venerdì 19 novembre 2021

FEDONE O DELLA VERTIGINE Estratto da "FUOCHI" Marguerite Yourcenar

 


FEDONE O DELLA VERTIGINE

Estratto da "FUOCHI"
Marguerite Yourcenar

[...] Per quelli che si amano, il tempo non esiste più, perché gli amanti si sono strappati il cuore per darlo all’altro; per questo sono insensibili alle migliaia di uomini e di donne che non rientrano nel loro amore; per questo piangono e si disperano con assoluta sicurezza[...]

[...] Io so del dolore ciò  che insegna il suo contrario, e così deduco dalla vita le poche certezze che ho già sulla morte.[...]

   

   
  FEDONE O DELLA VERTIGINE 

  Ascolta, Cebete... Ti parlo a voce bassa, perché è soltanto parlando a voce bassa che ascoltiamo noi stessi. Sto per morire, Cebete. Non scuotere il capo: non dirmi che lo sai, e che moriremo tutti. Il tempo non costa niente a voi filosofi: eppure esiste, dal momento che ci inzucchera come frutti e ci dissecca come erbe. Per quelli che si amano, il tempo non esiste più, perché gli amanti si sono strappati il cuore per darlo all’altro; per questo sono insensibili alle migliaia di uomini e di donne che non rientrano nel loro amore; per questo piangono e si disperano con assoluta sicurezza. Ed è al rallentatore di quei cruenti orologi che quelli che sono amati vedono avvicinarsi la vecchiaia e la morte. Per chi soffre, il tempo non esiste; si annulla a forza di precipitarsi, perché ogni ora di supplizio è una tempesta di secoli. Ogni volta che mi si annunciava un dolore, io mi affrettavo a sorridergli perché a sua volta mi sorridesse, e tutti prendevano il volto radioso di una donna tanto più bella in quanto fino a quel momento non ci eravamo mai accorti della sua bellezza. Io so del dolore ciò che insegna il suo contrario, e così deduco dalla vita le poche certezze che ho già sulla morte. Come Narciso nella sorgente, io mi sono specchiato nelle pupille umane: l’immagine che vi scorgevo era così radiosa che ero grato a me stesso di dispensare tanta gioia. Conosco dell’amore quel poco che mi hanno insegnato gli occhi che mi hanno saputo amare. Un tempo, nell’Elide, circondato da un brusio di gloria, ho valutato i progressi della mia adolescenza sui sorrisi sempre più tremuli che mi palpitavano accanto. Steso sul passato della mia razza come su una terra feconda, ero rivestito della mia ricchezza come di un manto d’oro. Gli astri volteggiavano come fari; i fiori diventavano frutti; il letamaio si faceva fiore; gli esseri accoppiati passavano come forzati o sposi di villaggio: il piffero del desiderio, il tamburo della morte ritmavano il valzer triste per il quale i danzatori non mancavano mai. La loro strada che credevano diritta sembrava circolare al ragazzetto sdraiato al centro dell’avvenire. Mi palpitavano i capelli; i miei cigli mi nascondevano gli occhi prigionieri per sempre delle mie palpebre; il mio sangue scorreva in mille giri come quei fiumi sotterranei che sembrano neri agli occhi notturni delle ombre, ma che si sarebbero rivelati rossi se mai il sole si alzasse nel regno dei morti. Il mio sesso trasaliva come un uccello in cerca di un nido oscuro. Crescendo facevo scoppiare intorno a me lo spazio come una scorza azzurra. Mi alzai in piedi: le mie mani respinte da muri di collegio si tendevano nella notte, cercavano di cogliere i Segni; il movimento nasceva in me come una divina gravitazione; la pioggia di primavera ruscellava sul mio tronco nudo. Le piante dei piedi restavano per me l’unico punto di contatto con quella terra fatale che un giorno mi avrebbe ripreso. Ebbro di vita, titubante di speranza, mi aggrappavo per non cadere alle spalle lisce e dolci di compagni di gioco che passavano lì per caso: cadevamo insieme; ed è questa mischia che noi chiamavamo amore. I miei amati non erano per me che bersagli che mi sentivo obbligato di colpire al cuore, giovani cavalli che bisognava lusingare con un lento spostamento di mano per carezzarli sul collo, fino a far trasparire sotto la pallida marezzatura della pelle il rosso tessuto del sangue. E i più belli, Cebete, non erano che il premio o il bottino della vittoria, la dolce coppa offerta per riversarvi l’intera vita. Altri ancora furono le siepi, gli ostacoli, le fosse dissimulate dietro fasci di rami verdi. Partii per Olimpia sotto la custodia di un pedagogo cieco: vinsi il premio alla gara dei ragazzi: i fili d’oro dei nastri rituali, improvvisamente invisibili, si persero fra i miei capelli. Il mio pugno sollevava il disco il cui slancio disegnava fra il mio bersaglio e me la curva pura di un’ala; diecimila petti umani ansavano al gesto del mio braccio nudo. La notte, steso sul tetto della casa paterna, contemplavo gli astri girare in uno stadio olimpico coperto di sabbia buia, ma non cercavo di calcolare il mio avvenire. I giorni futuri sembravano traboccare di carezze di lottatori, di pugni amichevoli, di cavalli lanciati al galoppo verso chissà quale Felicità. All’improvviso scoppiarono clamori sotto le mura della mia città natale; un velo di fumo coprì la faccia del cielo. Colonne di fuoco si sostituirono alle colonne di pietra. Il rumore dei piatti rovesciati con fracasso coprì in cucina il grido delle serve violentate; una lira spezzata gemette come una vergine fra le braccia di un ubriaco. I miei genitori scomparvero fra le rovine imbrattate di sangue. Tutto vacillò, tutto cadde, tutto fu annientato senza che io sapessi se si trattava di un vero assedio, di un reale incendio, di un vero massacro, o se quei nemici non erano che amanti, e quello che s’incendiava non fosse altro che il mio cuore. Pallido, nudo, intento a specchiare la mia vergogna in scudi d’oro, ero grato a quei begli avversari di calpestarmi il passato. Tutto finì con staffilate e scene di schiavitù: e anche questa è, Cebete, una delle conseguenze dell’amore. La speranza del guadagno aveva attirato i mercanti nella città assediata; io ero in piedi sulla piazza pubblica: il mondo con le sue pianure, le sue colline doveà
i miei cani non inseguivano più i cervi, i suoi orti pieni di frutti di cui non disponevo più, le sue onde dove il mio riposo non avrebbe più languidamente vogato sulla seta violetta, mi giravano intorno come una ruota gigantesca di cui io fossi il suppliziato. Lo spiazzo polveroso del mercato non era che un’unica accozzaglia di braccia, di gambe, di seni perquisiti dal ferro delle lance; il sudore e il sangue mi rigavano il viso che sembrava sorridere soltanto perché il sole mi ispirava delle smorfie. Nere croste di mosche si incollavano alle nostre bruciature. L’insopportabile calore del suolo mi obbligava a sollevare ora l’uno ora l’altro dei miei piedi nudi, così che a forza di orrore sembrava che danzassi. Chiudevo gli occhi per non vedere più la mia immagine in quelle pupille oscene: avrei voluto distruggere in me l’udito per non sentir più commentare volgarmente gli aspetti della mia bellezza; chiudermi le narici per non sentire il puzzo delle anime, così forte che l’odore dei cadaveri è al confronto un profumo; e poi perdere ogni gusto, per non sentirmi nella bocca il sapore ripugnante della mia remissività. Ma le mie due mani legate m’impedivano di morire. Un braccio mi passò intorno alle spalle, per sostenermi, non per carezzarmi; i legacci delle mie gambe caddero: ubriaco di sete e di sole, seguii quello sconosciuto fuori del carnaio dove sarebbero morti quelli che la vergogna stessa non aveva accettati. Entrai in una casa dai muri di terra battuta che trattenevano un po’ di fangosa freschezza; per letto mi fu offerto un mucchio di paglia. L’uomo che mi aveva comprato mi sostenne il capo per farmi bere l’unica sorsata d’acqua che l’otre conteneva ancora. Sulle prime pensai che si trattasse di amore: ma le sue mani non indugiavano sul mio corpo che per medicarmi le piaghe. Poi, vedendo che piangeva strofinandomi un balsamo, pensai che si trattasse di bontà. Ma m’ingannavo, Cebete: il mio salvatore era un mercante di schiavi; piangeva perché le mie cicatrici gli avrebbero impedito di rivendermi al più alto prezzo nei bordelli di Atene; rinunziava ad amarmi temendo di attaccarsi troppo a un oggetto fragile di cui bisogna disfarsi al più presto finché ne dura la freschezza. Infatti le virtù, Cebete, non hanno tutte le medesime cause e non sono tutte belle. Quell’uomo mi portò a raggiungere a Corinto il suo carico di schiavi; mi affittò un cavallo per risparmiarmi i piedi. Non poté impedire che una parte del suo bestiame annegasse attraversando un guado durante un temporale; noi dovemmo fare senza cavalcatura la lunga strada infiammata che costeggia l’Istmo di Corinto; ognuno di noi, tanto curvo verso il suolo da sfiorare la propria ombra, portava il sole come un greve fardello. Alla svolta di un bosco di pini, l’orizzonte si spalancò per mostrarci Atene: sdraiata come una fanciulla, la città si adagiava pudicamente fra il mare e noi. Il tempio sulla collina dormiva come un dio rosato. I miei pianti, che la sciagura non era riuscita a far nascere, sgorgarono per la bellezza. Passammo la stessa sera sotto la Porta Dipila: le strade puzzavano di orina, di olio rancido e di polvere divulgata dal vento. Dei venditori di stringhe urlavano agli incroci, proponendo ai passanti un’occasione di strangolarsi di cui non volevano approfittare. I muri delle case mi nascondevano il Partenone. Una lanterna ardeva sulla soglia di una casa di donne: tutte le camere traboccavano di tappeti e di specchi d’argento. Il lusso della mia prigione mi fece temere che sarei stato costretto a starci sempre. Sgusciai per danzare nella saletta rotonda ammobiliata a tavolini bassi, più emozionato di quanto fossi la mattina della gara nella pista d’Olimpia. Bambino, avevo danzato su prati pieni di narcisi selvatici, scegliendo i più freschi per posarvi i piedi. Danzavo su sputi, su bucce d’arancia, su schegge di bicchieri caduti da mani di ubriachi. Le mie unghie dipinte rilucevano nel cerchio delle lampade; il vapore delle carni arrostite e gli aliti densi m’impedivano di vedere tanto chiaramente i visi dei clienti da cominciare a odiarli. Ero uno spettro nudo che ballava per dei fantasmi. A ogni colpo di tacco sul pavimento sporco io respingevo sempre più il mio passato, il mio avvenire di giovane principe: la mia danza disperata calpestava Fedone. Una sera, un uomo dalle labbra bionde venne a sedersi a un tavolo posto in piena luce: io non ebbi bisogno degli imbonimenti del tenutario per riconoscere in lui un membro dell’Olimpo umano. Era bello come me, ma la bellezza non era che un attributo di quell’essere innumerevole al quale soltanto l’immortalità mancava per essere dio. Per tutta la notte quel giovane un po’ ubriaco mi guardò danzare. Ritornò il giorno dopo, ma non era solo. Il piccolo vecchio panciuto che l’accompagnava assomigliava a uno di quei pupazzi che una base di piombo tiene diritti nonostante gli assalti dei bambini per farli cadere. Si intuiva che quell’astuta palla d’uomo aveva un suo centro di gravità, il suo asse, una sua densità specifica che nessuno sforzo dei suoi contradditori poteva modificare: l’Assoluto, dove si era posto con il salto prodigioso di quelle sue gambe da satiro, faceva da piedistallo a quel personaggio concreto come un tronco d’albero, ideale come una caricatura, però capace di farsi creatore di se stesso. La ragione non era per quel sofista che una specie di spazio puro dove non si stancava di far circolare le forme: Alcibiade era dio, ma quel vagabondo da strada sembrava essere Universo. Si cercava sotto il suo mantello frusto i
piedi del Caprone celeste. Quell’uomo gonfio di saggezza girava all’intorno i suoi occhioni pallidi che sembravano lenti in cui le virtù e i difetti delle anime appaiono ingranditi. La fissità del suo sguardo sembrava rinvigorire i muscoli delle mie gambe, gli ossi delle mie caviglie, come se io avessi ai talloni le ali del suo pensiero. Davanti a quel Pan sbozzato da uno scultore rozzo, che suonava sui flauti della ragione le melodie della vita eterna, la mia danza cessava di essere un pretesto per diventare una funzione, come il cammino degli astri; e siccome la saggezza è il supremo delirio agli occhi dei crapuloni, gli avvinazzati spettatori videro nella mia leggerezza il colmo dell’eccesso. Alcibiade batté le mani per chiamare il tenutario di quella taverna: il mio padrone venne avanti, arcuando il palmo per acchiappare un po’ d’oro. Quell’uomo così a proprio agio nella turpitudine non lucrava soltanto un guadagno di poche dracme: ogni vizio da lui annusato in fondo all’argilla umana gli procurava la speranza di un buon affare e insieme il sentimento gratificante di una bassa fraternità. Il padrone mi gridò di farmi avanti per permettere ai clienti di apprezzare la merce viva: mi sedetti al loro tavolo, ritrovando d’istinto i miei gesti di ragazzo libero, accanto a quel giovane che assomigliava al mio orgoglio perduto. Avendo esaurito le monete d’oro che la sua cintura conteneva, Alcibiade per comprarmi sfilò due dei suoi bracciali. S’imbarcava il giorno dopo per la guerra di Sicilia: io sognavo già di interporre il mio petto come un dolce scudo fra il rischio e lui. Ma quel bel dio indifferente non mi aveva comprato che per compiacere Socrate: per la prima volta nella mia vita mi sentii respinto; quell’umiliante rifiuto mi dava, mio malgrado, alla Saggezza. Uscimmo tutti e tre nella strada sconvolta dall’ultimo temporale: Alcibiade scomparve nel tuono di un carro; Socrate prese la sua lanterna, e quella magra stella si rivelò più pietosa degli occhi freddi del cielo. Seguii il mio nuovo padrone nella sua casetta dove una donna trasandata lo aspettava con la bocca gonfia d’ingiurie; dei ragazzetti spettinati strillavano in cucina; i pidocchi invadevano i letti. La povertà, la vecchiaia, la propria bruttezza e la bellezza degli altri flagellavano quel Giusto con le loro corregge di vipere: come noi tutti non era che uno schiavo condannato a morte. Sentiva pesare su di sé la bassezza degli affetti familiari, che per lo più non sono che mancanza di rispetto. Ma invece di liberarsi a forza di rinunzie, immobile come un cadavere che tema di sbattere con la fronte alla pietra della sua tomba, quell’uomo aveva capito che il destino non è che un calco vuoto in cui noi versiamo la nostra anima, e che la vita e la morte ci adoperano come scultori. Quel fannullone imitava di volta in volta suo padre che era marmista e sua madre che era levatrice: tirava fuori le anime, da ostetrico; scultore, coperto di obiezioni come da una polvere di marmo, scopriva un’effigie divina in teneri blocchi umani. La sua saggezza multipla come gli aspetti delle cose compensava per lui i piaceri del lussurioso, i trionfi dell’atleta, i rischi eccitanti dell’avventuriero sul mare del caso. Povero, godeva delle ricchezze che avrebbe potuto possedere se non si fosse votato a profitti invisibili; casto, gustava ogni sera il sapore della dissolutezza che avrebbe potuto offrirsi se l’avesse giudicata utile per Socrate; brutto, godeva in tutta purezza della giusta beltà che la Sorte felice aveva conferito a Carmide, così che il corpo pressoché grottesco in cui il destino aveva allogato la sua anima non era più che una delle forme, non più preziosa di altre, del Socrate infinito. Simile a quella del dio che forse crea i mondi, la sua parte di libertà erano le sue creature. Aveva capito che quel vortice in cui venivano risucchiati i miei piedi nudi s’apparentava all’immobilità delle sue estasi segrete: io l’ho visto in piedi, indifferente agli astri che ruotavano senza accrescere la sua vertigine, nera forma raccolta sulla chiara notte attica, sopportare senza cedimenti l’atroce vento diaccio che soffia dalle profondità di Dio. Ho seguito di mattina lungo i campi di lavanda quel sublime mezzano che ogni giorno presentava alla giovinezza di Atene qualche nuova verità nuda. L’ho scortato lungo il portico Regale dove la morte ululava per lui come una civetta sotto le spoglie di Anito. La cicuta era cresciuta in qualche posto nella campagna arida: il vasaio dell’Agorà aveva modellato la coppa in cui il veleno sarebbe stato versato; le calunnie avevano avuto il tempo di maturare al sole del Disprezzo. Mi trovavo solo nel segreto della spossatezza di quel saggio: io solo l’avevo visto alzarsi dal suo miserabile letto e curvarsi ansimando per cercare i suoi sandali. Ma la semplice stanchezza non avrebbe spinto quell’uomo di settant’anni a rinunziare al fiato che gli restava. Quel vegliardo che per tutta la sua vita aveva barattato una verità chiara contro una verità ancora più smagliante, un bel viso amato per un altro più bello, trovava ora il modo di cambiare la morte banale e lenta che le sue arterie gli andavano interiormente preparando per una morte più utile, più giusta, generata dai suoi stessi atti, nata da lui come una figlia devota che venisse a rimboccarlo nel letto al cadere del giorno. Quella morte abbastanza solida da durare qualche secolo intorno al suo ricordo s’inseriva nella serie di atti buoni che avevano costituito la sua vita, e prolungava il suo cammino verso una vita eterna. Era giusto che Atene innalzasse sul duro tufo delle Leggi quei templi ogni giorno più orgogliosi
a divinità di ora in ora più perfette; ed era giusto che lui, lo spregiatore, seduto sotto quei portici meno belli di un puro pensiero, insegnasse ai giovani a non fidarsi se non della loro anima. Era giusto che un servitore vestito a lutto venisse per ordine di Eliaste a tendergli quella coppa piena di un liquore amaro; ed era altresì giusto che quella morte serena aprisse una macchia in tanto azzurro e tuttavia non servisse che a farlo sembrare più blu. Indubbiamente la Morte aveva per lui più fascino di Alcibiade, dal momento che lui non le proibiva di infilarsi nel suo letto. Succedeva una sera, in quella stagione dell’anno in cui i giovani mendicanti hanno le mani piene di rose, nell’ora in cui il sole copre Atene di baci prima di dirle addio. Una barca rientrava nel porto, ripiegando le sue due ali, bianca come il cigno del dio che i pellegrini erano andati a pregare. La cella era scavata nel fianco d’una roccia; la porta aperta lasciava entrare la brezza e il grido dei portatori d’acqua; dal fondo della prigione simile a una caverna, il Tempio di un pallido viola si rivelava a noi come un’Idea divina. Il ricco Critone gemeva, indignato che il Maestro non gli permettesse di aprirgli verso la fuga una strada lastricata d’oro; Apollodoro piangeva come i bambini tirando su le lacrime con il naso; oppresso, il mio petto tratteneva i sospiri; Platone era assente. Simmia, con uno stilo nella mano, annotava in fretta le ultime parole dell’uomo irreparabile. Ma già le parole non sgorgavano che a fatica da quella bocca rasserenata: certamente quel saggio capiva che la sola ragione d’essere dei viali del Discorso, che lui aveva instancabilmente percorsi per tutta la vita, è di condurre a quella riva del silenzio dove batte il cuore degli dèi. Giunge sempre un momento in cui s’impara a tacere, forse perché si è finalmente degni di ascoltare, il momento in cui si cessa d’agire, perché si è imparato a guardare fissamente qualche cosa d’immobile, e questa serenità deve essere quella dei morti. Stavo in ginocchio accanto al letto, il Maestro posò la mano sulla mia chioma svolazzante. Sapevo che la sua esistenza votata a uno scacco sublime traeva le sue principali virtù dai prestigi amorosi che pretendeva di raggiungere soltanto per andar oltre. Dal momento che la carne è dopo tutto il più bell’abito in cui l’anima possa ravvolgersi, che cosa sarebbe Socrate senza il sorriso di Alcibiade e i capelli di Fedone? A quel vecchio che non conosceva del mondo che i sobborghi di Atene, alcuni corpi amati non avevano soltanto insegnato l’Assoluto, ma altresì l’Universo. Le sue mani un po’ tremule si perdevano sulla mia nuca come in una valle in cui palpitasse la primavera: intuendo finalmente che l’eternità non è fatta che da una serie d’istanti ognuno dei quali è stato unico, sentiva fuggirsi sotto le dita la forma serica e bionda della vita eterna. Il carceriere entrò, portando la coppa piena del succo fatale dell’innocente pianta; il mio Maestro la vuotò; gli tolsero i ferri; io massaggiai dolcemente le sue gambe congestionate dalla stanchezza, e la sua ultima frase fu che la voluttà è identica a sua sorella la pena. Io piansi ascoltando quelle parole che giustificavano la mia vita. Quando si fu coricato, io lo aiutai a ricoprirsi il volto con le pieghe del suo vecchio mantello. Sentii per l’ultima volta pesarmi sul viso il benevolo sguardo miope di quegli occhioni da cane triste. Fu allora, Cebete, che ci ordinò di sacrificare un gallo alla Medicina: se ne andò portandosi dietro il segreto di quella suprema malizia. Ma io ho creduto di capire che quell’uomo stanco di mezzo secolo di saggezza voleva farsi un buon sonno prima d’incorrere nella possibilità della Resurrezione; incerto sull’avvenire, dopo tutto soddisfatto di essere stato Socrate, gli piaceva l’idea di torcere il collo al messaggero dell’eterno mattino. Il sole tramontò; il gelo raggiunse quel cuore: diventare freddo è la vera morte del Saggio. Noi, i discepoli, sul punto di separarci per non rivederci mai più, non provavamo che indifferenza reciproca, irritazione e forse rancore: non eravamo già più che le membra sparse del Filosofo spento. Tutti svilupparono rapidamente quei germi di morte che la loro vita conteneva: Alcibiade dovette soccombere alle soglie dell’età matura, trafitto dalle frecce del Tempo; Simmia imputridì da vivo sul bancone di una bettola, e il ricco Critone morì d’apoplessia. Io solo, fatto invisibile a forza di velocità, continuo ad allacciare intorno ad alcune tombe la mia immensa parabola. Danzare sulla saggezza significa danzare sulla sabbia. La marea del movimento corrode ogni giorno una scheggia di quel suolo arido dove la vita non nasce. L’immobilità della morte non può essere per me che un ultimo stadio della suprema velocità: la pressione del vuoto mi farà esplodere il cuore. Già la mia danza oltrepassa i bastioni delle città, i terrapieni delle Acropoli, e il mio corpo volteggiante come il fuso delle Parche svolge la sua propria morte. I miei piedi coperti di schiuma si posano ancora sulla cresta continuamente distrutta delle onde, ma la mia fronte tocca gli astri, e il vento degli spazi mi strappa via quei rari ricordi che m’impediscono di essere nudo. Socrate e Alcibiade non sono ormai che nomi, cifre, vane figure tracciate sul niente dal frullo dei miei piedi. L’ambizione non è che un inganno; la saggezza si sbagliava; perfino il vizio ha mentito. Non esiste virtù, né pietà, né amore, né pudore, né i loro potenti contrari, bensì soltanto una conchiglia vuota che danza al vertice di una gioia che è insieme Dolore, un lampo di bellezza nel turbinare delle forme. La chioma di Fedone spicca sulla notte dell’universo come una meteora triste.