciuto Glenn. Chissà se non fossi andato da Horowitz e avessi continuato a seguire le lezioni del mio maestro Wührer, chissà se in quel caso oggi non sarei davvero un virtuoso del pianoforte, uno di quei celebri virtuosi, pensai, che tutto l’anno viaggiano in lungo e in largo tra Buenos Aires e Vienna con la loro arte. Lo stesso vale per Wertheimer. Ma subito mi dissi di no, un no estremamente deciso, poiché fin dall’inizio avevo odiato il virtuosismo con tutto ciò che esso significa e porta con sé, odiavo innanzitutto l’idea di presentarmi davanti a tanta gente e odiavo gli applausi più di tutto il resto, gli applausi non riuscivo a sopportarli, per molto tempo non seppi se ciò che non sopportavo era l’aria viziata nelle sale da concerto oppure gli applausi o entrambe le cose, fino a quando mi fu chiaro che non sopportavo il virtuosismo in quanto tale, e specialmente il virtuosismo pianistico. Non c’era nulla, infatti, che io odiassi come il pubblico e tutto ciò che a questo pubblico è legato, e quindi odiavo anche il virtuoso (e i virtuosi) in sé. E Glenn in realtà suonò in pubblico solamente per due o tre anni, poi non sopportò più di suonare in pubblico e rimase a casa, e laggiù, nella sua casa in America, diventò il migliore e il più importante tra tutti quelli che suonano il pianoforte. Quando, dodici anni fa, noi andammo a trovarlo per l’ultima volta, già da dieci anni Glenn non si esibiva più in un pubblico concerto. Nel frattempo era diventato il più lucido di tutti i folli. Era giunto al vertice della sua arte e ormai era questione di tempo, di un tempo brevissimo, poi di sicuro sarebbe stato colto dall’ictus cerebrale. Wertheimer aveva allora la mia stessa  sensazione, anche lui pensava che a Glenn non restasse da vivere se non pochissimo tempo, lo disse a me che gli sarebbe venuto un colpo.

Eravamo rimasti per due settimane e mezzo nella casa di Glenn, dove lui si era sistemato uno studio.Come durante il corso di Horowitz a Salisburgo, egli suonava il pianoforte pressoché tutto il giorno e tutta la notte. Aveva fatto così per anni, per un intero decennio. Ho dato trentaquattro concerti in due anni e questo mi basta per tutta la vita, aveva detto Glenn. Con Glenn, Wertheimer ed io suonavamo Brahms dalle due di pomeriggio fino all’una di notte. Intorno alla sua casa Glenn aveva posto tre guardiani che avevano l’incarico di tener lontana la gente. All’inizio, per non essergli di peso, noi avevamo deciso di non fermarci da lui nemmeno per una notte, ma poi rimanemmo per due settimane e mezzo, e allora per me e per Wertheimer fu di nuovo chiaro che la nostra decisione di rinunciare al virtuosismo pianistico era stata giustissima. Mio caro soccombente, fu il saluto di Glenn a Wertheimer, con tipico sangue freddo americano-canadese Glenn sempre aveva definito Wertheimer come soccombente, riservando a me un semplice e secco filosofo, che mi lasciava del tutto indifferente. Wertheimer, il soccombente, era agli occhi di Glenn uno che va a fondo, ininterrottamente e sempre più a fondo, mentre io secondo lui avevo in bocca ogni momento e con una regolarità che gli riusciva probabilmente insopportabile la parola filosofo, e dunque era più che naturale che noi due fossimo per lui il soccombente e il filosofo, pensai quando entrai nella locanda. Il soccombente e il filosofo erano giunti in America per rivedere il virtuoso del pianoforte Glenn, per nessun altro motivo. E per passare a New York quattro mesi e mezzo. In compagnia di Glenn la maggior parte del tempo. Dell’Europa non ho nostalgia, aveva detto Glenn già al momento di salutarci. Per lui l’Europa non aveva più senso. Si era barricato nella sua casa. Barricato per tutta la vita. Noi tre abbiamo sempre avuto il desiderio di barricarci in casa per tutta la vita. Fin dalla nascita tutti e tre abbiamo avuto il desiderio fanatico di barricarci in casa. Ma Glenn era quello che nel suo fanatismo si era spinto più in là. A New York alloggiavamo accanto all’Hotel Taft, e dati i nostri intenti non avremmo potuto scegliere posto migliore. In una stanza sul retro del Taft Glenn si era fatto installare uno Steinway sul quale suonava ogni giorno da otto a dieci ore, e spesso anche di notte. Non passava giorno senza suonare il pianoforte. Fin da principio Wertheimer ed io amammo New York. Non solo è la città più bella del mondo, è anche quella che ha l’aria più salubre, ci dicevamo in continuazione, in nessun’altra parte del mondo abbiamo mai respirato un’aria migliore. Glenn confermava quel che noi sentivamo: New York è l’unica città al mondo nella quale un uomo d’ingegno può respirare liberamente non appena vi mette piede. Ogni tre settimane Glenn veniva da noi e ci mostrava le parti più segrete di Manhattan. Il Mozarteum è stato una cattiva scuola, pensai mentre entravo nella locanda, anche se sotto un certo aspetto per noi è stata la migliore perché ci ha aperto gli occhi. Tutti gli istituti di insegnamento superiore sono cattive scuole, e quello che noi frequentiamo è sempre il peggiore di tutti se non riesce ad aprirci gli occhi. Che razza di miserabili maestri abbiamo dovuto sopportare, han davvero violato le nostre menti. Tutti quanti rapinatori dell’arte, annientatori dell’arte, uccisori dell’ingegno, assassini di studenti. Horowitz era un’eccezione, come Markevič e Végh, pensai. Ma non basta un solo Horowitz, pensai, a far sì che un’accademia diventi una scuola di gran classe. In quell’edificio, celebre allora e ancora oggi come nessun altro edificio al mondo, dominavano gli strimpellatori; se dico che vengo dal Mozarteum, gli occhi della gente si riempiono di lacrime. Wertheimer era, come Glenn, figlio di genitori ricchi, non solo benestanti. Io stesso non avevo la benché minima preoccupazione economica. È sempre vantaggioso avere degli amici che appartengono al nostro ambiente e che si trovano nelle nostre stesse condizioni economiche, pensai entrando nella locanda. Dal momento che non avevamo problemi di soldi, ci è stato possibile dedicarci esclusivamente ai nostri studi portandoli avanti nella maniera più radicale possibile, in effetti non avevamo in mente nient’altro che i nostri studi, anche se dovevamocontinuamente sgombrarci il cammino da quelli che tentavano di bloccare il nostro sviluppo, mi riferisco ai nostri professori con tutte le loro bassezze e porcherie. Il Mozarteum è famoso ancora oggi in tutto il mondo, pur essendo il peggiore istituto superiore di musica che si possa immaginare, pensai. Eppure, se non avessi studiato al Mozarteum, non avrei mai conosciuto Wertheimer e Glenn, pensai, i miei amici per la vita. Oggi non sono veramente più in grado di dire come mi sia venuto in mente di dedicarmi alla musica, tutti i membri della mia famiglia erano negati per la musica, negati per l’arte, e per tutta la vita niente avevano odiato di più dell’arte e dell’ingegno, ma è probabile che proprio questo sia stato per me determinante e mi abbia indotto a innamorarmi un giorno del pianoforte da me all’inizio solamente odiato, e a barattare un vecchio Ehrbar di famiglia con uno Steinway davvero meraviglioso allo scopo di far vedere agli odiati familiari la strada che avevo deciso di imboccare e che, fin dall’inizio, li aveva sconvolti. Non è stata l’arte, né la musica, né la voglia di suonare il pianoforte, è stata solamente l’opposizione contro i miei che mi ha indotto a dedicarmi alla musica, pensai. Odiavo suonare il pianoforte su quel loro Ehrbar, i genitori me lo avevano imposto come a tutti gli altri membri della famiglia, l’Ehrbar era sempre stato il loro perno artistico e tutti in famiglia lo avevano sempre suonato fino agli ultimi brani di Brahms e di Reger. Io questo perno artistico di famiglia lo avevo sempre odiato e in compenso avevo amato lo Steinway estorto a mio padre e fatto arrivare da Parigi con atroci peripezie. Dovetti andare al Mozarteum per dimostrare ai miei familiari che di musica non capivo niente e che suonare il pianoforte non era mai stata la mia passione, eppure mi servii del pianoforte allo scopo di contrastare i miei genitori e la famiglia intera, lo usai contro di loro, e così cominciai, giorno dopo giorno e anno dopo anno, a padroneggiarlo contro di loro con un virtuosismo sempre più grande. Andando al Mozarteum mi sono messo contro di loro, pensai nella locanda. Il nostro Ehrbar troneggiava nella cosiddetta sala da musica ed era il perno artistico di famiglia che permetteva ai miei di pavoneggiarsi nei pomeriggi del sabato. Lo Steinway lo scansavano, la gente non veniva, lo Steinway aveva posto fine all’epoca del loro Ehrbar. Dal giorno in cui cominciai a suonare sullo Steinway, la casa dei miei genitori perdette il suo perno artistico. Lo Steinway, pensai nella locanda mentre ero in piedi e mi guardavo intorno, era rivolto contro i miei. Al Mozarteum ci sono andato per vendicarmi di loro, per nessun altro motivo, ci sono andato per punirli dei crimini da essi perpetrati contro di me. Adesso per figlio avevano un artista, una figura ai loro occhi detestabile. E io sfruttavo il Mozarteum contro di loro, impiegavo tutti i mezzi del Mozarteum contro di loro. I miei sarebbero stati soddisfatti se io avessi rilevato le loro fornaci e suonato per tutta la mia vita sul loro vecchio Ehrbar, per questo mi ero staccato da loro installando nella sala da musica quello Steinway che era costato un patrimonio e che, in effetti, avevo dovuto far trasportare da Parigi nella nostra casa. Prima avevo insistito sullo Steinway, poi, come si addiceva allo Steinway, sul Mozarteum. E, come oggi devoammettere, non tollerai contraddizione alcuna. Di colpo stabilii di voler essere un artista e cominciai a pretendere tutto. Li avevo colti di sorpresa, pensai guardandomi intorno nella locanda. Lo Steinway fu il mio baluardo contro i miei familiari, contro il loro mondo, contro l’ottusità della mia famiglia e del mondo. Io non ero nato, al contrario di Glenn, e forse perfino di Wertheimer, dico forse perché non posso dirlo al cento per cento, io non ero nato per diventare un virtuoso del pianoforte, ma semplicemente mi costrinsi a diventarlo, mi immedesimai nella cosa, mi misi in testa di diventare un virtuoso, e devo dire che lo feci con la massima spietatezza nei confronti dei miei. Grazie allo Steinway mi era stato possibile ad un tratto presentarmi sulla scena contro i miei. Ero talmente disperato che per oppormi a loro decisi di diventare un artista, la soluzione più ovvia era che diventassi un virtuoso del pianoforte, possibilmente subito un virtuoso del pianoforte di fama mondiale, l’odiato Ehrbar nella nostra sala da musica mi aveva fatto venire in mente questa idea, ed è sfruttando questa idea come arma contro di loro che l’ho portata alla più alta ed eccelsa perfezione. Ma nel caso di Glenn le cose non sono andate diversamente, e nemmeno nel caso di Wertheimer, il quale si è dedicato agli studi artistici e dunque musicali con l’unico intento, a quanto ne so io, di irritare suo padre, pensai nella locanda. Per mio padre è una catastrofe, mi ha detto Wertheimer, il fatto che io studi pianoforte. Glenn diceva la stessa cosa in modo ancor più radicale: Quelli odiano me e il mio pianoforte. Io dico Bach, e a quelli vien subito da vomitare, diceva Glenn. Già il suo nome era celebre nel mondo, e i suoi genitori seguitavano implacabili ad avversarlo. Ma se Glenn aveva mantenuto una sua coerenza e alla fine, sia pure soltanto due o tre anni prima di morire, era riuscito a persuaderli di essere un genio, Wertheimer e io, invece, avevamo finito col dare ragione ai nostri genitori mandando ben presto a monte la nostra attività di virtuosi, tra l’altro in un modo quanto mai avvilente, come più volte ho sentito dire da mio padre. Tuttavia, il fatto di essere fallito come virtuoso del pianoforte non è stato per me altrettanto angoscioso come per Wertheimer, il quale per tutta la vita e fino alla morte ha sofferto di aver rinunciato al pianoforte e di essersi consacrato alle scienze dello spirito, delle quali fino alla fine non è riuscito a capire che cosa siano in realtà, come del resto io non so tuttora che cosa sia il campo filosofico e la filosofia in genere. Glenn è il trionfatore, noi siamo i falliti, pensai nella locanda. Glenn ha concluso la sua esistenza proprio nel momento giusto, pensai. E non si è ucciso da sé, dunque con le proprie mani, come ha fatto Wertheimer, il quale non aveva altra scelta e ha dovuto per forza impiccarsi, pensai. Come la fine di Glenn era prevedibile da molto tempo, così anche la fine di Wertheimer era prevedibile da molto tempo, pensai. Sembra che Glenn sia stato colto dall’ictus nel bel mezzo delle Variazioni Goldberg. Wertheimer non ha sopportato la morte di Glenn. Dopo la morte di Glenn si è vergognato di essere ancora in vita, il fatto di essere per così dire sopravvissuto al genio è stato per lui, a quanto so io, un motivo di tormento continuo nell’ultimo anno della sua vita. Passati due giorni da quando avevamo letto sul giornale che Glenn era morto, ricevemmo un telegramma dal padre di Glenn, il quale ci comunicava la morte di suo figlio. Appena si sedeva al pianoforte, subito Glenn si raggricciava tutto, pensai, e allora sembrava una bestia, ma a guardarlo più attentamente pareva uno storpio, e se lo si guardava ancora più attentamente appariva come quell’uomo bello e intelligente che in effetti era. Lui, Glenn, aveva imparato il tedesco dalla nonna materna, e questa lingua, come ho già accennato, la parlava correntemente. Con la sua ottima pronuncia umiliava tutti i nostri compagni di studio tedeschi e austriaci, i quali si esprimevano in una lingua tedesca sciatta e trasandata e per tutta la vita non fanno che esprimersi in questa lingua tedesca sciatta e trasandata perché non hanno la minima sensibilità per la loro lingua. Come può un artista, diceva spesso Glenn, non avere sensibilità per la propria lingua! Portava pantaloni sempre uguali, anche se non sempre gli stessi, camminava con passo leggero, mio padre avrebbe detto: signorile. Amava le definizioni limpide e odiava tutto ciò che è impreciso. Autodisciplina era una delle parole da lui predilette, la diceva di continuo, anche a lezione da Horowitz, a quanto mi ricordo. Gli piaceva moltissimo, poco dopo la mezzanotte, fare ancora due passi giù in strada o comunque uscire di casa, questo lo avevo già notato a Leopoldskron. Dobbiamo ogni tanto andare a prenderci un po’ d’aria fresca, diceva, altrimenti saremo impediti nel nostro procedere e paralizzati nel nostro intento di raggiungere risultati davvero eccelsi. Con se stesso era l’uomo più spietato che si possa immaginare. Non si concedeva la più piccola inesattezza. Solamente dal pensiero estraeva i suoi discorsi. Detestava le persone che parlano senza aver finito di pensare, dunque detestava quasi tutta l’umanità. E da questa umanità da lui detestata si era in effetti ritratto già da più di vent’anni. È stato l’unico virtuoso del pianoforte di fama mondiale che abbia detestato il suo pubblico e che da questo pubblico così detestato si sia veramente ritratto una volta per tutte. Del pubblico non aveva bisogno. Acquistò una casa nel bosco, in questa casa si sistemò e continuò a perfezionarsi. Abitò con Bach questa casa americana fino alla morte. Era un fanatico dell’ordine. L’ordine regnava in tutta la sua casa. Quando io insieme a Wertheimer vi misi piede per la prima volta, non potei fare a meno di pensare al suo peculiare concetto di autodisciplina. Una volta entrati nella sua casa, lui, anziché domandarci se avevamo sete o simili, si mise allo Steinway e ci suonò quelle parti delle Variazioni Goldberg che già aveva suonato per noi a Leopoldskron il giorno prima della sua partenza per il Canada. Suonò esattamente come allora, con la stessa perfezione di allora. In quell’istante ebbi la certezza che in tutto il mondo non esiste un altro che sappia suonare come lui. Si raggricciò tutto e cominciò a suonare. Suonava per così dire dal basso verso l’alto, non come tutti gli altri dall’alto verso il basso. Era questo il suo segreto. Per anni ero stato tormentato dal dubbio se fosse giusto o meno fargli visita in America. Un dubbio meschino. Da principio Wertheimer non voleva venire, dovetti insistere per riuscire a persuaderlo. La sorella di Wertheimer non era d’accordo che suo fratello andasse a far visita al celeberrimo, e a suo avviso per lui pernicioso, Glenn Gould. Ma Wertheimer alla fine si impose contro sua sorella e venne con me in America e da Glenn. Di continuo mi ero detto, non avrò altre possibilità di vedere Glenn. Aspettavo infatti la sua morte e volevo assolutamente vederlo ancora una volta, volevo sentirlo suonare, pensai mentre in piedi nella locanda respiravo il cattivo odore che c’era e che già conoscevo dai tempi passati. Wankham era un paese che conoscevo. Sempre, a Wankham, ero sceso in questa locanda quando mi ero recato in visita da Wertheimer, da Wertheimer infatti non potevo pernottare, egli non sopportava che un ospite si fermasse in casa sua per la notte. Mi guardai intorno in cerca della padrona della locanda, ma non si sentiva alcun rumore. Wertheimer odiava gli ospiti che si fermavano per la notte, davvero li detestava. E comunque gli ospiti, quali che fossero, lui li riceveva, ma subito dopo il loro arrivo li metteva cerimoniosamente alla porta, con me non l’avrebbe mai fatto di mettermi subito cerimoniosamente alla porta, ero troppo in confidenza con lui perché potesse permettersi una cosa simile, ma in ogni caso preferiva che dopo un paio d’ore io scomparissi perché se fossi rimasto avrei magari deciso di pernottare da lui. Non ho mai pernottato in casa sua, non mi sarebbe mai venuto in mente di farlo, pensai continuando a guardarmi intorno in attesa della padrona della locanda. Glenn era un uomo da metropoli, come me, del resto, e come Wertheimer, noi tre veramente amavamo tutto delle metropoli e odiavamo la campagna, che però (come anche la metropoli, ma in un modo diverso) sfruttavamo fino al limite estremo. Wertheimer e Glenn alla fine erano andati in campagna per via dei loro polmoni ammalati, Wertheimer ci era andato controvoglia, più ancora di Glenn, Glenn in ultima analisi per il fatto che davvero non riusciva più a sopportare l’umanità intera, Wertheimer per quei suoi ininterrotti accessi di tosse in città e perché il suo internista gli aveva detto che nella metropoli non esisteva per lui alcuna speranza di sopravvivere. Per più di vent’anni Wertheimer ha trovato un rifugio presso sua sorella nella casa del Kohlmarkt, in uno degli alloggi più grandi e lussuosi di tutta Vienna. Ma poi sua sorella si sposò con un cosiddetto grande industriale svizzero e si trasferì nella casa del consorte a Zizers nei pressi di Coira. Proprio in Svizzera, come diceva Wertheimer rivolgendosi a me, e proprio col padrone di un complesso chimico. Un legame disastroso. Mi ha piantato in asso, si lagnava continuamente Wertheimer. Nella casa improvvisamente vuota, lui era stato all’inizio come paralizzato, per giorni e giorni dopo la partenza della sorella era rimasto immobile seduto su uno sgabello, poi si era messo a correre come un pazzo per tutte le stanze, avanti e indietro continuamente, e alla fine si ritirò a Traich, nel casino di caccia che era stato di suo padre. Comunque, dopo la morte dei genitori, Wertheimer ha convissuto per vent’anni con sua sorella, e questa sorella, come io so bene, l’ha tiranneggiata, sequestrata, per così dire incatenata a sé, e le ha reso impossibile per anni e anni qualsiasi contatto con gli uomini e con la società in genere. Ma lei è esplosa e lo ha mollato tra quei vecchi mobili sfasciati che entrambi avevano ereditato. Come ha potuto farmi questo, ha detto lui a me, pensai. Ho fatto di tutto per lei, mi sono sacrificato per lei, che invece mi ha mollato, mi ha semplicemente piantato in asso e ora se ne va in Svizzera, corre appresso a quell’uomo che ha fatto i soldi da poco, un tipo con un carattere orribile, ha detto Wertheimer, pensai nella locanda. Proprio a Coira, in quella zona atroce dove il fetore del cattolicesimo arriva fino al cielo. Zizers, che schifo di nome per un paese! esclamò un giorno e mi domandò se per caso non fossi mai stato in quel posto, e a me venne in mente di essere passato varie volte da Zizers andando a Saint Moritz, pensai. Ottusità, monasteri, complessi chimici, non c’è altro, diceva, nient’altro che questo. Più di una volta giunse ad affermare che per amore della sorella aveva rinunciato alla carriera di virtuoso del pianoforte, ho smesso a causa sua, diceva, ho sacrificato la mia carriera, ho sacrificato tutto, diceva, tutto ciò a cui tenevo di più. Con questa menzogna cercava di tirarsi fuori dalla sua disperazione, pensai. La casa del Kohlmarkt si estendeva su tre piani ed era piena zeppa di tutte le opere d’arte possibili e immaginabili, ciò che a me, ogni volta che andavo a trovare il mio amico Wertheimer, dava un senso di oppressione. Lui stesso diceva di odiarle, queste opere d’arte, le aveva tutte accumulate sua sorella, diceva, a lui non glien’era mai importato niente, le aveva sempre detestate, e comunque dava la colpa di tutta la propria infelicità alla sorella che lo aveva piantato in asso per seguire quel megalomane di uno svizzero. Una volta mi disse seriamente che si era immaginato di diventare vecchio insieme a sua sorella nella casa del Kohlmarkt, qui, in queste stanze, invecchierò con lei, mi disse una volta. Le cose sono andate diversamente, la sorella gli è sfuggita di mano, gli ha voltato le spalle, probabilmente, pensai, proprio all’ultimo momento. Quando Wertheimer riprese a camminare per strada, quando da uno che stava sempre seduto tornò ad essere per così dire uno che cammina erano ormai passati vari mesi dal matrimonio di sua sorella. Dal Kohlmarkt, nel suo periodo migliore, egli soleva andare a piedi fino al ventesimo distretto, e da questo passava al ventunesimo per ritornare verso il primo attraverso la Leopoldstadt, e poi nel primo camminava ancora per ore e ore fino a quando non ne poteva più. In campagna era come paralizzato. Non si addentrava nel bosco neanche di pochi passi. La campagna mi stufa, diceva di continuo. Glenn ha ragione chiamandomi sempre camminatore di strade asfaltate, diceva Wertheimer, è vero che io cammino solamente sull’asfalto, in campagna non cammino, camminare in campagna mi annoia infinitamente e rimango a sedere nel capanno. Quello che lui chiamava capanno era il casino di caccia di quattordici stanze ereditato dai genitori. Il fatto è che in questo casino di caccia si alzava di buon mattino e, come se avesse in mente di camminare per cinquanta o sessanta chilometri, si metteva gli scarponi alti di cuoio, un loden pesante e in testa un berretto di feltro. Ma poi andava fuori solo per constatare che non aveva voglia di allontanarsi, e allora si svestiva e si metteva a sedere nella stanza da basso guardando con occhi sbarrati la parete di fronte. L’internista sostiene che in città non ho speranze, diceva, ma qui di speranze non ne ho veramente neanche una. Io odio la campagna. D’altra parte ho intenzione di seguire le prescrizioni dell’internista, non voglio in futuro dovermi fare dei rimproveri. Comunque di qui non posso uscire e in ogni caso non posso camminare in campagna. Non esiste niente di più insensato per me, è una insensatezza nella quale non incorro, un crimine della follia che non commetto. Regolarmente mi vesto, diceva, e vado davanti alla casa, ma poi torno indietro e mi svesto di nuovo, è sempre così, in qualsiasi stagione dell’anno. Almeno, diceva, nessuno assiste alla mia follia, pensai nella locanda. Al pari di Glenn, Wertheimer non sopportava nessuno intorno a sé. Così, col passare del tempo, diventò insopportabile. Ma io stesso, pensai stando in piedi nella locanda, non sarei certo in grado di vivere in campagna, per questo vivo a Madrid e non ci penso neppure di andarmene da Madrid, Madrid è infatti la città più splendida che ci sia e in essa ho tutto, tutto ciò che il mondo può offrire. Senza neanche accorgersene, chi vive in campagna, col passare del tempo rimbecillisce, crede per un certo periodo che la sua sia una vita originale che fa bene alla salute, e invece la vita di campagna non è affatto originale, anzi per chi non sia nato in campagna e cresciuto per la campagna è una vita insipida che fa solo male alla salute. La gente che si trasferisce in campagna, se davvero si addentra nella campagna conduce un’esistenza a dir poco grottesca che prima la porta al rimbecillimento e poi alla morte, una morte ridicola. Consigliare a un uomo che vive in una grande città di trasferirsi in campagna per poter sopravvivere è una tipica cattiveria da internisti, pensai. Sono davvero atroci, pensai, i casi di tutte quelle persone che da una grande città si sono trasferite in campagna con l’idea che in campagna si vive meglio e più a lungo. Ma in verità Wertheimer, più ancora che del suo internista, è stato una vittima della propria persuasione che la sorella esistesse solamente per lui. Più di una volta disse in effetti che sua sorella era stata partorita per lui, per restare accanto a lui e in un certo senso per proteggerlo. Nessuno mi ha deluso come mia sorella! ha esclamato una volta, pensai. Si era ormai abituato alla presenza della sorella in modo mortale, pensai. Il giorno in cui la sorella lo ha lasciato, egli le ha giurato odio perenne e ha tirato tutte le tende della casa del Kohlmarkt con l’idea di non aprirle mai più. E in effetti è riuscito a resistere nel suo proposito per quattordici giorni, solo il quattordicesimo giorno ha riaperto le tende della casa del Kohlmarkt e, come un pazzo, si è buttato in strada, affamato di cibo e di gente. Ma già sul Graben, come so, il soccombente è crollato a terra. Se fu subito riportato in casa sua, ciò fu dovuto soltanto a un caso fortunato, pensai, proprio in quel momento infatti un suo parente passava di lì, e se quello non si fosse fermato con ogni probabilità Wertheimer sarebbe stato internato in manicomio, allo Steinhof, dal momento che a vederlo sembrava proprio un pazzo. Il più difficile tra noi non era Glenn, bensì Wertheimer. Glenn era forte, Wertheimer era il più debole di noi tre. Non è vero che Glenn era un pazzo, com’è stato più volte sostenuto in passato e ancora oggi dicono in molti, Wertheimer invece lo era, come io sostengo. Per vent’anni è riuscito a incatenare a sé sua sorella, l’ha tenuta legata con migliaia, anzi centinaia di migliaia di catene, ma lei a un certo punto gli è esplosa via e ha fatto, ritengo, quel che si dice un buon matrimonio. La sorella, già ricca di suo, ha sposato uno svizzero ricco sfondato. Non poteva più sentire la parola sorella né la parola Coira, così ha detto Wertheimer quando l’ho visto per l’ultima volta. Non mi ha scritto, disse, neanche una cartolina, pensai nella locanda guardandomi intorno. Era scappata via da lui in gran segreto e nella casa aveva lasciato tutto così com’era, non ha portato via niente di niente, diceva lui di continuo. Malgrado mi avesse promesso che non mi avrebbe mai lasciato, mai e poi mai, così diceva, pensai. E come se non bastasse, diceva, mia sorella la convertita, usava proprio questo termine, è diventata profondamente cattolica, inguaribilmente cattolica. Ma è così, diceva, che sono fatte queste persone profondamente religiose, profondamente cattoliche, convertite al cattolicesimo, non arretrano di fronte a niente, neanche di fronte al più grande dei delitti, sono capaci di abbandonare il loro fratello e di buttarsi tra le braccia del primo rammollito che passa e che per puro caso e per mancanza di scrupoli ha fatto i soldi, così ha detto, pensai, l’ultima volta che sono andato a trovarlo. Lo vedo ancora davanti a me, sento quello che dice, sento ancora una per una le sue frasi smozzicate, le adoperava sempre, quelle frasi gli si adattavano così bene. Il nostro soccombente è un esaltato, ha detto Glenn una volta, quasi ininterrottamente è lì che muore di autocommiserazione, lo vedo ancora Glenn mentre dice questa frase, sento come la dice, fu una volta sul Mönchsberg, sulla cosiddetta Altura Richter dove con Glenn ero già stato molte volte ma senza Wertheimer, quando Wertheimer per un motivo o per l’altro preferiva starsene da solo, senza di noi, molto spesso con un senso di mortificazione. Io l’ho definito più volte come l’offeso. Dopo la partenza di sua sorella, sempre più spesso egli si era ritirato a Traich, proprio perché Traich mi è odiosa, vado a Traich, diceva. Nella casa del Kohlmarkt stagnava la polvere perché in sua assenza lui non permetteva a nessuno di metterci piede. A Traich rimaneva spesso in casa per giorni interi, dal suo boscaiolo si faceva portare solo un bricco di latte, del pane, del burro, e un pezzo di carne affumicata. E leggeva i suoi filosofi, Schopenhauer, Kant, Spinoza. Anche a Traich teneva le tende tirate per quasi tutto il tempo che restava lì. Una volta ho pensato di ricomprarmi un Bösendorfer, diceva, ma poi ho lasciato cadere questa idea, sarebbe stata una vera follia. Tra l’altro, diceva, non tocco un pianoforte da quindici anni, pensai nella locanda, incerto se chiamare o no. Il mio più grande errore è stato quello di credere di poter essere un artista, di poter condurre un’esistenza da artista. Comunque non avrei potuto trovar subito rifugio nelle scienze dello spirito, passare attraverso il mondo dell’arte mi è stato indispensabile, diceva. Credi che sarei diventato un grande virtuoso del pianoforte? mi domandava, ma com’è ovvio non aspettava la mia risposta e ridendo buttava fuori da sé un atroce Mai. Tu sì, diceva, ma io no. Tu avevi la stoffa, diceva, questo l’ho visto subito, mi è bastato sentirti suonare un paio di note e subito mi è stato chiaro, tu sì, ma io no. E, quanto a Glenn, è stato chiaro fin da principio che lui è un genio. Il nostro genio americano-canadese. Ognuno di noi fallisce per motivi diversissimi e tra loro contrastanti, diceva Wertheimer, pensai. Io non avevo niente da dimostrare, solo tutto da perdere, così diceva, pensai. Probabilmente le nostre doti sono state la nostra sventura, diceva, ma subito dopo aggiungeva: Glenn non è stato ucciso dalle sue doti, che anzi hanno sviluppato il suo genio. Chissà, diceva Wertheimer, se non fossimo venuti in contatto con Glenn. Se il nome di Horowitz non avesse significato nulla per noi. Se non fossimo andati affatto a Salisburgo! Noi in questa città siamo venuti a crepare perché qui abbiamo studiato con Horowitz e conosciuto Glenn Gould. Il nostro amico ha significato la nostra morte. Tra tutti quelli che hanno studiato con Horowitz, noi eravamo i migliori, ma Glenn era migliore dello stesso Horowitz, diceva Wertheimer, mi sembra di sentirlo, pensai. D’altra parte, diceva, noi viviamo ancora e lui no. Nella sua cerchia erano morti in molti, diceva, molti parenti amici e conoscenti, ma non una di queste morti lo aveva minimamente turbato, mentre la morte di Glenn lo aveva colpito mortalmente, e la parola mortalmente la pronunciava in maniera straordinariamente spiccata. Non è certo necessario, diceva, vivere con una persona per stabilire con questa un fortissimo, ineguagliabile legame. La morte di Glenn, disse una volta, lo aveva colpito molto profondamente, pensai in piedi nella locanda. Benché, così lui, questa morte fosse prevedibile e ovvia come nessun’altra morte. Ma nonostante tutto noi non la concepiamo, non riusciamo a comprenderla né a concepirla. Glenn aveva una grandissima predilezione per la parola e il concetto di soccombente, ricordo benissimo che la parola soccombente gli era venuta in mente nella Sigmund Haffnergasse. Se guardiamo con attenzione gli esseri umani, ci disse Glenn una volta, non vediamo altro che mutilati, mutilati esteriormente o interiormente, o anche interiormente ed esteriormente, sono tutti così, pensai. Quanto più a lungo guardiamo con attenzione un essere umano, tanto più egli ci appare mutilato, dal momento che all’inizio ci rifiutiamo di percepire l’entità vera della sua mutilazione. Il mondo è pieno zeppo di mutilati. Camminando per la strada incontriamo soltanto mutilati. Invitiamo da noi una persona e ci troviamo in casa un mutilato, così Glenn, pensai. In effetti questo l’ho constatato anch’io moltissime volte, e dunque non ho potuto far altro che confermare le parole di Glenn. Wertheimer, Glenn, io, siamo tutti mutilati, pensai. Amicizia, comunanza artistica! pensai, mio Dio, che follia! Io sono l’unico superstite! Adesso sono solo, pensai, perché a dir la verità nella mia vita ci sono stati solamente due esseri umani che a questa vita hanno dato un senso: Glenn e Wertheimer. Adesso sono morti, Glenn e Wertheimer sono morti, e io di questo fatto devo farmi una ragione. La locanda mi faceva l’effetto di un locale fatiscente, come in tutte le locande di questa zona c’era sporco dappertutto e l’aria si poteva, come si suol dire, tagliare col coltello. Tutto quel che si vedeva era disgustoso. Già da tempo avrei potuto chiamare la padrona della locanda, che in effetti conoscevo, però non la chiamai. Si dice che Wertheimer abbia dormito più di una volta con la padrona della locanda, naturalmente, a quanto si racconta, nella locanda di lei e non nel casino di caccia di lui, pensai. Glenn in definitiva aveva suonato solamente le Variazioni Goldberg e l’Arte della fuga anche quando suonava altri autori, magari Brahms o Mozart, Schönberg o Webern, e di entrambi questi ultimi aveva la massima considerazione, ma Schönberg lo metteva al di sopra di Webern e non viceversa, come si crede normalmente. Più volte Wertheimer ha invitato Glenn a Traich, ma Glenn, dopo il concerto al Festival di Salisburgo, non è mai più venuto in Europa. Non si può dire neppure che ci scrivessimo, perché quel paio di cartoline che ci siamo scambiati in tutti quegli anni non possono essere definite una corrispondenza. Glenn ci mandava regolarmente i suoi dischi e noi lo ringraziavamo, questo è tutto. In fondo ciò che ci univa era la totale mancanza di sentimentalismo da cui la nostra amicizia era caratterizzata, anche Wertheimer era alieno da ogni sentimentalismo, benché, stando alle apparenze, si sarebbe molte volte detto il contrario. Quando si lagnava, il suo non era sentimentalismo, ma calcolo, un calcolo ben preciso. L’idea di voler rivedere ancora una volta, dopo la morte di Wertheimer, il suo casino di caccia mi parve ad un tratto talmente assurda che mi misi, sia pure senza farlo davvero, le mani nei capelli. Ma il mio non può dirsi un atteggiamento sentimentale, pensai, e intanto mi guardavo intorno nella locanda. All’inizio volevo soltanto visitare la casa viennese del Kohlmarkt, ma poi ho deciso di andare prima a Traich per poter fare un ultimo sopralluogo nel casino di caccia in cui Wertheimer ha trascorso gli ultimi due anni, in condizioni che so le più atroci. Dopo il matrimonio di sua sorella aveva resistito, sia pure con grande fatica, altri tre mesi a Vienna, aveva errato per la città, questo me lo posso immaginare, non cessando di maledire sua sorella fino al momento in cui se n’era dovuto semplicemente andare, e così aveva lasciato Vienna per rintanarsi a Traich. La sua ultima cartolina spedita a Madrid mi aveva fatto orrore. La sua calligrafia era quella di un vecchio, non si potevano trascurare i segni di follia presenti in quella cartolina che diceva cose sconnesse. Ma io allora non avevo intenzione di partire per l’Austria, nella mia casa di Calle del Prado ero troppo immerso nel mio lavoro Su Glenn Gould, un lavoro che non volevo interrompere per nessun motivo sapendo che interrompendolo lo avrei perduto, e siccome non volevo correre questo rischio non risposi affatto alla cartolina di Wertheimer, che già alla prima scorsa mi era sembrata preoccupante. A Wertheimer era venuta l’idea di volare in America per il funerale di Glenn, ma io questa idea non l’accettai e lui non volava da solo. Solo tre giorni dopo che Wertheimer si era impiccato mi venne in mente che anche lui come Glenn era arrivato a cinquantun anni. Dopo aver superato la soglia dei cinquant’anni, ci sentiamo infami e senza carattere, pensai, si tratta di vedere per quanto tempo ancora riusciremo a sopportare un simile stato. Molti si uccidono nel corso del loro cinquantunesimo anno, pensai. Molti anche nel cinquantaduesimo, ma di più nel cinquantunesimo. Non importa se nel corso del cinquantunesimo anno si tolgono la vita o se muoiono, come si suol dire, di morte naturale, fa lo stesso che muoiano come Glenn o come Wertheimer. La vergogna che prova il cinquantenne per aver varcato la soglia dei cinquant’anni è molto spesso la causa di tutto. Perché cinquant’anni sono veramente abbastanza, pensai. Se, superati i cinquant’anni, continuiamo a vivere, continuiamo a esistere, ci sembra di essere infami. Già è da vigliacchi varcare quella soglia, pensai, e ci sentiamo doppiamente meschini se i cinquant’anni li abbiamo ormai dietro le spalle. Adesso sono io lo spudorato. Invidiai i morti. Per un attimo li odiai a causa della loro superiorità. Considerai completamente assurdo il fatto di essermi recato a Traich per pura curiosità, il motivo più banale che ci sia, e in piedi nella locanda e detestando quella locanda detestai profondamente soprattutto me stesso. E chissà, pensai, se qualcuno mi lascerà entrare nel casino di caccia, perché senza dubbio i nuovi proprietari del casino di caccia sono già lì da un bel po’ e non ricevono nessuno, e men che meno vorranno ricevere me, lo so che gli son sempre stato odioso perché Wertheimer, parlandomi dei suoi parenti, me li ha sempre descritti in modo tale da farmi supporre che quelli mi odiassero esattamente come odiavano lui, e adesso mi avrebbero visto, probabilmente a buon diritto, come l’intruso più insolente che si possa immaginare. Sarei dovuto tornare a Madrid con un aereo, pensai, e mai avrei dovuto intraprendere questo viaggio totalmente inutile fino a Traich. Mi sono cacciato in una situazione avvilente, pensai. Ad un tratto mi parve una specie di rapina ai danni di un cadavere quello che avevo in mente di fare, volevo infatti visitare a fondo il casino di caccia, entrare in tutte le stanze di quel casino di caccia badando solamente a non tralasciare nulla e a farmi le mie idee su tutto. Sono un essere atroce, pensai, disgustoso e ripugnante, e intanto volevo chiamare la padrona della locanda, che però all’ultimo momento non chiamai, ad un tratto ebbi anzi il timore che arrivasse troppo presto, troppo presto per i miei scopi, e che di colpo troncasse il flusso dei miei pensieri, annientasse dunque ciò che qui ad un tratto avevo pensato, le divagazioni su Glenn e Wertheimer che ad un tratto mi ero concesso. In effetti avevo avuto l’intenzione, che ho tuttora, di prendere visione degli scritti eventualmente lasciati da Wertheimer. Wertheimer parlava spesso di scritti da lui redatti nel corso del tempo. Tutte cose insensate, diceva, ma Wertheimer era anche un ambizioso, il che mi faceva supporre che queste cose insensate avessero un certo valore, e comunque, pensai, sono pensieri di Wertheimer che val la pena di conservare, di raccogliere, di salvare, di ordinare, e già mi vedevo davanti un gran mucchio di quaderni (e schede) di contenuto più o meno matematico-filosofico. Ma certo questi quaderni (e schede), tutti questi scritti (e schede) non saranno i suoi eredi a tirarli fuori, pensai. Quelli nel casino di caccia neanche mi lasceranno entrare. Mi domanderanno chi sono e non appena io dirò chi sono mi sbatteranno la porta sulla faccia. La fama che mi porto dietro è talmente spaventosa che certo li indurrà a sbattermi e a chiudermi la porta in faccia, pensai.

Questa folle idea di visitare il casino di caccia mi era già venuta a Madrid. Siccome, pensai, è probabile che Wertheimer non abbia parlato con nessuno se non con me dei suoi scritti (e delle sue schede), e che li abbia nascosti da qualche parte, io ho un preciso dovere nei suoi confronti, il dovere di rintracciarli e conservarli ad ogni costo. Di Glenn non è veramente rimasto niente, Glenn non ha mai scritto un appunto, pensai, mentre Wertheimer, al contrario di Glenn, ha scritto ininterrottamente per anni, per decenni. Soprattutto su Glenn troverò varie cose interessanti, pensai, ora questo ora quello, e comunque più volte troverò qualche cosa su noi tre, sull’epoca dei nostri studi, sui nostri maestri, sul nostro sviluppo e sulla evoluzione del mondo intero, così pensai in piedi nella locanda mentre guardavo dalla finestra della cucina oltre la quale però non si vedeva niente, perché i vetri delle finestre erano neri di sporcizia. In questa lurida cucina si fa da mangiare, pensai, da questa lurida cucina escono le pietanze che vengono portate ai clienti nella sala da pranzo, pensai. In Austria le locande sono tutte sporche luride e davvero disgustose, pensai, è raro che in una di queste locande si riesca ad avere sul tavolo una tovaglia pulita, per non parlare di un tovagliolo di stoffa, che in Svizzera è dovunque assolutamente usuale. In Svizzera la più piccola locanda è pulita e gradevole, mentre da noi in Austria perfino gli alberghi sono sporchi e disgustosi. Per non parlare di quel che c’è nelle stanze! pensai. Spesso ci si limita a dare una stirata alle lenzuola già usate da un cliente quando sta per arrivarne un altro, che non di rado trova nel lavandino ciuffi di capelli del suo predecessore. Le locande austriache mi hanno sempre fatto schifo, pensai. Le stoviglie non sono pulite e, a guardar bene, quasi sempre le posate sono sporche. Eppure Wertheimer andava molto spesso a mangiare in questa locanda, almeno una volta al giorno voglio vedere qualcuno, diceva, magari anche soltanto questa lurida, sciatta e trasandata padrona della locanda. Sicché io mi sposto da una gabbia all’altra, così disse una volta Wertheimer, dalla casa del Kohlmarkt vado a Traich per poi tornare indietro, così disse, pensai. Passo dalla disastrosa gabbia metropolitana alla disastrosa gabbia boschiva. Mi rintano ora in un posto ora nell’altro, ora nel pervertimento del Kohlmarkt ora nel pervertimento del bosco in aperta campagna. Sguscio via da una gabbia per infilarmi di soppiatto nell’altra. Vita natural durante. Ma a questo processo mi sono abituato a tal punto che non riesco assolutamente più a immaginarne un altro, diceva. Glenn si è rinchiuso nella sua gabbia americana, io nella mia gabbia dell’Alta Austria, diceva Wertheimer, pensai. Lui con la sua megalomania, io con la mia disperazione. Tutti e tre, diceva, con la nostra disperazione, pensai. Ho raccontato a Glenn, disse Wertheimer, del nostro casino di caccia, e sono convinto che proprio il mio racconto lo abbia indotto a farsi costruire una casa nel bosco, il suo studio, l’ingranaggio della sua disperazione, così disse una volta Wertheimer, pensai. L’idea di farsi costruire in mezzo al bosco, segregata da tutti, chilometri e chilometri lontana da tutto, una casa con uno studio per far musica, è una tale pazzia che può venire in mente soltanto a un pazzo, a un folle, così Wertheimer. Io non avevo certo bisogno di costruirmi uno studio di disperazione, l’avevo già a Traich, disse. Ho ereditato questa proprietà da mio padre, che ha resistito qui per anni e anni da solo con meno smorfie e querimonie di me, in modo meno pietoso e meno ridicolo di me, così disse Wertheimer una volta. Abbiamo una sorella che per noi è ideale, la quale ci abbandona nel momento peggiore e senza farsi il minimo scrupolo, disse Wertheimer. Se ne va in Svizzera, dove tutto è fatiscente, la Svizzera è tra tutti i paesi d’Europa il più privo di carattere, disse, in Svizzera ho sempre avuto la sensazione di trovarmi in un bordello. In Svizzera c’è dissoluzione, dappertutto, in città come in campagna, disse. Saint Moritz, Saas Fee, Gstaad, sono tutte case chiuse, per non parlare di Zurigo e di Basilea, bordelli di fama mondiale, Wertheimer lo disse varie volte, nient’altro che bordelli di fama mondiale. Coira, quella tetra città nella quale ancora oggi l’arcivescovo veglia su tutti quanti da mane a sera! esclamò. E proprio lì doveva andare mia sorella, scappando via da me, il suo crudele fratello, l’uomo che ha distrutto la sua vita, ha annientato la sua esistenza! così disse Wertheimer, pensai. Se n’è andata a Zizers, dove il fetore del cattolicesimo arriva fino al cielo! La morte di Glenn mi colpisce assai profondamente, di nuovo ora lo sentivo pronunciare con chiarezza queste parole mentre ero in piedi nella sala da pranzo della locanda, sempre nello stesso posto, solo che nel frattempo avevo posato la mia borsa sul pavimento. Wertheimer non poteva far altro che togliersi la vita, mi dissi, ormai non aveva più futuro. Wertheimer si era vissuto fino in fondo, la sua esistenza era giunta allo stremo. Gli si adatta a pennello aver dormito con la padrona della locanda nella casa di lei, pensai, e guardai il soffitto della sala da pranzo supponendo che proprio sopra la sala da pranzo quei due si fossero accoppiati nel letto della padrona della locanda. Il superesteta in quel lurido letto, pensai. Un uomo dalla squisita sensibilità, che ha sempre pensato di poter vivere soltanto con Schopenhauer, Kant e Spinoza e che ogni tanto, a intervalli più o meno ravvicinati, giaceva con la padrona della locanda di Wankham sotto una rozza trapunta di piume di gallina. Non potei fare a meno di ridere forte, ma poi mi sentii disgustato. Comunque la mia risata non l’aveva sentita nessuno. La padrona della locanda continuava a non farsi vedere. Più guardavo la sala della locanda più mi sembrava sporca, e la locanda nel suo insieme sempre più impossibile. Ma non avevo altra scelta, nella zona non c’era e non c’è che questa locanda. Glenn, pensai, non ha mai suonato Chopin. Ha respinto tutti gli inviti, tutte le più alte onorificenze. Dissuadeva di continuo tutti quanti dall’idea che lui fosse un uomo infelice, era anzi il più felice, il più fortunato degli uomini. Musica/invasamento/sete di gloria/Glenn, avevo annotato una volta nel mio primo quaderno scritto a Madrid. Quella gente alla Puerta del Sol che ho descritto a Glenn in una lettera del millenovecentosessantatré, dopo aver scoperto Hardy. La descrizione della corrida, le mie meditazioni nel parco del Buen Retiro, pensai, tutte cose che Glenn non mi ha mai confermato di aver ricevuto. Spesso Wertheimer ha invitato Glenn a Traich, Wertheimer pensava che il casino di caccia dovesse piacergli, ma Glenn non ha mai accettato i suoi inviti, già Wertheimer non era un tipo da casino di caccia, figurarsi Glenn Gould. Horowitz non era un matematico come lo è stato Glenn Gould. È stato. Noi diciamo egli è, poi a un tratto egli era, e quell’atroce è stato, pensai. Wertheimer interloquiva sempre quando io dichiaravo qualcosa, per esempio su Schönberg, Glenn non lo ha mai fatto. Wertheimer non tollerava che un altro ne sapesse più di lui, non sopportava che un altro si diffondesse su argomenti di cui lui non era in grado di sapere nulla. Vergogna della propria ignoranza, pensai in piedi nella locanda mentre aspettavo che arrivasse la padrona. D’altronde tra noi il lettore era Wertheimer, non Glenn e neanch’io, io non leggevo moltissimo e se mai lo facevo erano sempre le stesse cose, gli stessi libri degli stessi autori, e di continuo gli stessi filosofi come se ogni volta fossero del tutto diversi. Avevo sviluppato una grande abilità nell’assimilare di continuo le stesse cose come se ogni volta fossero del tutto diverse, questa abilità l’avevo affinata moltissimo, in maniera fantastica, né Wertheimer né Glenn avevano questo privilegio. Glenn non leggeva quasi niente, detestava la letteratura, il che gli si adattava benissimo. Faccio solo ciò che serve al mio vero scopo, disse una volta, ciò che serve alla mia arte. Di Bach aveva tutto in testa, e così pure di Händel, moltissimo di Mozart, tutto anche di Bartók, poteva sedersi al pianoforte e andare avanti ore e ore a interpretare, come diceva Glenn stesso, e le sue interpretazioni erano ineccepibili, spontaneamenteglenngeniali, per usare un termine caro a Wertheimer. In fondo quando ho incontrato Glenn per la prima volta sul Mönchsberg, mi è stato chiaro fin dal primo istante che si trattava dell’uomo più straordinario che io abbia conosciuto in tutta la mia vita, pensai. Come esperto in fisiognomica non sbaglio mai. Dopo anni e anni è arrivata per così dire la conferma del mondo, che per me tuttavia è stata imbarazzante, come qualsiasi conferma espressa dai giornali. Noi siamo come siamo, non abbiamo altra scelta, così disse Glenn una volta. L’insensatezza che sopportiamo è totale, disse inoltre, pensai. Anche la morte di Wertheimer era stata prevedibile, pensai. Ma stranamente Wertheimer parlava di continuo del fatto che io mi sarei tolto la vita, che mi sarei impiccato nel bosco, nel tuo amato parco del Retiro, ha detto una volta, pensai. Che io sia sparito per andare a Madrid, che me la sia svignata senza dire niente a nessuno e lasciando in Austria tutto ciò che avevo, Wertheimer non me lo ha perdonato. Si era abituato al fatto che io camminassi con lui su e giù per Vienna, per anni e anni, un intero decennio, anche se in verità ho percorso le sue strade, non le mie, pensai. Nel camminare era sempre stato più veloce di me, io riuscivo a stargli dietro solamente a fatica benché il malato fosse lui e non io, ma proprio perché il malato era lui camminava sempre avanti, pensai, fin dal principio mi aveva sempre lasciato indietro. Chiamarlo il soccombente è stata una geniale invenzione di Glenn Gould, pensai, Glenn ha capito Wertheimer fin dal primo istante, Glenn ha capito a fondo fin dalla prima volta tutte le persone che ha conosciuto. Wertheimer si alzava alle cinque del mattino, io alle cinque e mezzo, Glenn invece si è sempre alzato solo alle nove e mezzo poiché si coricava verso le quattro del mattino, non per dormire, così Glenn, ma solo per spegnere la spossatezza. Mentre mi guardavo intorno nella sala della locanda, pensai di togliermi la vita, perché ormai Glenn è morto e Wertheimer si è tolto la vita, pensai. Anche Glenn aveva sempre temuto l’umidità delle osterie austriache, aveva paura di prendersi una malattia mortale in queste osterie austriache che sono sempre così mal arieggiate o addirittura non lo sono affatto. In realtà nelle nostre osterie molti avventori si prendono una malattia mortale, gli osti non aprono le finestre neppure d’estate, e così l’umidità può annidarsi nei muri per sempre. E c’è una nuova forma di cattivo gusto che si sta diffondendo dappertutto, la totale proletarizzazione delle nostre locande, anche delle più belle, pensai, che procede imperterrita. Non esiste parola che mi disgusti di più della parola socialismo, quando penso allo scempio che è stato fatto di questo concetto. Lo si trova dovunque questo infame socialismo dei nostri infami socialisti, i quali usano il socialismo contro il popolo, quel popolo che per colpa loro con il passare del tempo è diventato turpe come loro. Dovunque oggi ci guardiamo intorno, vediamo e sentiamo questo turpe e micidiale socialismo, che ha permeato di sé ogni cosa. Le stanze di questa locanda le conosco, pensai, sono stanze portatrici di morte. L’idea di essere andato a Wankham con l’unico intento di vedere ancora una volta il casino di caccia mi sembrò in quel momento un’idea scellerata. D’altronde, mi dissi subito, è un dovere che ho verso Wertheimer, esattamente questa frase dissi in cuor mio, è un dovere che ho verso Wertheimer, dissi forte in cuor mio. Menzogna seguiva a menzogna. La curiosità, che è sempre stata la mia più spiccata caratteristica, aveva di nuovo preso possesso di me. È probabile che gli eredi abbiano già vuotato del tutto il casino di caccia, pensai, e lo abbiano già completamente trasformato, perché spesso gli eredi procedono in queste cose con una rapidità e una mancanza di scrupoli di cui noi non riusciamo nemmeno a farci un’idea. Poche ore dopo la morte del testatore, come viene chiamato, gli eredi svuotano la casa, portano via tutto e non permettono ad anima viva di avvicinarsi. Non c’è nessuno che abbia messo i suoi parenti in una luce più orribile di Wertheimer, il quale nel descriverli li ha veramente denigrati. Padre, madre, sorella, tutti li ha odiati, e a tutti ha rimproverato la propria infelicità. Ininterrottamente ha loro rinfacciato di averlo costretto a esistere, di averlo gettato dall’alto nell’atroce ingranaggio dell’esistenza per farlo uscire dal basso totalmente distrutto. Resistere non serve a niente, diceva di continuo. Il bambino era stato gettato dalla madre in questo ingranaggio dell’esistenza, il padre teneva in funzione costantemente questo ingranaggio dell’esistenza, che implacabilmente faceva il figlio a pezzi. I genitori sanno perfettamente che l’infelicità ad essi connaturata la perpetuano nei figli, ma nella loro crudeltà vanno avanti a fare figli e a gettarli nell’ingranaggio dell’esistenza, così lui, pensai mentre davo uno sguardo alla sala da pranzo. Ho visto per la prima volta Wertheimer nella Nussdorferstrasse, davanti al mercato coperto. Un mercante come suo padre, questo sarebbe dovuto diventare Wertheimer, che poi in realtà non è nemmeno diventato quello che lui, Wertheimer, voleva diventare, non è diventato un musicista, e invece, son parole sue, è stato distrutto dalle cosiddette scienze dello spirito. Fuggiamo senza posa da una cosa all’altra, così lui, e ci distruggiamo da soli. Non facciamo altro che scappare, così lui, fino a quando cessiamo di vivere. Nel suo amore per i cimiteri, esattamente come me, pensai, passava giorni e giorni a visitare i cimiteri, a Döbling e nel bosco di Neustift, pensai. L’anelito che ebbe per tutta la vita, di stare molto spesso da solo, pensai, è un anelito che ho anch’io. Wertheimer non era un viaggiatore come me. Non amava appassionatamente cambiare luogo. Una volta è stato in Egitto coi genitori, ma poi ha chiuso. Io invece ho sfruttato qualsiasi occasione per andarmene via, non importa dove, la prima volta sono scappato a Venezia portando con me la valigetta da dottore di mio nonno e centocinquanta scellini per dieci giorni, giorni tra l’altro fittissimi di impegni tra visite quotidiane all’Accademia e spettacoli alla Fenice. Il Tancredi per la prima volta alla Fenice, pensai, per la prima volta il desiderio di provarci con la musica. Wertheimer è stato sempre e soltanto il soccombente. Non c’è nessuno al mondo che abbia tanto camminato per le strade di Vienna, Wertheimer le ha percorse tutte, da ogni punto e in ogni direzione, e poi tornava indietro fino a ridursi veramente allo stremo. Manovre diversive, pensai. Il suo consumo di scarpe era immenso. Feticista delle scarpe, anche questo Glenn aveva detto a Wertheimer, credo che nella casa del Kohlmarkt di paia di scarpe ne avesse a centinaia, anche a causa di questo aveva spinto sua sorella sull’orlo della follia. Venerava sua sorella, o meglio l’amava, pensai, e con l’andar del tempo la fece diventare pazza. All’ultimissimo momento lei gli sfuggì recandosi a Zizers nei pressi di Coira, non si fece più viva, lo lasciò dov’era. I vestiti di lei Wertheimer non li toccò, li lasciò dov’erano nei suoi cassetti. Non toccò più nulla delle cose sue. In realtà mia sorella l’ho sfruttata soltanto per farle voltare le pagine, disse una volta, pensai. Nessuno era capace di voltare le pagine come lei, sono io che gliel’ho insegnato con la mia consueta spietatezza, disse una volta, anche se all’inizio non sapeva leggere nemmeno una nota. La mia geniale voltapagine, ha detto una volta, pensai. Aveva degradato sua sorella a una che volta le pagine, e questo col passare del tempo lei non lo aveva tollerato. La sua frase, non troverà mai un uomo, si è rivelata per lui in seguito un tragico errore, pensai. Wertheimer aveva costruito per sua sorella un carcere sicurissimo, un carcere a prova di evasione, e lei è fuggita dall’oggi al domani, come si suol dire. La fuga della sorella lo aveva tremendamente avvilito. Seduto sul suo sgabello, aveva avuto un solo pensiero, quello di togliersi la vita, così lui, pensai, per giorni e giorni aveva almanaccato sulla maniera di uccidersi, ma poi non si era ucciso. Già la morte di Glenn aveva fatto sì che il pensare al suicidio diventasse per lui uno stato permanente, e la fuga della sorella rese questo stato più permanente ancora. Con la morte di Glenn, diceva, il proprio fallimento gli si era presentato alla coscienza con tutta la brutalità di un dato di fatto. Ma quanto alla sorella, soltanto malvagità e abiezione potevano averla indotta a lasciar lui solo in uno stato così penoso per correr dietro a uno svizzero abietto fino al midollo, diceva, un tipo che porta insulsi impermeabili coi risvolti del collo a punta e scarpe di Bally con una fibbia di ottone, pensai. Mai e poi mai avrei dovuto lasciarla andare da quell’orrido internista Horch (il medico di lei!), disse, perché è lì che ha conosciuto lo svizzero. I medici vengono a patti coi proprietari di complessi chimici, disse lui, pensai. Non avrei dovuto lasciarla andare, ha detto lui, pensai, riferendosi alla sua quarantaseiennesorella. La quarantaseienne sorella doveva implorarlo per uscire di casa, pensai, e doveva rendergli conto di ognuna di queste sue sortite. Inizialmente lui, Wertheimer, aveva creduto che lo svizzero, che egli aveva immediatamente bollato come un volgare calcolatore senza scrupoli, avesse sposato sua sorella a causa della sua agiatezza, ma poi era risultato che in verità lo svizzero era molto più ricco di loro due messi insieme, ricco sfondato dunque, ricco come uno svizzero, il che significa molto ma molto più ricco di un ricco austriaco, così lui. Figurarsi che il padre di questo individuo (dello svizzero), così Wertheimer, era stato uno dei direttori della Zürcher Bank Leu, così Wertheimer, e che il figlio possedeva uno dei più grandi complessi chimici esistenti al mondo! La prima moglie dello svizzero era defunta in circostanze non del tutto chiare, non c’era nessuno che al riguardo sapesse la verità. Mia sorella come seconda moglie di un parvenu, così Wertheimer, pensai. Una volta era rimasto a sedere per otto ore nella gelida cattedrale di Santo Stefano guardando l’altare con gli occhi sbarrati, disse, il sagrestano gli aveva indicato la porta della cattedrale di Santo Stefano con le parole: Signore, si chiude. Al momento di uscire lui aveva dato al sagrestano una banconota da cento scellini, un vero colpo di testa, così Wertheimer. Il mio più ardente desiderio, così lui, era di star seduto nella cattedrale di Santo Stefano fino al momento in cui fossi caduto per terra morto stecchito. Ma la cosa non mi riuscì, benché mi fossi molto concentrato su questo desiderio. Non avevo la possibilità di concentrarmi su questo mio desiderio fino al limite estremo, disse, e i nostri desideri si realizzano solo se su di essi ci concentriamo fino al limite estremo. Fin dall’infanzia aveva coltivato il desiderio di morire, di togliersi la vita, come si suol dire, però non si era mai concentrato su questo desiderio fino al limite estremo. Non era riuscito a rassegnarsi al fatto di essere stato partorito in un mondo che in sostanza e fin dall’inizio lo aveva sempre disgustato in tutto e per tutto. Poi era cresciuto e aveva creduto di poter uccidere in sé questo desiderio, pensava che esso ad un tratto sarebbe svanito, invece questo desiderio era diventato di anno in anno più intenso, anche se, così lui, l’intensità e la concentrazione su questo desiderio non erano giunte al limite estremo. La mia inesauribile curiosità ha impedito il mio suicidio, così lui, pensai. Noi non perdoniamo al padre di averci fatti, alla madre di averci gettati nel mondo e alla sorella di essere la perpetua testimone della nostra infelicità. Esistere, in sostanza, non significa nient’altro che questo: essere disperati, così lui. Mi alzo, penso con ribrezzo a me stesso e tutto ciò che mi aspetta mi fa orrore. Mi sdraio sul letto, non desidero nient’altro che morire, non svegliarmi più, poi invece mi risveglio e l’orrendo processo si ripete, seguita a ripetersi per cinquant’anni, così lui. Pensare che per cinquant’anni non abbiamo nessun altro desiderio se non quello di essere morti, eppure seguitiamo a vivere e non possiamo farci niente perché siamo incoerenti da cima a fondo, così lui. Perché siamo la meschinità in sé, l’abiezione in sé. Non abbiamo talento musicale! ha esclamato, non abbiamo talento esistenziale. Tale è la nostra arroganza che siamo convinti che ciò che facciamo sia studiare musica, mentre non siamo neanche capaci di vivere, non siamo in grado di esistere, giacché in verità non esistiamo, ma piuttosto veniamo esistiti così disse una volta sulla Währingerstrasse dopo una camminata di quattro ore e mezzo lungo la Brigittenau che ci aveva ridotti allo stremo. In passato abbiamo trascorso delle mezze nottate al caffè Koralle, diceva, adesso non andiamo più neanche al Kolosseum!, guarda come tutto è diventato profondamente diverso e per noi assolutamente deleterio. Noi crediamo di avere un amico, ma col tempo ci rendiamo conto che di amici non ne abbiamo perché non abbiamo assolutamente nessuno, la verità è questa, così Wertheimer. Pur tenendosi stretto al suo Bösendorfer, tutto col passare del tempo si è rivelato un errore, una cosa tremenda. Glenn aveva avuto la fortuna di crollare seduto al suo Steinway, nel bel mezzo delle Variazioni Goldberg. Lui erano anni che faceva di tutto per crollare, ma senza risultato. Più volte era stato con la sorella nella cosiddetta Praterhauptallee, il viale principale del Prater, nella speranza che la salute di lei migliorasse, così lui, per farle respirare un po’ d’aria fresca, ma sua sorella queste gite non le apprezzava, e domandava perché solo la Praterhauptallee e non il Burgenland, perché solo la Praterhauptallee e non il castello di Kreuzenstein o Retz, sua sorella era proprio incontentabile, lui si era sempre prodigato per lei, ogni volta che desiderava un vestito lui le dava il permesso di comprarselo, così lui. Io l’ho vezzeggiata, così lui. E quando il mio vezzeggiamento è giunto al culmine, così lui, lei è scappata, se n’è andata a Zizers nei pressi di Coira, in quella zona tremenda. Tutti, quando non sanno più dove andare, corrono in Svizzera, così lui, pensai. Ma la Svizzera poi si trasforma per tutti in un carcere mortale, a poco a poco in Svizzera la gente muore soffocata per via della Svizzera, e così anche mia sorella morirà soffocata per via della Svizzera, lui questo lo presagiva, Zizers le toglierà la vita, lo svizzero le toglierà la vita, la Svizzera le toglierà la vita, così lui, pensai. Proprio a Zizers doveva andare, in quella perversa creazione verbale!, così lui, pensai. È stata probabilmente una pensata dei nostri genitori, diceva, io e mia sorella legati per la vita, un calcolo dei genitori. Ma questa pensata, questo calcolo o conto dei genitori non è tornato. Facciamo un figlio maschio, hanno forse pensato, i nostri genitori, poi gli diamo una sorellina e quei due si aiuteranno a esistere fino alla fine della loro vita, sostenendosi a vicenda, annientandosi a vicenda, è probabile che sia stata questa l’idea dei genitori, la diabolica idea dei nostri genitori. I genitori fanno la loro pensata, ma questa pensata, com’è ovvio, non può diventare realtà. La sorella non si è attenuta alla pensata dei genitori, lei è la più forte, così lui, io sono sempre stato il debole, la componente di totale debolezza, così Wertheimer. In salita gli mancava il fiato, eppure mi precedeva correndo. Non poteva salire le scale, eppure arrivava al terzo piano prima di me, quelli erano tutti tentativi di suicidio, pensai adesso osservando la sala della locanda, inutili tentativi di sottrarsi all’esistenza. Una volta si era recato con la sorella a Passau perché suo padre lo aveva persuaso che Passau era una bella città, una città salubre, una città fuori dell’ordinario, ma loro, appena giunti a Passau, avevano subito visto che si trattava di una delle città più orribili in assoluto, di una città emula di Salisburgo, che sprizzava da tutti i pori desolazione, bruttezza e ripugnante grossolanità, eppure con perversa arroganza osava definirsi la città dei tre fiumi. Lui e sua sorella si erano addentrati in questa città dei tre fiumi soltanto per un breve tratto, poi avevano fatto dietrofront, e siccome per qualche ora non c’era un treno diretto a Vienna, avevano deciso di far ritorno a Vienna con un taxi. Dopo l’esperienza di Passau avevano rinunciato per molti anni a qualsiasi progetto di viaggio, pensai. Se per ipotesi la sorella gli manifestava il desiderio di intraprendere un viaggio, bastava che Wertheimer le dicesse: Pensa a Passau! per soffocare sul nascere qualsiasi discussione tra loro su questo argomento. Al posto del pianoforte Bösendorfer venduto all’asta era stato collocato uno scrittoio dell’epoca di Giuseppe II, pensai. Ma in realtà non c’è affatto bisogno che di continuo ci proponiamo di studiare qualcosa, pensai, è più che sufficiente se ci limitiamo a pensare, se non facciamo altro che pensare e con la massima semplicità diamo libero corso ai nostri pensieri. Bisogna lasciarsi andare alla propria visione del mondo, con la massima semplicità abbandonarsi a questa visione del mondo, ma proprio questa è la cosa più difficile, pensai. Allora, quando vendetteall’asta il suo pianoforte a coda Bösendorfer, Wertheimer non era nelle condizioni di poter seguire un simile procedimento mentale, e non lo fu neanche in seguito, al contrario di me che di far questo sono stato capace, pensai. È stata questa superiorità che mi ha reso possibile sparire un bel giorno dall’Austria portando con me solo una piccola borsa da viaggio, e andarmene prima in Portogallo e poi in Spagna, e stabilirmi nella Calle del Prado, proprio accanto aSotheby. Ad un tratto e, per così dire, dall’oggi al domani mi ero trasformato in un esperto in visioni del mondo. Su questo termine che avevo inventato lì per lì non potei fare a meno di ridere di cuore. Mi avvicinai di un paio di passi alla finestra della cucina, pur sapendo già da prima e dicendomi in cuor mio, dalla finestra della cucina non vedrai mai niente, perché, come ho detto, si trattava di una finestra sporchissima da cima a fondo. Tutte le finestre delle cucine austriache sono sporchissime e attraverso di esse non si vede niente, e questo, pensai, è naturalmente un grandissimo vantaggio, perché in caso contrario si guarderebbe direttamente dentro la catastrofe, nel lurido caos delle cucine austriache. Così ritornai di nuovo indietro di quel paio di passi che avevo fatto in direzione della finestra della cucina e rimasi in piedi nello stesso punto in cui ero stato per tutto quel tempo. Glenn è morto, pensai, nel momento per lui più favorevole, mentre Wertheimer non si è tolto la vita nel momento per lui più favorevole, chi si toglie la vita non se la toglie mai nel momento per lui più favorevole, mentre la cosiddetta morte naturale arriva sempre nel momento più favorevole. Wertheimer, oltre a imitare Glenn, pensai, aveva voluto esibirsi davanti alla sorella, e siccome voleva farle pagare tutto si era impiccato a soli cento passi dalla casa di lei a Zizers. Ha comprato un biglietto ferroviario fino a Zizers nei pressi di Coira, poi è arrivato a Zizers e, a cento passi dalla casa di sua sorella, si è impiccato. Dell’uomo trovato impiccato non è stata riconosciuta la vera identità per vari giorni. Solo quattro o cinque giorni dopo il suo ritrovamento, un impiegato dell’Ospedale di Coira era rimasto colpito dal nome Wertheimer, aveva collegato il nome Wertheimer con la moglie del padrone del complesso chimico da lui conosciuta in precedenza come signora Wertheimer, dopodiché, essendosi incuriosito, si era informato a Zizers se esistesse un qualche legame di parentela tra il suicida di nome Wertheimer che giaceva all’obitorio e la moglie del padrone del complesso chimico che risiedeva a Zizers. La sorella di Wertheimer, la quale non sapeva neppure che a distanza di cento passi da casa sua un uomo si era impiccato, era subito corsa all’obitorio di Coira e aveva, come si suol dire, identificato suo fratello. I conti di Wertheimer adesso tornavano: per la maniera in cui si è suicidato e per il luogo che ha scelto per il proprio suicidio, Wertheimer ha precipitato sua sorella in un senso di colpa destinato a durare tutta la vita, pensai. E questi erano conti adatti a Wertheimer, pensai. Ma facendoli si è ridotto in uno stato pietoso, pensai. Già partendo da Traich, aveva in mente di impiccarsi a un albero a cento passi di distanza dalla casa di sua sorella, pensai. Un suicidio lungamente premeditato, pensai, non un atto repentino di disperazione. Da Madrid non sarei certo partito per Coira per assistere al suo funerale, pensai, ma trovandomi a Vienna recarmi a Coira mi era sembrato ovvio. E da Coira raggiungere Traich. Adesso però avevo giustamente i miei dubbi e pensavo se malgrado tutto non sarebbe stato meglio che da Coira fossi subito ripartito per Vienna senza fare tappa a Traich, al momento non sapevo bene neanch’io che cosa a Traich fossi venuto a cercare al di là del volgarissimo appagamento della mia curiosità, dato che da solo mi ero messo in mente e da solo mi ero convinto che qui ero davvero necessario, insomma avevo finto con me stesso di essere indispensabile. Certo non l’ho detto alla sorella di Wertheimer che ho intenzione di andare a Traich, e in effetti a Coira questa intenzione ancora non l’avevo, soltanto in treno mi era venuta l’idea di scendere ad Attnang Puchheim per raggiungere Traich e di passare la notte a Wankham come sempre avevo fatto ogni volta che in passato mi ero recato in visita a Traich, pensai. Ho sempre pensato, un giorno mi recherò al funerale di Wertheimer, non sapevo quando, com’è ovvio, ma ero sicuro che prima o poi quel funerale ci sarebbe stato, anche se di questa mia idea non avevo mai parlato con nessuno, soprattutto non ne avevo mai parlato con lo stesso Wertheimer, mentre lui, Wertheimer, mi aveva detto spessissimo che un giorno lui si sarebbe recato al mio funerale, a questo pensai mentre ancora aspettavo la padrona della locanda. E in cuor mio ero sicuro che un giorno Wertheimer si sarebbe tolto la vita per tutti quei motivi che io avevo sempre presenti davanti a me. Com’è risultato con chiarezza, la morte di Glenn non è stata sufficiente a provocare il suo suicidio, è stato necessario che la sorella lo abbandonasse, se pure la morte di Glenn è stata l’inizio della sua fine, l’elemento scatenante è stato il matrimonio di sua sorella con lo svizzero. Wertheimer aveva cercato di salvarsi camminando senza posa su e giù per Vienna, ma questo tentativo è fallito, salvarsi non era più possibile, fallito è il tentativo di salvarsi visitando i quartieri operai da lui tanto amati nel ventesimo e ventunesimo distretto, la Brigittenau soprattutto, soprattutto Kaisermühlen, il Prater con le sue oscenità, la Zirkusgasse, la Schüttelstrasse, la Radetzkystrasse, eccetera eccetera. Per mesi Wertheimer aveva camminato su e giù per Vienna, notte e giorno, fino a quando era crollato. Quel continuo camminare non serviva più a niente. Ma anche il casino di caccia a Traich, da lui inizialmente considerato un luogo nel quale avrebbe potuto salvare la propria esistenza, anche il casino di caccia si rivelò un inganno; come so, da principio egli si barricò nel casino di caccia per tre settimane, poi si recò dai boscaioli e li molestò con il suo problema. Ma il fatto è che le persone semplici non capiscono le persone complicate e con più spietatezza di chiunque altro le inducono a ritrarsi in se stesse, pensai. L’errore più grande che possiamo fare è credere che le cosiddette persone semplici siano in grado di salvarci. Ci rivolgiamo a loro in uno stato di angoscia estrema, li imploriamo letteralmente di salvarci, e quelli invece ci spingono ancora più a fondo nella disperazione. E come potrebbero, pensai, salvare un individuo stravagante dalla sua stravaganza. Dopo essere stato abbandonato dalla sorella, pensai, Wertheimer non aveva altra scelta se non quella di togliersi la vita. Voleva pubblicare un libro ma non c’è riuscito perché ha seguitato a modificare il suo manoscritto, lo ha modificato talmente spesso che alla fine di quel manoscritto non è rimasto più nulla, in realtà i cambiamenti del manoscritto altro non erano che la totale cancellazione del manoscritto stesso, di cui alla fine non è rimasto che il titolo, che era Il soccombente. Ormai non ho nient’altro che il titolo, diceva a me, e questo è un bene. Non so, aveva detto, se avrò la forza di scrivere un secondo libro, non credo, se fosse uscito Il soccombente, così diceva, pensai, sarei stato costretto a togliermi la vita. D’altronde Wertheimer era un uomo da schede, riempiva migliaia, decine di migliaia di schede, le quali si accumulavano nella casa del Kohlmarkt non meno che nel casino di caccia di Traich. Forse, pensai, sono proprio le schede ciò che più ti interessa e ti ha indotto a scendere ad Attnang Puchheim. O forse è stata solo una tattica dilatoria, perché Vienna ti fa orrore. Allineare migliaia delle sue schede una accanto all’altra, pensai, e pubblicarle sotto il titolo Il soccombente. Che assurdità. La mia valutazione era che tutte quelle schede a Traich e a Vienna Wertheimer le avesse distrutte. Non lasciar tracce è stata infatti una delle sue massime. Quando un amico muore, noi lo inchiodiamo alle sue stesse massime, dichiarazioni, lo uccidiamo insomma con le sue stesse armi. Da un lato egli continua a vivere in ciò che nel corso della sua vita ha detto a noi (e agli altri), d’altro lato con quelle stesse cose noi lo uccidiamo. Non c’è nessuno più spietato di noi (contro di lui!) nell’usare le sue dichiarazioni e i suoi appunti, pensai, e quando non disponiamo più dei suoi appunti perché lui assai saggiamente li ha distrutti, allora per annientarlo ricorriamo alle sue dichiarazioni, pensai. Noi sfruttiamo l’eredità di cui siamo venuti in possesso per annientare ancora di più colui che ce l’ha lasciata, per uccidere i morti ancora di più, e se di qualcuno non è rimasta un’eredità che si presti ad annientarlo, allora semplicemente noi ci inventiamo delle dichiarazioni da usare contro di lui, e così via, pensai. Gli eredi sono crudeli, i superstiti non hanno il minimo riguardo, pensai. Andiamo in cerca di testimonianze che possano danneggiarlo avvantaggiando noi, pensai. Arraffiamo tutto quello che può essere usato contro di lui per migliorare la nostra posizione, pensai, la verità è questa. Wertheimer è sempre stato un candidato al suicidio, ma ha lasciato scoperto il suo conto, avrebbe dovuto togliersi la vita vari anni prima rispetto a quando si è in effetti suicidato, molto prima che morisse Glenn, pensai. Perciò il suo suicidio è imbarazzante, un atto meschino soprattutto per il fatto che egli si è tolto la vita proprio davanti alla casa di sua sorella a Zizers, questo lo pensai soprattutto per far tacere la mia cattiva coscienza che ancora non era riuscita a superare il fatto di non aver risposto alle lettere di Wertheimer, di averlo abbandonato in maniera pressoché ignominiosa, infatti era soltanto una volgare menzogna che io non potessi lasciare Madrid, quella menzogna l’avevo detta per non dovermi consegnare al mio amico, il quale si aspettava da me, oggi me ne rendo conto, l’ultima possibilità di sopravvivenza, il quale prima di suicidarsi mi aveva scritto a Madrid quattro lettere che io avevo lasciato senza risposta, soltanto dopo aver ricevuto la sua quinta lettera gli scrissi che ero impegnatissimo, che non potevo assolutamente mandare a monte il mio lavoro per un viaggio in Austria, quale che fosse lo scopo di questo viaggio. A lui avevo anteposto il mio lavoro Su Glenn Gould, quel tentativo fallito che appena sarò tornato a Madrid, pensai ora, getterò nella stufa, essendo un lavoro del tutto privo di qualsiasi valore. Ho abbandonato Wertheimer in un modo ignominioso, pensai, gli ho voltato le spalle nel momento della pena estrema. Ma ricacciai con veemenza il pensiero di essere io in qualche modo colpevole per il suo suicidio, non gli sarei comunque più servito a niente, mi dissi, non avrei potuto salvarlo, senza dubbio a quel punto Wertheimer era maturo per il suicidio. La colpa andava certo attribuita ai suoi studi superiori, pensai, studi superiori di musica per di più! In primo luogo all’idea di poter conquistare nella maniera più semplice e con la massima rapidità possibile quella celebrità per la quale com’è ovvio un istituto superiore di musica è un ideale trampolino di lancio, idea questa che avevamo avuto tutti e tre, Glenn, Wertheimer ed io. Ma solo Glenn ha realizzato il progetto che avevamo accarezzato tutti e tre, Glenn, in definitiva, pur di raggiungere il suo scopo ha sfruttato anche noi, tutto ha sfruttato, sia pure inconsapevolmente, pur di diventare Glenn Gould, pensai. Noi, Wertheimer ed io, avevamo dovuto rinunciare al pianoforte per spianare la strada a Glenn. Questa idea a quell’epoca non mi era sembrata affatto così assurda come oggi mi appare, pensai. Glenn era comunque già il genio quando giunse in Europa per frequentare il corso di Horowitz, mentre noi in quello stesso periodo già eravamo i falliti, pensai. Io in fondo non avevo intenzione di diventare un virtuoso del pianoforte, per me il Mozarteum con tutti i suoi annessi e connessi era stato solamente un pretesto per sottrarmi alla noia che in effetti provavo nei confronti del mondo, per sottrarmi al mio precocissimo tedio esistenziale. E Wertheimer in fondo si comportò come me, e da noi due non è venuto fuori nulla di buono, come si suol dire, proprio perché a noi non è neanche venuto in mente di voler diventare qualcuno, al contrario di Glenn, che voleva ad ogni costo diventare Glenn Gould e al quale mancava soltanto di venire in Europa e sfruttare l’insegnamento di Horowitz per poter essere un genio, essere un genio capace per così dire di strabiliare il mondo col pianoforte era ciò che Glenn aveva desiderato e bramato più di ogni altra cosa. L’espressione strabiliare il mondo mi rallegrò, e intanto continuavo ad aspettare la padrona della locanda, la quale, come pensai, si trovava dietro la casa ed era probabilmente occupata a dar da mangiare ai maiali, a giudicare dai rumori che venivano dal retro della casa. Io personalmente non avevo mai sentito il bisogno di strabiliare il mondo, e nemmeno Wertheimer, pensai. La testa di Wertheimer era più simile alla mia che non la testa di Glenn, pensai, il quale ha inalberato con sicurezza assoluta una testa da virtuoso, a differenza di Wertheimer e di me, che eravamo entrambi teste raziocinanti. Ma se adesso dovessi dire che cos’è una testa da virtuoso, non sarei in grado di dirlo, esattamente come non saprei dire che cos’è una testa raziocinante. Wertheimer non ha fatto amicizia con Glenn Gould, mentre io sì, solo quando io mi ero già avvicinato a Glenn e avevo fatto amicizia con lui, solo allora Wertheimer si è unito a noi, e in fondo Wertheimer è sempre stato emarginato rispetto a noi. In ogni caso noi tre, questo si può dirlo veramente, abbiamo creato un’amicizia per la vita, pensai. Wertheimer ha recato grave danno a sua sorella per il solo fatto di essersi tolto la vita, pensai, quel buco provinciale di Zizers dovrà sempre tener conto d’ora in avanti che lì si è suicidato il fratello della moglie del padrone del complesso chimico, pensai, e la sfacciataggine di essersi impiccato proprio di fronte alla casa di sua sorella continuerà a essere per lei un doloroso peso. Wertheimer non era certo il tipo a cui potesse importare minimamente un funerale solenne,pensai, ma a Coira, dov’è stato sepolto, non avrebbe comunque mai potuto averlo. Non a caso il suo funerale si è svolto verso le cinque del mattino, e a parte gli uomini di una ditta di pompe funebri eravamo presenti soltanto la sorella di Wertheimer, il marito di lei ed io. Mi era stato domandato (stranamente dalla sorella di Wertheimer) se volessi vedere Wertheimer ancora una volta, ma io avevo subito detto di no. Quella proposta mi aveva disgustato. Come del resto l’intera cerimonia e coloro che vi avevano preso parte. Avrei fatto meglio, pensai adesso, a non andare fino a Coira per il funerale. Dal telegramma che mi aveva spedito la sorella di Wertheimer non era possibile arguire che Wertheimer si fosse tolto la vita, era solo indicata l’ora dei funerali. Da principio avevo pensato che egli fosse morto mentre era in visita da sua sorella. Mi ero ovviamente stupito all’idea di una simile visita dato che non potevo immaginare nulla del genere. Wertheimer non si sarebbe mai recato a Zizers in visita da sua sorella, pensai. Egli punì sua sorella con il castigo più tremendo, pensai, le distrusse il cervello per sempre.

Il mio viaggio da Vienna a Coira durò tredici ore, i treni in Austria sono ridotti in uno stato pietoso, nei vagoni ristorante, ammesso che ne venga attaccato uno, si riceve un cibo veramente pessimo. Con davanti un bicchiere di acqua minerale, volevo rileggere dopo vent’anni I turbamenti del giovane Törless di Musil, ma non ci sono riuscito, i racconti non li sopporto più, dopo aver letto una pagina già non son più capace di andare avanti. Le descrizioni non le sopporto più. Né potevo d’altra parte passare tutto il mio tempo con Pascal, i suoi Pensieri li conoscevo a memoria, e il piacere del suo stile si esaurì in breve tempo. Perciò mi accontentai di osservare il paesaggio. Le città fanno un effetto desolante quando ad esse si passa davanti col treno, le case dei contadini sono tutte rovinate dal momento che i proprietari hanno tolto le vecchie finestre per mettere al loro posto delle finestre in plastica nuove e di pessimo gusto. A dominare il paesaggio non sono più i campanili delle chiese, ma i sili di plastica importati dall’estero, le torri mastodontiche dei magazzini. Il viaggio da Vienna a Linz è un viaggio attraverso il cattivo gusto, ovunque non c’è altro che cattivo gusto. E il tratto da Linz a Salisburgo non è migliore. E le montagne del Tirolo mi opprimono. Il Vorarlberg l’ho sempre odiato, proprio come la Svizzera, dove l’ottusità è di casa, mio padre lo diceva sempre e io su questo punto non l’ho mai contraddetto. Coira la conoscevo per esserci stato piuttosto spesso con i miei genitori, ogni volta infatti che andavamo a Saint Moritz pernottavamo a Coira, sempre nello stesso albergo che puzzava di tè alla menta dove mio padre era conosciuto e gli veniva praticato il venti per cento di sconto perché a quell’albergo era stato fedele per più di quarant’anni.Si trattava di un cosiddetto buon albergo nel centro della città, non ricordo più bene il suo nome, può darsi che mi sbagli ma credo che si chiamasse Al sole, eppure si trovava nella zona più buia della città. Nelle osterie di Coira servivano un pessimo vino e portavano in tavola delle salsicce quanto mai insipide. Mio padre cenava con noi e sempre in albergo, ordinava un cosiddetto boccone, e chiamava Coira una tappa piacevole, denominazione per me incomprensibile dato che Coira era sempre stata per me particolarmente spiacevole. Proprio come i salisburghesi, gli abitanti di Coira li trovavo ancora più odiosi nella loro ottusità da gente di alta montagna. L’avevo sempre sentito come un castigo dover partire per Saint Moritz con entrambi i genitori, o qualche volta soltanto con mio padre, dover fare tappa a Coira, scendere in quello squallido albergo le cui finestre si affacciavano su un vicolo umido e stretto che saliva fino all’altezza del secondo piano. A Coira non ero mai riuscito a dormire, pensai, stavo sveglio per ore nel mio letto in preda a una grande disperazione. Coira è in effetti il posto più tetro che io abbia mai visto in vita mia, neppure Salisburgo è tetra e ammorbante come Coira. E gli abitanti di Coira lo sono in proporzione. A Coira una persona, anche se si ferma una notte soltanto, può essere rovinata per tutta la vita. Ma è tuttora impossibile, pensai, raggiungere Saint Moritz da Vienna in un solo giorno col treno. Io avevo pernottato fuori Coira, perché, come ho detto, il mio ricordo di Coira era fin dall’infanzia così deprimente. Mi feci semplicemente portare con la macchina oltre Coira e scesi tra Coira e Zizers, dove avevo scoperto l’insegna di un albergo. Aquila azzurra lessi la mattina seguente, cioè il giorno del funerale, quando lasciai l’albergo. Ovviamente non avevo dormito. Per il suicidio di Wertheimer l’elemento davvero decisivo non era stato Glenn, pensai, ma piuttosto la partenza della sorella, il suo matrimonio con lo svizzero. Tra l’altro prima di partire per Coira avevo sentito molte volte, nella mia casa di Vienna, rimettendo sempre lo stesso disco, le Variazioni Goldberg suonate da Glenn. Ascoltandole mi ero alzato molte volte dalla mia poltrona per camminare su e giù nello studio, e avevo immaginato che Glenn suonasse veramente le Variazioni Goldberg nella mia casa, e mentre camminavo avanti e indietro cercavo di scoprire quale fosse la differenza tra l’interpretazione di Glenn in quei dischi e l’interpretazione da lui data ventotto anni addietro nel Mozarteum mentre Horowitz e noi, ossia Wertheimer ed io, lo stavamo ascoltando. La differenza non potei stabilirla. Già ventotto anni prima Glenn aveva suonato le Variazioni Goldberg come nei dischi che stavo ascoltando e che, tra l’altro, mi ha mandato lui stesso per il mio cinquantesimo compleanno affidandoli alla mia amica di New York perché li portasse a Vienna. E intanto che lo sentivo suonare le Variazioni Goldberg, pensavo che Glenn ha creduto di essersi reso immortale con questa interpretazione, cosa che forse gli è davvero riuscita, pensai, perché io non mi figuro che potrà mai esistere un altro pianista che suoni le Variazioni Goldberg come lui, ossia con la genialità di Glenn. Mentre io, per amore del mio scritto su Glenn, ascoltavo le sue Variazioni Goldberg, constatai ancor più precisamente in che stato pietoso era ridotta la mia casa, nella quale da tre anni non avevo più messo piede. E in questo periodo, pensai, nessun altro ci è mai entrato. Ero via da tre anni, avevo fatto una vita ritiratissima nella Calle del Prado, mai negli ultimi tre anni avevo immaginato di ritornare a Vienna, non avevo nemmeno lontanamente pensato di far ritorno a Vienna, città da me odiata più di ogni altra, né di far ritorno in Austria, paese da me odiato più di ogni altro. Pensai che è stata la mia salvezza andarmene da Vienna come si suol dire una volta per tutte, andarmene da Vienna per trasferirmi a Madrid, Madrid che è diventata il centro ideale della mia esistenza non solo col passare del tempo, ma fin dal primo istante. A Vienna, come diceva sempre Wertheimer, sarei stato divorato a poco a poco, soffocato dai viennesi e annientato dagli austriaci in genere. Tutto si presta in me a essere soffocato a Vienna e annientato in Austria, pensai, e anche di sé Wertheimer pensava che i viennesi non potessero fare a meno di soffocarlo e gli austriaci di annientarlo. Ma Wertheimer non era il tipo da partire all’improvviso per Madrid o per Lisbona o per Roma, questo, a differenza di me, non riusciva a farlo. Sicché la sua unica possibilità è sempre stata quella di ripiegare su Traich, ma le cose a Traich si son sempre messe ancora peggio per lui. Solo, come si dice, con le scienze dello spirito, a Traich è colato a picco per forza. In compagnia di sua sorella sì, pensai, se la sarebbe cavata, ma solo a Traich con l’unica compagnia delle scienze dello spirito non poteva cavarsela di sicuro. La città di Coira, Chur, che egli non conosceva affatto, alla fine l’ha odiata, anzi già solo il nome di quella città, la parola Chur, l’ha odiata a tal punto che ha sentito il bisogno di andarci per togliersi la vita, pensai. La parola Chur non meno della parola Zizers lo avevano alla fin fine costretto a partire per la Svizzera e a impiccarsi a un albero, naturalmente un albero non lontano dalla casa di sua sorella. Concertato era pure una tipica parola di Wertheimer, ed è un concetto che in realtà ben si adatta a questo suicidio, pensai, il suo suicidio è stato concertatopensai. Tutte le predisposizioni sono in me micidiali, mi ha detto una volta, pensai, tutto è stato predisposto in me in maniera micidiale da coloro che mi hanno generato. Wertheimer ha sempre letto dei libri in cui si parla di suicidi, di malattie e di morti, pensai mentre ero in piedi nella sala della locanda, libri nei quali è descritta la miseria umana, la mancanza di ogni via di scampo, l’insensatezza e l’inanità di ogni sforzo, libri nei quali tutto è sempre e continuamente devastante e micidiale. Per questo non solo egli amava soprattutto Dostoevskij, i suoi seguaci e la letteratura russa in genere perché di tutte le letterature è la più micidiale, ma anche i deprimenti filosofi francesi. Con grandissimo piacere e accanimento leggeva scritti di medicina, e le strade che si sceglieva lo portavano di continuo negli ospedali e nei cronicari, negli ospizi e nelle cappelle mortuarie. È questa un’abitudine che ha conservato fino alla fine, benché temesse gli ospedali e i cronicari non meno degli ospizi e delle cappelle mortuarie, Wertheimer continuò a visitare di continuo gli ospedali e i cronicari e gli ospizi e le cappelle mortuarie. E quando non entrava negli ospedali perché farlo non gli era stato possibile, allora leggeva articoli o libri su malati e malattie e libri o articoli sulle persone colpite da infermità croniche quando non aveva occasione di entrare nei cronicari, oppure leggeva articoli e libri sugli anziani quando non poteva entrare negli ospizi o articoli e libri sui morti quando non aveva occasione di entrare nelle cappelle mortuarie. Noi vogliamo naturalmente stabilire un rapporto pratico, perché quello teorico non ci basta, così disse una volta, con gli oggetti che ci affascinano, dunque innanzitutto coi malati e gli infermi e gli anziani e i morti, eppure per lunghi periodi siamo costretti ad accontentarci del rapporto teorico con questi oggetti, così come in effetti anche per ciò che riguarda la musica per un lunghissimo periodo dobbiamo limitarci a un rapporto teorico, così lui, pensai. Ciò che lo affascinava erano gli esseri umani nella loro infelicità, non lo attraevano le persone in sé, ma la loro infelicità, e l’infelicità la coglieva dovunque ci fossero delle persone, pensai, era avido di persone perché avido di infelicità. L’uomo è l’infelicità, diceva di continuo, pensai, solo gli imbecilli affermano il contrario. Essere partoriti è un’infelicità, diceva, e fintanto che viviamo ci portiamo appresso questa infelicità, che soltanto la morte può spezzare. Ma ciò non significa che noi siamo solo infelici, la nostra infelicità è la premessa per poter essere anche felici, solo passando attraverso l’infelicità possiamo essere felici, così diceva, pensai. I miei genitori non mi hanno mostrato nient’altro se non l’infelicità, diceva, la verità è questa, pensai, eppure molto spesso sono stati felici, e lui dunque non poteva dire che i suoi genitori erano stati esseri umani infelici, e neppure poteva dire che erano stati felici, come pure di se stesso non poteva dire né di essere felice né di essere infelice, perché tutti gli esseri umani sono infelici e felici nello stesso tempo, diceva, e volta a volta è più grande in essi l’infelicità della felicità o viceversa. Ma una cosa è sicura, così diceva, pensai, che negli esseri umani c’è più infelicità che felicità. Era uno che scriveva aforismi, esistono di lui innumerevoli aforismi, pensai, ma c’è da supporre che li abbia distrutti, io scrivo aforismi, diceva di continuo, pensai, è un’arte deteriore tipica di quelli che intellettualmente hanno il fiato corto, della quale hanno vissuto e vivono un certo numero di persone soprattutto in Francia, si tratta dei cosiddetti filosofi di mezza tacca che scrivono per i comodini da notte delle infermiere, potrei anche chiamarli filosofi da almanacco, gente che scrive cose che vanno bene per tutti e le cui massime, con l’andar del tempo, troveremo affisse alle pareti di ogni sala d’aspetto dei nostri medici. I cosiddetti aforismi negativi sono altrettanto repellenti dei cosiddetti aforismi positivi. Eppure non sono riuscito a togliermi questa abitudine di scrivere aforismi, in verità temo proprio di averne ormai scritti a milioni, così diceva, pensai, e faccio bene a procedere alla loro distruzione, perché non intendo veder un giorno tappezzate coi miei aforismi, come con Goethe, Lichtenberg e compagni, le pareti delle camere d’ospedale o delle sacrestie, così diceva, pensai. Siccome non sono nato per essere filosofo, mi sono trasformato, devo dire non del tutto inconsapevolmente, in un autore di aforismi, in uno di quei repellenti compagni di strada dei filosofi come ce n’è a migliaia, così diceva, pensai. Si tratta di imbrogliare l’umanità intera con piccolissime trovate che mirano a effetti grandiosi, così diceva, pensai. In sostanza non sono altro che un pericolo pubblico, uno di quegli autori di aforismi che nella loro sconfinata impudenza e inguaribile sfacciataggine si confondono tra i filosofi come i cervi volanti tra i cervi, così diceva, pensai. Se smettiamo di bere moriamo di sete, se smettiamo di mangiare moriamo di fame, diceva, da sentenze di tal fatta hanno origine tutti gli aforismi, può averli scritti perfino Novalis, anche Novalis ha detto un mucchio di sciocchezze, così lui, pensai. Nel deserto aneliamo all’acqua, suonano all’incirca le massime di Pascal, così lui, pensai. A essere esatti, dei più grandi progetti filosofici quello che rimane a noi non è altro che un misero retrogusto aforistico, così diceva, pensai, quale che sia la filosofia e chiunque sia il filosofo di cui ci stiamo occupando, tutto si riduce in briciole quando li affrontiamo con tutte le facoltà di cui siamo dotati, ossia con tutti i nostri strumenti intellettuali, così diceva, pensai. Io passo il mio tempo a parlare delle scienze dello spirito e non so neppure che cosa siano queste scienze dello spirito, non ne ho la minima idea, così diceva, pensai, parlo della filosofia e non ho la minima idea della filosofia, parlo dell’esistenza e non ho la minima idea dell’esistenza, diceva. Il nostro punto di partenza è sempre lo stesso, non sappiamo mai niente di niente, non c’è niente di cui abbiamo un’idea sia pur minima, così diceva, pensai. Non appena esaminiamo un argomento qualsiasi, rischiamo di soffocare nell’enorme quantità di materiale che in ogni campo è a nostra disposizione, la verità è questa, così diceva, pensai. E pur sapendo tutto ciò, riesaminiamo continuamente da capo i nostri cosiddetti problemi intellettuali e ci lasciamo sedurre da un’idea impossibile: creare un prodotto intellettuale. Questa  che è follia! così lui, pensai. Fondamentalmente siamo capaci di qualsiasi cosa, e altrettanto fondamentalmente siamo destinati a fallire in ogni cosa, così diceva, pensai. A un’unica frase ben riuscita sono stati ridotti i nostri grandi filosofi e i nostri massimi poeti, così diceva, pensai, la verità è questa, spesso ricordiamo solamente una cosiddetta tonalità filosofica, non ricordiamo nient’altro, così diceva, pensai. Noi studiamo un’opera colossale, l’opera di Kant per esempio, e col passare del tempo essa si riduce alle piccole pensate di un filosofo della Prussia orientale chiamato Kant, e quindi tra il lusco e il brusco della sua opera non rimane nient’altro che un mondo estremamente vago che suscita in noi, come qualsiasi altro, un senso di desolante inermità, così diceva, pensai. Di ciò che voleva essere un mondo colossale è rimasto un ridicolo dettaglio, così diceva, pensai, come capita con tutte le cose. La cosiddetta grandezza è diventata alla fin fine a tal punto ridicola e meschina che non suscita in noi nient’altro che un senso di pena. A voler ben guardare, anche Shakespeare si riduce per noi a un essere ridicolo, così diceva, pensai. Da tempo gli dèi ci appaiono soltanto come figure barbute dipinte sulle brocche di birra, così diceva, pensai. Ad ammirarli son rimasti gli stupidi, così diceva, pensai. Il cosiddetto uomo d’ingegno si consuma in un’opera che egli reputa epocale, eppure alla fine si è solo reso ridicolo, può chiamarsi Schopenhauer o Nietzsche, non ha alcuna importanza, può essere stato Kleist o Voltaire, ciò che abbiamo di fronte a noi è solo un pover’uomo, un essere pietoso che ha abusato della propria mente e operato in sé una reductio ad absurdum. Un povero essere travolto e superato dalla storia. I grandi pensatori li abbiamo ingabbiati nelle nostre librerie, da dove essi, condannati al ridicolo per sempre, ci guardano con gli occhi sbarrati, così diceva, pensai. Notte e giorno io sento il lamento dei grandi pensatori che sono stati rinchiusi nelle nostre librerie, quei ridicoli grandi spiriti ormai ridotti come mummie sotto vetro, così diceva, pensai. È tutta gente che ha violato la natura, diceva, ma il delitto capitale lo hanno commesso contro lo spirito, è per questo che vengono puniti e da noi ficcati per sempre nelle nostre librerie. Perché in queste librerie soffocano, la verità è questa. Le nostre biblioteche sono in un certo senso istituti di pena dove noi abbiamo rinchiuso i nostri grandi spiriti, naturalmente Kant in una cella singola e così Nietzsche, Schopenhaur, Pascal, Voltaire, Montaigne, i grandissimi nelle celle singole e gli altri nei cameroni, ma tutti per sempre e in eterno, mio caro, per tutti i tempi e all’infinito, la verità è questa. E guai se uno di questi uomini che hanno commesso un delitto capitale si dà alla fuga e scappa, subito viene per così dire impacchettato e reso ridicolo, la verità è questa. L’umanità è in grado di difendersi da questi cosiddetti grandi spiriti, così diceva, pensai. Dovunque si presenti lo spirito, subito viene impacchettato e ingabbiato, e ovviamente subito bollato come spirito malefico, così diceva, pensai, e intanto osservavo il soffitto della sala. Comunque è tutto assurdo quello che diciamo, così diceva, pensai, qualsiasi cosa veniamo dicendo è assurda e l’intera nostra vita è di una assurdità davvero unica. Questo l’ho capito molto presto, non appena ho incominciato a pensare ho subito capito che tutto quello che diciamo è assurdo, ma ugualmente assurdo è tutto quello che ci viene detto dagli altri, come del resto ogni cosa che viene detta in generale, finora a questo mondo sono state dette soltanto cose assurde e, così diceva, in effetti e com’è ovvio sono anche state scritte solo cose assurde, tutte le opere scritte in nostro possesso sono assurde perché non potevano essere altro che assurde, come la storia dimostra, così diceva, pensai. Alla fine ho trovato riparo nell’idea di diventare un autore di aforismi, diceva, e in effetti una volta a della gente che mi chiese quale fosse la mia professione, così lui, io risposi che ero un autore di aforismi. Ma quelli come al solito non compresero quello che io intendevo dire, gli altri non mi comprendono mai quando dico qualcosa, perché quando dico qualcosa ciò non significa affatto che io abbia detto ciò che ho detto, così diceva, pensai. Io dico una cosa, così diceva, pensai, e dico anche una cosa completamente diversa, perciò la mia vita l’ho tutta passata in mezzo ai malintesi, in mezzo ai malintesi e nient’altro, così diceva, pensai. A voler essere precisi, noi veniamo in effetti generati in mezzo ai malintesi, e fintanto che esistiamo da questi malintesi non riusciamo a tirarci fuori, possiamo sforzarci e far di tutto per tirarcene fuori, ma non serve a nulla. Però questa osservazione è alla portata di tutti, così diceva, pensai, dato che ogni persona dice continuamente delle cose che vengono fraintese, sicché in verità questo è l’unico punto su cui tutti concordano, così diceva, pensai. Un malinteso ci fa venire al mondo, in questo mondo di malintesi che ci tocca sopportare come un mondo costituito da innumerevoli malintesi e che poi abbandoniamo con un unico, grande malinteso, giacché la morte è il malinteso più grande di tutti, così lui, pensai. Il padre e la madre di Wertheimer erano entrambi piccoli di statura, lui, Wertheimer, era più alto dei suoi genitori, pensai. Era quel che si dice un uomo prestante, pensai. Solo a Hietzing i Wertheimer possedevano tre grandi ville, e quando una volta Wertheimer dovette decidere se voleva o no che gli fosse intestata una delle ville che suo padre possedeva a Grinzing, Wertheimer fece sapere a suo padre che non aveva per quella villa il minimo interesse, come in genere non aveva interesse per le altre ville del padre, il quale possedeva numerose fabbriche nella Lobau, a prescindere dalle imprese di sua proprietà in Austria e all’estero, pensai. I Wertheimer hanno sempre fatto quella che si dice una vita da gran signori, ma nessuno se n’è mai accorto perché loro facevano in modo che nessuno se ne accorgesse, la ricchezza dei Wertheimer nessuno poteva leggergliela addosso, almeno non al primo sguardo. I fratelli Wertheimer non avevano in fondo mai avuto il minimo interesse per l’eredità dei loro genitori e sia Wertheimer sia la sorella, quando fu aperto il testamento, non avevano la più pallida idea di quali e quante proprietà sarebbero loro spettate, per l’inventario dei beni patrimoniali eseguito da un avvocato del centro di Vienna avevano dimostrato un interesse scarsissimo, benché fossero rimasti strabiliati dalla effettivaricchezza di cui all’improvviso erano entrati in possesso e che comunque rappresentava per loro un grandissimo fastidio. Eccetto la casa del Kohlmarkt e il casino di caccia a Traich, avevano deciso di vendere tutto dando poi incarico a un avvocato appartenente alla famiglia di investire il loro denaro nel mondo intero, così disse un giorno Wertheimer contravvenendo alla sua abitudine di non parlare mai delle proprie questioni patrimoniali. L’eredità dei genitori era toccata per tre quarti a Wertheimer e per un quarto alla sorella di lui, che pure ha fatto investire il suo patrimonio in vari istituti di credito in Austria, in Germania e in Svizzera, pensai. I fratelli Wertheimer avevano l’esistenza assicurata, pensai, come del resto anch’io, benché la mia situazione patrimoniale non potesse certo essere paragonata a quella di Wertheimer e di sua sorella. I bisnonni di Wertheimer erano ancora dei poveri diavoli, pensai, gente che torceva il collo alle oche nei sobborghi di Leopoli. In ogni caso anche Wertheimer veniva come me da una famiglia di commercianti, pensai. Una volta, per un suo compleanno, a suo padre era venuto in mente di regalargli un grande castello che in origine faceva parte dei possedimenti della famiglia Harrach, ma Wertheimer quel castello che ormai era suo si rifiutò perfino di andarlo a vedere, tanto che il padre, ovviamente furente per la freddezza e irriguardosità di suo figlio, aveva subito rivenduto il castello, pensai. I fratelli Wertheimer conducevano in realtà un’esistenza modesta, senza pretese, che non dava nell’occhio, un’esistenza che rimaneva sempre pressoché in secondo piano, al contrario di tutte le altre persone del loro ambiente che conducevano una vita fastosa e si davano grandi arie di importanza. Anche nel Mozarteum la ricchezza di Wertheimer non ha mai dato nell’occhio. Come del resto non ha mai dato nell’occhio la ricchezza di Glenn, e Glenn era un uomo ricco. A posteriori emerse con chiarezza che i ricchi in un certo senso si erano ritrovati, pensai, grazie a un fiuto speciale per il loro comune retroterra. Il genio di Glenn non era stato altro, pensai, che un’ulteriore graditissima aggiunta. Le amicizie, pensai, l’esperienza lo dimostra, sono possibili alla lunga soltanto se si fondano su un comune retroterra, tutto il resto, pensai, è pura illusione. Ad un tratto mi stupii per il sangue freddo con cui avevo deciso di scendere ad Attnang Puchheim e di venire qui a Wankham per poi recarmi a Traich nel casino di caccia di Wertheimer, senza mai aver pensato, neppure per un attimo, di passare da casa mia a Desselbrunn, una casa vuota ormai da cinque anni che viene arieggiata ogni quattro o cinque giorni, almeno così suppongo dato che pago della gente incaricata di farlo, mi stupii, dicevo, del grande sangue freddo con cui avevo deciso di passare la notte qui a Wankham nella locanda più schifosa che abbia mai conosciuto, pur avendo una casa tutta mia a meno di dodici chilometri di distanza, ma in quella casa, come subito pensai, non ci sarei mai andato, perché cinque anni addietro avevo giurato a me stesso che almeno per dieci anni non sarei più ritornato a Desselbrunn e finora non mi era stato difficile tener fede a questo giuramento, il che significa che ero riuscito a controllarmi. La mia casa di Desselbrunn me l’ero totalmente rovinata e poi resa del tutto intollerabile, pensai, perché un giorno a Desselbrunn mi ero imposto io stesso un compito inderogabile. Tale compito consisteva prima di tutto nel rifiutare il mio Steinway, e fu questo, in un certo senso, l’elemento che scatenò la mia intolleranza all’idea di rimanere più a lungo a Desselbrunn. Ad un tratto non potevo più respirare l’aria di Desselbrunn, e i muri di Desselbrunn mi facevano ammalare, e le stanze minacciavano di soffocarmi, eppure si trattava di stanze grandissime, stanze di nove metri per sei o di otto metri per otto, pensai. Io quelle stanze le odiavo e odiavo ciò che esse contenevano, e quando uscivo di casa odiavo le persone davanti alla casa, ad un tratto ero diventato ingiusto nei confronti di tutte quelle persone che volevano soltanto il mio bene, ma proprio questo col tempo mi aveva dato sui nervi, la perpetua disponibilità di quella gente mi aveva all’improvviso profondamente disgustato. Mi barricavo nel mio studio e guardavo con gli occhi sbarrati fuori dalla finestra senza vedere nient’altro che la mia infelicità. Camminavo all’aria aperta e insolentivo tutti quelli che incontravo. Correvo nel bosco e stremato mi accovacciavo sotto un albero. Allora, per evitare di impazzire del tutto, voltai le spalle a Desselbrunn, almeno per dieci anni, almeno per dieci anni, almeno per dieci anni, mi dissi e ridissi mille volte quando lasciai la casa e mi recai a Vienna da dove poi ripartii per andare in Portogallo dove avevo dei parenti a Sintra, il che significa che avevo dei parenti nella più bella regione del Portogallo, una regione nella quale gli eucalipti arrivano a trenta metri e si respira la migliore aria del mondo. A Sintra, inoltre, ritroverò la musica che a Desselbrunn ho espulso radicalmente e per così dire una volta per tutte da me stesso, così pensavo allora, pensai, e mi ristorerò sulla costa atlantica con una cura di inalazioni matematicamente calibrata. A quell’epoca avevo perfino pensato di poter riprendere a suonare sullo Steinway del mio zio di Sintra dal punto in cui avevo smesso di farlo a Desselbrunn, ma era stata un’idea insensata, pensai, a Sintra facevo a piedi ogni giorno i sei chilometri in discesa fino alla costa atlantica e per ben otto mesi non mi è mai venuto in mente di sedermi a un pianoforte, io a Sintra non ho mai sfiorato un solo tasto del pianoforte benché mio zio e tutti gli altri che vivevano in casa sua mi dicessero continuamente che dovevo suonare qualche cosa per loro, eppure devo ammettere che proprio a Sintra, durante quel periodo meraviglioso che mi è stato concesso di inattività all’aria aperta e in quella che devo dire è una delle più belle regioni del mondo, mi è venuta l’idea di scrivere qualcosa su Glenn, ho detto qualcosa, che cosa non potevo saperlo, qualcosa su di lui e sulla sua arte. Con questa idea in mente camminavo in lungo e in largo a Sintra e dintorni e alla fine passai un anno intero laggiù senza neanche cominciare a scrivere qualcosa su Glenn.Cominciare uno scritto è la cosa più difficile che esista e io mi sono sempre aggirato per mesi e perfino per anni con l’idea di uno scritto che non riuscivo a cominciare, e così è accaduto anche per Glenn, il quale, come allora pensavo, doveva assolutamente essere descritto, ma solo da un testimone competente della sua vita e della sua attività pianistica, da un testimone competente della sua mente straordinaria in tutto e per tutto. Un giorno mi azzardai a cominciare questo scritto nell’albergo Inglaterra dove avevo intenzione di trattenermi per due giorni soltanto, mentre poi ci rimasi per sei settimane senza mai smettere di scrivere su Glenn. Eppure alla fine, quando mi trasferii a Madrid, avevo in tasca solamente degli abbozzi, e questi abbozzi li distrussi perché tutt’a un tratto, invece di essermi utili, mi impedivano di scrivere, ne avevo fatti troppi di abbozzi, ed è questa una iattura che mi ha già rovinato molti lavori; è giusto e importante fare diversi abbozzi per ogni lavoro, ma quando di abbozzi ne facciamo troppi, roviniamo ogni cosa, pensai, e così anche allora all’Inglaterra stavo seduto ininterrottamente nella mia stanza e facevo abbozzi fino a quando mi sembrava di impazzire, e rendendomi conto che quegli abbozzi su Glenn erano la causa della mia pazzia, trovavo la forza di distruggere quegli abbozzi su Glenn. Semplicemente li ficcavo nel cestino della carta straccia e osservavo la cameriera che afferrava questo cestino e lo portava fuori dalla mia stanza per farne poi scomparire il contenuto nel bidone della spazzatura. Era per me un gradevole spettacolo, pensai, vedere la cameriera che portava via e faceva scomparire i miei abbozzi su Glenn, abbozzi che non si contavano a centinaia, bensì a migliaia. Mi sento più leggero, pensavo allora. Per tutto un pomeriggio rimasi a sedere sulla mia sedia davanti alla finestra, e all’ora del crepuscolo riuscii a lasciare l’Inglaterra e a raggiungere a Lisbona, scendendo lungo la Liberdade, il mio locale preferito sulla Rua Garret. Quando fui a Madrid e finalmente compresi comedovevo incominciare il mio scritto Su Glenn che poi ho in effetti portato a termine nella Calle del Prado, di questi tentativi sfociati tutte le volte nella distruzione dei miei abbozzi ne avevo già fatti otto, pensai. Ma ora ripresi a dubitare che quel mio scritto avesse un qualche valore e pensai che al mio ritorno lo avrei distrutto, del resto tutte le cose che scriviamo, se le lasciamo riposare per un periodo piuttosto lungo per poi riesaminarle da capo, sempre com’è ovvio ci risultano insopportabili e non riusciamo a darci pace fino a quando non le abbiamo distrutte, pensai. La settimana prossima sarò di nuovo a Madrid e come prima cosa dovrò distruggere lo scritto su Glenn per cominciare un nuovo scritto su di lui, pensai, uno scritto che sia ancora più concentrato, ancora più autentico, pensai. Perché noi crediamo sempre di essere autentici e in realtà non lo siamo, e di essere concentrati e in realtà non lo siamo. Naturalmente nel mio caso questa consapevolezza ha sempre avuto come esito la non pubblicazione dei miei scritti, non è apparso, pensai, un solo mio scritto in ventotto anni, ventotto anni passati a scrivere, solamente lo scritto su Glenn mi impegna da ormai nove anni, pensai. È stato un gran bene che tutti questi scritti incompiuti e imperfetti non siano mai apparsi, pensai, se li avessi pubblicati, ciò che avrei potuto fare senza difficoltà, sarei oggi l’individuo più infelice che si possa immaginare, un individuo che sarebbe ogni giorno messo a confronto con i suoi scritti disastrosi, pieni zeppi di errori, di imprecisioni, di sciatterie, di dilettantismo. A questo castigo mi sono sottratto con la distruzione, pensai, e ad un tratto la parola distruzione mi diede un grande piacere. La ripetei più volte tra me e me. Arrivato a Madrid, subito distruggere lo scritto su Glenn, pensai, quello scritto deve scomparire al più presto affinché io possa scriverne un altro. Adesso lo so come si affronta un simile scritto, prima non l’ho mai saputo, ho sempre cominciato troppo presto, pensai, in maniera dilettantesca. Per tutta la vita ci sforziamo di evitare il dilettantismo ma esso di continuo ci rincorre e ci raggiunge, pensai, e non c’è nulla che noi desideriamo con maggiore intensità che sottrarci per sempre al dilettantismo dal quale veniamo continuamente raggiunti. Glenn e la spietatezza, Glenn e la solitudine, Glenn e Bach, Glenn e le Variazioni Goldberg, pensai, Glenn nel suo studio in mezzo al bosco, il suo odio per la gente, il suo odio per la musica, il suo odio per la gente che ama la musica, pensai. Glenn e la semplicità, pensai osservando la sala della locanda. Dobbiamo sapere fin dall’inizio quello che vogliamo, pensai, già da bambini dobbiamo aver chiaro in testa ciò che vorremo essere da grandi, ciò che vorremo, che dovremo ottenere. Il periodo che ho passato a Desselbrunn, e Wertheimer a Traich, pensai, è stato un periodo micidiale. Il cercarci a vicenda e a vicenda demolirci, pensai, ci ha massacrati. Io in effetti andavo da Wertheimer a Traich solamente per massacrarlo, per disturbarlo e massacrarlo, come lui del resto, che non aveva altri motivi per venire da me; andare a Traich significava solamente distogliermi per un poco dalla mia atroce miseria spirituale e disturbare Wertheimer, scambiare con lui dei ricordi di gioventù di fronte a una tazza di tè, pensai, e avere sempre Glenn Gould come centro dei nostri discorsi, non Glenn, ma Glenn Gould, dal quale entrambi siamo stati annientati, pensai. Wertheimer veniva a Desselbrunn per disturbarmi, per soffocare sul nascere, fin da quando arrivava, un mio lavoro appena incominciato. Non faceva che dire in continuazione: Se solo non avessimo incontrato Glenn, oppure: Se Glenn fosse morto giovane, prima di diventare una celebrità mondiale, pensai. Incontriamo un uomo come Glenn e questo incontro ci annienta, ritengo, oppure ci salva, nel nostro caso Glenn ci ha annientati, pensai. Su un Bösendorfer non avrei mai suonato, così Glenn, pensai, non sarei riuscito a combinare nulla su un Bösendorfer. Quelli che suonano sul Bösendorfer contro quelli che suonano sullo Steinway, pensai, i patiti dello Steinway contro quelli del Bösendorfer. All’inizio gli avevano messo in stanza un Bösendorfer, ma Glenn lo fece subito portare via e sostituire con uno Steinway, pensai, io non avrei mai osato accampare a Salisburgo una simile pretesa, pensai, proprio allora che stava incominciando il nostro corso con Horowitz; Glenn già a quell’epoca era sicurissimo del fatto suo, di un Bösendorfer non voleva sentir parlare, gli avrebbe mandato all’aria i suoi piani. E quelli avevano accettato di scambiare il Bösendorfer con lo Steinway senza batter ciglio, pensai, benché Glenn a quell’epoca non fosse ancora Glenn Gould. Ho ancora davanti agli occhi gli operai che portano fuori il Bösendorfer e dentro lo Steinway, pensai. Ma Salisburgo non è adatta allo sviluppo di uno che vuol suonare il pianoforte, diceva spesso Glenn, il clima è troppo umido, rovina lo strumento e rovina colui che lo suona, in brevissimo tempo gli rovina le mani e il cervello. Ma io volevo studiare con Horowitz, diceva Glenn, questo fu per me decisivo. Nella stanza di Wertheimer le tende erano sempre tirate e le serrande abbassate, Glenn suonava con le tende aperte e le serrande alzate, io addirittura con le finestre spalancate. Non avevamo vicini di casa e dunque nessuno che se la prendesse con noi, questa fu una vera fortuna perché in caso contrario il nostro lavoro sarebbe stato irreparabilmente compromesso. La casa che avevamo ottenuto in affitto per la durata del corso di Horowitz era stata in passato di uno scultore nazista morto un anno prima, le creazioni di quell’uomo, che nel quartiere la gente chiamava maestro, si trovavano ancora lì, in tutte quelle stanze alte da cinque a sei metri. Proprio l’altezza delle stanze ci aveva spinti a prendere subito la casa in affitto, le sculture presenti dappertutto non ci davano fastidio, erano anzi acusticamente vantaggiose quelle rozze figure appoggiate alle pareti scolpite da un artista del marmo di fama mondiale, come da qualcuno ci era stato detto, il quale aveva lavorato per decenni al servizio di Hitler. In effetti, quelle enormi protuberanze marmoree erano state spinte dai locatori contro le pareti apposta per noi, il che dal punto di vista acustico era l’ideale, pensai. All’inizio ci eravamo spaventati alla vista di quelle sculture, di quell’ottuso monumentalismo di marmo e granito, soprattutto Wertheimer ne era stato respinto, ma Glenn aveva detto immediatamente che quelle stanze erano ideali e che la presenza di quei monumenti le rendeva ancor più ideali per i nostri scopi. Le sculture erano talmente pesanti che il nostro tentativo di spostare la più piccola di esse fallì miseramente, le nostre forze non erano sufficienti, e pensare che non eravamo deboli affatto, i virtuosi del pianoforte, contrariamente all’opinione del pubblico, sono uomini robusti e dotati di una incredibile capacità di resistenza. Glenn, che ancora oggi tutti credono fosse un uomo di debolissima costituzione, era invece un tipo atletico. Raggricciato sulla tastiera dello Steinway, sembrava uno storpio, ed è così che lo conosce tutto il mondo musicale, ma questo mondo è stato vittima di un inganno totale, pensai. Sempre e dovunque Glenn è rappresentato come uno storpio e come un debole, come l’uomo tutto spirito per eccellenza, al quale non si può attribuire altro che la deformità e con questa deformità, poiché con essa fa tutt’uno, una grande ipersensibilità, mentre Glenn in effetti era un tipo atletico, assai più forte di Wertheimer e di me messi insieme, ciò che avevamo potuto constatare una volta di più non appena egli si accinse a tagliare via con le proprie mani un frassino davanti alla finestra della sua stanza che, come lui stesso diceva, gli impediva di suonare il pianoforte. Segò da solo il frassino, che aveva un diametro di almeno mezzo metro, a noi non permise neppure di avvicinarci a quel frassino, lo segò in breve tempo in piccoli pezzi che accatastò contro il muro della casa, è il tipico uomo americano, avevo pensato allora, pensai. Glenn aveva appena finito di segare quel frassino che a suo dire gli impediva di suonare il pianoforte quando gli venne in mente di fare una cosa semplicissima, e cioè di tirare le tende e abbassare le serrande della sua stanza. Avrei potuto risparmiarmi di segare quel frassino, così disse, pensai. Noi di frassini come quello ne seghiamo di continuo, ne seghiamo moltissimi di frassini mentali come quello, disse, e pensare che usando qualche ridicolo accorgimento potremmo benissimo evitare di segarli, così disse, pensai. Il frassino davanti alla finestra lo aveva disturbato fin dalla prima volta in cui a Leopoldskron si era seduto allo Steinway. Senza neanche interpellare i proprietari, andò al capannone degli attrezzi, prese ascia e sega e abbatté quel frassino. Se sto lì a chiedere, così lui, non faccio altro che perdere tempo ed energia, questo frassino lo abbatto subito, disse, e in effetti così fece, pensai. Non appena il frassino giacque sul terreno, a Glenn venne in mente che avrebbe potuto limitarsi a tirare le tende, ad abbassare le serrande. Il frassino abbattuto lo segò in piccoli pezzi senza il nostro aiuto, pensai, e là dove prima sorgeva il frassino Glenn stabilì quell’ordine assoluto che a lui si confaceva. Se una cosa ci ostacola dobbiamo eliminarla, aveva detto Glenn, anche se si tratta solamente di un frassino. E non dobbiamo prima domandare se quel frassino abbiamo il permesso di abbatterlo, poiché già questa domanda ci indebolisce. Se prima domandiamo una cosa simile, la debolezza che da ciò consegue ci danneggia, forse addirittura ci distrugge, così lui, pensai. E ripensai anche subito che a nessuno dei suoi ascoltatori e dei suoi adoratori verrebbe mai in mente che Glenn Gould, quest’uomo noto e celebre in tutto il mondo come l’archetipo della debolezza fisica dell’artista, potesse abbattere da solo e in un tempo brevissimo un forte e sano frassino con un tronco dello spessore di mezzo metro, e poi accatastare contro un muro della casa i pezzi di questo frassino, il tutto tra l’altro in condizioni climatiche spaventose, pensai. Gli adoratori adorano un fantasma, pensai, adorano un Glenn Gould che non è mai esistito. Ma il mio Glenn Gould è immensamente più grande e più degno di adorazione del loro Glenn Gould, pensai.

Quando ci era stato detto che saremmo entrati nella casa di un famoso scultore nazista, Glenn era scoppiato in una sonora risata. Wertheimer si unì a questa sonora risata, pensai, ed entrambi avevano tirato in lungo questa risata fino a sentirsi completamente stremati e alla fine andarono a prendere in cantina una bottiglia di champagne. Glenn fece esplodere il tappo proprio sul volto di un angelo di marmo di Carrara alto sei metri e sprizzò lo champagne sul volto degli altri mostri lì in giro per la casa, lasciandone solo un poco che bevemmo direttamente dalla bottiglia. Glenn alla fine scagliò la bottiglia con tale violenza sulla testa dell’Imperatore situato in un angolo della stanza, che noi fummo costretti a metterci al riparo. Nessuno degli adoratori di Glenn Gould potrebbe mai credere che Glenn Gould sapesse ridere come in effetti rideva, pensai. Il nostro Glenn Gould era capace di risate irrefrenabili, nessun altro al mondo sapeva ridere in quel modo, pensai, per questo più di chiunque altro andava preso sul serio. Chi non è capace di ridere non va preso sul serio, pensai, e chi non è capace di ridere come Glenn non va preso sul serio come Glenn. Verso le tre del mattino, si accovacciava stremato ai piedi dell’Imperatore, lui e le Variazioni Goldberg, pensai. Ecco un’immagine che mi torna di continuo: Glenn è schiacciato contro il polpaccio dell’Imperatore e guarda il pavimento con gli occhi sbarrati. Non gli si poteva rivolgere la parola. All’alba era come appena nato, così lui. Ogni giorno inalbero una testa nuova, così lui, anche se per il mondo ho ancora la solita vecchia testa, così lui. Un giorno sì e un giorno no alle cinque del mattino Wertheimer andava a piedi fino all’Untersberg e tornava indietro, per fortuna aveva scoperto una strada asfaltata che portava fino all’Untersberg, io invece prima della colazione facevo un giro intorno alla casa, uno solo ma con qualsiasi tempo, del tutto svestito e non ancora lavato. Glenn usciva di casa solamente per recarsi da Horowitz e poi tornava indietro. In fondo io odio la natura, diceva continuamente. Io questa frase l’avevo fatta mia, me la dico tuttora e, credo, me la dirò per sempre, pensai. La natura è contro di me, diceva Glenn, intendendo la cosa come la intendo io, che pure questa frase me la dico di continuo, pensai. La nostra esistenza consiste nell’essere e nel lottare perennemente contro la natura, diceva Glenn, lottiamo contro la natura fino a quando rinunciamo a questa lotta perché la natura è più forte di noi, noi che per arroganza ci siamo trasformati in un prodotto artificiale. Noi non siamo in effetti esseri umani, noi siamo prodotti artificiali, l’uomo che suona il pianoforte è un prodotto artificiale, un prodotto disgustoso, diceva lui per concludere. Noi siamo quelli che vogliono continuamente sottrarsi alla natura, ma com’è ovvio non ci riusciamo, così diceva, pensai, e restiamo a metà strada. In sostanza, diceva, non vogliamo essere uomini ma pianoforte, per tutta la vita vogliamo essere pianoforte e non uomini, sfuggiamo all’uomo che è in noi per diventare pianoforte in tutto e per tutto, ma in questo siamo destinati a fallire anche se non vogliamo crederci. Il sonatore di pianoforte ideale (Glenn non usava mai il termine pianista!) è colui che vuol essere pianoforte, e infatti ogni giorno mi dico appena sveglio, voglio essere lo Steinway, non voglio essere l’uomo che suona lo Steinway, voglio essere lo Steinway, lo Steinway in sé. Qualche volta ci avviciniamo, anzi ci avviciniamo moltissimo a questo ideale, diceva, ed è allora che ci sembra di impazzire, di essere quasi arrivati alla follia che temiamo più di ogni altra cosa al mondo. Per tutta la sua vita Glenn aveva avuto il desiderio di essere lo Steinway in sé, gli era odiosa l’idea di porsi solamente come intermediario musicale tra Bach e lo Steinway e di essere un giorno stritolato tra Bach e lo Steinway, un giorno, così lui, verrò stritolato tra Bach da una parte e lo Steinway dall’altra, così diceva, pensai. Da quando sono in vita ho sempre avuto paura di essere stritolato tra Bach e lo Steinway e mi costa una fatica enorme sfuggire a questo atroce pensiero, diceva. L’ideale sarebbe che io fossi lo Steinway, che non avessi bisogno di Glenn Gould, diceva, se fossi lo Steinway potrei fare in modo di rendere Glenn Gould del tutto superfluo. Tuttavia, così Glenn, non c’è mai stato al mondo un solo sonatore di pianoforte al quale sia riuscito, essendo Steinway, di rendere se stesso superfluo. Svegliarsi un bel giorno ed essere insieme Steinway e Glenn, così diceva, pensai, Glenn Steinway, Steinway Glenn soltanto per Bach. È possibile che Wertheimer odiasse Glenn, ed è possibile che odiasse anche me, pensai, questo pensiero era fondato su migliaia se non decine di migliaia di osservazioni che riguardavano non solo Wertheimer, ma anche Glenn e me. E io stesso non ero stato esente dall’odio per Glenn, pensai, odiavo Glenn tutti i momenti e nello stesso tempo lo amavo con estrema coerenza. Non c’è niente di più tremendo che vedere un essere umano il quale è talmente grandioso che la sua grandiosità ci annienta, e mentre noi questo processo lo osserviamo e lo sopportiamo e alla fin fine non possiamo far altro che accettarlo, in realtà non crediamo affatto a questo processo, e rimaniamo increduli ancora per molto tempo, fino a quando, pensai, esso non si trasforma ai nostri occhi in un fatto incontrovertibile, ma allora non c’è più niente da fare, per noi è finita. Wertheimer ed io, come del resto ogni altro aspetto di Glenn stesso, eravamo stati indispensabili all’evoluzione di Glenn, e Glenn, così pensai nella sala della locanda, ci ha sfruttati entrambi. Pensai alla sfacciataggine con cui Glenn affrontava ogni cosa, e per contro alle atroci esitazioni di Wertheimer e alle mie riserve nei confronti di tutto e di tutti. Lui ad un tratto diventò Glenn Gould, ma il momento della trasformazione in Glenn Gould, questo devo dirlo, gli altri non riuscirono a percepirlo, e non ci riuscimmo nemmeno noi, né Wertheimer né io. Per mesi Glenn ci aveva trascinati con sé in un comune processo di dimagramento, pensai, ci aveva trascinati nel suo invasamento per Horowitz, perché in effetti è probabile che io da solo non avrei resistito quei due mesi a Salisburgo con Horowitz, e men che meno Wertheimer, è probabile, dicevo, che senza Glenn ci avrei rinunciato. Perfino Horowitz in mancanza di Glenn non sarebbe stato lo stesso Horowitz, quei due si condizionavano a vicenda. Fu un corso che Horowitz fece apposta per Glenn, pensai in piedi nella locanda, nient’altro che questo. Fu Glenn che fece di Horowitz il proprio maestro, non Horowitz che fece di Glenn il genio, pensai. In quei mesi salisburghesi, grazie al proprio genio Glenn fece di Horowitz il maestro ideale per il proprio genio, pensai. Nella musica si entra come un tutto oppure non si entra affatto, diceva spesso Glenn, anche rivolto a Horowitz. Ma era il solo a sapere il significato di questa frase, pensai. Un uomo come Glenn deve incontrarsi con un uomo come Horowitz, pensai, e questo ha da succedere in un momento ben preciso, nell’unico momento giusto. Se non si incontrano nel momento giusto, non può accadere ciò che è accaduto tra Glenn e Horowitz. Il maestro, pur non essendo un genio, è reso dal genio un maestro geniale, il maestro geniale di questo genio appunto, in un certo momento e per un certo periodo, pensai. In realtà la vera e propria vittima del corso di Horowitz non sono stato io, pensai, ma piuttosto Wertheimer, il quale, in mancanza di Glenn, sarebbe certo diventato un eccellente virtuoso del pianoforte, celebre forse in tutto il mondo. È lui che in quell’anno, per frequentare il corso di Horowitz, ha commesso l’errore di andare a Salisburgo dove poi è stato annientato non da Horowitz ma da Glenn. Wertheimer infatti voleva diventare un virtuoso del pianoforte, mentre io non lo volevo affatto, pensai, per me il virtuosismo pianistico era stato soltanto una scappatoia, una tattica dilatoria per rinviare qualcosa, che cosa in verità io intendessi rinviare non l’ho mai capito, e neanche adesso lo so con chiarezza; Wertheimer voleva mentre io non volevo, pensai, e Glenn ha Wertheimer sulla coscienza, pensai. Glenn aveva suonato solo un paio di note e già Wertheimer aveva pensato di rinunciare a tutto, ricordo perfettamente che Wertheimer, quando entrò nella stanza al primo piano del Mozarteum assegnata a Horowitz e vide Glenn e lo sentì suonare, rimase lì bloccato accanto alla porta, incapace di mettersi a sedere, tanto che Horowitz dovette invitarlo a sedersi, ma lui, Wertheimer, fintanto che Glenn continuava a suonare, non riuscì a sedersi, e solamente quando Glenn smise di suonare Wertheimer si sedette, e teneva gli occhi chiusi, lo ricordo ancora perfettamente, pensai, e non parlava più. Per dirla con una frase patetica, quella fu la sua fine, la fine della carriera virtuosistica di Wertheimer. Per un intero decennio studiamo uno strumento che abbiamo scelto con cura, e poi, passato questo decennio faticoso e più o meno deprimente, ci bastano poche note suonate da un genio per esser liquidati, pensai. Wertheimer non ha voluto ammettere questo fatto per molti anni. Eppure quelle poche note suonate da Glenn sono state la sua fine, pensai. Per me non sono state la fine, perché già prima di conoscere Glenn avevo pensato di smettere di suonare ritenendo insensata la mia fatica; sempre, qualsiasi cosa mi fossi messo a fare, ero stato il migliore, ed essendo abituato a questo non avevo remore al pensiero di smettere, di dare un taglio a un’attività insensata, benché fossero in molti a dirmi e ridirmi che appartenevo in effetti alla schiera dei migliori, ma a me non bastava appartenere alla schiera dei migliori, io volevo essere o il migliore in assoluto o nessuno, e così cessai di suonare e regalai il mio Steinway alla figlia del maestro di musica di Altmünster, pensai. Wertheimer aveva puntato tutto, questo devo dirlo, sulla carriera di virtuoso del pianoforte, io invece su una simile carriera di virtuoso non avevo puntato affatto, la differenza fra noi era questa. Egli fu quindi mortalmente colpito dalle note di Glenn, dalle sue Variazioni Goldberg, io no, per me non fu così. Essere il migliore o non essere nessuno è sempre stata la mia pretesa in ogni situazione. Per questo nella Calle del Prado ci arrivai alla fine nel più totale anonimato, essendo tutto preso dalle mie insensatezze letterarie. La meta di Wertheimer era stata quella di diventare un virtuoso del pianoforte, un uomo tenuto a dimostrare al mondo musicale, anno dopo anno, la sua maestria nel suonare il pianoforte, fino a quando, in età avanzatissima, se conosco bene Wertheimer, non fosse crollato. Questa meta gli era stata totalmente scardinata da Glenn non appena, pensai, Glenn si sedette al pianoforte e cominciò a suonare le prime note delle Variazioni Goldberg. Per forza Wertheimer dovette ascoltarlo, pensai, e per forza fu distrutto da Glenn. Se io a quell’epoca, diceva spesso Wertheimer, non fossi andato a Salisburgo e non avessi voluto assolutamente studiare con Horowitz, avrei certo seguitato a suonare e avrei raggiunto i risultati desiderati. Ma Wertheimer dovette andare a Salisburgo e iscriversi, come si suol dire, al corso di Horowitz. La gente non è disposta a rinunciare neanche quando ormai è distrutta, pensai, Wertheimer è un buon esempio di questo, ha seguitato a non voler rinunciare anche quando Glenn lo aveva ormai distrutto da molti anni, pensai. E nemmeno gli è venuto in mente da solo di separarsi dal suo Bösendorfer, ho dovuto prima io regalare il mio Steinway per offrirgli l’opportunità di mettere all’asta il suo Bösendorfer, lui il Bösendorfer non lo avrebbe mai regalato, è tipico di Wertheimer che lo abbia messo all’asta al Dorotheum, pensai. Io regalai il mio Steinway e lui mise all’asta il suo Bösendorfer, con ciò è detto tutto. Ogni cosa che ha fatto Wertheimer non veniva dallo stesso Wertheimer, mi dissi ora, ogni cosa che ha fatto Wertheimer lui l’aveva vista fare, l’aveva imitata da qualcuno, Wertheimer guardava bene tutto quello che io facevo e poi lo imitava, e così, pensai, anche il mio fallimento lo ha guardato e poi imitato. Soltanto il suicidio derivò in effetti da una sua autonoma decisione, fu un atto voluto interamente da lui, pensai, sicché non è escluso che egli alla fine abbia provato quel che si dice una sensazione di trionfo. E può anche darsi che mi abbia sgominato per il fatto di essersi tolto la vita, come si suol dire, di sua spontanea volontà, pensai. Da un carattere debole non può venir fuori nient’altro che un artista debole, mi dissi, e questo Wertheimer lo conferma in maniera inequivocabile, pensai. La natura di Wertheimer era completamente agli antipodi rispetto a quella di Glenn, pensai, Wertheimer possedeva una cosiddetta concezione dell’arte, Glenn Gould non ne aveva bisogno. Mentre Wertheimer poneva quesiti in continuazione, Glenn di quesiti non ne poneva affatto, io non l’ho mai sentito porre un quesito, pensai. Wertheimer aveva sempre paura che le forze non gli bastassero, Glenn non immaginava neppure che qualcosa potesse essere superiore alle sue forze, Wertheimer inoltre si scusava tutti i momenti per qualche cosa, anche in assenza di qualsiasi motivo per presentare le sue scuse, Glenn invece non conosceva neppure il concetto di scusa, Glenn non si è mai scusato con nessuno benché, per la nostra mentalità, di motivi per scusarsi ne avesse in continuazione. Per Wertheimer era sempre molto importante sapere che cosa la gente pensasse di lui, Glenn invece non attribuiva a tutto questo il minimo valore, e io son sempre stato come lui, a me come a Glenn non è mai importato niente ciò che pensa di me il cosiddetto mondo che ci circonda. Wertheimer parlava anche quando non aveva niente da dire, solo perché tacere era per lui diventato rischioso, Glenn era capace di tacere per moltissimo tempo, come del resto anch’io, che al pari di Glenn sono capace di tacere quanto meno per giorni interi, anche se non, come lui, per intere settimane. Solamente il timore di non essere preso sul serio rendeva loquace il nostro soccombente, pensai, ed è probabile che la sua loquacità dipendesse anche dal fatto che già allora, a Vienna come a Traich, egli si sentiva perlopiù completamente abbandonato a se stesso, non faceva che camminare su e giù per Vienna e, come sempre diceva, con sua sorella non parlava mai di niente, giacché in effetti tra lui e sua sorella un vero discorso non c’era mai stato. Di tutte le faccende riguardanti il patrimonio si occupavano quegli sfrontati dei suoi legali, come lui li definiva, con i quali non comunicava mai se non per iscritto. Va detto dunque che anche Wertheimer era un uomo capacissimo di tacere, ed è anzi probabile che fosse in grado di stare in silenzio più a lungo di Glenn e di me, ma che in nostra compagnia si sentisse costretto a parlare, pensai. Proprio lui che era di casa ai più begli indirizzi del centro della città, amava soprattutto andare a piedi fino a Floridsdorf, il quartiere operaio famoso per la sua fabbrica di locomotive, o fino a Kagran o a Kaisermühlen dove sono di casa i più poveri tra i poveri, o camminare sul cosiddetto Alsergrund, o addirittura fino all’Ottakring, una vera perversione, pensai. Per evitare che gli altri si accorgessero di queste sue lunghe esplorazioni, usciva dalla porta di servizio poveramente vestito in tuta da operaio, pensai. In piedi per ore sul ponte di Floridsdorf, guardava i passanti e fissava l’acqua melmosa del Danubio, da tempo rovinata dalle sostanze chimiche, su cui procedevano lente verso il Mar Nero le navi da carico russe e jugoslave. Su quel ponte aveva spesso pensato se la sua più grande sventura non fosse per caso quella di esser nato in una famiglia ricca, pensai, infatti diceva sempre di sentirsi meglio a Floridsdorf e a Kagran che non nel primo distretto di Vienna, di star meglio tra gli abitanti di Floridsdorf e di Kagran che non tra quelli del primo distretto, i quali in realtà gli erano sempre stati odiosi. Le trattorie se le sceglieva nella Pragerstrasse e nella Brünnerstrasse dove ordinava birra e salsicce, stava seduto per ore ad ascoltare e osservare la gente, fino a quando per così dire gli mancava il fiato, e allora doveva uscire, andarsene a casa, naturalmente a piedi, pensai. Comunque diceva molto spesso che non bisognava credere che lui sarebbe stato più felice se fosse vissuto a Floridsdorf, a Kagran o nell’Alsergrund, pensai, e che parimenti sarebbe stato un errore supporre che questa gente, rispetto agli abitanti del primo distretto, avesse almeno il vantaggio di un carattere migliore. A un’analisi più attenta, così lui, i cosiddetti svantaggiati e i cosiddetti poveri e i cosiddetti diseredati si rivelano per loro propria natura senza carattere e disgustosi come gli altri e sono da respingere esattamente come gli altri ai quali noi apparteniamo e che, per quest’unica ragione, ci appaiono disgustosi. Gli strati più bassi della popolazione rappresentano, esattamente come gli strati più alti, un vero e proprio pericolo pubblico, diceva Wertheimer, si comportano in maniera altrettanto schifosa e sono da respingere esattamente come gli altri, pur essendo diversi fanno schifo esattamente nella stessa maniera, così diceva, pensai. Il cosiddetto intellettuale ha in odio il suo stesso cosiddetto intellettualismo ed è convinto di trovare la propria salvezza presso i cosiddetti poveri e svantaggiati, quelli che in passato venivano chiamati umiliati e offesi, diceva, ma da loro, anziché la propria salvezza, egli trova le schifezze che già conosce, così diceva, pensai. Dopo essere stato venti o trenta volte a Floridsdorf o a Kagran, diceva spesso Wertheimer, mi sono reso conto di questo mio errore e ho preferito star seduto al Bristol e prendere di mira qualcuno dei miei simili. Noi proviamo continuamente a sgusciar via da noi stessi, ma questo tentativo fallisce regolarmente, e in questo tentativo seguitiamo a incaponirci perché non vogliamo ammettere che a noi stessi non scamperemo mai se non con la morte. Adesso è scampato a se stesso, pensai, in maniera più o meno ripugnante. Farla finita a cinquant’anni, cinquantuno al massimo, ha detto una volta. Alla fine, pensai, si è preso sul serio. Noi guardiamo con attenzione un nostro compagno di studi mentre percorre in tutta la sua lunghezza il corridoio dell’Istituto, pensai, poi gli rivolgiamo la parola e con ciò abbiamo gettato le basi per quella che viene chiamata un’amicizia per la vita. Al principio com’è ovvio non sappiamo che si tratta di una cosiddetta amicizia per la vita, all’inizio la riteniamo soltanto un’amicizia utile che al momento ci conviene coltivare per poter tirare avanti, eppure la persona a cui ci siamo rivolti non era una persona qualsiasi, ma l’unica persona possibile in quel momento, perché io stesso ho avuto in effetti la possibilità di apostrofare centinaia di giovani che avevano come me studiato al Mozarteum, molti dei quali frequentavano a quell’epoca anche il corso di Horowitz, eppure ho rivolto la parola proprio a Wertheimer dicendogli che a Vienna ci eravamo già visti e parlati una volta, pensai, ciò che lui pure rammentava. Wertheimer infatti ha studiato principalmente a Vienna, non ha studiato come me al Mozarteum, ma alla Wiener Akademie, che vista dal Mozarteum è sempre stata considerata il migliore dei conservatori di musica esistenti, come a sua volta il Mozarteum, pensai, è sempre stato considerato dai viennesi il più valido fra tutti gli istituti superiori di musica. Quelli che studiano presso un certo istituto tendono sempre a non riconoscere i reali meriti di questo loro istituto e strizzano l’occhio all’istituto concorrente, soprattutto gli studenti di musica sono noti per sopravvalutare moltissimo l’istituto che si pone in diretta concorrenza con il loro, e in particolare gli studenti di musica di Vienna hanno sempre pensato e creduto che il Mozarteum fosse meglio della Wiener Akademie, e così, viceversa, gli studenti del Mozarteum hanno sempre pensato che non esista conservatorio migliore della Wiener Akademie. In verità, quanto a bravura o non bravura degli insegnanti, la Wiener Akademie e il Mozarteum sono sempre stati pari, lo sono stati in passato e seguitano a esserlo ancora oggi, pensai, sta soltanto agli allievi saper sfruttare con la massima spietatezza questi maestri in vista dei propri scopi. Il problema non è affatto la qualità dei nostri maestri, pensai, il problema siamo noi, perché è accaduto molto spesso che dei cattivi maestri producessero dei genii come anche viceversa che dei buoni maestri annientassero dei genii, pensai. Horowitz aveva un’ottima fama, e noi, pensai, eravamo stati conquistati da quest’ottima fama. Di Glenn Gould invece non sapevamo nulla, non avevamo idea del grande significato che avrebbe avuto per noi. Glenn Gould era un allievo come tutti gli altri, all’inizio era solo un tipo con qualche strana fisima, ma alla fine si è rivelato come il più grande talento che sia esistito in questo secolo, pensai. Aver frequentato il corso di Horowitz non è stato per me altrettanto catastrofico come per Wertheimer, Wertheimer era un uomo troppo debole per sopportare la presenza di Glenn. E visto che era fatto così, egli è entrato nella trappola mortale della sua vita il giorno in cui si è iscritto al corso di Horowitz, pensai. La trappola è scattata il giorno in cui egli ha sentito suonare Glenn per la prima volta, pensai. Wertheimer non si è mai più liberato da questa trappola mortale. Wertheimer doveva restare a Vienna e seguitare i suoi studi presso la Wiener Akademie, pensai, è la parola Horowitz che lo ha annientato, pensai, indirettamente il concetto Horowitz, anche se in effetti lo ha annientato Glenn. Arrivato in America, avevo detto a Glenn che era stato lui ad annientare Wertheimer, ma Glenn non comprese affatto ciò che io gli stavo dicendo. Né, da quel momento in poi, l’ho più importunato con questa idea. Solo di malavoglia Wertheimer era venuto in America con me e durante quel viaggio mi aveva fatto capire a più riprese che in fondo detestava quegli artisti che, come Glenn, hanno spinto troppo innanzi la propria artisticità, sto citando Wertheimer alla lettera, quegli artisti che hanno annientato la propria personalità per essere dei genii, così Wertheimer si esprimeva a quell’epoca. Wertheimer sosteneva che le persone come Glenn si trasformano alla fin fine in macchine artistiche che non hanno più niente in comune con un essere umano al quale ormai assomigliano di rado, pensai. Wertheimer invidiava Glenn, ma soprattutto questa sua artisticità, di essa non era in grado di stupirsi senza invidiarla, e non dico che dovesse ammirarla, l’ammirazione è infatti qualcosa per la quale sono sempre mancate e mancano tuttora anche a me le necessarie premesse, non c’è mai stato nulla che io abbia ammirato, eppure in vita mia mi sono stupito di moltissime cose, e più di tutti, questo posso dirlo, nella mia vita che merita forse di essere definita una vita d’artista, mi sono stupito di Glenn, ho osservato con stupore il suo sviluppo, ogni volta che lo incontravo ero stupito e ho accolto con stupore quelle che sono state chiamate le sue interpretazioni, pensai. Io ho sempre avuto la possibilità di dare libero corso al mio stupore, di non permettere a niente e a nessuno di circoscrivere o limitare il mio stupore, pensai. Questa capacità Wertheimer non l’ha mai avuta, sotto nessun riguardo, pensai. Inoltre, a differenza di Wertheimer che assai volentieri sarebbe stato Glenn Gould, che avrebbe voluto essere Glenn Gould, io ho sempre voluto essere soltanto me stesso, Wertheimer invece è sempre stato uno di quelli che continuamente e per tutta la vita e riducendosi in uno stato di perenne disperazione vogliono essere qualcun altro, qualcuno che devono credere per forza più favorito dalla sorte di loro, pensai. Wertheimer sarebbe stato volentieri Glenn Gould, sarebbe stato volentieri Horowitz, e non è escluso che sarebbe stato volentieri anche Gustav Mahler o Alban Berg. Wertheimer non era capace di vedere se stesso come un essere unico al mondo, mentre in effetti è così che ciascuno di noi può e deve concedersi di vedere se stesso se non vuole cadere in balìa della disperazione, ogni essere umano, comunque sia fatto, è un essere unico al mondo, io stesso me lo dico di continuo e con questo son salvo. Quest’àncora di salvezza, che consiste nel considerarsi come qualcosa di unico al mondo, Wertheimer non l’ha mai presa in seria considerazione, gli mancavano a tal fine tutte le necessarie premesse. Ogni essere umano è un essere umano unico al mondo e in effetti, dal suo punto di vista, la più grande opera d’arte di tutti i tempi, questo l’ho sempre pensato e potuto pensare, pensai. Wertheimer invece non aveva questa possibilità, perciò volle sempre essere soltanto Glenn Gould o appunto Gustav Mahler o Mozart e compagni, pensai. Fu questo che assai per tempo lo precipitò in quella infelicità nella quale ricadde poi di continuo. Non necessariamente dobbiamo essere dei genii per poter essere e per poterci riconoscere come esseri unici al mondo, pensai. Wertheimer è stato sempre un emulatore, ha emulato tutti quelli che riteneva più dotati di lui, e benché non ne avesse le premesse, come ora mi rendo conto, pensai, ha voluto a tutti i costi diventare un artista e così si è cacciato nella catastrofe. Da ciò derivava anche la sua irrequietezza, il suo continuo e incessante camminare o correre, la sua incapacità di starsene tranquillo, pensai. E la propria infelicità la scaricò sulla sorella, quella sorella che tormentò per decenni, pensai, e serrò nella sua mente, così pensai, per non lasciarla mai più venire fuori. Alle cosiddette esibizioni serali, cui gli studenti del Mozarteum son tenuti a prender parte per abituarsi all’attività concertistica, esibizioni che allora si svolgevano tutte nella cosiddetta Sala viennese, una volta Wertheimer ed io ci presentammo insieme, come si suol dire, con Brahms a quattro mani. Nel corso di tutto il concerto Wertheimer aveva voluto primeggiare rovinando quel concerto dal principio alla fine. Lo aveva rovinato del tutto consapevolmente, di questo mi rendo conto oggi. Dopo il concerto disse soltanto scusami, una parola sola, il che per lui è indicativo. Di suonare insieme a un altro non era capace, aveva voluto come si suol dire brillare a tutti i costi, e siccome naturalmente la cosa non gli è riuscita, ha rovinato il concerto, pensai. In tutta la sua vita Wertheimer ha sempre e soltanto voluto primeggiare, ma non gli è mai riuscito di primeggiare sotto nessun aspetto e in nessuna circostanza. Ed è proprio per questo che si è dovuto togliere la vita, pensai. Glenn non sarebbe mai stato costretto a togliersi la vita, pensai, Glenn infatti non si è mai sforzato di primeggiare perché sempre e dovunque e in ogni circostanza è risultato il primo. Wertheimer voleva arrivare sempre più in alto benché non ne avesse le premesse, pensai, mentre Glenn aveva tutte le premesse per arrivare ovunque. Quanto a me, benché in questo campo non mi ritenga della partita, posso dire che mi è capitato molte volte di avere tutte le premesse per fare le cose più svariate, ma perlopiù, del tutto consapevolmente, ho preferito non sfruttare queste premesse per indolenza o arroganza o tedio o pigrizia. Wertheimer, invece, per tutto ciò che ha affrontato non ha mai avuto le necessarie premesse, non le ha mai avute per niente di niente, come si suol dire. Per una cosa soltanto ha sempre avuto tutte le premesse, per essere un uomo infelice. Quindi non c’è proprio da meravigliarsi che lui, Wertheimer, si sia tolto la vita, e non Glenn o io, benché Wertheimer avesse continuamente preconizzato il mio suicidio, come del resto moltissimi altri che continuamente mi fanno capire come essi sappiano che io mi toglierò la vita. In verità Wertheimer suonava il pianoforte meglio di tutti gli altri allievi del Mozarteum, è importante che questo sia detto, ma a Wertheimer questo fatto non è più bastato dopo aver sentito suonare Glenn. Chiunque si sia proposto di diventare celebre e di acquistare una completa padronanza del pianoforte, può riuscire a suonare come suonava Wertheimer purché si dedichi allo studio del pianoforte per i decenni prescritti, pensai, ma se uno con queste aspirazioni si imbatte in un Glenn Gould, e sente suonare un tipo come Glenn Gould, allora, pensai, se è fatto come Wertheimer, anche per lui è finita. Il funerale di Wertheimer è durato meno di mezz’ora. Inizialmente per il suo funerale avevo intenzione di indossare un cosiddetto abito scuro, ma poi decisi invece di recarmi a quel funerale con il mio solito abito da viaggio, a un tratto mi era parso ridicolo seguire le regole sul vestiario in caso di lutto, regole che avevo sempre odiato come del resto ogni regola relativa al vestiario, e così quando ho deciso di partire per Coira sono andato a quel funerale con il mio abito di tutti i giorni. Inizialmente avevo pensato di recarmi a piedi al cimitero di Coira, ma poi, essendomi deciso a salire su un taxi, mi sono fatto lasciare davanti al cancello principale del cimitero. Il telegramma della sorella di Wertheimer, che ora si chiama Duttweiler, me l’ero messo in tasca per precauzione, essendo in esso indicata l’ora esatta del funerale. Avevo pensato a un incidente, avevo supposto che Wertheimer fosse stato travolto a Coira da un’automobile, poiché non mi risultava che Wertheimer fosse stato colpito da una malattia acuta e mortale, avevo preso in considerazione ogni sorta di possibili incidenti, ma soprattutto gli incidenti stradali che sono oggi all’ordine del giorno, e neanche mi era passato per la mente che egli avesse potuto commettere un suicidio. Benché questo pensiero, me ne rendo conto soltanto adesso, pensai, fosse il pensiero più ovvio che potessi avere. Ero rimasto meravigliato che la Duttweiler avesse mandato il telegramma al mio indirizzo viennese e non a Madrid, perché non riuscivo a immaginare come la sorella di Wertheimer avesse potuto sapere che io mi trovavo a Vienna e non a Madrid, pensai. E tuttora non mi è affatto chiaro come la Duttweiler abbia fatto a sapere che io ero raggiungibile a Vienna e non a Madrid, pensai. È probabile che malgrado tutto prima del suicidio di suo fratello lei abbia avuto qualche contatto con lui, pensai. Com’è ovvio sarei venuto a Coira anche da Madrid, pensai, ma certo sarebbe stato assai più complicato. O magari anche no, pensai, dato che Coira è facilmente raggiungibile da Zurigo. Di nuovo avevo portato parecchie persone, che si dicevano interessate a un eventuale acquisto, nella mia casa viennese, una casa che da anni voglio vendere senza essere mai riuscito a trovare un acquirente adatto, anche quelli che ora si erano fatti vivi non potevo prenderli in seria considerazione. O non vogliono pagare il prezzo che io chiedo oppure si dileguano per qualche altro motivo. Io in realtà volevo vendere la mia casa viennese così com’era, volevo venderla in blocco, ma allora dovevano capitarmi sotto gli occhi degli acquirenti, e invece non mi è capitato sotto gli occhi, come si suol dire, nemmeno un acquirente. Pensai anche se non fosse insensato separarmi proprio adesso, in tempi così difficili, dalla mia casa viennese, se non fosse insensato rinunciare ad essa in un’epoca di assoluta incertezza. Oggigiorno la gente non vende, a meno che non vi sia costretta, pensai, e io in realtà non ero affatto costretto a vendere la mia casa. Ho Desselbrunn, avevo sempre pensato, la casa di Vienna non mi serve più dal momento che vivo a Madrid e a Vienna non ci voglio tornare né adesso né mai, questo avevo sempre pensato, ma poi mi vedevo davanti ad una ad una tutte quelle orribili facce di acquirenti e mi passava la voglia di vendere la mia casa di Vienna. E in ultima analisi, pensai, Desselbrunn col passare del tempo non potrà bastarmi, tenere un piede a Desselbrunn e l’altro a Vienna è meglio che restare soltanto con Desselbrunn, e pensai che in realtà nemmeno a Desselbrunn ci sarei tornato, eppure, pensai, non venderò neanche Desselbrunn. Non venderò la casa di Vienna né quella di Desselbrunn, rinuncerò alla casa di Vienna, alla quale in verità ho già rinunciato, come del resto rinuncio e ho già rinunciato a quella di Desselbrunn, ma non venderò né l’una né l’altra, né Vienna né Desselbrunn, pensai, in fondo non ho bisogno di vendere. A esser sincero, ho ancora qualche riserva che giusto mi permette di non vendere Desselbrunn e Vienna, che mi permette insomma di non vendere e basta. Se vendo sono un imbecille, pensai. Dunque possiedo ancora sia Vienna sia Desselbrunn, benché non utilizzi né la casa di Vienna né quella di Desselbrunn, pensai, ma Vienna e Desselbrunn le ho ancora alle mie spalle, e a causa di questo la mia autonomia è un’autonomia assai maggiore di quella che avrei se non avessi Vienna o Desselbrunn, oppure Vienna e Desselbrunn, pensai. Alle cinque del mattino sono di norma fissate le esequie che non devono dare nell’occhio, pensai, e i Duttweiler erano perfettamente d’accordo con l’amministrazione del cimitero di Coira nel non voler pubblicizzare in alcun modo le esequie di Wertheimer. La sorella di Wertheimer disse più volte che nel caso di suo fratello si trattava di esequie provvisorie, perché lei un giorno avrebbe fatto traslare a Vienna la salma di suo fratello per poi tumularla nella tomba della famiglia Wertheimer nel cimitero di Döbling. Al momento, però, non si poteva provvedere alla traslazione della salma di suo fratello, ma perché non si potesse farlo lei non lo disse, pensai. La cripta della famiglia Wertheimer è una delle più grandi nel cimitero di Döbling, pensai. Con ogni probabilità lo faremo in autunno, aveva detto la sorella di Wertheimer sposata Duttweiler, pensai. Il signor Duttweiler indossava una marsina, pensai, e accompagnò la sorella di Wertheimer fino alla fossa che era stata scavata nel cimitero di Coira, ma dalla parte opposta rispetto all’entrata, vicinissima dunque al monte dei rifiuti. Poiché nessuno aveva detto una parola e la bara di Wertheimer era stata calata nella fossa con enorme velocità da un becchino che aveva dato prova di incredibile destrezza, il funerale non era durato in tutto più di venti minuti. Un signore vestito di nero, chiaramente un uomo delle pompe funebri, e anzi, pensai, di sicuro il proprietario stesso dell’impresa di pompe funebri, avrebbe voluto dire qualcosa, ma il signor Duttweiler gli aveva tolto la parola ancor prima che potesse incominciare il suo discorso. Quanto a me, non ero stato capace di procurarmi dei fiori e di portarli con me, non l’ho mai fatto in vita mia di portare dei fiori, ma proprio per questo fu ancor più deprimente il fatto che nemmeno i Duttweiler avessero portato dei fiori con sé, probabilmente, ritengo, perché la sorella di Wertheimer era dell’idea che i fiori mal si adattassero al funerale di suo fratello, e certo, pensai, la sua idea era giusta, anche se quel funerale completamente senza fiori fece sugli astanti un’impressione atroce. Mentre la fossa era ancora aperta, il signor Duttweiler mise in mano al becchino due banconote, gesto che apparve ripugnante ma anche coerente con l’intero svolgimento di quel funerale. La sorella di Wertheimer guardò dentro la fossa, suo marito non lo fece e io neppure. Per uscire dal cimitero, seguii i coniugi Duttweiler. Prima di arrivare al cancello entrambi si voltarono verso di me ed espressero un invito per il pranzo che io declinai. In questo certamente avevo avuto torto, pensai ora nella locanda. Probabilmente da tutti e due, pensai, ma in particolare dalla sorella di Wertheimer avrei potuto apprendere delle cose importanti e per me vantaggiose, e invece mi congedai e ad un tratto mi ritrovai da solo. Coira aveva perso ai miei occhi qualsiasi interesse, sicché me ne andai alla stazione e salii sul primo treno diretto a Vienna.

È normalissimo se dopo un funerale pensiamo per parecchio tempo e con intensità a colui che è stato sepolto, tanto più se si trattava di un nostro caro, anzi di un nostro intimo amico, di un uomo con il quale siamo stati legati per decenni, e un nostro cosiddetto compagno di studi è in ogni caso un accompagnatore straordinario della nostra vita e della nostra esistenza, essendo egli per così dire un testimone primario dei nostri rapporti, pensai, e infatti durante quel viaggio che tra boschi di bosso varcò la frontiera del Liechtenstein, io non pensai a nient’altro se non a Wertheimer. Che Wertheimer aveva avuto in effetti fin dalla nascita un enorme patrimonio, che mai in vita sua aveva saputo che farsene di questo enorme patrimonio, che sempre in questo enorme patrimonio si era sentito infelice, pensai. Che i suoi genitori sono stati incapaci di aprirgli gli occhi, come si suol dire, e che proprio loro lo hanno depresso fin da quando era bambino, pensai. Ho avuto un’infanzia deprimente, diceva sempre Wertheimer, ho avuto un’adolescenza deprimente, così ancora lui, gli anni di conservatorio sono stati deprimenti, ho avuto un padre che mi deprimeva, una madre che mi deprimeva, degli insegnanti deprimenti, un mondo intorno a me che mi ha incessantemente depresso. Che costoro (i suoi genitori e i suoi educatori) hanno costantemente ferito i suoi sentimenti e non meno costantemente trascurato il suo intelletto, pensai. Che egli non ha mai avuto una vita familiare, così pensai sempre in piedi nella locanda, perché i suoi genitori non gli hanno mai dato una vita familiare non essendo persone capaci di dargli questa vita familiare. Che egli, più di chiunque altro, parlava in continuazione di famiglia, proprio perché i suoi non sono mai stati una famiglia. Che in definitiva non ha mai odiato nessuno più dei suoi genitori, da lui definiti sempre e soltanto come quelli che lo hanno mandato in malora e annientato. Che in ultima analisi, dopo la morte dei genitori, i quali erano precipitati con la loro automobile in una scarpata nei pressi di Bressanone, a lui non è rimasto più nessuno al mondo se non sua sorella, dal momento che tutti gli altri, me compreso, li ha lui stesso gravemente insolentiti, mentre di sua sorella si è totalmente impossessato, pensai, senza farsi il minimo scrupolo. Che ha sempre preteso tutto e non ha mai dato nulla, pensai. Che si è recato moltissime volte sul ponte di Floridsdorf con l’idea di buttarsi di sotto e però in effetti non si è buttato di sotto, che ha studiato musica per diventare un virtuoso del pianoforte, e però non è riuscito a diventare un virtuoso del pianoforte, e che infine, come lui stesso diceva di continuo, ha cercato rifugio nelle scienze dello spirito senza sapere che cosa fossero queste scienze dello spirito, pensai. Che da un lato ha sopravvalutato le sue possibilità e dall’altro le ha sottovalutate, pensai. Che anche a me ha sempre chiesto di più di quanto abbia saputo darmi, pensai. Che le pretese da lui avanzate nei miei confronti, come pure nei confronti di altre persone, sono sempre state troppo elevate per poter essere soddisfatte da chicchessia, ciò che necessariamente lo ha sempre reso infelice, pensai. Wertheimer è stato messo al mondo come un uomo infelice e, pur sapendolo, come tutti gli altri uomini infelici non voleva ammettere di dover essere infelice lui mentre altri a suo avviso non lo erano, questo lo deprimeva e gli impediva di uscire dalla sua disperazione. Glenn è un uomo felice, io sono un infelice, diceva spesso Wertheimer, al che io gli rispondevo che mentre non era lecito dire che Glenn fosse un uomo felice, si poteva dire in effetti che lui, Wertheimer, era un infelice. Cogliamo sempre nel segno, così dicevo a Wertheimer, pensai, quando diciamo che questo o quell’uomo è un infelice, mentre non cogliamo mai nel segno quando diciamo che questo o quell’altro è un uomo felice. Ma dal punto di vista di Wertheimer, Glenn Gould è sempre stato un uomo felice, come del resto anch’io, questo lo so, perché lo stesso Wertheimer, pensai, mi ha detto varie volte con tono di rimprovero che io ero un uomo felice, o quanto meno più felice di lui, che si reputava per la maggior parte del tempo il più infelice di tutti gli uomini. Che Wertheimer però aveva fatto di tutto per essere infelice, per essere quell’uomo infelice di cui parlava continuamente, pensai, poiché senza dubbio i suoi genitori avevano provato e riprovato a rendere felice il loro figlio, ma Wertheimer li aveva sempre respinti, così come ha sempre respinto sua sorella ogni volta che lei ha tentato di renderlo felice. Anche Wertheimer, come qualsiasi altro essere umano, non era ininterrottamente infelice, non era, come lui pensava, sempre e totalmente posseduto dalla propria infelicità. Io stesso rammento che proprio nel periodo del nostro corso con Horowitz, Wertheimer è stato felice, che ha fatto con me (e con Glenn) più di una passeggiata che lo ha reso felice ed è inoltre riuscito, com’è testimoniato dalle mie osservazioni, pensai, a trasformare in una situazione felice anche la sua solitudine a Leopoldskron, ma in effetti tutto ciò è svanito quando ha sentito per la prima volta Glenn Gould che suonava le Variazioni Goldberg, alle quali, come so, da quel momento in poi lui, Wertheimer, non ha più osato accostarsi. Già da molto tempo e assai prima di Glenn Gould, io stesso avevo provato a suonare le Variazioni Goldberg, di quel pezzo non avevo mai avuto paura, a differenza di Wertheimer, pensai, che ha sempre per così dire rinviato le Variazioni Goldberg, mentre io, pensai, non ho mai avuto né ho mai patito di una simile mancanza di coraggio nei confronti di un’opera immensa come le Variazioni Goldberg, non mi sono mai stillato il cervello su una simile presunta sfrontatezza e anzi di questo non mi sono mai fatto un problema, tant’è che ho semplicemente incominciato a studiare a fondo le Variazioni Goldberg e già vari anni prima del corso di Horowitz mi sono arrischiatoa suonarle, naturalmente a memoria e non peggio di molti interpreti famosi qui da noi, anche se certo non così bene come io stesso mi sarei augurato. Wertheimer è sempre stato un tipo ansioso, del tutto inadatto, già solo per questo grave motivo, a intraprendere la carriera del virtuoso, e più ancora la carriera pianistica per la quale è indispensabile una radicale impavidità nei confronti di tutto e di tutti, pensai. Il virtuoso di qualsiasi arte, e in particolare il virtuoso di fama mondiale non può assolutamente permettersi di temere alcunché, pensai. La paura di Wertheimer fu sempre palese, Wertheimer non è mai riuscito a mascherarla. Ed era inevitabile, pensai, che un giorno i suoi piani crollassero come in effetti sono poi crollati, ma neppure il crollo dei suoi piani artistici fu veramente qualcosa di suo, perché esso avvenne solo in seguito al fatto che io stesso avevo deciso di separarmi per sempre dal mio Steinway e di abbandonare la carriera del virtuoso, pensai. Che egli aveva preso tutto o quasi tutto da me, pensai, anche tante cose che in effetti corrispondevano a me ma non a lui, molte delle quali erano utili a me mentre per lui si sarebbero rivelate dannose, pensai. L’emulo mi ha emulato in tutto, anche in quelle cose che chiaramente si sarebbero ritorte contro di lui, pensai. Io Wertheimer l’ho sempre soltanto danneggiato, pensai, e per tutta la vita non potrò togliermi dalla mente questo rimprovero che rivolgo a me stesso, pensai. Wertheimer era incapace di reggersi sulle proprie gambe, pensai. Pur essendo in molte cose più fine e sensibile di me, finiva sempre per armarsi, fu questo il suo errore più grande, di sentimenti sbagliati, insomma era un vero soccombente, pensai. Poiché gli è mancato il coraggio di ispirarsi a Glenn in ciò che più gli stava a cuore, si è ispirato a me in tutto e per tutto, inutilmente però, perché da me non poteva prendere nulla che fosse adatto a lui ma sempre e soltanto cose inadatte, ciò che non volle ammettere benché io glielo facessi notare continuamente, pensai. Se fosse diventato un mercante, e dunque l’amministratore dell’impero economico dei suoi genitori, pensai, Wertheimer sarebbe stato felice, e dico felice nel senso che lui stesso dava a questa parola, ma gli è mancato il coraggio anche per questo, il coraggio di decidere quel piccolo dietro-front di cui spesso gli avevo parlato e che lui non ha mai intrapreso. Voleva essere artista, a lui non bastava essere l’artista della propria vita, benché questo concetto racchiuda tutto ciò che può rendere felice qualsiasi persona lungimirante, pensai. Wertheimer insomma si era innamorato, o addirittura era rimasto ammaliato dal proprio fallimento, pensai, e in questo fallimento si era incaponito fino alla fine. In effetti potrei dire perfino che pur essendo certamente infelice nella sua infelicità, sarebbe stato ancora più infelice se dall’oggi al domani avesse smarrito la sua infelicità, se questa da un momento all’altro gli fosse stata sottratta, il che dimostrerebbe ancora una volta che in fondo Wertheimer non è stato infelice, ma anzi felice, sia pure con la sua infelicità e a causa di essa, pensai. In verità sono molte le persone che proprio perché profondamente immerse nella loro infelicità, in fondo sono felici, pensai, e dissi a me stesso che forse Wertheimer è stato davvero felice perché della propria infelicità è stato consapevole in ogni momento e di essa si è potuto rallegrare. Ad un tratto il pensiero che egli avesse paura di perdere la propria infelicità per un qualsiasi motivo a me ignoto, e che per questo si fosse recato a Coira e poi a Zizers per togliersi la vita, ad un tratto questa idea non mi parve per niente assurda. Probabilmente dobbiamo supporre che non esistano affatto esseri umani cosiddetti infelici, pensai, dal momento che perlopiù siamo noi che rendiamo infelici gli esseri umani sottraendo ad essi la loro infelicità. Wertheimer aveva paura di perdere la propria infelicità e per questo, per nessun altro motivo, si è tolto la vita, pensai, Wertheimer si è sottratto al mondo con un raffinato espediente mantenendo per così dire una promessa alla quale nessuno credeva ormai più, pensai, e si è sottratto proprio a quel mondo che non voleva far altro, in effetti, se non rendere felice lui e con lui milioni di suoi compagni di sventura, ma egli tutto ciò ha saputo evitarlo usando una enorme spietatezza contro se stesso e il resto del mondo, perché, non meno dei suoi compagni di sventura, più che a ogni altra cosa si era abituato in maniera micidiale alla propria infelicità. Dopo la conclusione dei suoi studi, Wertheimer avrebbe potuto dare numerosi concerti, eppure ha ricusato di farlo, pensai, a causa di Glenn non ha accettato di esibirsi, suonare in pubblico gli era diventato impossibile, il solo pensiero di dover salire su un podio mi fa venire la nausea, ha detto una volta, pensai. Ha ricevuto parecchi inviti, pensai, e tutti questi inviti li ha declinati, sarebbe potuto andare in Italia, in Ungheria, in Cecoslovacchia, in Germania, perché con le sole esibizioni serali nel Mozarteum si era conquistato una buona fama presso i cosiddetti agenti. Ma in lui tutto si è ridotto a mancanza di coraggio non appena si è reso conto della maniera in cui Glenn aveva trionfato con le Variazioni Goldberg. Da quando ho sentito Glenn, non mi è più possibile presentarmi davanti al pubblico, diceva spesso, benché io gli facessi capire continuamente che lui suonava meglio di tutti gli altri, anche se non bene come Glenn, quest’ultima cosa a lui non la dicevo ma era possibile arguirla da tutte le altre che gli dicevo. L’artista del pianoforte, dicevo a Wertheimer, e io questo concetto di artista del pianoforte lo usavo assai spesso parlando con Wertheimer dell’arte del pianoforte per evitare il termine pianista che aborrivo, l’artista del pianoforte, dicevo dunque, non deve lasciarsi a tal punto impressionare da un genio da esserne paralizzato, perché il fatto è proprio questo, dicevo, tu ti sei fatto impressionare da Glenn in maniera tale che ora sei paralizzato, tu, il talento più straordinario che mai abbia frequentato il Mozarteum, dicevo, e con questo dicevo la verità, perché Wertheimer era davvero un talento straordinario, al Mozarteum non l’hanno più visto un simile talento, benché Wertheimer, come già si è detto, non fosse un genio come Glenn. Non bisogna lasciarsi subito abbattere da un ciclone canadese-americano come Glenn, avevo detto a Wertheimer, pensai. Quelli che non avevano lo straordinario talento di Wertheimer non si erano lasciati confondere da Glenn in maniera altrettanto micidiale, pensai, ma in compenso non avevano riconosciuto il genio di Glenn Gould. Wertheimer aveva riconosciuto il genio di Glenn Gould e ne era stato colpito a morte, pensai. Se restiamo in disparte e decliniamo gli inviti per troppo tempo, ad un tratto ci viene meno il coraggio e perciò anche la forza di presentarci davanti al pubblico, pensai, e infatti Wertheimer, avendo declinato tutti gli inviti nei due anni successivi alla conclusione dei suoi studi, non aveva più il coraggio di presentarsi davanti al pubblico né la forza di rispondere a un’agenzia, pensai. Ciò che Glenn si poteva permettere, di prendere da un momento all’altro la decisione di non presentarsi più davanti al pubblico e ciò nonostante seguitare a perfezionarsi fino al limite estremo delle sue possibilità e, in definitiva, delle possibilità strumentali del pianoforte, e proprio grazie all’isolamento raggiungere i risultati più straordinari e diventare per di più il più famoso di tutti nel mondo, tutto ciò com’è ovvio a Wertheimer non era possibile. Rifiutandosi di suonare in pubblico, Wertheimer perdette a poco a poco non solo i contatti con il mondo concertistico, perché è senz’altro così che lo possiamo chiamare, ma anche le sue capacità, perché Wertheimer non era come Glenn un uomo che per il fatto stesso di vivere isolato riuscisse a progredire nella sua arte fino a raggiungere i risultati più eccelsi, Wertheimer al contrario era uno che a causa dell’isolamento poteva dirsi liquidato. Quanto a me, suonai in pubblico ancora un paio di volte a Graz e a Linz, poi una volta a Coblenza sul Reno per intercessione di una compagna di studi, dopodiché smisi del tutto. Suonare il pianoforte aveva cessato di divertirmi e non volevo passare la mia vita a cercare consensi presso un pubblico che nel frattempo mi era diventato del tutto indifferente, ciò di cui mi accorsi ad un tratto con la massima naturalezza. A Wertheimer invece il giudizio del pubblico non era per nulla indifferente, Wertheimer, questo devo dirlo, soffriva incessantemente di un desiderio ossessivo di consensi artistici, come del resto anche Glenn, che anzi ne soffriva forse con una intensità assai maggiore di Wertheimer, ma il fatto è che i consensi ottenuti da Glenn Wertheimer se li è sempre soltanto sognati, pensai. Glenn Gould era un virtuoso nato sotto ogni aspetto, Wertheimer fin dall’inizio un fallito che non poteva ammettere il proprio fallimento e per tutta la vita non è riuscito a farsene una ragione, pur essendo Wertheimer uno dei nostri migliori interpreti in assoluto, lo dico senza alcuna riserva, egli era ciò nonostante il tipico fallito, un uomo che al primissimo confronto con la realtà, nel suo caso con Glenn, fallì, ed era inevitabile che fallisse. Glenn era il genio, Wertheimer nient’altro che l’ambizione, pensai. È vero che in seguito Wertheimer ha ancora cercato delle adesioni, come vengono chiamate, ma di adesioni non ne ha più trovate. Ad un tratto si ritrovò del tutto separato dall’arte del pianoforte. E, come lui stesso ha detto tante volte, si è inoltrato nelle cosiddette scienze dello spirito senza sapere che cosa siano queste scienze dello spirito, pensai. È approdato all’aforisma, cioè, detto con cattiveria, allo pseudofilosofisma, pensai. Ha suonato per anni e anni solamente per sé con l’unico risultato, o quasi, di una grande morbosità musicale, pensai. Ad un tratto poi il suo unico intento è stato quello di diventare quel che si dice un secondo Schopenhauer, un secondo Kant, un secondo Novalis, sottolineando queste sue titubanze pseudofilosofiche con Brahms e Händel, Chopin e Rachmaninov. E verso se stesso provava solamente un grande disgusto, almeno così era sembrato a me quando lo avevo rivisto dopo vari anni. Il Bösendorfer ormai non era altro per lui che uno strumento per elaborare musicalmente, questa parola orribile, pensai, qui ci sta proprio bene, la strada che aveva imboccato verso le scienze dello spirito. Praticamente in due anni Wertheimer ha perso tutto; i risultati raggiunti nei precedenti dodici anni di studio non erano più percepibili, ricordo che quando, fu dodici o tredici anni fa, gli feci visita a Traich, rimasi sconvolto dal suo strimpellamento, perché di questo e nient’altro si era trattato quando, in un accesso di sentimentalismo artistico, si mise al pianoforte per suonarmi qualcosa, e io non credo che nel propormi di suonare qualcosa egli fosse del tutto consapevole del proprio totale declino artistico, credo piuttosto che sperasse che proprio io a quel punto lo incoraggiassi e lo invitassi a intraprendere finalmente una carriera alla quale lui stesso non credeva più da quasi un decennio, ma un incoraggiamento da parte mia era davvero impensabile, e infatti gli dissi con la massima franchezza che ormai era finito, che non mettesse più le mani su un pianoforte, che essere costretto a starlo a sentire era stato penosissimo e nient’altro, che la sua esibizione era stata per me estremamente imbarazzante e mi aveva precipitato nella più profonda tristezza. Egli abbassò il coperchio del Bösendorfer, si alzò in piedi e andò all’aria aperta,per due ore non fece ritorno e per tutta la sera non disse una parola, pensai. Ormai con il pianoforte non poteva più far nulla e le cosiddette scienze dello spirito non erano un buon sostituto, pensai. Partiti con l’idea di diventare dei grandi virtuosi, i nostri vecchi compagni di studi vivacchiano da decenni come maestri di pianoforte, pensai, si fanno chiamare maestri del conservatorio di musica e trascinano la loro esistenza disgustosa di poveri insegnanti in balìa dello scarso talento dei loro allievi nonché della megalomania e dell’avidità artistica dei genitori di questi allievi, e intanto sognano nelle loro case piccolo-borghesi la pensione dell’insegnante di musica. Il novantotto per cento dei giovani che compiono studi superiori di musica entrano nei nostri conservatori con altissime aspettative, e dopo aver portato a termine i loro studi trascorrono decenni e decenni di una vita penosissima facendosi chiamare professori di musica, pensai. Questa esistenza ci è stata risparmiata, pensai, a me come a Wertheimer, ma ci è stata risparmiata anche un’altra esistenza, che io ho sempre odiato non meno di questa, quella che porta i nostri noti e celebri pianisti da una grande città all’altra e poi da una stazione balneare all’altra, e infine da un paese di provincia all’altro, fino a quando le loro dita si paralizzano e la senilità interpretativa prende totalmente possesso di loro. Non appena arriviamo in un qualsiasi paesino, pensai, è sicuro che vediamo, attaccato a un albero, un manifesto su cui è scritto il nome di un nostro vecchio compagno di studi, il quale, nell’unica sala del paese, perlopiù una squallida sala di osteria, suona Mozart, Beethoven e Bartók, pensai, il che ci fa venire il voltastomaco. Un simile indegno destino ci è stato risparmiato, pensai. Di mille pianisti ce n’è solamente uno o due che non prendono questa strada miserevole e disgustosa, pensai. Nessuno oggi sa più che io un tempo ho studiato il pianoforte, questo si può proprio dirlo, che ho frequentato e concluso i miei studi in un conservatorio di musica, e che in effetti, come Wertheimer, sono stato uno dei migliori pianisti che abbia avuto l’Austria se non l’Europa, pensai, e oggi scrivo queste sciocchezze a proposito delle quali oso dire a me stesso che sono sciocchezze di tipo saggistico in modo da poter usare di nuovo questa parola che odio sulla strada della mia autodistruzione, scrivo questi sfoghi saggistici che alla fine comunque mi sento costretto a maledire e a strappare e dunque a distruggere, e nessuno sa più che un tempo io stesso ho suonato le Variazioni Goldberg, anche se non bene come Glenn Gould, l’uomo che mi sforzo di descrivere da anni perché in questa descrizione mi reputo più veritiero di altri, nessuno sa più che ho frequentato il Mozarteum, ritenuto ancora oggi uno dei migliori conservatori di musica del mondo intero, e che io stesso ho dato dei concerti, non solo a Bad Reichenhall e a Bad Krozingen, pensai. Nessuno sa più che sono stato un fanatico allievo del conservatorio, un fanatico virtuoso del pianoforte che si è misurato da pari a pari con Glenn Gould su Brahms e Bach e Schönberg. Ma se l’occultamento di questi fatti, pensai, è sempre stato per me soltanto un vantaggio in quanto si è sempre rivelato della massima utilità, questo medesimo occultamento ha danneggiato assai profondamente il mio amico Wertheimer, se io per questo occultamento mi sono sempre sentito rinfrancato, lui al contrario da questo occultamento è sempre stato mortificato e ammorbato, e anzi, di questo sono oggi fermamente convinto, da esso è stato ucciso. Per me il fatto di aver suonato giorno e notte il pianoforte per oltre quindici anni e grazie a questo esercizio esser riuscito a ottenere risultati di straordinaria perfezione è sempre stato un’arma non solo contro il mondo che mi stava intorno ma anche contro me stesso, Wertheimer invece a causa di questo fatto ha sempre sofferto. Tutto sommato, il fatto di aver studiato il pianoforte per me è sempre stato utile, e anzi direi decisivo, proprio perché nessuno ne è più al corrente, perché è un fatto dimenticato e perché io stesso lo tengo nascosto. Per Wertheimer, invece, questo stesso fatto è sempre stato motivo di infelicità, ininterrotto pretesto per la sua depressione esistenziale, pensai. Io suonavo molto meglio di quasi tutti gli altri allievi del conservatorio di musica, pensai, e il fatto di aver smesso da un momento all’altro mi ha reso forte, più forte di quelli, pensai, che non hanno smesso e che non suonavano meglio di me e che, da dilettanti quali erano, hanno trovato una via di scampo per tutta la vita nel farsi chiamare professori e lasciarsi insignire di decorazioni e onorificenze, pensai. Il mondo è pieno di imbecilli musicali che finiti gli studi accademici hanno per così dire intrapreso l’attività concertistica, pensai. Io non ho mai intrapreso l’attività concertistica, pensai, la mia mente me lo ha proibito, ma non ho intrapreso la cosiddetta attività concertistica per un motivo del tutto diverso da quello di Wertheimer, il quale, come già si è detto, non l’ha intrapresa o quanto meno l’ha subito troncata, come si suol dire, a causa di Glenn Gould, la mente ha proibito a me di intraprendere l’attività concertistica, Wertheimer invece ne è stato impedito da Glenn Gould. L’attività concertistica, qualunque attività concertistica, è quanto di più atroce si possa immaginare, suonare il pianoforte davanti a un pubblico è una cosa tremenda, suonare il violino davanti a un pubblico è una cosa tremenda, per non parlare di come sia tremendo ciò che dobbiamo sopportare quando cantiamo davanti a un pubblico, pensai. È il nostro più grande capitale poter dire di aver studiato in un celebre conservatorio e in questo celebre conservatorio avere per così dire portato a termine i nostri studi, e poi invece non dirlo, di tutto ciò non dire niente a nessuno, pensai. Buttare a mare questo patrimonio, non esibirsi affatto per anni e decenni in pubblici concerti e così via, pensai, e invece considerare il tutto come un capitolo chiuso che può essere tenuto nascosto. Ma in effetti, se io son sempre stato un genio dell’occultamento, pensai, Wertheimer, al contrario di me, non nascondeva mai nulla, era uno che fin quando è vissuto ha sempre dovuto parlare di tutto, estrinsecare tutto, buttar fuori tutto. Ma naturalmente, a differenza di quasi tutti gli altri, noi due abbiamo avuto la fortuna di non essere costretti a guadagnare del denaro, perché fin dall’inizio ne abbiamo sempre avuto abbastanza. Wertheimer però è sempre stato uno di quelli che del proprio denaro si vergognano, mentre io del mio denaro non mi sono mai vergognato, pensai, perché sarebbe la più grande delle follie vergognarsi del denaro di cui nascendo si è entrati in possesso, a mio avviso almeno sarebbe una perversione, e comunque una forma di ripugnante ipocrisia, pensai. Dovunque ci guardiamo intorno, vediamo degli ipocriti che non fanno che dire di vergognarsi del denaro che hanno e che altri non hanno, mentre in fondo è più che naturale che alcuni abbiano del denaro e altri non ne abbiano, e che poi ad un tratto questi ultimi ne abbiano e gli altri viceversa rimangano senza, le cose stanno così e non cambieranno mai, la colpa non è di quelli che il denaro ce l’hanno e neanche di quelli che non ce l’hanno e così via dicendo, pensai, ma questo non lo capiscono né gli uni né gli altri, perché in ultima analisi sia gli uni sia gli altri conoscono soltanto l’ipocrisia. Io non mi sono mai fatto dei rimproveri per il mio denaro, pensai, Wertheimer invece si rimproverava di continuo per il fatto di possedere del denaro, io non ho mai detto di soffrire per il fatto di esser ricco, al contrario di Wertheimer che lo diceva molto spesso e infatti nell’elargire il suo denaro non si lasciava spaventare neanche dalle somme più assurde, anche se questo alla fin fine non gli è servito a niente, basta pensare, a titolo di esempio, a quei milioni che ha spedito in Africa, nella zona del Sahel, e che, come ha saputo in seguito, non sono mai arrivati a destinazione essendoseli incamerati l’organizzazione cattolica alla quale lui li aveva affidati. L’insicurezza dell’essere umano è parte integrante della sua natura e della sua disperazione, questo è più che giusto e Wertheimer l’ha detto molto spesso, solo che non è mai riuscito ad attenersi alle sue dichiarazioni, ad ancorarsi a queste dichiarazioni, era presente nella sua mente (e nei suoi aforismi!) una capacità teoretica davvero formidabile, pensai, una filosofia capace veramente di salvare la vita e l’esistenza, ma questa filosofia Wertheimer non è stato capace di applicarla a se stesso. In teoria padroneggiava ogni disagio della vita, ogni sconforto, ogni disperazione, e tutta la logorante malvagità che esiste su questa terra, ma in pratica non ne è mai stato capace. Così, a dispetto delle sue stesse teorizzazioni, è andato a fondo, è colato a picco fino al suicidio, pensai, fino a Zizers, il suo pietoso capolinea, pensai. Mentre in teoria ha sempre parlato contro il suicidio, e anzi attribuendo senz’altro il suicidio a me ha pensato molte volte di andare al miofunerale, in pratica lui si è tolto la vita e io sono andato al suo funerale. Mentre in teoria è diventato uno dei più grandi virtuosi del pianoforte che ci siano al mondo, uno degli artisti più celebri in assoluto (anche se non un artista come Glenn Gould!), in pratica col pianoforte non è riuscito a combinare niente, pensai, ed è stato penosissimo il modo in cui ha cercato una via d’uscita nelle sue cosiddette scienze dello spirito. Mentre in teoria era uno capace di padroneggiare la sua esistenza, in pratica non solo non ha padroneggiato la sua esistenza, ma è stato da essa annientato, pensai. Mentre in teoria era uno dei nostri, cioè un mio amico e un amico di Glenn, in pratica non è mai stato nostro amico, pensai, perché per coltivare una vera amicizia, non meno che per diventare un virtuoso, gli mancava assolutamente tutto, come dimostra il suo suicidio, pensai. Ed ecco la conclusione: lui si è tolto la vita e io no, pensai, e proprio mentre alzavo la borsa per posarla sul bancone, entrò la padrona della locanda. Era sorpresa, disse, di non avermi sentito, al che io pensai, questa mi sta mentendo. Sicuramente, pensai, mi aveva visto addirittura entrare nella locanda ed era stata tutto il tempo a guardarmi, non era entrata apposta nella sala della locanda quella donna ripugnante e disgustosa, ma al tempo stesso attraente, che portava una blusa aperta fino alla pancia. La volgarità questa gente non si curaneanche più di nasconderla, pensai, anzi la ostenta, pensai. È gente, mi dissi, che non ha bisogno di tener nascosta la propria volgarità e la propria infamia. La stanza che occupavo solitamente, così lei, non era riscaldata, ma con ogni probabilità non c’era bisogno di scaldarla perché spirava un caldo venticello, lei avrebbe aperto la finestra della stanza per far entrare la tiepida aria primaverile, disse, e intanto armeggiava con la blusa come per volerla abbottonare senza però abbottonarla sul serio. Wertheimer era stato da lei prima di partire per Zizers. Che Wertheimer si era tolto la vita lei lo aveva saputo dallo spedizioniere, il quale spedizioniere lo aveva a sua volta saputo da Kohlroser (Franz), uno dei boscaioli che si prendevano cura della proprietà di Wertheimer e su di essa vigilavano. Non era chiaro chi a questo punto sarebbe entrato in possesso di Traich, disse, certo non la sorella di Wertheimer, sostenne, che ormai sarebbe rimasta in Svizzera per sempre. Negli ultimi dieci anni lei l’aveva vista soltanto due volte, non era affatto una donna alla mano, al contrario di suo fratello che era un uomo alla mano, adoperò perfino il termine affabile, e io mi stupii perché non mi era mai capitato di mettere la parola affabile in rapporto con Wertheimer. Wertheimer era buono con tutti, disse, usò proprio la parola buono, dicendo però subito dopo che aveva mollato Traich. Spesso, a Traich, negli ultimi tempi si erano fermati per giorni, anzi per settimane intere, dei forestieri senza che a Traich comparisse Wertheimer di persona, quei tipi, artisti o musicisti, come lei disse, le chiavi per entrare a Traich le avevano ricevute direttamente da Wertheimer, e nel pronunciare le parole artisti e musicisti il suo tono diventò sprezzante. Quei tipi, così lei, non facevano altro che sfruttare Wertheimer e la sua casa di Traich, bevevano e mangiavano a crepapelle per giorni e settimane a sue spese, non si alzavano dal letto se non a mezzogiorno e passavano il loro tempo a trascinarsi per il paese vestiti in maniera assurda e ridendo sguaiatamente, insomma, essendo tutti dei depravati, sostenne, le avevano fatto una pessima impressione. Nello stesso Wertheimer, sostenne inoltre, aveva potuto constatare un processo di crescente depravazione, e tirò in lungo la parola depravazione, al che io pensai, questo l’ha preso da Wertheimer. Durante la notte, disse, sentiva Wertheimer che suonava il pianoforte, spesso lo aveva sentito suonare fino alle prime ore dell’alba, e alla fine Wertheimer, assonnatissimo e con gli abiti sgualciti e strappati, attraversava il paese e si metteva a sedere con lei nella sala della locanda con l’unico intento di farsi una dormita. Negli ultimi mesi non era più andato a Vienna, addirittura non gli importava più niente della posta giacente in città, che infatti aveva smesso di farsi recapitare. Per quattro mesi Wertheimer era rimasto da solo a Traich senza mai lasciare la casa, i boscaioli provvedevano a portargli i viveri, così lei, e intanto alzò da terra la mia borsa con la quale salì nella mia stanza. Aprì subito la finestra e disse che per tutto l’inverno nessuno aveva più pernottato in quella stanza in cui c’era dappertutto una grande sporcizia, disse, e se io non avevo niente in contrario lei sarebbe andata a prendere uno straccio per dare una pulita, almeno avrebbe tolto il lerciume dal davanzale della finestra, disse, ma io le dissi di lasciar stare, del lerciume non mi importava nulla. Lei tirò indietro le coperte del letto e disse che secondo lei era un po’ umido, ma l’aria lo avrebbe asciugato. Tutti i miei clienti ogni volta che arrivano vogliono la stessa stanza, disse. In passato Wertheimer non aveva permesso a nessuno di pernottare a Traich, mentre ora di colpo la sua casa si era riempita di gente, disse la padrona della locanda. Per trent’anni, all’infuori di Wertheimer stesso, nessuno aveva mai passato la notte a Traich, e invece nelle ultime settimane prima della sua morte dozzine di persone provenienti dalla metropoli, così lei, si erano trattenute a Traich, a Traich avevano pernottato, e, così lei, avevano messo tutta la casa sottosopra. Gli artisti, disse, sono persone singolari, e anche la parola singolare non era sua, le veniva in realtà da Wertheimer, il quale ha sempre avuto, come io pensai, una predilezione per la parola singolare. Le persone come Wertheimer (ma anche come me!) sopportano molto a lungo la totale segregazione, pensai, ma poi devono avere compagnia, per vent’anni Wertheimer ha sopportato di star solo e senza compagnia, ma poi ha riempito la sua casa con gente di ogni risma. E si è tolto la vita, pensai. Come la mia casa di Desselbrunn, Traich si addice alla solitudine, è fatta apposta per una mente come la mia, come quella di Wertheimer, per una mente da artista, una cosiddetta mente da intellettuale, ma quando una casa simile la strapazziamo oltre un certo limite ben preciso, allora essa ci toglie la vita, diventa assolutamente micidiale. All’inizio una casa come quella la organizziamo in vista dei nostri scopi artistici e intellettuali, ma quando l’abbiamo organizzata in quel modo essa ci uccide, pensai, e intanto la padrona della locanda toglieva la polvere dallo sportello dell’armadio con le dita nude, e lo faceva senza il minimo pudore, anzi si divertiva all’idea che io la guardassi e che, per così dire, non le togliessi gli occhi di dosso. Di colpo cessò di essermi incomprensibile il fatto che Wertheimer andasse a letto con lei. Le dissi che con ogni probabilità sarei rimasto soltanto una notte, ad un tratto avevo sentito il bisogno di tornare ancora una volta a Traich e dunque di pernottare nella sua locanda, e alla mia domanda se per caso rammentasse il nome di Glenn Gould, certo, rispose lei, è famoso in tutto il mondo.Anche lui, come Wertheimer, aveva superato i cinquant’anni, dissi io, era un virtuoso del pianoforte, il più bravo del mondo, e una volta, ventotto anni addietro, era stato a Traich, dissi, ma lei probabilmente non poteva rammentarlo, al che la padrona della locanda subito mi smentì dicendo che ricordava perfettamente quell’americano. Ma questo Glenn Gould, dissi io, non si era tolto la vita, a lui era venuto un colpo ed era caduto a terra morto accanto al pianoforte, dissi così ben sapendo che lo stavo dicendo con un senso di sconforto, ma per questo sconforto provai davanti a lei, la padrona della locanda, meno imbarazzo che davanti a me stesso, mentre io ancora mi sentivo dire caduto a terra mortogià la padrona della locanda era davanti alla finestra aperta per constatare che il tanfo della cartiera appestava l’aria, come sempre, disse, quando il tempo era afoso. Wertheimer si è tolto la vita, dissi, ma non questo Glenn Gould, che è morto di morte naturale, e pensai di non aver mai detto niente di così conciso. È probabile che Wertheimer si sia tolto la vita proprio perché è morto questo Glenn Gould. Un colpo apoplettico è una gran bella cosa, disse la padrona della locanda, non c’è chi non si auguri un colpo apoplettico, un colpo apoplettico mortale. Una fine improvvisa. Ho intenzione di andar subito a Traich, dissi alla padrona della locanda, e le chiesi se sapesse se a Traich c’era qualcuno e a chi fosse ora affidata la custodia della casa. No, non lo sapeva, rispose, ma certo i boscaioli si trovavano a Traich. A suo avviso dopo la morte di Wertheimer nulla era cambiato a Traich. La sorella di Wertheimer, che senza dubbio aveva ereditato Traich, in paese non era più comparsa e, come disse lei, non si era visto nessun altro erede legittimo. Mi chiese se volevo cenare nella sua locanda, io risposi che ancora non sapevo quello che avrei fatto quella sera, è chiaro che verrò qui da lei per mangiare una Essigwurst, pensai, come qui non la trovo da nessun’altra parte, ma questo non glielo dissi, lo pensai soltanto. I suoi affari andavano avanti come al solito, la locanda era tenuta in piedi dagli operai della cartiera, ma quelli prima di sera non arrivano, disse, e aggiunse che a mezzogiorno di clienti non ne aveva quasi mai, era sempre stato così. E se anche arriva qualcuno, disse, soltanto gli autisti dei camion di birra e i boscaioli si siedono a tavola davanti a una Speckwurst. Il da fare comunque non le mancava. Che in passato la padrona della locanda era stata sposata con un operaio della cartiera, pensai, con il quale aveva vissuto tre anni, fino a quando lui, essendo caduto in una di quelle temibili taglierine della cartiera, da questa taglierina era stato stritolato, e che lei poi non si era più risposata. Son già passati nove anni dalla morte di mio marito, disse lei ad un tratto, e si mise a sedere sul davanzale della finestra. A risposarmi non ci penso neppure, disse, da soli si sta molto meglio. Eppure all’inizio si darebbe chissà che cosa pur di sposarsi, pur di avere un uomo, e non disse: poi sono stata contenta che lui se ne sia andato, anche se certamente lo pensava, e disse invece: quella disgrazia non doveva capitargli, il signor Wertheimer mi ha molto aiutato i primi tempi dopo il funerale.Nel momento in cui lei non ce la faceva ormai più a sopportare la convivenza con suo marito, pensai mentre la stavo osservando, lui è caduto in quella taglierina e andandosene le ha lasciato una rendita fissa che però non le basta per vivere. Mio marito era un brav’uomo, disse, lei del resto lo ha conosciuto, mentre io di quell’uomo non rammentavo quasi nulla, soltanto che sedeva al tavolo della sala da pranzo della locanda indossando sempre la stessa tuta di feltro e lo stesso berretto di feltro, e che mangiava avidamente dei grandi pezzi di carne affumicata che sua moglie gli metteva sul piatto. Mio marito era un brav’uomo, disse lei varie volte ancora, e guardò fuori dalla finestra ravviandosi i capelli. Anche la solitudine ha i suoi vantaggi, disse. Certamente ero stato al funerale di Wertheimer, disse, e subito di quel funerale volle sapere ogni cosa, che si era svolto a Coira lo sapeva già, ma ancora non le erano note le circostanze più precise che avevano dato luogo al funerale di Wertheimer, sicché io mi sedetti sul letto e mi misi a raccontare.

Com’è ovvio, non riuscii a fornirle che un resoconto frammentario, cominciai col dirle che ero stato a Vienna perché intendevo lasciare la mia casa, una casa grande, dissi, molto troppo grande per un uomo solo, e assolutamente superflua per uno che abbia deciso di stabilirsi a Madrid, la città più meravigliosa del mondo, dissi. La mia casa però non l’ho venduta, dissi, come del resto non penso affatto di vendereDesselbrunn, che lei del resto conosceva bene. Ma sì, insistetti, ci era stata anche lei con suo marito, molti anni addietro, quella volta che era bruciata la fattoria, dissi, e quando, come al giorno d’oggi c’è una crisi economica è una vera sciocchezza, dissi, vendere un immobile, e la parola immobile la usai intenzionalmente più volte, nel mio resoconto aveva la sua importanza. Lo Stato aveva fatto bancarotta, dissi, e a queste mie parole lei scosse il capo, il governo era corrotto, dissi, e i socialisti che erano al potere ormai da tredici anni avevano approfittato di questo loro potere fino al limite estremo mandando lo Stato completamente in rovina. Mentre io parlavo, la padrona della locanda faceva con il capo dei segni di assenso e guardava ora me ora fuori dalla finestra. Lo avete voluto tutti un governo socialista, dissi, ma adesso potete rendervi conto che proprio questo governo socialista ha dilapidato tutto, la parola dilapidato l’avevo deliberatamente accentuata più di tutte le altre parole e non mi vergognai affatto di averla usata, anzi la ripetei varie volte ancora in relazione alla bancarotta dello Stato provocata da questo nostro governo socialista, e aggiunsi che il Cancelliere era un uomo volgare, scaltro e rapace che si era servito del socialismo come strumento per soddisfare la sua perversa brama di potere, e così aveva fatto tutto il suo gabinetto, dissi, costituito da uomini solo avidi di potere, infami e senza scrupoli, per i quali lo Stato, con cui si identificano, è tutto, mentre il popolo, che hanno il compito di governare, non è assolutamente niente. Io sono parte di questo popolo e lo amo, ma con questo Stato non voglio avere niente a che fare, dissi. Mai, in tutta la sua storia, il nostro paese era caduto così in basso, dissi, mai in tutta la sua storia era stato governato da gente più abietta e dunque più insulsa e ottusa. Ma il popolo è sciocco, dissi, il popolo è troppo debole per mutare uno stato di cose come questo, e vuole farsi abbindolare proprio da gente rapace e avida di potere come quella che ora ci governa. È probabile che anche con le prossime elezioni nulla muti in questo deplorevole stato di cose, dissi, dal momento che gli austriaci sono gente che si abitua a qualsiasi cosa, anche al pantano nel quale sono ormai immersi da più di un decennio. Che popolo sciagurato, dissi. E soprattutto gli austriaci si fanno ancora abbindolare dalla parola socialismo, anche se non c’è chi non sappia che la parola socialismo ha perso il suo valore. I socialisti non sono più socialisti, dissi, i socialisti di oggi sono i nuovi sfruttatori, gente falsa e bugiarda! così dissi alla padrona della locanda, la quale però non aveva voglia di stare a sentire queste assurde digressioni, come ad un tratto mi resi conto, poiché una sola cosa desiderava ardentemente, che io le raccontassi del funerale. Le dissi dunque che mentre mi trovavo a Vienna ero stato colto di sorpresa da un telegramma proveniente da Zizers, quel telegramma della signora Duttweiler, dissi, cioè della sorella di Wertheimer, mi aveva raggiunto a Vienna e io lo avevo trovato sulla porta di casa un giorno che ero andato al famoso Palmenhaus. Tuttora non mi era chiaro da chi la signora Duttweiler avesse saputo che io mi trovavo a Vienna, dissi. La quale è diventata una città bruttissima, dissi, non c’è paragone con la Vienna di una volta. È una tremenda esperienza, dopo essere stati all’estero per anni, ritornare in questa città, e comunque in questo paese che sta andando in rovina, dissi. Già mi stupisco che la sorella di Wertheimer mi abbia telegrafato per mettermi al corrente della morte di suo fratello. Duttweiler, dissi, che nome orribile! È una ricca famiglia svizzera, dissi, titolare di un complesso chimico, quella in cui è entrata la sorella di Wertheimer sposando quell’uomo. Ma come lei certamente sapeva, dissi alla padrona della locanda, Wertheimer aveva sempre represso sua sorella, non le aveva mai permesso di farsi avanti da sé, e lei si era sottratta a lui proprio all’ultimo, anzi all’ultimissimo momento. Se ora lei, la padrona della locanda, si fosse recata a Vienna, dissi, ne sarebbe rimasta inorridita. Era talmente cambiata in peggio, quella città, dissi. Scomparsa ogni traccia di grandezza, non vi era rimasta che la feccia dell’umanità! dissi. La cosa migliore era tenersi lontani da tutto, sottrarsi a tutto, dissi. Di averla abbandonata già da anni per recarmi a Madrid non l’avevo mai rimpianto, nemmeno per un attimo, dissi. Se invece non abbiamo la possibilità di andarcene e siamo costretti a rimanere in un paese ottuso come l’Austria e in una città ottusa come Vienna, non possiamo far altro che crepare, non possiamo di sicuro sopravvivere a lungo, dissi. A Vienna ho avuto due giorni per pensare a Wertheimer, dissi, e poi durante il viaggio per Coira, la notte prima del funerale. Lei volle sapere quante persone erano state presenti al funerale di Wertheimer. Solo la Duttweiler, suo marito ed io, dissi. E in più, naturalmente, gli uomini delle pompe funebri, dissi. Tutto era finito in meno di venti minuti. La padrona della locanda disse che Wertheimer aveva sempre detto che nel caso fosse morto prima di lei, le avrebbe lasciato una collana, una collana preziosa, disse, che era stata di sua nonna. Ma certo Wertheimer nel suo testamento non l’aveva ricordata, sostenne, ed io pensai che certamente Wertheimer non aveva fatto testamento. Comunque, se Wertheimer le ha promesso una collana, dissi alla padrona della locanda, è certo che lei questa collana l’avrà. Wertheimer di tanto in tanto aveva pernottato da lei, disse arrossendo in volto, perché lui, come spesso era accaduto, venendo da Vienna andava prima da lei per passarvi la notte nel timore di trovarsi a Traich, dato che molte volte era giunto da Vienna a Traich senza avvertire e a Traich non avevano acceso il riscaldamento. Quei tipi che ultimamente Wertheimer aveva fatto venire a Traich andavano in giro tutti quanti vestiti in maniera assurda, come attori, disse, sembravano venuti dal circo. Da lei non avevano consumato mai niente, tutte le bevande le prendevano all’emporio lì vicino. Tutta gente che lo ha solo sfruttato, disse la padrona della locanda, gente che a Traich ha vissuto a sue spese per settimane intere, mettendo tutto a soqquadro e schiamazzando ogni notte fino alle prime ore dell’alba. Che razza di gentaglia, disse. Erano rimasti a Traich per settimane intere in assenza di Wertheimer, il quale si era fatto vedere solo qualche giorno prima di partire per Coira. Spesso Wertheimer aveva detto alla padrona della locanda che intendeva recarsi a Zizers in visita dalla sorella e dal cognato, ma poi questo viaggio lo rinviava sempre. Aveva scritto a Zizers molte lettere, lettere alla sorella nelle quali le ingiungeva di tornare da lui a Traich, di separarsi da suo marito, di cui lui, Wertheimer, non aveva mai avuto la minima stima, disse la padrona della locanda, non aveva mai avuto stima di quell’essere abominevole, così disse con una tipica espressione di Wertheimer, ma la sorella, disse, non aveva mai risposto alle sue lettere. Non c’è persona al mondo che noi abbiamo il diritto di legare a noi contro la sua volontà, dissi io, se questa persona non vuole legarsi a noi, noi da parte nostra abbiamo il dovere di lasciarla in pace, dissi. Wertheimer ha voluto legare a sé sua sorella per sempre, per l’eternità, dissi, e in questo ha sbagliato. Facendo ammattire sua sorella è diventato pazzo lui stesso, dissi, perché togliersi la vita è proprio una pazzia. Che ne sarà adesso di tutto il denaro che ha lasciato Wertheimer? ha domandato la padrona della locanda. Io dissi che non lo sapevo, ma poi aggiunsi che certamente lo aveva ereditato la sorella. Quando si tratta di denaro, piove sempre sul bagnato, disse la padrona della locanda, dopo di che chiese altre informazioni sul funerale, ma io non sapevo più che cosa raccontarle perché del funerale di Wertheimer avevo già detto più o meno tutto. La padrona della locanda volle sapere se si era trattato di un funerale ebraico. Io dissi no, non è stato affatto un funerale ebraico, Wertheimer è stato messo sottoterra rapidissimamente, dissi, tutto si è svolto talmente in fretta che quasi non son riuscito a vederlo. Dopo il funerale i Duttweiler mi hanno invitato a pranzo, dissi, ma io ho declinato l’invito, con loro non ci volevo stare. Comunque ho sbagliato, dissi, avrei dovuto accettare, sarei dovuto andare con loro, perché tutt’a un tratto mi son trovato da solo senza saper che fare, dissi. Coira è una città orribile, dissi, tetra quant’altre mai. Wertheimer è stato sepolto a Coira solo provvisoriamente, dissi ad un tratto, lo vogliono seppellire definitivamente a Vienna al cimitero di Döbling, dissi, nella tomba di famiglia. La padrona della locanda si alzò in piedi e disse che secondo lei l’aria tiepida che veniva da fuori avrebbe scaldato la stanza fino a sera, dunque potevo stare tranquillo. Il freddo invernale è rimasto qua dentro, disse. In effetti mi venne paura di buscarmi un raffreddore all’idea di dover pernottare in quella stanza dove avevo passato tante notti insonni. Ma in un’altra locanda non ci potevo andare perché i casi son due, pensai, o è troppo lontana o è ancora più primitiva di questa. Naturalmente in passato non avevo tutte queste pretese, pensai, non ero cagionevole come adesso, e pensai che ad ogni buon conto prima di mettermi a letto avrei chiesto alla padrona della locanda due coperte di lana in più. Domandai alla padrona della locanda se potevo avere un tè caldo prima di andare a Traich, al che lei scese subito in cucina per fare un tè caldo. Io nell’attesa disfeci la mia borsa e appesi nell’armadio l’abito grigio scuro, l’abito per così dire da funerale che avevo portato con me a Coira. Questi scipiti angeli di Raffaello si ritrovano continuamente nelle stanze da letto, pensai mentre stavo guardando, appeso alla parete, un angelo di Raffaello tutto sbiadito che proprio per questo era ridiventato sopportabile. Mi ricordai che qui verso le cinque del mattino venivo solitamente svegliato dai maiali che accorrevano al truogolo, nonché dalla padrona della locanda che sbatteva la porta con irriguardosa stupidità. È più facile per noi sopportare qualsiasi cosa, pensai, se sappiamo in anticipo quel che ci aspetta. Nello specchio in cui per vedermi dovevo star chino scoprii che ad un tratto era ricomparso quell’erpete sulla tempia che era scomparso in seguito a un trattamento di varie settimane con una pomata cinese, e questa constatazione mi mise in allarme. Subito pensai a un brutto male taciutomi dal medico, il quale mi avrebbe dato la pomata cinese, che in realtà, come ora avevo constatato, non serviva a nulla, all’unico scopo di tenermi tranquillo. Un erpete simile può essere certamente il primo segno di un’affezione morbosa grave e maligna, pensai, e mi girai di scatto. Il fatto di essere sceso ad Attnang Puchheim e di aver raggiunto Wankham per poi recarmi a Traich mi parve ad un tratto completamente assurdo. La sosta a Wankham, questo paese orribile, me la potevo proprio risparmiare, pensai, che bisogno avevo, pensai, di venir qui per trovarmi ad un tratto in questa stanza fredda e ammuffita, e aver paura della notte, una notte che non facevo fatica a immaginare con tutte le sue atrocità. Sarebbe stato meglio se fossi rimasto a Vienna e non avessi reagito affatto al telegramma dei Duttweiler, e dunque non fossi partito per Coira, mi dissi, meglio che mettermi in viaggio per Coira, scendere ad Attnang Puchheim e poi venire a Wankham con l’intento di rivedere ancora una volta Traich, che in fondo, mi dissi, non mi interessa affatto. Dato che coi Duttweiler non ho scambiato neppure una parola e dato che non ho provato la benché minima emozione neanche davanti alla fossa di Wertheimer, pensai, tutta questa tortura avrei potuto benissimo evitarla, non c’era nessun bisogno che me l’accollassi. Provavo un senso di repulsione per il modo in cui mi ero comportato. D’altro canto, mi domandai, di che cosa mai avrei dovuto discutere con la sorella di Wertheimer? Per non parlare del marito di lei, del quale non m’importava assolutamente nulla e dal quale in effetti mi sono subito sentito respinto, più ancora dopo averlo incontrato di persona che non in seguito alle descrizioni di Wertheimer, che già lo presentavano in una luce a dir poco sfavorevole. È chiaro che con gente come i Duttweiler io non ci parlo, avevo subito pensato vedendo i Duttweiler per la prima volta. E pensare che proprio un tipo come Duttweiler ha indotto la Wertheimer a lasciare suo fratello e ad andarsene in Svizzera, proprio un tipo ripugnante come Duttweiler! Di nuovo mi guardai allo specchio e stabilii che l’erpete non l’avevo più soltanto sulla tempia destra, dato che si era piazzato anche sulla nuca. È probabile che ora la Duttweiler decida di tornare a Vienna, pensai, suo fratello è morto, la casa del Kohlmarkt si è resa libera per lei, la Svizzera non le serve più. La casa di Vienna è sua, e Traich altrettanto. E sono suoi anche i mobili della casa del Kohlmarkt, mobili che lei amava, mentre suo fratello, lo ha sempre detto lui stesso, li odiava. Adesso può viverci bene con lo svizzero a Zizers, pensai, dato che in ogni momento può decidere di tornare a Vienna o a Traich. Il virtuoso giace nel cimitero di Coira nei pressi del monte dei rifiuti, pensai per un istante. I genitori di Wertheimer erano ancora stati tumulati secondo il rito ebraico, pensai, negli ultimi anni lo stesso Wertheimer si era sempre definito come un ateo. La cripta dei Wertheimer nel cimitero di Döbling, che si trovava subito accanto alla cosiddetta cripta dei Lieben e alla tomba di Theodor Herzl, io stesso l’avevo visitata molte volte in compagnia di Wertheimer, il quale non si era mai irritato per il fatto che l’enorme blocco di granito nel quale erano stati scolpiti i nomi dei Wertheimer sepolti nella cripta Wertheimer fosse stato spostato nel corso del tempo già di dieci o venti centimetri da un faggio cresciuto nella cripta; spesso sua sorella aveva cercato di convincerlo a far rimuovere quel faggio e a rimettere al suo posto il blocco di granito, ma lui non solo non era infastidito dal fatto che il faggio fosse cresciuto indisturbato nella cripta e fuoriuscendo da essa avesse spostato il blocco di granito, ma, al contrario, ogni volta che si trovava davanti alla cripta, guardava con ammirazione quel faggio che aveva ulteriormente spostato il blocco di granito. Adesso la sorella farà togliere il faggio dalla cripta e rimettere il blocco di granito in posizione verticale, ma ancor prima farà traslare la salma di Wertheimer da Coira a Vienna e la tumulerà nella cripta di famiglia, pensai. Wertheimer è stato il più appassionato visitatore di cimiteri che io abbia mai conosciuto, ancora più appassionato di quanto sia io stesso, pensai. Sullo sportello dell’armadio, con l’indice della mano destra, scrissi nella polvere una grande W. In quella circostanza mi venne in mente Desselbrunn, per un attimo fui sorpreso dall’idea sentimentale che forse tutto sommato sarei potuto andare fino a Desselbrunn, ma subito dopo uccisi in me questa idea. Siccome volevo essere coerente, no, dissi a me stesso, a Desselbrunn non ci vado, non andrò a Desselbrunn per i prossimi cinque o sei anni. Una simile visita a Desselbrunn mi fiaccherebbe di sicuro per anni e anni, dissi a me stesso, una visita a Desselbrunn non me la posso permettere. Il paesaggio che ora vedevo dalla finestra era identico allo squallido, ammorbante paesaggio di Desselbrunn che conoscevo alla perfezione e che di colpo, pochi anni prima, mi era diventato odioso. Se non avessi deciso di andarmene da Desselbrunn, dissi a me stesso, ora sarei finito, non sarei più in vita, sarei finito, morto a poco a poco, prima di Glenn e prima di Wertheimer, questo devo proprio dirlo, perché il paesaggio di Desselbrunn e dintorni è un paesaggio che fa morire a poco a poco, come del resto il paesaggio che si vede dalla finestra di Wankham, un paesaggio da cui tutti si sentono minacciati e lentamente oppressi, e in nessun caso protetti e confortati. Noi non possiamo sceglierci il nostro luogo di nascita, pensai. Tuttavia da questo luogo di nascita possiamo andarcene se esso rappresenta per noi una minaccia di oppressione, anche se andare via e scappare dal luogo in cui siamo nati ci toglie la vita se non riusciamo a cogliere il momento giusto per andar via e scappare. Io sono stato fortunato e sono andato via nel momento giusto, dissi a me stesso. E alla fin fine me ne sono andato anche da Vienna, perché anche Vienna minacciava di opprimermi e soffocarmi. Comunque lo devo a un conto in banca di mio padre se sono ancora in vita, se ho ancora il permesso di esistere, come ad un tratto dissi a me stesso. Non è una zona vivificante, mi dissi. Non è un paesaggio riposante. Non sono persone gradevoli. Mi aspettano al varco, pensai. Mi fanno stare in ansia. Tentano di abbindolarmi. Mai in questa zona mi sono sentito al sicuro, pensai. Afflitto da continue malattie, e infine quasi ucciso dall’insonnia. Nel momento in cui gli uomini sono arrivati da Altmünster e hanno ritirato lo Steinway, che respiro di sollievo, pensai, con che senso di improvvisa liberazione camminavo su e giù per Desselbrunn. Non ho certo rinunciato all’arte e a tutto ciò che questa parola significa regalando lo Steinway alla figlia del maestro di Altmünster, pensai. Lo Steinway esposto ai maltrattamenti del maestro, esposto alla ottusità della figlia del maestro, pensai. Se avessi detto al maestro quanto valeva davvero il mio Steinway, lui si sarebbe spaventato, pensai, il maestro non aveva la minima idea del valore di quello strumento. Già quando avevo ordinato il trasporto dello Steinway da Vienna a Desselbrunn, sapevo che lo Steinway non sarebbe rimasto a Desselbrunn per molto tempo, ma naturalmente non supponevo affatto che in seguito lo avrei regalato alla figlia del maestro, pensai. Fino a quando ho avuto lo Steinway, non sono stato autonomo nei miei scritti, non libero come dal momento in cui lo Steinway è uscito per sempre dalla mia casa. Ho dovuto separarmi dallo Steinway per poter scrivere, e anche se a esser sincero avevo scritto per quattordici anni, si trattava in effetti di cose più o meno inutilizzabili per l’unica ragione che non mi ero separato dal mio Steinway. Non appena lo Steinway è uscito di casa, ho cominciato a scrivere meglio, pensai. Nella Calle del Prado ho in effetti seguitato a pensare che lo Steinway si trovava a Vienna (o a Desselbrunn) e che a causa di ciò non riuscivo a scrivere niente di meglio di quei miei abbozzi che in ultima analisi sono sempre stati un vero fallimento. Non appena scacciato lo Steinway, subito, fin dal primo momento, pensai, ho scritto in un modo diverso. Questo non significa che rinunciando allo Steinway ero disposto a rinunciare alla musica, pensai. Al contrario. Ma la musica non ebbe più su di me quel potere devastante che aveva prima, è semplice, non mi fece più male, pensai. Se guardiamo intensamente questo paesaggio ci assale l’angoscia. In questo paesaggio non vogliamo ritornare per nessun motivo. Tutto è grigio, sempre e soltanto grigio, e la vista degli esseri umani ci deprime incessantemente. Se tornassi a Desselbrunn starei tutto il tempo rintanato nella mia stanza e mai mi verrebbe in mente un’idea sensata, pensai. E diventerei come qui sono tutti, mi basta guardare in faccia la padrona della locanda, una persona che non riesce a tirarsi fuori dalla viltà e dall’infamia, pensai, distrutta com’è dalla natura che da queste parti domina ogni cosa. In questo perfido paesaggio sarei finito per sempre. Ma in verità a Desselbrunn non ci sarei mai dovuto andare, pensai, l’eredità di Desselbrunn non avrei mai dovuto accettarla, avrei potuto benissimo rinunciarci, e in ogni caso l’ho mollata, pensai. In origine Desselbrunn fu costruita come casa padronale da un mio prozio, che era stato direttore della cartiera, il quale la volle con molte stanze per i suoi numerosi figlioli. Sicuro, averla semplicemente mollata è stata la mia salvezza, pensai. Inizialmente a Desselbrunn coi genitori sempre e solo d’estate, poi a scuola per anni e anni a Desselbrunn e a Wankham, pensai, poi al ginnasio di Salisburgo, poi al Mozarteum, per un anno soltanto alla Wiener Akademie, pensai, poi ancora al Mozarteum, poi di nuovo a Vienna, e infine, pensando di ritirarmici per sempre con le mie ambizioni intellettuali, a Desselbrunn, dove ben presto ho avuto la bruttissima sensazione di essere finito in un vicolo cieco. La carriera del virtuoso del pianoforte come scampo e fuga, spinta comunque alla massima perfezione, pensai. Al culmine, come posso dire, delle mie possibilità, ho abbandonato, gettato via tutto, questo devo dirlo, mi son dato un colpo in testa, ho regalato lo Steinway. Se qui piove incessantemente per sei o sette settimane e la gente diventa pazza in questa pioggia incessante, pensai, per non togliersi la vita ci vuol davvero una gran forza di volontà. Ma la metà di tutti quelli che vivono qui prima o poi in realtà la vita se la tolgono, non vanno in rovina per conto loro, come si suol dire. Questi non hanno altro che il loro cattolicesimo o il partito socialista, le due istituzioni più ripugnanti del nostro tempo. A Madrid esco di casa almeno una volta al giorno per mangiare, pensai, mentre qui, preso da un’accidia crescente e inguaribile, non sarei mai uscito di casa. Eppure non ho mai pensato seriamente di vendere la proprietà, elucubrato sì, negli ultimi due anni per esempio, com’è ovvio però senza costrutto. Nello stesso tempo, pensai, non ho mai assicurato a nessun eventuale acquirente di non vendere Desselbrunn. Senza un agente immobiliare la vendita non è possibile e gli agenti immobiliari mi fanno ribrezzo, pensai. Una casa come Desselbrunn possiamo benissimo abbandonarla per anni, pensai, lasciarla andare in malora, pensai, perché no. A Desselbrunn non ci vado in ogni caso, pensai. La padrona della locanda mi aveva fatto bollire l’acqua del tè e io scesi in sala da pranzo. Mi sedetti al tavolo accanto alla finestra, lo stesso a cui solevo sedermi negli anni passati, ma non ebbi l’impressione che il tempo si fosse fermato. Sentivo che la padrona della locanda trafficava in cucina, con ogni probabilità, pensai, sta preparando da mangiare per il figlio che le torna da scuola verso l’una o le due, sta riscaldandogli un gulasch o forse anche una minestra di verdura. In teoria comprendiamo gli esseri umani, ma in pratica non li sopportiamo, pensai, il più delle volte stiamo con loro di malavoglia e sempre li trattiamo in base al nostro personale punto di vista. Eppure gli esseri umani, anziché basandoci sul nostro personale punto di vista, dovremmo trattarli e valutarli in base a ogni possibile punto di vista, pensai, i nostri rapporti con loro dovrebbero essere tali da permetterci di dire che il modo in cui li abbiamo trattati non è stato per così dire inficiato da alcun tipo di prevenzione, ciò che non possiamo mai dire perché in realtà siamo sempre prevenuti nei confronti di ogni essere umano. La padrona della locanda è stata un tempo malata di polmoni come me, pensai, e come me è riuscita, grazie alla sua voglia di vivere, a scacciare, a liquidare questa sua malattia polmonare. Per il rotto della cuffia, come si suol dire, è riuscita a ottenere la licenza elementare, pensai, per poi rilevare questa locanda da un suo zio che è stato condannato a vent’anni di galera perché precedentemente implicato in un caso di omicidio che ancora oggi non è stato del tutto chiarito. Si dice che insieme a un suo vicino di casa lo zio avrebbe strangolato nella stanza accanto alla mia un rappresentante viennese di cosiddette chincaglierie che era sceso nella sua locanda e che quei due avrebbero commesso questo omicidio per venire in possesso della somma spaventosa che il suddetto rappresentante di commercio aveva a quanto pare portato con sé. La Dichtelmühle, questo è il nome della locanda, ha avuto, dopo quel caso di omicidio, quel che si dice una pessima fama. All’inizio, quando la gente seppe dell’omicidio, la Dichtelmühle subì un tracollo e rimase chiusa per più di due anni. Il tribunale assegnò poi la Dichtelmühle alla nipote dell’assassino, che era infatti suo zio, pensai, sicché la Dichtelmühle è stata riaperta e gestita dalla nipote, ma com’è ovvio dopo la riapertura non è più stata la stessa Dichtelmühle di prima dell’omicidio. Dello zio della padrona della locanda non si è più sentito parlare, ma è probabile, pensai, che come tutti gli assassini e i condannati a vent’anni di galera sia stato messo in libertà dopo soli dodici o tredici anni, forse non è neanche più in vita, pensai, ma in ogni caso non intendevo chiedere alla padrona della locanda informazioni su suo zio non avendo nessuna voglia di risentire tutta la storia di quell’omicidio che lei mi aveva già raccontato un gran numero di volte, in verità su mia richiesta. L’assassinio del rappresentante di commercio viennese aveva fatto ai suoi tempi grande scalpore e ogni giorno, durante il processo, i giornali ne parlavano abbondantemente, e la Dichtelmühle, ormai chiusa da tempo, era stata per varie settimane invasa dai curiosi, benché nella Dichtelmühle non ci fosse niente di particolarmente interessante da vedere. Dall’epoca dell’omicidio in poi, la Dichtelmühle è stata sempre chiamata Trattoria dell’Omicidio, e in effetti tutti quelli che vogliono dire che stanno andando alla Dichtelmühledicono che stanno andando alla Trattoria dell’Omicidio, il termine si è diffuso. Quanto al processo, pensai, si è trattato di un processo indiziario, non esistono prove infatti che l’omicidio sia stato commesso né dallo zio della padrona della locanda né dal suo complice, un uomo la cui famiglia è pure precipitata nella sventura, come si suol dire, a causa di questa storia dell’omicidio. A lui, un cosiddetto stradino, neanche il tribunale ha mai imputato un simile perfido omicidio in combutta con lo zio della padrona della locanda, che sempre e dovunque era stato definito come un uomo affabile, modesto e veramente serio, e tuttora è così definito, come un uomo affabile, modesto e serio da tutti quelli che lo hanno conosciuto, eppure i giurati si sono pronunciati per il massimo della pena da comminare non solo allo zio della padrona della locanda, ma anche a quell’altro, che una volta faceva lo stradino, del quale ho saputo che nel frattempo è morto, ed è morto, come sua moglie non si stancava di ripetere, per la disperazione di essere diventato la vittima innocente dell’odio che quei giurati nutrivano contro gli uomini in genere. I tribunali, anche dopo aver annientato per tutta la vita uomini innocenti e le loro famiglie, passano al successivo caso all’ordine del giorno, pensai, e i giurati, che sempre, nel pronunciare le loro sentenze, si lasciano trasportare da un umore momentaneo oltre che da un odio sfrenato verso i loro simili, quand’anche abbiano compreso da tempo di aver commesso un crimine irreparabile nei confronti di esseri umani innocenti, all’idea di essere incorsi in un errore giudiziario si rassegnano facilmente e in quattro e quattr’otto si mettono l’anima in pace. La metà delle sentenze di Corte d’Assise, l’ho saputo per certo, si basa in effetti su tali errori giudiziari, pensai, e io sono convinto al cento per cento che di questo si sia trattato anche nel caso del cosiddetto Processo Dichtelmühle, che si è concluso con un errore giudiziario commesso dai giurati. I cosiddetti tribunali distrettuali austriaci sono noti per il fatto che emettono ogni anno dozzine di sentenze basate su errori giudiziari commessi dai giurati, e dunque per il fatto che hanno sulla coscienza dozzine di esseri umani innocenti, che scontano nei nostri penitenziari una pena detentiva perlopiù a vita, senza alcuna speranza di essere mai più per così dire riabilitati. In ogni caso, pensai, ci sono più innocenti che colpevoli nelle nostre prigioni e nei nostri penitenziari, perché di giudici senza scrupoli e di giurati che odiano gli esseri umani in genere e dunque i loro simili ce ne sono moltissimi, individui che per la propria infelicità e per la propria abiezione si vendicano su uomini che si trovano in loro balìa a causa di una qualche sciagurata circostanza che li ha condotti davanti al tribunale. L’attività dei tribunali austriaci è diabolica, pensai, come dobbiamo constatare di continuo leggendo con attenzione i giornali, ma certo ci appare assai più diabolica ancora quando veniamo a sapere che solo la minima parte dei loro crimini è portata alla luce e resa pubblica. Personalmente sono convinto che lo zio della padrona della locanda non meriti il marchio di assassino o meglio di compare dell’assassino con cui è stato bollato tredici o quattordici anni fa, pensai. Anche lo stradino lo ritengo in realtà innocente, ricordo ancora perfettamente i resoconti del processo, in fondo sarebbe stato giusto che venissero assolti entrambi, lo zio della padrona della locanda, il cosiddetto oste di Dichtel, non meno del suo vicino di casa che faceva lo stradino, e in questo senso si era infatti pronunciato nella sua arringa anche il pubblico ministero, ma i giurati avevano poi sentenziato a maggioranza che si era trattato di un perfido omicidio commesso da quei due di comune accordo e avevano fatto rinchiudere sia l’oste di Dichtel sia lo stradino nel penitenziario di Garsten, pensai. E se nessuno ha il coraggio e la forza e il denaro per riaprire, come si dice, un simile atroce processo, persiste un errore giudiziario come quello che è stato commesso nel caso dell’oste di Dichtel e dello stradino, persiste un’ingiustizia atroce ai danni di poveri innocenti con cui noi, ossia la società, non vogliamo più avere niente a che fare né ora né mai, a prescindere dal fatto che essi siano colpevoli o innocenti. Il Processo Dichtelmühle, così è stato sempre chiamato, mi era venuto in mente e aveva occupato i miei pensieri per tutto il tempo in cui ero stato seduto al tavolo accanto alla finestra perché tutt’a un tratto avevo visto la fotografia, fissata alla parete di fronte a me, che raffigurava l’oste di Dichtel con il suo grembiule da lavoro e la pipa in bocca, e allora pensai che verosimilmente la padrona della locanda avesse appeso alla parete quella fotografia non solo in segno di gratitudine per il fatto che allo zio doveva la Dichtelmühle e dunque ciò che le dava da vivere, ma anche per evitare che il mugnaio di Dichtel, o meglio l’oste di Dichtel, fosse totalmente dimenticato. Ma quasi tutti quelli che si sono occupati veramente e a fondo del Processo Dichtelmühle sono morti da un pezzo, pensai, e ai clienti di oggi quella fotografia non dice proprio niente. Comunque nella Dichtelmühle è rimasto senza dubbio un certo qual odore di delitto capitale, pensai, che attira la gente. Se qualcuno è sospettato, accusato e messo in prigione, a noi la cosa non dispiace affatto, pensai, la verità è questa. Né se un crimine viene scoperto, pensai mentre guardavo la fotografia sulla parete di fronte. Quando esce dalla cucina, glielo domando alla padrona della locanda che fine ha fatto suo zio, pensai, e prima mi dissi, sì, glielo domando, poi mi dissi, no, non glielo domando, glielo domando, non glielo domando, e mentre osservavo la fotografia dell’oste di Dichtel continuavo a pensare, ora chiedo sue notizie alla padrona della locanda, non chiedo sue notizie alla padrona della locanda, e così via di seguito.All’improvviso un cosiddetto uomo semplice, che in realtà non è mai un uomo semplice, viene strappato dal suo ambiente, e dall’oggi al domani rinchiuso in un penitenziario, pensai, dal quale, ammesso e non concesso che possa uscire, verrà fuori soltanto come un essere umano totalmente distrutto, un rottame della giustizia, così mi dissi e non potevo non dirmelo, e la colpa di questo ricade in definitiva su tutta la società. Subito dopo la fine del processo, sui giornali era stata posta la questione se l’oste di Dichtel e lo stradino non fossero in realtà entrambi innocenti, e in questo senso si erano espressi alcuni commenti pubblicati in proposito, ma dopo due o tre giorni del Processo Dichtelmühle non si fece più parola. Leggendo tra le righe di questi commenti si poteva dedurre che i due uomini bollati e condannati come omicidi non potevano assolutamente aver commesso quell’omicidio, il quale omicidio dev’essere dunque stato commesso da una o più terze persone, ma i giurati hanno ormai pronunciato la loro sentenza e il processo non è stato riaperto, pensai, e io in effetti di poche cose in vita mia mi sono occupato con più passione che degli aspetti del nostro mondo attinenti al diritto penale. Se seguiamo con attenzione questi aspetti del nostro mondo, il che significa della nostra società, ci capita ogni giorno di vederne, come si suol dire, di tutti i colori. Quando la padrona della locanda, uscita dalla cucina pressoché stremata, si sedette al mio tavolo, aveva fatto il bucato e rimase per un po’ di tempo con il viso alterato dai vapori della cucina, io mi decisi a domandarle che cosa ne fosse stato di suo zio, l’oste di Dichtel, non ponendo però la domanda in maniera grossolana, ma anzi con estrema circospezione. Suo zio era andato a Hirschbach dal fratello, disse lei, Hirschbach era un paesino al confine con la Cecoslovacchia, lei stessa ci era stata una volta soltanto, molti anni addietro però, suo figlio a quell’epoca aveva solo tre anni. Il suo intento era stato di mostrare il bambino allo zio nella speranza che questi l’aiutasse in un momento di grande bisogno, le desse del denaro dunque, di denaro secondo lei ne aveva ancora molto, solo a questo scopo lei aveva affrontato con suo figlio gli strapazzi di un simile viaggio fino a Hirschbach al confine cecoslovacco, sei mesi soltanto erano passati dalla morte di suo marito, il padre del suo bambino che, a dispetto di tante avversità, si era sviluppato benissimo. Ma suo zio non l’aveva ricevuta, si era fatto negare dal fratello e non era comparso affatto, tanto che lei, stufa di star lì ad aspettarlo col bambino, era ripartita per Wankham con le tasche vuote. Come si può essere così senza cuore, disse, aggiungendo però che suo zio lo comprendeva. Quell’uomo non voleva più avere niente a che fare con la Dichtelmühle e con Wankham, disse. Non c’è nessuno, dissi io, che sia stato in prigione per un tempo più o meno lungo e che, una volta rimesso in libertà, abbia voglia di tornare nel suo luogo di origine. La padrona della locanda aveva sperato che suo zio, o almeno l’altro zio, quello che lei chiamava lo zio di Hirschbach, l’aiutasse a tirare avanti, ma non aveva ottenuto questo aiuto, non aveva ottenuto nulla proprio da quei due che erano e sono tuttora gli ultimi suoi parenti, di cui lei peraltro sapeva che pur vivendo poveramente, come a Hirschbach è più che naturale, disponevano ancora di un notevole patrimonio, e la padrona della locanda, pur senza indicare una cifra esatta, disse pressappoco qual era secondo lei l’entità di questo patrimonio dei suoi due zii, una somma di commovente esiguità, pensai, che a lei però, la padrona della locanda, doveva apparire veramente elevatissima se da essa si riprometteva un aiuto così decisivo, pensai. I vecchi sono avari anche quando ormai non hanno più bisogno di nulla, anzi più diventano vecchi più diventano avari, non c’è pericolo che mollino neanche le briciole di quello che hanno, e se anche i loro discendenti morissero di fame davanti ai loro occhi, i vecchi non si scomporrebbero.

La padrona della locanda si mise poi a raccontare del suo viaggio a Hirschbach, com’era stato scomodo raggiungere Hirschbach da Wankham, tre volte aveva dovuto cambiar treno col suo bambino ammalato, e quella visita a Hirschbach non soltanto non le aveva procurato un soldo, ma le aveva fatto venire un mal di gola, un grave mal di gola che, così lei, era durato per vari mesi. Dopo la sua visita a Hirschbach, aveva pensato di staccare dalla parete la fotografia dello zio, ma poi quella fotografia non l’aveva tolta dalla parete per via dei clienti che certo le avrebbero domandato come mai avesse staccato dalla parete quella fotografia, e lei non aveva voglia di chiarire a tutti per l’ennesima volta i dettagli di quella vicenda. I clienti ad un tratto avrebbero di nuovo voluto saper tutto del processo, disse, e lei non intendeva lasciarsi incastrare. Ma il fatto era che lei, prima del viaggio a Hirschbach aveva amato lo zio raffigurato nella fotografia, mentre dopo esser tornata da Hirschbach lo aveva sempre e soltanto odiato. Nei confronti di suo zio, disse, lei aveva dimostrato una grandissima comprensione, mentre lui con lei non era stato comprensivo affatto. In definitiva era lei che malgrado le più grandi avversità aveva riaperto la Dichtelmühle come locanda, disse, aveva impedito che la casa andasse in rovina e si era rifiutata di venderla benché non le fossero mancate le occasioni per farlo. Suo marito non aveva mai avuto interesse per la gestione della locanda, aggiunse, lei lo aveva conosciuto in una grande baracca che era stata allestita per il carnevale di Regau dove si era recata con l’intento di comperare per la sua locanda un paio di vecchie sedie che i proprietari di una locanda di Regau avevano scartato. Subito aveva visto che c’era lì un buon uomo che sedeva in un canto tutto solo e non conosceva nessuno. Si era seduta al suo tavolo e lo aveva portato con sé a Wankham, dove lui poi aveva subito deciso di fermarsi. Ma oste, disse, non è mai diventato. Qui tutte le donne maritate, la padrona della locanda usò proprio il termine donne maritate, in effetti tutte le donne maritate, disse, dovevano sempre aspettarsi che i loro uomini precipitassero nella taglierina o che quanto meno la taglierina trinciasse loro una mano o varie dita, in fondo succedeva tutti i giorni, disse, che gli uomini si ferissero alle taglierine, e in realtà nella zona si aggiravano solo uomini mutilati dalle taglierine. In questa zona gli uomini lavorano al novanta per cento nella cartiera, disse. E per i figli non hanno altro in mente che mandarli anch’essi a lavorare nella cartiera, disse, è un meccanismo che si ripete da generazioni, pensai. E se la cartiera cessa l’attività, disse, qui restano tutti a spasso. Era solo questione di tempo, di pochissimo tempo, sostenne, e poi la cartiera avrebbe chiuso i battenti, tutto lo lasciava prevedere, essendo la cartiera un’azienda statale in breve tempo avrebbe dovuto chiudere perché, come tutte le altre aziende statali, si era indebitata per diversi miliardi. In questa zona tutto è stato costruito in base alla cartiera, e se chiude la cartiera va in malora tutto. Anche lei sarebbe finita malissimo, perché i suoi clienti erano al novanta per cento operai della cartiera, disse, almeno gli operai della cartiera spendono i loro soldi, sostenne, al contrario dei boscaioli che non spendono mai niente, e quanto ai contadini, peraltro pochissimi, le capitava di vederli al massimo una o due volte l’anno, quelli dall’epoca del processo evitavano la Dichtelmühle, non ci mettevano più piede se non per fare domande sgradevoli, così lei. Già da tempo non si dava più pensiero di un simile avvenire senza vie d’uscita, quel che sarebbe capitato non le importava più, in fondo suo figlio aveva dodici anni e da queste parti, disse, da che mondo è mondo i ragazzi a quattordici anni sono già capaci di reggersi sulle proprie gambe. A me l’avvenire non interessa affatto, disse. Il signor Wertheimer, così disse, era sempre stato per lei un graditissimo cliente. Ma i signori distinti come lui non sapevano niente della vita che faceva lei, non sapevano che cosa significhi portare avanti una locanda come la Dichtelmühle. Quelli (i signori distinti!) non parlavano d’altro che di questioni per lei incomprensibili e, pur non avendo niente di cui preoccuparsi, passavano tutto il loro tempo a rimuginare su come spendere i loro soldi e il loro tempo. Lei stessa di tempo e di soldi non ne aveva mai avuti abbastanza, e neanche una sola volta si era sentita infelice, al contrario di quelli da lei apostrofati come signori distinti che di tempo e di soldi ne avevano sempre avuti abbastanza e che parlavano continuamente della propria infelicità. Le era deltutto incomprensibile il fatto che Wertheimer, parlando con lei, dicesse di continuo di essere un uomo infelice. Spesso era rimasto a sedere fino all’una di notte lamentandosi con lei nella sala della locanda, e lei si era impietosita di lui, come disse, e lo aveva fatto salire nella propria camera perché nel cuore della notte lui a Traich non ci voleva tornare. Che le persone come il signor Wertheimer, disse, avevano tutte le possibilità di essere felici, ma non sfruttavano mai queste loro possibilità. Una casa così signorile in cui abita un uomo tanto infelice, disse. In fondo il suicidio di Wertheimer non era stato per lei una sorpresa, ma una cosa non avrebbe dovuto farla, disse, non si sarebbe dovuto impiccare a un albero proprio a Zizers davanti alla casa della sorella, questo lei non poteva perdonarglielo. Il modo in cui diceva Il signor Wertheimer era nello stesso tempo commovente e disgustoso. Una volta veramente sono andata da lui per chiedergli dei soldi, ma lui non me ne ha dati, disse, mi serviva urgentemente un credito per comprare un nuovo frigorifero. Ma i ricchi sono ben abbottonati, disse, quando si tratta di soldi.Eppure Wertheimer i suoi milioni li aveva sempre e soltanto gettati dalla finestra. Quanto a me, riteneva che fossi, esattamente come Wertheimer, un uomo benestante, o meglio ricco e disumano, dal momento che disse di punto in bianco che i benestanti e i ricchi sono tutti disumani. E lei era per caso umana? le domandai allora, ma a questa domanda non ebbi risposta. Si alzò in piedi e andò incontro agli autisti del camion della birra che si erano fermati davanti alla locanda con il loro grande autocarro. Io seguitavo a rimuginare su ciò che aveva detto la padrona della locanda, per questo non mi alzai subito in piedi per recarmi a Traich e anzi rimasi seduto in modo da poter osservare gli autisti del camion della birra e soprattutto la padrona della locanda, la quale senza dubbio aveva con gli autisti del camion della birra un rapporto più intimo di quello che aveva con tutte le altre persone che frequentavano la sua locanda. Gli autisti dei camion della birra mi hanno affascinato fin dalla primissima infanzia, e dunque anche quel giorno. Mi affascinò la maniera in cui scaricarono le botti di birra e, nell’atrio, le fecero rotolare davanti a sé, e come spillarono la prima botte davanti alla padrona della locanda per poi sedersi con lei al tavolo accanto al mio. Da bambino avrei voluto diventare ed essere autista di un camion della birra, gli autisti di quei camion li ammiravo, pensai, non riuscivo a saziarmi della loro vista. Mentre ero seduto al tavolo accanto al loro e osservavo gli autisti del camion della birra, fui subito riassalito da quella sensazione infantile, ma in essa non mi crogiolai a lungo, anzi mi alzai in piedi e uscii dalla Dichtelmühle per recarmi a Traich, non senza aver prima detto alla padrona della locanda che sarei ritornato verso sera o forse anche prima, dipendeva da tante cose, e che avrei molto apprezzato uno spuntino notturno. Mentre stavo per uscire, udii ancora gli autisti del camion della birra domandare alla padrona della locanda chi io fossi, e siccome ho un udito eccezionalmente fine, sentii anche che lei bisbigliava il mio nome e aggiungeva che ero un amico di Wertheimer, quel pazzo che si era tolto la vita in Svizzera. In fondo, pensai mentre mi allontanavo, anziché andare subito a Traich preferirei star seduto qui, nella sala della locanda, a sentire ciò che si dicono gli autisti del camion della birra e la padrona della locanda, ma soprattutto preferirei sedermi al tavolo di questi camionisti e bere con loro un bicchiere di birra. Continuamente ci figuriamo di sederci ad un tavolo con gli uomini dai quali ci sentiamo attratti da una vita intera, che sono questi, appunto, i cosiddetti uomini semplici, che naturalmente ci figuriamo diversissimi da come sono in realtà, perché se ci capita davvero di sederci a un tavolo con loro, ci rendiamo conto che non sono come li abbiamo immaginati e che non abbiamo con loro quelle cose in comune che ci eravamo persuasi di avere, anzi, al loro tavolo e in mezzo a loro ci becchiamo soltanto la temuta botta in testa che com’è logico avvertiamo non appena ci siamo seduti al loro tavolo e ci siamo illusi di avere con loro qualche cosa in comune e abbiamo pensato di poterci sedere impunemente, sia pure per pochissimo tempo, al loro tavolo, mentre non esiste, pensai, errore più grande. Per tutta la vita abbiamo nostalgia di uomini come questi, desideriamo avvicinarli, e quando ci rendiamo conto di quel che proviamo nei loro confronti, essi ci respingono, e in verità lo fanno con la massima spietatezza. Wertheimer ha descritto spesso come la sua esigenza di stare insieme e di sentirsi unito ai cosiddetti uomini semplici, e dunque al cosiddetto popolo, sia rimasta inappagata, e molto spesso ha raccontato di essere entrato nella Dichtelmühle con l’intento di sedersi al tavolo del popolo per poi doversi rendere conto fin dal primo tentativo in questo senso che sarebbe un errore pensare che gente come lui, Wertheimer, o anche come me, possa sedersi al tavolo del popolo come se niente fosse. Assai per tempo gli uomini come noi si sono esclusi dal tavolo del popolo, così diceva, ricordo, il fatto è che son già stati partoriti a un tavolo completamente diverso, diceva, non certo al tavolo del popolo. Ma ovviamente gli uomini come noi, diceva, sentono di continuo una grande attrazione verso il tavolo del popolo. Eppure al tavolo del popolo non c’è proprio niente che ci possa interessare, così diceva, ricordo. Essere uno che esiste come autista di un camion di birra, pensai, e giorno dopo giorno caricare e scaricare le botti di birra e farle rotolare negli ingressi delle osterie dell’Alta Austria e sempre sedersi ad un tavolo con tutte quelle donne sfasciate che gestiscono locande e osterie, e ogni giorno buttarsi nel letto stanco morto, per trenta o quarant’anni di seguito. Trassi un respiro profondo e affrettai il passo verso Traich. Che noi in campagna siamo messi a confronto coi problemi irresolvibili del mondo, irresolvibili in ogni tempo e in ogni futuro, in maniera assai più spietata che non in città, dove comunque se vogliamo possiamo renderci completamente anonimi, pensai, che in campagna le porcherie e le atrocità ci vengono sbattutedirettamente sulla faccia e non possiamo eluderle, e che, se viviamo in campagna, queste porcherie e atrocità ci mandano sicuramente in malora in brevissimo tempo, questo, pensai, non è cambiato affatto da quando io me ne sono andato. Se torno a Desselbrunn crepo di sicuro, di un mio ritorno a Desselbrunn non c’è neanche da parlarne, non ha senso neppure fra cinque o sei anni, mi dissi, e quanto più a lungo sono stato lontano tanto più è necessario che a Desselbrunn non ci torni, che rimanga a Madrid o in un’altra grande città, mi dissi, dovunque ma non in campagna, e men che mai nella campagna dell’Alta Austria, pensai. Faceva freddo e tirava vento. L’assoluta pazzia di andare a Traich, di essere sceso ad Attnang Puchheim e di esser stato a Wankham mi aveva dato alla testa. Per forza in questa zona Wertheimer era diventato pazzo, alla fine addirittura folle, pensai, e mi dissi che davvero era stato il soccombente di cui parlava sempre Glenn Gould, Wertheimer era un tipico uomo da vicolo cieco, mi dissi, ogni volta che usciva da un vicolo cieco entrava in un altro vicolo cieco, poiché Traich da sempre era stata per lui un vicolo cieco, come poi fu Vienna, e naturalmente anche Salisburgo, dal momento che Salisburgo non era stata per lui nient’altro che un vicolo cieco, il Mozarteum nient’altro che un vicolo cieco, e così la Wiener Akademie e tutto il suo studio del pianoforte, in ogni caso la gente come lui non può far altro che scegliere tra un vicolo cieco e l’altro, mi dissi, senza mai potersi districare da questo meccanismo. Il soccombente è già stato messo al mondo come soccombente, pensai, è stato da sempre il soccombente, e se osserviamo con puntigliosa attenzione il mondo che ci circonda, stabiliamo che questo mondo è composto quasi esclusivamente da uomini che soccombono come lui, mi dissi, da uomini da vicolo cieco come Wertheimer, che da Glenn Gould fin dal primo istante era stato visto in trasparenza come un tale soccombente e uomo da vicolo cieco, e infatti da Glenn Gould per primo è stato definito come soccombente in quel suo modo canadese-americano spietato ma anche assolutamente aperto; che Glenn Gould, mi dissi, ha detto a voce alta e senza il minimo imbarazzo ciò che anche gli altri pensavano ma non hanno mai detto a voce alta, perché agli altri non è congeniale quel tono americano-canadese spietato e aperto, ma anche salutare, ed è vero, mi dissi, che da sempre tutti quanti hanno visto in Wertheimer il soccombente, ma non hanno mai osato definirlo come soccombente; ma forse, pensai, è stato solo per mancanza di fantasia che agli altri non è venuta in mente una definizione così azzeccata, definizione che Glenn Gould ha creato fin dal primo momento in cui ha visto Wertheimer, con acume, devo dire, senza averlo osservato per molto tempo subito gli è venuto in mente il soccombente, al contrario di me che solo dopo averlo osservato piuttosto a lungo ed esser stato con lui per anni e anni, ho ideato il concetto di uomo da vicolo cieco. Abbiamo continuamente a che fare con tali soccombenti e con tali uomini da vicolo cieco, dissi a me stesso camminando veloce contro il vento. Facciamo una grandissima fatica per salvarci da questi soccombenti e da questi uomini da vicolo cieco, poiché questi soccombenti e questi uomini da vicolo cieco ce la mettono tutta per tiranneggiare il mondo che li circonda e uccidere a poco a poco le persone che li frequentano, mi dissi. Per deboli che siano, e proprio perché la debolezza è radicata profondamente nella loro natura e costruzione, essi hanno la forza di esercitare sul mondo che li circonda un effetto devastante, pensai. Col mondo che li circonda e con le persone che li frequentano si comportano, mi dissi, con una spietatezza che all’inizio non riusciamo nemmeno a immaginare, e quando finalmente ci rendiamo conto dei loro veri impulsi, del meccanismo peculiarissimo del loro essere soccombenti e uomini da vicolo cieco, allora è quasi sempre troppo tardi, ormai, per sottrarci al loro influsso, quelli ci trascinano con sé, appena possono ci trascinano verso il basso, mi dissi, con tutta la violenza di cui sono capaci, disposti a sacrificare chiunque, anche la propria sorella, pensai. Dalla loro infelicità, dal loro meccanismo di uomini che soccombono essi traggono il loro massimo capitale, dissi a me stesso camminando verso Traich, anche se alla fine, com’è ovvio, l’utilità di questo capitale risulta praticamente nulla. Wertheimer si è sempre accostato alla propria vita con false premesse, mi dissi, a differenza di Glenn, che si è sempre accostato alla propria esistenza con le premesse giuste. Wertheimer ha invidiato a Glenn Gould perfino la morte, mi dissi, neanche la morte di Glenn Gould è riuscito a sopportare e poco dopo si è tolto la vita, e in verità l’elemento scatenante del suicidio di Wertheimer non è stato il fatto che la sorella lo abbia lasciato per andare in Svizzera, ma la sua incapacità di sopportare il fatto che Glenn Gould sia stato colto dall’ictus quando ormai era giunto, bisogna che lo dica, al vertice della propria arte. All’inizio Wertheimer non ha sopportato che Glenn Gould suonasse il pianoforte meglio di lui, che di colpo fosse diventato Glenn Gould il genio, e per di più celebre nel mondo intero, ma poi non ha sopportato neppure che Glenn, giunto al vertice del proprio genio e della propria mondiale celebrità, sia stato colto dall’ictus, pensai. A Wertheimer invece non restava che darsi la morte, darsi la morte con le proprie mani, pensai. In un accesso di megalomania egli si è seduto nel treno per Coira, mi dissi ora, è andato fino a Zizers, e lì si è impiccato, si è spudoratamente impiccato davanti alla casa dei Duttweiler. Di che cosa avrei potuto parlare coi Duttweiler? domandai a me stesso, e subito mi risposi con un di niente, che in effetti pronunciai ad alta voce. Avrei dovuto dire alla sorella ciò che davvero pensavo e penso tuttora di Wertheimer, ciò che pensavo e penso di suo fratello? Sarebbe stata un’enorme sciocchezza, mi dissi. Con le mie chiacchiere avrei solo infastidito i Duttweiler senza trarne personalmente alcun vantaggio. Comunque avrei dovuto declinare l’invito a pranzo dei due Duttweiler con un tono più cortese, pensai, in effetti ho declinato il loro invito con un tono non solo scortese, ma addirittura inammissibile, li ho brutalmente offesi, e questo ora non mi stava più bene. Noi trattiamo la gente in modo ingiusto e la offendiamo con l’unico intento di sottrarci momentaneamente alla maggior fatica di un confronto sgradevole, pensai, e infatti il confronto coi Duttweiler dopo il funerale di Wertheimer tutto sarebbe stato fuorché gradevole, io avrei di nuovo spiattellato davanti a loro tutto ciò che ha a che fare con Wertheimer e che sarebbe meglio non venisse più spiattellato, e come fatalmente mi succede da sempre, lo avrei fatto con quella iniquità e imprecisione, in una parola con quella soggettività che io stesso ho sempre detestato senza neanche trarne, come contropartita, un senso di sicurezza. E anche i Duttweiler, mi dissi, avrebbero fatto i loro ragionamenti su Wertheimer, che pure avrebbero dato luogo a un’immagine falsa e iniqua di Wertheimer. Noi descriviamo e giudichiamo gli esseri umani sempre e soltanto in maniera errata, li giudichiamo iniquamente, li descriviamo con malizia, mi dissi, ed è sempre così, quale che sia nel caso specifico la nostra descrizione o il nostro giudizio. Un tale pranzo a Coira coi Duttweiler non avrebbe potuto far altro che portare a malintesi e alla fin fine entrambe le parti alla disperazione, pensai. È stato quindi un bene che io abbia declinato il loro invito e sia subito ripartito per l’Austria, pensai, anche se certo non sarei dovuto scendere ad Attnang Puchheim, sarei dovuto tornar subito a Vienna, andare a casa mia, rimanervi una notte e poi ripartire per Madrid, pensai. Non riuscivo a perdonarmi l’aspetto sentimentale di quella sosta ad Attnang Puchheim, e poi, a Wankham, una notte così disgustosa e però necessaria se volevo visitare Traich, la casa lasciata da Wertheimer. Quanto meno avrei dovuto domandare ai Duttweiler chi ora si trovasse a Traich, perché nemmeno sulla strada per Traich riuscivo a immaginare chi ora si trovasse a Traich, giacché non potevo fidarmi delle informazioni della padrona della locanda, quella è sempre stata una chiacchierona, pensai, e come tutte le donne del suo stampo dice solo sciocchezze e cose non vere. E può darsi perfino che la Duttweiler stessa già si trovi a Traich, pensai, la cosa più logica sarebbe infatti che lei fosse partita da Coira per Traich non di sera come me, ma già di pomeriggio o addirittura a mezzogiorno. Chi altri sennò potrebbe ora occuparsi di Traich? pensai, se non la sorella, la quale, essendo Wertheimer morto e sepolto a Coira, non ha da lui più nulla da temere. Il suo torturatore è morto, pensai, il suo distruttore ha finito di vivere, non è più al mondo e non potrà mai più immischiarsi nelle sue faccende. Anche adesso come al solito avevo esagerato e mi sentii in grave imbarazzo perché ad un tratto avevo definito Wertheimer come il torturatore e il distruttore di sua sorella, ecco, pensai, così mi comporto sempre nei confronti degli altri, mi comporto in maniera ingiusta, addirittura criminosa. Ho sempre sofferto per il fatto di essere ingiusto, pensai. Il signor Duttweiler, che al nostro primo incontro mi era parso così disgustoso e che probabilmente, come ora pensai, non è affatto così disgustoso come allora mi è parso, il signor Duttweiler, pensai, non ha certo alcun interesse per la casa di Traich e anzi di sicuro non ha il minimo interesse per gli interessi dei Wertheimer in generale, mi dissi, dal suo aspetto non si direbbe proprio che abbia alcun interesse per i beni lasciati da Wertheimer a Traich e a Vienna, eventualmente il signor Duttweiler potrebbe avere un qualche interesse per il denaro lasciato da Wertheimer, ma solo per quello, non certo per tutto il resto dell’eredità Wertheimer, mentre la sorella dovrebbe avere un interesse grandissimo per questa eredità, perché non posso pensare, pensai, che sposandosi con quel tale Duttweiler la sorella di Wertheimer si sia staccata da suo fratello in maniera così radicale e definitiva da essere ormai del tutto indifferente al lascito di suo fratello, e dunque supposi al contrario che proprio adesso, lasciata per così dire in libertà da suo fratello a causa del suicidio dimostrativo di quest’ultimo, lei si interessasse a tutte le cose di Wertheimer con quella intensità che finora le era mancata e che forse ora avrebbe mostrato interesse perfino per il lascito di suo fratello riguardante le cosiddette scienze dello spirito. Con gli occhi della mente, come si suol dire, già la vidi a Traich china su migliaia, se non centinaia di migliaia di schede scritte da suo fratello, e intenta a studiarle. Poi ripensandoci mi dissi di no, Wertheimer, pensai, non ha lasciato nulla, neanche una sola scheda, questo gli corrisponde di più che non un cosiddetto lascito letterario al quale egli stesso non ha mai datoimportanza, così almeno gli ho sempre sentito dire, anche se non sono in grado di stabilire se dicendo questo parlasse sul serio, pensai. Molto spesso, infatti, le persone dedite a un lavoro intellettuale dichiarano di non dare importanza ai prodotti di questo lavoro, invece gliene danno moltissima, pensai, solo che non vogliono ammetterlo perché se ne vergognano, dicono che si tratta di una ignobile insinuazione, e denigrano il proprio lavoro per evitare almeno di doversi vergognare pubblicamente, e Wertheimer, pensai, era proprio il tipo da mettere in campo una simile furbesca manovra per quel che riguarda la sua cosiddetta scienza dello spirito. Se così fosse, pensai, avrei davvero l’opportunità di dare un’occhiata al suo lavoro intellettuale. Ad un tratto il freddo era tale che dovetti alzarmi il bavero della giacca. Continuamente ci interroghiamo sulla causa delle cose, e una dopo l’altra prendiamo in considerazione diverse possibilità, pensai, e io che la vera causa della morte di Wertheimer è stata la morte di Glenn e non il fatto che la sorella di Wertheimer si è trasferita a Zizers da quel Duttweiler l’ho pensato moltissime volte. Non solo dobbiamo dire che come sempre la causa va ricercata in qualcosa di assai più profondo, in questo caso nelle Variazioni Goldberg che Glenn ha suonato a Salisburgo mentre frequentavamo il corso di Horowitz, la causa è il Clavicembalo ben temperato, pensai, non il fatto che la sorella di Wertheimer si è separata da suo fratello all’età di quarantasei anni. In effetti la sorella di Wertheimer non ha colpa per la morte di Wertheimer, pensai, è stato Wertheimer, pensai, che ha rovesciato sulla sorella la colpa per il proprio suicidio con l’idea di deviare l’attenzione dal fatto che tutta la colpa per il suo suicidio e, in generale, per la sua catastrofica esistenza andava attribuita alle Variazioni Goldbergnell’interpretazione di Glenn, e al suo Clavicembalo ben temperato. Tuttavia, la catastrofe di Wertheimer ha già avuto inizio nell’istante in cui Glenn Gould, rivolgendosi a Wertheimer, gli ha detto che era il soccombente, ad un tratto ciò che Wertheimer aveva sempre saputo fu pronunciato da Glenn a voce alta e devo dire senza alcun preconcetto in quel suo tono tipico canadese-americano, Glenn con quel suo soccombente ha colpito Wertheimer a morte, pensai, non perché Wertheimer abbia udito allora per la prima volta quel concetto, ma perché, pur senza conoscere la parola soccombente, Wertheimer aveva già da molto tempo familiarità con il concetto di soccombente, e però Glenn Gould ha pronunciato la parola soccombente in un momento cruciale, pensai. Noi diciamo una parola e annientiamo un essere umano senza che questo essere umano da noi annientato, nel momento in cui pronunciamo la parola che lo annienta, abbia cognizione di questo fatto micidiale, pensai. Un simile essere umano, messo a confronto con una tale parola micidiale, nel senso che micidiale è il concetto che ad essa corrisponde, ancora non intuisce nulla dell’effetto micidiale di questa parola e del concetto che ad essa corrisponde, pensai. Glenn ha detto a Wertheimer la parola soccombente ancor prima, comunque, che avesse inizio il corso di Horowitz, pensai, io potrei perfino stabilire l’ora esatta in cui Glenn ha detto a Wertheimer la parola soccombente. Noi diciamo una parola micidiale a un essere umano e, com’è ovvio, in quell’istante non siamo consapevoli di avergli detto una parola micidiale, pensai. Wertheimer si è tolto la vita a distanza di ventotto anni da quando Glenn, rivolgendosi a lui nel Mozarteum, gli ha detto che era un soccombente e a distanza di dodici anni da quando glielo ha detto in America. Gli uomini che si suicidano sono ridicoli, diceva spesso Wertheimer, quelli che si impiccano sono i più disgustosi di tutti, diceva anche, pensai, adesso naturalmente ci sorprende che egli parlasse così spesso di suicidio, ma devo dire che ogni volta, ora più ora meno, i suicidi li prendeva in giro, del suicidio e dei suicidi parlava sempre come se questi due concetti non avessero per lui il minimo interesse, come se sia l’uno sia l’altro non potessero riguardarlo in alcun modo. Io ero un uomo da suicidio, questo lo diceva spesso, ricordai sulla strada per Traich, la persona minacciata ero io, lui no di certo. E riteneva anche sua sorella capace di suicidarsi, forse perché meglio di chiunque altro lui era al corrente della sua effettiva situazione, forse perché conosceva perfettamente la sua totale mancanza di prospettive, la conosceva come nessun altro, dal momento che, come spesso diceva, era convinto di vedere in trasparenza la propria creatura. Eppure sua sorella, anziché togliersi la vita, è andata in Svizzera da Duttweiler, si è sposata con il signor Duttweiler, pensai. Wertheimer si è poi tolto la vita in un modo che lui stesso aveva sempre definito ripugnante e disgustoso proprio in Svizzera, e dunque sua sorella, anziché togliersi la vita è andata in Svizzera a maritarsi con quel riccone della chimica di un Duttweiler, mentre lui, Wertheimer, ci è andato per impiccarsi a un albero di Zizers, pensai. Ha voluto studiare con Horowitz, pensai, ed è stato annientato da Glenn Gould. Glenn è morto nel momento per lui ideale, Wertheimer invece non si è tolto la vita nel momento per lui ideale, pensai. Se davvero ritenterò da capo la mia descrizione di Glenn Gould, pensai, dovrò inserirvi anche la suadescrizione di Wertheimer, e c’è da domandarsi chi sarà al centro di questa descrizione, se Glenn Gould o Wertheimer, pensai. Partirò da Glenn Gould, dalle Variazioni Goldberg e dal Clavicembalo ben temperato, ma per quel che mi riguarda Wertheimer avrà in questa descrizione un ruolo decisivo, giacché per me Glenn Gould è sempre stato in qualche modo legato a Wertheimer, e viceversa Wertheimer a Glenn Gould, e forse tutto sommato è stato più importante Glenn Gould per Wertheimer che viceversa. Il vero punto di partenza dovrà essere il corso di Horowitz, la casa dello scultore a Leopoldskron, il fatto che ventotto anni fa, del tutto indipendentemente uno dall’altro, ci siamo avvicinati l’un l’altro in un modo decisivo per la nostra vita, pensai. Il Bösendorfer di Wertheimer contro lo Steinway di Glenn Gould, pensai, le Variazioni Goldberg di Glenn Gould contro l’Arte della fuga di Wertheimer, pensai. Glenn Gould non deve certo a Horowitz il proprio genio, pensai, ma Wertheimer può senz’altro ritenere Horowitzresponsabile della propria distruzione e del proprio annientamento, pensai, perché Wertheimer era andato a Salisburgo attratto dalla fama di Horowitz, senza la fama di Horowitz non sarebbe mai andato a Salisburgo, comunque non ci sarebbe andato in quell’anno che per lui è stato fatale. Le Variazioni Goldberg, che pure sono state composte con l’unico scopo di rendere sopportabile l’insonnia di un uomo che ha sofferto d’insonnia per tutta la vita, pensai, hanno tolto la vita a Wertheimer. Composte originariamente per ristorare gli animi, dopo quasi duecentocinquant’anni hanno tolto la vita a un uomo senza speranza, hanno tolto la vita a Wertheimer, pensai sulla strada per Traich. Se ventotto anni fa Wertheimer non fosse passato davanti alla stanza numero trentatré al primo piano del Mozarteum, erano, come ricordo, esattamente le quattro del pomeriggio, ventotto anni dopo egli non si sarebbe impiccato a Zizers nei pressi di Coira, pensai. Fatale per Wertheimer è stato il fatto di essere passato davanti alla stanza trentatré del Mozarteum proprio nel momento in cui Glenn Gould suonava in quella stanza la cosiddetta Aria. Wertheimer mi raccontò la sua esperienza e disse che mentre sentiva suonare Glenn era rimasto in piedi davanti alla porta della stanza trentatré fino alla fine dell’Aria. Allora compresi con chiarezza che cos’è uno shock, pensai adesso. Del fatto che Glenn Gould era stato un cosiddetto bambino prodigio noi due, Wertheimer ed io, non sapevamo nulla, ma se anche ne fossimo stati in qualche modo al corrente, non l’avremmo certo tenuto in gran conto, pensai. Glenn Gould non fu un bambino prodigio, fu fin dall’inizio un genio del pianoforte, pensai, già da bambino andava ben oltre la padronanza tecnica dello strumento. Noi due, Wertheimer ed io, avevamo per così dire le nostre case da isolamento in campagna e da esse scappammo lontano. Glenn Gould si costruì la sua gabbia da isolamento, come chiamava il suo studio, in America nei pressi di New York. Dato che Glenn ha chiamato Wertheimer il soccombente, devo dire che lui, Glenn, era l’inospitale, pensai. E il 1953 devo invece definirlo come l’anno fatale per Wertheimer, perché nel 1953, a Leopoldskron nella nostra casa dello scultore, Glenn Gould ha suonato le Variazioni Goldberg solamente per Wertheimer e per me, e questo è accaduto vari anni prima che egli come si dice diventasse di colpo una celebrità mondiale suonando appunto le Variazioni Goldberg. Nel 1953 Glenn Gould ha annientato Wertheimer, pensai. Nel 1954 di lui non sapemmo più nulla, nel 1955 ha suonato le Variazioni Goldberg nel Teatro del Festival, Wertheimer ed io lo sentimmo dalla soffitta del teatro insieme a parecchi scenotecnici, che pur non avendo mai sentito un concerto per pianoforte sono rimasti entusiasti di Glenn Gould e del suo modo di suonare. Glenn, che ogni volta era tutto un sudore, Glenn, l’americano canadese che senza alcun imbarazzo ha chiamato Wertheimer il soccombente, Glenn, che nell’osteria Ganshof ha riso in un modo come non ho mai sentito ridere nessuno né prima né poi, pensai, e lo paragonai a Wertheimer, che è stato l’esatto opposto di Glenn Gould, anche se questo contrasto non sono in grado di descriverlo, ma proverò a farlo, pensai, quando riprenderò in mano il mio Saggio su Glenn. Mi chiuderò in casa nella Calle del Prado e scriverò su Glenn, e allora, con assoluta naturalezza, riuscirò a capir bene Wertheimer, pensai. Scrivendo su Glenn Gould farò chiarezza in me stesso su Wertheimer, pensai sulla strada per Traich. Andavo veramente troppo in fretta e mentre camminavo mi sentii mancare il fiato, mi venne la nausea, la vecchia nausea di cui soffro ormai da più di vent’anni. Scrivendo su uno (Glenn Gould), farò chiarezza in me stesso sull’altro (Wertheimer), pensai, sentendo di continuo, per poter scrivere su di esse, le Variazioni Goldberg (e l’Arte della fuga) dell’uno (di Glenn), riuscirò a sapere e dunque ad annotare sempre più cose sull’arte (o la non arte!) dell’altro (di Wertheimer), pensai, e ad un tratto mi venne una grande nostalgia di Madrid e della Calle del Prado e della mia vita in Spagna, una simile nostalgia non l’avevo mai provata per nessun altro luogo. La strada che portava a Traich era proprio deprimente, e di sicuro, così pensai e ripensai più volte, sarà una strada senza scopo. O forse invece non sarà del tutto senza scopo, così pensai per un attimo, e pensandoci affrettai il passo ancora di più in direzione di Traich. Il casino di caccia lo conoscevo, la mia prima impressione fu che in esso niente fosse cambiato, la seconda che dovesse essere un edificio ideale per una persona come Wertheimer e che invece non era mai stato l’edificio ideale per lui, anzi proprio l’opposto. Come del resto la mia casa di Desselbrunn, che per me non è mai stata l’ideale, anzi è sempre stata ed è tuttora l’opposto dell’ideale, pensai, benché in base alle apparenze tutto lasci pensare che Desselbrunn sia l’ideale per me (e per quelli come me). Noi vediamo un edificio e crediamo che per noi (e per quelli come noi) sia l’edificio ideale, eppure non è affatto ideale per i nostri scopi e per gli scopi di quelli come noi, pensai. Il mio sospetto che Traich fosse chiusa si rivelò infondato, il cancello del giardino era aperto, ed era anche aperta, come vidi da lontano, la porta di casa, e io infatti attraversai subito il giardino e varcai la porta di casa. Il boscaiolo Franz (Kohlroser), che già conoscevo, mi salutò. Solo quel giorno di buon mattino, disse, aveva saputo del suicidio di Wertheimer, tutti loro erano rimasti inorriditi, disse. La sorella di Wertheimer, disse, la signora Duttweiler, aveva annunciato la sua venuta per il giorno successivo. Mi invitò a entrare, lui nel frattempo aveva aperto le finestre di tutte le stanze per dare aria alla casa, disse, per colmo di sfortuna il suo collega era andato a Linz per tre giorni, lui era solo a Traich, è una fortuna che lei sia venuto, disse. Domandò se volevo dell’acqua, si era subito ricordato che sono un bevitore d’acqua. No, risposi, non adesso, e aggiunsi che avevo già bevuto del tè nella locanda di Wankham nella quale avevo in mente di passare la notte. Come sempre Wertheimer era partito per non più di due o tre giorni e in effetti aveva detto che sarebbe andato a Coira da sua sorella, disse Franz. Non aveva notato in Wertheimer niente di strano o di fuori del normale quando questi aveva lasciato Traich con una automobile, disse Franz, che aveva guidato personalmente fino ad Attnang Puchheim, l’auto di sicuro si trovava ancora lì, nel piazzale davanti alla stazione. Franz fece i suoi calcoli e disse che erano passati esattamente dodici giorni da quando il suo padrone era partito per la Svizzera e che, come aveva saputo solo adesso da me, era morto già da undici giorni. Impiccato, avevo detto a Franz. Lui, Franz, temeva che ora, dopo la morte di Wertheimer che era il suo datore di lavoro, tutto a Traich potesse cambiare, tanto più che quanto alla Duttweiler, si trattava di una persona bizzarra, non disse esplicitamente di temere la comparsa della signora Duttweiler, ma fece capire di aver paura che lei, sotto l’influsso di quello svizzero, ossia del marito, volesse cambiare tutto a Traich, può darsi che metta Traich in vendita, ha detto Franz, perché lei di Traich non sa certo che farsene ora che si è sposata in Svizzera, e per di più con uno svizzero così ricco. Traich era stata davvero in tutto e per tutto la casa di suo fratello, da questi interamente costruita, arredata e sistemata per i propri scopi, e in maniera tale da risultare per forza sgradevole a chiunque altro, come io pensai, una casa in stile Wertheimer, in tutto e per tutto fatta per lui. A Traich la sorella di Wertheimer non si era in effetti mai sentita a suo agio, e suo fratello, così Franz, non le aveva mai permesso di espandersi a Traich, mai una volta che avesse appagato un suo desiderio riguardante Traich, tutte le sue idee intese a cambiare Traich secondo il proprio gusto lui, Wertheimer, le aveva soffocate sul nascere, e inoltre a Traich l’aveva sempre e soltanto tormentata, povera donna, così si espresse Franz. La Duttweiler, sostenne, Traich doveva proprio odiarla, perché a Traich, così Franz, non aveva avuto un solo giorno di felicità. Ricordava che una volta, senza neanche domandare a lui, Franz, se suo fratello sarebbe stato d’accordo, la Duttweiler aveva tirato le tende della stanza di Wertheimer, al che questi, furente, l’aveva cacciata via dalla stanza. Se lei voleva avere degli ospiti a Traich, disse Franz, lui non le dava il permesso di invitarli, e neanche poteva vestirsi come voleva, era tenuta a indossare solo gli abiti che lui voleva vederle addosso, nemmeno nei giorni più freddi aveva il permesso di portare il suo cappello tirolese, perché il fratello odiava i cappelli tirolesi e odiava, questo lo so anch’io, tutto ciò che ha a che fare coi costumi regionali, lui stesso non ha mai indossato nulla che assomigliasse, sia pure alla lontana, a un costume regionale, e così naturalmente qui in zona si è sempre fatto notare, perché i costumi regionali da queste parti li portano tutti, soprattutto i costumi in Loden tirolese che, dato il clima orribile di questo paese a ridosso delle montagne, sono in effetti, pensai, il tipo di abbigliamento ideale, davvero non ce n’è uno migliore, pensai, eppure il costume regionale, come del resto ogni cosa che glielo facesse venire in mente, era per Wertheimer motivo di profondissimo fastidio. Quando sua sorella un giorno gli ha chiesto il permesso di recarsi con una vicina sul cosiddetto Bäckerberg per partecipare a un ballo organizzato in occasione del Primo Maggio, Wertheimer, disse Franz, glielo ha proibito. E lei naturalmente aveva dovuto rinunciare alla compagnia del parroco, perché Wertheimer detestava il cattolicesimo a cui negli ultimi anni sua sorella, come anch’io certo sapevo, si era interamente votata. Una delle abitudini di Wertheimer era quella di svegliare la sorella a notte fonda e di invitarla nella sua stanza per farle suonare, su un vecchio armonium che appunto si trovava nella sua stanza, qualcosa di Händel, Franz disse proprio Händel. All’una o alle due di notte la sorella doveva alzarsi e indossare la vestaglia e andare nella sua stanza e sedersi all’armonium e in quella stanza gelida suonare Händel, disse Franz, sicché com’è ovvio prendeva freddo, e in effetti a Traich aveva sofferto di continui raffreddori. Lui, Wertheimer, non aveva trattato bene sua sorella, disse Franz. Prima pretendeva che su quel vecchio armonium lei suonasse Händel per un’ora, e poi al mattino presto, mentre facevano colazione in cucina, lui le diceva che il suo modo di suonare l’armonium era insopportabile. Lui pretendeva che lei gli suonasse qualcosa per potersi riaddormentare, disse Franz, perché il signor Wertheimer in verità ha sempre sofferto d’insonnia, ma poi di buon mattino le diceva che suonava come una troia. Wertheimer aveva sempre dovuto costringere sua sorella a venire a Traich, lui, Franz, credeva addirittura che Wertheimer odiasse sua sorella anche se a Traich non poteva vivere senza di lei, e io pensai che Wertheimer ha sempre detto che voleva star solo senza essere capace di star solo, non era un tipo da star solo, pensai, e così la sorella, che ha certo odiato, ma anche amato più di qualsiasi altra persona al mondo, se l’è sempre portata a Traich per poter a suo modo abusare di lei. Quando cominciava il freddo, così Franz, lui si faceva scaldare la stanza da sua sorella ma non permetteva che la stanza di lei venisse riscaldata. Se lei voleva fare una passeggiata, era costretta a incamminarsi nella direzione prescritta da suo fratello, e anche la lunghezza del tragitto era prescritta da suo fratello e, quanto ai tempi, doveva attenersi a quelli da lui stabiliti per le sue passeggiate, così Franz. La maggior parte del tempo, così Franz, lei lo passava seduta nella sua stanza, ma non aveva il permesso di ascoltare della musica, avrebbe volentieri sentito dei dischi, ma questo il fratello non poteva sopportarlo. Lui, Franz, ricordava ancora con precisione l’infanzia dei due Wertheimer, quando ancora tutti allegri erano giunti a Traich, due bambini vivaci e pieni d’iniziativa, così Franz. Il casino di caccia era stato il campo di gioco preferito dei due piccoli Wertheimer. Nel periodo in cui i Wertheimer erano stati in Inghilterra, durante il nazismo, così Franz, mentre Traich era abitata da un funzionario nazista, regnava a Traich un silenzio inquietante, e in realtà in quell’epoca tutto andava in malora, niente veniva mai riparato, ogni cosa era abbandonata a se stessa, il funzionario infatti non si occupava di nulla, Traich era abitata allora da un conte nazista decaduto che comunque non capiva niente di niente, così Franz, e Traich quel conte nazista l’aveva quasi mandata in rovina. Al rientro dall’Inghilterra, i Wertheimer si erano prima recati a Vienna e solo molto dopo a Traich, così Franz, ma si erano completamente ritirati in se stessi e non avevano ripreso alcun contatto con la gente lì intorno. Lui, Franz, era tornato al loro servizio, i Wertheimer, disse, lo avevano sempre pagato bene e gli avevano sempre dato atto, così lui, della sua fedeltà anche quando comandavano i nazisti e in tutto quel periodo da essi trascorso in Inghilterra. Il fatto che lui, durante il cosiddetto nazismo, si era occupato di Traich più di quanto fosse gradito ai nazisti, così Franz, gli aveva procurato non solo un ammonimento da parte delle autorità naziste, ma anche due mesi di prigione a Wels, da allora lui odiava Wels, e non ci andava più nemmeno per la festa del paese. Il signor Wertheimer non permetteva che sua sorella andasse in chiesa, disse Franz, ma lei si recava segretamente alla funzione serale. I genitori dei ragazzi Wertheimer Traich non se l’erano poi molto goduta, disse Franz, con il quale mi trovavo in cucina, erano morti davvero troppo presto in quell’incidente. Volevano andare a Merano, disse Franz. Veramente, disse, il vecchio Wertheimer a Merano non ci voleva andare, ma lei sì, disse. La macchina dell’incidente, precipitata in una scarpata vicino a Bressanone, era stata ritrovata solo dopo due settimane, disse. A Merano i Wertheimer hanno dei parenti, pensai. Già il bisnonno dei Wertheimer, disse, aveva assunto lui, Franz, a Traich. Anche per suo padre l’impiego in casa Wertheimer era stato un impiego per la vita. I padroni erano sempre stati buoni con lui e coi suoi, non si poteva davvero incolparli di nulla, e dunque era più che naturale che anche lui e suo padre si fossero sempre comportati in modo tale da non meritare alcun rimprovero, così Franz. Egli non riusciva a immaginare che cosa ora ne sarebbe stato di Traich. Franz volle poi sapere che cosa pensassi del signor Duttweiler, ma io mi limitai a scuotere il capo. È probabile, così Franz, che la sorella di Wertheimer venga a Traich per mettere Traich in vendita. No, questo non lo credo, dissi io, non potevo assolutamente immaginare che la Duttweiler vendesse Traich, dissi così pur pensando che poteva darsi benissimo che lei pensasse di mettere Traich in vendita, a Franz comunque non dissi quello che pensavo, gli dissi anzi chiaramente di no, non credo proprio, dissi, che la Duttweiler voglia vendere Traich, davvero non penso che lo farà. Volevo tranquillizzare Franz, il quale era ovviamente preoccupato di perdere il suo impiego per la vita. È senz’altro possibile che la Duttweiler, la sorella di Wertheimer, venga a Traich e metta Traich in vendita magari in quattro e quattr’otto, pensavo, ma dissi a Franz che ero convinto che la sorella di Wertheimer, la sorella del mio amico, sottolineai esplicitamente, non avrebbe messo in vendita Traich, hanno tanti di quei soldi i Duttweiler, dissi a Franz, che certo non hanno bisogno di vendere Traich, e intanto pensavo, proprio perché i Duttweiler hanno tantissimi soldi non è escluso che pensino di disfarsi di Traich nella maniera più semplice in quattro e quattr’otto, certamente non venderanno Traich, dissi, e pensavo, forse addirittura venderanno Traich immediatamente, e dissi a Franz che poteva star tranquillo che qui a Traich nulla sarebbe cambiato, e intanto pensavo, è probabile che a Traich tutto cambierà. La Duttweiler verrà qui e sistemerà quel che c’è da sistemare, dissi a Franz, prenderà l’eredità in mano, dissi, e domandai a Franz se la Duttweiler aveva in mente di venire a Traich da sola o insieme al marito. Questo non lo sapeva, rispose, lei non glielo aveva comunicato. Bevvi un bicchier d’acqua e mentre bevevo pensai che a Traich avevo sempre bevuto la migliore acqua della mia vita. Prima di andare in Svizzera, disse Franz, Wertheimer aveva invitato a Traich un mucchio di gente per due settimane, per rimettere in ordine tutto quanto lui e il suo collega avevano dovuto lavorare per diversi giorni di seguito, gli ospiti erano tutti viennesi, disse Franz, a Traich non si erano mai visti ma si trattava chiaramente di buoni amici del suo padrone. Di quei tipi avevo già sentito parlare dalla padrona della locanda, dissi, sapevo che erano andati scorrazzando su e giù per la zona, erano artisti, dissi, o forse musicisti, e mi chiesi se nel caso di questi artisti e musicisti non si trattasse di gente con cui Wertheimer era stato a scuola insieme, colleghi per così dire di università, gente da lui conosciuta all’epoca dei suoi studi accademici a Vienna e a Salisburgo. Alla fine ci vengono in mente tutti i nostri compagni di università, e allora li invitiamo, ma solo per constatare che con loro non abbiamo più niente in comune, pensai. Wertheimer ha invitato anche me, pensai per un istante, e con pena indicibile pensai alle sue lettere, ma soprattutto all’ultima cartolina che mi aveva spedito a Madrid, adesso naturalmente avevo la coscienza sporca perché questo suo invito di artisti lo mettevo in relazione anche con me, ma lui di questa gente non mi ha scritto nulla, pensai, e comunque, mi dissi, non sarei venuto a Traich per unirmi a tutta questa gente. Che cosa mai può esser passato nella mente di Wertheimer per indurre ad un tratto proprio lui, che a Traich non ha mai invitato nessuno, a far venire a Traich dozzine di persone, vecchi compagni di studio tra l’altro, tutta gente che ha sempre odiato; ogni volta che Wertheimer parlava dei suoi vecchi compagni di studio, come minimo si poteva avvertire una nota di disprezzo, pensai. Ciò che la padrona della locanda mi aveva detto soltanto per sommi capi e di cui in ogni caso non poteva sapere di più, e cioè che aveva visto quei tipi andare in giro per il paese, ridere, e poi schiamazzare su e giù nella zona in quel loro stravagante travestimento o abbigliamento da artisti, tutto ciò di colpo mi si chiarì: Wertheimer ha invitato a Traich i suoi vecchi compagni di studio, e non solo non li ha subito cacciati via, ma anzi per giorni, e addirittura per settimane intere ha lasciato che quelli si sfogassero contro di lui. Una cosa che doveva apparirmi del tutto incomprensibile, perché Wertheimer per decenni non ha mai voluto saperne di questi suoi compagni di studio, non ha mai voluto sentir parlare di loro e mai si sarebbe sognato di invitarli un bel giorno a Traich, ebbene questa cosa lui ora l’aveva fatta, non si poteva dubitarne, e tra un invito così assurdo e il suo suicidio esiste naturalmente un nesso, pensai. Quella gente aveva rovinato molte cose a Traich, disse Franz. Quando era con loro, questo in effetti era saltato agli occhi anche a Franz, Wertheimer erarilassato, in loro compagnia per quei giorni e per quelle settimane era apparso trasformato, trasformato in tutto e per tutto. Anche Franz disse che quella gente era rimasta a Traich più di due settimane facendosi sopportare da Wertheimer, usò proprio la parola sopportare, la stessa che aveva usato la padrona della locanda in relazione a quella gente che veniva da Vienna. Dopo che se ne fu andata l’intera compagnia, di notte non erano mai andati a dormire e tutti i giorni li avevano passati a sbronzarsi, Wertheimer si era steso sul letto e per due giorni e due notti non si era più alzato, così Franz, e lui nel frattempo aveva tolto di mezzo il luridume lasciato da quella gente di città e fatto in modo che la casa tornasse in uno stato decoroso, per risparmiare al signor Wertheimer, quando si fosse rialzato dal letto, la vista della devastazione di Traich, così Franz. Ma a un fatto che a lui stesso, Franz, era parso particolarmente strano, e cioè che Wertheimer si era fatto venire un pianoforte da Salisburgo per suonare su quel pianoforte, certamente anch’io, disse, avrei dato una certa importanza. Un giorno prima che quella gente arrivasse da Vienna, Wertheimer aveva ordinato a Salisburgo un pianoforte che si era fatto portare a Traich, e su questo pianoforte si era messo a suonare, prima soltanto per sé, poi, quando arrivò l’intera compagnia, per quelli della compagnia, Bach, disse Franz, si era messo Wertheimer a suonare per loro, Händel e Bach, lui che non suonava più da oltre dieci anni, disse. Wertheimer, così Franz, aveva seguitato a suonare senza posa Bach su quel pianoforte, tanto che a un certo punto la compagnia, non riuscendo più a sopportarlo, se n’era andata di casa. E non appena quelli erano tornati in casa, lui aveva ricominciato a suonare Bach fino a quando quelli erano usciti di nuovo. Forse, suonando il pianoforte, voleva farli tutti quanti impazzire, disse Franz, perché non appena arrivavano in casa, lui si metteva al pianoforte e suonava per loro Bach e Händel fino a quando quelli se ne andavano, scappavano all’aria aperta, e quando ritornavano in casa dovevano sorbirsi di nuovo lui che suonava il pianoforte. Le cose andarono avanti così per più di due settimane, disse Franz, che ben presto non poté fare a meno di pensare che il suo padrone fosse impazzito. Lui aveva pensato che gli ospiti non avrebbero sopportato a lungo che Wertheimer seguitasse ininterrottamente a suonare il pianoforte per loro, eppure per due settimane, anzi per più di due settimane, tutti quegli ospiti, nessuno escluso, erano rimasti, e a lui, Franz, avendo visto che Wertheimer aveva davvero fatto impazzire i suoi ospiti suonando su quel pianoforte, era venuto il sospetto che Wertheimer avesse corrotto gli ospiti, avesse dato loro del denaro per farli rimanere a Traich, dal momento che senza una simile corruzione, ossia elargizione di denaro, come disse Franz, quelli non sarebbero certo rimasti più di due settimane lasciando che Wertheimer li facesse impazzire suonando il pianoforte, e allora io pensai che con ogni probabilità Franz aveva detto il vero, è chiaro che Wertheimer ha dato del denaro a quei tipi, pensai, sicuramente li ha corrotti, se non con denaro con qualche altra cosa, per farli rimanere a Traich due settimane, anzi più di due settimane. Perché una cosa è indubitabile, pensai, è lui che ha voluto che rimanessero più di due settimane, perché altrimenti non sarebbero rimasti più di due settimane, conosco troppo bene Wertheimer per non attribuirgli una simile violenza, pensai. Sempre e soltanto Bach e Händel, disse Franz, senza mai interrompersi, fino a perdere il senno. Alla fine Wertheimer aveva fatto preparare per tutta quella gente, nella grande sala da pranzo giù da basso, una cena principesca, così si espresse Franz, e aveva detto loro che la mattina seguente dovevano sparire, lui, Franz, era presente e aveva sentito con le sue orecchie mentre Wertheimer diceva ai suoi ospiti che la mattina seguente non voleva più vederli, non voleva più vedere nessuno di loro. In effetti per la mattina seguente aveva fatto venire per tutti loro senza eccezione dei taxi da Attnang Puchheim, e quelli erano tutti partiti col taxi lasciando la casa in uno stato disastroso. Lui, Franz, aveva incominciato subito e senza indugi a mettere la casa in ordine, non poteva sapere, così disse, che il suo padrone sarebbe rimasto a letto per altri due giorni e altre due notti, ma questo era stato un bene, disse, perché Wertheimer ne aveva bisogno, e senza dubbio gli sarebbe venuto un colpo, così Franz, se avesse visto in che razza di stato quella gente aveva lasciato la casa, quelli in effetti hanno deliberatamente distrutto un buon numero di oggetti, così Franz, hanno rovesciato delle sedie e perfino dei tavoli prima di andarsene da Traich, e fracassato vari specchi e vetrate, forse per tracotanza, così Franz, per la rabbia, pensai io, di essere stati sfruttati da Wertheimer. In effetti, in una stanza dove non c’era più stato per un intero decennio c’era ora di nuovo un pianoforte, come vidi dopo essere salito al primo piano con Franz. Che ero interessato agli appunti scritti da Wertheimer l’avevo detto a Franz ancora nella cucina giù da basso, al che lui, senza esitare, mi aveva accompagnato su al primo piano. Il pianoforte era un Ehrbar che non valeva niente. Ed era, me ne resi subito conto, completamente scordato, in tutto e per tutto uno strumento da dilettanti, pensai. E voltandomi verso Franz, che era in piedi dietro di me, questo lo dissi subito, è in tutto e per tutto uno strumento da dilettanti. Non riuscendo a controllarmi mi ero seduto al pianoforte, ma avevo immediatamente riabbassato il coperchio. Avevo interesse, dissi a Franz, per le schede che Wertheimer aveva interamente riempito di appunti e gli domandai se potesse dirmi dove si trovavano quelle schede. Lui non sapeva di quali schede stessi parlando, disse Franz, e tuttavia subito dopo mi riferì che Wertheimer, il giorno stesso in cui aveva ordinato il pianoforte a Salisburgo, al Mozarteum, disse, il giorno prima dunque che arrivasse a Traich tutta quella gente che aveva pressoché devastato Traich, che Wertheimer quel giorno aveva bruciato interi mucchi di schede nella cosiddetta stufa giù da basso, nella stufa dunque che si trovava nella sala da pranzo. Lui, Franz, aveva dato una mano al suo padrone, perché quei sacchi di schede erano così grandi e pesanti che Wertheimer da solo non ce l’avrebbe fatta a trascinarli giù. Da tutti gli sportelli e i cassetti della casa aveva estratto centinaia e migliaia di schede, che insieme a lui, Franz, aveva trascinato nella sala da pranzo giù da basso per bruciarle, e anzi quel giorno, all’unico scopo di bruciare le schede, aveva dato ordine a Franz di accendere la stufa della sala da pranzo già alle cinque del mattino, disse Franz. Quando tutte le schede furono bruciate, tutto quel che aveva scritto, come Franz si espresse, lui, Wertheimer, aveva telefonato a Salisburgo e ordinato il pianoforte, e Franz ricordava ancora perfettamente che il suo padrone, nel corso di quella telefonata, aveva insistito più volte che gli mandassero a Traich un pianoforte a coda di nessun valore, un pianoforte atrocemente scordato. Uno strumento di nessun valore, uno strumento atrocemente scordato, ecco le parole che a detta di Franz Wertheimer deve aver ripetuto varie volte al telefono. Già dopo qualche ora quattro uomini avevano consegnato il pianoforte e lo avevano deposto in quella che un tempo era stata la sala da musica, così Franz, e Wertheimer a quegli uomini che avevano deposto il pianoforte nella sala da musica aveva dato una mancia mostruosa, posso sbagliarmi ma non mi sbaglio, disse Franz, erano duemila scellini. Quelli che avevano portato il pianoforte ancora non se n’erano andati, così Franz, e già Wertheimer si era seduto al pianoforte e aveva incominciato a suonare. Era stato terribile, così Franz. A questo punto lui, Franz, aveva avuto l’impressione che il suo padrone fosse diventato pazzo. Eppure lui, Franz, non aveva voluto credere al fatto che Wertheimer stesse diventando pazzo e non aveva preso sul serio il comportamento in realtà molto strano di Wertheimer, il suo padrone. Se la cosa mi poteva in qualche modo interessare, disse Franz rivolgendosi a me, un giorno mi avrebbe descritto che cosa furono a Traich i giorni e le settimane che seguirono. Io pregai Franz di lasciarmi da solo per un po’ nella stanza di Wertheimer e misi il disco delle Variazioni Goldberg di Glenn che avevo visto appoggiato sul piatto del grammofono di Wertheimer, che era ancora aperto.