lunedì 1 novembre 2021


 INVANO

Filippo Ceccarelli

    Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua

1.

 Il fico di piazza del Gesù

  Come erano i democristiani


  Erano già lì, come se ci fossero sempre stati. I democristiani. Non ancora fantasmi, ma quasi ormai.


  Annata 1961, centenario dell’Unità d’Italia. Orologioni, ventilatori, sedie di legno, pentole d’alluminio, vecchie cartelle di cuoio e ombrelli sgocciolanti che i potenti allora si portavano da sé.


  Il paesaggio del potere è semplice, senza servi né orpelli. Così lo sguardo postumo vanifica l’originario intento polemico e satirico dei quattro volumoni di foto del “Borghese”, che un anonimo e benemerito raccoglitore aveva fatto rilegare, copertina marmorizzata e dorature nel frontespizio, e che con gioiosa meraviglia mezzo secolo dopo ho acquistato sulla classica bancarella.


  Panorama in bianco e nero con figure e oggetti


  Gronchi che pesca, in camicia. Andreotti quarantenne che gioca a ping pong. Processioni, messali, mani giunte, moccichini, occhiali neri tipo non vedente, denti storti (il vicepresidente del Senato Taviani), pappagorgia (l’onorevole Sullo). Il ministro Togni, a Catanzaro, scivola durante l’inaugurazione di un’opera pubblica: robuste braccia lo sorreggono prima che rovini in terra, lui sorride come scusandosi per aver tolto solennità alla cerimonia. Sull’enorme prima pietra di cemento sono incollati dei volantini che recano scritto, in svolazzante corsivo: Evviva la Democrazia cristiana.


  Così erano quando io ero bambino, i democristiani, e mai avrei pensato di dover procedere, anzianotto, a ricostruzioni iconografiche d’antropologia del potere, o suppergiù.


  Ho ripreso in mano i volumoni del “Borghese” e una mattina di pioggia mi sono lasciato ispirare da quelle immagini come dinanzi a un caleidoscopio insieme ridente e spettrale.


  Annata 1962. Foglietti e mazzi di fiori, tanti e ricorrenti. Gruppi di notabili camminano nel parco della Camilluccia a testa bassa, le mani dietro la schiena. Baffetti, golfettini a V, cappottoni. Il presidente della Repubblica Segni si inchina sull’erba, probabilmente su invito del fotografo che gli ha chiesto una posa meno ufficiale. Spataro, l’uomo che liberata Roma entrò per primo a piazza del Gesù impossessandosi del Palazzo Cenci Bolognetti, prega a ginocchioni. Cordoni da cerimonia, baciamano ai cardinali. Ecco la precoce pelata di Petrilli, già presidente dell’Iri.


  L’esperimento prosegue nel 1962. Punt e Mes, panciotti, tendaggi, crocifissi di varie fogge, penne stilografiche, cestini di frutta, neri telefoni di bachelite, mappamondi, oliere, saliere, ampolle e brocche rigorosamente di vetro, mignoletti birichini proiettano la loro piccola ombra su tazzine di caffè, strisce nere di lutto e distintivi all’occhiello. Moro, di spalle, sembra un giovanotto. Qualche pagina dopo pare già un fragile vecchietto. Fotoritratto della famiglia Fanfani in un interno, che sarebbe il salotto di casa, piuttosto spoglio, di colore chiaro, una figlia grande suona la chitarra sul divano, fuori dal tappeto una pianta spunta da un vaso di coccio, senza sottovaso; bambini piccoli e un po’ tristi, un palloncino a forma di coniglietto sospeso nell’aria come un ectoplasma.

  Un giorno l’ingegner Carlo De Benedetti fu invitato a casa Andreotti: “C’era quel salotto mesto, con le foderine bianche appoggiate al divano per non sporcare con la brillantina il tessuto... Cose da Ottocento”. Del tutto invecchiati, d’altra parte, paiono ancora oggi gli inconfondibili salottini, divanetti damascati, poltroncine dorate, su cui i democristiani aspettavano pazienti nelle anticamere dei ministeri, a Montecitorio e a Palazzo Madama.

  E però. Al netto dei colli torti, dei ceri accesi e degli inginocchiatoi che compaiono spesso nella penombra, sembrano per lo più gente lieta e vitale. Nell’annata 1963, ormai segnata dal centrosinistra, li si vede in compagnia di corazzieri, zampognari, dame della Croce rossa e monaci benedettini; con questi ultimi si intrattiene La Pira. Corsetterie arabescate, pozzanghere per le strade. Un inserviente di qualche sede istituzionale sembra che danzi manovrando il flit. Zaccagnini con la sigaretta tra le dita accanto a un juke-box, il massimo della trasgressione. In estate cappelli di paglia, gelati al cucchiaino, espressioni golose. Bonomi gioca a bocce. In due si soffiano il naso. Bottiglie di vino a tavola, senza etichetta. L’Italia in bianco e nero.


  Anno 1964, l’ultima raccolta. La filigrana delle foto si fa più nitida e rarefatta l’atmosfera. Altoparlanti, medaglie, bandiere, palchi. Il ministro Togni, sempre lui, l’inauguratore, armeggia tra i sorrisi del codazzo con un martello pneumatico. La Pira, ancora, incanta l’ambasciatore algerino. Scelba saluta, sono da poco finiti i tempi della Celere, o “Scelbere”, come si diceva, i reparti mobili della polizia. Vanno le inquadrature dal basso. I democristiani scendono dalle berline mostrando gamboni, piedoni, occhiali dalle enormi montature. Sorridono all’obiettivo con un’aria lievemente stralunata.


  Acqua potabile, acqua santa e caucciù


  Cominciato a fare il giornalista, dovetti riscoprirli assegnandogli un minimo d’indulgenza: dopo tutto rappresentavano quasi la metà degli elettori, anche se pochi ammettevano di votarli. “Il voto è segreto,” si giustificavano milioni di italiani, e regolarmente sbarravano la scheda sullo scudo crociato. Il “si fa ma non si dice” fu un dogma del democristianesimo reale. C’è una vignetta di Longanesi, due coniugi su una panchina: il marito, guardingo, sussurra all’orecchio della moglie: “Vota Democrazia cristiana, ma non dirlo ai vicini…”.


  Per conoscerli, per capirli, bisognava essergli stati vicini e in occasione dello scontro elettorale del 1948 Leo Longanesi lo fu attivamente, anche se in incognito. Poi gli vennero a noia, o peggio. Sosteneva che avevano un modo tutto loro di mangiare le lasagne, di dire bugie, di tradire la moglie, insomma di vivere da democristiani. Erano inavvertitamente speciali. “Volti, i loro, dolci, al diabete, di panna un po’ rancida, dal candore di gigli marciti, con occhi docili, che si accendono, all’improvviso, di una luce ispirata, ma, come dire, leggermente isterica. Voci buone le loro, ma stridule. Maniere garbate le loro, ma di un’umiltà che ha molte vendette da compiere. Dio li abbia in gloria i miei compagni di fede, ma quando li vidi così da vicino, quando strinsi le loro mani un po’ umide, quando scoprii i loro sorrisi di caucciù, i loro sguardi sott’olio, quando sentii la loro forza sociale, quando sentii il loro pathos come un vento caldo sciroccoso sul viso pensai: ecco la mia fine.”


  “Fine”, in effetti, è un parolone. Ogni tanto più risonante e paradossale se si considera che a molti che democristiani non erano mai stati, e anzi in vario modo li avevano avversati, è accaduto di recente qualcosa di più complicato e imprevedibile: di sentirne la mancanza. E di più succede, e peggio: di rivivere quel tempo come idilliaco, una sorta di età dell’oro.


  Io ci sto dentro, con tutte le scarpe. Così mi piacerebbe che qualche nipotino, una sera d’inverno, mi chiedesse: “Nonno, com’erano i democristiani?”. E anche se debbo riconoscere che si tratta di una pretesa assurda, se non altro per mancanza di nipotini, confesso di aver da tempo elaborato la risposta, e dunque: “C’era una volta un Tiranno nero, che fece un sacco di guai, e allora dopo di lui vennero tanti omini bianchi, pazienti e grassottelli, che arrivavano dalle catacombe e avevano molta paura di finire all’inferno...”.


  L’approccio teologico-fiabesco anticipa un sentimento che si condensa in parole, musica e spudorato slancio liberatorio: “Nostalgia, nostalgia canaglia,/ che ti prende proprio quando non vuoi,/ ti ritrovi con un cuore di paglia/ e un incendio che non spegni mai”. Sì, come nella canzone di Al Bano (1987), anche lui a suo tempo ovviamente democristiano, con tanto di precoce biografia benedetta a metà anni settanta dalla prefazione dell’allora portavoce di Fanfani, l’indimenticabile Gian Paolo Cresci.


  Ora, a dire il vero, le fiamme del rimpianto ardono in me senza eccessive sofferenze, piuttosto con una certa rassegnata meraviglia su come i “democristi” – così pure erano chiamati – siano riusciti a spadroneggiare lasciandomi un così dolce ricordo, anche se questa dolcezza probabilmente, così come gli sghignazzi, dipendono dal fatto che è stata la mia vita, dopo tutto, sono stati i miei migliori anni che questa tribù ha segnato e riempito; e se il giudizio per forza di cose ne risente, be’, comunque mi vedo obbligato a essergli grato perché molto credo di aver imparato, nel bene e nel male, osservandoli. Come erano, appunto. E com’era l’Italia, malandatissima, che essi raccolsero e ricostruirono a loro modo facendone un paese che non poteva essere migliore di loro: “Metà acqua santa,” è sempre Longanesi, “e metà acqua potabile”.


  Legame, d’altra parte, attestato da quarantasette faldoni d’archivio che mi hanno accompagnato nei traslochi, prima di trovare requie nella biblioteca della Camera dei deputati.


  A ripensarci, quando lavoravo in redazione i democristiani li ho sempre avuti incombenti dietro le spalle e sopra la capoccia: quintali di ritagli su Leone, Cossiga, Galloni, Formigoni, Casini, Scotti, Pomicino e cento altri ancora, compresi i veri santi e i mistici imbroglioni, i giuristi e i piduisti, le guardie e i ladroni, i colpevoli e gli innocenti di Mani pulite. Mentre “a studio”, come diceva e scriveva Andreotti alla romana, e dunque al piano di sotto di casa, mi bisbiglia da un ventennio almeno l’opera omnia del Divo e sul Divo, compresi sapidi raccontini che lui si faceva pubblicare, o forse glieli pubblicavano in dono certi stampatori amici in edizioni limitate su carta speciale, più collezioni di vignette che non facevano ridere, diari, opuscoli, poemi di insegnanti di scuola media che ricostruivano il processo per mafia in ottonari, insomma pura nevrosi collezionistica.


  Andreotti a babbo morto


  Visto da vicino, Andreotti non colpiva tanto per la gobba, immortalata come in un negativo fotografico nell’incavo del suo scranno al Senato, ma perché era molto più alto di quanto si potesse immaginare vedendolo in foto o in tv; e ancora di più perché aveva un testone enorme.


  Amabile e freddo, conversatore monocorde eppure stimolante, malizioso come pochissimi altri – “quel gran pettegolino” lo definì già Nenni negli anni quaranta – nulla dimenticava pur sapendo incassare qualsiasi colpo basso. Con il che veniva quasi automatico sospettarlo di qualsiasi nequizia.


  Una volta, all’Unione industriali di Torino, nel presentare un suo libro, Operazione via Appia, una specie di giallo condito di intercettazioni telefoniche e ambientato alla fine del fascismo, presi un abbaglio e avanzai pubblicamente il sospetto che fosse lui il “Giuseppe Romolotti” che tanti anni prima aveva curato la pubblicazione di un altro libro in cui erano riportate quelle stesse intercettazioni.


  Ebbene, non fece una piega. O meglio, se la cavò pattinando elegantemente sui miei sospetti da fallace sorcio di biblioteca con una delle sue battute; cui seguiva, non di rado fra gli applausi, una specie di mormorio prolungato, a denti stretti, un suono che quel giorno, standogli a pochi centimetri di distanza, riuscii a identificare come un triplice “inzomm inzomm inzomm...”.


  Da buon giornalista, riciclava senza vergogna i suoi scritti, pure interi capitoli. Ma era anche un insuperabile necrologista. Così puntuale, meticoloso, compassionevole e perfino malizioso rispetto ai defunti, da permettersi di trattare dall’alto quell’altro assiduo specialista del genere, Gianni Letta, cui riservò un giorno una definizione – “condolente” – dietro la quale si poté scorgere un lampo di sublime ironia.


  Il sogno di Andreotti, mi venne raccontato, era di piombare come un avvoltoio sulle carte di un cardinale morto, ma morto di colpo, ictus per dire, da poche ore, comunque prima che qualche mano pietosa potesse sottrarre i documenti più compromettenti – ciò che in qualche modo autorizza a dedurre fino a che punto l’indubbia curiosità dell’uomo fosse travalicata in una specie di funereo voyeurismo.


  Sennonché – guarda sempre i casi del destino! – ho anche avuto la fortuna di entrare in possesso di un suo estremo libretto, uscito postumo per volontà dei famigliari e intitolato Post mortem. Raccoglie alcune sue lettere scritte nel corso degli anni e inquattate dentro una borsa in un armadio, da leggersi appunto a babbo morto. Sono testi che fanno riflettere sulla leggenda nera andreottiana, e non solo perché in essi il suo autore giurava, dinanzi ai figli, di non aver mai e poi mai aiutato la mafia, né commissionato l’assassinio di Mino Pecorelli.


  Nell’ultima missiva, datata giugno 2005, sentendo imminente la propria scomparsa, scrisse: “Non ho istruzioni da dare. Ho comandato già troppo da vivo”. Dopo di che, in un post scriptum: “Viene al portone spesso un poverino, spesso ricoverato per cure. Con i miei lo chiamiamo: ‘il Vecchietto’. Aiutatelo”.

Questo per dire come, al termine dei suoi giorni, l’uomo che più in Italia è stato identificato con il potere si preoccupasse di aver “comandato troppo” e chiedesse di aiutare i poveri.


  Nel vecchio studio andreottiano di piazza Montecitorio, d’altra parte, non lontano dalla scrivania della mitica signora Enea, c’era una specie di dispensa con generi alimentari e di primo consumo da consegnare brevi manu a una serie di questuanti. Quando ancora non si chiamava “solidarietà”, la beneficenza era un aspetto anche impressionante della cultura democristiana che conviveva e a tratti pareva attenuare perfidie e specialmente abusi del pubblico denaro, non di rado distratto ad majorem Dei gloriam.


  Le tentazioni della beneficenza


  Per cui a tempo debito e per vie traverse finì per delinearsi l’ipotesi che l’allora ministro dell’Interno Scalfaro potesse aver utilizzato i fondi nella sua disponibilità per aiutare certe monache di clausura. Come pure Ettore Bernabei, il creatore della tv democristiana divenuto presidente dell’Italstat, richiesto dai giudici su come avesse impiegato diversi milioni di fondi neri, rispose che erano serviti per la costruzione di alcune chiese nella periferia di Roma.


  Ebbene, Giulio Andreotti era uno dei pochi uomini politici italiani che si potevano mandare all’estero senza vergognarsi. “I suoi modi da professore,” ha scritto Henry Kissinger, “nascondevano una mente politica affilata come un rasoio.” La sua fu l’ultima politica estera autenticamente autonoma. Dopo di lui, l’irrilevanza.


  Allo stesso modo, di Oscar Luigi Scalfaro si può pensare male e dire peggio. Ma, come il suo maestro Scelba, fu il classico uomo di Stato tutto d’un pezzo. Uno dei pochi peraltro, lui supercredente, a respingere una certa invadenza mostrata dalla Cei ai tempi del cardinal Ruini; e a non farsi infinocchiare da Berlusconi che dal Quirinale seppe dapprima mettere al suo posto, poi contenere e alla metà degli anni novanta convincere a fare il classico, come diceva con la sua erre moscia, “passo indietvo”.


  Quanto a Bernabei, a parte la restituzione dei fondi e gli arresti domiciliari, per i tempi la sua Rai si può pacificamente qualificare come un riuscito esperimento politico e pedagogico. Era convinto che la televisione fosse un elettrodomestico da maneggiare con cura: sempre accesa, vista a casa, in pantofole, percepita come qualcosa di vero, la continuazione di un discorso fatto nell’altra stanza con la moglie, la suocera, il figlio. Questo le assicurava “un potenziale esplosivo superiore a quello della bomba atomica. Se non ce ne rendiamo conto rischiamo di ritrovarci in un mondo di scimmie ingovernabili”. Finché resistette lui al comando di viale Mazzini, la Rai non ebbe troppi problemi.


  Censurava? Altroché, e pure in modo ridicolmente democristiano, cioè controllando, aggiustando, camuffando, sottraendo, sostituendo, velando le gambe delle sorelle Kessler per non turbare i sonni degli italiani, o allontanando Dario Fo e Franca Rame che mettevano in crisi la pace sociale con la loro satira sulle morti nei cantieri. Eppure Bernabei, che prima delle trasmissioni convocava la valletta di Rischiatutto, Sabina Ciuffini, per raccomandarsi di pronunciare bene le parole, “perché stiamo insegnando l’italiano ai telespettatori”, vide lungo sul potere devastante della pubblicità. Che non portava solo il sesso e la violenza, ma alimentando i desideri mirava all’omologazione della società “al livello più basso”, scuoteva la testa, “più ombelicale, più belluino”.


  Strano destino storico, e insieme normalissimo, quello di essere riconosciuti migliori da morti dopo essere stati tenuti a distanza, disprezzati e combattuti in vita.


  Archetipi manzoniani


  C’è un delizioso microepigramma di Mino Maccari che pose in continuità non solo estetica il regime clericale con quello fascista: “Della camicia nera i tristi eredi/ se la sono allungata fino ai piedi”. Ora, la rima è fulminea, e assai suggestiva la mesta e rapida trasfigurazione tessile, ma il giudizio sulla discendenza proprio non torna.


  Arrivati, o forse addirittura chiamati al potere dalla catastrofe bellica mussoliniana, i democristiani si erano in realtà sagomati come uno stampo alla rovescia rispetto ai responsabili del disastro. Nulla c’era in loro del fascismo, dei suoi modi, delle sue pose, della sua retorica. I nuovi arrivati non gridavano, non davano ordini, non lanciavano la Battaglia del grano o difendevano la lira a Quota 90, non andavano al casino – o se proprio non potevano farne a meno facevano in modo che nessuno li vedesse.


  Il testo più bello e significativo in questo senso è l’epicedio che Pietro Citati scrisse quando, nel 1993, i democristiani chiusero bottega per sopraggiunto fallimento: “Avevano un’idea passiva della politica. Pensavano inconsciamente che un paese dovesse muoversi per proprio conto: moltitudini si spostavano dal Sud al Nord, le campagne si svuotavano, nascevano industrie; e il loro compito era quello di intervenire il meno possibile, lasciando che il tutto accadesse, e assecondando il movimento con una mano molle e paziente. E se qualcuno si levava contro di loro, un istinto profondo li spingeva a non offrire resistenza, ad arretrare o ad abbarbicarsi al terreno. Finché il nemico si estendeva troppo, si spossava, si sfiniva; e allora essi lo avvolgevano, lo penetravano, lo trasformavano a poco a poco in se stessi, con quell’arte dell’assimilazione nella quale erano maestri”.


  Tale prodigiosa maestria finisce per proiettarli nel mondo senza tempo degli archetipi. Così, scavalcando a ritroso il Novecento, pare addirittura di cogliere qualcosa di democristiano in certi passi, in certe descrizioni di personaggi e in certi discorsi dei Promessi sposi. Per esempio: “Troncare e sopire, padre molto reverendo, sopire, troncare”. Motto che non a caso fiorisce in bocca al conte zio, i cui tratti – “Un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringer d’occhi che esprimeva: non posso parlare; un lusingare senza promettere, un minacciare in cerimonia, tutto era diretto a quel fine; e tutto, più o meno, tornava in pro” – lo rendono democristiano antemarcia e al tempo stesso ad honorem. Come quell’altro personaggio, il conte duca don Gasparo Guzmán, conte d’Olivares, duca di San Lucar, gran privato del re don Filippo il Grande: “Una volpe vecchia, parlando col dovuto rispetto, che farebbe perdere la traccia a chi che sia; e, quando accenna a destra, si può esser sicuri che batterà a sinistra: ond’è che nessuno può mai vantarsi di conoscere i suoi disegni”.


  Una sapiente mobilità, nell’esercizio del potere, che con qualche estensione alla storia reale può ritrovarsi nel tendenziale e agglutinante centrismo del giovane conte di Cavour e del suo “connubio” (ai danni di D’Azeglio); così come un analogo tocco si potrebbe riconoscere mezzo secolo dopo alle pazienti, graduali e flessibili manovre di Giovanni Giolitti che, supremo giocoliere parlamentare, anche lui manovrava, mediava e combinava come sarà nello stile e nel costume di molti democristiani.


  Gli allegri paradossi di “Mortinazzoli”


  Perfetti capri espiatori, la loro fine è valsa insperabili atti devozionali o di risarcimento. Chi brinda alla loro memoria. Chi ogni 9 maggio mette un rametto di mimosa in un libro di Moro, dal bel titolo L’intelligenza e gli avvenimenti. Chi si spinge sulla tomba di Mino Martinazzoli e lì depone una sigaretta Muratti – sfidando, un tempo, anche il risentimento della signora Martinazzoli che alle sigarette attribuiva, con qualche ragione, il tumore che si portò via suo marito.


  Questi era un personaggio affascinante, con un fondo di malinconia che, prima ancora di mettere la propria firma sull’atto di morte dello scudo crociato, gli aveva procurato, specie a destra, una fitta serie di soprannomi infamanti: “Catafalco”, “Cordoglio”, “Cipresso”, “Fuoco fatuo”, “SalMino”, “CrisanteMino”, “Mortinazzoli”, “Becchinazzoli”.


  Sorrideva rassegnato, definendosi “non superbo, ma superfluo”. Veniva dal cattolicesimo lombardo, liberale, illuminato e solidarista della Brescia di monsignor Montini e delle grandi famiglie dei Trebeschi e dei Bazoli. Avvocato di provincia molto colto, amletico, amante di Manzoni e di Gadda, ma anche di Aldo Busi, che a suo tempo gli riconobbe “una bella faccia da capo sioux” (a me ricordava un po’ quella del cantante Drupi). Raccolse i suoi scritti in un volume intitolato Il cielo di Austerlitz, quello di Andrej ferito in Guerra e pace. Si considerava, ricambiato, amico di Marco Pannella. Non prendeva mai l’aereo, detestava il telefonino e la televisione.


  Virtuoso della litote, dell’ossimoro e, in generale, del paradosso, gli venivano spontanei aforismi che dispensava alle platee con smorfie di amaro compiacimento, molto teatrale: “L’innocente non sapeva che la cosa era impossibile, e la fece”; “In politica, come nella vita, si costruisce solo sulle proprie rovine”; “I craxiani sembranocinici, e invece lo sono”. Fino al più terribile, quando per la Dc sderenata dagli scandali e dalle faide si approssimava la domenica senza tramonto: “La nave è ormai in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è la rotta, ma ciò che mangeremo domani”.


  Lo ascoltai per la prima volta una gelida notte di luna piena al “Conventino”, Bergamo alta. Nella città dove la Lega era più forte, paragonò Bossi a un tipo strambo delle sue parti, Paneroni, che con un secchio d’acqua e un limone cercava di dimostrare come fosse il Sole a ruotare attorno alla Terra. La replica del Senatùr aprì il genere mortuario: “La Dc ha trovato un chierico per il funerale finale”. In realtà, se ci si pensa, non esistono funerali né iniziali, né intermedi, tantomeno finali. Ma i linguaggi della politica si erano ormai fatti enfatici e grossolani.


  L’exit del partito, il 25 luglio del 1993, al Palasport di Roma, ebbe come colonna sonora il concerto per pianoforte e orchestra in Do maggiore n. 21 KV 467 di Wolfgang Amadeus Mozart. Non so chi l’avesse scelto, per sua natura la Balena bianca non ha mai riservato troppa attenzione agli aspetti coreografici e musicali, ma certo in quei momenti i democristiani avevano ben altro a cui pensare.


  Spintarella, pennichella, pastarella e bustarella


  Mi sono andato a riascoltare quel brano, anzi si può dire che l’interpretazione di Pollini, diretta da Riccardo Muti, ha accompagnato la riscrittura di questo capitolo. Non è affatto un concerto funereo, denso com’è di variazioni, equivoci, sorprese e colpi di scena. Pure romantico. Comunque ideale per lasciare scorrere liberamente quel misterioso fluido, una sorta di generatore automatico di memoria positiva e retrospettiva che s’innesca ogni qualvolta la cronaca politica premia o riscopre figure e liturgie che si fanno risalire alla Prima Repubblica: l’elezione di qualche ex democristiano, per esempio, una verifica o una pausa di riflessione.


  Ma al dunque basta anche un fatto esterno alla politica, anche minimo, un Festival di Sanremo particolarmente composto, un conduttore particolarmente tradizionale che porti sul palcoscenico una famiglia particolarmente numerosa, o la reunion di Al Bano e Romina all’Ariston, perché il Lazzaro dello scudo crociato si tolga le provvisorie bende e si riattivi questo sentiment che aleggia e insieme è sedimentato nel profondo dell’immaginario. Un ritorno, un richiamo, una ripresa, un rimpianto tardivo di atmosfere, parole e paroline, diminutivi, vezzeggiativi, furbizie, conquiste e umanità variamente demodé, però salde.


  La spintarella, la pennichella, la bustarella, le pastarelle la domenica, all’uscita dalla chiesa. Il santino di Padre Pio nel portafoglio e la medaglietta della Madonnina sul cruscotto dell’automobile. La sensazione di qualcosa che non è finito.


  Le raccomandazioni, le inaugurazioni, come si è visto, il sindaco con la fascia tricolore e monsignore ben in vista. Le benedizioni degli uffici e dei locali di commercio, la banda municipale, il coro degli Alpini, le sagre di paese, la Pro loco.


  Le sale d’aspetto dei notabili dell’Italia profonda, come descritte da Piero Ottone nei primi anni sessanta: “Andai a trovare, una mattina, un ‘notabile’ avellinese. Erano le 9 e mezzo. L’anticamera era piena di povera gente in cerca di favori e, quando egli emerse dal suo studio, tutti lo salutarono con titoli differenti, di ‘eccellenza’, di ‘onorevole’ o di ‘senatore’. Ma quel che più mi colpì non erano i titoli. Era la tenuta del ‘notabile’, che consisteva in un pigiama a righe. E con il suo bel pigiama, e con le babbucce ai piedi, egli mi intrattenne poi per un’ora, sui problemi avellinesi”.


  Fra parigrado, per sollecitare un accordo, si facevano l’occhietto, come a briscola. Con lo stesso intento il braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti (“A Fra’, che te serve?”), addirittura piagnucolava implorante, “Fallo pe’ Giulio!” insisteva come a un bambino che non vuole mangiare.


  La camminata a braccetto per il corso: un po’ relax e un altro po’ occhiuta valutazione. Poi il rombo dell’auto blu e l’arrivo della scorta nel paesello.


  L’orgogliosa rivendicazione territoriale e la fruttuosa prevalenza accordata ai paesani negli incarichi, nei comandi, nei continui rimescolii delle segreterie. Perfino Alcide De Gasperi non ne doveva essere immune a giudicare dal tramandato scioglilingua: “Noi siamo una trentina di trentini”; tantomeno Enrico Mattei, marchigiano, se è vero che la sigla SNAM si poté leggere: “Siamo Nati A Matelica”.


  Mi ha insegnato mio padre, davanti al televisore, a prestare orecchio all’accento toscano di giornalisti e conduttori Rai che automaticamente li rendeva partecipi della filiera regionale Fanfani-Bernabei. Per non dire della “Brigata Sassari” che si raccolse al Quirinale attorno ad Antonio Segni e poi a Francesco Cossiga.


  A Nusco! A Nusco!


  Infine il “Clan degli avellinesi”, come lo battezzò poco amichevolmente Marco Pannella dopo l’ascesa di Ciriaco De Mita alla guida di piazza del Gesù. Fosse durato ancora un po’ il suo lungo regno, si scherzava a Montecitorio, e sulle cartine geografiche Napoli sarebbe stata ribattezzata “Avellino marittima”. Assurti gli irpini a gloria per la loro acutezza e per la loro abilità pratica, i giornalisti politici impararono a stenderne lunghi elenchi che contribuirono alla loro moltiplicazione in Parlamento, nel governo, nelle banche, negli enti, nel giornalismo, alla Rai, dove il Tg1 venne soprannominato TeleNusco.


  Al natio borgo del leader democristiano un giornalista-musicante di Montecitorio, Ferdinando Regis, capobanda dei Sax Appeal, dedicò anche una canzoncina che faceva: “Se rinasco resto a Nusco/ in politica non rischio/ questa volta non ci casco/ se rinasco resto a Nusco”.


  Ogni tanto i numi del giornalismo intraprendevano un viaggio piuttosto laborioso per recarsi laggiù, accolti con grande e cordiale ospitalità: “La tavola era rettangolare e la disposizione dei posti bizzarra,” ha raccontato Eugenio Scalfari, “con i due coniugi seduti uno accanto all’altro sul lato stretto, l’ospite di riguardo sul lato lungo alla destra della padrona di casa, e gli altri in sequenza digradante secondo il grado di parentela o di intimità. In fondo alcuni posti vuoti, ma apparecchiati che furono poi occupati nel corso del pranzo da amici casualmente sopraggiunti”.


  Dopo il pasto, di solito il padrone di casa coinvolgeva gli ospiti in un improvvisato torneo di scopone o tressette: “Il sole era al tramonto quando, rimontando tutti in macchina, la scorta riprese occasionalmente il suo ruolo e, con grandi movimenti di forme di cacio e bottiglie che venivano stipate nel portabagagli come se si dovesse fronteggiare di lì a poco un lungo assedio, la carovana partì per Roma”.


  La Prima Repubblica non si scorda mai


  Ora, è anche vero, come scrive Marco Follini, il più grande democristianologo vivente e attivo democristiano lui stesso, che “le maschere del potere italiano riflettono quasi sempre una certa fantasia da parte di chi le mette in scena”. E tra formaggi, ciabatte, santini e altre aneddotiche amenità non vorrei minimizzare, tantomeno annegare nel colore, gli indubbi meriti storici della Democrazia cristiana. Che ricostruì il paese dalle macerie, e da agricolo lo rese industriale, varò il Piano lavoro, fece l’Ina casa, la riforma agraria, la Cassa per il Mezzogiorno, ma prima di tutto s’impegnò a evitare la guerra civile.


  Dirò pure, insieme alle virtù, che il partitone bianco ebbe anche le sue notevoli colpe in termini di pensieri, parole, atti, omissioni e vigliaccherie; e che quando si trovarono di fronte alla sfida che li portava a cambiare pelle all’Italia per la terza volta, i democristiani irrimediabilmente “sfaciolarono”, come usa dire mia figlia con greve espressione postromanesca.


  E tuttavia, tale è il peso di quella tradizione nella storia politica italiana che, in definitiva, tutti quelli che sono venuti dopo di loro hanno dovuto farci i conti, ogni volta lodati o criticati, per essere troppo o troppo poco democristiani. Così “democristiano”, come ha notato il professor Arturo Parisi, è divenuto uno degli aggettivi più fuorvianti del lessico politico; per cui persino Beppe Grillo a un certo punto si è permesso: “Siamo un po’ democristiani”.


  All’indomani delle elezioni del 1983, dopo che De Mita ebbe preso una bella scoppolona, il fondatore ed editorialista principe del “Manifesto”, Luigi Pintor, volle titolare a tutta pagina: Non moriremo democristiani. Trentacinque anni dopo tale sicurezza suona come minimo problematica. E l’ha spiegato molto bene Carlo Verdone, cui peraltro si deve una formidabile macchietta scudocrociata con cappello, sciarpa, occhiali con enorme montatura ed eloquio “sempre téeeso”: “Ma magari morissimo democristiani, ci metterei una firma. Dei democristiani, che avevano le loro magagne, che hanno fatto casini tremendi, sapevamo a memoria quello che non ci piaceva. Li abbiamo presi in giro e avversati, ma oggi purtroppo giungo a una conclusione tragica: erano migliori dei loro eredi”.


  Insomma, forse è la disperata fatica del presente che determina questa paradossale sopravvivenza postuma. O forse è un tratto generazionale, un dolce rimpianto che ha contagiato i 60-70enni spingendoli a rivalutare i democristiani in un empito di convinta nostalgia, o magari è la faccia in luce di un’inconsapevole prostalgia, sentimento di inesorabile ricorrenza senile.


  Sta di fatto che, come nei paesi ex comunisti tornano di moda foto, canzoni, prodotti e pubblicità del passato regime, così in Italia fioriscono siti di “acritica glorificazione”, testualmente, della Prima Repubblica, e pagine Facebook dedicate a “dirigenti, quadri, funzionari, portaborse, galoppini, sottopanza e spicciafaccende” dell’underground democristiano, e fra vintage e rebranding vengono esposti sui palchi della politica postmoderna oggetti del passato prossimo, la lavagna, la bicicletta di Gino Bartali (che De Gasperi voleva candidato alle elezioni), la valigiona di cartone, libri, opuscoli, bandiere.


  Testimoni inanimati di un mondo sospeso nei ricordi fra materia e spirito, natura e cultura, politica e imbrogli. Però imbrogli quasi sempre resi legali, e a loro modo metafisici. Il rinvio, la sospensiva, la dilazione, l’esenzione, l’agevolazione, la commissione ad hoc, la moratoria, la sanatoria, la deroga, anzi le deroghe, tante deroghe, infinite deroghe, normative e discipline di complessità “cinese” come potevano esserlo i ruoli degli insegnanti, le fattispecie previdenziali, le dispense e gli esoneri nella Pubblica amministrazione.


  E l’ideologia del posto fisso. E le pensioni baby e quelle d’invalidità. E il condono, naturalmente, anzi una proliferante varietà di condoni: edilizio, fiscale, previdenziale, istituzionale, tombale perfino. E il governo di attesa, di decantazione, di manutenzione, “amico”, balneare, quante e quanti se ne sono inventati!


  Quale incredibile congerie umana era contenuta e insieme strabordava dai confini indistinti sfumati impalpabili della Dc! Le compagnie petrolifere e i patronati della Coldiretti, gli obiettori di coscienza cattolici, con lunghe barbe e sguardi da bambini, e gli arcivescovi che segnalavano i generali della Guardia di Finanza, a loro volta destinati a finire in carcere perché amici di corruttori, truffatori, contrabbandieri.


  E quelle eterne facce da tg, quelle occhiaie, quell’acqua di colonia da commendatori.


  Curioso come questa selettiva zuccherosa amnesia per le pecche democristiane abbia imboccato una via musicale a suo modo polifonica e ancora una volta canzonettara. Dal motivetto intimistico dei Morini Bros: “Nostalgia della Dc,/ nostalgia di quegli uomini che/ hanno accompagnato i sogni miei./ Nostalgia per Fanfani e Cossiga,/ Andreotti, Forlani e De Mita./ Che peccato, vorrei tornare/ anche solo per un’ora/ a quel passatooooo”.


  Al più risoluto e ritmatissimo brano romanesco di Max Paiella, una specie di sfogo, o d’intimazione: “Rivojo ’a Dc!/ Rivojo ’a Dc!/ Me manca Forlani, Andreotti, Fanfani./ Magari domani/ Diccì/ So’ meglio de questi qui!”.


  E di nuovo torna il presente. Fino all’apoteosi di Checco Zalone che in una riuscita parodia di Celentano gorgheggia l’inno del buon tempo che fu:


  La Prima Repubblica


  non si scorda mai,


  la Prima Repubblica


  tu cosa ne sai?


  Dei quarantenni pensionati


  che danzavano sui prati


  dopo dieci anni volati all’aeronautica;


  e gli uscieri paraplegici saltavano,


  e i bidelli sordomuti cantavano,


  e per un raffreddore gli davano


  quattro mesi alle terme di Abano,


  con un’unghia incarnita


  eri un invalido tutta la vita.


  Reliquie sulle navi da guerra


  Gli esercizi spirituali nei ministeri. La messa di Natale per i dipendenti. Era “un morbido giogo profumato d’incenso”, secondo Ezio Mauro. Addirittura le Forze armate rientrarono negli anni cinquanta e sessanta in questo gioco di possesso e di addomesticamento.


  I giornalisti laici come Vittorio Gorresio ne diedero conto con meticoloso nitore. Al ministero della Difesa Andreotti guidava personalmente gruppi di generali e ammiragli ad assistere a conferenze politico-religiose tenute dal cardinal Ottaviani. In occasione di festività religiose, unità della Marina militare venivano messe a disposizione dei vescovi: per l’ottavo Congresso eucaristico, la motozattera MTC fu opportunamente trasformata in un altare fiorito su cui troneggiava l’ostensorio alla testa di un corteo di natanti. Nel 450° anniversario della morte di san Francesco di Paola due navi cisterna della Marina militare si diedero il cambio per trasportare le reliquie in una navigazione di piccolo cabotaggio lungo le coste calabresi e siciliane. Per festeggiare il dogma dell’Immacolata Concezione, due corvette militari scortarono al largo di Fiumicino un rimorchiatore che aveva caricato sul ponte la statua dell’Assunta tra una doppia fila di marinai e carabinieri in alta uniforme. Altre reliquie furono trasportate a bordo di elicotteri dell’Aeronautica militare. Presso la Scuola Aerea di Firenze, tutti gli ufficiali frequentatori dei corsi e i sottufficiali del quadro permanente e gli avieri in forza furono comandati a una due giorni di raccoglimento e preghiera. Programma: “Parte I: meditazione. Parte II: confessioni. Parte III: Santa Messa”.


  Tutto la Dc permeò di sé, dal regio palazzo pontificale del Quirinale ai saloni da barbiere, in uno dei quali platealmente Carlo Donat-Cattin si recò disertando il giuramento in aspra polemica con il governo di cui pure aveva accettato di far parte.


  Donat-Cattin, le virtù del caratteraccio


  Il caratteraccio lo rendeva diverso da tutti gli altri. E quella specie di broncio impassibile da attore americano, quella grintosa piega della bocca con cui affrontava vertici, platee e fotografi: una volta ne prese a cazzotti uno in via Veneto, come un divo della Dolce Vita. Quelle sue sincopate cronachette sulla rivista di Forze nuove, “Terza fase”, tutte in gergo marinaro e firmate con lo pseudonimo “il Nocchiero”. Quelle sue impuntature semimaniacali, gli scatti da provocatore-calcolatore, ruvido pugilatore in un mondo correntocratico dove tutto portava ad avvelenare i pozzi con la scusa di ammorbidire i contrasti.


  Poi, proprio quando era riuscito a intravedere e a imprimere al partito una svolta, il “preambolo” anticomunista (1980), quella specie di tragedia greca che gli si schiantò sulle spalle: lui ministro, uomo di parte e di potere, e suo figlio terrorista, e i loro destini che si incrociarono fra pubblico e privato, affetti e revolverate, e intanto il governo Cossiga che sussultava, sbandava in una tempesta di giustificazioni e isterie.


  Ebbe allora buon gioco Giancarlo Pajetta, la lingua più tagliente del Parlamento: “Cercavano i terroristi fra i nipoti di Carlo Marx, ne trovano uno tra i figli di Donat-Cattin”.


  L’aristocratico della sinistra sociale democristiana che, dopo aver fatto concorrenza al Pci, invocò “una sana ventata reazionaria”. Grande giornalista, si deve a lui la definizione di Moro e Fanfani come “cavalli di razza”, ma pure la descrizione dei seguaci della corrente di Base, Marcora, De Mita, Galloni “ammucchiati come bertucce attorno al telefono ad aspettare una telefonata”.


  Ministro del Lavoro nemico dei padroni. In un film fortemente polemico con la Dc e dal profetico titolo Forza Italia, una specie di candid camera riprese Donat-Cattin mentre impartiva bruschi ordini al telefono e a un certo punto il ministro si piegava sulla poltrona dando luogo a strani ed equivocabili rumori.


  Fu lui, nel 1976, a piantare una grana pazzesca contro la candidatura di Umberto Agnelli a Torino, ottenendo che il fratello dell’Avvocato fosse presentato in un collegio senatoriale del Lazio, Roma VIII.


  Giardino zoologico capitolino


  Prima delle elezioni del 1976 ricordo di aver svolto un’inchiesta sul campo di quell’area della capitale incontrandovi un certo numero di segretari di sezione che, ora diffidenti ora ingolositi, si preparavano ad accogliere, ed eventualmente a spremere, quella specie di marziano che, spinto dai milioni e dall’efficientismo della Fiat, tentava la fortuna elettorale a casa loro.


  La Dc romana era un mondo cinico e sboccato di grandi sogni e piccole miserie che si è ritrovato tanti anni dopo nel bel romanzo famigliare di Alessandra Fiori, Il cielo è dei potenti. Un cielo chesotto elezioni, come quella volta, brulicava di compari, comparelli, commercianti di voti, traffichini, impostori, delinquenti, sognatori, paraculi. Pura umanità, insomma, “con i suoi odori e più spesso le sue puzze”. Fantastici soprannomi, per lo più totemico-animaleschi, ne contrassegnavano i protagonisti. Amerigo Petrucci era “il Gattone”, Clelio Darida “la Volpe argentata”, Vittorio Sbardella “lo Squalo”, c’erano poi “il Cobra”, “il Monaco”, “Luparetta” e “Pennacchione”, quest’ultimo da identificarsi con l’ex sindaco andreottiano Nicola Signorello. Aperta alla più viva immaginazione connotativa erano anche le pratiche politiche, per così dire, come “la zampa nel piatto” o la finta telefonata a “fotticompagno”. Frattanto il leone e la volpe di Machiavelli si rincorrevano tra i lungotevere aggirando le varianti al piano regolatore e le osterie residuali dietro Montecitorio. Curiosi personaggi allietavano l’ambiente, tipo la mamma del tangentomane che stirava con il ferro le banconote perché sembrassero più belle o il figlio naturale di un costruttore legato al Vaticano cui era riservata la denominazione di “Mattone di Dio”. Completavano il quadro i buffet miserabili, i mangiatori a sbafo, le fughe dal ristorante per non pagare il conto, l’agognato triduo villa-barca-amante, le risate, le malattie vere e quelle immaginarie.


  Quando tutto davvero finì, soggiogato dalle luminarie di un comizio berlusconiano, il protagonista del romanzo democristiano di Alessandra Fiori, Claudio Bucci, riconosce con mesto disincanto: “Noi che eravamo stati così brutti, unti, grassi, con le nostre giacche a quadri e la camicia stropicciata, noi eravamo già incredibilmente lontani”.


  Belli non erano


  Ecco. Per via di questa sopraggiunta lontananza, e per non perdere il ricordo, mi sono sorpreso tante volte a sognare un museo della Dc.


  Comincerei dai corpi: antropometria, dismorfismi, teratologia, quindi studio dello sviluppo dei “mostri” democristiani, nel senso latino di monstrum, ovvero prodigio.


  La magrezza segaligna e affilata di De Gasperi, il pallore ascetico di Dossetti e dei “professorini”. Tra parentesi l’uno diffidava degli altri ben oltre l’aspetto fisico, attribuendo loro una mentalità “munita di allucinazioni e presunte divinazioni suggestive”. Poi, lentamente, l’affermarsi di modelli fisici più ragionevolmente robusti, quindi grassottelli, e oltre. Volti rubizzi, rispettabili pancette, doppi menti, le pappagorge del benessere e del potere.


  Gli occhi azzurri e gelidi, “da tigre”, di Salvo Lima. I baffetti a bordo labbra di Ciancimino (gli stessi suoi figli lo chiamavano “Baffo”). Il basettone di De Mita giovane. Brillantina, teste lucide e forfora, tanta forfora.


  E quel riflesso percettivo, quella specie di rimbalzo che consentiva ad Andreotti o a Fanfani di non aver quasi corpo, ma al tempo stesso di farsi forti della loro stessa deformità. Il gobbo. Il nano. Cave signatos, come raccomandava mio zio Nuccio, grandissimo umanista e omeopata, attenzione a quelli un po’ strani.


  La stretta di mano di Andreotti disorientava: “Un po’ fredda, un po’ umida, tenera come una braciolina di vitello”, la descrisse Longanesi. Mentre Fanfani, permalosissimo, nonché teorico della superiorità energetica e intellettiva dei brevilinei, prima di porgere la mano a quello spilungone di Montanelli gliela sventolò sotto il naso: “Vede? Non è così pallida come l’ha descritta lei, e sudaticcia, e adesiva... Voialtri,” l’ammonì con pedagogica stizza, “vi siete creati nella fantasia un tipo di democristiano che non sempre corrisponde al vero: anemico, scivoloso, evasivo, avido e lumacone...”.


  Sempre in tema di strette di mano, s’incontrava nei palazzi del potere anche un tipo silenzioso, una specie di uomo-sfinge, si chiamava Francesco Tilli – general manager della segreteria di Remo Gaspari, il “Colosso di Gissi” – che viveva a braccia conserte. Tale munita postura scoraggiava l’approccio, ma se un benintenzionato gli presentava la mano, Tilli leggermente ruotava il busto e indietreggiando, pur senza sciogliere la complessione delle braccia, afferrava le cinque dita.


  Anche nei loro gesti i democristiani erano tali. La mano a pigna, come pure l’indice e il pollice uniti ad anello, erano un modo per sottolineare la sottigliezza delle argomentazioni. Mentre le palme rivolte all’uditorio, le classiche mani avanti, e ancora di più giunte sul petto dell’oratore indicavano una qualche attitudine di preventiva innocenza che in realtà assegnava loro un che di mellifluo e volpino. Erano genugiat, come si dice in milanese, si inginocchiavano.


  D’altra parte, ai loro tempi non si pretendeva il glamour, né esistevano Photoshop o la chirurgia estetica. Ma belli, francamente, i democristiani non sono mai stati.


  Sfilano nell’album dei ricordi facce gommosette, guance paffute, borse sotto gli occhi, grappoli di nei. Brutti, insomma. I giornalisti ci davano dentro: “Quest’uomo felicemente paragonato a Topo Gigio,” scrisse Camilla Cederna di Leone, “meglio a un tapiro, meglio ancora a un gufo, statura più che modesta, orecchie scollate, naso da Pulcinella...”.


  Eppure, quasi mai i democristiani si offendevano, senza dubbio la loro più gloriosa virtù. E non solo sapevano incassare, ma anche ridere di se stessi e del loro aspetto complessivamente disastroso, come attestava un calembour che a partire dai cognomi di alcuni esponenti dello scudo crociato ne riassumeva il sembiante: “Piccoli, Storti, Malfatti e Malvestiti”.


  Eleganti meno che meno


  Rispetto al guardaroba, nell’ideale museo che non si farà mai troverebbe posto, all’interno della sala “Stile e abbigliamento”, una sfilata di grisaglie, con infinite varianti di Litrico, sarto romano che confezionò un cappotto anche per Chruščëv. Alla grigia uniforme del potere, onorevoli, sottosegretari e ministri consideravano il fazzoletto bianco che sporgeva per un centimetro, esattamente parallelo al taglio dal taschino, come il tocco magico dell’eleganza. Ma l’indumento democristiano per eccellenza, una specie di sacro paramento contro i rigori dell’inverno e le insidie delle mezze stagioni, era la sciarpa bianca presidenziale civettuolamente e magistralmente indossata da Segni e trent’anni dopo da Scalfaro.


  Di particolare distinzione, per quanto riguarda le scarpe, quelle morbide “tipo finto mocassino,” così le descrive Edgardo Bartoli, “che parevano inventate dall’industria calzaturiera per dar sollievo, in sintonia con i tempi, a quelle parti del corpo che il nuovo regime democratico riscattava dal duro contatto con la terra o dalle tormentate stretture domenicali”.


  Ma anche, nel tempo estivo, meritano di essere ricordate le camicie a scacchi che si manifestavano numerosissime, nel loro fulgore di gite oratoriali, in occasione dei mesti raduni estivi e termali delle correnti. Così come è ancor vivo il ricordo del cappello di lana lavorato a maglia dalla sorella della ministra dell’Istruzione Franca Falcucci; il pigiamone con cui Franco Evangelisti si presentò ai giornalisti, per sventare in extremis qualche agguato mediatico, nella hall di un albergo a Palermo; i calzini rossi di Bartolo Ciccardini e quelli celestini al malleolo di Giovanni Galloni.


  Per quanto riguarda gli accessori, si guadagna una segnalazione il borsellone con tracolla del ministro della Sanità Costante Degan, che di fronte al caos delle nascenti Usl ebbe il cuore di appellarsi alla Divina Provvidenza. Così come fra i più avveduti e ormai anziani cronisti di Montecitorio ancora si tramanda il lungo lembo di cinta, una trentina di centimetri, che penzolava sotto la giacca aperta dell’onorevole Guido Bodrato, in pieno e deserto Transatlantico, nel corso di una singolare cerimonia detta dell’“imbodratamento”, appunto, dal cognome del vicesegretario. Allorché al centro del crocchio, con le mani sui fianchi, il suddetto Bodrato, ragguardevole membro della “Banda dei quattro”, rimirava il soffitto a cassettoni dell’architetto Basile e dopo alcuni interminabili secondi pronunciava il fatidico verdetto: “Mah!”. Oppure: “Bah...”.


  Presepi, soldatini e carte napoletane

  Nella sala “Hobby e passatempiinsieme a un certo numero di presepi, alle litografie che Fanfani regalava per le feste (la mia, raffigurante una vela sul mare, è finita sepolta sotto il terremoto di Amatrice), ai ponderosi saggi di Taviani su Cristoforo Colombo, i visitatori potrebbero interrogarsi sul perché tanti illustri e potenti dello scudo crociato alimentassero collezioni così infantili. Per cui al Quirinale Gronchi dedicò addirittura una stanza ai suoi trenini elettrici, mentre il sindaco di Roma Petrucci raccoglieva incessantemente cavallini e Andreotti campanelli. La passione per i soldatini era condivisa da Cossiga, Ciarrapico ed Evangelisti: quest’ultimo, accusato di aver incontrato Sindona latitante a New York, ebbe la sveltezza di raccontare che se l’era trovato davanti per caso, appunto presso un celebre negozio di soldatini. Perfino del cardinal Camillo Ruini, democristiano di complemento, si arrivò a sospettare che avesse la debolezza dei soldatini. Ci fu una specie di smentita ufficiosa, anche se le malelingue, che nella Dc superavano ampiamente il 50-60 per cento dei tesserati, ripiegarono sul segretario di monsignore, cui fu attribuita la piena responsabilità della collezione.


  Per divertirsi nella sua Romagna, Zaccagnini metteva in scena un teatrino di burattini. Il pupazzo preferito, protagonista delle commediole, era al Birichein, il Birichino.


  Sotto un’adeguata teca di cristallo troverebbe posto il consunto mazzo di carte napoletane che sempre seguiva gli spostamenti di De Mita. Nel suo interminabile settennato alla guida di piazza del Gesù, il più longevo dei segretari individuò l’unica possibilità di relax in una variante di tressette a due, lo “spizzichino”; sennonché, come può accadere, la ricreazione si fece ossessione e il leader irpino non poteva più fare a meno di un accreditato sparring partner.


  Così tale figura s’incarnò preferibilmente nel presidente dell’Iacp di Avellino, Antonio “Totonno” Pagliuca, detto Sputazzella, che in effetti prese a seguire spesso De Mita nelle sue peregrinazioni in Italia. Quando non era disponibile, o nei viaggi ai quali non era previsto che partecipasse, sia pure a malincuore Sputazzella veniva sostituito dall’energico capo dei Vigili del Fuoco, Elveno Pastorelli, o dal mite e sottile avvocato Melpignano, che vidi personalmente e incessantemente giocare a carte sul jet che nel 1988 portò De Mita a Washington e poi a Los Angeles, per l’anniversario del Piano Marshall.


  Quasi mai erano partitelle leggere, ma veri e propri tour de force, come s’intuisce dal meticoloso diario del portavoce demitiano Beppe Sangiorgi: “Oggi, 17 maggio 1986, a Zoagli, De Mita gioca a carte per dieci ore consecutive con Antonio Pagliuca. Vince 63 partite e ne perde 23. Un record di tempo,” chiarisce Sangiorgi, “ma ce ne sono stati altri. Qualche giorno dopo la sconfitta elettorale del 26 giugno 1983, ricorda Pagliuca, eravamo a Nusco: giocammo dalle 7 del mattino all’1 di notte, con un’interruzione di mezz’ora”.


  Va da sé che la compilazione museale, con quel tanto di feticistico che inevitabilmente l’accompagna, non riuscirebbe mai a esaurire il compatto e insieme sfuggente immaginario democristiano, che fra le tante risorse si avvale di non avere né cataloghi, né codici, per cui ciascuno se lo ricostruisce come più gli aggrada.


  Così a me viene spontaneo attribuirgli ciò che probabilmente non riguarda solo i dc, ma che la loro durata al potere ha reso possibile. Per esempio il ricavare spazi, detti tinelli, negli appartamenti delle città; oppure l’espandersi delle villette con piccolo portico nelle aree extraurbane, non di rado pure dotate di cantine-tavernette, in gran dispiego di infissi d’alluminio anodizzato.


  Con la stessa arbitraria decisione mi sentirei di accreditare a una specie di democristianesimo dei costumi, non sempre edificanti, la pratica di acquistare esercizi di tabaccheria e poi di profumeria a beneficio dell’amante; una donazione che in taluni casi, sempre in relazione al crescente benessere, avveniva in sincrono con l’omaggio della pelliccia alla moglie.


  Così come, pensando in termini calcistici, mi risulta impossibile non considerare il catenaccio come un modulo di gioco che attiene all’istintiva strategia di quella prima tribù così portata, su un piano più generale, a respingere gli attacchi opponendo il più metaforico, ma anche il più invalicabile muro di gomma. Per poi ripartire dalla propria metà campo portando rapidamente l’offensiva nell’altrui con il classico contropiede.


  Veleno e stiletto, democristo perfetto

Per loro natura pacifici, raramente i democristiani muovevano guerra alle tribù nemiche. Ma in linea di massima erano così bravi e tenaci nel difendersi che la linea di confine tra le due opzioni era piuttosto labile.


  Si legge nella biografia di Andreotti scritta da Massimo Franco che il piccolo Giulio, ripetutamente infastidito e sbeffeggiato da alcuni bambinacci mentre, in abiti e ruolo da chierichetto, partecipava alle processioni, un giorno “si scocciò” – verbo quest’ultimo davvero molto andreottiano – e spense un cero dentro l’occhio di uno dei suoi persecutori.


  Sul piano delle favole, e in fondo della natura, è sempre Massimo Franco ad aver posto i seguenti versi di Trilussa a esergo della biografia di Andreotti:


  Anch’io vorrei la pace


  – diceva l’Ape al Grillo –


  ché il lavoro tranquillo


  mi soddisfa e mi piace.


  Ma finché sulla terra


  parleranno di guerra


  terrò sempre, a buon conto,


  un pungiglione pronto:


  il pungiglione mio


  che m’ha arrotato Dio.


  Né dovrebbe sorprendere il riferimento alla divinità. Dal punto di vista tecnico-offensivo, d’altra parte, le misure per così dire precauzionali erano quelle da secoli in uso nella curia vaticana: veleno e stiletto (Agnosco stilum Romanae Curiae, come già sperimentato a sue spese da Paolo Sarpi). Sia l’uno che l’altro trovavano espressione nel genere della lettera anonima come forma di sicura delazione.


  Gli zitelloni sospetti


  Già solo i dissapori coniugali rappresentavano un grave ostacolo per la carriera, figurarsi la separazione. La famiglia numerosa, al contrario, era di grande aiuto. Otto figli poteva vantare Bernabei, sette Fanfani, sette Taviani, quattro Andreotti. Gli scapoli, o “zitelloni”, pure abbastanza numerosi nei ranghi dello scudo crociato, erano visti con sospetto; al contrario delle nubili – Anselmi, Falcucci, Maria Eletta Martini, poi anche Rosy Bindi – forse perché, come per le suore, si riteneva potessero dedicarsi interamente alla cura del partito.


  Gay democristiani, o democristiani gay, ce n’erano ovviamente, e di tutti i tipi, e oggi si potrebbe dire per tutti i gusti. Dall’omosessuale tormentato alla checca gioiosa, dal fasullo inconsapevole al rassegnato fino al gaio pacificato. Tutti più o meno lo sapevano, o indovinavano quel genere di orientamento in alcuni compagni di partito, anche se in pubblico facevano finta di nulla; salvo inscenare siparietti di cruda omofobia come nel caso in cui Salvo Lima o Franco Evangelisti – te li raccomando! – duettavano pronunciando i cognomi dei loro nemici interni facendoli seguire, all’unisono, dall’infame condanna: “ricchione!”, anzi “ricchia!”, alla siciliana, per far prima.


  Per i giornalisti il tema dell’omosessualità democristiana era ufficialmente tabù, ma ufficiosamente rientrava nel novero degli argomenti preferiti.


  Conosco una mezza dozzina di miei colleghi, anche dei migliori, che invano hanno cercato di spingere Emilio Colombo a fare coming out. Lui, che certo non era nato ieri, li riceveva con l’abituale cortesia guardandoli di sottecchi, sempre elegantissimo e profumatissimo, quindi li rimbambiva di chiacchiere, per lo più soporifere, specialmente sull’Europa – e ne aveva tutti i titoli essendo uno dei pochissimi italiani a potersi fregiare del premio Carlo Magno – e insomma alla fine i giornalisti ritornavano in redazione con un materiale al tempo stesso strabordante ed esangue, ai limiti dell’impubblicabile.


  La suprema e beffarda sorpresa, anche per loro, fu quando in piena Seconda Repubblica per via di un’inchiesta giudiziaria venne fuori a sorpresa un altro privatissimo e inaspettato coming out di Colombo: la cocaina.


  Raffinato collezionista di poltrone, presidente del Consiglio e ministro di tutto o quasi, agognava le poltrone senza darlo a vedere e questo certo aumentava la leggenda della sua imperturbabile prudenza. Una volta, dovendo rispondere a un attacco dell’impetuoso Flaminio Piccoli, prese fiato, articolò un lungo ragionamento con climax ascensionale, rosso in viso per l’apnea discorsiva, e a tutti sembrò che si stesse caricando per esplodere e dire in faccia al vecchio Flam tutto quanto gli era rimasto nella strozza per anni, ma al culmine della tirata, ecco, “amico Piccoli, è arrivato il momento che tu ascolti con attenzione le mie parole”, e ripreso fiato le disse, queste sue benedettissime parole. Che furono: “Calma”, e qui si fermò, “calma”, altra pausa, e “calma” e anche in quest’ultimo suggerimento non c’era nemmeno il punto esclamativo.


  Colombo viveva con due sorelle che lo adoravano e l’accudivano come l’unica loro ragione di vita. Veniva anche lui dall’Azione cattolica e dal profondo Sud, ma con il tempo imparò a sfoggiare eleganti abiti, belle cravatte, curate e piacevoli abbronzature, amici brillanti e perfino scanzonati, viaggi esotici fra popoli e giovanotti che non capivano tanto bene chi fosse quel signore che atterrava nel weekend con un aereo di Stato, un uomo per certi versi allegro, per altri come velato da una stanca malinconia.


  Ogni tanto, ancora oggi, qualcuno si alza e dice, come in un quiz: l’Italia ha avuto due presidenti del Consiglio gay. E subito c’è chi corregge: no, sono tre. Forse. Il ricorrente giochetto lascia il tempo che trova, ma i sospetti gravano comunque quasi tutti attorno a un certo numero di esponenti della nomenklatura bianca e come abituale ricorrenza il discorso scivola sugli autisti o gli uomini di scorta, per lo più anonimi, che li portavano a zonzo.


  C’è anche da dire che in quel mondo bastava non essere sposati per sentirsi addosso torve occhiate e giulivi ammiccamenti. Per quanto riguarda l’omosessualità femminile, anche lì chiacchiere tante, ma così ritardate da risultare postume.


  Sessualità e polizia dei costumi


  Più in generale, il sesso era confinato in una pericolosa terra di nessuno. Nettissima era la linea di divisione fra vita pubblica e privata, ma questo ovviamente non impediva ai desideri di esprimersi, di norma con un sovrappiù di peccaminoso. “Ecco, ti dirò, mi appoggio ai democristiani,” diceva un produttore cinematografico a Longanesi. “Sono brave persone, onesti e gonfi di desideri sessuali insoddisfatti. Vengono in teatro mentre si gira il film, tutti contenti di vedere le attrici, di visitarle in camerino, di sfiorarle...”


  Ma l’intreccio del sesso con il potere fu sempre tenuto in buon conto. C’è quanto basta di documentazione, seppure allusiva e/o di dubbia provenienza, per dedurre che durante la presidenza Gronchi si tenessero al Quirinale specie di “cene eleganti” ante litteram. Con la stessa ambiguità, che in questo genere di faccende non manca mai, la leggenda di palazzo tramandava rocamboleschi spostamenti presidenziali attuati durante le visite con la necessitata collaborazione del ministro dei Trasporti, in tali casi definito scherzosamente “dei Trasbordi”.


  Con maggiore libertà, il sesso spuntava semmai quando a farne richiesta, per seratine tipo bunga bunga, erano leader di altri paesi in visita di Stato. Così Andreotti, a Venezia, fu senz’altro abile a deviare le voglie dello scià di Persia sul prefetto che a sua volta, compreso che si trattava di procurare donne, rimbalzò la richiesta sul questore.


  Assai più intransigente, sempre in tema, si rivelò Fanfani, che arrivò ad annullare un banchetto in onore del presidente indonesiano Sukarno avendo questi manifestato la “stranezza” – così nei Diari – di “chiedere quattro donne al Grand Hotel per suo uso”.


  Ma la vera trovata distintiva e insieme il più originale presidio che il potere democristiano pose su questa viscida frontiera fu di relegare omosessualità, corna, figli illegittimi, frequentazione di prostitute e “lolite”, come si diceva, ma poi anche arricchimenti esagerati, perdite al gioco, parenti imbarazzanti, litigi in famiglia, alcolismo e malattie mentali ai fascicoli del controspionaggio. Insomma l’ideona, ma anche l’ideaccia, fu di sottrarre l’intero comparto delle umane debolezze dal rischio di minacce e ricatti affidandolo a quegli stessi servizi segreti che, ben lungi dall’acchiappare le spie russe, funzionavano abbastanza bene come polizia dei costumi e in quelle delicate materie sguazzavano comunque a perfetto agio, pure inventandosene da zero di cotte e di crude.


  In tal modo, nel corso del lungo e variegato dominio della Dc, gli uomini dello spionaggio e del controspionaggio, anche militari, insieme con quelli della Polizia, dell’ufficio Affari riservati e in seguito anche della Guardia di Finanza furono resi controllori, ma anche garanti, come pure depositari, però all’occorrenza in condizione di lavorare in regime di autonomia minatoria.


  Alla metà degli anni sessanta si arrivò in tal modo a una schedatura generalizzata e di massa – oltre 70mila fascicoli vennero contabilizzati ai tempi dello scandalo Sifar. Da tale immenso giacimento, a seconda delle esigenze delle svolte politiche e della lotta interna, gli spioni lasciavano che volasse via, in forma di allusivo avvertimento, qualche “farfalla”, come le chiamava il generale del Sifar De Lorenzo, o qualche bocconcino a “scottadito”, secondoil gergo delle redazioni, destinato a rotocalchi scandalistici, dallo “Specchio” di Giorgio Nelson Page fino all’“Op” di Pecorelli.


  Si trattava eminentemente di un sistema a uso interno del potere. I servizi rastrellavano incessantemente il sottobosco alla ricerca di voci da accreditare, più che verificare. La tale insinuazione rafforzava Tizio, la talaltra indeboliva Caio, mentre la terza spingeva Sempronio a darsi una regolata. Chi doveva capire, capiva.


  Da Gronchi a Moro, da Mattei a Scelba, da Sullo a Leone furono parecchi i democristiani di alto lignaggio – alcuni, poveracci, del tutto innocenti – che sperimentarono sulla propria pelle questi dispositivi di potenziale ricatto e reciproco “contenimento”. Così, quando toccò a Fanfani di sentirsi minacciato, gli parve naturale rivolgersi direttamente al segretario del partito, che era Moro: “Insisto nel dire,” si legge nei Diari, anno 1959, “che l’Ufficio speciale centrale della Ps, cui presiede il questore De Nozza, ha mandato Commissari e Guardie, di cui ho il nome, a sollecitare indagini su di me presso confidenti e parroci”.


  Todo modo

Il richiamo ai parroci non dovette giungere certo inaspettato. Qui in gran parte i democristiani raccoglievano i loro voti, e il recordman in questo senso era un esponente romano, Corrado Bernardo, che sei mesi prima delle elezioni saliva sulla sua Cinquecento e iniziava il giro dei 648 conventi e delle 332 parrocchie della Città Eterna.


  Era dalla Chiesa e dalle mille e mille chiese italiane che il potere traeva la sua speciale e santificata energia. Parrocchie e oratori, certo, ma anche basiliche, canoniche, monasteri, cenobi, abbazie, sacrestie, milizia nell’Azione cattolica, esercizi spirituali e congressi diocesani in un flusso costante, almeno negli anni cinquanta e sessanta, di sacre funzioni, processioni, benedizioni, prediche, battesimi, cresime, prime comunioni, confessioni, “giaculatorie forte e sotto voce”, si potrebbe proseguire con il Belli, “baci alla balaustra e baci in terra, succhi de fiato e segni de la croce”.


  Questa profonda e intensa impronta aveva fortemente contribuito a far conservare a lungo, nell’esistenza segreta dei democristiani – come scrive Citati – “quella specie di profumo di tisane, sonno, sudore, borotalco e marmellata di prugne, che intride gli ambienti ecclesiastici”.


  Alcuni di essi, una volta eletti in Parlamento e giunti a Roma, scelsero di vivere nei conventi del centro. Dai frati missionari di Maria Immacolata dietro piazza Navona, da certe suorine dalle parti di via Giulia. Per i conventi si può pensare che nutrissero un’attrazione particolare, considerato che in essi tremavano e tramavano, oltre a pregare e a farsi ogni tanto qualche bella mangiata.


  Tutta la storia democristiana, in fondo, si potrebbe ricostruire fra le sante mura di Camaldoli, Vallombrosa, la Domus pacis, la Domus Mariae, la basilica dei Passionisti dei Santi Giovanni e Paolo al Celio, i francescani di Cetona, l’abbazia di Montevergine, Villa Nazareth. Un’affezione che non persero mai, tant’è che a diversi anni di distanza si è saputo che certi incontri segretissimi tra Craxi e De Mita, nella seconda metà degli anni ottanta, continuarono a tenersi effettivamente in un convento.


  Le stesse correnti democristiane riflettevano, nel nome, ma anche nell’organizzazione e nelle gerarchie, una certa matrice e impostazione di natura ecclesiale e, a suo modo, devozionale. Per cui i dorotei furono così battezzati quando nel 1959 stabilirono di far fuori Fanfani riuniti nottetempo nel monastero di Santa Dorotea, alle pendici del Gianicolo; e i camaldolesi, al contrario, furono detti tali perché trascinati proprio da Fanfani nell’abbazia tra le foreste del Casentino; mentre i leader della sinistra più intransigente e penitenziale vennero beffardamente soprannominati “i mater dolorosa”: “Vogliono la stessa cosa che vogliamo noi, il potere, solo che prima piangono,” sosteneva Sbardella, l’andreottiano sui generis adottato dall’ala più svelta della Compagnia delle Opere di matrice ciellina.


  Questa pervicace dedizione conventuale trovò il suo degno sbocco letterario alla metà degli anni settanta in Todo modo di Leonardo Sciascia. Nell’immaginario eremo di Zafer, metà albergo e metà centro di meditazione, un erudito e diabolico sacerdote, don Gaetano, interpretato da Marcello Mastroianni, conduce durissimi esercizi spirituali a beneficio, si fa per dire, di uomini potenti: “E sulla loro silenziosa contrizione grandinava il suo biasimo”, irridendoli “come bimbi sorpresi a rubacchiare nella dispensa”.


  A grappoli di uomini di Stato e di governo, giunti fin lì con le loro scorte e auto blu, il severissimo penitenziere faceva intravedere le fiamme dell’inferno chiamando in causa la superbia del potere, l’invidia, l’ipocrisia, l’imbecillità, il denaro, la carne. Sennonché in quell’ambiente teoricamente claustrale, ma che si faceva via via più claustrofobico, avvengono altre cose spaventose: trafugamento di ostie, scomparsa di alcuni potenti, assassinii di altri, penitenti che si accusano l’un l’altro, fino all’eccidio finale.


  Nel 1976, tra il referendum sul divorzio e il rafforzamento del Pci, ma in piena stagione di solidarietà nazionale, Elio Petri virò sugli schermi il romanzo di Sciascia in senso marcatamente politico e in particolare antidemocristiano. Il suo film, che ebbe stentata e contrastatissima circolazione perché avverso tanto alla Dc che ai suoi provvisori alleati comunisti, prefigurava l’apocalisse della classe dirigente dello scudo crociato mettendola magnificamente in scena proprio dentro quel luogo, il convento, dal quale trent’anni prima aveva mosso la sua irresistibile avanzata.


  Cupa visione profetica, pellicola “rituale”, secondo Alberto Moravia, “allegoria, rappresentazione sacra e mistero profano”, impressionò per un indimenticabile Gian Maria Volonté che interpretava il personaggio di “M”, Moro, e ne anticipava l’imminente uccisione: in ginocchio, presso un’automobile, sull’erba tanti fogli di carta sparsi, i dossier e l’immondizia del potere. Nella pineta, tra gli alberi, tre croci nere.


  Don Gaetano Mastroianni incarnava, da par suo, la figura di quei preti intrusivi che fin dall’inizio tampinavano e spesso opprimevano i democristiani a tutti i livelli. Agguerritissimi, e quindi particolarmente temuti dai vertici, furono i gesuiti: padre Lombardi, “il microfono di Dio”, padre Rotondi, padre Tacchi Venturi, padre Messineo. Poi, sempre dall’osservatorio della “Civiltà cattolica”, padre Sorge, che insieme a padre Pintacuda si collocò alle spalle della “primavera di Palermo” dando forza e coraggio all’eretico Leoluca Orlando, il primo vero e significativo scisma che dovette subire piazza del Gesù.


  Per anni e anni i vescovi intervennero spesso e volentieri nella formazione delle liste elettorali, e quando non le decidevano motu proprio, certamente le vidimavano, escludendo questo o quell’esponente, specie se di sinistra.


  La morte di Pio XII e il Concilio giovanneo di sicuro allentarono i legami, ma ancora negli anni ottanta un vescovo come monsignor Franceschi si preoccupava di far arrivare al segretario De Mita, che fra l’altro da giovane era stato depennato per ordine della diocesi di Avellino, una specie di promemoria con una serie di consigli: “Amici sicuri che lo aiutino a decidere”, “qualche viaggio all’estero dove è più libero”, “un buon ufficio stampa per l’immagine senza celebrazioni e senza retorica”, “buoni rapporti con tutti i parlamentari, anche con i c.”. Là dove la franca brutalità che s’indovina dietro l’abbreviazione non sminuisce il buonsenso dei suggerimenti – cui non sempre, specie sull’ultimo punto, De Mita diede ascolto.


  Pio XII: Sua Santità la Persona

Il papa era venerato, ma al tempo stesso incuteva un sacro terrore. Questo stato d’animo faceva sì che i democristiani più in vista non osassero nemmeno nominarlo, per cui a casa De Gasperi il pontefice era chiamato “La Persona”, mentre altri dicevano “Lui”, oppure “in alto loco”, con l’indice alzato e il verbo all’impersonale. Solo Scelba, che era un duro, una volta uscito dai gangheri per un pronunciamento dell’“Osservatore romano” ai tempi del primissimo centrosinistra, ebbe l’ardire di chiamarlo in una riunione di corrente: “il Signor Papa”: “Il Signor Papa non può usare questi termini e coartare la nostra coscienza”.


  Il pontefice, d’altra parte, pretendeva sottomissione assoluta; e certamente faceva sentire ai democristiani le sue personali preferenze per l’Azione cattolica e i baschi verdi dei Comitati civici messi su dal più fedele Luigi Gedda e protagonisti della vittoria elettorale del 18 aprile 1948.


  Irritato per la resistenza opposta da De Gasperi al progetto di unirsi alle destre per scongiurare un sindaco comunista a Roma, la cosiddetta “Operazione Sturzo” (1952), con tutto che il pericolo rosso era stato scongiurato, Pio XII se la legò al dito e alla prima occasione lo fece piangere rifiutandogli un’udienza privata per l’anniversario del suo matrimonio. “Come cristiano,” fu la replica dello statista alla Segreteria di Stato vaticano, “accetto l’umiliazione; come presidente del Consiglio la dignità e l’autorità che rappresento, e della quale non mi posso spogliare, mi impongono di esprimere lo stupore per un rifiuto così eccezionale.”


  Ed era De Gasperi! Gronchi fu il presidente della Repubblica che si prostrò in ginocchio dinanzi a Pio XII, restando in quella posa sottomessa il tempo necessario al fotografo pontificio per immortalare il bacio alla sacra pantofola; ciò non di meno papa Pacelli gli fece conoscere tutta la sua indignazione per la vita coniugale leggera e irregolare.


  Il breve, ma assai più libero, pontificato di Giovanni XXIII fu per la Dc la classica boccata d’ossigeno. Per la prima volta gli uomini del partito intravidero la possibilità non tanto di poter contrastare la Chiesa – contrasto che mai gli sarebbe tornato utile –, ma almeno di potersene in qualche modo affrancare.


  Ma l’origine e i vincoli che ne derivarono ai democristiani erano inscritti nel loro destino, per cui, neanche a farlo apposta, si ritrovarono assiso sul trono apostolico proprio colui che li conosceva meglio e anzi, specie per quanto riguardava la generazione della Fuci, l’uomo che con mano ferma e autorevole li aveva tirati su, a partire da Moro e Andreotti.


  Paolo VI e l’infallibilità scudocrociata